1 agosto 2008

Sulle tracce di San Paolo nella multireligiosa Damasco (La Rocca)


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Quasi 20 secoli dopo il martirio dell'Apostolo delle Genti pellegrini e turisti ripercorrono il cammino del santo

Sulle tracce di San Paolo nella multireligiosa Damasco

dal nostro inviato ORAZIO LA ROCCA

DAMASCO

Miracolo in Medio Oriente. Più precisamente, a Damasco, in Siria, area "cuscinetto" tra paesi caldi come Iraq, Libano, Israele, da qualche giorno presa d'assalto da un fiume sempre più crescente di viandanti, turisti e pellegrini provenienti da tutto il mondo per andare alla riscoperta delle tracce di S. Paolo.
Tracce ancora vive, impronte rimaste incise nelle pietre delle chiese, lungo gli antichi tracciati stradali, persino nelle moschee, che parlano in maniera inequivocabile dell'Apostolo delle Genti, comunemente considerato come il vero fondatore del cristianesimo. Vale a dire di quel Saulo di Tarso ribattezzato poi Paolo, fariseo e cittadino romano, che per un misterioso disegno divino da feroce persecutore della prima chiesa di Gerusalemme e delle prime comunità cristiane della Palestina, diventò il testimone di punta della morte e resurrezione di Cristo fuori dai confini della Terra Santa, fino a Roma, il cuore dell'impero romano, dove fu decapitato.

Quasi venti secoli dopo quel martirio, in Siria - paese a stragrande maggioranza musulmana con circa il 90 per cento della popolazione seguace di Maometto - sono ancora tanti i segni che "parlano" di lui e che lo ricordano nei luoghi dove visse e predicò, a partire dal posto dove fu folgorato e sbattuto a terra, perdendo la vista per giorni, lungo la via Retta nei pressi di Damasco, il luogo della sua conversione-rinascita che lo portò a cambiar vita e a iniziare la sua missione al servizio dei cristiani.

