1 agosto 2008

Le prime immagini di Benedetto XVI a Bressanone rilanciano un Pontefice in ottima forma (Mazza)


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Diffuse le prime immagini di Benedetto XVI a Bressanone Grande attesa per l’Angelus di domenica

Rilanciano un Pontefice in ottima forma le riprese girate dal Centro televisivo vaticano sul riposo altoatesino di Ratzinger. La Biblioteca del Seminario brissinese, il suo luogo preferito

Le vacanze del Papa: studio e preghiera

DAL NOSTRO INVIATO A BRESSANONE

SALVATORE MAZZA

Verso il pomeriggio di ieri la piaz­zetta di fronte al Seminario di Bressanone s’è animata quasi di colpo.
È bastato l’arrivo di due auto scu­re, e che alcuni personaggi in completo scuro si mettessero a parlare di fronte al grande cancello grigio, quello vigilato giorno e notte che preclude l’accesso al­la viuzza che porta al Seminario, e le an­tenne dei bressinesi hanno subito ini­ziato a vibrare. « Er kommt, er kommt! E­sce, esce...». Donne, uomini e bambini, a piedi o in bicicletta, con studiata non­chalance hanno così iniziato a conver­gere verso la piazza. Lentamente. At­taccati ai telefonini per avvertire gli a­mici: «Corri, mi sa proprio che il Papa sta uscendo...». Non è uscito.
I signori in completo scuro erano lì so­lo in vista dell’Angelus di domenica, u­na riunione col Comitato provinciale di pubblica sicurezza per mettere a punto gli ultimi dettagli, considerato che si pre­vede un afflusso di quasi diecimila per­sone. E la gente in piazza, quando l’ha capito, con la stessa nonchalance con cui era arrivata ha abbandonato la po­stazione. Così, a uscire dal Seminario, invece di Benedetto XVI sono state so­lo le sue prime imma­gini durante queste i­nedite vacanze altoa­tesine, girate dal Cen­tro televisivo vaticano. Che rilanciano un Pa­pa sereno, di ottimo u­more e in forma.
Che sia contento di trovar­si qui è sicuro.
Le riprese mostrano il Pontefice in uno dei momenti di riposo della sua giornata, a passeggio nel giardino del Seminario in conversazione con il fratello ottanta­quattrenne don Georg, che si appoggia prima a un bastone bianco poi al brac­cio del Papa. Nella sequenza successiva ai due, Benedetto XVI nella vesta bian­ca, Georg in clergyman, si aggiunge il segretario del Papa don Georg Gaen­swein, in talare nera, e li si vede sostare, prima in piedi e poi seduti su una sem­plice panchina di legno chiaro, di fron­te a un’edicola, anch’essa in legno, che custodisce una statua, riproduzione in di­mensioni più piccole di un’opera di epoca romanica, datata 1250, conservata nel locale museo diocesa­no.
La scultura in legno policromo raffigura u­na Madonna con Bambino, con la Ver­gine con la mano destra levata in segno di benedizione. Si sente a questo punto Gaenswein spiegare come, secondo la tradizione, l’opera intenda raffigurare la Madre che «insegna al Bambino come si fa a benedire». Segue una conversa­zione che l’audio non permette di co­gliere perfettamente, a un certo punto della quale i tre si sentono ridere a una battuta dell’anziano Georg. Il breve fil­mato si conclude con l’immagine del Papa assorto in preghiera, seduto da so­lo sulla panchina, con gli occhi rivolti verso la statua.
Nessuna immagine invece della vita al­l’interno del millenario Seminario, do­ve Benedetto XVI trascorre la maggior parte del tempo a leggere, studiare, la­vorare. A quanto sembra, a parte il suo appartamento, il locale più frequentato dal Papa è la biblioteca barocca, che oc­cupa gran parte del primo piano dell’e­dificio e rappresenta un «tesoro nel te­soro », con la sua incredibile collezione di volumi rari o addirittura unici. E che, assieme alla biblioteca nuova, ha sem­pre rappresentato per lo studioso Joseph Ratzinger una fonte impareggiabile.
Non c’è dubbio, come ha dichiarato il rettore del Seminario don Ivo Muser al­la vigilia dell’arrivo dell’illustre ospite, che «comunque il suo luogo preferito» in Alto Adige «è sempre stato il Semina­rio, e in particolare la biblioteca».
E alle voci insistenti che assicurano che po­trebbe diventare il luogo di vacanza 'fis­so' del Papa, Muser risponde: «Non lo so, ma è ovvio che lo spero».

© Copyright Avvenire, 1° agosto 2008

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I viaggi di Paolo VI e di Benedetto XVI in Australia

