31 ottobre 2008

IL PAPA: NON C'E' CONTRASTO TRA EVOLUZIONE E CREAZIONE


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SCIENZA: PAPA, NON C'E' CONTRASTO TRA EVOLUZIONE E CREAZIONE

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 31 ott

Il mondo come un ''libro il cui autore e' Dio'', allo stesso modo di cui e' autore della Sacra Scrittura: papa Benedetto XVI, parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze che hanno iniziato oggi a Roma un incontro dedicato al tema dell'evoluzione, ha fatto proprio l'immagine formultata per la prima volta da Galileo Galilei per sottolineare come scienza e fede non debbano necessariamente essere in contraddizione.
La natura, ha detto il pontefice, e' ''un libro la cui storia, la cui evoluzione, la cui 'scrittura' e significato noi 'leggiamo' secondo i differenti approcci delle scienze, mantenendo allo stesso tempo fermo il presupposto della presenza fondante dell'autore che si e' voluto rivelare'' nella natura. Il papa ha quindi fatto riferimento all'evoluzionismo, sotto attacco negli Stati Uniti da parte di molti intellettuali cristiani, che ad esso contrappongono la teoria del 'disegno intelligente', secondo la quale la sola evoluzione non basta a spiegare la complessita' dell'unvierso, che deve invece presupporre un 'creatore' infinitamente intelligente e saggio. Papa Ratzinger non ha accennato a questa tensione, considerando nel suo discorso l'evoluzione come un dato di fatto. Ma ha dato ampio risalto all'importanza dell'emergere dell'idea di ''creazione'' nel pensiero cristiano e nella nascita della stessa scienza.
''Dire che la fondazione del cosmo e i suoi sviluppi - ha infatti spiegato - siano la saggezza provvidente del Creato non vuol dire che la creazione abbia a che fare solo con l'inizio della storia del mondo e della vita. Significa piuttosto che il Creatore fonda questi sviluppi e li supporta, sostiene e appoggia costantemente''.
''Per svilupparsi ed evolversi - ha aggiunto papa Ratzinger - il mondo deve prima 'essere', e quindi esser venuto in essere dal nulla''. Il mondo come creazione divina e l'evoluzionismo, quindi, non sono in contrasto.

© Copyright Asca

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SINODO DEI VESCOVI SULLA PAROLA DI DIO (5-26 OTTOBRE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

Un filosofo rilancia la scommessa del papa: vivere come se Dio ci fosse

È il tedesco Robert Spaemann. In un libro su quella "diceria immortale" che è l'esistenza di Dio, sempre viva e sempre controversa. Sullo sfondo del consiglio dato da Benedetto XVI "anche ai nostri amici che non credono"

di Sandro Magister

ROMA, 31 ottobre 2008

È uscito in questi giorni in Italia, dopo che era già uscito in Germania, un libro davvero importante. Ha per autore un filosofo cristiano di prima grandezza, Robert Spaemann (nella foto). Ha per titolo "La diceria immortale", nell'originale tedesco "Das unsterbliche Gerücht". Un titolo che l'autore spiega così:

"Che esista un essere che nella nostra lingua si chiama 'Dio' è una vecchia diceria che non si riesce a mettere a tacere. Questo essere non fa parte di ciò che esiste nel mondo. Dovrebbe essere piuttosto la causa e l’origine dell’universo. Fa parte della diceria, però, che nel mondo stesso ci siano tracce di quest’origine e riferimenti ad essa. E questa è la sola ragione per cui su Dio si possono fare affermazioni tanto diverse".

Il libro, edito in Italia da Cantagalli, è il primo di una collana che si intitola, non a caso: "Come se Dio fosse".

Vivere "come se Dio fosse" – si creda o no in Lui – è la proposta paradossale lanciata da Benedetto XVI alla cultura e agli uomini d'oggi.

Questa proposta Joseph Ratzinger la formulò per la prima volta, da filosofo oltre che da teologo, nel memorabile discorso da lui pronunciato a Subiaco il 1 aprile 2005, ultima sua conferenza pubblica prima d'essere eletto papa.

Ratzinger la espose così:

"Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide 'etsi Deus non daretur', anche nel caso che Dio non esistesse. Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità. A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma non è più così. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita. Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale. La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare di nuovo che egli possa aver ragione? Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita 'veluti si Deus daretur', come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno".

Letto su questo sfondo, il libro di Spaemann riesce ancor più avvincente.

Qui di seguito ne è riportato un assaggio, per frammenti tra loro concatenati, ripresi dalle pagine 24-42 dell'edizione italiana:

"Con il venir meno dell’idea di Dio viene meno anche quella di un mondo vero"

di Robert Spaemann

La storia degli argomenti in favore dell’esistenza di Dio è enorme. Ci sono sempre stati uomini che hanno cercato di assicurarsi della ragionevolezza della loro fede. [...] Le classiche prove dell’esistenza di Dio cercavano di mostrare che è vero che Dio c’è. Presupponevano che la verità c’è e che il mondo possiede delle strutture comprensibili, accessibili al pensiero. Queste trovano il loro fondamento nell’origine divina del mondo. Sono direttamente accessibili a noi e per questo sono atte a condurci a questo fondamento.

