4 giugno 2008

Lasciatevi abbracciare dai libri. Parola di Efrem il Siro (Osservatore Romano)


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Utilità e inutilità di una biblioteca

Lasciatevi abbracciare dai libri.
Parola di Efrem il Siro


di Cesare Pasini

Le biblioteche conservano i libri per l'uso di gruppi di persone che ne hanno bisogno. Così le biblioteche di università o di altri istituti scolastici vogliono dare un supporto agli studenti e ai loro insegnanti; le biblioteche di certe comunità intendono poi anche conservare documenti e testimonianze legate alla vita di quella comunità.
E in modo analogo si possono pure pensare le biblioteche nazionali o cittadine o rionali, che cercano di servire a comunità meno caratterizzate ma ugualmente distinguibili in un territorio più o meno ampio.
C'è quindi un rapporto fra ogni biblioteca e i suoi utenti. Per precisare meglio questo rapporto utilizzerò un suggerimento che viene dalla Biblioteca Vaticana e un altro che prendo dall'Ambrosiana: una biblioteca deve "servire" lo studente e lo studioso, ma anche facilitare il lavoro d'équipe. Non si dà valida ricerca senza la messa in comune di competenze e specializzazioni: non si può infatti sapere tutto. Federico Borromeo all'inizio del Seicento fondò l'Ambrosiana costituendo un Collegio di dottori (in Vaticana ci sono gli Scrittori, ma lo scopo è analogo), perché studiassero e ricercassero ciascuno secondo la propria specializzazione ma unendo i risultati, come in un lavoro di équipe, non solo tra di loro ma con altri studiosi e ricercatori di svariata provenienza. Ovvio che fosse necessaria una biblioteca per questo; la biblioteca raccoglieva insieme i volumi per facilitare un lavoro fatto insieme.
Le sale, in particolare l'originaria sala di lettura, erano poi arricchite da numerosi ritratti di uomini di cultura, di artisti, di governanti, di personaggi ecclesiali e di santi di tutti i tempi: la comunione di ricerca con i contemporanei si allarga quindi nella comunione in spirito con i grandi del passato, di cui i libri parlano o che hanno essi stessi scritto quei libri.
La biblioteca quindi, anche quando non organizza una ricerca comune e sembra paga di distribuire i volumi ai singoli utenti in modo apparentemente individuale, con la sua sala di lettura dove ci si può fermare a leggere gomito a gomito, con il suo legame a un'istituzione scolastica e a una congregazione religiosa, con la sua indubbia caratteristica sociale, richiama in ogni caso che leggere, capire, studiare e ricercare, conoscere la realtà e accostarsi alla verità, non sono un affare individuale ma si muovono in un contesto di collaborazione e di condivisione, di confronto e di verifica, di comune raccolta dei frutti e delle fatiche: comunque e sempre un intreccio di più voci. La biblioteca dice "socialità".
È quindi utile sia per il suo servizio complessivo sia per il suo richiamo specifico alla ricerca comune. Ma qui possiamo finalmente passare alla domanda che sta alla base della nostra riflessione sulle biblioteche.
Il libro, di cui le biblioteche si compongono, è a sua volta "utile"? Altrimenti perché raccoglierlo nelle biblioteche e darsi da fare a utilizzarlo in un lavoro a più soggetti? Chi scrive i libri e ci permette di leggerli, ci aiuta a crescere? Come si rapporta il nostro crescere alla lettura dei libri? Anticipo subito che tocchiamo solo un aspetto delle molte questioni sottese a questa domanda, considerando il libro come aiuto alla conoscenza della realtà e come invito alla ricerca della verità: elementi fondamentali per "crescere" nella vita.
Per affrontare questa ulteriore - fondamentale - domanda, mi rivolgo a un poeta del iv secolo, Efrem il Siro: teologo cristiano che si esprime in una riflessione semplice, spesso comunicata attraverso immagini fresche e immediate. L'antichità cristiana - e classica - conosce il mondo latino e quello greco, e siamo stati invitati tante volte a non dimenticare il "polmone" greco-bizantino accanto a quello latino occidentale: due polmoni, quindi, per esprimere un'unica tradizione culturale. Esiste tuttavia anche un terzo ambito (non possiamo dire un terzo polmone!), quello siriaco, estremamente vivo e originale, che completa gli altri due e che ha sviluppato una preziosa tradizione giunta fino a noi nelle comunità cristiane sire diffuse tutt'oggi nel Vicino e Medio Oriente (in Siria, in Turchia, in Iraq) e nella diaspora europea e americana.
Il teologo poeta Efrem il Siro è convinto che noi capiamo e conosciamo - e quindi cresciamo! - grazie a due libri che ci si squadernano dinnanzi: il libro della natura e il libro delle Scritture. Ce lo spiega in alcune strofe del suo quinto Inno sul Paradiso: "Tanto la natura quanto il Libro possono rendere testimonianza al Creatore: la natura mediante il suo uso e il Libro mediante la sua lettura. Essi sono testimoni che giungono in ogni luogo, si trovano in ogni tempo, sono presenti in ogni ora".
Vuol dire che, se voglio capire, devo guardare, indagare anzitutto il libro della natura, che mi si squaderna dinnanzi ovunque e sempre; devo anche farne uso - rispettosamente - e così scoprirne le potenzialità. Giungerò allora a capire molte cose: in ultima analisi arriverò a cogliere il Creatore, di cui la natura è opera e frutto. Quindi la natura rende testimonianza al Creatore. Lo stesso lavoro fa il Libro: Efrem pensa al libro delle Scritture, alla Bibbia, ma noi non facciamo un'applicazione indebita se pensiamo, in collegamento, anche a ogni libro che abbia qualcosa da dirci: appunto il Libro ci farà conoscere e riflettere, pensare, intuire, agganciare elementi e provocare domande e suggerire risposte. Ci accosterà quindi alla realtà, ci provocherà a sondarla nella direzione della verità. Anche qui, in ultima analisi, ci condurrà a intuire e a scoprire il Creatore.
Se poi il Libro è quello delle Scritture Sacre, della Bibbia, il percorso è ancor più specifico e illuminante in quella direzione.
Nelle strofe seguenti Efrem descrive come si apre e si legge un libro: precisamente come si aprono le prime pagine della Bibbia, cioè la Genesi con il racconto della creazione e la descrizione del paradiso terrestre.
Ma anche qui Efrem insegna qualcosa che vale per tutti i libri che si rispettino e per tutti i lettori che rispettano i libri. In queste strofe troviamo anche le immagini vive e simpatiche che solo un poeta sa suggerire. Infatti tutto si anima, anche le linee della scrittura che si aprono verso di me lettore in un gentile abbraccio, anche i versetti che si passano il testimone del racconto l'uno all'altro. "Presi a leggere l'inizio di quel Libro e trasalii di gioia: i suoi versi e le sue linee stavano a braccia aperte, e il primo, venutomi incontro desideroso, mi baciò protendendomi verso il suo compagno. Quando poi giunsi alla linea nella quale è descritta la storia del paradiso, essa mi prese e mi lanciò dal grembo di quel Libro al grembo del paradiso".
Vuol dire che il libro mi porta dentro nel suo contenuto, non mi lascia spettatore, mi coinvolge. A un certo punto non ho davanti il libro, ma sono entrato nel suo messaggio. Come?
"Mediante le linee, come per un ponte, occhio e spirito sono passati entrando insieme nel racconto del paradiso. L'occhio fece passare lo spirito mediante la lettura, e lo spirito, a sua volta, ha fatto riposare l'occhio dalla lettura: una volta letto il Libro ci fu riposo per l'occhio e lavoro per lo spirito" scrive Efrem.
L'occhio scorre le parole fermandosi come alla porta, lo spirito (lo spirito di me lettore) varca la porta, e io entro nella narrazione del testo. Se poi il testo mi parla del paradiso, leggendo entro in paradiso: "In quel Libro ho trovato sia il ponte sia la porta del paradiso, e passando vi entrai. L'occhio rimase fuori e il mio spirito entrò dentro. Presi a girovagare in esso senza Libro. Quella cima è limpida, tersa, magnificente e bella. Il Libro la chiama Eden perché è la cima di tutti i beni".
Quando l'occhio ha svolto il suo compito, lascia quindi il posto allo spirito, il quale ormai è entrato nel paradiso che è il contenuto del libro. Il libro non mi serve più, è diventato inutile. Era utile, insieme al libro della natura, ma ora è inutile perché ha svolto il suo compito.
Si potrebbe aggiungere un terzo "libro", che Efrem descrive altrove, e cioè il libro della storia. Pure questo libro insegna, anzi sa fare giungere il suo insegnamento persino a quanti non hanno voglia di leggere i libri scritti, in particolare le Scritture Sante con i loro ammaestramenti e le richieste di conversione che - ricordiamolo - sono lì a disposizione di tutti.
Per questo, ricorda Efrem nel terzo Inno su Nisibi, ai cittadini di Nisibi in quegli anni - precisamente nel 338, nel 346 e nel 350 - erano stati mandati tre assedi compiuti dai Persiani: tre duri "libri" come avvertimenti da non dimenticare, grazie ai quali riflettere sulla realtà e comprendere la verità della vita.
"Le angustie da te subite siano come libri per le tue memorie! I tre assedi infatti possano divenire per te libri, affinché tu possa meditare ogni momento le loro storie. Poiché tu hai disprezzato di leggere nei due Testamenti la tua salvezza, proprio per questo Egli scrisse per te tre duri libri, affinché tu leggessi in essi le tue punizioni".
In altri termini, se non si leggono adeguatamente i libri, in particolare il libro delle Scritture, poi si dovrà leggere, magari penosamente, il libro della storia. Ma si può vedere anche questo approccio in senso positivo: attraverso la storia, attraverso le esperienze della vita, mi accosto alla realtà e ancora una volta sono chiamato a inoltrarmi nella ricerca della verità; per non dire che la storia mi reca - attraverso la sua tradizione - il succo delle conoscenze antiche affidate allo spirito dei popoli, delle culture, delle religioni.
Grazie a Efrem il Siro abbiamo quindi intuito che esistono sia i libri veri e propri sia altri libri di conoscenza, quello della natura e quello della storia. Vuol dire allora che tutti insieme, in collaborazione, mi fanno crescere, e sarei certamente più povero se dal novero di questi tipi di libro ne escludessi l'uno o l'altro.
In un certo senso il libro scritto ha un ruolo prevalente: è il libro vero e proprio a recarmi, spesso, anche le conoscenze del libro della natura e del libro della storia; ma in un altro senso debbo ricordare che se non contemplo direttamente la natura e non ascolto onestamente la storia antica e la mia attuale esperienza di vita, lo stare chino sui libri potrebbe rattrappirmi nelle molte conoscenze - pure nozioni - e non favorirmi lo sviluppo della crescita.
In ogni caso ogni libro mi è utile strumento, non è lui il vertice: quando ha parlato al mio spirito, sarà poi il mio pensiero a procedere "senza libro" con un compito che è tutto suo e che valuta e riflette e discerne e accoglie: solo allora quella Verità è diventata mia, è penetrata in me e io in lei. Crescere, mi pare, è questo processo complesso e completo, che non trascura nessuno di questi elementi.
C'è un ultimo passo avanti - o meglio verso l'Alto - da considerare. È ancora Efrem a suggerirlo nel suo primo Inno sulla perla: per lui la perla è Cristo, il Verbo incarnato, il suo Regno, la fede, la Parola di Dio, l'Eucarestia. A questo punto quindi la riflessione è squisitamente cristiana, ma vale la pena di affrontarla per concludere senza aver trascurato nulla.
"Come la manna da sola saziò il popolo con i suoi sapori al posto dei sapori del cibo, così la perla saziò anche me, al posto dei libri, della loro lettura e della loro interpretazione"; come a dire che Cristo si sostituisce ai libri: basta lui, visto che lui è tutto, è la Parola nella sua pienezza e completezza.
Viene in mente quell'episodio di cui è fatto protagonista ad Alessandria d'Egitto abba Serapione, sempre nel iv secolo. Vedendo un povero intirizzito dal freddo, gli diede la sua tunica rimanendo totalmente spogliato. A chi lo vide in quel modo con in mano il suo piccolo vangelo, rispose: "Ecco chi mi ha spogliato".
Vedendo poi un poveraccio condotto in prigione per un debito, vendette anche il vangelo per riscattarlo. E anche qui, alla domanda dove fosse mai il suo piccolo vangelo, rispose: "L'ho venduto e dato via per aver più fiducia in lui".
Nella trama abituale della vita queste narrazioni devono continuamente indicare la direzione, insegnare anche un distacco da tutto a favore di Cristo, ma senza far cadere in radicalismi estremi: chi per principio buttasse i libri e si estraniasse dalla natura in cui vive e chiudesse gli occhi sulla storia e sulle vicende di questo mondo, rischierebbe semplicemente di smarrire la via che conduce a Cristo stesso, perché "ora" si giunge a lui per queste strade.
Però è vero che nel momento escatologico il libro delle parole e della natura e della storia dovrà lasciare il posto a Colui che riassume tutte le parole e tutti i pensieri e tutta la Verità, senza più bisogno di alcuna mediazione, quando Cristo sarà tutto in tutti (cfr Corinzi, 15, 28), e si chiuderanno per sempre le biblioteche e si lasceranno definitivamente i libri.
Curiosamente però in quel momento si apre ancora un libro: il libro della vita (cfr Apocalisse, 5, 1-5; 20, 12). Quando il libro dell'Apocalisse ce ne parla, si richiama agli antichi registri che recensivano i nomi di quanti avevano ricevuto l'onore della cittadinanza romana: li recensivano fino alla loro morte, poi i nomi venivano cancellati. Il libro della vita invece recensisce i nomi di quanti hanno vinto e superato la morte e sono per sempre stabili in questa nuova comunità: infatti non saranno cancellati mai dal libro della vita.
Arrivati in fondo pensavamo di fare a meno del libro: ci troviamo beatamente stabiliti per sempre proprio in un libro che non si deteriora; pensavamo che non sarebbero più state necessarie le biblioteche per coordinare la ricerca comune della Verità: ci troviamo però tutti insieme accomunati non nelle scaffalature di un magazzino ma nelle pagine stesse dell'unico Libro della Vita.

