2 giugno 2008

Quando inizia la vita? Dalla legge sull'aborto alla cultura della vita (Zenit)


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Quando inizia la vita?

Dalla legge sull'aborto alla cultura della vita

ROMA, domenica, 1° giugno 2008 (ZENIT.org).

Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la risposta alla domanda di un lettore di Carlo Casini, già magistrato di Cassazione e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. Casini è anche Presidente del Movimento per la Vita italiano, membro della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum" di Roma.

* * *

Quando nasce l'essere umano? Si può determinare il momento preciso in cui la vita nascente diventa persona? Cosa dice la scienza su questo momento iniziale?

(C.S. Macerata)

Risponde Carlo Casini

Questa è la domanda preliminare e fondamentale. Ne è riprova il fatto che essa è continuamente riproposta a coloro che sostengono il diritto della donna di abortire ed essi evitano quasi sempre di rispondere. Evidentemente si tratta di una domanda inquietante.

In effetti in tutto il mondo il confronto è tra la posizione "pro life" e la posizione "pro choice". La prima si fonda sull'affermazione che il concepito è un essere umano diverso dalla madre e lo è fin dal concepimento; la seconda punta tutto sulla libertà della donna, ma per farlo deve negare o almeno dimenticare il figlio. In realtà non è ragionevole stabilire regole e valutare comportamenti senza prima avere risposto. Invece i "pro choice" usano la tecnica argomentativa di femminilizzare, sanitarizzare, cattolicizzare il problema. Per essi l' aborto presenta solo aspetti sanitari: è giusto - dicono - preoccuparsi esclusivamente di effettuarlo in modo sicuro, igienicamente corretto.

L' attenzione è rivolta solo alla donna, alla sua realizzazione, alla sua libertà di procreare, alla sua liberazione dal potere maschile. Se proprio sono costretti a parlare del "prodotto del concepimento" il discorso scivola solo sulla religione: la sua identità umana sarebbe un dogma religioso, un' opinione imposta dalla visione cattolica: il rispetto della vita sarebbe paragonabile ad un atto di culto che non può essere imposto a chi non crede.

Ma nessun genetista sostiene che la vita umana biologicamente comincia in un momento successivo all'incontro tra lo spermatozoo e l' ovocita. Ciò che trenta anni fa era affidato in gran parte alla intuizione e al sentimento, oggi, per i progressi della scienza e della tecnica, è direttamente constatabile da tutti. La scoperta del DNA, dei meccanismi immediatamente successivi alla fecondazione, l' uso sempre più perfezionato dell'ecografia, che consegna ai genitori un autentico servizio fotografico e filmico del loro bambino fin dalle prime settimane di gravidanza, le immagini rilevate con le fibre ottiche, i primi interventi di cura e di chirurgia sul feto ancora chiuso nel seno materno che ne configurano la natura di "paziente", tutto converge a rendere conoscibile il bambino non ancora nato come bambino.

Quando trent' anni fa veniva mostrata l' immagine fotografata da Nilson di un feto di dodici settimane che si succhia il pollice, dicevano che era un falso. Oggi non è più possibile.

Per giustificare l' aborto chirurgico tradizionale per tutto il tempo della gravidanza c'è chi ha sostenuto che il momento della nascita coincide con l' inizio dell'essere umano individuale. E' un assurdo che non merita particolari repliche: con la nascita si attiva la funzione polmonare e quella digestiva, che non identificano certamente l' uomo. Altre non meno importanti funzioni, come ad esempio quella riproduttiva, si attivano molto dopo.

La maggior parte delle leggi permissive distinguono i primi tre mesi dal resto del periodo gestionale al fine di permettere l' IVG nel modo più esteso nel primo periodo e mettere dei limiti in quello successivo. Ma al compimento del terzo mese non accade assolutamente niente di nuovo nel concepito. Nessun salto di qualità.

Nella sentenza 22 gennaio 1973 della Corte Suprema statunitense, che ha introdotto per prima il criterio trimestrale, si spiega che statisticamente nei primi tre mesi l' aborto è meno pericoloso per la donna che il parto. Dopo cambia, statisticamente, la proporzione: l' aborto diviene più rischioso del parto. Dunque -conclude la sentenza- non vi sono ragioni per porre dei limiti alla libera scelta della donna nel primo periodo, mentre in quello successivo è possibile introdurre un freno, ma solo in vista della salute femminile. Come si vede si tratta di un criterio di comodo che non guarda il bambino.