A Sydney due Papi per un mondo nuovo

di Gianluca Biccini

"Tutti, Chiesa compresa, siamo impegnati nella nascita di un mondo nuovo. Dobbiamo far sì che il moto non degeneri in precipitazione; che la passione per l'avvenire non porti con sé il disprezzo del passato; che la brama dei beni materiali non inaridisca i cuori e non faccia deprezzare i valori dello spirito: si tratta insomma di garantire le condizioni di un progresso autentico, e cioè veramente umano".
Hanno quasi quarant'anni queste parole pronunciate da Paolo VI il 30 novembre 1970 a Sydney.
A rileggerle oggi, all'indomani del viaggio compiuto da Benedetto XVI in terra australiana, sembrano assumere un valore profetico.
La visita di Papa Ratzinger nel grande Paese dall'altra parte del globo, compiuta dal 12 al 21 luglio scorso in occasione della XXIII Giornata mondiale della gioventù, presenta infatti molti elementi comuni con quello di Montini, che si recò in Australia per le celebrazioni bicentenarie delle esplorazioni del capitano Cook.
Non solo singolari dati statistici: per entrambi il nono viaggio internazionale, con dodici discorsi per parte; ma anche coincidenze nella scelta dei luoghi - la cattedrale di Saint Mary, l'ippodromo di Randwick, la tomba della beata MacKillop - e soprattutto nelle tematiche affrontate.
Una rilettura dei discorsi di Paolo VI conferma la visione ecclesiale di questo grande protagonista della storia del Novecento, di cui ricorre in questi giorni il trentesimo anniversario della morte.
Proveniente dalle Isole Samoa, Papa Montini sostò a Sydney dal 30 novembre al 3 dicembre 1970.
Fu l'ultimo viaggio del pontificato: un vero e proprio tour de force che lo condusse anche in Iran, Pakistan, Indonesia, Hong Kong e Sri Lanka. Una visita iniziata il 26 novembre e conclusa il 5 dicembre, durante la quale il Pontefice percorse 45.665 chilometri di volo a bordo di un quadrireattore Douglas Dc 8/62.
Un record superato solo dal trentaduesimo viaggio di Giovanni Paolo II, dal 18 novembre al 1° dicembre 1986, in Bangladesh, Singapore, Isole Fiji, Nuova Zelanda, Australia, Isole Seychelles: ben 48.974 chilometri.
Nella metropoli sorta a ridosso della Botany Bay, dove James Cook era approdato duecento anni prima prendendo possesso del nuovissimo continente in nome della corona britannica, Paolo VI fu accolto nel tardo pomeriggio di un venerdì di fine novembre. Due ali di folla gli diedero il benvenuto in una città che egli stesso definì, durante l'incontro con le autorità civili nella sede municipale, "operosa" e "dinamica" tanto sul piano culturale che su quello industriale e commerciale, abitata da "una comunità assai varia".
Tra gli appuntamenti del giorno seguente quello con la conferenza episcopale australiana nella cripta di Saint Mary, nel corso del quale il Pontefice intervenne sul tema dell'unità nella Chiesa e della Chiesa. Un argomento ripreso poi alla fine del viaggio, la sera del 2 dicembre, nella preghiera comune con i responsabili di varie confessioni non cattoliche.
E forse non è un caso che Benedetto XVI abbia scelto proprio la cripta della prima e più grande chiesa cattolica australiana per incontrare lo scorso 18 luglio i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane.
E se lo stesso 1° dicembre 1970 Paolo VI parlò a duemila sacerdoti del clero locale raccoltisi in cattedrale, anche Papa Ratzinger ha celebrato la messa, il 19 luglio, per i preti, i seminaristi e le novizie della Chiesa australiana.
Un'omelia, la sua, che ha riempito le pagine dei giornali quasi esclusivamente per l'atto di accusa contro "gli abusi sessuali sui minori" compiuti "da parte di alcuni sacerdoti e religiosi in questa Nazione", mentre andrebbe riletta in modo più approfondito; per esempio, quando denuncia la società odierna che vorrebbe mettere Dio "da parte" e che nel nome della libertà e dell'autonomia umane riduce la religione a devozione personale, allontanando la fede dalla pubblica piazza.
Quest'omelia di Benedetto XVI costituisce insieme con i due lunghi discorsi in occasione della festa di accoglienza sul molo di Barangaroo (17 luglio) e della veglia di preghiera all'ippodromo di Randwick (19 luglio) un trittico privilegiato per una lettura del viaggio ratzingeriano.
Non solo vergogna per gli abusi del clero, dunque, ma difesa dei diritti degli aborigeni, salvaguardia dell'ambiente, tutela della vita umana e, soprattutto, l'auspicio di un rinnovamento, di "una nuova era" espresso nella messa di chiusura della Gmg 2008. Quasi un'eco delle aspettative di Paolo VI enunciate al suo arrivo a Sydney.
Anche nella scelta dei testimoni del messaggio cristiano in Australia i due Pontefici hanno puntato sulla medesima figura esemplare. Il 2 dicembre Papa Montini volle recarsi nella zona nord della città, presso il convento delle suore di San Giuseppe del Sacro Cuore, la prima congregazione religiosa nata nel Paese per iniziativa di una giovane donna nata in Australia. Era l'anno 1866 e la fondatrice, all'epoca ventiquattrenne, si chiamava Mary MacKillop. Significativamente Benedetto XVI ha avuto il primo appuntamento di preghiera a Sydney, subito dopo la cerimonia di benvenuto, proprio sostando sulla tomba della religiosa, nel frattempo divenuta - era l'anno 1995 - la prima beata australiana.
Un'ulteriore scelta condivisa dai due Pontefici si riscontra nell'udienza concessa da Paolo VI a un gruppo di sacerdoti anziani e nella breve visita di Papa Benedetto alla residenza Mount Saint Joseph's home, gestita dalle Little Sisters of the Poor, dove quest'ultimo ha salutato l'ottantacinquenne cardinale Edward Bede Clancy, alcuni vescovi emeriti e Rosemary Goldie, già sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici, prima donna a ricoprire un alto incarico nei dicasteri della Santa Sede proprio ai tempi del pontificato montiniano.
Ma la sintesi del messaggio lasciato da Paolo VI e da Benedetto XVI in terra australiana si ritrova negli incontri con le nuove generazioni. Il primo celebrò la messa la mattina del 2 dicembre 1970 all'ippodromo di Randwick, alla presenza di centocinquantamila giovani australiani, davvero un numero considerevole.
"In questo giovane popolo - ebbe a dire Papa Montini - voi siete i giovani tra i giovani". Perciò - aggiunse - "la Chiesa viene a voi senza complessi. Essa sa i valori di cui siete portatori, quelli del vostro numero, quelli del vostro slancio verso l'avvenire, quelli della vostra sete di giustizia e di verità e della vostra avversione per l'odio e per la sua espressione peggiore che è la guerra, persino quelli del rigetto degli elementi caduchi della moderna civiltà". Dio - fu la conclusione - "li ha messi in voi per rispondere con un atteggiamento nuovo a una situazione nuova". Per questo - ha affermato Benedetto XVI congedandosi da Sydney, quasi a completare il ragionamento del suo predecessore - la Chiesa continua a guardare ai giovani come speranza per il mondo di domani.

(©L'Osservatore Romano - 1 agosto 2008)

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L’Angelus. Due maxischermi, bus navetta e treni speciali. Attesi in città novemila fedeli

Tutti in piazza entro le 9.30

Chi arriva dopo resta fuori: cappellini sì, ombrelli no

MARCO RIZZA

BRESSANONE.

Aumenta l’attesa per l’Angelus di domenica, ma attenzione agli orari. A uno, in particolare: 9.30 del mattino. A quell’ora ma piazza Duomo sarà off-limits e nessun fedele potrà più entrare per assistere alla cerimonia, prevista poi per le 12. L’ingresso alla piazza e ai settori assegnati sarà possibile a partire dalle 7.30 ma, appunto, non oltre le 9.30. Per domenica è prevista una bella giornata e, viste le temperature di questi giorni, il caldo potrebbe farsi sentire. Anche per questo ieri è arrivato dal Comune l’appello a dotarsi di un copricapo: «Chi sarà in piazza quel giorno - ha detto il sindaco - è bene che si porti un cappellino per proteggersi dal sole.
Riteniamo, invece, non consigliabile l’uso di ombrelli. Se tutti i presenti li aprissero contemporaneamente, infatti, vedere il Papa diventerebbe complicato e in molti protesterebbero».
In effetti, per quanto sconsigliato, non sarà vietato portare ombrelli in piazza, così come sarà possibile portare bottiglie di plastica e sedie pieghevoli (la maggior parte dei posti infatti è in piedi). Vietato invece introdurre oggetti pericolosi come coltelli, taglierini, bottiglie di vetro ecc.: a ogni ingresso i controlli saranno molto rigidi e ogni oggetto non accettabile verrà ritirato e depositato in un container («incustodito e senza garanzia di restituzione», sottolineano in Diocesi).
Chi ha prenotato ma non ritirato i biglietti (che sono personali e non cedibili a terzi) può farlo ancora presso l’Associazione Turistica in viale Stazione e, il giorno dell’Angelus, fino alle 9.15 presso l’Infopoint. Chi non ha il biglietto non potrà assistere alla cerimonia dal vivo ma avrà la possibilità di seguirla presso i due maxischermi allestiti al parcheggio dell’Acquarena. È da tenere conto che il maggiore afflusso di fedeli è previsto nell’arco temporale che va dalle 8 alle 9.30
E a proposito di orari e di chiusura: domenica sarà un giorno di passione anche per la viabilità. La statale resterà chiusa dalle 7 alle 16 (ma se le condizioni lo permetteranno si cercherà di aprire prima). Chi arriverà in città con l’auto, quindi, dovrà parcheggiare nei piazzali predisposti agli ingressi sud e nord (e, a ovest, in località Tschötscher Heide) e poi usare il servizio di shuttle-bus che sarà attivo dalle 7 alle 16. I bus navetta avranno tre capilinea: rispettivamente in via Mozart, in via Peter Mayr e presso Trony in viale Stazione. Da quei punti l’accesso in piazza Duomo sarà possibile solo a piedi. Anche ai residenti è chiesto di rinunciare il più possibile all’auto; l’uscita dalla città sarà possibile in ogni momento mentre l’entrata sarà bloccata «anche se con un atteggiamento più morbido verso i residenti» che, come spiegano in Comune, in casi particolari potranno entrare. Saranno chiuse anche le vie Giardini Rapp, Elvas e Cesare Battisti. La mobilità interna delle due domeniche degli Angelus sarà gestita dalla polizia municipale di Bressanone, che avrà rinforzi anche dai colleghi di Bolzano e Brunico oltre che dai vigili del fuoco del circondario e dei volontari del Goer di Bolzano; il tutto ovviamente in collaborazione con le altre forze di polizia stradali.
In piazza saranno presenti circa 9000 fedeli, cui si aggiungeranno diverse centinaia tra giornalisti e operatori tv e fotografi (i media nazionali hanno un po’ allentato la copertura dell’evento brissinese, dopo l’exploit di lunedì, ma per domenica è atteso un nuovo massiccio arrivo di inviati).
E non solo: in Comune hanno annunciato di avere invitato per assistere all’Angelus anche Angela Merkel, la cancelliera tedesca che in quei giorni inizierà le sue vacanze altoatesine. L’invito ufficiale è già stato spedito ma, dicono in Municipio, «in questo momento la cancelliera si trova in Austria e non abbiamo ancora ricevuto risposta». Eventualmente la Merkel incontrerebbe anche il Papa, per quanto l’ipotesi sia data per remota.
Per tornare alla mobilità, chi userà il treno troverà una offerta potenziata: circoleranno infatti sei convogli speciali richiesti e finanziati dalla Provincia. Due percorreranno la tratta Trento-Bressanone, due Bolzano-Bressanone e due San Candido-Bressanone,tutto in aggiunta ai 31 treni ordinari. Inoltre sarà potenziato nella stazione di Bressanone il servizi di biglietteria nei giorni di sabato 2 e 9 e domenica 3 e 10 agosto.

