2 luglio 2008

Il Papa prega per la cessazione della violenza in Colombia in un videomessaggio ai presuli del Paese riuniti in Assemblea plenaria (Zenit)


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Su segnalazione di Marco leggiamo:

Il Papa prega per la cessazione della violenza in Colombia

In un videomessaggio ai presuli del Paese riuniti in Assemblea plenaria

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 1° luglio 2008 (ZENIT.org).

In un video messaggio inviato questo martedì all’85ma Assemblea plenaria dell'episcopato colombiano, Benedetto XVI ha detto di pregare affinché cessi la violenza in questo Paese e possa regnare una “pace stabile e giusta”.
Le parole del Papa sono state ascoltate dai 90 partecipanti, fra Vescovi e Arcivescovi, riuniti dal 29 giugno scorso presso il Santuario di Nostra Signora del Rosario di Chiquinquira’, patrona della Colombia.
L'incontro, inaugurato con un pellegrinaggio al Santuario che ha visto la presenza di numerosi Vescovi, sacerdoti e laici, serve a commemorare il centenario della istituzione della Conferenza episcopale, avvenuta nel 1908 per disposizione del Primo Concilio Plenario dell’America Latina.

Nel messaggio il Papa ha invitato i presuli “a rinsaldare l’amicizia con Gesù Cristo, ad accogliere la Sua Parola con purezza di cuore, a celebrare con gioia i sacramenti e a servire tutti con entusiasmo, in particolare i più svantaggiati, recando loro un messaggio di pace, giustizia e riconciliazione”.

“Come Pastori della Chiesa – ha detto – il nostro compito è di precedere e guidare per la retta via il Popolo di Dio, che ha bisogno di vedere in noi autentici uomini di Dio e di sapere che preghiamo ogni giorno per le loro preoccupazioni, sofferenze, sforzi e inquietudini”.
“Come discepoli, ascoltiamo, impariamo e seguiamo il Maestro e, come apostoli e missionari, aiutiamo coloro che ci sono vicini, e anche quanti sono lontani, a trovare in Cristo la pienezza di vita che tanto bramano”, ha continuato.

Il Papa non ha quindi mancato di assicurare il suo sostegno: “Desidero dirvi che in questo lavoro non siete soli”.

“Vi accompagno – ha proseguito – con la mia preghiera e vicinanza spirituale negli sforzi che state compiendo affinché il Vangelo risuoni in ogni luogo della terra colombiana attraverso le iniziative avviate nel campo della pastorale educativa e universitaria, nella cura che dedicate ai carcerati, agli ammalati, agli anziani, agli indigeni, ai lavoratori, agli sfollati, ai giovani e alle famiglie”.
Il Papa li ha poi incoraggiati “a intensificare l’attenzione che prestate ai sacerdoti, seminaristi, missionari, religiosi e religiose, e a dare nuovo slancio ai diversi programmi di formazione di catechisti, laici e operatori pastorali”.
“Non posso neanche dimenticare l’attenzione che ponete nell’essere uomini di concordia – ha osservato –, né le vostre continue esortazioni affinché cessino la violenza, il sequestro, l’estorsione che subiscono molti figli di quella amata terra”.

I Vescovi della Colombia che più volte si sono offerti per mediare il rilascio dell'ex candidata presidenziale colombiana Ingrid Betancourt, lo scorso gennaio avevano dato vita a un'iniziativa umanitaria per ottenere il rilascio di altri 50 ostaggi, anche loro in mano alla guerriglia delle FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia.

“Prego ardentemente Dio – ha continuato il Papa – affinché terminino quanto prima queste situazioni che hanno causato tanto dolore e affinché in Colombia possa regnare una pace stabile e giusta, in un clima di speranza e di benessere”.

Tra le diverse attività in programma per il centenario figurano due eventi che avranno luogo a Bogotá nel mese di agosto: il IV Congresso Nazionale di Riconciliazione sul tema “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” e la “Expocatólica”, che servirà come vetrina per far conoscere il lavoro evangelizzatore finora realizzato dalla Chiesa in Colombia.
Durante la Plenaria verranno nominati il Presidente, il Vicepresidente e il Segretario Generale dell’episcopato per il triennio 2008-2011. E' inoltre prevista la consegna del “Premio Inter Mirifica” a giornalisti o mezzi di comunicazione che si siano distinti nel lavoro sociale a sostegno del popolo colombiano.
La chiusura dell'Assemblea avrà luogo sabato 5 luglio, con una solenne Celebrazione nella Cattedrale di Bogotà, presieduta dal Cardinale Giovanni Battista Re, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.

© Copyright Zenit

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Perché difendo il ministro dell'Interno Maroni nella decisione di far prendere le impronte digitali ai rom a tutela dei bambini

La mia denuncia della censura del Corriere della Sera che ha eliminato un riferimento critico a taluni esponenti della Chiesa cattolica ed organizzazioni cristiane ammalate di relativismo, buonismo e politicamente coretto

autore: Magdi Cristiano Allam (Corriere della Sera,1-7-08)

Cari amici,

Vi propongo la versione integrale del mio commento pubblicato oggi, martedì primo luglio, sul Corriere della Sera a pagina 38 dal titolo "Quanta ipocrisia negli attacchi a Maroni". E' l'unico di quattro interventi odierni del Corriere della Sera a difesa dell'iniziativa del ministro dell'Interno Roberto Maroni di far prendere le impronte digitali a tutti i rom residenti in Italia, compresi i minorenni, al fine di salvaguardare proprio i bambini dalle aberranti condizioni esistenziali a cui sono costretti, nella gran parte dei casi sottratti al dovere della scuola dell'obbligo e ridotti nella schiavitù di chi mendica, ruba o si prostituisce per volontà degli stessi familiari.
Al tempo stesso auspico che, così come d'altro canto è già previsto dal governo con la nuova carta d'identità elettronica a partire dal 2009, che le tecnologie biometriche di identificazione individuale facciale o dell'iride, si applichino a tutti, cittadini e immigrati, indistintamente.

Il Corriere della Sera ha ritenuto, con una decisione che non condivido e che considero lesiva della mia libertà d'espressione, censurare un passaggio del mio commento in cui critico alcuni esponenti della Chiesa cattolica e organizzazioni cristiane. Questo è il testo originale:

"Ciò è avvenuto con l’indecorosa complicità di taluni prelati della Chiesa cattolica ed organizzazioni cristiane impegnate nel sociale che sbandierano a senso unico il vessillo della dignità umana e della giustizia, come se fossero dei valori ad esclusivo appannaggio degli immigrati;".

E questo è il testo pubblicato dal Corriere della Sera:

"Ciò è avvenuto con prese di posizione che sbandierano a senso unico il vessillo della dignità umana e della giustizia, come se fossero dei valori ad esclusivo appannaggio degli immigrati;".
Il Corriere della Sera ha voluto quindi eliminare del tutto il riferimento alla Chiesa cattolica e alle organizzazioni cristiane.