Questo presupposto è contestato a partire da Hume e soprattutto da Nietzsche. [...] L'intera opera di Nietzsche può essere letta come una parafrasi della lapidaria espressione di Hume: "We never really advance a step beyond ourselves", noi davvero non avanziamo di un gradino oltre noi stessi [...] Nietzsche scrive che "anche noi illuministi, noi spiriti liberi del XIX secolo, prendiamo ancora il nostro fuoco dalla fede cristiana – che era anche la fede di Platone – secondo cui Dio è la verità, e la verità è divina". Ma proprio questo pensiero per Nietzsche è una auto-illusione. Non c’è verità. Ci sono soltanto reazioni utili o dannose. "Non dobbiamo illuderci che il mondo ci mostri un volto leggibile", dicono Michel Foucault e Richard Rorty. [...] Con il venir meno dell’idea di Dio viene meno anche quella di un mondo vero. [...]

Il neopragmatista Rorty sostituisce la conoscenza con la speranza in un mondo migliore, dove non si può neanche più dire in che cosa questa speranza dovrebbe consistere. [...] Non è che una conseguenza se Rorty non recepisce come un’accusa nemmeno più quella di parlare in modo oscuro e contradditorio. Infatti, nell’ambito di un pensiero che non si sente più obbligato alla verità ma al successo, nemmeno può più essere detto chiaramente in che cosa quel successo dovrebbe consistere. Pensieri oscuri possono essere più efficaci di pensieri chiari. La nuova situazione è caratterizzata dal fatto che noi decidiamo "uno actu", di nostra pura volontà, se pensare un assoluto, se pensare questo assoluto come Dio, se riconoscere qualcosa come una verità non relativa a noi, e infine se considerarci autorizzati a ritenere noi stessi esseri capaci di verità, ovvero persone. [...]

In Nietzsche viene a compimento e a compiuta coscienza di sé la "via moderna", cioè il nominalismo. [...] In questa situazione, perciò, gli argomenti per pensare l’assoluto come Dio possono essere soltanto argomenti "ad hominem". [...] Se non lo vogliamo, non c’è alcun argomento che possa convincerci dell’esistenza di Dio. [...]

Con il venir meno del pensiero della verità viene meno anche il pensiero della realtà. Il nostro dire e pensare ciò che è, è strutturato in forma inevitabilmente temporale. Non possiamo pensare qualcosa come reale senza pensarla nel presente, cioè come reale "adesso". Qualcosa che sia sempre stata soltanto passato, o che sarà soltanto futuro, mai c’è stata e mai ci sarà. Ciò che è adesso, un tempo era futuro e sarà a suo tempo passato. Il "futurum exactum", il futuro anteriore, è inseparabile dal presente. Dire di un evento del presente che in futuro non sarà più stato, significa dire che in realtà non è neppure ora. In questo senso tutto il reale è eterno. Non potrà esserci un momento in cui non sarà più vero che qualcuno ha provato un dolore o una gioia che prova adesso. E questa realtà passata prescinde assolutamente dal fatto che ce la ricordiamo.

Ma qual è lo statuto ontologico di questo diventare passato se tutte le tracce saranno cancellate, se l’universo non ci sarà più? Il passato è sempre il passato di un presente; che ne sarà del passato se non ci sarà più alcun presente? L’inevitabilità del "futurum exactum" implica quindi l’inevitabilità di pensare un "luogo" dove tutto ciò che accade è custodito per sempre. Altrimenti dovremmo accettare l’assurdo pensiero che ciò che ora è, un giorno non sarà più stato; e di conseguenza non è reale neppure adesso: un pensiero che solo il buddismo tende a sostenere. La conseguenza del buddismo è la denegazione della vita.

Nietzsche ha riflettuto, come nessun altro prima di lui, sulle conseguenze dell’ateismo, con l'intento di percorrere la strada non della denegazione della vita, ma dell’affermazione della vita. [...] La conseguenza più catastrofica gli sembrò che l’uomo perdesse ciò a cui tende la sua autotrascendenza. Infatti, Nietzsche considerò come il più grande acquisto del cristianesimo l’aver esso insegnato ad amare l’uomo per amore di Dio: "il sentimento finora più nobile e alto raggiunto fra gli uomini". Il superuomo e l’idea di un eterno ritorno dovevano fungere da sostituto per l’idea di Dio. Infatti, Nietzsche vedeva chiaramente chi avrebbe determinato altrimenti in futuro il volto della terra: gli "ultimi uomini", che credono di aver inventato la felicità e si fanno beffe dell’"amore", della "creazione", della "nostalgia" e della "stella". Occupati soltanto a manipolare la propria lussuria, ritengono pazzo ogni dissidente che tenga seriamente a qualcosa, come ad esempio la "verità".

L’eroico nichilismo di Nietzsche si è dimostrato, come egli stesso temeva, impotente di fronte agli "ultimi uomini". [...] Il banale nichilismo dell’ultimo uomo viene propagato oggi, tra gli altri, da Richard Rorty. L’uomo che, insieme all’idea di Dio, ha accantonato anche la verità, ora conosce soltanto i propri stati soggettivi. Il suo rapporto con la realtà non è rappresentativo, ma solo causale. Vuole concepire se stesso come una bestia astuta. Per una bestia del genere non si dà conoscenza di Dio. [...]

Ma se vogliamo pensare il reale come reale dobbiamo pensare Dio. "Temo che non ci libereremo di Dio fintantoché crederemo alla grammatica", scrive Nietzsche. Avrebbe potuto anche aggiungere: "... fintantoché continueremo a pensarci come reali". Un argomento "ad hominem".

