20 giugno 2007

"Gesu' di Nazaret": la parola a Mons.Fisichella


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Rassegna stampa del 20 giugno 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 20 giugno 2007 (1)

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L’INTERVISTA -

Il prelato oggi a Brescia per presentare il libro di Benedetto XVI su «Gesù di Nazareth»

Fede e ragione, due alleate

Monsignor Fisichella: «Nessuna contrapposizione, il Papa lo dice»
Si confronterà con Claudio Morpurgo, dell’Unione comunità ebraiche. Moderatore Graziano Tarantini


Le critiche alla Chiesa? Un conto è criticare, un altro conto è schernire oppure irritarsi. La nostra missione del resto è quella di sostenere, formare e rendere sempre attente e vigilanti le coscienze dei credenti e di chi voglia ascoltare

di Piergiorgio Chiarini

Uscito nelle librerie alla metà di aprile, il «Gesù di Nazareth» di Joseph Ratzinger ha fatto già molto discutere in queste settimane. Non solo tra i credenti, ma anche tra personalità del mondo laico.
A Brescia il libro di papa Benedetto XVI, dedicato alla prima parte della vita pubblica di Gesù (dal battesimo alla trasfigurazione) sarà presentato questa sera alle 20.45 nell’auditorium San Barnaba di corso Magenta.
L’iniziativa è della Fondazione San Benedetto, che per l’occasione ha invitato monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia università lateranense, e Claudio Morpurgo, vicepresidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.
A moderare il dibattito sarà il presidente della Fondazione, Graziano Tarantini, che spiega: «Di Fisichella tutti conosciamo l’autorevolezza e la statura umana e intellettuale. L’invito a Morpurgo, con cui abbiamo condiviso molte iniziative, nasce invece proprio dall’importanza che nel libro Ratzinger attribuisce al dialogo con l’ebraismo».
Alla vigilia dell’atteso appuntamento, Bresciaoggi ha incontrato e intervistato monsignor Rino Fisichella.

«Di questo libro mi ha colpito l’attualità che possiede per la vita non solo di un cristiano, ma anche di un non credente che vuole avere una conoscenza e un'intelligenza più profonda di Gesù di Nazareth». Così monsignor Rino Fisichella anticipa le sue prime impressioni sul «Gesù di Nazareth» di Benedetto XVI, che presenterà stasera a Brescia. Figlio di genitori siciliani, cresciuto in provincia di Lodi, attualmente è vescovo ausiliare di Roma e rettore dell’Università Lateranense. Fisichella è noto anche per essere «il cappellano» della Camera dei deputati.

Monsignore, il papa Benedetto XVI non perde occasione per sottolineare il valore della ragione e di una «fede amica dell’intelligenza». Si è parlato di illuminismo cristiano. Spesso invece si è portati a vedere una contrapposizione fra ragione e fede…

«Infatti non è così, come ripetutamente il Papa esplicita nel suo magistero, e come ha fatto anche da teologo. Non c'è contrapposizione fra fede e ragione. Credo che l'espressione più significativa sia quella che Benedetto XVI ha usato a Verona: allargare la ragione. Per un lungo periodo storico questa è stata forzatamente limitata, ridotta dentro uno schema del tutto parziale. Adesso dopo tanto tempo, costretta dentro questa camicia di forza, la ragione si sente stanca, avvilita, debole. Ritengo che ciò non corrisponda alla natura della ragione e neanche a come il cristianesimo ha inteso il rapporto di questa con la fede. La ragione ha sempre sostenuto la fede e deve sostenerla, così come la fede è in grado di allargare gli orizzonti della ragione, perché è in grado di entrare più direttamente all'interno del Mistero».

Come spiega l’attenzione e il riconoscersi nelle posizioni del Papa da parte di personalità del mondo laico? Paradossalmente talvolta in qualcuno pare di trovare una maggiore condivisione che tra gli stessi cattolici.

«Non dimentichiamo che la persona stessa di Gesù ha sempre affascinato tutti credenti, non credenti, o credenti di altre religioni. Credo che più si riesce a presentare con un linguaggio comprensibile per l'uomo di oggi, a entrare con coerenza nel mistero che questa persona rappresenta, più cresce il desiderio di conoscerla. La reazione positiva che anche diversi non credenti hanno avuto davanti alla lettura del libro di papa Ratzinger è il segno non solo del fascino che la persona di Gesù esercita, ma anche del fatto che c'è una continua ricerca di ogni persona, che veramente vuole ritrovare il senso della propria vita, rintracciarlo dove questo sia possibile. A me non meraviglia affatto che molte persone che sono sinceramente in ricerca di un senso della propria vita, in un contesto così schizofrenico come quello che viviamo oggi, possano trovare attraverso le pagine di questo libro, ma anche nella testimonianza dei cristiani, dei partner con cui dialogare».

Tra questi laici c’è anche Oriana Fallaci, che lei ha conosciuto da vicino nell’ultimo periodo della sua vita. Cosa maggiormente l’ha colpita di questa personalità per molti versi così complessa e controversa?

«Il rapporto di Oriana Fallaci con il cristianesimo era una dimensione che definirei estetica. Aveva quasi un culto per la Bibbia, amava sfogliarla costantemente, forse perché questo la riportava a quando era bambina, cercare in essa delle risposte. Era una donna di grande intelligenza. Era in ricerca, ma aveva anche accolto la provocazione dell'allora cardinale Ratzinger che proponeva di vivere nel mondo come se Dio esistesse. In una delle sue ultime interviste ribadiva proprio questo:

"Ebbene io accetto questo messaggio che viene da papa Ratzinger di vivere il mondo come se Dio esistesse".