Mi è stato spiegato che avrebbe potuto irritare il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, che aveva definito una "violazione dei diritti umani" lo sgombero dei campi dei rom.

La mia critica era in realtà molto più ampia perché purtroppo, l'ideologia deleteria del relativismo, del buonismo e del politicamente corretto è alquanto diffusa in diversi ambienti ecclesiali e cristiani. Penso ad esempio alle sortite della Caritas, della Fondazione Migrantes, della Comunità di S. Egidio, del settimanale "Famiglia Cristiana".
Mi domando come sia possibile che proprio io, che ho aderito liberamente e convintamente alla fede cristiana e ho avuto il dono del battesimo dalle mani del Santo Padre tre mesi fa, venga censurato per delle legittime e documentate critiche ad alcuni esponenti della Chiesa, mentre il Corriere della Sera che non è mai stato un giornale con particolari simpatie per la Chiesa cattolica ricorra alla censura per non irritare la suscettibilità di questo o di tal altro esponente cattolico o cristiano?

Mi domando come mai quando ero musulmano laico e liberale mi si permetteva di criticare anche duramente le posizioni degli integralisti, estremisti e terroristi islamici, mentre oggi - animato dallo stesso spirito libero - mi ritrovo nell'impossibilità di criticare quella parte della Chiesa e della Cristianità che è ammalata di relativismo, buonismo e politicamente corretto?

Cari amici, potrete leggere all'interno il testo originario e integrale del mio commento.

Prima sull’introduzione del reato di immigrazione clandestina e poi sul rilevamento delle impronte digitali dei rom, compresi i minorenni, l’Italia ha dato prova di una grave lacuna del senso dello Stato, della cultura della verità, del bene comune e dell’interesse della collettività. Mettendo in scena l’ennesima vergogna nazionale, a suon di menzogne, insulti e criminalizzazione della controparte da parte di una sinistra, presente nella politica, nella magistratura, nelle forze dell’ordine e nel mondo intellettuale ed accademico, che non riesce a guarire del tutto dal velleitarismo e dal massimalismo ideologico. Ciò è avvenuto con l’indecorosa complicità di taluni prelati della Chiesa cattolica ed organizzazioni cristiane impegnate nel sociale che sbandierano a senso unico il vessillo della dignità umana e della giustizia, come se fossero dei valori ad esclusivo appannaggio degli immigrati; di esponenti della comunità ebraica che hanno evocato la tragedia dell’Olocausto facendo un parallelismo quantomeno azzardato tra Hitler e Berlusconi; di agenzie delle Nazioni Unite che dovrebbero risolvere il dramma degli immigrati, la catastrofe alimentare e la difficile infanzia nel mondo, ma che sono i primi a dare un pessimo esempio sul piano dell’integrità etica e dell’efficienza organizzativa.
Ed è così che in modo assolutamente pretestuoso, all’indirizzo del ministro dell’Interno Roberto Maroni, sono volate delle pesanti condanne, qualificando la decisione di far prendere le impronte digitale dei rom come “nazista”, “xenofoba”, “razzista”, “barbara”. Quanta mistificazione della realtà dei fatti dal momento che si tratta di un provvedimento ampiamente adottato dalle democrazie occidentali, al pari del reato di immigrazione clandestina che esiste in tutti i paesi europei. Quale degenerazione etica all’insegna del buonismo che è esattamente l’opposto del bene comune, traducendosi in un male che è tale sia per gli italiani sia per gli immigrati. E che aberrazione sul piano operativo l’orientamento a imbrigliare, impantanare e affossare l’azione del governo, con l’unico scopo di poter trasformare la sua sconfitta politica in un vantaggio mediatico monetizzabile in un accresciuto consenso popolare per vincere alle prossime elezioni.
L’ipocrisia denunciata da Maroni è l’atteggiamento di chi non vuole vedere che si tratta di un provvedimento che mira ad emancipare i piccoli rom da una diffusa situazione di degrado materiale e di sfruttamento disumano, o di chi limitandosi ad enfatizzare il coinvolgimento di bambini nella strategia della sicurezza nazionale, finisce per far credere che in Italia non ci sarebbe un’emergenza legata alla criminalità e dal deleterio impatto ambientale legati alla presenza dei rom. Eppure si tratta di una realtà a tal punto vera e a tal punto pericolosa che oggi anche i sindaci delle città più buoniste d’Italia, a cominciare da Bologna, Firenze e Torino, non a caso delle tradizionali roccaforti della sinistra, si sono riconvertiti in paladini della “tolleranza zero” nei confronti dell’illegalità. Mentre i sindaci delle città che buoniste non lo sono affatto, a cominciare da Treviso, Verona e Cittadella, guarda caso amministrate dalla Lega Nord, emergono sempre più come un modello a cui far riferimento a livello nazionale perché sono riusciti, ed è questo il risultato veramente significativo, a migliorare la qualità di vita sia degli italiani sia degli immigrati. Perché, questa è la lezione da trarre, solo le regole certe e rispettate tutelano il bene comune e l’interesse della collettività.
Purtroppo l’Italia è diventato il Paese senza regole. Come è possibile che dei circa 160 mila rom insediati sul territorio nazionale, in 70 mila hanno ottenuto la cittadinanza italiana senza conoscere adeguatamente la lingua italiana, ignorando la cultura italiana, disprezzando i nostri valori e violando sistematicamente le nostre leggi? Come è possibile che del 70% dei rom che nascono in Italia, ben il 37% finisce in un piano di inserimento sociale per una condotta di chi si considera non solo estraneo ma persino ostile alla società che gli dà la cittadinanza e l’insieme dei mezzi materiali per sopravvivere?
Ebbene se proprio non ci piacciono le impronte digitali perché evocano la scena del criminale arrestato e sottoposto a crudeli interrogatori, la tecnologia biometrica oggi ci offre una molteplicità di alternative, dal riconoscimento facciale e dell’iride, per nulla invasive. Ed è bene che questa moderna identificazione individuale concerni tutti noi indistintamente. Ma l’importante è agire bene e subito per affrontare e risolvere i problemi seri e attuali che ci riguardano indipendentemente dal fatto che siamo di destra o di sinistra.

Cari amici, andiamo avanti insieme da Protagonisti per l’Italia dei diritti e dei doveri, del bene comune e dell’interesse nazionale, promuovendo un Movimento della Verità, della Vita e della Libertà, per una riforma etica dell’informazione, della società, dell’economia, della cultura e della politica, con i miei migliori auguri di successo e di ogni bene.

