2 giugno 2008

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Arcangelo Paglialunga

CITTÀ DEL VATICANO

Ancora una volta, ieri, il Papa ha rivolto, all’Angelus, il suo pensiero alle popolazioni della Cina e della Birmania colpite dalle calamità naturali. Le parole di conforto del Papa sono andate anche «a quanti attraversano le tante situazioni di dolore di malattia e di miseria spirituale e materiale che segnano il cammino dell’umanità». Benedetto XVI ha esortato ad invocare «Il cuore di Gesù e il Cuore immacolato di Maria». Prima della preghiera mariana, ha ricordato che il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Cristo, che deve essere il centro della speranza per tutti.
Ed ha aggiunto: «Ogni persona ha bisogno di un centro della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicinarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità. Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma più in profondità il pulsare di una presenza affidabile, percettibile con i segni della fede ma, tuttavia, molto più reale: la presenza di Cristo cuore del mondo, pieno di amore».
Nel saluto rivolto ai fedeli polacchi, presenti in Piazza, il Papa ha aggiunto: «Preghiamo affinché sperimentando questo amore rispondiamo con gioia, con cuore ardente e con opere di misericordia verso i fratelli». Da Teheran si è saputo che il Papa non riceverà il presidente Ahmadinejad e si è precisato che non aveva rivolto domanda di udienza.
In verità c’erano stati contatti da parte dell’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede per chiedere il colloquio. Rinunciando alla visita del presidente iraniano la Santa Sede ha rinunciato anche ad incontri singoli richiesti dalla presidente argentina Christina Kirchner al boliviano Evo Morales, dal brasiliano Lula e da alcuni capi di Stato africani.
Un incontro collettivo con tutti i capi di Stato presenti all’assemblea romana della Fao non è stato preso in considerazione dalla Santa Sede.
È stata confermata per metà mese la visita al Papa del presidente americano Bush: si tratta, in sostanza, di una visita di congedo, dato che Bush è a fine mandato.
Il programma vaticano per giugno, reso noto dalla sala stampa vaticana annuncia la visita del Papa in Puglia a Santa Maria di Leuca e a Brindisi, il 14 e il 15 di questo mese, il pontificale nella Basilica di San Paolo, il giorno 28 per l’apertura dell’«anno paolino», nel secondo milenario della nascita dell’Apostolo; e, nel giorno seguente, festa dei Santi apostoli Pietro e Paolo il solenne rito nella basilica Vaticana con la imposizione dei «Pallii» a una trentina di vescovi metropoliti. Il pallio è una stola che indica particolare unione con la Sede apostolica.
Martedì 3 giugno il segretario di Stato, cardinal Bertone inaugurerà a Piazza Di Spagna, nel palazzo di Propaganda Fidae un «punto di vendita» della libreria Vaticana, intitolato a Paolo VI nel trentesimo anniversario della sua morte avvenuta il 6 agosto 1978.

© Copyright Il Giornale di Brescia, 2 giugno 2008

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Quando inizia la vita?

Dalla legge sull'aborto alla cultura della vita

ROMA, domenica, 1° giugno 2008 (ZENIT.org).

Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la risposta alla domanda di un lettore di Carlo Casini, già magistrato di Cassazione e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. Casini è anche Presidente del Movimento per la Vita italiano, membro della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum" di Roma.

* * *

Quando nasce l'essere umano? Si può determinare il momento preciso in cui la vita nascente diventa persona? Cosa dice la scienza su questo momento iniziale?

(C.S. Macerata)

Risponde Carlo Casini

Questa è la domanda preliminare e fondamentale. Ne è riprova il fatto che essa è continuamente riproposta a coloro che sostengono il diritto della donna di abortire ed essi evitano quasi sempre di rispondere. Evidentemente si tratta di una domanda inquietante.

In effetti in tutto il mondo il confronto è tra la posizione "pro life" e la posizione "pro choice". La prima si fonda sull'affermazione che il concepito è un essere umano diverso dalla madre e lo è fin dal concepimento; la seconda punta tutto sulla libertà della donna, ma per farlo deve negare o almeno dimenticare il figlio. In realtà non è ragionevole stabilire regole e valutare comportamenti senza prima avere risposto. Invece i "pro choice" usano la tecnica argomentativa di femminilizzare, sanitarizzare, cattolicizzare il problema. Per essi l' aborto presenta solo aspetti sanitari: è giusto - dicono - preoccuparsi esclusivamente di effettuarlo in modo sicuro, igienicamente corretto.

L' attenzione è rivolta solo alla donna, alla sua realizzazione, alla sua libertà di procreare, alla sua liberazione dal potere maschile. Se proprio sono costretti a parlare del "prodotto del concepimento" il discorso scivola solo sulla religione: la sua identità umana sarebbe un dogma religioso, un' opinione imposta dalla visione cattolica: il rispetto della vita sarebbe paragonabile ad un atto di culto che non può essere imposto a chi non crede.

Ma nessun genetista sostiene che la vita umana biologicamente comincia in un momento successivo all'incontro tra lo spermatozoo e l' ovocita. Ciò che trenta anni fa era affidato in gran parte alla intuizione e al sentimento, oggi, per i progressi della scienza e della tecnica, è direttamente constatabile da tutti. La scoperta del DNA, dei meccanismi immediatamente successivi alla fecondazione, l' uso sempre più perfezionato dell'ecografia, che consegna ai genitori un autentico servizio fotografico e filmico del loro bambino fin dalle prime settimane di gravidanza, le immagini rilevate con le fibre ottiche, i primi interventi di cura e di chirurgia sul feto ancora chiuso nel seno materno che ne configurano la natura di "paziente", tutto converge a rendere conoscibile il bambino non ancora nato come bambino.

Quando trent' anni fa veniva mostrata l' immagine fotografata da Nilson di un feto di dodici settimane che si succhia il pollice, dicevano che era un falso. Oggi non è più possibile.

Per giustificare l' aborto chirurgico tradizionale per tutto il tempo della gravidanza c'è chi ha sostenuto che il momento della nascita coincide con l' inizio dell'essere umano individuale. E' un assurdo che non merita particolari repliche: con la nascita si attiva la funzione polmonare e quella digestiva, che non identificano certamente l' uomo. Altre non meno importanti funzioni, come ad esempio quella riproduttiva, si attivano molto dopo.

La maggior parte delle leggi permissive distinguono i primi tre mesi dal resto del periodo gestionale al fine di permettere l' IVG nel modo più esteso nel primo periodo e mettere dei limiti in quello successivo. Ma al compimento del terzo mese non accade assolutamente niente di nuovo nel concepito. Nessun salto di qualità.

Nella sentenza 22 gennaio 1973 della Corte Suprema statunitense, che ha introdotto per prima il criterio trimestrale, si spiega che statisticamente nei primi tre mesi l' aborto è meno pericoloso per la donna che il parto. Dopo cambia, statisticamente, la proporzione: l' aborto diviene più rischioso del parto. Dunque -conclude la sentenza- non vi sono ragioni per porre dei limiti alla libera scelta della donna nel primo periodo, mentre in quello successivo è possibile introdurre un freno, ma solo in vista della salute femminile. Come si vede si tratta di un criterio di comodo che non guarda il bambino.