(©L'Osservatore Romano - 4 giugno 2008)

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L’emergenza educativa è emergenza della Chiesa

Intervista al Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica

CITTÀ DEL VATICANO, martedì, 3 giugno 2008 (ZENIT.org).-

L’emergenza educativa è un’emergenza per l’opera di evangelizzazione della Chiesa, afferma in questa intervista rilasciata a ZENIT l’Arcivescovo Jean-Louis Bruguès, nominato di recente Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica.
Monsignor Bruguès è nato il 22 novembre 1943 a Bagnères-de-Bigorre (diocesi di Tarbes e Lourdes). Dopo essersi laureato in Economia e Diritto è entrato nell’Ordine dei Predicatori nel 1968.
Ha ricevuto la laurea “honoris causa” dall’Aquinas Institute of Theology dell’Università di Saint-Louis (Stati Uniti), nel 2002. Giovanni Paolo II lo ha nominato Vescovo di Angers il 20 marzo del 2000, mentre Benedetto XVI lo ha chiamato a collaborare con lui alla Santa Sede, il 10 novembre scorso.

Come descriverebbe la gioventù di oggi?

Monsignor Bruguès: Abbiamo la fortuna di poter contare su una gioventù che io qualificherei straordinaria. È generosa. È una minoranza, è vero, se si guardano alle cifre complessive, ma ha volontà. Sa di non sapere, dal punto di vista della cultura cristiana; si rende conto che il contenuto della fede gli è familiare fino a un certo punto, ma vuole imparare!
Per questo motivo le catechesi riscuotono un grande successo presso i giovani, siano essi adolescenti o più grandi, studenti o giovani professionisti. E a me questi giovani aiutano a compiere un atto di fede nel futuro della Chiesa, anche qui, in una società in via di rapida secolarizzazione.
Ogni anno, nel mese di luglio, vado a Lourdes con seicento adolescenti. Quando tenevo le catechesi i giovani venivano a centinaia e talvolta superavano il migliaio. Abbiamo fatto una festa della catechesi e sono venuti in settemila. Evidentemente i numeri non dicono tutto. Il titolo dell’incontro era: “Questo futuro da amare” e l’obiettivo era riconciliare i nostri cristiani, i nostri battezzati, con il loro futuro.

In Francia si è appena svolto un grande dibattito sulle catechesi e le scuole cattoliche. Qual è la sua posizione e le sue riflessioni su questo tema?