Magdi Cristiano Allam

Dal sito degli Amici di Magdi Cristiano Allam

Leggo e resto allibita:

"Mi è stato spiegato che avrebbe potuto irritare il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, che aveva definito una "violazione dei diritti umani" lo sgombero dei campi dei rom"

Ah davvero? Sapesse il Corriere quanto siamo "irritati" noi Cattolici quando leggiamo articoli ed editoriali che potrebbero "irritare" Benedetto XVI...
Prendo atto del fatto che il Corriere della sera si preoccupa cosi' tanto dei sentimenti di un cardinale
.
Magari in futuro potrebbe usare lo stesso zelo anche con il Santo Padre sempreche' decida di riprendere a pubblicare qualche articolo sulla sua attivita' considerato il silenzio di questi giorni.
Comunque le riflessioni di Cristiano Allam spiegano molto, ma molto, dell'atteggiamento del Corriere nei confronti di Benedetto XVI e del o, meglio, dei cardinali di Milano
.
Raffaella

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Rivoluzione a piccoli gesti: la nuova Chiesa di Benedetto XVI (Acquaviva)

SILENZIO ASSORDANTE CONTRO L’INDECENTE PROPOSTA DI MARONI

PRIMA PERÒ LE IMPRONTE DEI PARLAMENTARI E DEI FIGLI

«Spetta al Governo», ha detto monsignor Marchetto di Migrantes, «favorire le iniziative di istruzione che sono alimentate nei campi rom solo dalle associazioni di volontariato».

Alla prima prova d’esame i ministri "cattolici" del Governo del Cavaliere escono bocciati, senza appello. Per loro la dignità dell’uomo vale zero. Il principio della responsabilità di proteggere (cioè, il riconoscimento dell’unità della famiglia umana e l’attenzione per la dignità di ogni uomo e donna), ampiamente illustrato da papa Benedetto XVI all’Onu, è carta straccia. Nessuno che abbia alzato il dito a contrastare Maroni e l’indecente proposta razzista di prendere le impronte digitali ai bambini rom.

Avremmo dato credito al ministro se, assieme alla schedatura, avesse detto come portare i bimbi rom a scuola, togliendoli dagli spazi condivisi coi topi. Che aiuti ha previsto? Nulla. Il prefetto di Roma, Carlo Mosca, s’è rifiutato di schedare, il presidente del Veneto, Galan, ha parlato di "fantapolitica", ma il ministro non arretra d’un millimetro.
Non stupisce, invece, il silenzio della nuova presidente della Commissione per l’infanzia, Alessandra Mussolini (non era più adatta Luisa Santolini, ex presidente del Forum delle famiglie?), perché le schedature etniche e religiose fanno parte del Dna familiare e, finalmente, tornano a essere patrimonio di Governo. Non sappiamo cosa ne pensi Berlusconi: permetterebbe che agenti di polizia prendessero le impronte dei suoi figli o dei suoi nipotini?
A sessant’anni dalle leggi razziali, l’Italia non ha ancora fatto i conti con le sue tragiche responsabilità (non ce ne siamo vergognati abbastanza). In particolare, quei conti non li ha fatti il Centrodestra al Governo, se un ministro propone il concetto di razza nell’ordinamento giuridico. Perché di questo si tratta. Come quando i bambini ebrei venivano identificati con la stella gialla al braccio, in segno di pubblico ludibrio.
Oggi, con le impronte digitali, uno Stato di polizia mostra il volto più feroce a piccoli rom, che pur sono cittadini italiani. Perché non c’è la stessa ostinazione nel combattere la criminalità vera in vaste aree del Paese? Rende meno, forse, politicamente? Ma c’è di più. Stiamo assistendo al crepuscolo della giustizia e alla nascita di un diritto penale straordinario per gli stranieri poveri. La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia (firmata anche dall’Italia, che tutela i minori da qualsiasi discriminazione) non conta più niente. La schedatura di un bambino rom, che non ha commesso reato, viola la dignità umana. Così come la proposta di togliere la patria potestà ai genitori rom è una forzatura del diritto: nessun Tribunale dei minori la toglierà solo per la povertà e le difficili condizioni di vita.
È giusto reprimere, con forza, chi nei campi nomadi delinque, ma le misure di Maroni non servono a combattere l’accattonaggio (che non è reato). C’è un solo modo perché i bambini rom non vadano a rubare: mandarli a scuola. Qui, sì, ci vorrebbe un decreto legge perché, ogni mattina, pulmini della polizia passassero nei campi nomadi a raccoglierli. Per la sicurezza sarebbero soldi ben spesi.
Quanto alle impronte, se vogliamo prenderle, cominciamo dai nostri figli; ancor meglio, dai parlamentari: i cittadini saprebbero chi lavora e chi marina, e anche chi fa il furbo, votando al posto di un altro. L’affossa "pianisti" sarebbe l’unico "lodo" gradito agli italiani.

© Copyright Famiglia Cristiana n. 26/2008

REAZIONI

Dopo avere pubblicato un editoriale polemico di Merlo sul presunto (e inesistente) silenzio della Chiesa sui rom, "Repubblica" cosi' si corregge:

Famiglia Cristiana attacca Maroni Razzismo le impronte ai bimbi rom (Repubblica, 1° luglio 2008)

Obbligavano i figli a rubare, rom in manette di Maria Giovanna Maglie (Il Giornale, 1° luglio 2008)

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Religioso assassinato in Nepal

Kathmandu, 1. Un sacerdote salesiano di 62 anni, don John Prakash, è stato ucciso la notte scorsa in Nepal, nella città di Sirsiya, nel distretto orientale di Morang, da un gruppo di uomini armati che hanno fatto scoppiare una bomba. Ne ha dato notizia oggi l'agenzia di stampa AsiaNews, specificando che si tratta del primo sacerdote cattolico ucciso nel Paese, anche se in passato religiosi e religiose hanno subito minacce e rapine. La polizia ha aperto un'inchiesta sull'episodio e un suo portavoce ha dichiarato che tra i sospetti figura il gruppo terroristico Terai Defence Army.
Don Prakash era originario dello Stato indiano del Kerala e svolgeva da dieci anni il suo ministero in Nepal. Era il preside della Don Bosco School e viveva con altri confratelli salesiani nella residenza vicino alla scuola. Don George Kalangara, il vicario parrocchiale, ha dichiarato ad AsiaNews che durante la notte un gruppo di armati è entrato nella residenza dei sacerdoti e ha immobilizzato un altro salesiano, don Matthew, appena arrivato dall'India. Il gruppo ha poi affrontato don Prakash domandandogli denaro. "Poi non sappiamo cosa è successo. Sappiamo solo che è scoppiata una bomba", ha dichiarato don Kalangara.