Fino a che non sono comparsi la fecondazione in vitro e la pillola del giorno dopo non c' era bisogno di altri artifizi, perché l' aborto chirurgico avveniva sempre dopo alcune settimane di gravidanza. Ma quando è divenuto possibile generare un figlio in provetta e quindi buttarlo via, sottoporlo a sperimentazioni distruttive, congelarlo; quando l' assunzione di una pillola può eliminare un embrione già formato impedendogli nei primi giorni di vita di raggiungere la mucosa uterina e di impiantarvisi, allora si è elaborata prima la teoria del pre-embrione, poi quella recentissima dell'ootide.

Secondo la prima, la vita umana individuale comincerebbe dopo 14 giorni dal concepimento, quando l' embrione, compiuto il suo viaggio a partire dalla zona ampollare di una delle due tube, dove è avvenuta la fecondazione, ha completato il suo impianto nei tessuti dell'utero. La conferma sarebbe data dal fatto che la divisione gemellare dello zigote non sarebbe più possibile dopo questo momento (in realtà non è più possibile dopo l' inizio dell'impianto a 5-6 giorni dalla fecondazione, non al termine).

Fortunatamente questa teoria del pre-embrione non ha trovato nessuna conferma nella convenzione di bioetica del Consiglio d' Europa firmata nel 1997 ed il suo carattere di artificio utilitaristico è rivelato dallo stesso documento che la introdusse, quel rapporto Warnock elaborato nel 1984 da una commissione di studiosi nominata dal governo inglese, nel cui capitolo relativo alla sperimentazione embrionale, al paragrafo 11 si legge: "Una volta che il processo è incominciato non c'è una particolare parte dello sviluppo che sia più importante di un' altra; tutte sono parte di un processo continuo e, se ogni stadio non si svolge normalmente, al momento giusto, nella giusta sequenza, ogni ulteriore sviluppo cessa. Per questo, biologicamente, nello sviluppo dell'embrione non si può identificare un singolo stadio al di là del quale l' embrione in vitro non dovrebbe essere tenuto vivo.

Abbiamo tuttavia concordato nel ritenere questo un settore nel quale devono essere assunte alcune precise decisioni per calmare l' ansietà diffusa nella pubblica opinione". Successivamente il rapporto Warnock richiama l' opinione che la sperimentazione potrebbe essere consentita "finché l' embrione è incapace di sentire dolore", cioè prima che cominci a svilupparsi il sistema nervoso centrale. Alla fine il rapporto raccomanda di tenere come punto di riferimento la formazione della "stria primitiva", momento situabile attorno al 15° giorno, grosso modo coincidente con il termine dell'annidamento.

Come si vede il criterio non appare ragionevole. Da un lato si afferma la continuità dello sviluppo; dall'altro lato, pur di permettere la sperimentazione distruttiva, si annaspa per trovare un criterio "che tranquillizzi l' opinione pubblica", cioè, che -detta in parole un po' brutali- inganni l' opinione pubblica circa la reale natura dell'embrione, o, quanto meno, le impedisca di fare troppe domande. In effetti, il criterio dell'annidamento o quello della formazione della "stria primitiva" come criteri di umanità sono inaccettabili.

Infatti è piuttosto singolare il criterio che fa dipendere l' identità umana dalla residenza. Per la stessa ragione per la quale non sarebbe essere umano l' embrione non ancora "accasatosi", non dovremmo riconoscere l' umanità dei nomadi, dei senza casa e degli zingari.

Il Comitato nazionale italiano di bioetica è intervenuto più volte sulla questione. Vale la pena riportare alcuni passaggi del suo parere espresso il 28 giugno 1996, confermato nel 2003 e nel 2005, su "identità e statuto dell'embrione umano". Vi si legge: "L'embrione umano è un individuo umano? Più precisamente: l' embrione umano è un individuo umano a pieno titolo?".

La risposta conclusiva, davvero significativa, è la seguente: "Il Comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l' embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone".

A questa conclusione il Comitato è pervenuto dopo aver rilevato che l' embrione "non è una cosa" "dal momento che la sua stessa natura materiale e biologica lo colloca tra gli esseri appartenenti alla specie umana", né può essere collocato su un gradino inferiore rispetto ai già nati, perché una tale tesi "reintroduce, di fatto, surrettiziamente, la legittimità di una discriminazione tra gli esseri umani sulla base del possesso di certe capacità o funzioni", mentre "il semplice possesso della natura umana implica per ogni individuo il fatto di essere persona".

La conclusione sopra riportata è confermata e specificata dal riconoscimento che "l' embrione ha diritto di essere trattato come una persona, ossia nel modo in cui conveniamo debbano essere trattati gli individui della nostra specie sulla cui natura di persona non vi sono dubbi".

Tale parere è stato confermato recentemente, l' 11 aprile 2003, proprio a proposito di una delle più brucianti attuali questioni relative all'embrione, quella della liceità dell'uso (distruttivo) del concepito per ricavarne cellule staminali.

Nel nuovo parere si legge che "gli embrioni umani sono vite umane a pieno titolo" e che "esiste quindi il dovere morale di sempre rispettarli e sempre proteggerli nel loro diritto alla vita indipendentemente dalle modalità con cui siano stati procreati e indipendentemente dal fatto che alcuni di essi possano essere qualificati -con una espressione discutibile perché priva di valenza ontologica- soprannumerari".

Il Comitato si è pronunciato anche sulla questione dei gemelli monozigoti nel medesimo parere del 1996: "a ciascuno dei due gemelli deve essere riconosciuta una piena individualità fin dal loro costituirsi: il primo di essi acquisendo la sua definitiva identità nel momento stesso della fecondazione e l' altro o gli altri, nel momento invece della scissione gemellare".

Più recentemente, per giustificare certe manipolazioni genetiche, qualcuno ha tentato di sostenere la tesi dell'ootide, cioè che debbano passare circa trenta ore dal primo incontro tra lo spermatozoo e l' ovocita perché si possa parlare di una vita umana. Ma gli argomenti sono pretestuosi, perché proprio da quel primo contatto tutto il patrimonio genetico del nuovo individuo si è già costituito.

Altro non se ne può aggiungere. Inoltre tra i cromosomi maschili, quelli femminili e le altre particelle di questa primitiva aggregazione scaturiscono immediatamente relazioni che sono costitutive di un organismo unico e irripetibile. E' un organismo umano. Vi è una coordinazione, un finalismo, uno sviluppo senza salti di continuità. Tutta la vita ha queste caratteristiche.
Che l'inizio della vita umana individuale cominci con la fecondazione trova conferma nel ragionamento giuridico (che propone il principio di eguaglianza tra tutti gli essere umani e il principio di precauzione secondo cui bisogna astenersi da comportamenti che potrebbero produrre effetti negativi, anche quando vi é un dubbio), in quello antropologico (che si interroga sul senso della vita e sul significato della dignità umana) e nella testimonianza di non pochi atti giuridici solenni della modernità (tra i quali anche la sentenza 35/97 della Corte Costituzionale italiana).

Ma c'è un esperimento mentale che tutti possiamo fare. Domandiamoci: "Io quando sono cominciato?". Prima non c'ero ed ora ci sono. Quando è avvenuta la mia creazione? Qual è la cesura tra il nulla e l'esserci? Questo passaggio non può essere che in un punto. Il "big-bang" della mia vita. Se c'è uno sviluppo c'è già una realtà. Se non c'è nulla non c'è nulla. Quale può essere il punto di passaggio se non il concepimento?