Monsignor Bruguès: La situazione della scuola cattolica si differenzia molto tra un Paese e l’altro. Mi limito alla Francia ricordando un ulteriore dato: nella mia diocesi l’insegnamento cattolico riguarda il 41% dei giovani. Quasi uno su due. Quando si dice che la Chiesa non ha contatto con i giovani, evidentemente non si conosce la realtà, perché nel nostro ambiente ha la possibilità di rivolgersi quasi a un giovane su due.
Cosa facciamo di fronte a questa opportunità? Questa è la domanda con cui ci confrontiamo. Oggi, sulla scuola cattolica, è in corso un dibattito che ritengo interessante, utile, anche se talvolta viene fatto a colpi di cannone; un dibattito che ci obbliga a ricordare a noi stessi, Vescovi, sacerdoti, direttori dei centri, professori che cos’è una scuola cattolica.
Anzitutto possiamo dire che il termine “cattolico” ha in sé due significati. Cattolico vuol dire universale e pertanto i nostri centri devono avere l’impegno di aprirsi a chi bussa alla porta, soprattutto a chi si trova in condizioni sociali meno favorevoli. Cattolico, per un secondo verso, significa anche confessione di una fede. Una scuola cattolica quindi è una scuola aperta in cui la cultura che viene insegnata è orientata alla confessione di una specifica fede.

Come si possono articolare queste due dimensioni della scuola cattolica?

Monsignor Bruguès: Tra queste due definizioni del termine cattolico - universalità e specificità - esiste, è sempre esistita, una tensione che io trovo salutare. Il pericolo vero sarebbe di voler sopprimere uno dei due significati, con lo scopo di eliminare questa tensione.
Se si vuole eliminare la dimensione universale, si fa della scuola cattolica una scuola di una comunità particolare e, in certi casi, una scuola ghetto. Se si elimina la dimensione della confessione della fede, si fa della scuola cattolica una scuola come le altre, senza un carattere proprio. Se si aprono tutte le finestre di una casa, si ottiene una corrente d’aria ma non si riesce a lavorare. Per questo sono faziosamente favorevole a questa tensione.

Nella pratica che cosa implica questo?

Monsignor Bruguès: Le faccio un esempio concreto. Quando sono arrivato alla diocesi mi sono reso conto che, quando i genitori venivano ad iscrivere i figli in un istituto cattolico, il Direttore diceva loro che in quella scuola si faceva una proposta di fede, una proposta catechetica. I genitori erano liberi di accettare o di rifiutare. Cosa succedeva se rifiutavano? Niente. Non se ne faceva nulla. La scelta era: catechesi o nulla.
Io credo che questo non sia un buon modo di presentare la questione e pertanto abbiamo intrapreso un’esperienza di cui sono molto contento e anche molto fiero. Abbiamo iniziato a costruire un ciclo di cultura cristiana. Non dico religiosa, ma cristiana.

In cosa consiste questa proposta di cultura cristiana?

Monsignor Bruguès: Con gli strumenti più moderni abbiamo creato una pedagogia, una metodologia, per l’insegnamento della cultura cristiana che, molto ben realizzata a livello tecnico, piace moltissimo ai bambini. Nella metà dei centri scolastici della nostra diocesi la cultura cristiana è quindi obbligatoria per tutti. Se i genitori vogliono iscrivere i loro figli alla scuola, sanno da subito che ci sarà un insegnamento vivo della cultura cristiana. Ma non è una catechesi. Per chi invece lo desidera, esiste anche una proposta catechetica. La nostra proposta quindi non è più “o-o”, ma è “e-e”!
Ciò che constatiamo è che questo insegnamento della cultura cristiana è vissuto da molti come un primo annuncio della fede, al punto che il numero dei bambini che si iscrivono alla catechesi è aumentato di un terzo. Vorrei che questa esperienza fosse maggiormente conosciuta e riconosciuta, e - perché no - diffusa, tanto più che le diocesi di Angers e di Nantes, che si sono associate, hanno creato con il libro di testo “Anne e Leo giornalisti” uno strumento straordinario.
Questo è un esempio che dimostra che è possibile vivere in modo molto proficuo questa tensione fra l’universalità e la specificità della scuola cattolica.

Lei ha parlato di questi ambiti in cui si è riusciti ad incidere, come quello della scuola cattolica. Nel suo nuovo incarico lei ha anche i seminari. Quale può essere in Occidente la politica per i seminari, di fronte al calo delle vocazioni?

Monsignor Bruguès: Non so se sia giusto elaborare una politica al vertice e dire: ecco qua ciò che si deve fare a tutti i livelli. Io farei piuttosto il percorso inverso: cosa avviene alla base?
Nella mia esperienza di religioso, di professore e di Vescovo posso dire che Dio chiama oggi nella stessa misura in cui chiamava prima. Per esempio, in questo momento, ho una quindicina di ragazzi che sono venuti ad incontrarsi con me - non so se prima si faceva così - e hanno detto al Vescovo di avere delle domande. Il più giovane ha 14 anni e il più grande sui 22 o 23. Pertanto, Dio chiama.
D’altra parte è vero, e io ci credo, che esiste una stretta relazione tra il numero delle vocazioni e il numero dei praticanti. Dio chiama questo popolo, i servitori, perché ne ha bisogno. Per me quindi la questione non è la scarsità di vocazioni, ma lo scarso sostegno, lo scarso accompagnamento. Ed è da qui che arrivano le difficoltà: non è facile trovare una comunità cristiana che sostenga veramente queste vocazioni e che accompagni passo dopo passo il giovane che si senta chiamato, anche se, evidentemente, all’inizio la certezza non c’è.

Come può la Chiesa aiutare i giovani a rispondere alla chiamata di Dio?

Monsignor Bruguès: Un numero significativo di vocazioni si perde sul campo. Una comunità ha sempre i sacerdoti che si merita. Un esempio recente: un sacerdote viene da me per dirmi che ha raggiunto l’età della pensione e che ha deciso di ritirarsi. Nel colloquio gli chiedo: “non c’è stato mai un giovane che è venuto a trovarla?”. “Sì, sì, c’è stato uno di recente, di 22 anni, con studi di musicologia...”. E questo giovane, la cui madre faceva parte dell’EAP (Equipe di animazione parrocchiale), aveva colto l’occasione, una domenica in cui il parroco era stato invitato a casa, per dire alla famiglia che stava pensando di farsi sacerdote.
La madre allora va su tutte le furie e gli dice: “È una strada senza uscita, spero che tu non lo faccia”. E passa il resto del pranzo a dissuadere il figlio. Responsabile dell’EAP!

E il parroco era lì! Allora gli ho chiesto: “E lei cosa le ha detto?”. “Niente”. È l’esempio di una comunità che non si fa carico della chiamata che Dio rivolge a uno dei suoi giovani.

Come si può favorire questa presa di coscienza?

Monsignor Bruguès: I metodi sono diversi. Conosco parrocchie in cui si prega per le vocazioni. E' un buon mezzo ma bisognerebbe sensibilizzare, responsabilizzare, le comunità parrocchiali e le famiglie, perché veramente si accolga come un dono, una grazia e - perché no - come un onore, la chiamata che può essere rivolta a uno dei suoi giovani. E poi bisogna utilizzare tutti i mezzi per accompagnare il giovane.
In parte per rispondere a tale questione ho creato quest’anno, nella mia diocesi, delle case per studenti. In queste tre case, per ora, risiedono ventisette giovani, che sono responsabili di esse. Hanno tutti i giorni un tempo di preghiera e ricevono un insegnamento esplicitamente cristiano. Questo vuol dire che, parallelamente alla formazione professionale che ricevono nelle università, acquisiscono una formazione cristiana. Alcuni di loro si fanno delle domande di tipo vocazionale. Lì trovano l’ambiente e i direttori spirituali di cui hanno bisogno. Di questi ventisette, quattro mi hanno detto che stanno pensando di farsi sacerdoti o religiosi. Queste prime tre case accolgono solo ragazzi, ma ho lanciato - anche se spetterà al mio successore - la creazione di case per ragazze.

© Copyright Zenit

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Il Papa: va fatto valere il diritto al cibo e alla vita

Il messaggio ai capi di Stato: globalizzare la solidarietà «Occorre valorizzare il ruolo della famiglia rurale»

Alberto Bobbio

Città del Vaticano

Benedetto XVI punta il dito sulla globalizzazione dei mercati, le politiche protezionistiche e le speculazioni sui prodotti alimentari di base, che hanno sbaragliato i piccoli agricoltori e la «famiglia rurale», vero presidio contro la fame.
In un lungo messaggio, letto ieri mattina dal Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, davanti all'assemblea di capi Stato nel palazzo della Fao, il Papa ha usato parole chiare per dire che povertà e fame non sono una «fatalità», causate da «situazione ambientali avverse o da disastrose calamità naturali». Insomma: basta con la scusa attribuita genericamente ai conflitti e ai disastri naturali, quasi che la mano dell'uomo sia del tutto assente. E basta anche con pratiche assolutorie circa la responsabilità di governi e istituzioni economiche.