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Si apriranno gli archivi su Pio XII e gli ebrei

Il rabbino Rosen ricevuto in Vaticano. «Ci vorranno 6 o 7 anni» Occorre catalogare 16 milioni di fogli, 1.430 buste, 2.500 fascicoli

CITTÀ DEL VATICANO

L'ala meno intransigente dell'ebraismo sollecita il Vaticano: aprite gli archivi su Pio XII per consentire «un giudizio storico credibile». Il Vaticano replica: la mole di lavoro per aprire è tale che occorreranno 6 o 7 anni. E il Papa starebbe «considerando seriamente» la richiesta di posticipare la beatificazione di Pio XII alla disponibilità agli storici di tutti i documenti relativi al suo pontificato.
Il «sarebbe» è d'obbligo: Benedetto XVI non ha manifestato questa intenzione in pubblico, ma durante una conversazione con un esponente del Jewish Committee al termine dell'udienza di questo comitato ebraico per il dialogo interreligioso, guidato dal rabbino David Rosen e ricevuto cordialmente in Vaticano.

beatificazione verso un rinvio

«Nel discorso al Papa – ha spiegato Rosen ai giornalisti – ho chiesto l'apertura degli archivi, ma personalmente non avrei mai posto al Papa una domanda analoga a quella che gli ha posto un altro esponente del Comitato, anche tra noi ci sono sensibilità diverse; comunque la richiesta era di posticipare la beatificazione all'apertura degli archivi, e la risposta è stata: "Lo sto seriamente considerando"». La delegazione ha incontrato anche il prefetto dell'Archivio segreto vaticano, monsignor Sergio Pagano che, racconta il rabbino, «ci ha spiegato dettagliatamente quali sono le difficoltà per cui gli archivi sul pontificato di Pacelli non potranno essere aperti prima di 6 o 7 anni: è solo una questione tecnica, sono stato colpito dalla sincerità di monsignor Pagano, ma certo sono deluso che ci voglia tanto tempo». La medesima argomentazione è stata espressa anche da una nota di padre Federico Lombardi direttore della Sala stampa vaticana: «Prima di 6 o 7 anni è irrealistico pensare a una apertura agli studiosi»; infatti catalogare tutti i documenti del pontificato è lungo e laborioso, il personale è «limitato», servono «tempi adeguati», dovendo ordinare «circa 16 milioni di carte, se non di più», con 1.430 buste e 2.500 fascicoli. È noto che il Papa non ha ancora firmato il decreto sulle virtù eroiche di Eugenio Pacelli, che sbloccherebbe l'iter di beatificazione perché vuole riflettere attentamente. Non è però chiaro se riterrà opportuno attendere gli anni richiesti dal lungo lavoro di ordinazione del materiale d'archivio. E non è detto che l'apertura degli archivi dia elementi per smentire o confermare le accuse di parte della cultura ebraica a Pacelli di aver taciuto di fronte al nazismo e all'Olocausto.

Hamas tra il Papa e la Terra Santa

Il rabbino Rosen, che nel '93 fece parte della delegazione israeliana che trattò l'Accordo fondamentale con la Santa Sede, conversando con i giornalisti ha affermato che il mancato raggiungimento dell'accordo economico-finanziario tra le parti non è un impedimento al viaggio del Papa in Terra Santa. «Il cardinale Kasper – ha riferito – ha ribadito che l'accordo non è una barriera al viaggio». Né lo è la targa sotto la foto di Pio XII nel museo dell'Olocausto a Gerusalemme, che il Vaticano considera falsa e offensiva ma per la quale ha già protestato a livello diplomatico. Per Rosen il problema sarebbe invece il fatto che in Terra Santa il Papa non potrebbe far a meno di incontrare Hamas, visto che Hamas fa parte della dirigenza palestinese.

© Copyright Eco di Bergamo, 31 ottobre 2008

"Non è la conoscenza in sè che può far male, ma la presunzione, il vantarsi di ciò che si è arrivati - o si presume di essere arrivati - a conoscere"

Clicca qui per leggere il testo dello splendido discorso (DA LEGGERE PER INTERO!) rivolto dal Papa ai docenti ed agli studenti delle Università pontificie ed ecclesiastiche romane.

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La Chiesa ribadisce il suo «no»

Il Vaticano: «I gay non possono diventare preti»

No ai preti gay, e un secco no al sacerdozio rivolto anche a tutti coloro che aspirano alla tonaca ma trovano difficile rispettare il voto di castità. La Santa Sede ribadisce la sua posizione riguardo uno dei fondamenti della dottrina cattolica, ossia la regola di ingresso nel clero applicata nei seminari.

Ed esterna questa inflessibile conferma in un documento ufficiale reso noto ieri dalla Congregazione per l'Educazione Cattolica, già approvato da Papa Benedetto nel giugno scorso.
Il libriccino, intitolato «Orientamenti per l'utilizzo delle competenze psicologiche nell'ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio», è un vero e proprio testo di indirizzo diretto ai rettori dei seminari e ai vescovi. Uno scritto nel quale viene stabilito il divieto di entrare in seminario per chiunque manifesti «tendenze omosessuali fortemente radicate» o sia dotato di una identità sessuale «incerta». Per appurare l'esistenza di tali problematiche in chi si candida al sacerdozio, e per verificare se esse possono essere risolte, ai responsabili dei seminari il documento suggerisce di ricorrere a psicologi e a specialisti di fede cattolica.
Nel caso la tendenza all'omosessualita o il rifiuto più o meno consapevole della castità venissero confermati (nonostante l'impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia), agli aspiranti preti deve essere impedito di proseguire nel percorso di consacrazione. Perché il temperamento del futuro sacerdote, proprio per la qualità dell'impegno che lo attende, non deve essere caratterizzato da «ferite psichiche» né da tratti di immaturità.
Gli «Orientamenti» emessi dalla Congregazione per l'Educazione Cattolica sono molto espliciti e precisi in proposito. Tra gli impedimenti al sacerdozio annoverano infatti «forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertà nelle relazioni, eccessiva rigidità di carattere, mancanza di lealtà, identità sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate». Una serie di direttive che tracciano la figura di un sacerdote che sappia essere tanto saldo nei principi e nell'animo da essere in grado di divenire il primo punto di riferimento di una comunità di fedeli.
Per questo non è ritenuto sufficiente valutare se il soggetto dimostri di essere incline a una vita priva di genitalità; occorre inoltre appurare se egli sia dotato di una personalità sessuale in sè definita nonché estranea alle tendenze gay. E, rispetto alla castità, si raccomanda infine che essa non sia vissuta come «un obbligo così pesante da compromette l'equilibrio affettivo e relazionale».
Il richiamo di ieri del Vaticano è in perfetta sintonia con la nota pubblicata tre anni fa sullo stesso tema. Anche nel 2005 la Santa Sede emise direttive assai rigide sul sacerdozio: si era in presenza di una crisi generata dalle denunce sui casi di preti pedofili e omosessuali, provenienti specialmente dagli Stati Uniti.