Per chiunque volesse approfondire il tema si consiglia la lettura del libro di Carlo Casini: "A trent'anni dalla Legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza" (edizione Cantagalli, 158 pagine, 7,50 Euro).

© Copyright Zenit

1 giugno 2008

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CITTÀ DEL VATICANO

In questi giorni, nei quali si parla tanto su organi di stampa di povertà, di famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese e che chiedono aiuto, Benedetto XVI, ha affermato che in ogni impresa economica e sociale va tenuta presente la persona umana e la sua promozione integrale. E si è appellato a mettere in atto i principi di solidarietà-sussidiarietà.
L’occasione per questo nuovo intervento è stata offerta al Papa dall’udienza alla Fondazione «Centesimus annus» che offre un apporto generoso alle iniziative caritatevoli e sociali della Santa Sede.
Dopo aver elogiato le associazioni di volontariato, le fondazioni senza scopo di lucro, e altri soggetti comunitari che «cercano di rendere sempre più solidale il tessuto sociale», Benedetto XVI ha affermato: «Al centro di ogni programmazione economica, specialmente considerando la vasta e complessa rete di relazioni che caratterizza l’epoca post moderna, ecco che sia sempre presente la persona creata a immagine di Dio da Lui voluta».
Il Papa ha detto che «solo una condivisa cultura della partecipazione responsabile e attiva può permettere ad ogni essere umano di sentirsi non fruitore e passivo testimone ma attivo collaboratore nel processo di sviluppo mondiale».
Questo il seguito del discorso papale: «L’uomo al quale Dio - si legge nella Genesi - ha affidato la terra, ha il compito di far fruttificare tutti i beni terreni per soddisfare ogni molteplice necessità dei membri della famiglia umana. Con l’animo di un fedele amministratore l’uomo deve dunque gestire le risorse da Dio affidategli mettendole a disposizione di tutti». In altre parole «occorre evitare che il profitto sia solo individuale e che forme di collettivismo opprimano la libertà personale. E l’interesse economico e commerciale non deve mai diventare esclusivo perché verrebbe a mortificare di fatto la dignità umana».
Poiché il processo di globalizzazione in atto nel mondo investe sempre più il campo della cultura, della economia, delle finanze e della politica, grande sfida oggi «globalizzare» non solo gli interessi economici e commerciali ma anche le attese di solidarietà nel rispetto e nella valorizzazione dell’apporto di ogni componente della società.
Questa la conclusione del Papa: «La crescita economica non deve essere mai disgiunta dalla ricerca di un integrale sviluppo umano e sociale. A questo riguardo, la Chiesa nella sua dottrina sociale sottolinea l’importanza dell’apporto dei corpi intermedi secondo il principio della sussidiarietà, per contribuire liberamente ad orientare i cambiamenti culturali e sociali e finalizzarli ad un autentico progresso dell’uomo e della collettività.
Nell’Enciclica Spe salvi ho riaffermato che "le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una libera adesione all’ordinamento comunitario"».

© Copyright Il Giornale di Brescia, 1° giugno 2008

In preparazione dell'Anno Paolino: "Pensieri su Paolo" a cura del Prof. Lucio Coco


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In due libri con il Pontefice sui passi di san Paolo (Liut)

CICLO DI CATECHESI DEDICATE A SAN PAOLO APOSTOLO ED ALL'ANNO PAOLINO

ARTICOLI E COMMENTI SU SAN PAOLO APOSTOLO E L'ANNO PAOLINO

Su segnalazione del Prof. Coco, che ringraziamo di cuore per la cortesia e la disponibilita', presentiamo un bel testo della LEV in vista delle Celebrazioni per il bimillenario della nascita di San Paolo, l'Apostolo delle Genti.
R.

Nel quadro delle celebrazioni per l’«Anno Paolino» la Libreria Editrice Vaticana dà alle stampe i Pensieri su Paolo di Papa Benedetto XVI (a cura di Lucio Coco, pp.128, euro 7,50), un volume il cui obiettivo è quello di fornire una lettura di san Paolo attraverso il particolare punto di vista di una raccolta di pensieri e di meditazioni ricavate dai discorsi, dalle omelie e dalle catechesi del Santo Padre.

Le riflessioni di papa Benedetto seguono con attenzione tutta la biografia di Paolo, a partire dall’episodio della conversione, da quell’atto di grazia che ha il potere di trasformare Paolo, rendendolo discepolo di Cristo e apostolo delle genti.
Egli sulla via di Damasco e poi nel corso del successivo ministero ha compreso e sperimentato che la redenzione e la missione sono atti d’amore. L’auspicio è che i pensieri raccolti in questo libro possano accompagnare e guidare il lettore in un simile percorso spirituale e che, come quella di Paolo, anche la sua esistenza risulti autenticamente trasformata dalla conoscenza di Cristo e del suo mistero d’amore.

Firma la prefazione il cardinale, Segretario di Stato, Tarcisio Bertone.

Trovate l'elenco dei testi e delle raccolte di pensieri di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI sul blog "Papa Benedetto XVI: gli speciali del blog"

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All'Angelus, Benedetto XVI affida alla protezione di Maria le vittime in Cina e in Myanmar. Il cuore di Gesù, afferma, è il centro della storia e dell'esistenza per ogni uomo

Un nuovo appello per le catastrofi ambientali e umanitarie che da un mese hanno colpito la Cina e il Myanmar e una preghiera di affidamento alla Madonna per le miserie di ogni tipo che colpiscono il mondo.
Il pensiero di Benedetto XVI all’Angelus domenicale, davanti a circa 40 mila fedeli, si è concluso stamattina con un nuovo atto di solidarietà verso le vittime del ciclone Nargis e del sisma cinese, al termine di una breve riflessione incentrata sul senso spirituale del Sacro Cuore di Gesù, definito “cuore del mondo”, che dilata i limiti della storia. Il servizio di Alessandro De Carolis:


“Vorrei invocare la materna intercessione della Vergine ancora una volta per le popolazioni della Cina e del Myanmar colpite dalle calamità naturali, e per quanti attraversano le tante situazioni di dolore, di malattia e di miseria materiale e spirituale che segnano il cammino dell’umanità”.

Da giorni, il cuore del Papa è in pena per le notizie che arrivano dalla provincia cinese del Sichuan come dall’ex Birmania: notizie di una terra che non sembra volersi placare in Cina e restituisce, giorno per giorno, dimensioni sempre peggiori della devastazione causata dal terremoto, e notizie di una popolazione in grave difficoltà - nel Myanmar - che fatica a ricevere gli aiuti ammassati dal mondo ai suoi confini. Il cuore del Papa è in pena ma è anche un cuore che conosce la forza della consolazione che viene dalla fede, che viene da un cuore più grande e Sacro, quello di Cristo, celebrato nella solennità di venerdì scorso. Pensando a questa festa, terza in successione dal Tempo di Pasqua, dopo quella dedicata alla Santissima Trinità e al Corpus Domini, Benedetto XVI ha osservato:

"Questa successione fa pensare ad un movimento verso il centro: un movimento dello spirito che è Dio stesso a guidare. Dall’orizzonte infinito del suo amore, infatti, Dio ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l’infinito nel finito, il Mistero invisibile e ineffabile nel Cuore umano di Gesù, il Nazareno (…) E questo centro della fede è anche la fonte della speranza nella quale siamo stati salvati, speranza che ho fatto oggetto della seconda Enciclica”.