Il Papa è nettissimo: «Le considerazioni di carattere esclusivamente tecnico o economico non devono prevalere sui doveri di giustizia verso quanti soffrono la fame». Denuncia che le tecnologie non sono sufficienti per sopperire alla carenza alimentare, così come non bastano i calcoli statistici e l'invio di aiuti alimentari in situazioni di emergenza.

È necessaria invece un'azione politica per proteggere la dignità della persona. Per questo il Pontefice chiede ai leader di far «valere sul tavolo del negoziato» il rispetto della dignità umana, poiché solo in questo modo «si potrebbero superare ostacoli altrimenti insormontabili e si eliminerebbe, o almeno diminuirebbe, il disinteresse per il bene altrui». Le parole del Papa, lette da Bertone, risuonano come uno schiaffo verso la maggior parte delle politiche economiche e verso anche l'esplosione dei fenomeni speculativi: «La fame e la malnutrizione sono inaccettabili in un mondo che, in realtà, dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti per mettere fine a tali drammi e alle loro conseguenze». Poi riprende un concetto espresso pochi giorni fa alla Fondazione Centesimus Annus, secondo il quale vanno globalizzati non solo gli interessi economici ma anche la solidarietà, e il ragionamento svolto davanti all'Assemblea dell'Onu a New York: «È urgente superare il paradosso di un consenso multilaterale che continua ad essere in crisi a causa della sua subordinazione alle decisioni di pochi».
L'esortazione del Papa va nelle direzione di una collaborazione «sempre più trasparente con le organizzazioni della società civile impegnate a colmare il crescente divario tra ricchezza e povertà», ma contiene anche la richiesta di impegnarsi di più in quelle riforme strutturali che sono necessarie, anche a livello nazionale, «per affrontare con successo i problemi del sottosviluppo, di cui la fame e la malnutrizione sono dirette conseguenze». Ratzinger parla di «diritto all'alimentazione» e osserva che ciò fa parte della difesa della vita umana, principio su cui si fonda tutto l'edificio dei diritti umani.
Esclama: «Ogni persona ha diritto alla vita, pertanto è necessario promuovere l'effettiva attuazione di tale diritto». Il Papa propone anche una via da percorrere per arrivare gradualmente ad un'alimentazione sufficiente e sana, in un tempo di rincaro dei prodotti agricoli. Non bastano infatti riforme strutturali e protezione dai cambiamenti climatici. Occorre anche valorizzare il ruolo dei piccoli agricoltori, di quella «famiglia rurale», che ha sempre soddisfatto i bisogni primari, garantendone però l'accesso al mercato. Il discorso del Papa intreccia buone pratiche economiche e difesa della persona, chiede attenzione per i più deboli in forza del principio di sussidiarietà. Spiega che la «famiglia rurale» può «assumere un ruolo diretto nella catena di distribuzione e di commercializzazione dei prodotti agricoli destinati all'alimentazione, riducendo i costi d'intermediazione e favorendo la produzione su piccola scala». Ma ribadisce che per affrontare la questione occorrono «provvedimenti coraggiosi» e soprattutto va messa da parte l'idea che fame e malnutrizione sono «fenomeni endemici e senza soluzione».
Il discorso del Papa è stato accolto da un lungo applauso. Il cardinale Bertone ha avuto poi colloqui con alcuni leader mondiali, tra cui il primo ministro spagnolo Zapatero, il vicepresidente di Cuba Machado Ventura, il presidente dell'Argentina, la signora Cristina Kirchner, e il presidente italiano Napolitano.

© Copyright Eco di Bergamo, 4 giugno 2008

Nessuna udienza ai leader: non c'era tempo

«Troppe richieste, poco tempo a disposizione e alcuni impegni assunti in precedenza» hanno indotto il Papa a non concedere udienze ai capi di Stato e di governo che ne avevano fatto richiesta in occasione del summit Fao.
Lo ha spiegato con una nota ufficiale la Sala stampa della Santa Sede. Fonti diplomatiche avevano già messo la parola fine alla vicenda, anche se c'era curiosità per un ventilato incontro tra Benedetto XVI e Ahmadinejad. Ieri la Sala stampa, anche davanti ad «alcune illazioni giornalistiche», ha ritenuto «opportuno precisare che il Santo Padre non è stato in grado di rispondere positivamente alla richiesta di udienza privata inoltrata da capi di Stato e di governo convenuti a Roma a causa del numero dei richiedenti, della ristrettezza dei tempi e di impegni precedentemente assunti». Il segretario di Stato Tarcisio Bertone ha scritto «personalmente a ciascuno» dei richiedenti «il rammarico» del Papa per «l'impossibilità, in questa circostanza, di incontrarli personalmente e riaffermando la Sua disponibilità a riceverli in una prossima occasione». La Sala stampa sottolinea poi che «sin dall'aprile 2006, la Segreteria di Stato aveva comunicato alle missioni diplomatiche accreditate presso la Santa Sede che sarebbe stato molto difficile accogliere simili domande di udienza in occasione di summit internazionali».

© Copyright Eco di Bergamo, 4 giugno 2008

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Tra i settemila pellegrini ieri a Roma

La promessa di Papa Ratzinger: se il Signore mi donerà la vita

MARIA TERESA MARTINENGO

È l'applauso entusiasta di settemila persone, ma l'impressione è che sia la città di Torino, la diocesi intera, ad accogliere l'annuncio del Papa di un’Ostensione della Sindone nel 2010. È un vero boato di gioia. Settemila fazzoletti giallo-blu, il segno di riconoscimento dell'Opera Diocesana Pellegrinaggi, sventolano festosamente. E il boato si ripete nell'immensa aula Nervi delle udienze piena fino all'inverosimile di torinesi, di valligiani, di gente delle colline e delle campagne, quando, un attimo dopo, il Pontefice aggiunge, a braccio: «Se il Signore mi donerà vita e salute, spero di venire anch’io a Torino».
Il Papa a Torino. L’impegno che Benedetto XVI ha preso ieri va oltre ogni attesa. Lo dice il cardinale Poletto, raggiante, appena finita l'udienza. «E' stata una grande sorpresa. L'avevo invitato e avevo chiesto e sperato che dicesse sì proprio in questa occasione, ma mi era stato risposto che la cosa era difficile. Invece è accaduto ed è una grandissima gioia. Sarà una spinta al cammino di fede della nostra diocesi». E sprizza entusiasmo monsignor Giuseppe Ghiberti, presidente della Commissione Diocesana per la Sindone, biblista, una lunga consuetudine di dialogo con il Pontefice nella sua lingua. Gli ha appena reso omaggio e Benedetto XVI gli ha domandato se tornerà a Monaco, dove si erano incontrati più volte. «Le parole sulla venuta a Torino, quelle davvero non le aspettavamo», dice Ghiberti, che ha portato con sé, per donarla al Papa, una copia della Sindone.
Lo stesso entusiasmo è nelle autorità che rappresentano le istituzioni piemontesi. «Nel salutarlo - dice il presidente della Provincia Antonio Saitta - ho comunicato al Papa la mia contentezza per il suo annuncio e gli ho garantito il sostegno della mia Amministrazione». E l'assessore regionale Sergio Deorsola: «L'ho ringraziato per la sua opera di alto magistero e gli ho detto che lo aspettiamo in Piemonte». L'assessore Marco Borgione, con la fascia tricolore della Città, è commosso. In seconda fila, don Piero Gallo lo è altrettanto. Scatta foto al Papa e ripete: «E' una grande emozione».
Don Giancarlo Garbiglia, la gioia per l'Ostensione, nella quale non ha mai smesso di sperare da quando è parroco del Duomo, ha potuto comunicarla al Pontefice. «Sua Santità mi ha ribadito che sarà presente, salute permettendo. È una giornata indimenticabile... Ho fatto bene a dire alla gente che entra in Duomo per ammirare la Sindone, che ci sarebbe stata un'occasione. Ora abbiamo la data. E un dono in più: il Papa». Vito Sosso, capogruppo dei lavoratori anziani della Smat, viaggia nel gruppo del Duomo e ripete: «Ho sempre creduto in una nuova Ostensione».
Entusiasmo alle stelle anche nel gruppo della parrocchia San Domenico Savio/oratorio Michele Rua. Luciano, scampato a una grave malattia, è emozionatissimo mentre si allontana da San Pietro sotto la pioggia: «La professione di fede che abbiamo ripetuto stamane sulla tomba di Pietro è un dono che porta doni». E Bertilla Piva: «Sono stata volontaria della Sindone nel ’98 e nel 2000, mi renderò disponibile di nuovo. Quel volto fa riflettere. Spero che tanti possano osservarlo e migliorare se stessi». Sotto il porticato, un gruppo di giovanissimi di Castagnole Piemonte parla con entusiasmo della prossima Ostensione. Cinzia, Luciano e Natale, animatori, non hanno dubbi, come Andrea, 14 anni: «Ci andremo tutti e per noi, che da Torino siamo abbastanza lontani, sarà di nuovo un pellegrinaggio». Poco lontano, altri giovani: Marco, Emmanuel, Giulia, Anna di Caselette, Loris di Carignano, che la Sindone l’ha già ammirata nel 2000, Martina e Clelia della parrocchia torinese delle Stimmate e Alberto, di San Benedetto, sottolineano un sentimento comune: «Siamo stanchissimi, ma gioiosi. L’annuncio del Papa è un grande dono. La Sindone lo porterà a Torino a conoscere una Chiesa viva, che ha imparato la lezione dei suoi santi».

