30 giugno 2008

Bertone: la Chiesa vuole dialogare con tutti. "Caso" Orlandi-Marcinkus? Creato ad arte (Cardinale)


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Il bilancio del viaggio in Bielorussia e le sfide aperte nel mondo

GIANNI CARDINALE

Dal 18 al 22 giugno il cardi­nale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha visita­to la Bielorussia. Nei cinque gior­ni passati nella repubblica ex- so­vietica, il porporato ha avuto mo­do di incontrare i presuli, a co­minciare dall’arcivescovo di Min­sk Tadeusz Kondrusiewicz e dal suo predecessore, il cardinale Ka­zimierz Swiatek, e le comunità cattoliche locali, il leader della Chiesa ortodossa, che è maggio­ritaria nel Paese, nonché le più al­te cariche dello Stato. Significati­va anche la lectio magistralis te­nuta all’Università statale della capitale Minsk. Per fare il bilan­cio del viaggio il cardinale Berto­ne ha rilasciato questa intervista ad Avvenire. Non sottraendosi an­che ad alcune domande ' fuori te­ma' suggerite dall’attualità.

Eminenza, dopo Cuba, la Bielo­russia. Due Paesi piuttosto con­troversi nella comunità interna­zionale. Come mai ha deciso di andare proprio lì?

La Santa Sede parla e dialoga con tutti, a maggior ragione con i Pae­si con cui intrattiene normali rap­porti diplomatici, e valuta libera­mente i criteri di giudizio da par­te di terzi, che possono essere ac­cettati o anche che possono esse­re discutibili. D’altra parte la Bie­lorussia è un Paese importante, di frontiera, tra l’Europa e la grande Russia. E anche per questo è più che opportuno che la Santa Sede abbia rapporti cordiali con que­sto Paese in maniera tale che pos­sa anche aprirsi di più al resto del mondo.

L’agenzia russa Interfax il 23 giu­gno ha scritto che lei ha criticato l’embargo Usa contro Minsk…

In una conferenza stampa mi so­no limitato a riaffermare che la Santa Sede è tradizionalmente contraria ad ogni forma di san­zioni economiche nei confronti di qualsiasi Paese, Bielorussia com­presa. Le sanzioni economiche fi­niscono sempre per colpire la po­vera gente e rafforzare proprio i regimi che vorrebbero colpire. Ri­cordo gli interventi di Giovanni Paolo II a proposito dell’Iraq e di Cuba…

Quindi la Santa Sede ha accolto positivamente la notizia che l’U­nione europea ha tolto le sanzio­ni a Cuba?

Senza dubbio sì. E anche ai rap­presentanti degli Stati Uniti ab­biamo detto di non condividere il loro embargo nei confronti dell’i­sola caraibica.

Lei ha visitato oltre che la Bielo­russia, anche l’Ucraina, l’Arme­nia e l’Azerbaigian. Cos’è, una manovra avvolgente nei con­fronti della grande Russia?

Non c’è nessuna manovra avvol­gente, caso mai un avvicinamen­to… A parte le battute, non c’è nessun disegno nella scelta di vi­sitare questi Paesi, ma solo l’invi­to concorde da parte delle auto­rità civili ed ecclesiastiche, cui ab­biamo deciso di rispondere posi­tivamente. Soprattutto affinché ne possano trarre giovamento le comunità cattoliche. E per rag­giungere questo fine, eminente­mente pastorale, cerco di fare sempre in modo di visitare il mag­gior numero possibile di diocesi, di seminari e di università catto­liche. Se poi è consentito, cerco di intervenire anche nei centri di cultura laici, per poter intavolare un dialogo proficuo tra fede e ra­gione, tra fede e cultura e tra fede e scienza. Tutti temi decisivi per la Chiesa e il mondo di oggi.

Nel suo viaggio ha incontrato il presidente Aleksander Luka­shenko. Ritiene che sia stato un colloquio proficuo per la Chiesa cattolica in Bielorussia? E su qua­li punti specifici?

L’incontro è durato circa un’ora e mezza. E ritengo che sia stato u­tile e promettente per la Chiesa cattolica che è ritenuta una vera risorsa per il Paese. Concreta­mente sono stati trattati alcuni problemi, quali ad esempio la co­struzione di nuove chiese, di una nuova sede per la Nunziatura A­postolica e della sede dell’episco­pio di Minsk.

È’ in cantiere anche un Accordo fondamentale tra Bielorussia e Santa Sede?

Sono state poste le basi concrete anche per la stipula di questo ac­cordo, che sarebbe molto positi­vo per la Chiesa e per lo Stato.

Lukashenko non gode di buona stampa in Occidente. Ma è così ' terribile' come viene dipinto?

Il colloquio che ho avuto col pre­sidente bielorusso è stato cordia­le, aperto e sincero: egli ha e­spresso chiaramente le sue idee e lo stesso ho fatto io, e non sono mancate anche delle simpatiche battute umoristiche.

Un altro incontro importante, anche dal punto di vista ecume­nico, è stato quello col metropo­lita ortodosso di Minsk, Filarete.

Certamente, con lui abbiamo par­lato della necessità di una colla­borazione tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa per una educa­zione alla fede del popolo bielo­russo dopo decenni di rovinoso a­teismo di stato. Abbiamo parlato anche della necessità di costruire nuove chiese e, da parte mia, ho auspicato una sana emulazione tra le due Chiese affinché la fede cristiana in Bielorussia sia sem­pre più diffusa e approfondita.

Filarete si è mostrato preoccupa­to per l’attività missionaria della Chiesa cattolica?

Assolutamente no.

Eppure proprio negli ultimi gior­ni il patriarca di Mosca Alessio II ha ribadito le sue critiche contro il cosiddetto ' proselitismo' cat­tolico in Russia.

Non ho letto queste dichiarazioni. Co­munque noi abbia­mo spiegato bene la nostra posizione e c’è una commis­sione bilaterale che lavora. Con il pa­triarcato di Mosca ora abbiamo buoni rapporti. Un mio li­bretto sul bene co­mune è stato pub­blicato in russo con una bella prefazione, teologica­mente significativa, del metropo­lita Kirill, il ' ministro degli esteri' del patriarcato. Ritengo che le di­chiarazioni cui lei ha fatto cenno siano rivolte più alle sette ed ai gruppi religiosi sparsi che alla Chiesa cattolica.

Eminenza, anche per i suoi viag­gi internazionali, nella stampa internazionale lei viene definito come un ' vice- papa', mentre non mancano paragoni tra lei e il segretario di stato Eugenio Pa­celli. Cosa ne pensa?

Prima di tutto viene da pensare che certi accostamenti siano piut­tosto una battuta, forse non sem­pre frutto di buone intenzioni. Certo mi onoro di lavorare sulla scrivania che fu del cardinale Pa­celli, che gli venne regalata dai cattolici tedeschi quando divenne Segretario di Stato. Ma non oso misurarmi a questa figura straor­dinaria che visse un periodo par­ticolarmente cruciale della storia della Chiesa e del mondo. D’altra parte i miei viaggi si incastonano in una visione pastorale del mio ufficio e sono concordati con il Santo Padre, che li segue con la massima attenzione.

A proposito di viaggi, l’agenzia Apcom il 21 giugno ha scritto che il Papa nel 2009 visiterà l’Africa. Corrisponde al vero?

L’agenda dei viaggi pontifici per il 2009 non è stata ancora fissata. Ma corrisponde al vero che c’è in cantiere questa ipotesi. Perché l’Africa e la Chiesa in Africa meri­tano un viaggio del Papa, il quale ha già visitato o si appresta a visi­tare gli altri continenti. Debbo di­re poi che sono pervenuti anche molti inviti al Papa da Paesi asia­tici e arabi.