“Ogni persona - ha proseguito il Papa - ha bisogno di un ‘centro’ della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità”. Ognuno di noi, ha soggiunto:

“Quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo. Invito pertanto ciascuno a rinnovare nel mese di giugno la propria devozione al Cuore di Cristo, valorizzando anche la tradizionale preghiera di offerta della giornata e tenendo presenti le intenzioni da me proposte a tutta la Chiesa”.

Al termine dell’Angelus, Benedetto XVI ha salutato in cinque lingue le decine di migliaia di persone radunate sotto la sua finestra in Piazza San Pietro, fra le quali un gruppo di ministranti provenienti da Ortisei e i membri e i collaboratori della Famiglia Mercedaria.

© Copyright Radio Vaticana

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Decreto con il quale si concede una speciale facoltà per la celebrazione della Conversione di San Paolo Apostolo nell'anno giubilare

Il dizionario di Papa Ratzinger contro le malattie dell’anima (Giansoldati)

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questa sintesi di Salvatore Izzo a proposito delle risposte che il cardinale Bagnasco ha dato ai giornalisti al termine dell'Assemblea generale della Cei.
R.

GOVERNO: BAGNASCO, LO GIUDICHEREMO DAI RISULTATI

(AGI) - CdV, 30 mag. - La Chiesa Italiana si riserva di giudicare l'operato del Governo in risposta alle esigenze del Paese. E' questo in sintesi il messaggio per Berlusconi emerso dall'Assemblea della Cei. Lo ha spiegato il presidente Angelo Bagnasco, che rispondendo ai giornalisti ha chiarito anche di non avere in agenda appuntamenti con il premier ''almeno per ora''.
Il cardinale ha rifiutato pero' di associarsi alle lamentazioni di Famiglia Cristiana riguardo alla scarsa rappresentanza del mondo cattolico nell'Esecutivo. ''I cattolici - ha scandito - non sono necessariamente quelli che vivono all'interno di un'esperienza specifica o di un movimento, grazie a Dio la chiesa e' diffusa sul territorio. Poi noi guardiamo i frutti e i buoni frutti possono venire da qualunque parte''.
Bagnasco ha pure chiarito che ''non era in agenda una riflessione sui risultati elettorali''. ''Prima delle elezioni - ha ricordato - avevo auspicato una forte presa di coscienza in ordine alla partecipazione al voto, come espressione della democrazia, e avevo auspicato qualunque fosse poi l' esito si instaurasse un clima collaborativo e costruttivo, dando voce a quel sentire diffuso della gente che auspicava un impegno di tutti i rappresntanti del Parlamento per affrontare in modo efficace i problemi della gente. Oggi - ha continuato - non posso che notare come un fatto positivo la partecipazione alta all'evento democratico e la spinta di uno spirito costruttivo al di sopra di interessi di parte''. (AGI)
In proposito il presidente della Cei ha rivendicato l'autonomia della Chiesa dal potere politico: ''l'altare - ha detto - non e' al servizio del trono, cosi' come il trono non e' a servizio dell'altare''. La Cei, ha spiegato, non solo rifiuta una visione integralista dei rapporti tra fede e politica ma intende proporre valori condivisibili da tutti. ''Ci sono - ha ricordato il porporato - umanesimi diversi dal punto di vista culturale: c'e' quello di stampo personalista dove la concezione e' sostanzialmente relazionale, e quello di stampo piu' individualista, dove la persona e' un'isola tra le isole. Ma penso - ha aggiunto - che tutte le forze in campo sempre piu' si ispirino a una concezione dove il valore della relazione sia sorgente ispirativa e fondante di decisoni concrete. Non credo assolutamente - ha continuato - al pericolo di una 'religione civile'. In tutto il mondo la fede ha una ricaduta sociale, ma questo non comporta la creazione di una religione a servizio del trono e viceversa. Le tentazioni anche in questo campo sono umane ma noi sappiamo che la laicita' attinge allo stesso Vangelo nel quale riponiamo la nostra fede, e' cioe' un alore radicato, al quale la Chiesa tiene sia per il bene dello Stato che per il bene della Chiesa stessa il cui compito e' sicuramente quello di essere sale e lievito della storia, ma anche luce sopra il candelabro e citta' posta sopra il monte: immagini che sono configurate insieme''.

Del resto, ha sottolineato Bagnasco, ''fede e ragione non parlano linguaggi opposti, ma la ragione viene assunta dalla fede come ci dice Benedetto XVI che e' un attento oltre che capace utilizzatore di questo linguaggio inclusivo''. Ed anche l'immagine del sagrato evocata dal presidente Cei nella prolusuone ''vuole essere un simbolo, l'indicazione che esiste un terreno d'incontro come e' tradizione nella storia del cattolicesimo italiano, per il quale il sagrato e' sempre stato uno spazio di congiunzione e di dialogo tra la Chiesa e il mondo, tra il sacro e il profano, uno spazio di incontro che testimonia la prossimita' della Chiesa, in forme che vanno oltre le comuni iniziative pastorali''.

Esiste pero', ha rilevato il card. Bagnasco in riferimento alle recenti dichiarazioni di Massimo D'Alema, una difficolta' a comprendere questa realta', della quale talvolta si coglie solo ''un'immagine politica''. Per il presidente Cei, ''non ci sono forme e volonta' di ingerenze nelle cose pubbliche. I vescovi semplicemente esercitano il loro magistero sui temi dell'etica, servono serenita' e oggettivita' nel riferirlo, perche' questo possa essere capito''.

I mass media, cioe' ''dovrebbero dare una corretta informazione'' su quanto Papa e vescovi dicono. E se ''e' difficile sintetizzare un'enciclica in un articolo'', come ha ammesso Bagnasco, ''neanche si possono accettare le procomprensioni da parte dei media''.

In tema di comunicazione, ha poi concluso Bagnasco allargando il suo ragionamento all'intero sistema dell'informazione, ''tutti siamo convinti della grande responsabilita' che i mass media hanno in ordine alla formazione della cultura: auspico che prevalga il positivo nella comunicazione delle cose, non perche' vogliamo chiudere gli occhi davanti alla realta' delle cose, nella quale c'e' anche una schiuma negativa, che esiste ma e' appunto schiuma. Sarebbe auspicabile dare un'informazione piu' attenta a cio' che di buono c'e' e che dovrebbe essere riconosiuto''.

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IMMIGRATI: BAGNASCO, CPT NON POSSONO DIVENTARE PERMANENTI

(AGI) - CdV, 30 mag. - ''Cio' che deve essere temporaneo non si allunghi troppo e soprattutto non diventi permanente''. E' questo l'auspicio espresso in merito alla riforma dei Cpt dal presidente della Cei Angelo Bagnasco, che ha parlato di immigrazione nella conferenza stampa conclusiva dell'Assemblea dei vescovi italiani. ''Tutti speriamo - ha detto - che qualunque provvedimento sia varato dal Parlamento si faccia salvo il duplice principio della sicurezza, che giustamente deve essere assicurata ai cittadini, e dell'accoglienza che caratterizza la storia stessa del nostro popolo''. ''Chiedo a voi - ha aggiunto il cardinale rivolto ai giornalisti che gli avevano chiesto di commentare i recenti episodi di intolleranza - chi voglia essere tollerato, penso che si debba parlare di rispetto e accoglienza''. Per Bagnasco ''occorre uno sforzo educativo che non prescinda dal senso della realta' ma nemmeno dimentichi il riferimento ai valori del nostro popolo''.
Le stesse considerazioni il presidente della Cei le ha poi estese al problema degli zingari: ''la Chiesa Italiana - ha ricordato - promuove la Fondazione Migrantes, che nella sua ricca articolazione interna cerca di offrire una risposta pastorale al grande mondo dei migranti e itineranti, con attenzione al mondo degli zingari. La Chiesa, quando puo' farlo, ha persone dedicate questa pastorale''.