© Copyright Trentino, 31 luglio 2008

FUSO IN BRONZO

L’altare da Ortisei

BRESSANONE.

L’altare che sarà usato per l’Angelus del 3 e del 10 agosto è stato scelto direttamente dalla Diocesi e realizzato da una ditta artigiana di Ortisei, la «Ferdinand Stuflesser». Quello del 3 (nella foto) è un altare fuso in bronzo rappresentante il corpo di Cristo in croce su un lato e la nascita di Gesù sull’altro. Il tutto è stato modellato a mano e poi fuso in bronzo con l’antico metodo della cera persa. La mensa che si trova sull’altare è in legno rovere e misura 2,2 metri per uno: vi dovranno infatti trovare posto ben 40 calici per distribuire la comunione a tutti i fedeli presenti. L’ambone, sempre modellato a mano e poi fuso in bronzo, rappresenta invece i simboli dei quattro evangelisti. Anche il trasporto sarà affidato a una ditta specializzata di Ortisei, la Insam. Per domenica dieci sarà usato invece un altro altare, con ambone in stile, in legno rovere. Intanto in questi giorni proseguono i lavori in piazza Duomo e l’installazione delle tribune; proprio ieri è stata sistemata anche la tettoia dell’altare, proprio all’ingresso del Duomo.

© Copyright Trentino, 31 luglio 2008

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IL PAPA IN ALTO ADIGE: LO SPECIALE DEL BLOG

Su segnalazione di Francesco, dalla Spagna, leggiamo questa splendida intervista a Mons. Ranjith sulla Liturgia.
Complimenti a Politi per la scelta dell'argomento
.
R.

LITURGIA

'Perché Ratzinger recupera il sacro'

MARCO POLITI

Il segnale è stato inequivocabile.
Prima il Corpus Domini a Roma, poi lo si è visto in mondovisione a Sidney.
Benedetto XVI esige che davanti a lui la comunione venga ricevuta in ginocchio. è uno dei tanti recuperi di questo pontificato: il latino, la messa tridentina, la celebrazione con le spalle rivolte ai fedeli.

Papa Ratzinger ha un disegno e lo srilankese monsignor Malcolm Ranjith, che il pontefice ha voluto con sé in Vaticano come segretario della Congregazione per il Culto, lo delinea con efficacia.

L'attenzione alla liturgia, spiega, ha l' obiettivo di un' «apertura al trascendente».

Su richiesta del pontefice, preannuncia Ranjith, la Congregazione per il Culto sta preparando un Compendio Eucaristico per aiutare i sacerdoti a «disporsi bene per la celebrazione e l' adorazione eucaristica».

La comunione in ginocchio va in questa direzione?

«Nella liturgia si sente la necessità di ritrovare il senso del sacro, soprattutto nella celebrazione eucaristica. Perché noi crediamo che quanto succede sull' altare vada molto oltre quanto noi possiamo umanamente immaginare. E quindi la fede della Chiesa nella presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche va espressa attraverso gesti adeguati e comportamenti diversi da quelli della quotidianità».

Marcando una discontinuità?

«Non siamo dinanzi ad un capo politico o un personaggio della società moderna, ma davanti a Dio. Quando sull' altare scende la presenza di Dio eterno, dobbiamo metterci nella posizione più adatta per adorarlo. Nella mia cultura, nello Sri Lanka, dovremmo prostrarci con la testa sul pavimento come fanno i buddisti e i musulmani in preghiera».

L' ostia nella mano sminuisce il senso di trascendenza dell' eucaristia?

«In un certo senso sì. Espone il comunicante a sentirla quasi come un pane normale. Il Santo Padre parla spesso della necessità di salvaguardare il senso dell' al-di-là nella liturgia in ogni sua espressione. Il gesto di prendere l' ostia sacra e metterla noi stessi in bocca e non riceverla, riduce il profondo significato della comunione».

Si vuole contrastare una banalizzazione della messa?

«In alcuni luoghi si è perso quel senso di eterno, sacro o di celeste. C' è stata la tendenza a mettere l' uomo al centro della celebrazione e non il Signore.
Ma il Concilio Vaticano II parla chiaramente della liturgia come actio Dei, actio Christi. Invece in certi circoli liturgici, vuoi per ideologia vuoi per un certo intellettualismo, si è diffusa l' idea di una liturgia adattabile a varie situazioni, in cui si debba far spazio alla creatività perché sia accessibile e accettabile a tutti. Poi magari c' è chi ha introdotto innovazioni senza nemmeno rispettare il sensus fidei e i sentimenti spirituali dei fedeli».

A volte anche vescovi impugnano il microfono e vanno verso l' uditorio con domande e risposte.

«Il pericolo moderno è che il sacerdote pensi di essere lui al centro dell'azione. Così il rito può assumere l'aspetto di un teatro o della performance di un presentatore televisivo.

Il celebrante vede la gente che guarda a lui come punto di riferimento e c' è il rischio che, per avere più successo possibile con il pubblico, inventi gesti ed espressioni facendo da protagonista».

Quale sarebbe l' atteggiamento giusto?

«Quando il sacerdote sa di non essere lui al centro, ma Cristo. Rispettare in umile servizio al Signore e alla Chiesa la liturgia e le sue regole, come qualcosa di ricevuto e non di inventato, significa lasciare più spazio al Signore perché attraverso lo strumento del sacerdote possa stimolare la coscienza dei fedeli».

Sono deviazione anche le omelie pronunciate dai laici?

«Sì. Perché l' omelia, come dice il Santo Padre, è il modo con cui la Rivelazione e la grande tradizione della Chiesa viene spiegata affinché la Parola di Dio ispiri la vita dei fedeli nelle loro scelte quotidiane e renda la celebrazione liturgica ricca di frutti spirituali. E la tradizione liturgica della Chiesa riserva l' omelia al celebrante. Ai Vescovi, ai sacerdoti e ai diaconi. Ma non ai laici».

Assolutamente no?

«Non perché loro non siano capaci di fare una riflessione, ma perché nella liturgia i ruoli vanno rispettati. Esiste, come diceva il Concilio, una differenza "in essenza e non solo in grado" tra il sacerdozio comune di tutti i battezzati e quello dei sacerdoti».

Già il cardinale Ratzinger lamentava nei riti la perdita del senso del mistero.

«Spesso la riforma conciliare è stata interpretata o considerata in modo non del tutto conforme alla mente del Vaticano II. Il Santo Padre definisce questa tendenza l' antispirito del Concilio».

A un anno dalla piena reintroduzione della messa tridentina qual è il bilancio?

«La messa tridentina ha al suo interno valori molto profondi che rispecchiano tutta la tradizione della Chiesa. C' è più rispetto verso il sacro attraverso i gesti, le genuflessioni, i silenzi. C' è più spazio riservato alla riflessione sull'azione del Signore e anche alla personale devozionalità del celebrante, che offre il sacrificio non solo per i fedeli ma per i propri peccati e la propria salvezza. Alcuni elementi importanti del vecchio rito potranno aiutare anche la riflessione sul modo di celebrare il Novus Ordo. Siamo all' interno di un cammino».

Un domani vede un rito che prenda il meglio del vecchio e del nuovo?

«Può darsi~ io forse non lo vedrò. Penso che nei prossimi decenni si andrà verso una valutazione complessiva sia del rito antico che del nuovo, salvaguardando quanto di eterno e soprannaturale avviene sull' altare e riducendo ogni protagonismo per lasciare spazio al contatto effettivo tra il fedele e il Signore attraverso la figura non predominante del sacerdote».