Soprattutto aveva intuito, con quella lucidità che la caratterizzava, che in un momento di crisi culturale come quello che stiamo vivendo il cristianesimo ha una forza del tutto eccezionale. Costituiva e costituisce l'identità di interi popoli e quindi, inevitabilmente, riconosceva al cristianesimo una valenza storica e culturale che non è riscontrabile in altri fenomeni».

In Italia in molti discorsi si percepisce da più parti quasi un’irritazione nei confronti della Chiesa a cui si imputa di voler far prevalere una propria visione ad esempio sulle materie cosiddette eticamente sensibili (famiglia, ingegneria genetica, eutanasia). Cosa risponde?

«A me sembra che quando si prova irritazione davanti alle prese di posizione della Chiesa significa che non si è ben capito che viviamo in uno Stato democratico e laico. Io penso che sia giustificata la critica, ma non l'irritazione o lo scherno. Credo che quando la Chiesa prende posizione sia mossa dalla sua stessa missione che è quella di sostenere, formare e rendere sempre attente e vigilanti le coscienze dei credenti e di quanti vogliono ascoltare il suo messaggio. Proprio perché viviamo in una società pluralista, che ha una struttura democratica e laica, ogni posizione deve essere non solo ascoltata, ma attentamente valutata. Altrimenti rischiamo di cadere in forme di intolleranza laicista che farebbero perdere di vista l'obiettivo che un sistema democratico deve avere, che è appunto quello della libertà di ogni espressione nella vita del Paese».

Cosa risponde a chi sostiene che la fede cattolica è incompatibile con la democrazia?

«Probabilmente non ha capito nulla né della fede cattolica, né della democrazia. Non conosce ciò di cui sta parlando e quindi mi è molto difficile dare una risposta. Questa non è un'argomentazione, è un’affermazione risibile che non penso possa neanche essere esposta come una critica».

Recentemente lei ha preso parte alla puntata di «Anno Zero» di Michele Santoro che aveva come tema un contestato documentario della Bbc sui casi di pedofilia che hanno visto responsabili alcuni preti. Si è sentito sul banco degli imputati?

«Non mi sono sentito sul banco degli imputati per il semplice motivo che né io, né la Chiesa cattolica, né le migliaia di vescovi e sacerdoti presenti in Italia e nel mondo hanno nulla da rimproverarsi in proposito. Mi pare che in questa trasmissione sia passato inequivocabile il messaggio che manipolare le notizie, che dare un'immagine falsa del Papa e della Chiesa, non giova. È un’operazione che non viene recepita, tanto più quando si riconoscono le eventuali mancanze e gli sbagli che sono stati compiuti da un’infima minoranza di religiosi. Viene invece recepito un messaggio più profondo, che è quello di una grande attenzione che il popolo italiano ha ancora nei confronti della Chiesa, del magistero, del Papa, dei vescovi e della migliaia di sacerdoti che ogni giorno con fatica e fedeltà rispondono alla loro vocazione».

Lei in questi anni come cappellano della Camera dei deputati ha avuto modo di conoscere da vicino il mondo politico. Da più parti anche in questi giorni si sottolinea che il distacco tra il palazzo e il popolo è aumentato, che siamo al punto di rottura. Lei condivide questa impressione?

«Si tratta di osservazioni che si ripropongono ciclicamente. Sono dell'idea che sia necessario un duplice movimento. Da una parte chi è impegnato nella vita politica non può mai dimenticare che è rappresentante del popolo, che appartiene al popolo. E che non può esonerarsi non soltanto dal dover ascoltare, ma dal mettersi al servizio del bene di tutti. Il secondo movimento è sul versante dei cittadini: non possono pensare che la politica sia qualche cosa con cui confrontarsi solo nel giorno delle elezioni. Devono avere una presenza sempre attiva, non soltanto come sostegno a chi sceglie la via della rappresentanza e dell'impegno politico, ma anche come vigilanza sul loro operato. Quindi inevitabilmente i cittadini devono non subire passivamente, ma essere attori protagonisti nella vita del Paese».

Cosa significa concretamente essere il cappellano della Camera?

«Di per sé non sono il cappellano del Camera. È una figura che non esiste, un'espressione giornalistica. Sono solo un povero prete che ogni giorno va alla Camera a dire la messa. Incontro sempre con simpatia tutti quelli che vogliono parlare con me. Credo di avere molto da imparare, soprattutto nel dover verificare l'impegno concreto che i deputati hanno nella responsabilità che possiedono. Per il resto condivido pienamente l'istanza della laicità. Rispetto le istituzioni dello Stato, chiedo che le istituzioni facciano altrettanto con la Chiesa».

In queste settimane in Medio Oriente, e non solo, si intensificano le minacce per la presenza dei cristiani. C’è preoccupazione per questi episodi?

«Certamente guardiamo con estrema attenzione a tali episodi, perché inevitabilmente ci sono situazioni di grande sofferenza, di emarginazione e anche di persecuzione. Il nostro primo compito come cristiani è quello di non far sentire soli tanti fratelli nella fede che vivono questo momento di tribolazione. Ma credo che sia necessario anche un impegno concreto dei cittadini e delle istituzioni civili e politiche nel fare di tutto perché la libertà di religione possa essere rispettata in quei paesi dove ancora purtroppo la sola espressione sembra blasfema».

© Copyright Brescia oggi, 20 giugno 2007

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