© Copyright La Stampa (Torino), 3 giugno 2008

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Ostensione nella primavera 2010

Il Papa: "Spero di esserci anch´io"

L´annuncio nella sala Nervi davanti a 7 mila torinesi

Il Pontefice: "sarà un´occasione per contemplare quel misterioso volto che parla al nostro cuore"

DAL NOSTRO INVIATO

ROMA - La Sindone sarà esposta al pubblico "in una data della primavera 2010", probabilmente tra il 10 aprile e il 23 maggio di quell´anno.

Rompendo la prassi, Benedetto XVI annuncia personalmente la decisione, che spetta al papa come proprietario del lenzuolo ma, normalmente, viene comunicata dal vescovo di Torino che ne è il custode.

La scelta di papa Ratzinger finisce per rafforzare la devozione verso un reperto che molti scienziati ritengono un falso medievale. Al di là del problema della sua autenticità, è un fatto che la chiesa consideri il lenzuolo conservato in Duomo uno strumento utile ad avvicinare i fedeli al mistero della morte e della resurrezione di Cristo.
Per questi motivi scoppia l´applauso quando alle 12,49, in aula Nervi, il papa si rivolge ai 7.000 fedeli della diocesi giunti in pellegrinaggio da Torino e si dice "lieto di venire incontro alla vostra grande attesa e di accogliere il desiderio del vostro arcivescovo consentendo che nella primavera del 2010 abbia luogo un´altra solenne Ostensione della Sindone.
Sarà un´occasione quanto mai propizia - aggiunge Benedetto XVI - per contemplare quel misterioso volto che silenziosamente parla al cuore degli uomini invitandoli a riconoscervi il volto di dio". Poi il papa tedesco aggiunge: «Se il Signore mi darà la salute, spero di esserci anch´io».
Dunque in una sola mattinata gli annunci sono due: quello atteso dell´Ostensione e quello meno scontato della visita papale, la prima a Torino del successore di Pietro.
La diocesi si era preparata da tempo. E già all´alba, quando i pellegrini si ritrovano nella basilica di San Pietro per la messa solenne della "Redditio fidei", si capisce che non è un caso se monsignor Giuseppe Ghiberti, presidente del Comitato scientifico della Sindone, si presenta alle guardie svizzere con una copia del telo arrotolata sotto il braccio. La riproduzione del lenzuolo a scala naturale fa parte di un corposo gruppo di doni che le parrocchie della diocesi recano al papa: dai cesti di formaggio, vino e salame delle Valli di Lanzo al libro sulla storia di Savigliano curato dal presidente del Pd piemontese, Sergio Soave.
Benedetto XVI arriva in aula Nervi con mezz´ora di ritardo. Regione, Provincia e Comune sono rappresentate da Sergio Deorsola, Antonio Saitta e Marco Borgione (giunto in auto con la famiglia). Il Papa promette "una preghiera speciale per le popolazioni del Pinerolese e del Cuneese colpite dall´alluvione". Poi fa il suo annuncio. Al termine, durante la cerimonia del baciamano, Saitta rassicura il Papa "sulla situazione nelle valli alluvionate. Nelle ultime ore i disagi si sono ridotti". Poi i tre rappresentanti delle istituzioni torinesi promettono "il massimo impegno per l´organizzazione logistica dell´Ostensione".
Le ultime due ostensioni della Sindone, che è custodita nel Duomo intitolato al patrono Giovanni Battista in una teca corazzata, sono state nell´aprile-giugno 1998, con oltre due milioni di pellegrini, e nell´agosto ottobre del 2000, in occasione del Giubileo, con oltre un milione di visitatori.
(p. gr.)

© Copyright Repubblica (Torino), 3 giugno 2008

Torino Il Papa "vicino alle popolazioni colpite"

Trecento milioni la prima stima dei danni Frane nel Cuneese, venti evacuati a Pontechianale Il temporale abbatte tre alberi a Torino

PAOLO VIOTTI

Il rischio di frane continua, i temporali hanno rovesciato altra acqua su una regione che ne farebbe volentieri a meno. Anche oggi sono previsti nuovi scrosci. Il maltempo non accenna a diminuire, anche se non dovrebbero più proporsi le situazioni dei giorni scorsi. Ammonta a circa 300 milioni la prima stima dei danni. Questa cifra, che si basa sul primo bilancio compiuto dagli amministratori locali, tiene conto soltanto dei danni (quindi non degli ulteriori costi per lavori di messa in sicurezza dei versanti, necessari dopo l´evento: cosa che potrebbe portare a un raddoppio della cifra da stanziare) al patrimonio infrastrutturale e territoriale, ma non conteggia ancora i danni ai privati.
Ieri mattina, alla delegazione piemontese guidata dal cardinale Poletto, in Vaticano per l´annuncio dell´Ostensione della Sindone, il Papa ha rivolto il suo rincrescimento per la situazione: «Una parola di particolare vicinanza spirituale e di solidarietà sento il bisogno di rivolgere anche alle popolazioni del Pinerolese e del Cuneese, colpite in questi giorni dalle conseguenze del maltempo. Assicuro una speciale preghiera al Signore, perché accolga nella sua pace le vittime e sostenga quanti lottano per far fronte alla grave calamità naturale».
Luca Mercalli, dalla sede della Società meteorologica italiana a Bussoleno, calcola che anche ieri «si siano abbattute sulle valli alpine occidentali punte di 40-60 mm sui bacini del Pellice, Chisone e Germanasca. La pioggia però è stata più irregolare e intermittente, quindi le portate dei fiumi, pur rimanendo elevate, non hanno raggiunto picchi di piena preoccupanti. È invece sempre da tenere sotto controllo la situazione delle numerosissime frane più o meno attive causate dall´evento della scorsa settimana. Il tempo stenta a stabilizzarsi, la settimana vedrà ancora ripetute situazioni temporalesche alternate a pause e modesti rasserenamenti. Ci sarà ancora occasione per rovesci anche intensi ma a carattere locale, quindi senza rischio di ulteriori piene, ma non si può escludere qualche crisi puntiforme per allagamenti o smottamenti nelle zone rese più sensibili dalla saturazione dei suoli. È una situazione meteorologica molto simile a quella del maggio 1977. Per giugno è ancora presto per fare bilanci».
Ieri mattina un´ulteriore piccola frana si è registrata a Pontechianale, in provincia di Cuneo. A scopo precauzionale è stata allontanate dalle proprie abitazioni una ventina di persone a Bernezzo, in valle Grana. E restano fuori casa alcune famiglie a Bernezzo, Monterosso Grana e Valloriate. I vigili del fuoco, impegnati con molte squadre dal resto del Piemonte e con l´ausilio di un elicottero, proseguono l´attività di monitoraggio. Anche nel Torinese continua il controllo costante dei pompieri e della protezione civile. Il violento acquazzone che si è abbattuto ieri sulla città ha causato il crollo di tre alberi piantati in vie a grande scorrimento: due tra i corsi Ferrucci e Peschiera e uno tra corso Vittorio e corso Racconigi.