(©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2008)

Sacerdote cattolico ucciso in Nepal

di Redazione

Katmandu. Ieri in Nepal è stato ucciso un sacerdote cattolico. John Prakash, un salesiano indiano, aveva 62 anni. È morto a Sirsiya, nel distretto di Morang, nella parte orientale del Paese. Le forze dell’ordine locali hanno avviato un’inchiesta. I sospetti cadono su un gruppo terroristico. John Prakash lavorava in Nepal da dieci anni. Era il preside della scuola Don Bosco e viveva con altri due sacerdoti nelle vicinanze dell’istituto. George Kalangara, il vicario parrocchiale, ha raccontato ad AsiaNews che uomini armati sono entrati nella residenza immobilizzando uno degli abitanti. Il gruppo ha poi chiesto denaro a padre Prakash. «Poi non sappiamo cosa sia successo, sappiamo soltanto che è scoppiata una bomba». La polizia ha confermato che l’esplosione ha causato danni a tutto l’edificio, inaugurato soltanto un anno fa. Nella stanza del delitto mobili e ventilatori erano rotti. Il gruppo terroristico sospettato è conosciuto sotto il nome di Terai Defence Army. Un agente ha confermato che volantini inneggianti al movimento sono stati trovati nella residenza. In passato, il gruppo aveva chiesto denaro al preside della scuola. La Chiesa cattolica in Nepal conta settemila fedeli su una popolazione di 25 milioni. È la prima volta che un religioso cristiano è ucciso nel Paese.

© Copyright Il Giornale, 2 luglio 2008 consultabile online anche qui.

NEPAL

Assassinato un sacerdote cattolico: il primo nella storia del Nepal

di Kalpit Parajuli

L’ucciso, p. John Prakash, indiano, lavorava in Nepal da 10 anni ed era preside di una scuola salesiana. La polizia sospetta la mano di un’organizzazione terrorista, il Terai Defence Army.

Kathmandu (AsiaNews)

Un sacerdote cattolico, il salesiano John Prakash, 62 anni, è stato ucciso la notte scorsa a Sirsiya (distretto di Morang), nella parte est del Nepal. È il primo sacerdote che viene ucciso nel Paese. La polizia ha aperto un’inchiesta e sospetta che gli autori dell’assassinio siano un gruppo di terroristi.
P. John Prakash, indiano del Kerala, lavorava in Nepal da 10 anni (v. foto). Era il preside della Don Bosco School e viveva con altri due salesiani nella residenza vicino alla scuola. P. George Kalangara, il vicario parrocchiale, ha dichiarato ad AsiaNews che durante la notte un gruppo di armati è entrato nella residenza dei sacerdoti e ha immobilizzato p. Matthew, appena arrivato in comunità dall’India. Un altro sacerdote residente, p. Lazarus Maradi era in viaggio fuori dal Paese. Il gruppo ha poi affrontato p. Prakash domandandogli denaro. “Poi non sappiamo cosa è successo – dice p. Kalangara. Sappiamo solo che è scoppiata una bomba. Quando la polizia è arrivata abbiamo visto segni di lotta. A un lato della stanza vi erano vetri rotti e cose sparse in ogni dove”.
La polizia ha confermato che la bomba ha causato danni a tutto l’edificio, inaugurato solo un anno fa. Nella stanza del delitto mobili e ventilatori erano rotti.
Le forze dell’ordine sospettano che gli autori siano un gruppo terrorista sotterraneo, il Terai Defence Army. Un poliziotto ha confermato ad AsiaNews che dei volantini inneggianti al questo gruppo sono stati trovati nella casa. In passato, almeno 2 volte, il gruppo aveva chiesto denaro al preside della scuola. La polizia ha detto che nella stanza del delitto vi erano banconote per 600 dollari Usa, 3 mila rupie indiane e qualche moneta nepalese sparse sul pavimento.
P. Benjamin Pampackel, un altro salesiano, parlando ad AsiaNews, si cautela da conclusioni affrettate: “Possiamo solo dire che p. John non c’è più. Aspettiamo il rapporto della polizia e l’inchiesta per [capire] la causa reale e i colpevoli dell’incidente”.
Mons. Anthony Sharma, primo vescovo del Nepal, condannando l’assassinio, ha detto ad AsiaNews di non conoscere il gruppo sospettato di averlo compiuto.
L’Associazione delle scuole private del Nepal (Private Boarding School Association of Nepal, Pabson), ha condannato l’uccisione e ha chiesto al governo urgenti azioni contro i colpevoli.
I padri salesiani che lavorano nel distretto di Morang, oltre che nell’educazione, sono impegnati nello sviluppo dei villaggi, nella cura di donne e bambini, nell’addestramento di giovani e personale sanitario, oltre che nel lavoro pastorale.
Questo assassinio è il primo da parte di probabili gruppi terroristi nella storia della Chiesa cattolica in Nepal. In passato, però, altri preti e suore hanno subito minacce e rapine. In una di queste, nel '97, un sacerdote gesuita aveva perso la vita.
La Chiesa cattolica in Nepal conta circa 7 mila fedeli su una popolazione di 25 milioni.

© Copyright Asianews

1 luglio 2008

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Card. Ruini, il monsignor sottile va in pensione (Tosatti)

Scisma nella chiesa anglicana: i conservatori non riconoscono più autorità arcivescovo Canterbury

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Giovanni Maria Vian: "Il compito della Chiesa di Roma" (Osservatore Romano)

Segnalazione bel sito con file audio degli interventi del Santo Padre

Benedetto e Bartolomeo: l'abbraccio e la parola nel segno di Paolo (Zavattaro)

Il nuovo arcivescovo di Mosca: "Grandi passi nel dialogo con gli Ortodossi" (Ingrao)

Cristiani, l'unità ora è più vicina: i passi avanti di Benedetto (Lucio Brunelli)

Bertone: la Chiesa vuole dialogare con tutti. "Caso" Orlandi-Marcinkus? Creato ad arte (Cardinale)

Riceviamo e con grande piacere pubblichiamo questa agenzia di Salvatore Izzo (Agi) che getta luce sulla risposta data dai Lefebvriani al Santo Padre a proposito della lettera-ultimatum del cardinale Castrillon Hoyos.
E' chiaro che la fretta con cui e' stata diffusa la notizia di una rottura della trattativa e' quantomeno sospetta e dimostra quanto siano pericolose e rovinose le pressioni mediatiche
.
R.

LEFEBVRIANI: NON ACCETTIAMO ULTIMATUM MA VOGLIAMO DIALOGO

(AGI) - CdV, 1 lug.