© Copyright Il Tempo, 31 ottobre 2008 consultabile online anche qui.

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SINODO DEI VESCOVI SULLA PAROLA DI DIO (5-26 OTTOBRE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

"IL PAPA PRONTO A CONGELARE LA BEATIFICAZIONE DI PIO XII"

CITTÀ DEL VATICANO - Su Pio XII papa Ratzinger si è preso una pausa di riflessione. La conferma viene dall´udienza concessa ieri dal pontefice ad una delegazione ebraica guidata dal rabbino David Rosen. Durante l´incontro gli è stato chiesto di congelare il processo di beatificazione in attesa dell´apertura completa degli archivi vaticani. Rosen, esponente di primo piano nelle relazioni cattolico-ebraiche, ha raccontato che quando un membro del gruppo ha domandato di aspettare a beatificare Pio XII prima che sia stato assicurato l´accesso agli archivi, papa Ratzinger ha risposto: «Lo sto seriamente considerando».
Tuttavia il portavoce papale padre Lombardi ha spiegato in giornata che il riordino del materiale d´archivio non è materialmente possibile prima di sei-sette anni. In effetti Benedetto XVI si trova tra due fuochi. Da un lato è intenzionato a portare a termine il processo di beatificazione, dall´altro non vorrebbe scontrarsi con l´ebraismo perché annette un´importanza cruciale ai legami religiosi tra ebrei e cristiani. In Vaticano non si è convinti, peraltro, che Ratzinger intenda attendere altri dieci anni, tenuto conto che gli archivi aperti vanno poi studiati.
Dagli incontri avuti in Vaticano il rabbino Rosen ha tratto la conclusione che l´eventuale viaggio del Papa in Israele non è ostacolato né dal mancato raggiungimento dell´accordo economico-finanziario tra Santa Sede e governo israeliano né dalla questione della targa su Pio XII nel muso di Yad Vashem. Semmai potrebbe creare problemi il fatto che durante la visita nei Territori palestinesi Bendetto XVI non potrebbe fare a meno di incontrare esponenti di Hamas.
(m.pol.)

© Copyright Repubblica, 31 ottobre 2008 consultabile online anche qui.

Il Papa: «Ebrei e Cristiani insieme per un mondo più umano» (Mazza)


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SINODO DEI VESCOVI SULLA PAROLA DI DIO (5-26 OTTOBRE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

Da Benedetto XVI una delegazione dell’International Jewish Committee Difficile che pressioni esterne cambino l’iter della beatificazione di Pio XII

«Ebrei e cristiani insieme per un mondo più umano»

Salvatore Mazza

ROMA. Fondato sul «rispetto reciproco», il dialogo tra cattolici ed ebrei deve essere capace di «prevenire gli equivoci e evitare inutili scontri».
Per questo esso richiede «rispetto delle differenze» e riconoscimento reciproco della «identità» e dei «doni» di ciascuno, come hanno dimostrato gli «oltre trenta anni» di «regolari e fruttuosi contatti» tra cattolici e ebrei.
Lo ha ribadito ieri Benedetto XVI, ricevendo in udienza una delegazione dell’«International Jewish Committee on Interreligious Consultations» (Ijc) guidata dal rabbino David Rosen, alla vigilia dell’incontro – in programma a dicembre a Budapest, la capitale dell’Ungheria – tra l’Ijc e la Commissione vaticana per le relazioni religiose con gli ebrei.
Nel suo discorso Papa Ratzinger, richiamandosi ai principi affermati solennemente dal Concilio nella «Nostra Aetate», ha osservato come il dialogo interreligioso «è serio ed onesto solo quando rispetta le differenze e riconosce gli altri proprio nella loro alterità». Un dialogo sincero, ha aggiunto, «necessita sia di apertura che di un solido senso dell’identità da parte di entrambe le parti in modo che ognuno sia arricchito dai doni dell’altro».
Perciò l’auspicio è che la fede di ebrei e cristiani li spinga a una «comune testimonianza»: insieme, infatti, possono svolgere «un servizio vitale al nostro tempo, minacciato dalla perdita di valori morali e spirituali che garantiscono dignità umana, solidarietà, giustizia e pace», in quanto «nel nostro mondo tormentato, così spesso segnato da povertà, violenza e spoliazione, il dialogo tra le culture e le religioni deve essere sempre più visto come un dovere sacro che incombe su tutti coloro ce sono impegnati a costruire un mondo umano».
Nel suo saluto al Papa , Rosen ha fatto riferimento tra l’altro alla questione del pontificato di Pio XII durante la II Guerra mondiale, tornando a chiedere l’apertura degli archivi della Santa Sede prima della beatificazione di Papa Pacelli.
Al riguardo, interpellato dai giornalisti, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha detto anche che questa «non sarà materialmente possibile prima di 6-7 anni», in quanto è ancora in corso la loro catalogazione.Va tuttavia detto che tali documenti sono già stati nella loro quasi totalità raccolti nei dodici volumi pubblicati tra il 1965 e il 1982 con il titolo di «Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale», curati – per volere di Paolo VI, che fece mettere a loro disposizione tutto il materiale ancora grezzo – dagli storici Burkhart Schneider, Angelo Martini, Robert A. Graham e Pierre Blet.
Appare, comunque, assai difficile che pressioni esterne cambino l’itinerario della beatificazione di Pio XII stabilito dalla Santa Sede.