Si conoscono già i Paesi africani che verranno visitati?

Non ancora, si tratta di una scel­ta molto delicata, dove l’equilibrio geopolitico deve essere contem­perato con le necessarie esigenze di sicurezza nei confronti del pon­tefice e anche dei fedeli che lo ac­coglieranno.

Eminenza, il protocollo speciale con cui è stato ricevuto il presi­dente statunitense George W. Bu­sh ha suscitato anche alcune po­lemiche. Ma era un gesto neces­sario?

Si è trattato di un gesto di corte­sia in risposta al modo eccezio­nale con cui il presidente Bush ha voluto accogliere il Papa negli Sta­ti Uniti. Posso dire che è stata la stessa presidenza a chiedere un protocollo più informale. E da parte nostra abbiamo ritenuto di accondiscendere, in via eccezio­nale, a questa richiesta.

Nella stampa iberica, e anche in quella italiana, si è parlato di un suo incontro con il premier spa­gnolo José Luis Rodriguez Zapa­tero in occasione del recente ver­tice Fao. C’è stato davvero?

Si è trattato di un brevissimo sa­luto e di qualche battuta. Così co­me brevissimo è stato il saluto con il presidente brasiliano Luis Ina­cio Lula da Silva. Ben più lunghi sono stati gli incontri con il presi­dente Giorgio Napolitano, col vi­cepresidente cubano, con il pre­sidente dello Sri Lanka e, soprat­tutto, con la presidente argenti­na.

Con Cristina Fernandez de Kir­chner si è intrattenuto per qua­ranta minuti. Sono stati suffi­cienti per risolvere i problemi che ci sono tra Argentina e Santa Se­de, come la questione del nuovo ambasciatore, del vescovo ca­strense e delle nuove diocesi in Patagonia?

In quaranta minuti non si posso­no risolvere tutti i problemi. Ma sono sufficienti per individuare le linee che devono essere seguite per la loro pacifica soluzione. Spe­riamo che così avvenga, in modo da poter celebrare in piena con­cordia il 25° anniversario dello storico accordo di Beagle tra Ar­gentina e Cile, raggiunto grazie al­la mediazione della Santa Sede, che cade nel 2009.

La Santa Sede ha detto che in oc­casione del vertice Fao il Papa non ha incontrato nessun capo di stato perché c’erano troppe ri­chieste… Un modo diplomatico per dire no alla richiesta del pre­sidente iranianio?

Assolutamente no. Nel caso spe­cifico quanto affermato dalla no­ta della Sala Stampa è la pura e semplice verità. La Santa Sede, ri­peto, parla con tutti, nei modi e nelle forme previste dal protocol­lo.

Eminenza, un’ultima domanda sul caso Orlandi…

La Santa Sede ha già fatto cono­scere in modo chiaro la propria posizione. Approfitto di questa in­tervista per ringraziare Avvenire
per il commento puntuale a que­sta vicenda e in difesa della me­moria della figura sacerdotale del­l’arcivescovo Paul Casimir Mar­cinkus. Ferma restando la vici­nanza della Santa Sede al dolore della famiglia Orlandi, di cui con­dividiamo il desiderio che la ma­gistratura faccia quanto in suo po­tere per conoscere la sorte della amata Emanuela, ho l’impressio­ne che si tratti del classico caso di scandalo estivo creato ad arte per catturare l’attenzione dei lettori già distratti dalle vacanze. Speria­mo sia l’ultimo.

© Copyright Avvenire, 29 giugno 2008

Solo due battute: non esiste, non puo' esistere e non esistera' mai la figura del vice-Papa, per cui pregherei i giornalisti di evitare certe cadute di stile...
Sul caso Orlandi mi permetto di dissentire in quanto occorre avere pazienza affinche' la magistratura possa fare il suo dovere.
Le dichiarazioni della "supertestimone" hanno trovato riscontri oggettivi ed e' indispensabile andare avanti su questa strada.
Come ho gia' avuto modo di scrivere , nutro qualche perplessita' sull'opportunita' di difendere Marcinkus e, ovviamente, sul fatto che un criminale sia stato sepolto in una chiesa.
La fede dei semplici si pone delle domande a cui e' giusto dare una risposta chiara, precisa e inequivocabile anche (ma non solo) in via giudiziaria
.
R.

29 giugno 2008

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Il Papa: l’esempio di Paolo per ricomporre le divisioni

Nel segno di un forte slancio ecumenico ieri sera l’apertura dell’Anno Paolino con Bartolomeo I e i rappresentanti delle altre Chiese cristiane «L’Apostolo c’insegna che la verità si paga con la sofferenza»

SALVATORE MAZZA

Arderà per tutto l’anno la fiamma paolina. Per aiutare tutti i cristiani ad «ascoltare» San Paolo e ad «ap­prendere ora da lui, quale nostro maestro, 'la fede e la verità', in cui sono radicate le ra­gioni dell’unità tra i discepoli di Cristo». Per­ché se «c’è un solo pane», una è la preghie­ra, la «richiesta urgente» da levare a Cristo sull’esempio dell’apostolo: «Riportaci insie­me da tutte le divisioni». È questo desiderio di unità, forte, quasi strug­gente, che ha scandito la solenne recita dei Vespri, ieri pomeriggio, nella Basilica roma­na di San Paolo fuori le Mura, segnando l’a­pertura dell’Anno Paolino che intende cele­brare i duemila anni della nascita.
Accanto a Benedetto XVI, a restituire l’immagina con­creta di quel desiderio, il Patriarca ecume­nico di Costantinopoli Bartolomeo I, il rap­presentate dell’arcivescovo di Canterbury e i delegati fraterni delle Chiese di Gerusa­lemme, Antiochia, Ci­pro, Grecia – che forma­no l’ambiente geografi­co della vita dell’Aposto­lo prima del suo arrivo a Roma – e quelli delle di­verse Chiese e comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente.
Tutti insieme «per interrogarci sul grande apostolo delle genti – ha detto Papa Ratzinger nella sua o­melia – Ci chiediamo non soltanto: chi era Paolo? Ci chiediamo so­prattutto: chi è Paolo? Che cosa dice a me?».
In questi due momenti, approfondimento della conoscenza di san Paolo e dimensione ecumeni­ca, ci sono le finalità che lo stesso Papa ha voluto assegnare a questo bimillenario. Per­ché ispirandosi a San Paolo, ricorda il Pon­tefice, al suo zelo apostolico, al suo farsi vi­cino a genti diverse per annunciare la Paro­la del Signore e testimoniarla fino al marti­rio, il cammino verso l’unità assume una di­mensione quasi concreta. Perché «in un mondo in cui la menzogna è potente», Pao­lo ci insegna che «la verità si paga con la sof­ferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, te­nerla lontana da sé, tiene lontana la vita stes­sa e la sua grandezza». La cerimonia di ieri ha preso avvio nel gran­de quadriportico della Basilica di San Pao­lo, percorso dal Papa in processione con gli esponenti delle altre Chiese. Accanto alla Porta paolina, Benedet­to XVI ha acceso il pri­mo cero del braciere che arderà per tutto il corso dell’anno, fino al 29 giugno 2009, imitato nello stesso gesto, subi­to dopo, da Bartolomeo I e dai rappresentanti delle altre Chiese. Quin­di Papa Ratzinger, se­guito da Bartolomeo I, dal cardinale arciprete Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, dai delegati ecumenici e dai monaci benedettini, ac­compagnato dal canto della Schola, ha fatto il suo ingresso in Basilica dove, tra gli altri, c’erano il cardinale Segre­tario di Stato Tarcisio Bertone, il decano del Collegio cardinalizio Angelo Sodano, il nuo­vo vicario di Roma, cardinale Agostino Val­lini, e il sindaco della capitale Gianni Ale­manno. Nella sua omelia il Pontefice è par­tito dunque dalla domanda 'Chi è Paolo?'. «Maestro delle genti, apostolo e banditore di Gesù Cristo, così – ha ricordato il Papa – egli caratterizza se stesso in uno sguardo re­trospettivo al percorso della sua vita». Ma «con ciò lo sguardo non va soltanto verso il passato», perché «'Maestro delle genti' – questa parola si apre al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche – ha spiegato Benedetto XVI – il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi. Siamo quindi riuniti non per riflettere su u­na storia passata, irrevocabilmente supera­ta. Paolo vuole parlare con noi, oggi».
Lunghissimo l’applauso che ha salutato l’o­melia del Papa, così come lungo e caloroso era stato, all’inizio, quello seguito alla pre­sentazione di Bartolomeo I. Il quale, prima della benedizione finale, ha pronunciato a sua volta una breve omelia nella quale ha auspicato «che la vita e le Lettere di San Pao­lo continuino a essere per noi fonte di ispi­razione 'affinché tutte le genti obbediscano alla fede in Cristo'». «La radicale conversio­ne e il kerygma apostolico di Saulo di Tarso – ha aggiunto il patriarca – hanno “scosso” la storia nel senso letterale del termine e han­no scolpito l’identità stessa della cristianità. Questo sacro luogo fuori le Mura è senza dubbio quanto mai appropriato per com­memorare e celebrare un uomo che stabilì un connubio tra lingua greca e mentalità ro­mana del suo tempo, spogliando la cristia­nità, una volta per tutte, da ogni ristrettezza mentale, e forgiando per sempre il fonda­mento cattolico della Chiesa ecumenica».

