1 marzo 2008

Vian: "Il giornale del Papa? Laico, cioè aperto" (Eco di Bergamo)


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Il giornale del Papa? Laico, cioè aperto

L'Osservatore Romano da domani in edicola con L'Eco: «Ci rivolgiamo con amicizia anche ai non credenti» «Poca politica italiana: puntiamo sul mondo e sulla cultura. Tra le tante firme autorevoli, ortodossi ed ebrei»

Titolo a pagina 5: «Un po' più di rispetto per il Giove capitolino»: è vero che si parla di conservazione dei beni culturali, ma è pur sempre un noto dio pagano. Un giorno l'apertura della prima pagina è dedicata alla crisi del Kosovo, un altro alla visita di Ahmadinejad a Bagdad, o alla presenza cristiana in Giappone. Di «spalla» il direttore mette i commenti: Ettore Gotti Tedeschi analizza il drammatico aumento del prezzo del petrolio, Gianfranco Ravasi discute il rapporto fra cattolici ed ebrei, partendo da Kafka. Cronaca nera non ne troverete.
I grandi discorsi del Papa hanno ampio risalto ma «gli studi di Joseph Ratzinger su San Bonaventura» sono richiamati in basso a destra, su una colonnina. Invece Veltroni e Berlusconi, la Bindi e la Binetti, Mastella e Follini, Formigoni e Casini - di cui i nostri giornali non fanno che parlare - non compaiono affatto.
È successo qualcosa a L'Osservatore Romano: dopo 23 anni, da quattro mesi è cambiato il direttore. E si vede. Gian Maria Vian, 56 anni, romano di famiglia veneziana, storico della Chiesa e filologo, non è un intellettuale che vive nel passato: quando decide decide. Ha già fatto le sue nomine nei posti chiave, e dal 27 ottobre a oggi il giornale vaticano «ha di colpo cambiato faccia» come ha scritto su L'Espresso Sandro Magister, uno dei più attenti osservatori di ciò che accade al di là del Tevere.
Vian nell'impostare il giornale non segue la scia dei suoi colleghi di Repubblica , del Corriere della Sera o della Stampa . In una fase in cui i quotidiani stanno diventando piccoli libri di quasi 100 pagine lui ha ridotto le sue a otto. Tutti sparano foto cubitali? Lui le rimpicciolisce per dare più spazio ai testi scritti, di alta qualità. Ha ridimensionato anche i titoli, mai gridati ma decisamente più accattivanti di prima. Ha migliorato la grafica, che resta molto seria ma ora è più elegante e ariosa.

Quando il Papa ha dovuto rinunciare ad andare alla «Sapienza» L'Osservatore non si è limitato a pubblicare il comunicato ufficiale, magari accompagnato da cattolico cordoglio: ha chiamato Giorgio Israel, un matematico ebreo, a spiegare perché in Italia succedono cose del genere.

«Lo ha fatto in maniera impeccabile».

Professor Vian, lei dirige il quotidiano della Santa sede…

«Ufficioso, non ufficiale. Siamo molto più liberi, nel senso responsabile del termine, di quanto non si pensi. In passato qualcuno ha paragonato L'Osservatore Romano alla Pravda : nulla di più lontano».

Quando il suo giornale fu fondato qualcuno lo voleva chiamare L'amico della verità (che in russo si dice appunto «pravda»): L'Osservatore Romano è un titolo più laico, non trova?

«Infatti. E più prudente: noi osserviamo. Certo, il nostro è un giornale di idee. Il cardinale Montini, ricordando nel 1961 i nostri primi cent'anni, scrisse che per diventare quel grande giornale che è scritto nei suoi geni L'Osservatore non deve solo informare ma anche formare.

Raccontare i fatti non basta. In questo noto una singolare vicinanza fra Paolo VI e Benedetto XVI, che nella "Spe Salvi" parla della necessità di un'"informazione performativa".

In un mondo in cui le notizie sovrabbondano noi non possiamo certo concorrere con la televisione, però possiamo avere un ruolo nella presentazione e nella discussione delle idee, nella formazione di coscienze critiche. La nostra, in questo senso, è una grande vocazione laica».

Benedetto XVI il giorno del suo insediamento, «con grande stima e profondo affetto», in 10 righe le ha scritto il programma editoriale.

«Particolarmente impegnativo: "Cercando e creando occasioni di confronto" - come afferma il Papa - il nostro compito è quello di "servire sempre meglio la Santa Sede, mostrando la fecondità dell'incontro tra fede e ragione". Ci ha chiesto anche di riflettere sul giornale quell'"apertura fiduciosa e, nello stesso tempo, profondamente ragionevole al Trascendente su cui in ultima istanza si fonda il rispetto della dignità e dell'autentica libertà di ogni essere umano". E io ho scritto nel mio editoriale di esordio che "il giornale vuole rivolgersi con amicizia a tutti, credenti e non credenti"».