© Copyright Avvenire, 31 ottobre 2008

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AL SERVIZIO DEL VANGELO

Dalla Congregazione per l’educazione cattolica le indicazioni sulla sfera affettiva e relazionale: «L’omosessualità preclude l’ammissione al sacerdozio»

È stato presentato ieri da Grocholewski il documento sull’uso delle competenze psicologiche all’interno degli itinerari per i candidati all’ordine

In Seminario: cammino verso la maturità

DA ROMA MIMMO MUOLO

La psicologia in Seminario può servire.
Ma solo in determinati casi e mai obbligatoriamente. Lo ribadisce un documento della Congregazione per l’educazione cattolica, presentato ieri ai giornalisti dal cardinale prefetto, Zenon Grocholewski. Il testo, che si intitola Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio e che lo scorso 13 giugno è stato approvato dal Papa, affronta anche il problema dell’omosessualità e riafferma il principio secondo cui chi ha tendenze di questo tipo non può diventare sacerdote.
Nel corso della conferenza stampa il cardinale ha innanzitutto messo in evidenza il principio generale circa l’uso della psicologia nel cammino di formazione del Seminario. «Il ricorso agli esperti nelle scienze psicologiche non può che essere solo ausiliare – ha sottolineato Grocholewski – ossia utile solo 'in alcuni casi' per dare il parere circa la diagnosi, o circa l’eventuale terapia, o il sostegno psicologico allo sviluppo delle qualità umane richieste all’esercizio del ministero. In altre parole, si deve ricorrere a loro solo si casus ferat (se lo richiede la necessità, ndr), ossia nei casi eccezionali che presentano particolari difficoltà. In ogni modo – ha aggiunto il porporato – risulta chiaro che l’utilizzo delle competenze psicologiche non deve essere una pratica obbligatoria né ordinaria nell’ammissione o nella formazione dei candidati al sacerdozio. In questo senso, il suo ruolo è di integrazione, non di sostituzione, sia nel discernimento iniziale, sia nella formazione successiva ». Il documento , tuttavia, non specifica quali competenze debbano essere coinvolte e cioè se di debba far ricor- so allo psicologo, allo psichiatra, allo psicoterapeuta o allo psicoanalista. «La loro adozione – ha detto don Carlo Bresciani, psicologo e consultore della Congregazione per l’educazione cattolica – dipende dal tipo di problema da affrontare». E poiché le questioni da affrontare «possono essere diverse, a volte potrebbe bastare una consulenza occasionale», in altri casi «potrebbero essere necessarie consulenze più complesse, sempre con il consenso dell’interessato».
Naturalmente non tutti gli specialisti della scienza psicologica possono lavorare in un campo tanto delicato. Don Bresciani ha precisato, infatti, che «gli esperti consultabili debbono essere aperti al trascendente, comprendere e condividere i valori propri dell’antropologia cristiana (ad esempio il senso e l’importanza della castità)». Solo in questo modo, ha spiegato, «possono contribuire ad aiutare un cammino vocazionale».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il segretario della Congregazione, monsignor Jean-Louis Brugués, il quale ha ricordato che «spesso i problemi non appaiono nell’adolescenza o nella prima giovinezza, ma si manifestano più avanti negli anni. Per questo il tipo di aiuto deve essere adatto al problema». Particolarmente rilevanti sono, da questo punto di vista, le questioni relative alla maturità affettiva e all’orientamento sessuale dei seminaristi.
«Se un candidato al sacerdozio manifesta tendenze omosessuali profonde – ha sottolineato il cardinale Grocholewski durante la conferenza stampa – pur vivendo una castità perfetta e quindi non facendo peccati sessuali, non può ugualmente essere ammesso al sacerdozio.
Questo – ha spiegato il prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica – in quanto la natura profonda della vocazione presbiterale contiene un senso della paternità umana e spirituale che un omosessuale non possiede».
Sull’argomento don Bresciani ha poi aggiunto che «non è solo questione di assenza di rapporti genitali.
Il problema è come l’omosessualità è vissuta interiormente». Il documento , infatti, fa riferimento al problema dell’omosessualità al numero 10 insieme ad altre «gravi immaturità» (forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertà nelle relazioni, eccessiva rigidezza di carattere, mancanza di lealtà, identità sessuale incerta). «Il cammino formativo – si legge in questo passaggio – dovrà essere interrotto nel caso in cui il candidato, nonostante il suo impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia, continuasse a manifestare incapacità ad affrontare realisticamente, sia pure con la gradualità di ogni crescita umana, le proprie gravi immaturità ». Un discorso che vale anche «nel caso in cui risultasse evidente la difficoltà a vivere la castità nel celibato, vissuto come un obbligo così pesante da compromettere l’equilibrio affettivo e relazionale».