Con posizioni alternate del celebrante?
Quando il sacerdote sarebbe rivolto verso l' abside?

«Si potrebbe pensare all'offertorio, quando le offerte vengono portate al Signore, e di là sino alla fine della preghiera eucaristica, che rappresenta il momento culminante della "trans-substantiatio" e la "communio"».

Disorienta i fedeli il prete che volge le spalle.

«E' sbagliato dire così. Al contrario, insieme al popolo si rivolge al Signore.
Il Santo Padre nel suo libro Lo spirito del Concilio ha spiegato che quando ci si siede attorno, guardando ognuno la faccia dell' altro, si forma un circolo chiuso. Ma quando il sacerdote e i fedeli insieme guardano l' Oriente, verso il Signore che viene, è un modo di aprirsi all' eterno».

In questa visione si inserisce anche il recupero del latino?

«Non mi piace la parola recuperare. Realizziamo il Concilio Vaticano II, che afferma esplicitamente che l' uso della lingua latina, salvo un diritto particolare, sia conservato nei riti latini. Dunque, anche se è stato dato spazio all' introduzione delle lingue vernacolari, il latino non va abbandonato completamente.
L'uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell' Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell'Islam si impiega l' arabo del Corano. L' uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell' al-di-là».

Il latino come lingua sacra nella Chiesa?

«Certo. Il Santo Padre stesso ne parla nell' esortazione apostolica Sacramentum Caritatis al paragrafo 62: "Per meglio esprimere l' unità e l' universalità della Chiesa vorrei raccomandare quanto suggerito dal Sinodo dei vescovi in sintonia con le direttive del Concilio Vaticano II. Eccettuate le letture, l' omelia e la preghiera dei fedeli, è bene che tali celebrazioni siano in lingua latina". Beninteso, durante incontri internazionali».

Ridando forza alla liturgia, dove vuole arrivare Benedetto XVI?

«Il Papa vuole offrire la possibilità d' accesso alla meraviglia della vita in Cristo, una vita che pur vivendola qui sulla terra già ci fa sentire la libertà e l' eternità dei figli di Dio. E una tale esperienza si vive fortemente attraverso un autentico rinnovamento della fede quale presuppone il pregustare delle realtà celesti nella liturgia che si crede, si celebra e si vive. La Chiesa è, e deve diventare, lo strumento valido e la via per questa esperienza liberante. E la sua liturgia quella che la rende capace di stimolare tale esperienza nei suo i fedeli».

© Copyright Repubblica, 31 luglio 2008 consultabile online anche qui.

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Fervono i preparativi per l'Angelus di domenica. Il sindaco di Bressanone: «Abbiamo ancora molte richieste, ma i biglietti sono già prenotati»


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Angelus, schedati i residenti in piazza

Straordinarie misure di sicurezza con i cecchini alle finestre. Montato il palco

Luigi Ruggera

BRESSANONE

Sarà un Angelus blindato, con eccezionali misure di sicurezza: i cecchini piazzati alle finestre nei quattro angoli di piazza Duomo e la schedatura di tutte le persone presenti in zona. Nei giorni scorsi, infatti, alcuni addetti del servizio d'ordine si sono presentati nelle abitazioni che si affacciano su piazza Duomo, per schedare non solo gli inquilini ma anche le persone che questi ospiteranno, tra parenti e amici, in occasione dei due Angelus.
In alcuni casi i residenti dovranno ospitare, per la durata dell'Angelus, i cecchini, che si affacceranno alle finestre tenendo sotto controllo tutta la piazza. Si tratta comunque di precauzioni del tutto comprensibili e che riguardano un numero molto limitato di persone, in quanto la piazza è scarsamente abitata. Al riguardo va detto che il capoluogo della val d'Isarco sta vivendo senza alcuna difficoltà la presenza dell'illustre ospite: ad eccezione infatti della massiccia ma molto discreta presenza delle forze dell'ordine, non si notano sostanziali differenze, nella vita quotidiana e nella viabilità, rispetto alla routine estiva della cittadina.
Per gli stessi motivi di sicurezza non si possono più mettere a disposizione i posti rimasti liberi per assistere in piazza all'Angelus: «In Comune — commenta il sindaco di Bressanone Albert Pürgstaller — riceviamo moltissime richieste ma purtroppo non possiamo accontentare nessuno: non dipende da noi, le misure di sicurezza sono rigide e non ammettono deroghe». In fase di prenotazione dei biglietti, fino al 20 luglio, venivano chiesti tutti i dati personali ai richiedenti ed ora, anche dovendo seguire lo stesso iter, non vengono più concessi biglietti perché la completa schedatura del pubblico è ormai già terminata.
I posti liberi sarebbero comunque pochissimi: nelle prossime due domeniche, infatti, piazza Duomo sarà affollatissima, con novemila persone per ciascun appuntamento.
I preparativi proseguono a pieno ritmo, soprattutto per allestire le tribune ed il palco sul quale sarà collocato l'altare: proprio ieri si è iniziato a montare il palco principale, sotto l'attenta supervisione del sindaco Pürgstaller. «I lavori — spiega il primo cittadino — proseguiranno fino a sabato pomeriggio quando, alle 18, piazza Duomo sarà chiusa al pubblico fino alla mattina successiva. In serata si svolgeranno infatti i controlli degli artificieri e la piazza sarà poi sorvegliata per tutta la notte».
Dalle 7.30 di domenica poi, le persone munite di biglietto potranno accedere al settore assegnato (con i biglietti di colore verde si accede da Porta Sabiona, con quelli gialli da Porta San Michele e con quelli rossi da Porta Sole). Entro le 9.30 tutti i fedeli dovranno trovarsi nei posti assegnati e chi arriverà dopo quell'orario non potrà più accedere alla piazza Duomo.
«Ricordo comunque — conclude il sindaco di Bressanone — a chi è rimasto senza biglietto, che potrà assistere alla santa messa celebrata dal vescovo Egger e all'Angelus del Papa, in programma verso mezzogiorno, in diretta sui maxischermi posizionati nel parcheggio dell'Acquarena e presso il tendone del Don Bosco».
In occasione degli Angelus, a Bressanone, arriveranno sei treni speciali richiesti e finanziati dalla Provincia di Bolzano a disposizione dei fedeli: due da Trento, due da Bolzano e altrettanti da San Candido si aggiungeranno all'offerta ordinaria di 31 treni assicurando così quasi 16 mila posti complessivi. Le Ferrovie dello Stato potenzieranno nella stazione di Bressanone anche i servizi di biglietteria nelle giornate di sabato e domenica.

© Copyright Corriere dell'Alto Adige, 31 luglio 2008

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Quasi 20 secoli dopo il martirio dell'Apostolo delle Genti pellegrini e turisti ripercorrono il cammino del santo

Sulle tracce di San Paolo nella multireligiosa Damasco

dal nostro inviato ORAZIO LA ROCCA

DAMASCO

Miracolo in Medio Oriente. Più precisamente, a Damasco, in Siria, area "cuscinetto" tra paesi caldi come Iraq, Libano, Israele, da qualche giorno presa d'assalto da un fiume sempre più crescente di viandanti, turisti e pellegrini provenienti da tutto il mondo per andare alla riscoperta delle tracce di S. Paolo.
Tracce ancora vive, impronte rimaste incise nelle pietre delle chiese, lungo gli antichi tracciati stradali, persino nelle moschee, che parlano in maniera inequivocabile dell'Apostolo delle Genti, comunemente considerato come il vero fondatore del cristianesimo. Vale a dire di quel Saulo di Tarso ribattezzato poi Paolo, fariseo e cittadino romano, che per un misterioso disegno divino da feroce persecutore della prima chiesa di Gerusalemme e delle prime comunità cristiane della Palestina, diventò il testimone di punta della morte e resurrezione di Cristo fuori dai confini della Terra Santa, fino a Roma, il cuore dell'impero romano, dove fu decapitato.

