24 marzo 2008

Il Medio Oriente ha bisogno dei Cristiani (Di Giacomo per "La Stampa")


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Il Medio Oriente ha bisogno dei cristiani

FILIPPO DI GIACOMO

A Pasqua, dopo vent'anni, l'arcivescovo Michel Sabbah termina il suo mandato di patriarca latino di Gerusalemme. Gli succede monsignor Fouad Twal, già vescovo di Tunisi, dal 2005, per volere di Benedetto XVI, coadiutore con diritto di successione a Gerusalemme. Sabbah è un palestinese originario di Nazaret, Twal è un palestinese nato in Giordania, con un passato di diplomatico a servizio della Santa Sede. L'ultimo messaggio di Michel Sabbah alla sua Chiesa è stato: «Il Medio Oriente ha bisogno di uomini di pace».

Nell'avventura senza ritorno che gli scontri in atto hanno innescato in Oriente, gli unici strumenti a cui gli uomini della pace possono ricorrere sono quelli permessi dalle loro rispettive società mediorientali. Negli Emirati Arabi, l'attuale dirigenza politica sembra intenzionata a dare alle minoranze cristiane immigrate almeno la possibilità di vivere la propria fede nella pace. In Arabia Saudita, un Paese che usa il Corano come costituzione e la sharia come codice civile e penale, il governo ha iscritto d'ufficio oltre 40 mila imam a corsi di cultura e dialogo, per «enfatizzare il carattere moderato dell'Islam e favorire l'accettazione del pluralismo nelle scuole e nell'intera società islamica». E in Israele, dopo 14 anni, sembra in dirittura d'arrivo la discussione della parte applicativa del trattato internazionale israelo-vaticano sulla presenza e le attività delle comunità cattoliche residenti sul territorio israeliano.

Il 17 marzo, a Tel Aviv, la Commissione bilaterale permanente tra la Santa Sede e lo Stato di Israele pare aver sbloccato ogni impasse tanto da poter comunicare che «i rappresentanti hanno adempiuto ai loro compiti e rinnovato la determinazione, condivisa da entrambe le parti, a concludere l'accordo il prima possibile» e hanno già fissato il prossimo incontro al 9 aprile. Quando la lunga trattativa - che gli israeliani sembrano condurre sempre «al rialzo» - sarà conclusa, «gli uomini di pace» avranno tra le mani non solo il primo abbozzo di un concordato mediorientale ma, soprattutto, un nuovo modello di convivenza interreligiosa non più legato «al favore del principe», bensì basato esclusivamente su diritti riconosciuti e condivisi. Per questo, si spera che le due parti interessate giungano presto a un accordo, senza che nessun fedele, di alcuna religione, debba ancora versare il suo sangue per gli errori di sempre.

Con il senno di poi, tanto per restare in territorio israeliano, appare chiaro che, il 28 settembre 2000, Sharon con la sua passeggiata sulla spianata delle moschee non ha fatto un dispetto solo agli arabi musulmani. L'islamizzazione dell'Intifada, causata da quell'inutile provocazione, ha minato il concetto stesso di nazionalismo palestinese. L'idea di «nazione» è estranea alla cultura araba islamica ed è stata un prodotto dell'incontro, spesso mediato dai cristiani del Levante, con le idee dell'Europa del XIX e del XX secolo.

Anche in Palestina, dopo gli eventi drammatici del 1948 e del 1967, la formulazione dell'idea di una nazione palestinese è stata un percorso tutt'altro che scontato. Furono infatti i gruppi intellettuali urbani, e tra loro i cristiani, a lanciare la prospettiva di una lotta nazionale palestinese in nome di un'identità specifica. George Habbash, fondatore del Fronte popolare di liberazione della Palestina, era un cristiano osservante, così come Wadi Haddad e George Hawatmeh, due «duri» del movimento di liberazione palestinese. Non fu un caso se, durante la prima Intifada del 1987, i cristiani ebbero un ruolo importante sia come partecipazione, sia come rappresentanza politica; erano cristiani la portavoce dell'Intifada e dell'Olp Hanan Ashwari e i «negoziatori» Hanna Seniora e Afif Safia. In meno di dieci anni, grazie anche alla miopia politica e strategica degli uomini di Bush, in tutto l'Oriente i cristiani sono ormai diventati politicamente invisibili e insignificanti. Non deve essere stato un grande vantaggio per il laico e progressista Israele se un giornale certamente non filo-cristiano come Haaretz si è preoccupato più volte del deterioramento che la politica nazionale ha causato alle comunità cristiane di Israele e della regione. Tanto da pubblicare ripetutamente l'invito, rivolto ai politici di Gerusalemme, «di non sputare più sui cristiani».

© Copyright La Stampa, 23 marzo 2008 consultabile online anche qui.

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