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24 agosto 2007

Il filosofo Farouq (Egiziano): a Ratisbona il pensiero del Papa fu scientamente travisato


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Aperta la sezione "UDIENZE GENERALI: I SALMI"

PROGRAMMA UFFICIALE DELLA VISITA PASTORALE DEL PAPA A LORETO

LA LECTIO MAGISTRALIS DI RATISBONA

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA BENEDETTO IN BAVIERA (9-14 SETTEMBRE 2006)

INDICAZIONI DI LETTURA PER LO SPECIALE SUI LIBRI DEL PAPA

I frutti di Ratisbona: Benedetto XVI ha un atteggiamento schietto e non si cura del politically correct

VISITA PASTORALE DEL PAPA A LORETO (1-2 SETTEMBRE 2007): LO SPECIALE DEL BLOG

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Il prof Weiler (Ebreo): il carisma del Papa? La sua passione per la ragione! Formidabile nel non nascondere le differenze fra fedi

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SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

IL PAPA E IL PROFETA SECONDO IL FILOSOFO MUSULMANO

A Ratisbona si è aperta una sfida,Farouq chiede all’islam di raccoglierla

Salvatore Merlo

Rimini. “Tutto il mondo musulmano è malato di fondamentalismo, ovvero è ammorbato da una visione ideologica e irrazionale della religione imposta e perpetuata da pseudo intellettuali, da giornali e politicanti in malafede.

Quando Benedetto XVI pronunciò l’ormai famoso discorso di Ratisbona il suo pensiero fu scientemente travisato e, per mero calcolo politico, offerto in pasto all’irrazionalità viscerale di popoli mantenuti loro malgrado nell’ignoranza e nella povertà”, così dice al Foglio Wael Farouq, filosofo egiziano, intellettuale musulmano, giovane e laico professore di Scienze islamiche all’Università del Cairo.

Lo incontriamo al Meeting di Comunione e Liberazione dove mercoledì ha presentato “Dio salvi la ragione” (Cantagalli), un volume di cui è coautore e che raccoglie gli interventi di Glucksmann, Spaemann, Nusseibeh, Farouq e Weiler sulla lectio magistralis tenuta da Benedetto XVI il 12 settembre 2006 all’Università di Ratisbona.
Un discorso quello pronunciato dal Papa nella sua terra d’origine che provocò reazioni scomposte e parole di fuoco. Tawel Farouq oggi spiega di aver voluto contribuire alla scrittura di “Dio Salvi la ragione” poiché immediatamente riconobbe, nell’incomprensione violenta a cui andarono incontro le parole del Pontefice, il più grande malanno della società araba contemporanea,
che consisterebbe nel rifiuto della ragione, “nel pericoloso scollamento tra religione e ragione – dice il professore – che poi altro non sarebbe che il pericolo paventato a Ratisbona da Benedetto XVI”. E Farouq spiega che le parole del Papa rappresentarono un forte appello all’uso della ragione perché “ragione non è mero intelletto, ma umanità e dunque chi rifiuta la ragione rifiuta anche l’uomo”. Ecco perché, aggiunge Farouq, “il Papa a Ratisbona contrapponendosi a fondamentalismo e nichilismo, ovvero due idee avverse e incompatibili con la ragione, non fece altro che difendere l’essenza dell’umanesimo”.
Eppure secondo Tawel Farouq il fanatismo fondamentalista, paradossalmente, non è il più grave dei malanni di cui il mondo arabo soffre: “Non è una causa, non è un virus è piuttosto un effetto, il sintomo di una malattia”. Lui egiziano, laico e democratico, è un acceso contestatore di Hosni Mubarak, l’uomo che da venticinque anni governa, con una formula parademocratica, la sua terra. Così sebbene probabilmente riconosca all’Egitto un minor grado di affezione fondamentalista, tuttavia non esita a indicare in quello di Mubarak l’archetipo di governo arabo corrotto e capace di approfittare del fanatismo religioso a vantaggio del proprio tornaconto politico. “Un esempio – ricorda il professore – fu il modo disinvolto con il quale l’anno scorso venne cavalcata e assecondata la rabbia fanatica per le vignette danesi che ironizzavano sul Profeta al solo scopo di allontanare dalle orecchie dell’opinione pubblica le voci che sempre più insistentemente denunciavano brogli elettorali a favore del presidente Mubarak.

Nei fatti la vicenda della lectio di Ratisbona arrivò poco dopo e le reazioni violente non fecero che bene a tutti coloro i quali volevano mettere a tacere la storia del voto truccato”.

La verità, sostiene dunque Farouq, è che anche i governi così detti moderati si appoggiano e assecondano spesso il massimalismo fondamentalista, il quale sfogando odio e incomprensione verso l’esterno annacqua naturalmente i rischi di una contestazione interna. Così succede anche che in paesi dove i governi corrotti sono retti dalle autorità religiose, la stessa norma santa, la prescrizione dei testi sacri, venga stravolta e riproposta in termini utili a sostenere e conservare il potere: un esempio è la condanna dell’apostasia “che non è affatto contemplata dal Corano – spiega il professore – che mai predica la necessità di eliminare fisicamente chi si converta ad un’altra religione”.
Da queste premesse dunque l’invito e l’augurio contenuto nel titolo “Dio salvi la ragione”, una frase nella quale Dio e ragione si tengono insieme a simboleggiare l’imprescindibile legame tra fede e ragione, come sostenuto da Papa Benedetto XVI, tra religione e ragione. Perché come spiega il professor Farouq, “non vi è pericolo maggiore che la scissione dell’una dall’altra, una religione senza ragione è fondamentalismo ovvero contrapposizione alla vita e all’uomo, fonte di odio e di violenza nichilista”.