Quasi venti secoli dopo quel martirio, in Siria - paese a stragrande maggioranza musulmana con circa il 90 per cento della popolazione seguace di Maometto - sono ancora tanti i segni che "parlano" di lui e che lo ricordano nei luoghi dove visse e predicò, a partire dal posto dove fu folgorato e sbattuto a terra, perdendo la vista per giorni, lungo la via Retta nei pressi di Damasco, il luogo della sua conversione-rinascita che lo portò a cambiar vita e a iniziare la sua missione al servizio dei cristiani.

Segni, tracce e impronte dei primi passi cristiani in terra di Siria ritornati prepotentemente alla ribalta con l'avvio dell'Anno Paolino voluto da papa Benedetto XVI - che lo ha aperto il 29 giugno scorso nella basilica di S. Paolo fuori le mura, a Roma, e che lo concluderà il 29 giugno del 2009 - per ricordare i 2000 anni della nascita dell'apostolo, avendo visto la luce, stando a una consolidata tradizione, l'anno 8 dopo Cristo a Tarso (oggi città turca).
Ma - per un altro misterioso disegno - a parlare di Saulo sulla spinta dell'Anno Paolino non sono solo i cattolici, ma tutte le confessioni cristiane da sempre radicalizzate in Siria e a Damasco (ortodossi, greci-melkiti, armeni, assiri, evangelici...), malgrado secoli di divisioni e di lotte fratricide, unitamente alle comunità musulmane che vedono in S. Paolo uno dei grandi profeti che hanno contribuito a diffondere la parola dell'unico Dio di Abramo, padre comune delle tre grandi religioni monoteiste. E mai, come in questo periodo, Damasco sta mostrando qual è e quale è sempre stato il suo volto più vero e genuino, cioè l'immagine di città interreligiosa per antonomasia, dove - malgrado i venti di guerra, di intolleranza e di violenza terroristica alimentata dal fondamentalismo islamico che soffiano su tutto il Medio Oriente - si può veramente toccare con mano che il miracolo del dialogo e della convivenza tra fedeli di religioni differenti è veramente possibile.
Risultato, la multireligiosità di Damasco - una metropoli di circa 6 milioni di abitanti - sembra aver plasmato l'estetica stessa della città, nelle architetture damascene in stile bizantino, nelle infinite viuzze del centro storico-casbah e nei disegni urbanistici che in maniera viva, convulsa e apparentemente poco ordinata, hanno dato forma e carattere a tutti gli insediamenti cittadini, a partire dalle zone più antiche dove l'anima araba pulsa nei vicoletti, nelle botteghe, nelle case e nei luoghi di culto. Un'anima che vibra in maniera ancora più forte e caretterizzante in centinaia di grandi e piccoli minareti, posti a guardia di altrettante grandi e piccole moschee, come la storica moschea Omaya risalente all'anno 705 d. C., luogo simbolo della fede islamica dove è custodito, tra l'altro, il mausoleo in cui - secondo la tradizione - è sepolta la testa di S. Giovanni Battista e per questo visitato e venerato anche dai cristiani.
"Nel 2004 ci fece visita anche papa Giovanni Paolo II, malato e sofferemte, sostò qui in preghiera e fu una altissima testimonianza di dialogo e di incontro interreligioso", ricorda con commozione Jamal Mustafa Arab, direttore della moschea, al quale fa eco padre Cesare Atuire, amministratore delegato dell'Opera Romana Pellegrinaggi - invitando un gruppo di fedeli italiani che accompagna a sostare davanti alla tomba di S. Giovanni Battista, dentro la moschea, "per una breve recita da cristiani". La tappa alla grande moschea di Damasco è uno degli appuntamenti classici dei viaggi organizzati per quest'anno a Damasco dall'Opera Romana Pellegrinaggi, l'ente vaticano dei tour religiosi che, dopo la Terra Santa in Israele, Fatima in Portogallo, Lourdes in Francia e Santiago di Compostela in Spagna, ora ha allargato il suo orizzonte operativo anche sulle strade paoline della Siria. Il gesto di padre Atuire - confessa con soddisfazione Jamal Mustafa Arab - "per noi è una cosa normale perché i cristiani hanno sempre avuto libero accesso in moschea dove hanno sempre potuto raccogliersi nelle loro preghiere. Con l'Anno Paolino ce ne saranno ancora di più".
Sembra, quindi, che tutti i siriani, a partire da Damasco, con le celebrazioni avviate per i duemila anni di S. Paolo, oltre a riscoprire la componente cristiana delle loro radici, vogliano quasi "riappropriarsi" di un personaggio, Saulo, che partendo dalla loro terra ha contribuito in maniera determinante a cambiare il corso della storia dell'Oriente e dell'Occidente. E' una riscoperta a cui partecipano praticamente tutti i siriani, senza distinzioni, istituzioni religiose, autorità cittadine e governative che - forse anche spinte dall'inedito afflusso di turisti e pellegrini - hanno preso parte attivamente all'inaugurazione dell'Anno Paolino.
E' una sensazione che si può cogliere seguendo proprio il percorso paolino di Damasco, partendo dal luogo della folgorazione alle porte della città lungo la via Retta (citata anche negli Atti degli apostoli) dove il mese scorso è stato inaugurato il Memoriale di S. Paolo, una caratteristica chiesa-cavea tutta in pietra viva progettata da due architetti italiani, Luigi Leoni e Chiara Rovati della Fondazione "Frate Sole" di Pavia. Dal Memoriale della conversione altra tappa obbligata e la chiesa di S. Anania, l'apostolo che, sollecitato in sogno da Gesù, soccorse Paolo dopo la folgorazione, lo portò nella sua casa, lo rifocillò e lo battezzò. Anche questo un episodio-chiave della storia paolina riportata dagli Atti degli apostoli che, oggi, è possibile rivivere in un certo senso perché quell'antica casa di Anania è rimasta quasi intatta nel cuore del centro storico della città. Oggi è una suggestiva chiesa, ubicata su due piani. Anch'essa tutta in pietra chiara. Nel piano inferiore, in due piccoli ambienti di pietre vive, abbrunata dal logorio del tempo e dai fumi dei ceri, secondo la tradizione Saulo di Tarso vi fu battezzato e chiamato Paolo.
La terza importante tappa del tour paolino è la Porta detta di Bab Kissa, uno dei sette accessi alla antica città di Damasco quando era circondata dalle mura. Da questo posto, Paolo per sfuggire ai suoi persecutori che volevano ucciderlo, fu messo in salvo dai suoi discepoli che lo calarono in strada di notte nascosto in una cesta. L'apostolo, poi, si ritirò per 14 anni a pregare nel deserto arabo da dove fece ritorno a Gerusalemme. Dopo altre vicissitudini - alimentate da ripetuti tentativi di condanna delle autorità giudaiche, ma anche una certa diffidenza dei primi seguaci degli apostoli suoi ex nemici - da Gerusalemme iniziò i suoi viaggi che lo avrebbero portato a Roma. Dalla porta Bab Kissa è stata ricavata una chiesa dedicata a S. Paolo, oggi oggetto di culto e di visite di pellegrini di tutto il mondo.

© Copyright Repubblica, 31 luglio 2008 consultabile online anche qui.