La Fraternita' San Pio X non vuole interrompere le trattative con il Vaticano per il suo rientro nella Chiesa Cattolica, ma rifiuta l'ultimatum del 30 giugno contenuto nella lettera del card. Dario
Castrillon Hoyos.
"Non vogliamo accordi ottenuti nella precipitazione", spiega la risposta inviata dal superiore della Fraternita', mons. Bernard Fellay, resa nota oggi dall'agenzia francese d'informazione religiosa I-media.
Il documento critica anche "il carattere vago" delle condizioni romane (l'offerta cioe' di una autonomia giuridica dagli episcopati locali in cambio dell'impegno a non criticare piu' il Papa e il suo magistero) e una certa "pressione mediatica" che ha portato ad enfatizzare ulteriormente la scadenza indicata da Castrillon Hoyos.
Secondo il vescovo Fellay (uno dei quattro consacrati illecitamente da mons. Marcel Lefebvre giusto 20 anni fa), le cinque condizioni poste dalla Santa Sede alla Fraternita' "sembrano dirette a ottenere un clima favorevole a un dialogo ulteriore piuttosto che rappresentare degli impegni precisi su dei punti determinati".
La Fraternita' San Pio X esprime in proposito l'auspicio che "tale dialogo si situi al livello dottrinale e tenga conto di tutte le questioni che se eluse renderebbero presto obsoleto quanto verrebbe frettolosamente stabilito".
La risposta dei lefebvriani sottolinea inoltre che "il ritiro dei decreti di scomunica del 1988 incoraggerebbero la serenita' di un tale dialogo".
Quanto alla condizione proposta da Roma di "evitare le critiche al Magistero del Santo Padre e non proporre la Fraternita' in contrapposizione con la Chiesa", la nota ribadisce che gli eredi dell'arcivescovo Lefebvre non hanno "nessuna pretesa di esercitare un magistero alternativo rispetto al Santo Padre", ne' vogliono "opporsi alla Chiesa".

Questo, precisa "I-media" correggendo interpretazioni diffuse in questi giorni su Internet e riprese dai giornali, "e' il senso della risposta che il vescovo Fellay ha dato all'ultimatum in una lettera a Papa Benedetto XVI, giovedi', 26 giugno 2008".

La lettera in lingua francese indirizzata dal card. Dario Castrillon Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, al vescovo Bernard Fellay, a seguito del colloqio dello scorso 4 giugno, e' stata resa nota sul suo blog dal vaticanista Andrea Tornielli.
Le "condizioni" sono articolate in cinque punti: "l'impegno a una risposta proporzionata alla generosita' del Papa; l'impegno ad evitare ogni intervento pubblico che non rispetti la persona del Santo Padre e che possa essere negativo per la carita' ecclesiale; l'impegno a evitare la pretesa di un magistero superiore al Santo Padre e di non proporre la Fraternita' in contrapposizione alla Chiesa; l"impegno a dimostrare la volonta' di agire onestamente nella piena carita' ecclesiale e nel rispetto dell'autorita' del Vicario di Cristo; l'impegno a rispettare la data - fissata alla fine del mese di giugno - per rispondere positivamente".
"Questa - precisa la lettera pubblicata da Tornielli - sara' una condizione richiesta e necessaria come preparazione immediata all'adesione per avere la piena comunione".
L'accettazione del Concilio e della validita' della nuova messa, sono state indicate invece come "condizioni generali previe" dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi in una dichiarazione alla stampa francese.
All'indomani della diffusione della lettera e della precisazione di padre Lombardi, il sito della radio americana Voice of Catholic aveva pubblicato un'omelia dai toni piuttosto accesi pronunciata da Fellay la domenica precedente a Winona, in Minnesota.
Questo testo le agenzie internazionali lo hanno interpretato (con una fretta che ai lefebvriani appare oggi un po' sospetta) come una risposta negativa alla proposta vaticana.
"L'unica cosa che ci dicono e' 'chiudete la bocca', ma noi non intendiamo chiuderla", aveva detto mons. Fellay, spiegando ai suoi seguaci presenti alla liturgia che se "Roma ci dice: va bene, siamo pronti a togliere la scomunica, ma non potete andare avanti cosi', non abbiamo altra scelta: porteremo avanti cio' che abbiamo fatto".