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SCUOLE CATTOLICHE: BAGNASCO, ''PUBBLICHE A TUTTI GLI EFFETTI''

(AGI) - CdV, 30 mag.

Il sostegno invocato ieri dal Papa per le scuole cattoliche non viola affatto il dettato costituzuionale. Ne e' convinto il card. Angelo Bagnasco, che nella conferenza stampa conclusiva dell'Assemblea Cei ha ricordato che ''in Italia l'attuale sistema educativo prevede la scuola pubblica'', e non piu' ''la suddivisione tra scuola statale e scuola privata''. ''La scuola pubblica - ha continuato - puo' essere statale o parificata, ma sempre all'interno dell'ordinamento scolastico nazionale del quale lo Stato e' garante.

E se dunque tutte le scuole che rientrano in tale ordinamento fanno servizio pubblico non e' corretta per gli istituti cattolici che rispettano tali requisiti (e sono la stragrande maggioranza) la dizione di scuola privata'', che esclude il sostegno pubblico.
''Come vescovi - ha scandito Bagnasco - auspichiamo che sia riconosciuta la liberta' educativa dei grenitori, cioe' la liberta' che compete loro di offrire la forma educativa che ritengono piu' consona, si tratta di un diritto dovere che nessuno puo' sostituire''. E dunque ''l'intervento a sostegno della scuola cattolica da parte delle Istituzioni non e' un privilegio per quel tipo di scuola ma tiene presente un diritto irrinunciabile''. (AGI)

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ROSARIO IN VATICANO

Il Papa: il Magnificat illumina il senso autentico della storia

In piazza San Pietro la liturgia di chiusura del mese mariano con migliaia di fedeli. Dal Pontefice l’invito a stare «alla scuola di Maria»

DA ROMA MIMMO MUOLO

Anche se maggio è finito, il Papa invita a restare «alla scuola di Maria».
«La sua fe­de – ricorda ai fedeli riuniti in Piaz­za San Pietro per la celebrazione che conclude il mese mariano – le ha fat­to vedere che i troni dei potenti di questo mondo sono tutti provviso­ri, mentre il trono di Dio è l’unica roccia che non muta e che non ca­de ».

E inoltre «il suo Magnificat, a di­stanza di secoli e millenni, resta la più vera e profonda interpretazione della storia, mentre le letture fatte da tanti sapienti di questo mondo sono state smentite dai fatti nel corso dei secoli». Per questo Benedetto XVI raccomanda di continuare a recita­re il Rosario, «una buona abitudine» che consentirà alla «lampada della fede» di brillare «sempre più nel cuo­re dei cristiani e nelle loro case».

E una grande cuore pulsante è di­ventato in effetti, per qualche ora l’abbraccio del Bernini, dove più di 20mila fedeli, fin dal pomeriggio, si sono riuniti (presente anche il car­dinale vicario, Camillo Ruini) per partecipare alla intensa preghiera mariana. Non solo il Rosario, però, perché l’incontro – svoltosi nella fe­sta della Visitazione della Beata Ver­gine Maria e nella memoria del Cuo­re Immacolato di Maria – ha avuto diversi momenti. Innanzitutto la processione dalla Piazza dei Proto­martiri Romani, nella Città del Vati­cano, al Sagrato Superiore della Ba­silica Vaticana, durante la quale è sta­ta elevata la preghiera del Santo Ro­sario.
Poi il rito è proseguito con u­na celebrazione della Parola, che si è conclusa con la riflessione del Pon­tefice e la sua benedizione.

È la prima volta che la conclusione del mese mariano si tiene in Piazza San Pietro con la presenza di Bene­detto XVI. «Negli anni passati – ave­va spiegato in mattinata il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Ba­silica Vaticana, in una intervista alla Radio Vaticana – la celebrazione av­veniva presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, e alla conclu­sione il Santo Padre scendeva e pro­nunciava un suo discorso. Sempre, però, si poneva il problema: molti volevano venire, ma non tutti pote­vano entrare. E allora, per andare in­contro alla gente che desidera chiu­dere il mese mariano insieme al Pa­pa, è nata spontaneamente questa idea: trasferiamoci in Piazza San Pie­tro. Il Papa è stato felice di accoglie­re questa idea e ha dato la sua bene­dizione, e il Vicariato di Roma e il Vi­cariato dello Stato della Città del Va­ticano, insieme, hanno promosso questa iniziativa».

Moltissimi i fedeli che hanno rispo­sto all’invito. Durante la recita del Rosario, la statua della Madonna è stata portata in processione attra­verso i reparti della Piazza, quasi a ri­petere simbolicamente il viaggio di prossimità e di servizio che Maria in­traprese per andare ad aiutare la sua parente Elisabetta, quando seppe che quest’ultima, seppure anziana, aspettava un bambino. Il Vangelo proclamato durante la celebrazione, infatti, è stato proprio quello della visitazione.
E il Papa, commentan­dolo, specie in riferimento al Magni­­ficat, ha fatto notare: «Maria ricono­sce la grandezza di Dio. Questo è il primo indispensabile sentimento della fede; il sentimento che dà si­curezza all’umana creatura e la libe­ra dalla paura, pur in mezzo alle bu­fere della storia». La Madonna, dun­que, ha aggiunto Benedetto XVI, «andando oltre la superficie, vede con gli occhi della fede l’opera di Dio nella storia». Perciò il Pontefice ha invitato a tener presente la lezione della Vergine.
«Torniamo a casa con il Magnificat nel cuore – ha esortato –. Portiamo in noi i medesimi sentimenti di lode e di ringraziamento di Maria verso il Signore, la sua fede e la sua speran­za, il suo docile abbandono nelle ma­ni della Provvidenza divina. Imitia­mo il suo esempio di disponibilità e generosità nel servire i fratelli. Solo, infatti, accogliendo l’amore di Dio e facendo della nostra esistenza un servizio disinteressato e generoso al prossimo, potremo elevare con gioia un canto di lode al Signore».

© Copyright Avvenire, 1° giugno 2008

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SI È CONCLUSO SENZA CLAMORI IL MESE DEDICATO A MARIA

Voglia nuova del Rosario. Dentro il respiro di Dio

MARINA CORRADI

Un amico racconta di sua nonna e del suo andare, nelle sere di maggio, a dire il Rosario in cortile con le vicine, dieci donne sedute su una fila di sedie davanti alla cucina.
«Quanto tempo fa ?», domandi tu, immaginando un ricordo vecchio di lustri. Ma no, risponde l’amico, il Rosario mia nonna lo dice nel cortile della sua casa a Lambrate, in queste sere di maggio. Lambrate è quella periferia di Milano sotto la verticale degli aerei che decollano da Linate.
Ogni tre minuti sopra la testa la prua di un jet che si alza rombando. Accanto, le sei corsie della Tangenziale gonfie di traffico incolonnato; sotto, le acque livide del Lambro. Quel quartiere, a vederlo, sembra l’icona grigia di una modernità senza memoria. E che invece – ancora, o di nuovo – ci si dica il Rosario nei cortili, ti stupisce.
È finito ieri maggio, e, al di là della celebrazione del Papa a San Pietro, sui giornali di mese mariano non hai letto.