© Copyright Avvenire, 29 giugno 2008

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L’INSEGNAMENTO DELL’APOSTOLO

UNA FEDE OLTRE LE FRONTIERE

GIANFRANCO RAVASI

Sul quaderno di note aveva scritto: «Ab­bozzo di sceneggiatura per un film su san Paolo (sotto forma di appunti per un direttore di produzione)» e, sotto, la data «Roma, 22 28 maggio 1968». Qua­rant’anni fa, dunque, Pier Paolo Pasolini aveva pensato a un soggetto cinemato­grafico dedicato all’Apostolo che, però, non avrebbe mai visto la sua esecuzione. In quegli appunti c’era un’intuizione che si potrebbe riproporre pari pari anche per l’anno paolino che ieri Benedetto XVI ha aperto solennemente nella basilica ro­mana che custodisce la tomba di questa figura capitale del cristianesimo.
Pasolini, infatti, pensava di trasporre la vi­cenda di Paolo ai nostri giorni, sosti­tuendo le antiche metropoli della cultu­ra e del potere (Atene, Roma, Corinto, Gerusalemme…) con New York, Londra, Parigi, Berlino e la Roma attuale.
L’Apostolo, infatti, è l’uomo che ha rin­corso la modernità senza lasciarsi da es­sa omologare; ha operato l’inculturazio­ne di un messaggio dalle forti connota­zioni semitiche nelle coordinate lingui­stiche, ideali e sociali dell’Impero roma­no e della civiltà ellenistica; non ha te­muto di inoltrarsi sui sentieri d’altura del­la teologia senza cadere nelle panie del­l’ideologia asfittica; è stato un edificato­re di cattedrali spirituali ma anche di co­munità locali, così intimamente inse­diate nel tessuto urbano da correre il ri­schio talora di impolverarsi mani, piedi e coscienza (si leggano le Lettere ai Co­rinzi!). Equivocava, perciò, il nostro Gramsci quando liquidava San Paolo come «il Lenin del Cristianesimo», così come sbandava Nietzsche quando lo op­poneva agli 'evangelisti', cioè ai primi annunziatori della 'buona novella' di Cristo, bollandolo come 'disangelista', cioè araldo di una 'cattiva novella', con­fermando laicamente uno stereotipo, dif­fuso anche tra molti credenti, secondo il quale l’Apostolo è un gelido teorico, «la causa dei principali difetti della teologia cristiana», come lo accusava Renan.
Certo, Paolo è convinto che fede e pen­siero si richiamino reciprocamente e quindi esige nel suo lettore rigore reli­gioso e intellettuale. Ne era già consape­vole la stessa Seconda Lettera di San Pie­tro quando osservava che «nelle lettere del nostro carissimo fratello Paolo vi so­no alcune cose difficili da comprendere gli ignoranti e gli incerti le travisano a lo­ro rovina» (3,16). È, dunque, necessaria una lettura sorvegliata e accurata del pa­trimonio letterario e teologico paolino che comprende ben 2003 versetti sui 5621 che compongono l’intero Nuovo Te­stamento. Egli induce al ritorno verso u­na fede che accoglie e approfondisce le ragioni che la sostengono. Questo anno paolino, anche se ancorato a una data di nascita più simbolica che reale, potreb­be allora essere il tempo per riproporre una meditazione personale e comunita­ria dell’epistolario paolino.
Sarà, certo, un vigoroso esercizio men­tale ma anche l’occasione per ritrovare una spiritualità pura, spoglia da fronzo­li secondari, da ridondanze devoziona­­li, da derive evanescenti, una fede che abbia il suo cuore profondo e vitale in quel Gesù Cristo che è nominato alme­no quattrocento volte negli scritti del­l’Apostolo. Il motto emblematico paoli­no, è, infatti, tutto in quella frase inca­stonata nella Lettera indirizzata agli a­mati cristiani della città macedone di Fi­lippi: «Per me il vivere è Cristo» (1,21). Ma la sua riflessione riesce a raggiunge­re anche le vette dei temi religiosi ultimi, come la grazia, la fede, la giustificazione, la legge, la libertà, la salvezza, l’agape, senza però evitare gli abissi oscuri del peccato, della carne, del male e della no­stra fragilità creaturale. Per questo il poe­ta Mario Luzi definiva 'smisurata' la fi­gura di Paolo, capace cioè di varcare le frontiere per discendere nei segreti te­nebrosi dell’umanità e ascendere verso il cielo del divino e della redenzione pie­na. E il suo capolavoro teologico, la Let­tera ai Romani, sta lì, davanti a noi an­cor oggi a sfidarci per imboccare la via di un cristianesimo radicale e autentico.

© Copyright Avvenire, 29 giugno 2008

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Il Papa apre l’Anno paolino nel segno della ricerca dell’unità dei Cristiani (Asianews)

Straordinaria cerimonia per l'apertura dell'Anno Paolino...nessun servizio nei telegiornali delle 20. Ottimo Brunelli per il TG2

L'enigma di Damasco. Cosa avvenne davvero su quella strada (Penna per l'Osservatore Romano)

Card. Kasper: "San Paolo. Tra dialogo e testimonianza". (Osservatore Romano)

Il nuovo vicario di Roma il cardinale Agostino Vallini: è un incarico di fiducia del Papa, mi rifarò alla Gaudium et Spes (Radio Vaticana)

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Card. Vallini: «Gesù sia sempre più amato e conosciuto dai romani» (Cardinale)

Zizola cambia idea: la Chiesa di Ratzinger non è interessata alla politica...noi lo sapevamo da tre anni!