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A colloquio con il traduttore

Lo storiografo di un popolo senza storia (almeno fino al cristianesimo)

di Silvia Guidi

Northumbria, prima metà del vii secolo dell'era cristiana. Re Edwin deve decidere se abbracciare o no il cristianesimo e chiede il parere dei suoi consiglieri. Uno di essi risponde con una parabola, paragonando la vita degli uomini sulla terra alla cena che il re, nel mezzo dell'inverno, mentre fuori infuria la tempesta, consuma con i suoi nobili nella sala riscaldata col fuoco: all'improvviso "un passero attraversa con rapido volo la sala, entrando da una porta e subito uscendo dall'altra; nell'attimo in cui rimane dentro non è colpito dalla burrasca invernale, ma trascorso quel brevissimo momento di quiete subito sfugge allo sguardo e ritorna al gelo dal quale è venuto. Così pure la vita dell'uomo è visibile, ma per un solo momento; di ciò che è prima e dopo quest'attimo nulla sappiamo. E dunque se questa nuova religione ci dà una certezza, mi sembra giusto seguirla".
L'episodio è tratto dall'Historia ecclesiastica gentis Anglorum e viene spesso citato come un esempio della semplice bellezza della prosa di Beda il venerabile, monaco benedettino che ha passato tutta la sua vita nei conventi "gemelli" di Wearmouth e Jarrow dedicati dal loro fondatore Benedict Biscop agli apostoli Pietro e Paolo, non allontanandosi mai dai verdi pascoli del Northumberland, senza cessare di interrogarsi sulla struttura del cosmo e delle stelle, sul significato della Sacre Scritture, sul modo più corretto di scrivere e di calcolare lo scorrere del tempo.
Beda, proclamato dottore della Chiesa nel 1899, ha composto un De natura rerum, vite di santi in prosa e in poesia, trattati di ortografia, musica, metrica e dactilonomia numerica - un metodo per rappresentare i numeri con le dita e una sorta di "alfabeto Morse" per inviare messaggi ai confratelli durante il silenzio - ha commentato quasi tutti i libri della Bibbia e per primo ha impiegato con coerenza la datazione dalla nascita di Cristo.
Ma soprattutto ha raccontato la storia del suo popolo e la missione dei monaci Agostino e Lorenzo nella Britannia abbandonata dalle legioni e occupata dagli Angli e dai Sassoni, fortemente voluta da Papa Gregorio, con parole che portano ancora traccia dell'"ardente spiro" del quale Dante lo vede fiammeggiare nel cielo dei sapienti. La sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, della quale la Fondazione Valla pubblica in due volumi la prima edizione critica in quaranta anni, è una delle più belle opere storiografiche del medioevo, probabilmente la più bella, come sostiene il traduttore, Paolo Chiesa, che insegna letteratura latina medievale all'università di Milano ed ha al suo attivo varie edizioni di cronache e testi agiografici dell'alto medioevo latino.

Perché tradurre l'Historia ecclesiastica?

Tradurre un'opera è un modo per conoscerla. Beda l'avevo già letto, avevo già fatto dei corsi universitari su di lui, ma proprio lavorando sui suoi testi ho realizzato che finché non si traduce un'opera non si può dire di conoscerla bene, di essere entrati in sintonia con il testo.

Quali sono state le difficoltà incontrate durante il lavoro?

L'Historia non è difficile da tradurre, l'autore voleva un pubblico ampio, i destinatari sono il re, l'abate e i confratelli, Beda non scrive in un latino complicato. È il contesto che è sfuggente, l'Inghilterra dal primo all'ottavo secolo, il testo è pieno di allusioni a consuetudini a noi ignote, o anche ad oggetti per l'autore di uso quotidiano ma che noi non conosciamo, come materiali da costruzione, o particolari modalità di costruire le chiese, termini tecnici quasi impossibili da capire perché spesso è lo stesso Beda la fonte unica che li tramanda.
La storia degli inglesi è una delle poche opere coeve che possono essere lette con gusto; i testi altomedievali spesso non hanno finalità estetiche, sono trattati esegetici o computistici molto legati alla pratica, testi "di servizio", di uso quotidiano.

Può essere quindi un testo apprezzabile anche dal grande pubblico?

Senz'altro. Beda invece ha una dimensione narrativa che piace al lettore di oggi, sono rimasti colpiti anche gli studenti dal gusto delle narrazioni, da una prosa che ha lo stile vivace del racconto orale, molto diverso rispetto alla storiografia classica, è questa la prima qualità che si apprezza. La lettura è avvincente perché viene descritta un'avventura storica, un'epoca misteriosa e poco conosciuta, un popolo particolare e le sue usanze. Beda tutto questo sa raccontarlo bene.
I testi altomedievali sono quasi sempre testi "a tesi", l'autore è molto consapevole che scrivere è un modo per presentare la realtà in un certo modo, fornire una chiave di lettura particolare. L'esempio più chiaro di questo è l'opera di Liutprando di Cremona, uno strumento pubblicistico che ha il preciso scopo di attaccare Papa Giovanni xii e di difendere l'operato della parte ottoniana. Anche Beda ha una tesi da sostenere: il suo è un popolo senza storia finchè non diventa cristiano, la Chiesa è l'unica forza di coesione culturale capace di opporsi alla violenza e alla barbarie, gli Angli e i Sassoni sono gruppi di tribù disperse e slegate finchè non si innesta nella romanità cristiana del Basso impero.

Come indicato esplicitamente nel titolo

Sì. Storia degli inglesi è un titolo commerciale, ma l'autore aveva chiamato la sua opera Storia ecclesiastica degli Angli; il primo volume è già uscito, il secondo non ancora, anche se ho già consegnato la traduzione. Paolo Diacono ha un diverso approccio con la storia del suo popolo, si identifica molto con l'ètnos e le tradizioni longobarde, lo stesso Gregorio di Tours quando parla dei Franchi.
Tradurre la letteratura mediolatina è un modo per entrare di più nel testo, ma risponde anche a un'esigenza di divulgazione, al tentativo di far uscire opere poco note da una ristretta cerchia di esperti. A questo scopo sto lavorando a una nuova edizione - con traduzione - del De magnalibus Mediolani di Bonvesin de la Riva, in cui l'autore loda la bellezza della sua città elencando fatti rilevanti e dati numerico-statistici in modo inconsueto per la sua epoca e all'Itinerario di Guglielmo di Rubrick, un francescano che a metà del Duecento ha viaggiato fino a raggiungere la corte dell'impero mongolo.

Beda è anche noto come l'inventore delle note a piè di pagina; questa leggenda, diffusa nella rete ma infondata, si basa su qualche dato storiografico attendibile?

Probabilmente deriva dalla deformazione di un fatto reale. Nei suoi trattati esegetici, Beda indicava quali erano state le sue fonti, cosa molto strana per il medioevo, in cui centoni e opere compilative venivano redatte nella maggior parte dei casi senza segnalare l'autore e il testo da cui è tratta la citazione. Anche nei manoscritti successivi è rimasta la glossa della fonte impiegata; da qui, probabilmente, la fama di inventore della nota.

(©L'Osservatore Romano - 1 agosto 2008)

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Quando gli Angli divennero angeli