Eppure, tuttavia, bastava entrare in una chiesa qualunque d’Italia in questi giorni per trovare la sera decine e decine di persone che recitavano l’Ave Maria. Oppure sgranavano quell’antica catena a casa loro, e nei conventi, negli ospedali, a bassa voce, con parole da secoli uguali. Il Rosario continua a essere detto, pianamente, senza clamore, da una massa non piccola, ma mediaticamente invisibile.

I dotti, gli intellettuali guardano con educato compatimento a chi è fedele alla preghiera più umile, a quel ripetere semplice e monotono. Già al pregare, di questi tempi, si guarda come a qualcosa di infantile – non è da uomini moderni inginocchiarsi, e domandare. Ma, poi, la preghiera delle donne e dei vecchi, quel ridire le stesse parole in una cadenza regolare scorrendo lenta fra le mani la corona, pare a molti un gesto desueto in giorni in cui le nostre dita fanno agilmente zapping, mandano sms, digitano email. («Il Rosario – scrisse Romano Guardini – appartiene al popolo credente come il lavoro e il pane, ma appena l’uomo cade nell’inquietudine del ragionamento o della vita moderna, ne perde l’abitudine»).

E però l’abitudine non è perduta.
Vive e si trasmette ancora, e non a pochi, benché sia pubblicamente 'invisibile'. È un filo tenace quasi la corona cui per secoli le nostre donne si sono aggrappate come a una fune per non precipitare – quando il marito era al fronte, quando un figlio era malato. Molti di noi ricordano ancora queste donne col Rosario in mano, simbolo di un affetto silenzioso e paziente, senza bisogno di troppe ragioni o parole.

Come aderendo, nella preghiera a quella donna in cui Cristo si fece carne – a quella donna fattasi terra perché Dio si facesse uomo – a un modello diverso dal principio maschile che ci domina: diverso da quel 'fare, produrre, pianificare il mondo e semmai fabbricarlo da sé, senza dover niente a nessuno', come ha scritto Joseph Ratzinger.

A cosa serve, sorridono i sapienti, quel mormorare parole neanche proprie, neanche 'spontanee', ma ricalcare invece i Misteri della vita di Cristo e l’Ave Maria, e invocare 'Regina della Pace', e 'Stella del mattino', in una litania che all’estraneo sembra una automatica nenia?
Non sanno, i dotti, ciò che è chiaro se ascolti i pellegrini a Lourdes, o i poveri che dicono il Rosario in una notte africana assediata da una guerra civile: quelle parole antiche sono insieme invocazione, contemplazione, speranza. Sono un restare, un riposare dentro il respiro di Dio. Come essere presi in braccio, bambini, dalla madre.
Stanchi, trovare misericordia. E poi abbracciati, confortati, riprendere a camminare.

© Copyright Avvenire, 1° giugno 2008

"Ogni persona ha bisogno di un "centro" della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nella fatica della quotidianità"

Clicca qui per leggere le parole del Santo Padre alla recita dell'Angelus.

ANGELUS DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

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La grandezza semplice e sublime di Maria, il suo cuore limpido, la sua fede senza ombre e senza incrinature: sono le caratteristiche della Beata Vergine ricordate ieri sera dal Papa, durante la celebrazione per la conclusione del Mese mariano. Quest’anno, il rito si è svolto per la prima volta in Piazza San Pietro, affollata di fedeli che hanno recitato il Santo Rosario, mentre la statua della Madonna veniva portata in processione lungo il colonnato. Il servizio di Isabella Piro:

Le fiaccole dei fedeli sfiorate dal vento e la cupola di San Pietro, sullo sfondo, ad illuminare il cuore di tutti: è stato un Rosario suggestivo quello che ha concluso il mese mariano ieri sera, giorno in cui, ha ricordato il Papa, si celebrava la festa della Visitazione della Beata Vergine e la memoria del Cuore Immacolato di Maria. Ricorrenze, ha sottolineato Benedetto XVI, che ci invitano a volgere con fiducia lo sguardo e le preghiere alla Madre di Dio:

"Il Rosario, quando non è meccanica ripetizione di formule tradizionali, è una meditazione biblica che ci fa ripercorrere gli eventi della vita del Signore in compagnia della Beata Vergine, conservandoli, come Lei, nel nostro cuore".
Poi, la riflessione del Papa si è spostata sul Vangelo di Luca, che racconta la visita di Maria all’anziana cugina Elisabetta, in avanzato stato di gravidanza. Un gesto che rivela “la grandezza semplice e sublime di Maria”, ha continuato Benedetto XVI, e che fa esclamare alla stessa Elisabetta: “Benedetta tu fra le donne, benedetto il frutto del tuo grembo”. Parole che potrebbero apparire sproporzionate, ha aggiunto il Papa, in un mondo in cui “contano altre persone e pesano altri poteri”, ma a al quale Maria risponde in modo sorprendente, con il Magnificat:

"Maria ancora una volta ci stupisce; il suo cuore è limpido, totalmente aperto alla luce di Dio; la sua anima è senza peccato, non appesantita dall’orgoglio e dall’egoismo. Le parole di Elisabetta accendono nel suo spirito un cantico di lode, che è un’autentica e profonda lettura 'teologica' della storia: una lettura che noi dobbiamo continuamente imparare da Colei la cui fede è senza ombre e senza incrinature. 'L’anima mia magnifica il Signore'. Maria riconosce la grandezza di Dio. Questo è il primo indispensabile sentimento della fede; il sentimento che dà sicurezza all’umana creatura e la libera dalla paura, pur in mezzo alle bufere della storia".
In questo modo, ha continuato Benedetto XVI, la Vergine “vede” con gli occhi della fede l’opera di Dio nella storia, andando oltre la superficie:

"Per questo è Beata, perché ha creduto: per la fede, infatti, ha accolto la Parola del Signore e ha concepito il Verbo incarnato. La sua fede Le ha fatto vedere che i troni dei potenti di questo mondo sono tutti provvisori, mentre il trono di Dio è l’unica roccia che non muta e non cade. E il suo Magnificat, a distanza di secoli e millenni, resta la più vera e profonda interpretazione della storia, mentre le letture fatte da tanti sapienti di questo mondo sono state smentite dai fatti nel corso dei secoli".
Di qui, l’invito finale del Papa ad imitare l’esempio di Maria e a tornare a casa “con il Magnificat nel cuore”:

"Portiamo in noi i medesimi sentimenti di lode e di ringraziamento di Maria verso il Signore, la sua fede e la sua speranza, il suo docile abbandono nelle mani della Provvidenza divina. Imitiamo il suo esempio di disponibilità e generosità nel servire i fratelli. Solo, infatti, accogliendo l’amore di Dio e facendo della nostra esistenza un servizio disinteressato e generoso al prossimo, potremo elevare con gioia un canto di lode al Signore".

© Copyright Radio Vaticana

"La fede ha mostrato a Maria che i troni dei potenti di questo mondo sono provvisori, mentre il trono di Dio è l'unica roccia che non muta e non cade"

Clicca qui per leggere le parole pronunciate dal Papa in occasione della Celebrazione a conclusione del mese mariano.