"Il Papa non veste Prada ma Cristo": l'analisi di Sandro Magister

Domenica in tutte le chiese la raccolta delle offerte per l'Obolo di San Pietro: una giornata per la carità del Papa (Osservatore)

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Oggi, giorno dei SS.Pietro e Paolo, il Pontefice ha inaugurato la nuova stuola. Dall'inizio del Pontificato modificati anche il bastone e l'eucarestia

Pallio, pastorale e trono
Benedetto XVI rifà il look al rito


Monsignor Marini, responsabile delle celebrazioni liturgiche pontificie, spiega a L'Osservatore Romano il motivo di questa rivoluzione di simboli

di CLAUDIA FUSANI

ROMA - Le grandi rivoluzioni s'intravedono sempre nelle piccole cose. E la difesa di un credo riparte sempre dai suoi simboli, più o meno antichi, più o meno dimenticati, per questo, magari, più forti. Seguendo, a modo suo, il filo che lega spiritualità e fisicità Benedetto XVI sta compiendo una grande rivoluzione con piccoli gesti: tentare il rilancio della religione cattolica utilizzando la forza fisica e simbolica del rito, degli oggetti, dei simboli e dei paramenti. Se una liturgia è stanca - come può essere quella cattolica e della SS.Messa - il suo rilancio, la sua ripartenza, passa dalla celebrazione della messa in latino ma anche dalla stola di lana bianca riveduta e corretta, dai cappelli a larghe tese ai mocassini dello stesso punto di rosso antico, da altri copricapi e coprispalla ai grandi crocifissi pettorali. Come quello d'oro con diamanti e zaffiri che Silvio Berlusconi ha regalato a Sua Santità nel giorno della visita in Vaticano.

Oggi, giorno dei SS.Pietro e Paolo, celebrando messa in S.Pietro, il Pontefice ha realizzato un altro passo di un percorso in realtà iniziato con l'avvio del suo pontificato. Percorso spirituale ma soprattutto "politico", massmediatico, qualcuno osa anche dire "modaiolo". Si faceva notare, giovedì 26 giugno, la pagina con foto a colori su L'Osservatore romano dedicata alle vesti liturgiche, quasi una concessione alle vanità di un magazine di moda.
E comunque Esquire, magazine americano di moda e costume, ha indicato Benedetto XVI come l'uomo che meglio sceglie gli accessori di abbigliamento. Molti avranno notato, poi, con quale attenzione il Pontefice leva appena può gli occhiali. Insomma, studioso, scrittore (due milioni di copie di libri venduti), politico, attento all'ecumenismo, legato alla tradizione e... così umanamente vanesio.

Il Credo Niceno.

Cominciamo dall'ecumenismo. Con un gesto "rivoluzionario", nella messa di questa mattina in San Pietro, Benedetto XVI ha ceduto la parola al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, chiedendo che fosse lui a tenere l'omelia "per la grande festa dei Santi Pietro e Paolo, patroni di questa Chiesa di Roma e posti a fondamento, insieme agli altri Apostoli, della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica".

Per tradizione il 29 giugno una delegazione della Chiesa di Costantinopoli è presente in Vaticano. Quest'anno la delegazione è guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santità Bartolomeo I. Il Santo Padre lo ha atteso sul sagrato della Basilica, insieme sono entrati in S. Pietro, hanno rivestito i paramenti e sono saliti all'altare. Insieme poi, i "capi" delle due chiese, hanno recitato la professione di fede, il Simbolo Niceno Costantinopolitano nella lingua originale greca, secondo l'uso liturgico delle Chiese bizantine. Poi l'omelia e infine anche un'unica benedizione nel nome di San Paolo, apostolo delle genti.

Il pallio.

Come annunciato tre giorni fa da L'Osservatore Romano che ha ospitato una lunga intervista a monsignor Guido Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, stamani il Papa ha inaugurato un nuovo pallio, il simbolo del vescovo buon pastore e insieme dell'Agnello crocifisso, il paramento che più di tutti fa chiesa in quanto comunità. In realtà si tratta del recupero del vecchio pallio che ha una forma circolare chiusa, con i due estremi pendenti sul petto e sulla schiena. Le croci che lo adornano restano rosse, ma la forma è più grande e lunga. "Si recuperano alcuni aspetti della forma precedente al pontificato di Giovanni Paolo II" ha spiegato monsignor Marini.

Il pallio pontificio, paramento liturgico utilizzato fin dall'antichità, è un panno di lana bianca che usano solo il Papa e i metropoliti (quello del Pontefice è diverso da quello degli Arcivescovi). Finora Benedetto XVI ha indossato una stola simile a quelle usate prima del X secolo, incrociato sulla spalla e con cinque croci rosse, simbolo delle piaghe di Cristo. "Ma era scomodo - confessa monsignor Marini senza però dire perchè - e ha creato diversi e fastidiosi problemi dall'inizio del Pontificato".

Si rinnova anche il pastorale.

Da alcuni mesi, ha spiegato monsignor Marini, il Papa ha deciso di cambiare anche il pastorale, il modello Pio IX ha vinto su Paolo VI: quello dorato a forma di croce greca usato da Pio IX al posto di quello argentato con la figura del crocifisso introdotto da Paolo VI. Questa scelta, ha spiegato il monsignore "non è solo un ritorno all'antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel cammino della storia". Il nuovo pastorale si chiama ferula ed è "più fedele alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che sempre stato a forma di croce e senza crocifisso". E' anche more comfortable, più leggero e maneggevole. Lo dice il monsignore, perchè c'è lo spirito ma anche il corpo vuole le sue.

Paramenti liturgici.

L'attenzione di Esquire al papa modaiolo scatta in inverno quando Benedetto recupera da armadi e vetrinette vaticane indumenti che non si vedevano più da anni. Ad esempio il camauro (berretto rosso dal bordo bianco portato solo in inverno), mai più visto dai tempi di Giovanni XXIII. "Le vesti liturgiche adottate, come anche alcuni particolari del rito, intendono sottolineare la continuità della celebrazione liturgica attuale con quella che ha caratterizzato nel passato la vita della Chiesa" ha spiegato monsignor Marini. La parola chiave, "l'ermeneutica", per comprendere tutto questo quindi è la continuità "nei simboli, nei paramenti e nel rito tra il prima, il dopo e il presente". L'importante, ha osservato, non è tanto l'antichità o la modernità dei paramenti liturgici, "quanto la bellezza e la dignità, componenti importanti di ogni celebrazione liturgica". Dopodichè ci sarebbe anche da dire cosa tutto questo significa e implica nell'epoca dove il visivo e l'immagine sono quasi un sesto senso.

Alto trono papale.

Cambia anche quello. Anzi, ritorna, al centro dell'altare. "Vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e vicario di Cristo" spiega monsignor Marini. E la croce tornata al centro dell'altare, indica "la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l'orientamento esatto che tutta l'assemblea chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che nato, morto e risorto per noi, il Salvatore".

Modifiche anche alla comunione.

C'è anche la distribuzione della comunione in bocca e in ginocchio (viaggio del Papa a Brindisi) che, rispetto all'ostia in bocca, "sottolinea - dice monsignore - la verità della presenza reale nell'eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli, introduce con più facilità al senso del mistero". L'ostia in bocca, in fodno, è e resta "un indulto alla legge universale concesso dalla Santa Sede".
Nella società dell'immagine anche la Chiesa rafforza il suo rito recuperando i simboli. E come ha scritto Juan Manuel de Prada su L'Osservatore, "il Papa non veste Prada ma Cristo. E questa sua preoccupazione non riguarda l'accessorio ma l'essenziale. Benedetto XVI recupera gli ornamenti liturgici per rendere più comprensibile agli uomini del nostro tempo la realtà più vera della liturgia". Guardandoli, si riscopre cosa significa pallio, cosa pastorale, il trono e l'eucarestia.

