21 gennaio 2008

Da Benedetto XVI una lezione di cultura (Antonino D'Anna per "Affari italiani")


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Grazie alla segnalazione della nostra Mariateresa, leggiamo:

Da Benedetto XVI una lezione di cultura

di Antonino D'Anna

Da professore, “per così dire, emerito che ha incontrato tanti studenti nella sua vita”, il Papa impartisce una lezione di cultura a quella parte di cultura italiana che non lo ha voluto incontrare alla Sapienza nei giorni scorsi.
E ovviamente il messaggio è indirizzato anche a quegli studenti che hanno manifestato in nome della “cultura laica”, facendo saltare la visita papale.
Che cosa vuol dire essere un professore universitario? Per il vecchio Joseph Ratzinger, che negli anni turbolenti post-68 aveva pochissimi studenti a lezione in quel di Tubinga, è stato: “l’amore per la ricerca della verità, per il confronto, per il dialogo franco e rispettoso delle reciproche posizioni”. E l’anziano docente divenuto successore di Pietro e Vicario di Cristo, ricorda così a tutti quello che era nei suoi anni da professore: l’enfant terrible della teologia tedesca, l’uomo scelto come “perito” (cioè come “consulente”) del Concilio Vaticano II da parte di Joseph Frings, allora cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga. Una scelta che lo aveva portato ad essere tra i fondatori di “Concilium”, rivista allora accreditata di simpatie progressiste sulla quale scriveva il “nemicoamico” Hans Kung.

Insomma, Benedetto XVI ha già vissuto tempi ben più difficili per la cultura e il pensiero cattolico. Erano gli anni del “Gesù sì, Chiesa no” e dello sconforto di Paolo VI, che aveva sperato nell’avvento di tempi migliori dopo il Concilio. Un periodo di travaglio come quello di oggi per la Chiesa e la società che per certi versi somiglia a quei tardi anni ’60. Con la differenza – non da poco – che la società dei primi anni 2000 è ancora più confusa di quella di allora.

Ed è per questo che un uomo come Ratzinger diventa scomodo: nell’era del pensiero debole, del “supermercato delle culture” senza però quella “fantasia al potere” sessantottina, abbastanza burocratizzata da frasi fatte e luoghi comuni, un intellettuale coraggioso e capace di esporsi in prima persona con delle radici chiare e un pensiero compiuto inevitabilmente finisce per essere bollato come assolutista e oscurantista.

Dimenticando che questo Papa-intellettuale è prima di tutto un testimone: parla di quello che ha vissuto sulla propria pelle e offre degli spunti di riflessione. Che un anticlericalismo trito e ritrito (dove sono i clericali?) condanna a prescindere come “ingerenza” nella cultura, necessariamente “laica”.

Una domanda per i lettori: se la cultura è un prodotto dell’uomo per l’uomo, come può essere esclusivamente laica? Come può, cioè, in nome della libertà di pensiero, cancellare il diritto di parola di un intellettuale che si chiama Joseph Ratzinger?

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