© Copyright Avvenire, 31 ottobre 2008

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SINODO DEI VESCOVI SULLA PAROLA DI DIO (5-26 OTTOBRE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

Resta un popolo umile e povero

«Mi ha colpito che ad aspettare il Papa in Francia c’era ancora un popolo. Persone che andavano da sole, non perché qualcuno le aveva organizzate. Sono i poveri, i piccoli del Vangelo». Intervista con il cardinale Godfried Danneels, primate del Belgio. Sul Sinodo e su altro

Intervista con il cardinale Godfried Danneels

di Gianni Valente

Godfried Danneels appare serenamente indaffarato. Nella sua diocesi di Mechelen-Bruxelles, il cardinale primate del Belgio continua a lavorare coi suoi ritmi nordici.
Negli ultimi mesi, Benedetto XVI lo ha nominato in più occasioni inviato pontificio alle celebrazioni di popolari santuari belgi e francesi. Il prossimo anno, tocca alla sua diocesi primaziale celebrare i 450 anni dalla fondazione. Lui, nel frattempo, ha compiuto 75 anni a inizio giugno. La lettera di dimissioni che ogni vescovo deve inviare al Papa quando raggiunge quella soglia dell’età pensionabile l’aveva già imbucata qualche settimana prima, «che con le poste italiane non si sa mai». E il 5 ottobre è sceso a Roma, per prendere parte al Sinodo dei vescovi convocato dal Papa sulla Parola di Dio. È un veterano delle assise sinodali: dal 1980 ha partecipato a tutte le assemblee ordinarie di questi “Stati generali” della cattolicità. Lui, si sa, non è tipo da conventicole: «La cosiddetta “politica ecclesiastica”», dice, «in questo momento è davvero poco interessante». Il tema trattato dal Sinodo, invece, gli sta molto a cuore.

Allora, finalmente, ha potuto partecipare anche al Sinodo sulla Parola di Dio.

GODFRIED DANNEELS: Sono contento. In ogni Sinodo, verso la fine dei lavori, si chiede ai padri sinodali di fare proposte per aiutare il papa nella scelta del tema del Sinodo successivo. Ricordo che il cardinale Martini, fin dagli anni Ottanta, nei primi Sinodi ai quali ho assistito insieme a lui, chiedeva sempre di dedicare un Sinodo alla Sacra Scrittura. Finalmente, dopo più di venti anni, e dopo aver trattato tutti gli altri temi possibili e immaginabili, ci si è arrivati. Mi pare importantissimo.

Quindi anche lei un Sinodo su questo argomento lo attendeva da tanto tempo. Nostalgie della gioventù?

DANNEELS: In effetti, nella mia vita, la riscoperta della Parola di Dio e della sua centralità nella vita della Chiesa coincide con il Concilio Vaticano II, e specialmente con la costituzione dogmatica Dei Verbum, il documento del Concilio sulla divina Rivelazione. Un documento conciliare che è stato un po’ messo da parte. Ma che tratta della cosa più importante. Quella che è descritta nelle prime righe, con una citazione della prima Lettera dell’apostolo Giovanni: «Annunziamo a voi la vita eterna, che era presso il Padre e si manifestò a noi: vi annunziamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi siate in comunione con noi, e la nostra comunione sia col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo».

Lei accennava al fatto che questo testo è stato un po’ accantonato.

DANNEELS: Quelli che parlano del Concilio citano sempre la costituzione dogmatica Lumen gentium, dove la Chiesa ha parlato di sé stessa, o la Gaudium et spes, che trattava dei rapporti tra la Chiesa e il mondo. Ma probabilmente è la Dei Verbum il documento nel quale la riflessione della Chiesa sul proprio statuto e la propria natura è stata più acuta. La Chiesa è uno strumento. «Queste cose vi scriviamo», avverte Giovanni sempre nella sua prima Lettera, «perché la nostra gioia sia perfetta».

Come presentare oggi la Bibbia? Essa è il “codice” della nostra civiltà, iscritto nel nostro Dna, come dicono alcuni?

DANNEELS: Certo che la Sacra Scrittura, la Bibbia, è anche un fenomeno culturale, sociale e umano molto rilevante. Questo è vero ma è secondario. Non è il cuore, il core business della Sacra Scrittura. Perché la Bibbia, la Sacra Scrittura non è un testo. È la Parola viva che è stata pronunciata in Gesù, e che continua a essere pronunciata in Gesù da Dio. Dunque è il contatto, l’incontro con una persona che è viva, che continua a essere presente e a rivelarsi operando. Questo è il proprium della lettura della Bibbia, anche rispetto ai testi sacri delle religioni. Non si legge un libro, si sente e si ascolta una voce viva.

Lei, come la definirebbe?

DANNEELS: La Sacra Scrittura è il racconto della storia di Dio con gli uomini. Rivela cosa Dio vuole riguardo agli uomini. E questo, Dio non lo esprime per concetti, per filosofie, per pensieri, ma per fatti. In questi fatti è la rivelazione di Dio. Questo è il metodo con cui Dio entra nella storia umana con tutte le imperfezioni, le avventure, le tragedie, ma anche le buone cose che ci sono nel cuore degli uomini. È l’immensa umiliazione di Dio per adattarsi a noi. Dio, con Cristo, è sceso sulla terra per vivere con noi. La Scrittura è forse il luogo dove è possibile a tutti percepire e porsi con tutta semplicità davanti al mistero dell’incarnazione del Verbo divino. Ne rappresenta la manifestazione più semplice.

Diceva sant’Agostino: «Dal Signore viene la Scrittura. Ma non ha alcun interesse umano, se non vi si riconosce Cristo». Invece, a volte, sembra che la lettura della Sacra Scrittura sia di per sé la sorgente dell’inizio della fede.