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Vi siete fatti una risata? Io si'...eh...com'e' facile cadere nei trappoloni :-))
R.

IL PAPA CONSEGNA IL PALLIO E CAMBIA ANCHE IL SUO. BENEDETTO XVI: PAOLO FU MARTIRIZZATO ALLE TRE FONTANE (Agi)


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Riceviamo e con grande piacere pubblichiamo i servizi preparati da Salvatore Izzo (Agi) sulla celebrazione odierna.
R.

PAPA: ALL'OMELIA CEDE LA PAROLA A PATRIARCA BARTOLOMEO I

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 29 giu.

Con un gesto di grande valore ecumenico, nella messa di questa mattina in San Pietro, Benedetto XVI ha ceduto la parola al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, chiedendo che fosse lui a tenere l'omelia ''per la grande festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa di Roma e posti a fondamento, insieme agli altri Apostoli, della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica''.
Questa festa, ha spiegato il Papa, ''ci porta ogni anno la gradita presenza di una Delegazione fraterna della Chiesa di Costantinopoli, che quest'anno, per la coincidenza con l'apertura dell'Anno Paolino, e' guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santita' Bartolomeo I. A lui rivolgo il mio cordiale saluto, mentre esprimo la gioia di avere ancora una volta la felice opportunita' di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell''unitatis redintegratio', il giorno della piena comunione tra noi.
Saluto pure i membri della Delegazione patriarcale, come anche i Rappresentanti di altre Chiese e Comunita' ecclesiali, che ci onorano della loro presenza, offrendo con cio' un segno della volonta' di intensificare il cammino verso la piena unita' tra i discepoli di Cristo. Ci disponiamo ora ad ascoltare le riflessioni di Sua Santita' il Patriarca Ecumenico, parole che vogliamo accogliere con il cuore aperto, perche' ci vengono dal nostro Fratello amato nel Signore''.
Il Patriarca Ecumenico era stato accolto dal Santo Padre sul sagrato della Basilica. Quindi sono entrati insieme in San Pietro e rivestiti i paramenti, processionalmente sono saliti all'altare, preceduti dal diacono ortodosso e dal Diacono latino che portavano il Libro dei Vangeli.
Insieme il Papa e il Patriarca reciteranno poi la professione di fede, il Simbolo Niceno Costantinopolitano nella lingua originale greca, secondo l'uso liturgico delle Chiese bizantine.
''Al di la' delle notevoli difficolta' che sussistono sulle note problematiche, desideriamo veramente e preghiamo assai per questo, che - ha affermato da parte sua il il Patriarca nell'omelia - queste difficolta’ siano superate e che i problemi vengano meno,
il piu' velocemente possibile, per raggiungere l'oggetto del
desiderio finale a gloria di Dio''.
''In entrambe le Chiese - ha ricordato Bartolomeo - onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui
che ha dato una confessione salvifica della Divinita' di Cristo, Pietro, quanto il vaso di elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini dell'universo, in
mezzo alle piu' inimmaginabili difficolta' e pericoli. Festeggiamo la loro memoria, dall'anno di salvezza 258 in avanti, il 29 giugno, in Occidente e in Oriente, dove nei giorni che precedono,
secondo la tradizione della Chiesa antica, in Oriente ci siamo preparati anche per mezzo del digiuno, osservato in loro onore. Per sottolineare maggiormente l'uguale loro valore, ma anche per il loro
peso nella Chiesa e nella sua opera rigeneratrice e salvifica durante i secoli, l'Oriente - ha sottolineato ancora il Patriarca - li onora abitualmente anche attraverso un'icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l'un l'altro e si scambiano il bacio in Cristo.
Proprio questo bacio - ha concluso il patriarca - siamo venuti a scambiare con Voi, Santita', sottolineando l'ardente desiderio in Cristo e l'amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri''.
Le parole di Bartolomeo I sono state accolte da un lungo applauso.

Successivamente Benedetto XVI ha ripreso la parola e dopo aver ringraziato il patriarca ha voluto ricordare che ''la missione permanente di Pietro'' e quindi la propria, come suo successore, e' quella di ''far si' che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura, con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l'umanita' al di la' di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore''.

Secondo Papa Ratzinger, nel mondo globalizzato di oggi ''grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni'' esistono nuovi modi di unita', ma e' un'unita' ''sulle cose materiali'' che fanno spesso ''esplodere
nuovi contrasti''. Invece il mondo ha sempre piu' bisogno di ''unita' interiore, che proviene dalla pace di Dio''. Dunque la ''missione permanente'' del Pontefice, ma anche ''compito particolare affidato alla Chiesa'', e' ricondurre a questa unita' l'umanita' intera''.
Al termine del rito, Benedetto XVI e Bartolomeo I hanno poi impartito entrambi la benedizione finale ai fedeli presenti in San Pietro. Per primo a tracciare il segno della croce pronunciando la formula in latino e' stato il Papa, seguito dal patriarca che ha pronunciato la sua benedizione in greco.
Anche oggi il Pontefice ha distribuito la comunione ai fedeli inginocchiati davanti a lui.

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PAPA: CONSEGNA IL PALLIO E CAMBIA ANCHE IL SUO

(AGI) - CdV, 29 giu.

Benedetto XVI ha rinunciato oggi al lungo e pesante pallio che indossava dal giorno dell'inaugurazione del Pontificato per indossarne uno piu' semplice, in tutto simile a quello che proprio nella messa di San Pietro ha consegnato a 40 nuovi arcivescovi, dai quali differisce solo per il colore delle croci: rosse quelle del Pontefice, nere quelle degli arcivescovi.
Prima del rito i pallii erano stati posti sulla tomba di San Pietro. La lana utilizzata per confezionarli e' quella di alcuni agnelli donati al Papa, che li benedisse nel giorno della festa di Sant'Agnese, il 21 gennaio.
Il pallio, ha spiegato ai nuovi metropoliti prima di porglielo sulle spalle, ''ricorda il Pastor che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova piu' la via verso casa e la riporta all'ovile''.
'I padri della Chiesa - ha sottolineato Papa Ratzinger - hanno visto in questa pecorella l'immagine di tutta l'umanita', dell'intera natura
umana, che si e' persa e non trova piu' la via verso casa. Cosi'
il Pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui, diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui''.
A ricevere il pallio durante la messa sono stati 40 nuovi arcivescovi tra i quali il neo patriarca di Gerusalemme dei Latini, mons. Fouad Twal, che si e' insediato domenica scorsa, e quattro italiani: mons. Paolo Pezzi, arcivescovo di Mosca, mons. Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso, mons. Giovanni Paolo Benotto, arcivescovo di Pisa, e mons. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento. Hanno ricevuto invece il pallio, nelle loro sedi metropolitane, perche' impossibilitati a venire a Roma, mons. William D'Souza, arcivescovo di Patna in India e mons. Edward Tamba, arcivescovo di Freetown in Sierra Leone.
Del significato del pallio Benedetto XVI ha poi parlato nuovamente nel discorso che dopo la messa ha preceduto la preghiera dell'Angelus. ''Il tema dell'unita' - ha detto - oggi e' messo in risalto dal tradizionale rito del Pallio, che durante la santa messa ho imposto agli arcivescovi metropoliti nominati durante l'ultimo anno. Sono 41, e altri due lo riceveranno nelle loro sedi. Anche ad essi va nuovamente il mio saluto cordiale''.

