11 febbraio 2008

Anticlericali, il ritorno di un’ideologia superata (René Rémond per "Avvenire")


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Anticlericali

Il ritorno di un’ideologia superata

di René Rémond

Se recentemente era ancora possibile considerare l’anticlericalismo come un rimasuglio sopravvissuto rispetto ad un tempo ormai passato e non vedere, quindi, nelle sue manifestazioni, nient’altro che gli ultimi sussulti di un’arcaica condizione dello spirito, la persistenza o la rinascita di certe sue espressioni tradizionali, e più ancora, forse, l’apparizione di forme relativamente nuove, non ci permette più di pensare in questo modo. Certo, sono quasi scomparse le modalità più grossolane di anticlericalismo, quella, in particolare, che sfruttava senza ritegno gli affari comportamentali in cui si trovavano implicati certi preti. A parte qualche eccezione, non credenti e agnostici di tutte le tendenze non ritengono più imperativo marcare la propria indipendenza di spirito con il rifiuto di assistere ad una cerimonia religiosa (…).

A questo riguardo, il confronto con l’estero, in particolare con il vicino Belgio, sottolinea l’ampiezza dell’evoluzione di mentalità avvenuta dall’inizio di questo secolo: ogni volta che ci si reca a Bruxelles, si è sorpresi della vivacità del sentimento anticlericale ivi presente; un’istituzione come l’Università libera di Bruxelles resta un museo delle mentalità del XIX secolo: lo storico vi ritrova le forme dello spirito che la Francia ha conosciuto in un tempo passato. Questa evoluzione rafforza la convinzione che, se l’anticlericalismo non è che la risposta proporzionata agli abusi del clericalismo, la rinuncia sincera della Chiesa alle sue pretese di dettar legge, con la propria autorità, rispetto alla società moderna, comporterà ipso facto la sua estinzione.

Ora, questa anticipazione, così come il postulato sul quale essa si fonda – in base all’esatta equazione tra anticlericalismo e clericalismo – devono oggi essere rimesse in discussione. (…)

SOSPETTI SULLA CHIESA «DOMINATRICE»

Si è obbligati a rivedere l’idea che rende l’anticlericalismo una semplice reazione al clericalismo e che afferma una proporzionalità oggettiva tra l’importanza della risposta e la gravità degli abusi.
Perché se è vero che, tramite la sua rivendicazione di uno statuto privilegiato e le sue pretese di esercitare una tutela sulla società politica e i comportamenti collettivi, un tempo la Chiesa ha potuto suscitare l’anticlericalismo, non è forse rendersi ciechi rispetto ai suoi errori sostenere che l’eventualità di una dominazione clericale sulla società europea e ha perso oggi molto della sua verosimiglianza?

Se la Chiesa non ha rinunciato a giocare un ruolo di illuminazione delle coscienze, essa si impedisce di ricorrere alla costrizione legale o sociale. Per il resto, se non era ancora tentata, essa non è chiaramente più potente per imporre le sue proprie visuali. (…) L’anticlericalismo dovrebbe dunque aver perso quelle ragioni d’essere che hanno causato la sua affermazione.

Da dove viene, allora, il fatto che una parte dell’opinione pubblica non ha ancora preso atto di questa evoluzione? E perché trova ancora adesione il sospetto che la Chiesa non abbia veramente rinunciato alla sua vecchia ambizione di dominare?