DANNEELS: Non è la sorgente. Ma il contatto con la Parola viva e soprattutto predicata può essere normalmente l’occasione per l’inizio della fede. Lì passa qualcosa tra Dio e me. La Parola non scritta, ma predicata e confessata. Proprio citando Agostino, la Dei Verbum si proponeva di esporre la dottrina sulla divina Rivelazione e la sua trasmissione, «affinché per l’annunzio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami».

Lei, di recente, ha usato una definizione originale, quando ha detto durante un’omelia che la fede è un «rapporto affettivo».

DANNEELS: Non è un rapporto in primo luogo cognitivo. È un rapporto di innamoramento, non di conoscenza. C’è anche conoscenza, perché non si può amare ciò che non si incontra e non viene riconosciuto. Ma non si è cristiani per le conclusioni di un ragionamento esatto, per una dimostrazione di verità. Questo vale anche per la Bibbia. Lo scopo della Bibbia non è innanzitutto quello di fornire istruzioni e informazioni. Ma raccontare i continui ricominciamenti, le continue riprese della pazienza di Dio con noi uomini.

In certi richiami all’importanza della Sacra Scrittura, non c’è la pretesa di trasformare tutti i cristiani in professionisti dell’esegesi?

DANNEELS: Non professionisti, ma amatori. O come si dice: dilettanti, nel senso di quelli che si dilettano. Ci sono due cose che mi auguro siano favorite dal Sinodo. Primo, che il popolo cristiano legga la Bibbia. Su questo, noi cattolici abbiamo un ritardo sui protestanti. Secondo, occorre poter pregare con la Bibbia. Leggere un passo del Vangelo può equivalere a recitare una preghiera. Anche nella Lectio divina ci sono tre momenti: la lettura, la riflessione e l’orazione. È quello che Martini a Milano ha fatto per anni, nel Duomo di Milano.

La Sacra Scrittura suggerisce ai cristiani anche come porsi rispetto al mondo.

DANNEELS: Mi hanno sempre colpito le immagini usate da Gesù per indicare la maniera in cui i cristiani vivono nel mondo. Gesù non parla mai di qualcosa di roccioso e di immobile, ma del lievito che fa lievitare la pasta quasi impercettibilmente, o della luce della lampada che passa attraverso tutte le fessure di porte e finestre per illuminare dovunque. Sono immagini familiari e pacifiche. Sono l’opposto della paura e della chiusura in sé stessi, tipiche di molti gruppi umani identitari. La Parola di Dio è tutta imballata nella dolcezza, nella tenerezza, nell’umiltà. Se non è così, gli uomini non la “scartano”, e non scoprono la promessa che contiene. La lasciano lì, chiusa in sé stessa.

Ciò vale anche per il rapporto con il potere. Proprio lei, durante la messa nella Giornata del Re che si celebra in Belgio, ha suggerito come paradigma del rapporto tra i cristiani e le autorità civili un passo tratto anch’esso dalla Sacra Scrittura.

DANNEELS: Ho letto il brano in cui san Paolo fa le sue raccomandazioni a Timoteo: «Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità». Paolo dice che bisogna pregare per tutte le autorità, quelle buone, ma anche le altre. Nella stessa omelia, ho citato anche quello che Paolo suggerisce nella Lettera ai Filippesi: «Non fate niente per rivalità, niente per la gloria, ma con umiltà, stimate sempre gli altri come superiori a voi». Non sono idee mie. Sono brani del Nuovo Testamento. Questo è il primo dovere della Chiesa e dei cristiani: pregare. Noi crediamo nel potere della preghiera del giusto.

Nella stessa omelia, lei ha anche detto cose non troppo di moda sul rapporto tra Chiesa e politica.

DANNEELS: Ho detto che la Chiesa deve evitare di interferire nella vita politica. L’organizzazione della società e delle istituzioni appartiene ai politici. Questo non tutti lo accettano. In certe nazioni c’è sempre più la tendenza a fare la lezione ai politici. Certo, le autorità civili non sono sempre nella giusta direzione. Ma c’è chi pensa che brandendo con irruenza la verità gli altri cederanno. E non è così che succede.

Anche quando il Papa è andato in Francia, c’era chi auspicava una “Ratisbona numero due”…

DANNEELS: Sulla laicità…

Qualcuno sembra attaccato al cliché del Papa che “sfida”, lancia battaglie culturali…

DANNEELS: Ma questo non avrebbe funzionato, in Francia. Il Papa lo sapeva, e ha fatto molto bene le cose. Anche il discorso più impegnativo, quello dai Bernardins, non è stato un manifesto. Un aiuto è venuto anche dalle autorità civili, perché Sarkozy adesso si dice convinto dell’utilità delle religioni, specialmente del cattolicesimo, per la società e la vita civile. Non è un laico “anti”. Come ce ne sono in Francia.

La Chiesa francese, e anche la Chiesa belga, vengono spesso rimproverate di passività davanti alla secolarizzazione. Il prossimo anno ci si appresta a celebrare il giubileo, per i centocinquant’anni dalla morte, di Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d’Ars, patrono di tutti i parroci. Cosa può suggerire questo santo alla Chiesa di oggi?

DANNEELS: Che testimoniare la fede in sé stessa è la sola arma che abbiamo. E la sola che può vincere. Non abbiamo bisogno di costruzioni ausiliarie. La fede e la Parola di Dio sono sufficientemente forti in sé stesse per penetrare nei cuori, avvincere la libertà degli uomini che vivono nella società. Manchiamo sempre di fiducia nella forza della fede e della Parola di Dio in sé stessa. Dimentichiamo sempre che la nostra fede, come dice san Paolo, non si basa su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza. Non è qualcosa di magico.