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Ventiquattro giovani riceveranno la cresima dalle mani di Benedetto XVI in occasione della celebrazione conclusiva della Giornata mondiale della gioventù, il 20 luglio a Sydney. Secondo quanto reso noto dagli organizzatori a ormai soli dodici giorni dall'arrivo del Papa e a quattordici dall'inizio dell'evento, il Pontefice amministrerà il sacramento della confermazione a quattordici australiani e a dieci coetanei provenienti da vari Paesi del mondo, durante la messa domenicale all'ippodromo di Randwick con cui si concluderà la xxiii Gmg. I candidati della nazione ospitante hanno un'età compresa tra i sedici e i quarantatré anni.
Provengono dai cinque continenti anche i dodici giovani che pranzeranno con Benedetto XVI venerdì 18 luglio, nella casa annessa alla cattedrale di St. Mary: due rappresentanti per ciascuna area geografica, più un ragazzo della Papua Nuova Guinea e uno della Nuova Zelanda. I due australiani scelti sono Teresa Wilson, volontaria della Società di San Vincenzo de' Paoli, e Craigh Ashby, studente universitario aborigeno della nazione dei Gamilaroi. La prima, trent'anni, nata a Melbourne, è rappresentante nazionale dei giovani vincenziani e lavora all'organizzazione della Gmg nella sua diocesi di origine; il secondo, ventuno anni, viene dalla città di Walgett, studia pedagogia all'Università di Sydney ed è membro dello staff per le relazioni pubbliche della National aboriginal sporting chance Academy.
Nelle scorse ore, inoltre, il 1° luglio, a un anno esatto dal loro arrivo in Australia, i simboli della Gmg, la Croce e l'Icona mariana, insieme al message stick aborigeno, sono arrivati a Sydney per il pellegrinaggio conclusivo di quindici giorni nella regione ecclesiastica che ospiterà il raduno mondiale. Wollongong, Parramatta, Broken Bay le diocesi che vengono toccate, prima del ritorno a Sydney dove il 15 luglio i due simboli faranno il loro ingresso sul molo di Barangaroo per la messa di apertura. Nell'immenso Paese la croce e l'icona mariana hanno visitato quattrocento comunità, incontrando quattrocentomila persone.
Intanto, una piccola città sta sorgendo a Barangaroo, a Darling Harbour Est, in quello che è destinato a diventare nel giro di pochi giorni il sito più animato durante la Gmg 2008. Cento operai lavorano ogni giorno affinché tutto sia pronto in tempo per l'evento, in programma dal 15 al 21 luglio prossimi. "L'area potrà ospitare fino a centocinquantamila giovani per volta" ha spiegato il vescovo Anthony Fisher, ausiliare di Sydney e coordinatore della Gmg 2008. "È in questo luogo spettacolare che Benedetto XVI sarà accolto al suo arrivo e che i giovani di tutto il mondo, che diventeranno sydneysiders - come vengono chiamati gli abitanti della città - per una settimana si ritroveranno per partecipare a molti degli avvenimenti in programma".
I ventidue ettari di terreno sulle rive della baia ospiteranno infatti la messa di apertura della Gmg presieduta dal cardinale George Pell martedì 15 luglio, la cerimonia di benvenuto a Benedetto XVI di giovedì 17, le ultime sei stazioni della Via Crucis di venerdì 18, e numerose esibizioni del Festival della gioventù sui due palchi principali.
Nel sito sono stati attrezzati quarantacinque aree pellegrini, milleduecento bagni chimici, venticinque punti di distribuzione pasti, altrettanti fari, sei maxischermi, una tribuna per i mass media con trecento posti a sedere e sette cabine per le traduzioni simultanee, chioschi dei rivenditori di prodotti ufficiali e un'area per i disabili. Il tutto dominato da un presbiterio altro quattro metri, che include l'altare papale.
La mini-city di Barangaroo, così è stata ribattezzata, si estende da nord verso sud, lungo Hickson Road. Gli spazi sono stati messi a disposizione dal governo del Nuovo Galles del Sud e successivamente saranno riconvertiti in area commerciale, residenziale e ricreativa. "Siamo orgogliosi di accogliere il Papa e la gioventù del mondo in un luogo di così grande effetto scenico", ha dichiarato Kristina Keneally, portavoce per la Gmg del premier del Nuovo Galles del Sud, Morris Iemma. "Barangaroo è la sola area sulle rive della baia capace di accogliere fino a centocinquantamila persone per volta - ha aggiunto - ed è stato scelto in base alla capienza, alla disponibilità e alla fantastica ubicazione che mette in risalto la spettacolare baia di Sydney".
Qui il Papa sarà accolto da giovani aborigeni nel primo pomeriggio di giovedì 17 luglio, dopo aver percorso in nave, proveniente dal molo di Rose Bay, un itinerario di 45 minuti sulle acque della baia di Sydney. Lavori in corso anche all'ippodromo di Randwick, sede delle celebrazioni conclusive, dove è già stata innalzata la grande tettoia dell'altare papale
E per non arrivare impreparati all'appuntamento studenti delle superiori volontari stanno confezionando duecentosettantacinquemila zaini del pellegrino. Duemilacinquecento allievi di scuole cattoliche dal mese di giugno sono impegnati in quello che si sta dimostrando come un perfetto esempio di collaborazione tra scuole, parrocchie e comunità ecclesiali per la riuscita dell'evento. Già duecentomila zainetti sono stati preparati con libri, penna, bandana, il pilgrim passport che permette di fare acquisti all'aeroporto, la corona del rosario, un poncho, una bottiglietta d'acqua, una torcia luminosa e una coperta termica.
La mobilitazione per l'evento ha reso necessari inoltre trentasei voli in più per il mese di luglio. Le autorità aeroportuali della capitale del Nuovo Galles del Sud hanno infatti confermato le prenotazioni di trentacinque nuovi voli e di un aereo privato per portare passeggeri a Sydney. "La città - ha detto il direttore esecutivo della Gmg, Danny Casey - si risveglierà tra pochi giorni con centoventicinquemila giovani provenienti da oltre centosettanta nazioni, che verranno per celebrare la loro fede insieme con centomila coetanei australiani".

(gianluca biccini)

(©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2008)

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Bisogna camminare verso la piena comunione

di Nicola Gori

Se dovessimo indicare l'ostacolo vero al raggiungimento dell'unione tra i cristiani "forse dovremmo parlare dello scarso desiderio di camminare verso la piena comunione. Troppe volte si percepisce la preoccupazione di difendere il proprio orticello, o di voler mantenere le distanze l'uno dall'altro. E dove non c'è un desiderio reale di camminare verso la piena comunione, certamente il dialogo diventa più difficile". Si fa più intenso il tono della voce di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, quando si tratta di dialogo ecumenico. È fermo nella consapevolezza che "la piena comunione è un dono da chiedere allo Spirito di Cristo"; ma è altrettanto fermamente convinto che anche nel chiedere questo dono è necessario assumere un atteggiamento di preghiera sincera. "Fortunatamente non c'è alcun atteggiamento di demonizzazione dell'altro come fosse un avversario o un nemico". Passa anche di qui l'ipotesi di una visita del Papa a Mosca "oggi difficile da prevedere - dice l'arcivescovo a "L'Osservatore Romano" - ma certamente da mettere in agenda per il futuro".

Quali dovrebbero o potrebbero essere, secondo lei, i presupposti per realizzare la visita di Benedetto XVI a Mosca?

Vorrei rispondere cominciando a sottolineare le ragioni per le quali non si può, oggi, prevedere a breve una visita del Papa a Mosca.
Due sostanzialmente: la prima è che un viaggio di tale portata significherebbe, o dovrebbe a mio parere significare, che nel rapporto tra la Chiesa cattolica e il patriarcato di Mosca è stato compiuto un cammino significativo e comunque tale da consentire uno scambio di visite e/o una visita del Papa. Del resto non credo che il Papa voglia recarsi in visita a Mosca senza un invito esplicito da parte della Chiesa ortodossa.

La seconda ragione - ma anche in questo caso si tratta di una mia personalissima opinione - è che forse sarebbe opportuno che una visita di questo genere fosse successiva a un incontro tra il Patriarca e il Papa in una circostanza particolare, magari nel corso di una manifestazione di carattere ecumenico, in un qualsiasi Paese del mondo, alla quale entrambi siano invitati a partecipare.

Per queste ragioni alla sua domanda rispondo che attualmente non ci sono ancora le condizioni necessarie per ipotizzare a breve una visita del Papa a Mosca. Vorrei tuttavia sottolineare il verificarsi di alcuni eventi, anche recenti, che mostrano gli indubbi progressi di un cammino di avvicinamento in continuo progresso. Mi riferisco in particolare alla visita di questi giorni, del Patriarca ecumenico Bartolomeo i, e a quella di Benedetto XVI a Costantinopoli. Ecco, secondo me bisogna continuare su questa strada e cercare di favorire incontri continui per far crescere un'approfondita conoscenza reciproca, fondamentale per costruire la strada dell'incontro definitivo.

E come procede questo cammino tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa?

Stiamo crescendo proprio in questo senso. Cerchiamo di realizzare una concreta forma di collaborazione tra le nostre Chiese, ma anche un'amicizia sincera. Soprattutto cerchiamo di camminare nella stessa direzione. Effettivamente si riscontra un certo desiderio di arrivare alla fine alla piena comunione. E questo fa sì che il dialogo ecumenico sia qualcosa di desiderato, che si vuole approfondire per arrivare in fondo quando Dio vorrà.

E i suoi rapporti con il patriarca Alessio ii come sono?