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ANNO PAOLINO: PAPA, LUOGO MARTIRIO FU TRE FONTANE

(AGI) - CdV, 29 giu.

Correggendo le conclusioni della maggior parte degli archeologi, Benedetto XVI ha affermato oggi che ''il luogo del martirio di San Paolo e' alle Tre Fontane''.
Lo ha fatto nel discorso che dopo la messa di oggi in San Pietro ha precedto l'Angelus, nel quale ha sottolineato che l'Anno Paolino avra' ''come baricentro Roma, in particolare la Basilica di San Paolo fuori le Mura e il luogo del martirio''. Nella sua prima uscita dal Vaticano, nell'aprile 2005 il Papa aveva invece mostrato di accogliere le conclusioni degli studiosi e disse che il martirio era avvenuto nei pressi della tomba che e' sotto l'altare papale della basilica di San Paolo. ''L'anno paolino - ha aggiunto - coinvolgera' la Chiesa intera, a partire da Tarso, citta' natale di Paolo, e dagli altri luoghi paolini meta di pellegrinaggi nell'attuale Turchia, come pure in Terra Santa, e nell'Isola di Malta, dove l'Apostolo approdo' dopo un naufragio e getto' il seme fecondo del Vangelo''.
''In realta' - ha continuato Ratzinger - l'orizzonte dell'Anno Paolino non puo' che essere universale, perche' san Paolo e' stato per eccellenza l'apostolo di quelli che rispetto agli Ebrei erano i lontani. Per questo anche oggi, in un mondo diventato piu' piccolo, ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesu', il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo''.
Per il Papa, pero' ''questa dimensione missionaria ha bisogno di accompagnarsi sempre a quella dell'unita''' ed ''e' motivo di speciale gioia per il vescovo di Roma accogliere il patriarca ecumenico di Costantinopoli, nella cara persona di Sua Santita' Bartolomeo I, al quale - ha scandito - rinnovo il mio fraterno saluto estendendolo all'intera Delegazione della Chiesa Ortodossa da lui guidata''.
''Anno Paolino, evangelizzazione, comunione nella Chiesa e piena unita' di tutti i cristiani: preghiamo - ha concluso - per queste grandi intenzioni affidandole alla celeste intercessione di Maria Santissima, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli''.

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Il Papa all'Angelus: L’orizzonte dell’Anno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza l’apostolo dei "lontani"

Clicca qui per leggere le parole del Papa alla recita dell'Angelus oggi eccezionalmente dalla Basilica vaticana.

ANGELUS DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

"La missione di Pietro è far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura. Che sia sempre la Chiesa di tutti"

Clicca qui per leggere il testo della splendida omelia pronunciata dal Santo Padre in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
Nello stesso post l'omelia di Sua Santità Bartolomeo I
.

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Numerosi incontri hanno caratterizzato il calendario degli eventi a Tarso

Tutte le confessioni cristiane in Turchia per l'Anno paolino

di Egidio Picucci

A Tarso si parla ancora della suggestiva apertura dell'Anno paolino, avvenuta nei giorni scorsi sul sagrato della chiesa bizantina che la città ha dedicato a Paolo, il suo figlio più illustre.
Se ne parla non perché la gente conosce la vita e l'attività dell'apostolo, ma perché nella lunga storia della città non aveva mai visto una presenza così numerosa di rappresentanti di tutte le confessioni cristiane e delle varie fedi religiose professate in Turchia. Ciò che a Istanbul è normale, a Tarso ha fatto storia, anche perché alla liturgia della parola ha partecipato un gran numero di pellegrini italiani, tedeschi e iracheni.
Tarso è il luogo dove l'apostolo Paolo vide la luce. Qui, in Turchia si trova il punto centrale della sua attività. Seleucia, Iconio, Listra, Derbe, Efeso, Mileto, Perge, Troade: è da qui che Paolo iniziò i suoi viaggi missionari. Paolo è il più illustre figlio di Tarso. Il messaggio di Paolo è ancora oggi vivo e valido. Le sue lettere sono usate durante le liturgie cristiane in ogni parte del mondo e sono studiate in tutte le accademie teologiche.
Lo svolgimento del rito è stato semplice: lettura della conversione di Paolo sulla via di Damasco, presa dagli Atti, e del brano della Lettera ai Romani in cui si dice di "non rendere a nessuno male per male"; discorso del vicario apostolico di Anatolia, monsignor Luigi Padovese; preghiera dei fedeli in varie lingue; preghiere fatte da ortodossi armeni, siriaci e protestanti; recita della preghiera semplice attribuita a san Francesco e preghiera conclusiva del cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani.
Il rito si è svolto alla presenza del nunzio apostolico in Turchia e in Turkmenistan, arcivescovo Luigi Antonio Lucibello; di monsignor Ruggero Franceschini, arcivescovo di Izmir; di monsignor Giuseppe Germano Bernardini, arcivescovo emerito di Izmir; di monsignor Georges Khazzoum, vescovo coadiutore degli Armeni di Turchia; di monsignor Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul; del corepiscopo monsignor Yusuf Sa, vicario patriarcale dei siro-cattolici di Turchia; di monsignor François Yakan, vicario patriarcale dei siro-caldei di Turchia, e di monsignor Elpidophoros Lambriniadis, primo segretario del Patriarca ecumenico Bartolomeo I.
Alla cerimonia religiosa ha fatto seguito la manifestazione civile nella piazza accanto al St. Paul kuiusu ("pozzo di san Paolo"), cosiddetto perché pare si trovasse nel quartiere ebraico in cui nacque Paolo. È l'unico ricordo dei tempi dell'apostolo. Molto applauditi i due cori che si sono esibiti sul palcoscenico, sia quello di musica classica, proveniente da Mersin, sia il Coro delle civiltà di Antiochia, composto da cattolici, ortodossi, ebrei, protestanti e aloiti tutti vestiti di bianco.
Il calendario prevede una celebrazione a Tarso con ottanta diaconi il prossimo 24 agosto; il pellegrinaggio della Pontificia università Gregoriana il 9 settembre; una visita della Conferenza episcopale tedesca il 2 ottobre; la presenza di monsignor Ludwig Schick, arcivescovo di Bamberg, e altre manifestazioni locali.
"L'anno dedicato a Paolo - hanno scritto i vescovi della Conferenza episcopale turca - invita i cattolici a intensificare il dialogo con il mondo musulmano: il dialogo della vita, dove si vive e si condivide; il dialogo delle opere, dove cristiani e musulmani agiscono insieme in vista dello sviluppo integrale e della liberazione della gente; il dialogo dell'esperienza religiosa e degli scambi teologici, dove ci si sforza di meglio conoscersi per un maggior rispetto reciproco. Il tutto, ovviamente, senza mettere da parte le proprie convinzioni religiose, perché si dialoga veramente solo quando ciascuno rimane se stesso, mantenendo intatta la propria identità di fede, non tacendo mai, per nessuna ragione, quanto potrebbe apparire difficile da capire per chi non è cristiano".