Dirigere una testata del genere non dev'essere facile.

«È un'enorme responsabilità. Ma lo sento anche come un grande privilegio e un onore. È impegnativo: io in questi mesi ho cambiato vita. Scrivo sui giornali dal 1973, la mia prima professione però è quella dello studioso di filologia. Sono in aspettativa a norma di legge, ma non avrei potuto fare altrimenti: sto in redazione 12 ore al giorno. Faccio questo lavoro con grande passione. E devo dire che ho trovato una squadra che mi aiuta al meglio. L'ho detto al mio predecessore, ora direttore emerito, Mario Agnes: "Mi hai lasciato una redazione migliore di quella che hai trovato quando hai assunto l'incarico nel 1984". C'è un buon clima».

Sta facendo collaborare il teologo Inos Biffi e l'esperto di bioetica Adriano Pessina, il costituzionalista Francesco Paolo Casavola e l'archeologo Michele Piccirillo. L'economista Ettore Gotti Tedeschi ha già fatto un certo rumore con i suoi fondi contro la spesa pubblica considerata come una «variabile indipendente» e in difesa del risparmio delle famiglie. E ci sono anche voci straniere...

«Diciamo non italiane, perché per la Chiesa di Roma, e per il suo Vescovo, nessuno è straniero».

Pardon… Leggo anche le firme del priore di Taizé, fratel Alois, dello storico russo Alexej Judin, dello storico dell'arte statunitense Timothy Verdon.

«Voglio aprire il più possibile il giornale a collaborazioni internazionali. Non sempre necessariamente cattoliche. Ho già fatto scrivere ortodossi e anche protestanti: abbiamo intervistato il rabbino capo di Roma, scrive per noi Anna Foa che è una collega della "Sapienza", ebrea».

Alle pagine 2 e 3 ha messo le notizie dal mondo: Israele, Ciad, Armenia, Ucraina, Algeria… In basso leggo brevi ragguagli su Barak Obama e la campagna elettorale americana. L'Italia stessa compare, ogni tanto, in queste pagine di «Esteri».

«Abbiamo raddoppiato l'informazione internazionale, che di solito in Italia è penalizzata: se non fosse per Avvenire e "secondi giornali" come Il Foglio e Il Riformista , o per le riviste missionarie, preziose in questo campo, sarebbe molto trascurata».

Lei rispetto al giornalismo di oggi «rema contro».

«Me lo posso permettere. Noi abbiamo il grande vantaggio di lavorare per una testata autorevolissima. Siamo importanti non tanto per le nostre qualità professionali, ma perché siamo "il giornale del Papa". Godiamo di una collocazione molto speciale, anzi unica. Con l'autorevolezza di quasi un secolo e mezzo di storia alle spalle per me è più facile assumere qualche rischio. Peraltro l'ho fatto muovendomi nella tradizione di questo giornale: il respiro internazionale è stato sin dalle origini una caratteristica dell'Osservatore Romano ».

Stampate edizioni in altre lingue.

«Oltre al quotidiano e a quella settimanale in italiano (la cosiddetta "edizione dei parroci"), ne prepariamo altre sei: in francese, spagnolo, portoghese, inglese, tedesco e polacco».

Ha raddoppiato gli spazi della cultura, in un periodo in cui i grandi giornali italiani la collocano attorno a pagina 67; e ci sarebbe anche qualcosa da dire sul suo livello.

«In effetti, mi pare che in questi anni la cultura soffra un po'. C'è Il Sole 24 Ore la domenica, e soprattutto c'è l'eccezione di Avvenire che - grazie al direttore Dino Boffo e al responsabile di "Agorà" Roberto Righetto, due carissimi amici - oggi ha una presenza in questo settore che non ha molti rivali in Italia. Noi stiamo cercando di dare ogni giorno largo spazio all'informazione culturale, anche in questo caso con un respiro internazionale».

In coda, alle pagine 6, 7 e 8 c'è l'informazione religiosa.

«Facciamo una "seconda copertina" in ultima pagina, riservata di solito alle attività del Papa e della Santa Sede. E vogliamo andare al di là dei confini cattolici: cerchiamo di informare anche sulle altre Chiese cristiane, a partire da quelle orientali, e sulle altre religioni».

Avete avuto indicazioni precise in merito dal cardinale Bertone.

«Sì. Ci ha raccomandato anche una maggior presenza femminile sulle nostre pagine. E credo che queste siano preoccupazioni personali di Benedetto XVI».

Si notano, infatti, più donne.

«Ho anche nominato la prima a capo di un'edizione: l'austriaca Astrid Haas ora è responsabile di quella in lingua tedesca».

Il Segretario di Stato vi segue da vicino.