di Paolo Garbini
Università di Roma La Sapienza

Sconfinati nell'impero romano durante il V secolo e giunti di fronte al passato maestoso e rovinato di quella civiltà, i popoli germanici sentirono presto l'esigenza di situarsi a loro volta non solo nello spazio, ma anche nel tempo latino-cristiano. Nacquero allora la storie etniche, in ciascuna delle quali genti disparate - germaniche ma non solo - inventarono la propria tradizione e riconobbero la propria identità. Si tratta di storie scritte in latino, in omaggio al mezzo di comunicazione principe del frantumato impero e quasi a sancire una fratellanza antica con l'ammirata civiltà romano-cristiana.
Così, al seguito di queste storie-totem, i Germani fecero il loro ingresso nella Storia: L'Historia Gothorum di Cassiodoro (secolo VI), perduta ma riassunta da Giordane nel De originibus actibusque Gothorum (secolo VI); l'Historia Francorum di Gregorio di Tours (secolo vi) proseguita dallo Pseudo-Fredegario (secolo VII); l'Historia Gothorum, Vandalorum, Sueborum di Isidoro di Siviglia (secolo vii); l'Historia ecclesiastica gentis Anglorum di Beda (secolo viii); l'Historia Langobardorum di Paolo Diacono (secolo viii). Sono capolavori che formano nell'insieme una stagione straordinaria della storiografia del Medioevo; uno scaffale di racconti preziosissimi non solo e non tanto per ricostruire le vicende delle etnie nordiche, quanto per comprendere con quali occhi e motivazioni qualcuno, dal suo presente, guardò il passato del suo popolo. Tra questi classici altomedievali si staglia per originalità di sguardo l'anglo Beda (Northumbria 672/73-Jarrow 735) che trascorse l'intera esistenza nei monasteri di Wearmouth e Jarrow, a pochi chilometri di distanza dal Vallo di Adriano, nel settentrione più remoto dell'antico impero romano, a un passo dal confine con l'ignoto. Giunge perciò graditissimo il primo volume di questa eccellente edizione della Fondazione Valla: Beda, Storia degli Angli (Historia ecclesiastica gentis Anglorum), i (Libri I-II), a cura di Michael Lapidge, traduzione di Paolo Chiesa (Milano, Mondadori, 2008, pagine CLXXXVI+400, euro 27). È questa la prima edizione critica dopo quella dovuta a Roger Aubrey Baskerville Mynors (Oxford 1969), della quale costituisce un sicuro progresso grazie al lavoro filologico sottile e paziente di Michael Lapidge, cui si devono anche le preziose note di commento; alla perizia filologica e linguistica di Paolo Chiesa va il merito di una traduzione precisa quanto godibile, che rende il testo di Beda davvero contemporaneo.
Si ha insomma per le mani un libro di rara qualità, pregevole come solido strumento di lavoro, avvincente come proposta di lettura. Sì, avvincente, perché Beda con il suo latino un po' rustico ma scorrevole ha qualità di scrittore eccezionalmente ricco e complesso.
Nell'ultimo capitolo dell'Historia ecclesiastica gentis Anglorum Beda ci offre una breve autobiografia: "Sono nato nel territorio di Wearmouth-Jarrow, sono entrato in monastero a sette anni e vi sono rimasto tutta la vita. Mi è sempre piaciuto imparare, insegnare e scrivere. A diciannove anni diacono, a trenta prete, fino a oggi che ne ho cinquantanove e ho scritto".
E segue un elenco di una trentina di titoli, frutto della sua erudizione meditata, della sua avida curiosità intellettuale, della sua larghezza di interessi, del suo amore per la scuola, nonché della sua intensa ricerca spirituale.
Per tutto questo Beda fu ammirato e venerato da contemporanei e posteri al punto da procurarsi alcuni altissimi riconoscimenti nel corso della storia, non solo medievale: il titolo di doctor admirabilis (concilio di Aquisgrana dell'836); un posto tra i dodici "ardenti spiri" che formano la corona dei beati nel decimo canto del Paradiso (vv. 130-131); infine, nel 1899, il titolo di Dottore della Chiesa conferitogli da Papa Leone XIII.
Un'altra insegna a suo modo onorifica Beda l'ha ricevuta nel 1982, allorché uno dei massimi letterati del Novecento, Jorge Luis Borges, gli dedicò alcune pagine appassionate (Dante e i visionari anglosassoni) relative ad alcuni racconti di visioni ultramondane riferiti da Beda nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum.
Per la grandezza di entrambi, il medievale e il moderno, vale la pena di leggere le righe conclusive di Borges: "Che Dante conoscesse o meno le visioni registrate da Beda è meno importante del fatto che questi le incluse nella sua opera storica, giudicandole degne di memoria. Un grande libro come la Divina Commedia non è l'isolato o casuale capriccio di un individuo; molti uomini e molte generazioni tesero ad esso. Investigarne i precursori non significa incorrere in un miserabile compito di carattere giuridico o poliziesco; significa indagare i movimenti, i tentativi, le avventure, i barlumi e le premonizioni dello spirito umano" (Tutte le opere, II, Milano, Mondadori, 1986, p. 1293).
Ma si diceva dell'originalità dello sguardo storico di Beda. Alla storia egli aveva già dedicato due scritti, il De temporibus liber (703) e il De ratione temporum (725) in cui ai problemi teorici della cronologia - si impone da qui in Inghilterra il sistema della datazione a partire dalla nascita di Cristo proposto nel VI secolo da Dionigi il Piccolo - aveva saputo unire la narrazione storica delle età del mondo e delle serie degli eventi.
Nel 731, dedicandola al re Ceolwulf, Beda conclude l'Historia ecclesiastica gentis Anglorum, in cinque libri: un colpo di genio nel campo della storiografia. Beda ricalca infatti il titolo sull'Historia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, tradotta dal greco da Rufino. In questo modo l'aggettivo ecclesiastica orienta l'opera in una regione culturale dove nessuno si era ancora mai spinto.
Beda scrive infatti una storia nazionale, "insulare" certamente, ma non soltanto nella prospettiva terra-popolo, come avevano già fatto Cassiodoro e Giordane per i Goti, Gregorio di Tours per i Franchi, Isidoro per i Visigoti e come farà Paolo Diacono per i Longobardi.
La novità è che degli Angli, Beda scrive appunto la storia "ecclesiastica", cioè religiosa. Il senso della storia degli Angli è dunque nel loro farsi cristiani. Il prima è solo un antefatto cronologico, ineliminabile ma quasi da sorvolare, tant'è che della cultura e della mitologia pagane della sua gente nulla è riportato da Beda. Al contrario, Paolo Diacono, all'indomani della sconfitta dei Longobardi a opera dei Franchi, troverà proprio nel passato ancestrale l'energica promessa di avvenire del suo popolo, capace di irrompere luminoso nella storia provenendo dalle lunghe notti scandinave.
Il destino di conversione degli Angli è invece tutto nella leggendaria esclamazione "Angeli, non Angli!" dovuta al futuro Papa Gregorio Magno - personaggio centrale del primo libro dell'Historia ecclesiastica gentis Anglorum - quando vide degli splendidi schiavi inglesi nel Foro di Roma. Diamo una scorsa all'opera. Nella lettera prefatoria al re Ceolwulf, Beda dichiara le sue fonti: la principale è il venerando e dottissimo Albino, che si formò nella famosa scuola di Canterbury fondata dai grandi Teodoro e Adriano, i missionari inviati nel settimo secolo da Papa Vitaliano; al contributo di Albino si affiancano opere di scrittori precedenti e attendibili testimonianze orali dei fedeli delle varie regioni dell'isola.
L'opera si apre quindi classicamente con una accurata panoramica geografica della Britannia e dell'Irlanda e una rapida scheda antropologica sui loro primi abitatori, i Britanni, i Pitti, gli Scoti.
Quindi siamo già al primo dei cinque grandi sbarchi che secondo il reverendo inglese Arthur P. Stanley (1854) fecero la storia dell'isola, quello di Giulio Cesare che, scrive Stanley "per primo ci rivelò al mondo civilizzato, e rivelò il mondo civilizzato a noi" (Fabrizio Conti, "Studi Romani", 53, 2005, p. 460). Diciamo subito che degli altri quattro sbarchi elencati da Stanley due sono presenti e fondamentali nell'opera di Beda: quello dei fratelli Hengist e Horsa, che condussero gli Angli sull'isola, e quello di Agostino, il monaco inviato da Papa Gregorio Magno a Canterbury per evangelizzare l'isola - gli ultimi due, per completezza di citazione, sono quello del 1066 del normanno Guglielmo il Conquistatore e infine quello dell'olandese Guglielmo iii, re d'Inghilterra dal 1689 al 1702.