(©L'Osservatore Romano - 29 giugno 2008)

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ENZO BIANCHI

Ancora una volta si rinnova oggi a Roma un gesto divenuto ormai «tradizionale», anche se inaugurato solo una quarantina d’anni fa: in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, una delegazione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, guidata quest’anno dallo stesso patriarca Bartolomeo I, presenzierà all’eucaristia celebrata in San Pietro da papa Benedetto XVI. Analogamente, per la corrispondente festa di sant’Andrea il 30 novembre, una delegazione vaticana è sempre presente alle celebrazioni in onore dell’apostolo «primo chiamato», Andrea, fratello di Pietro e primo vescovo di Costantinopoli. E più di una volta è accaduto, come quest’anno appunto, che la delegazione ortodossa a Roma fosse presieduta dal primus inter pares, il patriarca di Costantinopoli, e quella vaticana a Istanbul dal papa stesso. Ma che significato ha questo evento, frutto di una stagione nuova nei rapporti tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa avviata dal concilio e dai primi incontri tra papa Paolo VI e il patriarca ecumenico Athenagoras I?

È un evento che in un certo senso simboleggia efficacemente l’attuale situazione dei rapporti tra la chiesa cattolica e le chiese ortodosse e, più in generale, il cammino verso l’unità dei cristiani. Nella celebrazione in San Pietro il gesto che è «fonte e culmine» della vita cristiana - la comunione eucaristica nella condivisione dell’unico pane e dell’unico calice eucaristici - purtroppo non potrà ancora essere compiuto perché la fine delle reciproche scomuniche sancita alla chiusura del Vaticano II non è tuttora approdata a una piena comunione: e questo impedimento rimane fonte di sofferenza, controtestimonianza rispetto alla preghiera di Gesù stesso alla vigilia della sua passione «che tutti siano una cosa sola», e anche scandalo di fronte a quanti non nutrono la fede cristiana. Ma, all’interno della liturgia eucaristica, Benedetto XVI e Bartolomeo I compiranno insieme alcuni gesti da sottolineare: terranno l’omelia, reciteranno insieme il Credo e insieme impartiranno la benedizione. Riti che riguardano solo i cristiani? Non credo.

Innanzitutto, il papa e il patriarca ecumenico testimoniano di poter condividere una parola che annuncia il vangelo, la buona notizia, a tutti gli uomini. Predicare significa infatti questo: tradurre nell’oggi l’annuncio di Gesù Cristo, far risuonare per una comunità precisa in un momento storico preciso la parola di Dio che rimane in eterno, dare voce a quel Gesù che «è lo stesso ieri, oggi e sempre» ma che è ascoltato, compreso, seguito in modo sempre nuovo e unico da ciascun discepolo nel corso della storia. Poter avere una parola comune da annunciare non solo ai fedeli della propria chiesa ma anche a chi della chiesa non fa parte significa testimoniare che il messaggio evangelico è ancora oggi parola di vita offerta a quanti accettano di ascoltarla e di accoglierla come fonte che alimenta il proprio pensare e il proprio agire, significa che è ancora possibile dire all’uomo una parola sull’uomo che lo aiuti a ritrovare e a custodire la propria dignità, significa affermare che la vita di ciascuno può avere un senso e vale la pena viverla in pienezza e in libertà.

Anche proclamare insieme, cattolici e ortodossi, il Credo non è evento che si esaurisce all’interno delle due confessioni cristiane, perché la fede professata proclama la vittoria della vita sulla morte, parla di una speranza di salvezza per tutti, narra della grandezza di ogni essere umano che si riconosce nell’uomo Gesù di Nazaret, in quell’uomo secondo il disegno di Dio: è un invito a riscoprire le enormi potenzialità di amore e di comunione che ogni essere umano possiede. I cristiani professano sì la loro fede, la proclamano in un’assemblea liturgica riservata ai battezzati, ma quanto è affermato in quelle formule di duemila anni fa apre un cammino di speranza per tutti.

E, infine, papa Benedetto XVI e il patriarca Bartolomeo I impartiranno insieme la benedizione apostolica, cioè «diranno bene» dell’uomo da parte di Dio, affermeranno che il Signore ha posto il suo compiacimento in quella creatura capace di grandezze e di miserie, testimonieranno che chi opera per la giustizia e la pace rivela qualcosa dell’agire di Dio nella storia. Sì, nelle liturgie cristiane ci troviamo nel punto più avanzato della frontiera tra quanto è proprio solo dei battezzati e il tesoro prezioso posto in vasi di argilla e offerto a beneficio di tutti, credenti e non credenti. Lì è la soglia tra una dimensione di «arcano» da custodire e un’offerta di umanizzazione da donare a quanti hanno orecchie e cuore per ascoltare: è questa dimensione antropologica e sociale dell’annuncio cristiano che dovrebbe far percepire come la libertà di culto non può essere rinchiusa nel ristretto ambito del privato ma deve poter assumere una espressione anche comunitaria e pubblica. Poi, possiamo anche disinteressarci di quanto avviene all’interno delle quattro mura di una basilica, oppure possiamo ridurlo a uno dei tanti eventi mediatici più o meno affascinanti, ma non possiamo ignorare che da lì sgorga un messaggio di speranza per tutti, un’energia che rende più umana e vivibile la nostra terra.

© Copyright La Stampa, 29 giugno 2008 consultabile online anche qui.

SANTA MESSA NELLA SOLENNITA' DEI SANTI PIETRO E PAOLO: DIRETTA IN CORSO

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L'inno di Ambrogio per la memoria dei santi Pietro e Paolo: "Una croce come trono. Una decapitazione come corona"(Biffi, Osservatore)


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L'inno di Ambrogio per la memoria dei santi Pietro e Paolo