Sono basati sulla cordialità. È molto di più di quello che potessi immaginare. Ho avuto opportunità di incontrarmi più volte con il Patriarca. Mi ha invitato alla liturgia ortodossa sia a Natale che a Pasqua. Poi vi sono state altre circostanze nelle quali abbiamo avuto modo di incontrarci. Devo dire che ogni volta sono stato accolto con calore. Il Patriarca Alessio ii mi ha sempre riservato espressioni cordiali, di buona accoglienza. Ha avuto pensieri delicati per la mia persona e per la mia missione. Ricordo per esempio che dopo la liturgia di Natale - non è un segreto - il Patriarca mi ha salutato pubblicamente e ha sottolineato la comunanza del nostro impegno nell'occuparci del gregge di Dio. Sono state parole significative. Ma non ebbe parole solo per me: il Patriarca infatti rivolse un saluto ed elevò un'intenzione di preghiera per Benedetto XVI. Ha manifestato insomma rispetto per la Chiesa cattolica. Sostanzialmente devo dire di aver da subito percepito un'accoglienza positiva.
Anche per questo credo di poter dire che si avverte realmente un desiderio di proseguire lungo il cammino ecumenico pur senza nascondersi le difficoltà che persistono.

Quali sono secondo lei i punti più delicati che ostacolano il dialogo ecumenico: le dispute teologiche o i risvolti pratici?

Forse le due cose sono legate. A certe posizioni diciamo così teoretiche, teologiche, seguono poi delle posizioni pratiche che vengono assunte. Direi che quello che ostacola di più però è lo scarso desiderio di camminare verso la piena comunione che in genere si riscontra. A volte sembra prevalere più la preoccupazione di difendere il proprio orticello, o la volontà di tenersi distanti, separati gli uni dagli altri. E dove non c'è un desiderio reale di camminare verso la piena comunione, certamente il dialogo diventa più difficile. Dove invece questo desiderio è reale, allora si può incominciare ad affrontare il dialogo con onestà e con sincerità, e sempre nella verità. Ci sono certamente alcuni nodi che non riusciamo a sciogliere e che restano perciò come degli ostacoli, delle difficoltà da superare. Fortunatamente non c'è alcun atteggiamento di demonizzazione dell'altro come fosse un avversario o un nemico.
Penso che la cosa più importante sia rafforzare il desiderio di camminare insieme e di chiedere l'aiuto del Signore. Non bisogna dimenticare che la piena comunione è un dono che dobbiamo chiedere allo Spirito di Cristo.

Lei ha contribuito alla creazione della "Biblioteca dello spirito", un centro culturale legato a "Russia cristiana", dove s'incontrano ogni giorno cattolici e ortodossi. Quali le attese?

Io ho collaborato più che contribuito alla nascita e alla creazione di questo centro che è certamente, a mio parere, un'opera molto importante oltre che molto utile. Questo centro nasce proprio come un luogo di incontro e perciò di conoscenza reciproca, oserei dire di amore vicendevole, cristiano, tra le Chiese. Non è un caso che quanti vi collaborano, e vi partecipano fin dalla sua fondazione, sono sia cattolici sia ortodossi. È la dimostrazione, innanzitutto, che è possibile trovare dei campi, dei settori nei quali realizzare una collaborazione e un'opera comune.
In secondo luogo, mi sembra che l'importanza del centro sia legata all'annuncio cristiano missionario nel senso più genuino del termine. Attraverso un'intensa attività culturale, fatta di incontri di riflessione e di studio, si cerca di consentire al messaggio cristiano di raggiungere l'uomo in quanto tale, senza altri fini propagandistici. In questo senso, mi sembra positiva l'esperienza del Centro. Anzi ritengo che sia questa la metodologia da seguire.

Quanto influisce la sua appartenenza alla Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo nel lavoro pastorale che svolge?

Influisce molto, soprattutto, per l'educazione che ho ricevuto all'interno della Fraternità. Da un punto di vista pastorale, il rapporto che ho con la gente e con i sacerdoti mi proviene soprattutto, dal punto di vista del metodo, da quello che ho imparato e vissuto nella Fraternità.

Ultimamente, lei ha ordinato alcuni sacerdoti. Qual è la situazione delle vocazioni?

È una situazione pacata e anche speranzosa: abbiamo una ventina di seminaristi per tutta la Russia. Grosso modo sono circa una decina quelli che provengono dalla diocesi di Mosca. Questo certamente - come ha detto Benedetto XVI durante l'udienza che ha concesso a noi, che abbiamo ricevuto dalle sue mani il pallio - è il nostro compito, la nostra missione, cioè quella di mostrare la bellezza della vocazione. Credo che Dio non abbandoni mai il suo popolo, la sua Chiesa. E perciò mostra sempre i segni anche per le vocazioni. Quello che sta a noi è rendere visibile, dare testimonianza di come nella vocazione ci sia un fiorire di una bellezza del vivere cristiano, un gusto di dare la propria vita, e una tale passione nel servire da rendere la vita grande.

Come vedono Benedetto XVI gli ortodossi russi?

Lo vedono in una luce molto positiva, soprattutto per due ragioni. Innanzitutto la passione di questo Papa per lo sviluppo della tradizione in senso sano, quel suo continuo andare con rinnovamento, per usare un'espressione di Giovanni Paolo ii, alle fonti del cristianesimo. Un atteggiamento, questo, che è molto apprezzato.

In secondo luogo, è considerata positivamente nel Papa la sua chiarezza e la sua sincerità nell'affermare il contenuto dell'avvenimento cristiano e della fede cattolica. Infatti, proprio grazie alla trasparenza e alla sincerità di questo atteggiamento diventa anche più semplice individuare e affrontare le diversità e le difficoltà che debbono essere superate.

(©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2008)

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PAPA/ LEFEBVRIANI PRENDONO TEMPO: NO A ULTIMATUM VATICANI

Mons. Fellay scrive al Papa: Non siamo superiori né contro Chiesa

Roma, 1 lug. (Apcom)

Si precisa la risposta dei lefebvriani alle proposte avanzate dal Vaticano per sospendere la scomunica nei loro confronti e chiudere l'annosa diatriba con questa fraternità scismatica di tradizionalisti.
In una nota ufficiale - la prima da quando sono trapelate le notizie di una trattativa, cominciata il 4 giugno, tra il superiore, mons. Bernard Fellay, e il card. Dario Castrillon Hoyos, presidente del dicastero vaticano responsabile dei rapporti con i tradizionalisti, la pontificia commissione Ecclesia dei - i seguaci di mons. Marcel Lefebvre stigmatizzano la "precipitazione" con la quale la Santa Sede ha preparato un "memorandum sotto forma di ultimatum" (nel quale chiedeva un 'sì' o un 'no' entro il 28 giugno), suggeriscono la sospensione della scomunica come precondizione a ogni ulteriore discussione, e propongono un "dialogo a livello dottrinale" con il Vaticano.