© Copyright Repubblica (Torino), 3 giugno 2008

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L´arcivescovo non nasconde la sua soddisfazione: la diocesi è forte e vitale

"Benedetto sarà uno stimolo per la città"

Il cardinale Poletto: la sua venuta servirà da terapia d´urto

PAOLO GRISERI

DAL NOSTRO INVIATO

ROMA - Quando l´ultima guardia svizzera lascia il palco in marmo dell´aula Nervi, l´arcivescovo Severino Poletto può finalmente scendere la scalinata e tirare un sospiro di sollievo. Il pellegrinaggio romano della diocesi torinese ha ottenuto tutti i risultati che erano stati preventivati: ha riempito San Pietro con un numero di fedeli che dimostra la forza della diocesi e il carisma di colui che la guida; ha ottenuto dal papa quell´Ostensione che rappresenta, in fondo, il coronamento dell´attività pastorale di questi anni.

Cardinale Poletto, quale sarà per la chiesa torinese il significato dell´Ostensione del 2010?

«L´Ostensione sarà il compimento del cammino di fede compiuto in questo decennio, dello sforzo e della riflessione delle unità pastorali».

Come preparerete l´Ostensione del 2010 dal punto di vista spirituale?

«Credo che sarà giusto arrivare all´appuntamento con una riflessione sulla sofferenza umana. Penso che il motto di questa Ostensione possa essere "Passio Christi, Passio hominis", la Passione di Cristo è la sofferenza dell´uomo. Questo è, in fondo, il significato profondo della devozione alla Sindone: spingerci a riflettere sulla sofferenza dell´umanità come se la riflessione su quella sofferenza potesse fare da tramite per aiutare il nostro prossimo in difficoltà».

Le Ostensioni del ´98 e del 2000 furono caratterizzate dal percorso di pre-lettura che preparava i pellegrini all´ingresso in Duomo. Quale sarà la caratteristica dell´Ostensione che arriverà tra due anni?

«Manterremo certamente il percorso di pre-lettura. Stiamo cercando di capire se sarà possibile utilizzare in quel luogo la fotografia ad alta definizione presentata recentemente a Novara. Dal punto di vista logistico avremo qualche problema da superare perché, a differenza di otto anni fa, oggi i Giardini reali sono occupati dai cantieri e il percorso di avvicinamento al Duomo dovrà essere realizzato utilizzando altri spazi».

Qual è stata la maggiore sorpresa venuta dal suo incontro con il papa?

«Sapevamo che avrebbe annunciato l´Ostensione. Non mi aspettavo che promettesse di venire a Torino in quella occasione. In genere Benedetto XVI è prudente e non prende mai impegni a così lungo termine. Il suo annuncio mi ha fatto molto piacere: la visita del papa sarà uno stimolo importante per la città, una terapia d´urto».

Avete già stabilito una data?

«Non ancora. Pensiamo comunque che si possa aprire l´Ostensione dopo Pasqua del 2010, intorno al 10 aprile, e chiuderla 40 giorni dopo, a metà maggio».

Non più un´Ostensione di oltre due mesi come nel 2000?

«Nel 2000 abbiamo voluto che l´Ostensione accompagnasse i principali appuntamenti dell´Anno Santo. Inoltre ci fu un prolungamento dovuto all´alluvione. Questa volta pensiamo invece che non si debba andare oltre i 40 giorni. La decisione di papa Benedetto di concederci l´Ostensione mi dà grande gioia ma non vorrei che tutto ora si concentrasse su quel pur importante avvenimento».

Qual è, a suo parere, il punto su cui concentrarsi?

«Il significato di questo pellegrinaggio della diocesi a Roma. Perché è il frutto di un lungo lavoro comune, di una riflessione durata anni. Onestamente non immaginavo una risposta tanto numerosa da parte dei fedeli delle parrocchie torinesi. All´inizio credevo che sarebbe stato un successo portare a Roma tremila persone. Ne sono arrivate più del doppio. Un fatto che conforta un arcivescovo dopo otto anni di visite nelle parrocchie».

Lei conclude domenica questo lungo pellegrinaggio nella sua diocesi. Quali sono i chiari e gli scuri della fotografia che ne ha tratto?

«Certamente tra gli aspetti positivi e inattesi c´è la vitalità che ho trovato anche nelle parrocchie più piccole e sperdute. Una vitalità che è promettente per il futuro della chiesa: laici e diaconi saranno infatti chiamati nei prossimi anni a supplire alla carenza di sacerdoti. Questa vitalità delle comunità fa ben sperare».

E i punti oscuri, i problemi?

«Ho riscontrato che spesso i problemi nascono dalla difficoltà delle famiglie a rimanere unite. Questo ha riflessi sull´educazione dei figli e sui valori che caratterizzano le nuove generazioni. Il numero crescente delle separazioni familiari è una delle piaghe della nostra società».

© Copyright Repubblica (Torino), 3 giugno 2008

3 giugno 2008

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Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo il commento di Salvatore Izzo (Agi) al messaggio del Papa alla FAO.
R.

FAO: PAPA, "GLOBALIZZARE ATTESE DI SOLIDARIETA'"

(AGI) - CdV, 3 giu.

"La grande sfida di oggi e' quella di globalizzare non solo gli interessi economici e commerciali, ma anche le attese di solidarieta', nel rispetto e nella volorizzazione nell'apporto di ogni componente umana".
Lo ha sottolineato il Papa nel messaggio al vertice della Fao, letto questa mattina dal segretario di Stato Tarcisio Bertone. "Occorre ribadire con forza - ha affermato - che la fame e la malnutrizione sono inaccettabili in un mondo che in realta' dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti per mettere fine a tali drammi ed alle loro conseguenze".
Per il Papa, che ha ricordato di aver denunciato in aprile all'Onu il "paradosso" di un "multilateralismo bloccato", servono "riforme strutturali" che consentano di "affrontare le sfide della sicurezza alimentare e dei cambiamenti climatici". In concreto "occorre incrementare la disponibilita' del cibo, valorizzando l'industriosita' dei piccoli agricoltori e garantendone l'accesso al mercato". Ma "l'aumento globale della produzione agricola - rileva Papa Ratzinger - potra' essere efficace solo se sara' accompagnato dall'effettiva distribuzione di tale produzione e se essa sara' destinata primariamente alla soddisfazione dei bisogni essenziali". In questo contesto il Pontefice ha denunciato i guasti del consumismo che "provoca disgregazioni e disequilibri sociali".
"Soltanto la tutela della persona - ha ricordato - consente di combattere la causa principale della fame: la chiusura dell'essere umano nei confronti dei propri simili, che dissolve la solidarieta', giustifica i modelli di vita consumistici e disgrega il tessuto sociale, preservando se non addirittura approfondendo il solco di ingiusti equilibri e trascurando le piu' profonde esigenze del bene".
"Le difficolta' odierne - secondo il Papa - mostrano che le moderne tecnologie da sole non sono sufficienti per sopperire alla carenza alimentare, com non sono i calcoli statistici e, nelle situazioni di emergenza, l'invio di aiuti alimentari". Serve dunque "un'azione politica che protegga la dignita' della persona" adottando "provvedimenti coraggiosi che non si arrendano di fronte alla fame e alla malnutrizione come se si trattasse semplicemente di fenomeni endemici e senza soluzione". Da parte sua, "pur differenziandosi dagli Stati, la Santa Sede - ha assicurato Benedetto XVI - si unisce ai loro obiettivi piu' nobili per suggellare un impegno che, per sua natura, coinvolge l'intera comunita' internazionale: incoraggiare ogni popolo a condividere le necessita' degli altri popoli, mettendo in comune i beni della terra che il Creatore ha destinato all'intera famiglia umana". La Chiesa Cattolica, cioe', "desidera unirsi allo sforzo" di tutti i Paesi del mondo per sconfiggere, assumendo "nuovi impegni", il flagello della fame e della malnutrizione che nel mondo di oggi "non sono una mera fatalita'".
"Vi assicuro - sono stata le parole del Papa - che, in questo cammino, potete contare sull'apporto della Santa Sede".