Prima spiegazione: il solito ritardo di ogni percezione sulle realtà, sia che esse siano materiali o psicologiche: la Chiesa, il cattolicesimo hanno potuto cambiare profondamente, ma questo non viene sempre conosciuto, tale messaggio non è ancora arrivato a tutti.
L’anticlericalismo – questa è una delle sue caratteristiche – è sempre nutrito di referenze storiche che attestano l’intolleranza dell’istituzione o rivelano l’ipocrisia dei suoi dirigenti, dai processi dell’Inquisizione alle guerre di religione. L’anticlericalismo ha sempre celebrato i martiri del 'pensiero libero' e stigmatizzato i Torquemada. Se questi riferimenti hanno probabilmente perso il loro impatto sullo spirito dei nostri contemporanei, l’anticlericalismo trova nella storia più recente alcuni motivi per restare fermo sulle sue posizioni. Attinge a piene mani nei ricordi della Seconda guerra mondiale: i compromessi dell’episcopato francese, al quale si rimprovera di aver patteggiato con il regime di Vichy e ottenuto, come controparte del sostegno che non ha lesinato nei confronti del maresciallo Pétain, sostanziosi vantaggi per le sue scuole e le sue congregazioni, e soprattutto il silenzio di Pio XII sui crimini del Terzo Reich, in particolare sull’Olocausto, dopo di che l’opera teatrale di Rolf Hochhuth Il Vicario ha portato sulla scena, circa 40 anni fa, l’accusa di essere rimasto sordo alle suppliche. La somma di questi lamenti che riguardano il comportamento delle autorità ecclesiastiche nel dramma degli anni 1939-1945 è ripreso senza alcun discernimento nell’imponente volume pubblicato da Henri Fabre, L’Eglise catolique face au fascisme et au nazisme. Les outrages à la vérité ('La Chiesa cattolica di fronte al fascismo e al nazismo. Gli oltraggi alla verità', edito – guarda caso – a Bruxelles: si tratta di un elenco, senza criterio né considerazione dei lavori più recenti.

A prescindere da cosa si pensi sui motivi che hanno ispirato a quel tempo la gerarchia e dettato a Pio XII il suo comportamento, la vicinanza di questi eventi pare agli anticlericali una ragione determinante per restare vigilanti e una prova che la Chiesa non è veramente cambiata. Questa è la seconda spiegazione della persistente diffidenza nei suoi confronti: il dubbio sulla sincerità della sua rinuncia ad usare la forza per conformare la società al proprio punto di vista.

Convinto che la Chiesa non può cambiare visto che il fatto religioso è intollerante per sua stessa natura, l’anticlericalismo, nel suo aspetto più intimo, non consente di vedere nella recente evoluzione del cattolicesimo nient’altro che non sia un ripiegamento tattico, imposto a causa di un rapporto di forza che non è più a favore della Chiesa: non sarebbe altro che un’abilità; il cattolicesimo sarebbe più temibile, anche rispetto ai tempi della sua sfavillante egemonia. Per i sostenitori di questo anticlericalismo radicale, non ci può essere intesa vera e durevole tra la libertà dello spirito e la Chiesa: essi acconsentono a credere alla sincerità di questo o quel cattolico, ma non a quella dell’istituzione. Pensano di trovare in un’attualità, che non cessa di rinnovarsi, molteplici indizi della persistenza delle ambizioni della Chiesa. (…) La Chiesa può ben aver sinceramente rinunciato al suo vecchio sogno di dominio, ma la sua sola presenza nello spazio sociale, la semplice manifestazione della sua esistenza sono sentite come un attentato all’indipendenza della società, una minaccia per la libertà degli individui, una sfida alla laicità concepita come l’interdizione al fatto religioso di esprimersi pubblicamente. La contraddizione, apparentemente irriducibile, tra il rifiuto di ammettere che il fatto religioso possa avere una dimensione sociale e l’impossibilità per ogni credenza, a maggior ragione per ogni comunità religiosa, di rifugiarsi nella sfera privata dell’individuale, è la terza spiegazione di questo persistente – o rinascente – sentimento anticlericale. Da una parte e dall’altra, non ci può essere la stessa definizione di clericalismo: quello che, per uno spirito religioso, non è che il prolungamento naturale e logico della fede, sarà sempre percepito dall’altro come una forma insidiosa e sospettosa di clericalismo. Non ci sarebbe definizione comune di clericalismo né criteri oggettivi che permettono di tracciare una frontiera incontestata tra l’espressione legittima del fatto religioso e la sua inammissibile ingerenza.

IL MITO DELLA «COLPA» CRISTIANA

Questa constatazione obbliga a sfumare in maniera particolare un’idea alla quale Henri Guillemin, con il suo eccezionale talento di polemista ispirato dalla passione, aveva dato un’espressione provocante in un articolo comparso prima della guerra e che aveva avuto allora una grande risonanza ( Par notre faute – 'Per colpa nostra', in Vie intellectuelle, 10 settembre 1937); il suo titolo formulava perfettamente l’idea che l’allontanamento dalla Chiesa di tanti uomini, la loro diffidenza e il loro risentimento non avevano altra spiegazione che l’infedeltà dei cristiani al Vangelo.