Il racconto di Beda procede serrato, conciso, mai sbrigativo. Le sorti della Britannia seguono quelle del continente, e così dopo la cristianizzazione dei Britanni a opera del re Lucio, si avvicendano le persecuzioni di Diocleziano e poi la follia ariana. Costretti a difendersi dalle continue scorrerie di Pitti e Scoti, i Britanni chiamano in aiuto i Romani, che costruiscono il vallo; dopo una memorabile carestia segue un'abbondanza di raccolti che porta però agiatezza, lassismo e una conseguente peste punitiva: i Britanni non riescono più ad opporsi ai nemici e così il re Vortigern nel 449 invoca gli Angli, che arrivano insieme a Iuti e Sassoni.
Ben presto i nuovi venuti da amici si trasformano in nemici e i Britanni, al seguito del re Ambrogio, li affrontano e li sconfiggono. Nel mezzo di questa vicenda di stridente integrazione interviene Germano, vescovo di Auxerre, il quale con l'aiuto divino riesce a debellare l'eresia pelagiana, che però rinasce. E il caos dei Britanni si moltiplica anche per via di sanguinose lotte civili. La storia è pronta per lo snodo decisivo, e a partire da questo momento, fino alla fine del primo libro (capitoli XXIII-XXXIII) entra in scena, con dettagliato racconto, Papa Gregorio Magno promotore della prima missione evangelizzatrice presso gli Angli, affidata al monaco Agostino: al centro di questa sezione "gregoriana" sta il lungo capitolo ventisettesimo, costituito da un fitto dialogo in cui Agostino chiede istruzioni al Papa su urgenti questioni di vita cristiana, relative tanto ai vescovi e ai chierici quanto ai fedeli: si tratta in realtà della riproduzione, all'interno dell'Historia ecclesiastica gentis Anglorum, del Libellus responsionum di Gregorio Magno, un opuscolo autentico che aveva una sua circolazione autonoma ed era già noto a Beda nel 720-725.
In quel libretto erano raccolte le risposte di Papa Gregorio Magno alle domande di Agostino, riferite al Pontefice - a Roma - dai monaci Lorenzo e Pietro. È un intermezzo di grande interesse, che apre su concreti problemi di fede, di liturgia, di diritto, di amministrazione ecclesiastica, di comportamento quotidiano, e a leggerlo sembra davvero di sentir riecheggiare quelle due voci così intente a impiantare il cristianesimo - con il corredo di dubbi, quesiti e tabù derivati dalla religione giudaica - nella periferia dell'estremo nord del vecchio impero.
Leggiamo alcune domande incalzanti rivolte da Agostino al Pontefice (I, XXVII, 18): "Domanda di Agostino: Una donna incinta può essere battezzata? Dopo quanto tempo una puerpera può entrare in chiesa? Dopo quanti giorni il neonato può ricevere il sacramento del battesimo, onde evitare che sopravvenga la morte? Dopo quanto tempo il marito può unirsi carnalmente alla puerpera? Se è nella fase mestruale, una donna può entrare in chiesa e ricevere la comunione? Se un uomo si unisce alla moglie, può entrare in chiesa prima di purificarsi con l'acqua, e anche accostarsi al sacramento della comunione? Tutto questo è necessario far sapere al popolo degli Angli, che è ancora ignorante!". A ciascuna di queste domande Gregorio Magno risponde con serena, dispiegata autorevolezza.
Il capitolo conclusivo, il trentatreesimo, chiude il primo libro sulla vittoria ottenuta dal re di Northumbria, Æthelfrith sugli Scoti, definitivamente cacciati dai territori degli Angli, a preparare un futuro radioso: "Da allora e fino ai nostri giorni nessun re degli Scoti di Britannia ha più osato scendere in battaglia contro il popolo degli Angli". Il secondo libro si apre con la morte di Gregorio Magno e prosegue con il racconto delle controversie religiose - o meglio dei tentennamenti di un cristianesimo ancora così vacillante al punto da non impedire per esempio il ritorno all'idolatria - che agitano l'isola. Articolato è quindi il resoconto dei pressanti tentativi evangelizzatori organizzati da Papa Bonifacio v durante il regno di Edwin, tra i quali oltre a due lunghe lettere di incitamento alla fede inviate dal Papa a Edwin e a sua moglie Æthelburg, si conta anche l'efficace operato di Paolino, ordinato vescovo nel 625.
In seguito a una visione celeste colma di speranza avuta durante una notte passata in preda all'angoscia a causa dei destini del suo regno, il re Edwin è sospinto verso la fede; la vittoria contro un minaccioso nemico gli dimostra la veridicità della visione, e così Edwin stabilisce di aderire alla fede di Cristo e viene battezzato da Paolino.
Famosa è la pagina in cui Beda rievoca l'assemblea dei maggiorenti durante la quale Edwin decide la conversione, e per come il racconto vi trascolora dall'esposizione di motivazioni utilitaristiche in fascinazione di immagine poetica, merita di essere letta (II, XIII): "Con l'approvazione di Paolino il re fece quanto aveva detto: riunì i suoi saggi e chiese personalmente a ognuno cosa pensasse di quella religione fino ad allora sconosciuta e del nuovo culto che si andava predicando. Rispose Coifi, il primo dei suoi sacerdoti: "Giudica tu, mio sovrano, il valore della religione che ci viene oggi predicata. Per parte mia, posso assicurare per esperienza, senza tema di smentita, che la religione che abbiamo seguito finora non ha alcun potere o utilità. Nessuno dei tuoi sudditi ha profuso maggiore impegno di me nel venerare i nostri dèi; eppure ci sono molti che ricevono da te maggiori benefici e più alti onori di quanti ne ricevo io, e che hanno maggior fortuna in tutto quello che progettano di fare o di ottenere. Se questi dèi valessero qualcosa, favorirebbero piuttosto me, che mi sono maggiormente impegnato a servirli. In conclusione, se questa nuova religione che ci viene ora predicata sembra al tuo attento esame migliore e più potente, accogliamola subito senza esitazioni". In seguito si convertono anche gli Angli orientali, e si intensificano i rapporti con i pontefici Onorio e Giovanni. Con l'uccisione di Edwin nella battaglia di Hatfield e il ritorno di Paolino nel Kent si conclude il secondo libro. La storia degli Angli raccontata da Beda è insomma la storia di una disponibilità, quella di un popolo germanico a farsi cristiano: "Beda ha dato la sua interpretazione della "barbarie" anglosassone e ha scritto il più bell'epitaffio sul passato pagano del suo popolo (...) Beda sorprende i suoi protagonisti pagani non nell'atto di invocare un dio più forte o di richiamarsi alla morale dei padri ma nel lungo atto di essere disponibili (...) E allora il tono dell'Historia ecclesastica si spiega globalmente nelle sue paci, miracoli, conversioni, serene attese per una certezza e una speranza la cui perennità va oltre il dogma perché appartiene forse alla natura stessa degli uomini" (Gustavo Vinay, Alto Medioevo latino, Napoli 2003, pp. 103-104).
La messa a fuoco sull'aspetto religioso della storia non impedisce a Beda di osservare con lucidità anche le vicende politiche. Già questi primi due libri dell'Historia ecclesastica gentis Anglorum sono infatti bastevoli a cogliere un'intuizione, quasi una profezia dello storico, che vede concorrere alla formazione di un'unica nazione tutti gli abitanti dell'isola: i Britanni, i Pitti e gli Scoti, che erano già lì, e gli invasori germanici, gli Angli, gli Iuti e i Sassoni, i quali tutti, sebbene divisi da inimicizie e guerre, saranno comunque uniti nella fede cristiana. Beda è in certa misura dunque l'antefatto di quell'unificazione culturale che sarebbe stata realizzata da Alfredo il Grande nella seconda metà del nono secolo.
Nel secondo volume troveremo altre pagine indimenticabili, come quelle in cui Beda riporta i racconti delle visioni ultraterrene che colpiranno Borges o quella preziosa e celebre in cui lo storico avvia di fatto la storia letteraria anglosassone traducendo un memorabile inno inglese di Cædmon - seconda metà del settimo secolo - un umile e timido lavorante della fattoria del monastero di Whitby - narra Beda - che ricevette all'improvviso, dall'alto, il dono di diventare ispirato ed estemporaneo poeta religioso.
È ormai tempo di chiudere, e in attesa di poter leggere l'intera Historia ecclesiastica gentis Anglorum, ascoltiamo le parole con cui Beda, a sigillare la lettera prefatoria, chiede spirituale ricompensa della sua fatica ai lettori del suo libro, lontani e posteri, dunque anche a noi: "Infine, scongiuro tutti gli uomini del nostro popolo cui giungerà questa Storia, perché la ascolteranno o la leggeranno, che si ricordino di intercedere sempre presso la clemenza celeste per le mie debolezze, della mente e del corpo. Essi mi ripaghino, ciascuno nella loro regione, con questa ricompensa: come io ho posto attenzione a scrivere, per ogni regione e ogni località insigne, ciò che mi è parso più degno di menzione e più gradito agli abitanti, così possa io trovare presso tutti loro il frutto della loro devota intercessione".

(©L'Osservatore Romano - 1 agosto 2008)