La fraternità sacerdotale San Pio X rileva che "il carattere molto generale, per non dire vago, delle esigenze formulate si combina in modo singolare con l'urgenza di un ultimatum. Queste condizioni - prosegue la nota pubblicata dall'agenzia di stampa francese 'I.Media' - sembrano tese ad ottenere un clima favorevole ad un ulteriore dialogo, piuttosto che a degli impegni precisi su dei punti determinati".
I lefebvriani sottolineano che "il previo ritiro dei decreti di scomunica del 1988 favorirebbe la serenità di tale dialogo" ed auspicano che "questo dialogo si collochi a livello dottrinale e prenda in conto tutte le questioni che, se fossero eluse, farebbero correre il rischio di rendere caduco uno statuto canonico stabilito con precipitazione". La nota precisa anche che i seguaci di Lefebvre "non hanno la pretesa di esercitare un magistero superiore a quello del Santo Padre" né cercano di "opporsi alla Chiesa. In questo senso - si rende noto - mons. Fellay ha risposto all'ultimatum con una lettera a Papa Benedetto XVI, il giovedì 26 giugno 2008" e "il giorno dopo" il card. Castrillon Hoyos ne ha notificato la ricezione.

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“Combattere la povertà, costruire la pace” è il tema scelto da Benedetto XVI per il suo prossimo Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2009

“Combattere la povertà, costruire la pace”, è il tema - reso noto oggi - scelto da Benedetto XVI per la prossima Giornata mondiale della Pace, del 1 gennaio 2009. Tema che vuole sollecitare “una risposta urgente” “alla grave questione della povertà, “non una mera fatalità”, né un fenomeno da ricondurre ai soli fattori tecnici o economici. Lo scandalo della povertà” – si legge in una nota esplicativa - manifesta “l'inadeguatezza degli attuali sistemi di convivenza umana nel promuovere la realizzazione del bene comune”. “La risposta va allora cercata – sollecita la nota - prima di tutto nella conversione del cuore dell'uomo al Dio della carità”. Roberta Gisotti ha intervistato don Albino Bizzotto, fondatore dell’Associazione “Beati i costruttori di pace”:

D. - Quando parliamo di povertà dobbiamo intenderla certo come problema materiale, ma ancor prima come problema morale e spirituale. Perché don Bizzotto, questa sottolineatura nella nota che accompagna il tema?

R. – Credo che il punto nodale sia se noi scegliamo le persone prima di tutto il resto o se ci sono altre cose che ci importano più delle persone. Non basta soltanto lavorare contro la povertà, ma credo sia determinante riconoscerci poveri e, in questo senso, allora, avere gli uni bisogno degli altri. Allora, le persone acquistano immediatamente importanza, dignità e siamo anche capaci di cose nuove, volendoci bene.

D. – Povertà e malnutrizione non sono una mera fatalità. Don Bizzotto, dalla sua esperienza, dove sono le maggiori manchevolezze?

R. – La prima manchevolezza, senza dare colpa a nessuno, è che ognuno di noi è cresciuto all’interno di un sistema dove noi siamo i privilegiati e gli altri devono soffrire, pagare, lavorare per i nostri privilegi. In questo tipo di mondo, chi deve cambiare di più non sono i poveri, ma siamo noi che siamo nel rango strutturale dei ricchi. E la seconda cosa è che la politica, e cioè l’organizzazione delle Nazioni e degli Stati, non debba ancora continuare ad impegnare energie, attività e risorse soltanto per una sicurezza fondata sulla forza e fondata sulle armi di distruzione, piuttosto che impegnare tutta la capacità umana, ma anche tecnica, a favore della vita e delle necessità quotidiane delle persone.

D. – A dire il vero, già da tempo, non solo in ambito ecclesiale, ma anche politico ed economico, si evidenzia lo stretto collegamento tra povertà e pace. Così, infatti, leggiamo in numerosi documenti delle Nazioni Unite. Ma dalle parole difficilmente si passa ai fatti...

R. – La nostra pace è fondata sulla forza e imposta con la forza: non è la pace. E questo è il dramma che stiamo vivendo e rovesciare l’ottica dei responsabili sia dell’economia come della politica verso un rispetto dei bisogni elementari delle persone credo sia la necessità più urgente che abbiamo. Tutti, oggi, siamo impegnati per le cose più elementari: l’acqua, l’aria, la terra, come luogo da dove vengono le cose per la vita di tutti quanti. Se continuiamo con la logica che fino a questo momento è stata quella che ha fatto prendere le decisioni più importanti, credo che non avremo futuro.

D. – Forse solo con una spinta dal basso di responsabilità individuali potremo muovere i vertici politici ed economici che decidono il futuro del pianeta...

R. – Io credo che il buono e il cattivo sia ovunque, alla base come al vertice. L’importante è che siamo determinati. E per noi cristiani quella scelta della povertà che è anche l’annuncio di una felicità, cioè la condivisione totale con tutti quanti, fino ad essere capaci di non aver paura per noi, ma condividere tutto, credo sia la felicità fondamento di tutta la storia del cristianesimo, ma fondamento anche della novità dell’annuncio cristiano.

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COMUNICATO: TEMA DELLA 42a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE (1° GENNAIO 2009)

TEMA DELLA 42a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE (1° GENNAIO 2009)

"Combattere la povertà, costruire la pace"

PRESENTAZIONE DEL TEMA

Il Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la celebrazione della 42a Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2009, sarà dedicato al tema: "Combattere la povertà, costruire la pace". Il tema scelto dal Santo Padre intende sottolineare la necessità di una risposta urgente della famiglia umana alla grave questione della povertà, intesa come problema materiale, ma prima di tutto morale e spirituale. Anche di recente, il Santo Padre ha denunciato lo scandalo della povertà nel mondo: «... come si può rimanere insensibili agli appelli di coloro che, nei diversi continenti, non riescono a nutrirsi a sufficienza per vivere? Povertà e malnutrizione non sono una mera fatalità, provocata da situazioni ambientali avverse o da disastrose calamità naturali … le considerazioni di carattere esclusivamente tecnico o economico non debbono prevalere sui doveri di giustizia verso quanti soffrono la fame» (Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI alla FAO del 2 giugno 2008). Lo scandalo della povertà manifesta l'inadeguatezza degli attuali sistemi di convivenza umana nel promuovere la realizzazione del bene comune (cfr Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69). Ciò rende necessaria una riflessione sulle radici profonde della povertà materiale, quindi anche sulla miseria spirituale che rende l'uomo indifferente alle sofferenze del prossimo. La risposta va allora cercata prima di tutto nella conversione del cuore dell'uomo al Dio della carità (cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est), per conquistare così la povertà di spirito secondo il Messaggio di salvezza annunciato da Gesù nel Discorso della Montagna: «Beati i poveri in Spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3).

Bollettino Ufficiale Santa Sede