L’anticlericalismo non entrava in questione: esso non era che un malinteso di cui i cristiani avevano l’intera responsabilità. Se i loro atti fossero stati sempre conformi all’insegnamento di Gesù, non ci sarebbe mai stato alcun anticlericalismo. Che la Chiesa rinunci alle sue pretese, che i cattolici si comportino come discepoli di Cristo, e l’anticlericalismo evaporerà.

Ora, con la distanza del tempo, questa spiegazione generosa, questa speranza legittima presenta una parte di illusione: essa misconosce un approccio fondamentale sull’accettazione delle conseguenze sociali dell’intero fenomeno religioso, nonché sul posto e sul ruolo di una Chiesa nella società degli uomini. Tra la rivendicazione da parte di una Chiesa di uno statuto privilegiato e la sua riduzione a un insieme di adesioni individuali, c’è tutto uno spazio intermedio, misto di privato e pubblico, che nega l’anticlericalismo.

(…) IL FANTASMA DELLA RICONQUISTA

La celebrazione del quindicesimo centenario del battesimo di Clodoveo, da cui spesso si fa risalire la nascita della Francia, ha rilanciato un’altra controversia. Gli eredi di coloro che si sono ingegnati a respingere il dato religioso dallo spazio pubblico per sottrarre la società alla tutela clericale hanno interpretato ogni manifestazione ufficiale, in tale circostanza, come un attentato alla laicità che la nostra Costituzione dichiara come attributo dello Stato. Però quale ragione superiore potrebbe giustificare il fatto che la Francia celebra, a ragione, ogni evento della sua storia, dal millenario dei Capetingi nel 1987 fino al bicentenario della Rivoluzione nel 1989, con la sola eccezione dell’avvenimento che l’ha resa la più antica nazione d’Europa, per il solo motivo che si tratta di un fatto religioso? Saremmo certamente il solo popolo a non commemorare il proprio atto fondatore: pure la Russia ancora comunista ha celebrato con solennità il battesimo di Vladimir; il governo russo di quell’epoca non ha rifiutato di riconoscere che egli era stato il punto di partenza della storia nazionale. (…)

LA DIMENSIONE SOCIALE DEL FATTO RELIGIOSO

Questo inventario, molto sommario, dei soggetti attuali e futuri della controversia suggerisce che le reazioni di diffidenza nei confronti della Chiesa cattolica, che si sintetizzano di solito sotto il temine, sempre meno corretto, di anticlericalismo, non sono verosimilmente pronti a scomparire in fretta.

Quello che è al cuore della differenza è il riconoscimento o il rifiuto di una dimensione sociale per il fatto religioso e il suo diritto ad un’espressione pubblica. Rifiutarlo sarebbe praticare una discriminazione, raccomandando un’esclusiva che non sarebbe più legittima della rivendicazione contraria a questo, che il fatto religioso abbia uno statuto privilegiato. Ma dove si oltrepassa il limite ragionevole tra il diritto a esprimersi e l’abuso di influenza, tra il riconoscere una libertà e i suoi doveri? La domanda mette in gioco l’idea di laicità, che è eminentemente evolutiva e di cui si rinnovano le applicazioni. Il suo chiarimento chiama da una parte e dall’altra una riflessione fondamentale sul ruolo sociale delle Chiese e il loro posto nella società, al di là di febbri ricorrenti e di contrazioni anacronistiche.
Quale ragione superiore potrebbe giustificare il fatto che la Francia abbia celebrato, a ragione, ogni evento della sua storia, dal millenario dei Capetingi nel 1987 fino al bicentenario della Rivoluzione nel 1989, con la sola eccezione dell’avvenimento che l’ha resa la più antica nazione d’Europa, il battesimo di Clodoveo, per il solo motivo che si tratta di un fatto religioso?

© Copyright Avvenire, 10 febbraio 2008

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