«Ci ha detto di fare "un bel giornale". E ci tiene molto. Direi che è il nostro primo e maggior testimonial . Meno di un mese dopo l'inizio della mia direzione ha parlato al Concistoro e ha presentato ai cardinali il nuovo Osservatore ».

Ha raccomandato loro di leggerlo.

«Ci ha fatto una grande propaganda, sì. E ha anche annunciato che avremo un'edizione on line ».

A proposito di informatica, leggo un altro titolo un po' curioso del suo giornale: «A colpi di mouse tra i segreti dell'Inquisizione». Volete lasciarvi alle spalle un certo tono paludato?

«Soprattutto i redattori di cultura, a volte vorrebbero titoli anche più sbarazzini. Hanno cominciato a prenderci gusto e mi tocca frenarli…».

Siete il «giornale del Papa».

«Noi documentiamo e nello stesso tempo informiamo sull'attività della Santa Sede: siamo i primi a pubblicare i discorsi di Benedetto XVI e a dare conto della sua attività in modo completo. Poi, però, cerchiamo anche di offrire una lettura giornalistica. Per questo ho voluto potenziare le interviste: vedo che piacciono, e vengono riprese dagli altri giornali. Mostrano anche il dinamismo interno alla Chiesa, una realtà più in movimento di quanto normalmente si pensi».

Quando lei dice «siamo il giornale del Papa» mi pare che intenda anche qualcosa che va un po' aldilà dell'ufficialità.

«Sicuramente. A mezzogiorno in redazione diciamo l'Angelus, e lo concludiamo con la tradizionale preghiera "oremus pro Pontifice nostro ". Quando con il vicedirettore Carlo Di Cicco, pochi giorni dopo la nostra nomina, siamo stati invitati dal Papa in Vaticano, ho tenuto a dirglielo. Per un cattolico c'è anche una dimensione "affettiva" in questo lavoro: una fedeltà del cuore, che certo non tocca solo il direttore. Benedetto XVI, poi, si interessa molto ai problemi dell'informazione».

Lei ha individuato subito il punto debole del suo prodotto, e l'ha indicato con chiarezza: la distribuzione. Questa collaborazione con L'Eco per voi ha soprattutto questo significato?

«Esattamente. Stiamo cercando nuovi canali, perché la diffusione attuale ci costa molto e ci penalizza anche. Storicamente questo è sempre stato il punto dolente de L'Osservatore . I mezzi vaticani, nonostante quello che si pensa, sono modesti».

Ha scritto apertis verbis che perdete ogni anno quattro milioni e mezzo di euro.

«Sto cercando di contenere i costi: anche questo è importante. Per aumentare la nostra visibilità abbiamo davanti due strade: la diffusione in rete e la possibilità di stampare il giornale fuori dei confini del Vaticano. Quest'avventura per noi è una novità storica. La stampa interna resterà sempre, per motivi non solo simbolici: è quella che, ad esempio, durante il periodo fascista ha assicurato la libertà del giornale. Oggi però la situazione è molto diversa. Di questa grande possibilità che ci avete offerto voi e il vostro vescovo di stampare il giornale in Italia settentrionale, io come direttore ma anche tutta la redazione siamo estremamente grati. E - ne sono certo - la Santa Sede stessa».

Quella che da domani sarà allegata al nostro giornale che edizione è?

«Trasmetteremo a Bergamo il giornale che a Roma esce il sabato sera - con la data di domenica - solo in qualche edicola vicina al Vaticano. In tutte le altre d'Italia si trova invece la mattina dopo. Ormai non esistono quasi più giornali del pomeriggio, siamo rimasti noi e Le Monde : L'Osservatore esce di pomeriggio perché informiamo immediatamente dell'attività, dei discorsi e delle nomine del Papa, tutte cose che di norma avvengono di mattina e che noi pubblichiamo nell'unica parte ufficiale del giornale: la celebre rubrica "Nostre informazioni" preparata in Segreteria di Stato. Quello della domenica poi è un numero che curiamo in modo particolare: il Papa non fa certo la settimana corta, e il sabato è spesso un giorno di avvenimenti importanti».

Sotto la vostra testata c'è un motto in latino: «Non prevalebunt».

«Non prevarranno. Una frase evangelica».

Escatologica addirittura.

«È un grande sguardo al futuro, alla speranza: nonostante tutto quello che può succedere nella storia, nonostante il dolore che l'uomo patisce il Male non avrà l'ultima parola, le sue forze "non prevarranno". È una promessa di Cristo stesso. Ed è anche un po' il tema dell'ultima enciclica del Papa».

Il senso è indubbiamente metafisico. Ma la Chiesa ha mani e piedi nella storia: anche Mieli, Mauro, Anselmi, Feltri, Giordano & Company sono avvisati.

© Copyright L'Eco di Bergamo, 1° marzo 2008

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