© Copyright (AGI) Siz

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Dal 12 al 21 luglio in Australia per la Gmg

Il Papa a Sydney per il viaggio più lungo

di Gianluca Biccini

Sarà il viaggio più lungo tra quelli finora compiuti, sia in termini di durata sia di chilometri percorsi, quello che Benedetto xvi inizierà tra quarantadue giorni in Australia (12-21 luglio), in occasione della ventitreesima Giornata mondiale della gioventù.
In quello che sarà il suo nono viaggio internazionale, il secondo di questo 2008 dopo la visita ad aprile negli Stati Uniti d'America, il Papa incontrerà per la seconda volta le nuove generazioni dei cinque Continenti, dopo l'esperienza di Colonia a pochi mesi dall'elezione al Pontificato.
Sarà il terzo Pontefice a toccare la terra rossa dell'Isola-continente. Prima di lui vi erano stati Paolo vi - a Sydney dal 29 novembre al 3 dicembre 1970 - e per due volte Giovanni Paolo ii: dal 24 novembre al 1° dicembre 1986 e dal 18 al 20 gennaio 1995. Papa Ratzinger vi resterà per otto giorni, di cui cinque dedicati alla Gmg (15-20 luglio): nove i discorsi in agenda, due le omelie.
L'appuntamento per la partenza - secondo il programma ufficiale dal viaggio reso noto nei giorni scorsi dalla Sala Stampa della Santa Sede - è alle ore 10 di sabato 12 luglio, allo scalo di Roma-Fiumicino. L'atterraggio del volo papale sul suolo australiano è previsto al mattino di domenica 13, nella base dell'aeronautica militare di Darwin, nel nord del Paese. Dopo una breve sosta tecnica, nuovo decollo con arrivo, nel pomeriggio, a Richmond, circa sessanta chilometri a nordovest di Sydney. Benedetto xvi si riposerà qualche giorno, prima della cerimonia di benvenuto nella baia della capitale del Nuovo Galles del Sud, giovedì 17. Il Pontefice incontrerà, tra gli altri, il premier federale Kevin Rudd e il governatore generale Michael Jeffery, il premier del Nuovo Galles del Sud Morris Iemma e il governatore dello Stato Marie Bashir. Il Papa terrà anche una celebrazione ecumenica con rappresentanti di altre Chiese e confessioni cristiane e incontrerà esponenti di altre religioni.
Ma per Benedetto xvi il soggiorno a Sydney costituirà anche un'occasione per conoscere la realtà ecclesiale locale. Ecco allora la sosta di preghiera sulla tomba della beata Mary MacKillop (1842-1909), la prima donna del Paese a fondare un ordine religioso e la prima australiana a essere elevata agli onori degli altari con il nome di Madre Maria della Croce; l'incontro con un gruppo di giovani disadattati nella comunità di recupero dell'Università di Notre Dame; la messa con i vescovi, i seminaristi, i novizi e le novizie australiani, durante la quale verrà consacrato il nuovo altare della cattedrale "St. Mary" di Sydney.
Dal punto di vista della Gmg il programma è già noto: dai canti e le danze aborigeni sul molo di Rose Bay, nel pomeriggio di giovedì 17, all'imbarco sulla nave "Sydney 2000" che condurrà il Papa al molo di Barangaroo east darling harbour, dove avrà luogo la festa di accoglienza dei giovani che apre ufficialmente la ventitreesima Giornata mondiale della gioventù; dal pranzo di venerdì 18 con dodici giovani, alla preghiera di inizio della via Crucis, che il Pontefice seguirà in collegamento televisivo; dalla veglia di sabato 19, alla messa di chiusura di domenica 20 nell'ippodromo di Randwick, dove il Papa giungerà in elicottero. Seguiranno, nel pomeriggio l'incontro con i benefattori e gli organizzatori, e lunedì 21 il saluto ai volontari prima del congedo dall'Australia.

(©L'Osservatore Romano - 4 giugno 2008)

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Inaugurato nel centro di Roma un nuovo punto vendita della Libreria Editrice Vaticana

Alla presenza del cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, è stato inaugurato questa mattina un nuovo punto vendita della Libreria Editrice Vaticana in via di Propaganda a Roma. La struttura, sita nel Palazzo della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, è dedicata a Paolo VI, nel trentesimo della morte, e si aggiunge a quella già esistente in Piazza San Pietro. Ricordando la figura di Paolo VI, pastore sensibile, esperto in umanità e dottrina, il cardinale Bertone ha esortato a prendere spunto dal suo slancio per proporre Cristo all’umanità. Sul valore di questa iniziativa, al microfono di Massimiliano Menichetti, sentiamo il direttore della Libreria Editrice Vaticana don Giuseppe Costa:

R. – Rappresenta una sinergia tra noi e la Propaganda Fide. Per noi significa soprattutto essere presenti in un territorio distante dallo stesso Vaticano, che ci consente di mostrare il lavoro grafico ed editoriale che si svolge attorno al magistero del Santo Padre e attorno a tutto il messaggio culturale della stessa Editrice Vaticana.

D. - Uno scenario storico e culturale particolarmente denso. Qual è il cuore, quindi, della Libreria Editrice Vaticana?

R. – Il cuore della Libreria Editrice Vaticana è il magistero del Santo Padre, Benedetto XVI, che noi stiamo cercando di presentare anche in una veste tipografica ed editoriale adeguata, così come già avviene da tempo da parte degli editori cattolici americani e tedeschi.

D. – A chi si rivolge la Libreria Editrice Vaticana? In particolar modo, chi entrerà in queste seconda sede?

R. – Sarà aperta al turista, alla gente di passaggio. Io penso che sarà un servizio per la gente comune. Una libreria è sempre un momento positivo per la cultura. Speriamo, soprattutto, di crescere in questa direzione.

D. - Tra le vostre pubblicazioni, dunque, gli scritti e le parole del Papa. C’è una risposta forte?

R. – La risposta c’è, perché, diversamente, questa seconda libreria non sarebbe nata come un corollario. Noi vogliamo tuttavia andare oltre. Vorremmo creare degli strumenti per l’utilizzazione, acquisizione, fruizione personale, individuale dello stesso magistero.

D. – Quali sono le prossime sfide della Libreria Editrice Vaticana?

R. – Innanzitutto, quella di rendere positiva e piena questa scelta già fatta. Si prevede nel prossimo autunno l’apertura, come avevamo già detto altre volte, di un terzo punto vendita in Piazza San Pietro, oltre al punto vendita già esistente.

D. – Perché un punto vendita nei pressi già di un altro punto vendita?

R. – C’è una grande affluenza. Poi, vogliamo servire anche quelle persone che non salgono in alto fino alla Basilica. Quindi, c’è questo tentativo di andare incontro al fruitore. Poi, in una terza prospettiva, verrà coinvolto anche l’ufficio fotografico. Quindi, ci sarà un accesso alla possibilità di scegliere le foto degli eventi pontifici.

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Riso e comicità nel cristianesimo antico