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Emergenza educativa/2

Benedetto XVI una soluzione ce l'ha e non è affatto male

di Stefano Fontana

Il papa, parlando all’assemblea dei vescovi italiani, si è rivolto come sempre ai suoi “confratelli nell’episcopato”. Però il suo interlocutore era il popolo italiano, cattolici e non, nella convinzione che “le prospettive che nascono dalla nostra fede possono offrire un contributo fondamentale al chiarimento e alla soluzione dei maggiori problemi sociali e morali dell’Italia di oggi”. Quali sono le condizioni perché questo avvenga? Come deve parlare la Chiesa affinché gli italiani la ascoltino e cosa devono pensare gli italiani perché i discorsi della Chiesa diventino interessanti? La Chiesa deve evitare il moralismo, ossia indicare valori morali senza tenere conto dei bisogni reali, gli italiani devono evitare il pragmatismo, ossia pretendere di soddisfare i bisogni reali senza tenere conto dei valori morali e religiosi. Non si riuscirà a riempire la pancia senza essere anche buoni, e cittadini con la pancia vuota non avranno tempo di essere buoni. Ogni costo umano ha un costo economico, ogni costo economico ha riflessi umani. La ripresa dell’Italia nascerà solo da un incontro tra bisogni e valori.

Ora, nel discorso del papa alla CEI ci viene fornito un esempio concreto di come bisogni e valori possano – e debbano – richiamarsi a vicenda. Il papa ha fatto due forti richiami: uno alla “emergenza educativa” e l’altro alla “parità scolastica”. Questi due temi si intrecciano in modo molto significativo tra loro ed anche con una necessità oggi all’attenzione del governo italiano: la riforma della pubblica amministrazione. Vediamo come valori e bisogni qui si incontrino in modo singolare.

Spreco di risorse materiali ed umane, inadeguata valorizzazione della famiglia come risorsa da utilizzare nell’educazione dei giovani, mortificazione della volontà di partecipazione e di creatività educativa, appiattimento dei programmi scolastici su una grigia “medietà” che vada bene per tutti gli utenti sono elementi che si intrecciano tra loro e che provocano insieme indebolimento educativo ed erosione di risorse.

Una concreta libertà di educazione, resa reale anche sul piano economico, permetterebbe alla pubblica amministrazione di risparmiare perché una scuola non statale costa la metà di una statale e nello stesso tempo di stimolare proposte educative emergenti dalla società civile, senza imbavagliarle nella burocrazia statale, con tutti i suoi pesi e le sue lentezze.

Il papa ha detto: “In uno stato democratico che si onora di promuovere la libera iniziativa in ogni campo, non sembra giustificarsi l’esclusione di un adeguato sostegno all’impegno delle istituzioni ecclesiastiche nel campo scolastico. E’ legittimo infatti domandarsi se non gioverebbe alla qualità dell’insegnamento lo stimolante confronto tra centri formativi diversi suscitati, nel rispetto dei programmi ministeriali validi per tutti , da forze popolari multiple, preoccupate di interpretare le scelte educative delle singole famiglie”.

Il ministro Brunetta sta per presentare un piano di riforma della pubblica amministrazione. Un milione di lavoratori pubblici è impiegato nella scuola. Se un istituto comprensivo ha il “monopolio” dell’istruzione in un certo territorio è logico che i bidelli vadano a fare la spesa in orario di lavoro e che gli insegnanti battano la fiacca. Le famiglie non hanno alternativa, mentre bisognerebbe conferire proprio a loro il potere di decretare la validità di una scuola.

Chi non vede che simili situazioni non solo sono uno spreco economico, ma anche un impoverimento di proposta educativa, elemento non secondario di una emergenza che è sotto gli occhi di tutti? Chi non vede che qui c’è la ragione primaria della improduttività della nostra scuola rispetto agli altri paesi europei, come testimoniano ogni anno i rapporti dell’OCSE? Chi non vede che questa è, a sua volta, una delle cause del ritardo generale del nostro paese, di questo affannarsi arrancando, consci delle nostre potenzialità e demoralizzati per le zavorre di cui non riusciamo a liberarci?

La richiesta fatta dal papa di una concreta libertà di educazione, improntata certamente a dei valori, come la centralità della famiglia nella educazione dei figli o la necessità di una più chiara educazione morale dei giovani, risponde però anche a dei bisogni, come un più stimolante pluralismo educativo, una maggiore creatività didattica, la smobilitazione di posizioni di rendita e di garanzia per i nullafacenti, un risparmio di risorse economiche da dedicare allo sviluppo.

Una Chiesa moralista non si fa ascoltare. Ma una Chiesa che mostra l’incontro tra bisogni umani e valori del vangelo, sì. L’autorevolezza di quanto dice il papa agli occhi degli italiani dipende anche da questo. Benedetto XVI lo sa e non sbaglia un colpo.

© Copyright L'Occidentale, 1° giugno 2008

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Il leader iraniano e alcuni capi di Stato a Roma tra il 3 e il 5 giugno Ma Benedetto XVI non ha in calendario alcun appuntamento