Cosa l’ha colpita nell’accoglienza che ha avuto il Papa in Francia?

DANNEELS: Che ad accoglierlo c’era ancora un popolo. Persone che andavano da sole, non perché qualcuno le aveva organizzate. Specialmente a Lourdes. Dove c’è Maria, si trova il popolo. Non erano dei gruppi speciali. C’era anche qualche gruppo speciale, ma dentro la folla di un popolo.

Lei intende dire: cristiani “generici”, semplici fedeli, non organizzati in sigle…

DANNEELS: Il cristianesimo sarà “generico”, o non sarà. Possono sorgere dei gruppi speciali, che a un certo momento sottolineano qualcosa, ma la fede si radica nel popolo semplice che non ha ideologia, non ha progetti, strategie, non ha niente… è semplicemente sé stesso. Sono i poveri, i piccoli del Vangelo. E la preghiera dei poveri è il rosario. Anche nei conventi del Medioevo, dove i frati laici non sapevano pregare i salmi in latino insieme ai monaci, loro pregavano centocinquanta Ave Maria al posto dei centocinquanta salmi. Già allora il rosario era come il salterio dei poveri. Anche Gesù, nell’orto degli ulivi, pregò un po’ allo stesso modo. «Ripetendo le stesse parole», dice il Vangelo di Matteo.

Il Papa negli ultimi tempi l’ha mandata come rappresentante pontificio alle celebrazioni giubilari di diversi santuari.

DANNEELS: Sono stato a Banneux, al santuario della Vierge des pauvres, poi a Valencienne, ed è stata la stessa cosa, veramente impressionante: cinquemila persone alla messa sulla pubblica piazza, la domenica mattina alle nove. E poi a Reims per san Remigio, e in Lussemburgo per san Willibrordo. È stato un anno in cui mi sono trovato immerso nella devozione popolare. Con grande sollievo. Quello lì è l’humus fecondo. Tutto il resto nella Chiesa vive solo se è piantato in questo humus. Sono le folle di cui parla il Vangelo.

L’unica indicazione pastorale che lei ha dato anche sul bollettino della diocesi, è stata quella di andare in pellegrinaggio ai santuari mariani, anche i più vicini. Come vescovo, lei non è uno che riempie di istruzioni i suoi fedeli. Qualcuno glielo rimprovera.

DANNEELS: Quando ero professore di Teologia, lavoravo su un registro che da me esigeva soprattutto chiarezza e rigore metodologico nel lavoro intellettuale. Da quando sono divenuto vescovo, è la carità pastorale che ha preso il sopravvento. Il teologo ha il diritto e anche il dovere di esprimere le proprie idee su qualsiasi tema. Per il vescovo è un’altra cosa. Non è così importante che esprima il suo pensiero teologico con perspicacia intellettuale. Da vescovo, ci si accorge che nel mondo, lontano dalle biblioteche e dai libri, succedono tante cose. Si vedono le miserie degli uomini. Si vede la mescolanza sociale e culturale in cui viviamo immersi. È tutto diverso. Il teologo è istallato in un certo status ben definito. Il pastore, invece, deve vivere una sorta di “bilocazione”: deve camminare davanti, a guidare il suo popolo. Ma deve stare anche in fondo, a chiudere la fila, perché se qualche agnello si ferisce, o si rompe una gamba, tocca a lui prenderlo sulle proprie spalle. Imitando, se possibile, quello che fa Gesù, l’unico pastore del gregge.

Riguardo ai vescovi, il Concilio aveva inteso valorizzare la figura del vescovo. A distanza di quarant’anni, alcuni registrano una specie di appiattimento, di “omologazione” nell’episcopato.

DANNEELS: Agli ultimi Sinodi cui ho partecipato, ho visto tante brave persone, ma il livello non è quello dei vescovi del Concilio. Tutti sono gentili e pieni di buone intenzioni, ma mi sembra che manchi un po’ d’intelligenza, che non guasta mai. Un’intelligenza del cuore.

Lo stesso vale per il modo in cui vengono stabiliti i ruoli nella Chiesa…

DANNEELS: Per essere più elastici, bisognerebbe riprendere la distinzione tra potere d’ordine e di giurisdizione. Adesso, questi due poteri sono indissociabili. Il potere di giurisdizione può essere affidato solo a qualcuno che è ordinato. La teologia del Concilio Vaticano II ha reso ancora più forte questo nesso. Eppure, nel Medioevo, erano le badesse dei grandi monasteri che concedevano ai preti la giurisdizione per ascoltare le confessioni. Chissà se adesso si permetterebbe di nuovo una prassi del genere.

© Copyright 30Giorni, settembre 2008

Alcune risposte del cardinale Danneels mi lasciano un po' perplessa.
In effetti ad un osservatore esterno, come posso essere io che sono italiana, la Chiesa francese e quella belga appaiono molto passive, oserei dire "rassegnate".
Il Papa in Francia ha dimostrato che il Cattolicesimo e' vivo e vitale!
Benedetto XVI mira a colpire l'intelligenza ed il cuore (attraverso la "testa") dei fedeli. E' chiaro, quindi, che essi si muovono singolarmente, al di la' e al di fuori dei gruppi organizzati e dei movimenti.
In Francia il Papa ha dato una straordinaria lezione anche ai vescovi ed ai cardinali. Sta a loro coglierla e portare avanti il lavoro.
Mi colpisce molto l'ultima risposta che preferirei non commentare :-)

R.