Scherzi e parodie nei Padri
Ma attenti a non ridere troppo


di Manlio Simonetti

È vero e proprio luogo comune che la religione cristiana sia intrinsecamente ostile al riso e alla comicità e, quanto al cristianesimo antico che qui direttamente c'interessa, è a portata di mano una documentazione quanto mai varia ed estesa, che ha trovato e tuttora trova il suo puntello nella constatazione che i vangeli non presentano mai Gesù che ride.
Per Efrem il riso contribuisce a rovinare l'uomo perché contrasta l'impegno ascetico, Basilio afferma che per il credente non è mai tempo di ridere, Gregorio Magno racconta che la Vergine Maria, apparsa alla giovane Musa, "le impose di non comportarsi più con leggerezza giovanile, di astenersi dal riso e dal gioco" (Dialoghi, 4, 18, 1); nella stessa opera, poche pagine prima (3, 14, 10), dopo aver esaltato le virtù di un sant'uomo Gregorio continua: "L'unica cosa che in lui appariva biasimevole, era la grande gioia che talora dava a vedere"; il tempo monastico non è "di letizia per ridere, ma di penitenza per piangere i peccati" (Regola del maestro, 11, 76). Il riso pare apprezzato positivamente solo in proiezione escatologica: leggiamo infatti nel Vangelo di Luca le dure parole di Gesù: "Guai a voi che ora ridete, perché piangerete; beati voi che ora piangete, perché riderete" (6, 25. 21).
Ma i concetti di riso e comicità si concretano in un largo ventaglio di significati, e a più di uno di essi svariati antichi testi cristiani non sembrano estranei: s'imponeva perciò, come per altri luoghi comuni relativi all'antica letteratura cristiana, un'attenta revisione critica che, al di là delle affermazioni comunemente addotte per supportare l'ostilità di quella letteratura nei confronti del riso, spaziasse più vastamente nei testi, mirando a conclusioni più articolate e puntuali. Proprio questo scopo si è prefisso un convegno tenuto a Torino, dal 14 al 16 febbraio 2005, i cui atti sono stati pubblicati, con il titolo Riso e comicità nel cristianesimo antico, a cura di Clementina Mazzucco, per le Edizioni dell'Orso di Alessandria.
In un volume di ben 854 pagine sono raccolti 34 contributi, alcuni dei quali non presentati al convegno e consegnati in un secondo tempo, che spaziano sull'antica letteratura cristiana sia d'oriente sia d'occidente, a cominciare dal Nuovo Testamento fino alle soglie del medioevo, con ampie aperture sul mondo classico ed ebraico.
Le conclusioni, dovute al grecista Guido Paduano, rilevano quanta varietà di temi e di atteggiamenti spingano, se non a respingere in toto il luogo comune dell'estraneità del cristianesimo al riso, a sfumarlo e sfaccettarlo con una serie di precisazioni che danno a vedere in materia di riso e comicità, nell'antica letteratura cristiana, un panorama ben più vario e variegato di quanto il rifarsi a quel luogo comune non facesse prevedere. In primo luogo va comunque rilevato che, variando il senso del comico da età a età e da ambiente ad ambiente, alcuni tratti di antichi testi cristiani, soprattutto d'argomento agiografico, che oggi a noi appaiono francamente comici, non lo erano affatto nell'intenzione dei loro scrittori.
Per esempio, quanto leggiamo nei Dialoghi di Gregorio Magno (3, 7) riguardo alla rassegna dei diavoli, alla nostra sensibilità risulta oggi racconto quanto mai umoristico, ma per certo tale non era per Gregorio. Cominciamo col constatare che, se il riso non trovava molta accoglienza nel mondo cristiano, nel mondo classico, almeno a livello di precettistica, nonostante le commedie di Aristofane e di Plauto non era tutto rose e fiori. Alcune correnti filosofiche condannavano il riso come manifestazione priva di serietà: pitagorici e stoici erano definiti aghèlastoi ("coloro che non ridono"). In ambito latino Cicerone osserva che l'oratore fa uso del motto di spirito per conseguire un preciso scopo, non per essere soltanto divertente (De oratore, 2, 247), e Quintiliano constata che raccontare in modo spiritoso richiede finezza e capacità oratoria, perché l'oratore non deve ricercare l'effetto comico in modo rozzo e forzato. Il riso, autorizzato, anzi imposto, in particolari contingenze, soprattutto teatrali, era in complesso sottoposto ad appositi controlli.
In ambito antico ebraico non stiamo molto meglio, anche se ora si tende a respingere come eccessiva l'affermazione che la Bibbia sia priva di effetti comici: ma a conferma si adducono solo giochi di parole ed espressioni ironiche e parodiche, cioè un comico inteso in senso piuttosto lato. In effetti il riso di Sara all'annuncio della prossima maternità è valutato negativamente in Genesi 18, 12-15 e, tra i testi di Qumran, secondo la Regola della comunità, chi ride stupidamente viene punito per trenta giorni (1QS, 7, 16-17). In ambito cristiano rileviamo subito la presenza di almeno un'opera volta apertamente a suscitare il riso, la cosiddetta Coena Cypriani, un breve scritto che descrive una cena fittizia, ispirata, non tanto alla lontana, dalla Cena di Trimalchione di Petronio, alla quale partecipano, in un susseguirsi di vicende tragicomiche, a volte blasfeme, numerosi personaggi biblici, tra cui anche Gesù, insieme con altri inventati, tra i quali la petroniana Trifena.
Ma la cronologia dell'opera è incerta, e io ritengo che i suoi caratteri aberranti si spieghino meglio in età medievale che non patristica. Siamo in terreno ben più solido con Clemente di Alessandria, un autore che più di altri ha avvertito, nel contesto di un'etica ispirata al Vangelo, l'influsso della paidèia greca, che gli ha ispirato sotto vari aspetti atteggiamenti originali. In materia di riso, se da una parte ne biasima le manifestazioni esagerate, dall'altra considera il riso, il gioco, la gioia come espressioni di un'anima semplice e ingenua nella manifestazione della propria fede.
Anche Basilio mette in guardia contro il riso smodato e incontinente, mentre considera non indecoroso mostrare con un sorriso l'allegrezza dell'anima. Di contro altri è meno permissivo: Ambrogio (I doveri, 1, 103), correggendo Cicerone il quale aveva affermato che il genere faceto di espressione non deve essere eccessivo e sguaiato ma garbato e spiritoso, afferma che debbono essere evitati non solo i motti di spirito smodati ma tutti tout court. Anche Ambrogio, per altro, non disdegna il divertire senza cadere nel riso volgare e smodato, ed è questa in sostanza la concezione che appare prevalente negli antichi scrittori cristiani, ai quali perciò appare del tutto inaccettabile il riso come espressione di ciò che è comico nel senso stretto del termine. Pare superfluo aggiungere che il riso è del tutto proscritto dall'orizzonte della vita femminile: per Gregorio Nazianzeno, se è sconveniente il riso maschile, lo è ancora di più il riso femminile.
Se passiamo dalla teoria alla pratica, troviamo conferma di questo atteggiamento, nel senso che, con l'eccezione della Coena Cypriani, manca nelle antiche lettere cristiane l'espressione effettivamente comica, quella che vuole muovere il riso, non il sorriso, mentre vi riscontriamo più volte l'espressione genericamente umoristica, mirante soprattutto a irridere, in contesto in prevalenza polemico.
Per soffermarci ancora sul Nazianzeno, egli non esita a servirsi del riso di scherno, di dileggio, a spese sia dei suoi avversari, sia anche dei vescovi che così amaramente avevano eluso le sue aspettative nel concilio costantinopolitano del 381 (carme 2, 1, 12). Un ingenium per sua natura polemico come quello di Girolamo era portato, in modo direi esemplare, all'irrisione dei suoi tanti avversari. Così la celebre Melania senior, il cui nome significava "nera", in quanto fautrice del suo nemico Rufino di Aquileia fu da lui definita nera di nome e di fatto, e quanto a Rufino, fu da lui costantemente bollato, forse a causa di un certo prognatismo della faccia, come grunnius, cioè "porco che grugnisce".
Una particolare forma di irrisione consisteva nell'alterazione del nome della persona che si intendeva colpire. Per esempio, nel iv secolo un importante eretico fu Fotino, vescovo, poi deposto, di Sirmio, il cui nome significa "luminoso" (photeinoòs): di qui la contraffazione del nome in Scotino, cioè "tenebroso" (skoteinòs). Lucifero di Cagliari definisce più volte l'importante capoparte ariano, che fu anche vescovo di Costantinopoli, Eudossio, il cui nome significa "glorioso", come Adossio (Adoxius), cioè "inglorioso, spregevole".
In ambito monastico un tema specifico fu quello dell'applicazione del riso al diavolo, nel senso che il riso sottolinea l'influsso malefico del diavolo il quale spinge il monaco al peccato, come leggiamo in un racconto di Rufino (Storia dei monaci, 1, 4, 1-6): un monaco, insuperbito per le sue virtù, è indotto al peccato dal diavolo, che gli si presenta in allettante figura muliebre e rende più efficaci le sue blandizie col riso e lo scherzo (iocus risusque miscentur).
Per concludere, il volume che abbiamo cursoriamente presentato rappresenta un contributo fondamentale per approfondire, al di là dei soliti apprezzamenti generici, che cosa effettivamente l'antico mondo cristiano abbia pensato del riso e della comicità, intesi nel senso più ampio. Letto il volume, l'impressione complessiva conferma l'abituale giudizio secondo cui gli antichi cristiani erano, o almeno affermavano di essere, più amici del pianto che del riso, ma una serie di "distinguo" attutisce il drastico impatto di questa categorica affermazione. È fuor di dubbio che fu loro del tutto estranea la comicità forte, quella che si esprime soprattutto nel teatro, e lo stesso si può dire del riso sguaiato e incontrollato. Ma intendendo il concetto del comico in senso più lato, in modo da comprendervi la derisione, il dileggio dell'avversario, fino alla parodia, non è di poco conto quel che si raccoglie dagli scritti patristici.
Ed è soprattutto evidente l'apprezzamento per il sorriso, espressione di uno stato di letizia che caratterizza il fedele in pace con la sua coscienza.

(©L'Osservatore Romano - 2-3 giugno 2008)