Roma Dopo quella di un incontro bilaterale con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, salta anche l'ipotesi di un'udienza del Papa per il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, che sarà a Roma dal 3 al 5 giugno prossimo per il vertice della Fao sulla crisi alimentare mondiale. Ahmadinejad, ha detto ieri il portavoce del governo di Teheran, Gholam-Hossein Elham, «non ha chiesto incontri né con le autorità di governo italiane né con il pontefice». Pertanto il presidente «prenderà solo parte al vertice».
Ahmadinejad partirà per Roma il 3 giugno: nel tardo pomeriggio è in programma un incontro con alcune grandi aziende italiane con ruoli importanti nei tradizionali rapporti economici tra i due Paesi. Nel 2007 l'interscambio è stato di 5,7 miliardi di euro, una cifra che ha fatto dell'Italia il primo partner commerciale della Repubblica islamica.
Il governo italiano aveva già escluso nei giorni scorsi lo svolgimento di incontri bilaterali sia tra Ahmadinejad e Berlusconi, sia tra il presidente iraniano e il ministro degli Esteri Franco Frattini, secondo il quale «non può essere un interlocutore dell'Italia chi dice che Israele debba essere cancellata dalla carta geografica». Ma la porta non è completamente chiusa. «Facciano un passo serio», ha affermato Frattini appellandosi alle autorità di Teheran, sottolineando che «l'Italia è un Paese moderato e pronto a dialogare con tutti». Alla Repubblica islamica l'Italia, insieme alla comunità internazionale, chiede che accetti di sospendere l'attività di arricchimento dell'uranio nell'ambito del suo programma nucleare, come disposto da quattro risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Per quanto riguarda il Vaticano, nei giorni scorsi erano circolate voci di una richiesta di un incontro di Ahmadinejad con Benedetto XVI presentata dall'ambasciata iraniana presso la Santa Sede. Ma oggi, dopo la smentita del portavoce del governo iraniano, anche fonti diplomatiche accreditate presso il Vaticano hanno detto che la Santa Sede è orientata a non ricevere nessuno dei capi di Stato che interverranno al vertice della Fao. Dopo una settimana di contatti diplomatici, alla fine, vista l'impossibilità di organizzare un'udienza collettiva, la diplomazia vaticana ha chiarito la situazione: papa Benedetto XVI non riceverà nessuno dei capi di Stato che saranno al vertice della Fao di Roma. L'indiscrezione, avvalorata dal successivo silenzio della Santa Sede, è filtrata da fonti diplomatiche straniere ieri mattina, proprio mentre Teheran spiegava che il presidente Ahmadinejad non aveva fatto nessuna richiesta di udienza al Pontefice e quindi non lo avrebbe visto.
Il Vaticano nei giorni scorsi si è speso senza risparmio di energie per cercare di accontentare le richieste arrivate da sette-otto capi di Stato di essere ricevuti da Benedetto XVI. Anche se oggi Teheran ha smentito, sembra che tra i presidenti interessati a parlare con papa Ratzinger ci fosse proprio Ahmadinejad: gli altri nomi circolati sono quelli della presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner, del boliviano Evo Morales, del brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e di alcuni capi di Stato africani. Nessuna ambasciata coinvolta ha però mai confermato o smentito ufficialmente tali richieste. Il Papa sarebbe stato disponibile – a quanto si è appreso – a un'udienza collettiva, forse anche per diluire l'impatto mediatico e politico che un eventuale faccia a faccia con il leader iraniano avrebbe provocato nel mondo, dato il clima di tensione che caratterizza i rapporti tra Iran e Occidente sia sul nucleare che su Israele. L'ipotesi di udienza collettiva si è tuttavia rivelata impraticabile non solo per ragioni logistiche (non tutti i presidenti sarebbero stati a Roma negli stessi giorni) ma anche perché alcuni di loro – pare lo stesso Ahmadinejad – avrebbero insistito per un colloquio a quattr'occhi.
Ratzinger ha un calendario di incontri e di lavoro definito da tempo e si è rivelato impossibile, e forse anche inopportuno, inserire, in tempi così stretti, otto o più udienze private per capi di Stato stranieri. Il problema di scegliere qualcuno a discapito di altri – a quanto si è appreso – nemmeno si è posto. O «sì» a tutti o «no» a tutti, ha ragionato la diplomazia della Santa Sede. Così, alla fine, almeno stando alle fonti diplomatiche, è prevalsa la decisione di non ricevere in udienza pontificia alcun presidente. Non è escluso che qualche personalità o Capo di Stato, presente al vertice Fao, possa alla fine avere colloqui con il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone.

© Copyright Eco di Bergamo, 1° giugno 2008

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Il Papa non incontrerà Ahmadinejad

di Andrea Tornielli

Alla fine, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad non vedrà Benedetto XVI. Dopo giorni di annunci e smentite, di indiscrezioni e discussioni, è ormai certo che per il capo del governo di Teheran non ci sarà quell’incontro a tu per tu che desiderava avere con il Pontefice, in occasione del summit della Fao che si terrà la prossima settimana, dal 3 al 5 giugno a Roma.
Vista l’impossibilità di soddisfare le tante richieste dei capi di Stato e di governo presenti nella capitale in quei giorni, e vista pure l’impossibilità di organizzare un’udienza collettiva, nel corso della quale il Papa avrebbe potuto riceverli in Vaticano, si è preferito lasciar perdere. Qualche incontro bilaterale con singoli leader che parteciperanno al vertice Fao ci sarà, ma a rappresentare la Santa Sede al massimo livello sarà il segretario di Stato Tarcisio Bertone, «primo ministro» di Ratzinger. Ahmadinejad, ha dichiarato ieri il portavoce del governo di Teheran, Gholam-Hossein Elham, «non ha chiesto incontri né con le autorità di governo italiane né con il Pontefice». Pertanto il Presidente «prenderà solo parte al vertice», ha aggiunto Elham, citato dall’agenzia Fars, confermando che Ahmadinejad partirà per Roma il 3 giugno, giornata di apertura del summit, e nel tardo pomeriggio dello stesso giorno incontrerà alcune grandi aziende italiane con ruoli importanti nei tradizionali rapporti economici tra i due Paesi.
In realtà, al di là delle dichiarazioni ufficiali che arrivano dall’Iran, Mohammad Javad Faridzadeh, ambasciatore iraniano presso la Santa Sede, aveva inviato la richiesta alla segreteria di Stato vaticana per un’udienza papale ad Ahmadinejad. Altri presidenti erano interessati a incontrare Benedetto XVI: le indiscrezioni citano i nomi della presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner, del boliviano Evo Morales, del brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva e di alcuni capi di Stato africani. Troppe le udienze che il Papa avrebbe dovuto concedere nel giro di tre giorni. L’ipotesi dell’incontro collettivo, che avrebbe anche evitato l’enfasi del faccia a faccia con Ahmadinejad, capo di governo che ha chiesto la cancellazione di Israele dalla carta geografica, era stata la soluzione scelta fin dall’inizio dal Vaticano ma si è dimostrata impraticabile, dato che i presidenti arriveranno a Roma in momenti diversi.
Erano state fonti della stampa a Teheran a rivelare nei giorni scorsi che Ahmadinejad avrebbe voluto incontrare Ratzinger per presentargli un «pacchetto» di proposte con il quale il suo governo intenderebbe risolvere diversi problemi a livello mondiale per promuovere la pace. Il documento, che tocca vari argomenti tra cui quello della democrazia e quello della sicurezza, è già stato inviato nelle ultime settimane al Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e ai governi delle grandi potenze.
Per quanto riguarda l’opportunità politica dell’incontro, sulla quale si è discusso in questi giorni Oltretevere, il Vaticano non ha di per sé pregiudiziali negative. Ahmadinejad è un capo di governo e la Santa Sede non rinuncia alla possibilità di dialogare con chiunque, soprattutto se su posizioni diverse dalle proprie. Lo scorso 6 novembre, Benedetto XVI ricevette in udienza il re dell’Arabia Saudita Abdullah II, leader di uno dei Paesi islamici dove la libertà religiosa e di culto è meno rispettata.
Inoltre, il 27 dicembre 2006, Ratzinger aveva ricevuto il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki, che gli consegnava un messaggio di Ahmadinejad dedicato alla spiritualità nel mondo odierno e al dialogo tra religioni. Non c’è dubbio, però, che l’impossibilità tecnica di rispondere positivamente a tutte le richieste dei leader presenti al summit della Fao e l’impraticabilità dell’incontro collettivo che la diplomazia d’Oltretevere aveva proposto fin dall’inizio, hanno sollevato da un certo imbarazzo i più stretti collaboratori del Pontefice.

© Copyright Il Giornale, 1° giugno 2008 consultabile online anche qui.

Il Papa non incontrerà Ahmadinejad. Consiglio ai giornaloni: trovare nuove fonti interne al Vaticano...le rane sono annegate :-)

Cari amici, c'e' un certo stupore sui giornali di oggi perche' Benedetto XVI ha deciso di non incontrare il presidente iraniano (come non vedra' alcun Capo di Stato presente al vertice Fao).
Che cosa c'e' di cui meravigliarsi?
Ah gia'! Sono giorni che i giornaloni danno per scontata l'udienza ad Ahmadinejad grazie alle solite "soffiate" di rane dalla bocca larga interne al Vaticano.
Questa volta le rane hanno toppato e forse e' ora che si ritirino a vita privata :-)
Chissa' quanti articoli di biasimo erano gia' pronti, chissa' che cosa avremmo letto all'indomani dell'udienza...come mi dispiace!

:-)))