Fino a che non sono comparsi la fecondazione in vitro e la pillola del giorno dopo non c' era bisogno di altri artifizi, perché l' aborto chirurgico avveniva sempre dopo alcune settimane di gravidanza. Ma quando è divenuto possibile generare un figlio in provetta e quindi buttarlo via, sottoporlo a sperimentazioni distruttive, congelarlo; quando l' assunzione di una pillola può eliminare un embrione già formato impedendogli nei primi giorni di vita di raggiungere la mucosa uterina e di impiantarvisi, allora si è elaborata prima la teoria del pre-embrione, poi quella recentissima dell'ootide.

Secondo la prima, la vita umana individuale comincerebbe dopo 14 giorni dal concepimento, quando l' embrione, compiuto il suo viaggio a partire dalla zona ampollare di una delle due tube, dove è avvenuta la fecondazione, ha completato il suo impianto nei tessuti dell'utero. La conferma sarebbe data dal fatto che la divisione gemellare dello zigote non sarebbe più possibile dopo questo momento (in realtà non è più possibile dopo l' inizio dell'impianto a 5-6 giorni dalla fecondazione, non al termine).

Fortunatamente questa teoria del pre-embrione non ha trovato nessuna conferma nella convenzione di bioetica del Consiglio d' Europa firmata nel 1997 ed il suo carattere di artificio utilitaristico è rivelato dallo stesso documento che la introdusse, quel rapporto Warnock elaborato nel 1984 da una commissione di studiosi nominata dal governo inglese, nel cui capitolo relativo alla sperimentazione embrionale, al paragrafo 11 si legge: "Una volta che il processo è incominciato non c'è una particolare parte dello sviluppo che sia più importante di un' altra; tutte sono parte di un processo continuo e, se ogni stadio non si svolge normalmente, al momento giusto, nella giusta sequenza, ogni ulteriore sviluppo cessa. Per questo, biologicamente, nello sviluppo dell'embrione non si può identificare un singolo stadio al di là del quale l' embrione in vitro non dovrebbe essere tenuto vivo.

Abbiamo tuttavia concordato nel ritenere questo un settore nel quale devono essere assunte alcune precise decisioni per calmare l' ansietà diffusa nella pubblica opinione". Successivamente il rapporto Warnock richiama l' opinione che la sperimentazione potrebbe essere consentita "finché l' embrione è incapace di sentire dolore", cioè prima che cominci a svilupparsi il sistema nervoso centrale. Alla fine il rapporto raccomanda di tenere come punto di riferimento la formazione della "stria primitiva", momento situabile attorno al 15° giorno, grosso modo coincidente con il termine dell'annidamento.

Come si vede il criterio non appare ragionevole. Da un lato si afferma la continuità dello sviluppo; dall'altro lato, pur di permettere la sperimentazione distruttiva, si annaspa per trovare un criterio "che tranquillizzi l' opinione pubblica", cioè, che -detta in parole un po' brutali- inganni l' opinione pubblica circa la reale natura dell'embrione, o, quanto meno, le impedisca di fare troppe domande. In effetti, il criterio dell'annidamento o quello della formazione della "stria primitiva" come criteri di umanità sono inaccettabili.

Infatti è piuttosto singolare il criterio che fa dipendere l' identità umana dalla residenza. Per la stessa ragione per la quale non sarebbe essere umano l' embrione non ancora "accasatosi", non dovremmo riconoscere l' umanità dei nomadi, dei senza casa e degli zingari.

Il Comitato nazionale italiano di bioetica è intervenuto più volte sulla questione. Vale la pena riportare alcuni passaggi del suo parere espresso il 28 giugno 1996, confermato nel 2003 e nel 2005, su "identità e statuto dell'embrione umano". Vi si legge: "L'embrione umano è un individuo umano? Più precisamente: l' embrione umano è un individuo umano a pieno titolo?".

La risposta conclusiva, davvero significativa, è la seguente: "Il Comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l' embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone".