Una croce come trono
Una decapitazione come corona


di Inos Biffi

Quando Ambrogio compone per i suoi fedeli di Milano l'inno per la memoria dei santi Pietro e Paolo, che essi celebravano, si avverte che il suo affettuoso pensiero è rivolto alla Chiesa di Roma, il luogo fisico del loro martirio e dei loro sepolcri, di cui non cesserà mai di subire il fascino.
Sembrano tornare alla mente del vescovo l'emozionante ricordo e la gioiosa visione della festa, che in loro onore era solennemente celebrata nell'Urbe, la patria della sua gens e della sua fede, che non ha mai cessato di portare nel cuore e che, non senza compiacenza, al termine dell'inno definirà come l'"eletta, capo ai popoli, / e sede del maestro delle genti!".
Il cardinale Schuster - lui pure romano diventato arcivescovo di Milano - esaminando l'L'idea di Roma nella Liturgia di sant'Ambrogio, scriveva: "Il mio stato d'animo mi fa pensare che Ambrogio, anche a Milano, pensasse romanamente, e vivesse in un mondo che era assai più vasto del quadrilatero della Mediolanum Gallica", aggiungendo: "Fuori della cerchia delle mura (di Milano) si snoda la via romana, bella inizialmente con un magnifico porticato e un arco trionfale. Spingendo più giù lo sguardo, Ambrogio cerca tuttavia di scoprire la città dei sette colli con lo sfondo della basilica di San Pietro. Quasi a rifarsene, al principio stesso della via romana erige il suo Apostoleion in onore dei santi apostoli, e lo consacra con le reliquie che gli apporta da Roma il prete Simpliciano".
Ma veniamo all'inno: la passione dei due apostoli - incomincia - ha reso santo un giorno comune e secolare (dies saeculi). Gli "eventi divini (facta divina)", secondo Ambrogio, trasfigurano i giorni degli uomini, e così è avvenuto per il martirio di Pietro, una sconfitta diventata gloriosa vittoria (è ambrosiana l'espressione: sanguis triumphalis), e per quello di Paolo, che gli ha meritato la corona del "buon atleta". "Con il trionfo nobile (triumphus nobilis) di Pietro / - inizia dunque in tono lieto e vibrante il canto, con un verso che verrà citato da Agostino - e la corona di Paolo (Pauli corona) / la passione degli apostoli / questo, esaltando, consacrò tra i giorni".
Ambrogio si compiace di mettere in luce la parità dei due apostoli, assimilati e uniti dall'effusione del sangue, e incoronati dalla fede in Cristo, che ugualmente li aveva fatti discepoli del Signore: "Una morte cruenta e gloriosa (cruor triumphalis necis) / li assimilò e congiunse; / la fede in Cristo incoronò gli eroi / che alla divina sequela si posero". Più volte il vescovo di Milano sottolinea la natura gloriosa del martirio ed è abituale in lui connotare col tratto della trionfalità la morte dei martiri, che, imitando la preziosa effusione del sangue di Cristo - il pretiosus cruor Domini - ha dentro di sé lo splendido pegno della vittoria. Così, egli parla di cruor triumphalis e di victimae triumphales riguardo a Protaso e Gervaso, di proelium triumphale, di triumphales gemitus, di triumphalia vulnera a proposito dei fratelli Maccabei. E, infatti, la croce di Pietro si trasforma nel trono di un re vittorioso e la decapitazione di Paolo diventa una corona.
Sullo stesso tema della parità dei due apostoli prosegue la strofa successiva, con i richiami biblici su Pietro, nominato nei vangeli come primo - "Primo Simone, chiamato Pietro" (Matteo 10, 12) - al quale appartiene il primato passato alla Chiesa di Roma, e su Paolo, definito negli Atti "vaso di elezione" (9, 15), equiparato a Pietro nella grazia e nella fede: "Il primo apostolo è Pietro, / ma non minore è Paolo per grazia, / che fu santo strumento di elezione / e Pietro eguagliò nella fede".
Ambrogio afferma più volte nei suoi scritti questa loro uguaglianza: "Un'identica grazia rifulgeva in coloro che l'unico Spirito aveva eletto. Né Paolo fu inferiore a Pietro, benché quello fosse il fondamento della Chiesa e questi il sapiente architetto".
Sul tipo di morte a cui andò incontro Paolo l'inno non dice nulla, mentre, intessendo le notizie degli Atti di Pietro e i passi del Vangelo di Giovanni, si sofferma su quella di Simone, che subì lo stesso martirio di Gesù, la crocifissione, ma "su capovolta croce", o sulla croce dal piede capovolto (verso crucis vestigio).
Egli, glorificando Dio, senza resistenza e spontaneamente (volens), vi salì, a somiglianza di Gesù che, allo stesso modo, "ascese sulla croce" - come canta l'inno ambrosiano all'ora di terza - e avverò così le parole profetiche del Signore: "In verità, in verità ti dico: "Quand'eri giovane, ti annodavi da te la cintura e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti annoderà la cintura e ti condurrà dove tu non vuoi". Questo disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio" (Giovanni 21, 18-19).
Ambrogio trasforma in chiari versi didascalici questa profezia: "Su capovolta croce / ascende Simone, e sospeso / glorifica Dio, non dimentico / del vaticinio antico. / Secondo il detto, vecchio ormai fu cinto / ed elevato da un altro; / condotto dove non vorrebbe, docile / vinse una morte crudele". Anche nel caso di Pietro, come di tutti i martiri, e anzitutto di Gesù Cristo, la morte non ottiene il sopravvento, ma subisce la sconfitta.
L'interesse del poeta si intrattiene ora sulle felici conseguenze di quella "morte crudele" per la città di Roma: edificata sul sangue di Pietro e resa illustre da così eccellente vescovo - o, se ci si riferisce a Paolo, dalla figura di tanto dottore - l'Urbe e pervenuta all'apice della fede cristiana: "Su tale sangue fondata, / nobilitata da tanto vescovo, / Roma ha toccato l'eccelso vertice / della pietà religiosa (celsum verticem devotionis)".
Essa ha, così, rinnovato le ragioni del suo prestigio e della sua celebrità: in questi versi "il poeta cristiano fonde parecchi ricordi virgiliani, tra cui una famosa esaltazione della Roma di Augusto. E, tuttavia, non si tratta più della Roma pagana e della sua grandezza materiale, ma della Roma cristiana e della sua grandezza religiosa (Duval)".
A questo punto, quasi migrando da questa sua Chiesa, Ambrogio si sente trasportato alle festose e animate celebrazioni romane dei due apostoli. Egli le ha conservate fisse nella memoria e si direbbe le voglia descrivere ai milanesi, che una volta rimprovererà per averne disertato la veglia e trascurato il digiuno in loro onore.
Egli rivede l'intera città animata e rigurgitante di fedeli, che si riversano lungo le tre vie che portano ai loro luoghi di culto: la via Trionfale o Aurelia, dove è sepolto Pietro, la via Ostiense, dove si trova Paolo, e la via Appia, alle catacombe di san Sebastiano, presso le quali, secondo la testimonianza di Papa Damaso (vescovo di Roma dal 366 al 384), in circostanze o modalità che non ci sono note, avevano abitato i due apostoli (habitasse [...] cognoscere debes). "Folle di popolo fitte si muovono / per l'ampia distesa dell'Urbe: / su tre diverse strade si celebra / la festa dei martiri santi".
Nello spettacolo di tanta gente che si accalca nell'Urbe per venerare i due apostoli, al poeta sembra di vedere sia lo stiparsi dei fedeli di tutta la terra sia l'affluire con loro anche degli angeli: "Pare qui si riversi il mondo intero / e accorra insieme la schiera celeste". Da qui la triplice e appassionata acclamazione rivolta alla città di Roma, che, per i meriti di Pietro e di Paolo, è stata elevata a una dignità e a una grandezza nuova: "Eletta, capo ai popoli, e sede del maestro delle genti!".
Roma è l'"Eletta": e il titolo richiama la Prima lettera di Pietro che, secondo alcune versioni, lo assegna alla Chiesa romana, "l'eletta che è in Babilonia" (5, 13). Essa è "capo ai popoli": come altrove la definisce lo stesso Ambrogio, che parla della "Chiesa di Roma capo di tutto il mondo romano" e della "sacrosanta fede degli apostoli", da cui "si diffondono in tutte le Chiese i princìpi che stabiliscono la venerabile comunione che le unisce".
Roma è, infine, la "sede del maestro delle genti", ossia di Pietro, ed è ancora Ambrogio a riconoscere la "Chiesa romana (Ecclesia romana)" come la "custode intemerata del simbolo degli apostoli", dove "fu vescovo" e "dove siede il primo degli apostoli, Pietro", e ad affermare che "non possiede l'eredità di Pietro chi non possiede la sede di Pietro".
Un inno come l'Apostolorum passio, col suo calore e la sua passione, poteva sgorgare solo dalla penna e dalla vena poetica di un poeta che aveva l'animo colmo di ammirazione per la fede di quella Chiesa, che conservava la memoria viva della sua pietà e si sentiva fiero di provenire da essa, anche se, prima dell'elezione all'episcopato di Milano, non vi aveva ancora fatto intimamente parte, non essendo ancora battezzato. Anche in quest'inno, che tutto "rivela mentalità, linguaggio e arte di sant'Ambrogio" (Schuster), sono fusi, in felice composizione, un'ortodossia limpida e precisa - come il riconoscimento alla Chiesa Romana del primato della fede a motivo di Pietro - i riferimenti della storia, con, forse, alcuni elementi di leggenda, e, sullo sfondo, a conferire slancio e vivacità, alcuni accenti o allusioni di autobiografia e di ricordi.

(©L'Osservatore Romano - 29 giugno 2008)