Segni, tracce e impronte dei primi passi cristiani in terra di Siria ritornati prepotentemente alla ribalta con l'avvio dell'Anno Paolino voluto da papa Benedetto XVI - che lo ha aperto il 29 giugno scorso nella basilica di S. Paolo fuori le mura, a Roma, e che lo concluderà il 29 giugno del 2009 - per ricordare i 2000 anni della nascita dell'apostolo, avendo visto la luce, stando a una consolidata tradizione, l'anno 8 dopo Cristo a Tarso (oggi città turca).
Ma - per un altro misterioso disegno - a parlare di Saulo sulla spinta dell'Anno Paolino non sono solo i cattolici, ma tutte le confessioni cristiane da sempre radicalizzate in Siria e a Damasco (ortodossi, greci-melkiti, armeni, assiri, evangelici...), malgrado secoli di divisioni e di lotte fratricide, unitamente alle comunità musulmane che vedono in S. Paolo uno dei grandi profeti che hanno contribuito a diffondere la parola dell'unico Dio di Abramo, padre comune delle tre grandi religioni monoteiste. E mai, come in questo periodo, Damasco sta mostrando qual è e quale è sempre stato il suo volto più vero e genuino, cioè l'immagine di città interreligiosa per antonomasia, dove - malgrado i venti di guerra, di intolleranza e di violenza terroristica alimentata dal fondamentalismo islamico che soffiano su tutto il Medio Oriente - si può veramente toccare con mano che il miracolo del dialogo e della convivenza tra fedeli di religioni differenti è veramente possibile.
Risultato, la multireligiosità di Damasco - una metropoli di circa 6 milioni di abitanti - sembra aver plasmato l'estetica stessa della città, nelle architetture damascene in stile bizantino, nelle infinite viuzze del centro storico-casbah e nei disegni urbanistici che in maniera viva, convulsa e apparentemente poco ordinata, hanno dato forma e carattere a tutti gli insediamenti cittadini, a partire dalle zone più antiche dove l'anima araba pulsa nei vicoletti, nelle botteghe, nelle case e nei luoghi di culto. Un'anima che vibra in maniera ancora più forte e caretterizzante in centinaia di grandi e piccoli minareti, posti a guardia di altrettante grandi e piccole moschee, come la storica moschea Omaya risalente all'anno 705 d. C., luogo simbolo della fede islamica dove è custodito, tra l'altro, il mausoleo in cui - secondo la tradizione - è sepolta la testa di S. Giovanni Battista e per questo visitato e venerato anche dai cristiani.
"Nel 2004 ci fece visita anche papa Giovanni Paolo II, malato e sofferemte, sostò qui in preghiera e fu una altissima testimonianza di dialogo e di incontro interreligioso", ricorda con commozione Jamal Mustafa Arab, direttore della moschea, al quale fa eco padre Cesare Atuire, amministratore delegato dell'Opera Romana Pellegrinaggi - invitando un gruppo di fedeli italiani che accompagna a sostare davanti alla tomba di S. Giovanni Battista, dentro la moschea, "per una breve recita da cristiani". La tappa alla grande moschea di Damasco è uno degli appuntamenti classici dei viaggi organizzati per quest'anno a Damasco dall'Opera Romana Pellegrinaggi, l'ente vaticano dei tour religiosi che, dopo la Terra Santa in Israele, Fatima in Portogallo, Lourdes in Francia e Santiago di Compostela in Spagna, ora ha allargato il suo orizzonte operativo anche sulle strade paoline della Siria. Il gesto di padre Atuire - confessa con soddisfazione Jamal Mustafa Arab - "per noi è una cosa normale perché i cristiani hanno sempre avuto libero accesso in moschea dove hanno sempre potuto raccogliersi nelle loro preghiere. Con l'Anno Paolino ce ne saranno ancora di più".
Sembra, quindi, che tutti i siriani, a partire da Damasco, con le celebrazioni avviate per i duemila anni di S. Paolo, oltre a riscoprire la componente cristiana delle loro radici, vogliano quasi "riappropriarsi" di un personaggio, Saulo, che partendo dalla loro terra ha contribuito in maniera determinante a cambiare il corso della storia dell'Oriente e dell'Occidente. E' una riscoperta a cui partecipano praticamente tutti i siriani, senza distinzioni, istituzioni religiose, autorità cittadine e governative che - forse anche spinte dall'inedito afflusso di turisti e pellegrini - hanno preso parte attivamente all'inaugurazione dell'Anno Paolino.
E' una sensazione che si può cogliere seguendo proprio il percorso paolino di Damasco, partendo dal luogo della folgorazione alle porte della città lungo la via Retta (citata anche negli Atti degli apostoli) dove il mese scorso è stato inaugurato il Memoriale di S. Paolo, una caratteristica chiesa-cavea tutta in pietra viva progettata da due architetti italiani, Luigi Leoni e Chiara Rovati della Fondazione "Frate Sole" di Pavia. Dal Memoriale della conversione altra tappa obbligata e la chiesa di S. Anania, l'apostolo che, sollecitato in sogno da Gesù, soccorse Paolo dopo la folgorazione, lo portò nella sua casa, lo rifocillò e lo battezzò. Anche questo un episodio-chiave della storia paolina riportata dagli Atti degli apostoli che, oggi, è possibile rivivere in un certo senso perché quell'antica casa di Anania è rimasta quasi intatta nel cuore del centro storico della città. Oggi è una suggestiva chiesa, ubicata su due piani. Anch'essa tutta in pietra chiara. Nel piano inferiore, in due piccoli ambienti di pietre vive, abbrunata dal logorio del tempo e dai fumi dei ceri, secondo la tradizione Saulo di Tarso vi fu battezzato e chiamato Paolo.
La terza importante tappa del tour paolino è la Porta detta di Bab Kissa, uno dei sette accessi alla antica città di Damasco quando era circondata dalle mura. Da questo posto, Paolo per sfuggire ai suoi persecutori che volevano ucciderlo, fu messo in salvo dai suoi discepoli che lo calarono in strada di notte nascosto in una cesta. L'apostolo, poi, si ritirò per 14 anni a pregare nel deserto arabo da dove fece ritorno a Gerusalemme. Dopo altre vicissitudini - alimentate da ripetuti tentativi di condanna delle autorità giudaiche, ma anche una certa diffidenza dei primi seguaci degli apostoli suoi ex nemici - da Gerusalemme iniziò i suoi viaggi che lo avrebbero portato a Roma. Dalla porta Bab Kissa è stata ricavata una chiesa dedicata a S. Paolo, oggi oggetto di culto e di visite di pellegrini di tutto il mondo.

© Copyright Repubblica, 31 luglio 2008 consultabile online anche qui.

1 commento:

cosmoc ha detto...

La folgorazione di San Paolo è stata sicuramente un avvenimento straordinario ma, proprio per la potenza dell'evento, mi chiedo per quale motivo Paolo attese circa 10 anni prima di iniziare ad insegnare e a testimoniare la nuova fede in Gesù e non sentì il bisogno da subito di diffondere ciò che lo aveva così straordinariamente colpito.
Grazie.
Cosmo Carabellese - Milano.