A questa conclusione il Comitato è pervenuto dopo aver rilevato che l' embrione "non è una cosa" "dal momento che la sua stessa natura materiale e biologica lo colloca tra gli esseri appartenenti alla specie umana", né può essere collocato su un gradino inferiore rispetto ai già nati, perché una tale tesi "reintroduce, di fatto, surrettiziamente, la legittimità di una discriminazione tra gli esseri umani sulla base del possesso di certe capacità o funzioni", mentre "il semplice possesso della natura umana implica per ogni individuo il fatto di essere persona".

La conclusione sopra riportata è confermata e specificata dal riconoscimento che "l' embrione ha diritto di essere trattato come una persona, ossia nel modo in cui conveniamo debbano essere trattati gli individui della nostra specie sulla cui natura di persona non vi sono dubbi".

Tale parere è stato confermato recentemente, l' 11 aprile 2003, proprio a proposito di una delle più brucianti attuali questioni relative all'embrione, quella della liceità dell'uso (distruttivo) del concepito per ricavarne cellule staminali.

Nel nuovo parere si legge che "gli embrioni umani sono vite umane a pieno titolo" e che "esiste quindi il dovere morale di sempre rispettarli e sempre proteggerli nel loro diritto alla vita indipendentemente dalle modalità con cui siano stati procreati e indipendentemente dal fatto che alcuni di essi possano essere qualificati -con una espressione discutibile perché priva di valenza ontologica- soprannumerari".

Il Comitato si è pronunciato anche sulla questione dei gemelli monozigoti nel medesimo parere del 1996: "a ciascuno dei due gemelli deve essere riconosciuta una piena individualità fin dal loro costituirsi: il primo di essi acquisendo la sua definitiva identità nel momento stesso della fecondazione e l' altro o gli altri, nel momento invece della scissione gemellare".

Più recentemente, per giustificare certe manipolazioni genetiche, qualcuno ha tentato di sostenere la tesi dell'ootide, cioè che debbano passare circa trenta ore dal primo incontro tra lo spermatozoo e l' ovocita perché si possa parlare di una vita umana. Ma gli argomenti sono pretestuosi, perché proprio da quel primo contatto tutto il patrimonio genetico del nuovo individuo si è già costituito.

Altro non se ne può aggiungere. Inoltre tra i cromosomi maschili, quelli femminili e le altre particelle di questa primitiva aggregazione scaturiscono immediatamente relazioni che sono costitutive di un organismo unico e irripetibile. E' un organismo umano. Vi è una coordinazione, un finalismo, uno sviluppo senza salti di continuità. Tutta la vita ha queste caratteristiche.
Che l'inizio della vita umana individuale cominci con la fecondazione trova conferma nel ragionamento giuridico (che propone il principio di eguaglianza tra tutti gli essere umani e il principio di precauzione secondo cui bisogna astenersi da comportamenti che potrebbero produrre effetti negativi, anche quando vi é un dubbio), in quello antropologico (che si interroga sul senso della vita e sul significato della dignità umana) e nella testimonianza di non pochi atti giuridici solenni della modernità (tra i quali anche la sentenza 35/97 della Corte Costituzionale italiana).

Ma c'è un esperimento mentale che tutti possiamo fare. Domandiamoci: "Io quando sono cominciato?". Prima non c'ero ed ora ci sono. Quando è avvenuta la mia creazione? Qual è la cesura tra il nulla e l'esserci? Questo passaggio non può essere che in un punto. Il "big-bang" della mia vita. Se c'è uno sviluppo c'è già una realtà. Se non c'è nulla non c'è nulla. Quale può essere il punto di passaggio se non il concepimento?

Per chiunque volesse approfondire il tema si consiglia la lettura del libro di Carlo Casini: "A trent'anni dalla Legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza" (edizione Cantagalli, 158 pagine, 7,50 Euro).

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1 commento:

Luisa ha detto...

Spero che in moltissimi leggeranno questo articolo che è di una chiarezza esemplare.
Da far leggere sopratutto alle ragazze che oggi abortiscono con facilità e ignoranza , talmente sono cresciute nella cultura della morte, talmente le loro madri, i medici, i responsabili non hanno spiegato loro che cosa è l`aborto.
Ragazzine che considerano sempre più l`aborto come un mezzo di contraccezione.
E lo scandalo continua.