© Copyright Il Foglio, 24 agosto 2007

Cio' che ancora mi sconvolge e' la leggerezza con cui i mass media (a partire da quelli italiani) trattarono la lectio di Ratisbona.
Un bel mea culpa non farebbe male in circostanze come queste
...ma, si sa, quando c'e' di mezzo l'ideologia...
R.

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SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

Il vero nemico della pace è la menzogna, non le religioni

Un islamico, un ebreo e un palestinese difendono il discorso di «Ratisbona» Il vero messaggio del Papa è l'altolà ai fanatismi religiosi e ideologici

Carlo Dignola

RIMINI Provate a pensare a un ebreo che fa l'esegesi, quasi riga per riga, delle omelie del Papa a Ratisbona. E a un musulmano convinto che, parlando in arabo, dice che quel discorso, bruciato dai fanatici nelle piazze, «rappresenta l'occasione di un vero dialogo fra le religioni, perché un dialogo autentico ha bisogno di sincerità». È quanto si è sentito mercoledì sera al Meeting, durante la presentazione del libro Dio salvi la ragione (Cantagalli, pp. 192, euro 17.50). Oltre ai contributi dei filosofi Spaemann e Glucksmann, il volume ospita le riflessioni dei tre professori universitari chiamati al tavolo, in un Auditorium come al solito stracolmo.
Quel fantomatico «islam moderato» di cui parlano spesso i giornali, magari poi inseguendo qualche apologeta del kamikazing per un'intervista o una comparsata in qualche festival, eccolo in carne e ossa. Non è un «islam debole» però, che beve birra e mangia carne di maiale perché dopo un soggiorno in Europa non si sente più così sicuro dei precetti del Corano: è un islam osservante, intellettualmente molto dotato, che si confronta lealmente con le parole di un Papa e trova anche molto interessante, per la propria religione, quello che Benedetto XVI va dicendo.
Wael Farouq, 34 anni, insegna Scienze islamiche presso la Facoltà copto-cattolica del Cairo. Il discorso di Ratisbona – dice – è stato profondamente frainteso. E non per caso, fa capire raccontando una storiella divertente: «Ai tempi della guerra fredda ci fu una gara automobilistica fra due automobili: una americana, l'altra sovietica. Vinse la prima. Il giorno dopo la stampa sovietica riportò i fatti nel modo seguente: “In una gara internazionale di automobili la macchina sovietica è arrivata seconda; quella americana penultima”. È esattamente quello che è successo con il discorso del Papa».
Il vero nemico della pace – dice Farouq, citando proprio le parole di Benedetto XVI – non sono le religioni ma «è la menzogna». Sia il nichilismo occidentale, sia il fondamentalismo fanatico «si rapportano in modo sbagliato alla verità»: il primo la nega, il secondo «accampa la pretesa di poterla imporre con la forza». C'è qualcosa che li lega, aldilà dell'apparente opposizione: un comune, «pericoloso disprezzo per l'uomo e per la sua vita, e in ultima analisi per Dio stesso». Il professor Farouq cita persino l'enciclica Deus caritas est , che si è letto e sottolineato. Essa insegna che un rapporto con Dio «corretto, ma senza amore» inaridisce la stessa fede, che la carità verso l'uomo è ciò che apre gli occhi verso Dio. Tutte queste cose, anche un musulmano lo può sottoscrivere.
Farouq ha ben presente la lotta in corso tra i fautori dell'identità e quelli della modernità all'interno dell'islam, e dice che il modernismo può essere a sua volta una forma di fondamentalismo. Lui ha studiato il razionalismo arabo. Per parlarne risale al medioevo, ad Averroè, grande commentatore di Aristotele, letto, studiato e stimato anche da Dante Alighieri. Il filosofo andaluso – dice Farouq, raccontando la storia della traslazione delle sue spoglie dal Marocco a Cordova, la sua città natale – è rimasto per l'islam un «corpo morto», inquietante. Se il suo razionalismo non ha attecchito nel mondo arabo è anche perché Averroè, a suo modo, accettò la separazione tra religione e ragione. Non fu solo una vittima del fanatismo religioso: «Perché i suoi libri non ebbero un influsso sulla vita reale? Perché oggi non vediamo gli effetti del suo pensiero nel mondo arabo-musulmano, come accade invece, ad esempio, con al-Gazzhali?». La risposta è proprio in quella tragica separazione tra ragione fede che il Papa ha denunciato a Ratisbona.
Sari Nusseibeh è uno dei più noti intellettuali palestinesi, rettore dell'Università di Al Quds a Gerusalemme Est. Secondo lui la domanda che il discorso di Ratisbona ha posto è «se la religione islamica, o più in generale la tradizione islamica, siano sostanzialmente irrazionali, e per questa ragione più disposte all'uso della violenza rispetto ad esempio alla cultura giudeo-cristiana o alla cosiddetta “tradizione occidentale”». La sua risposta è un no molto deciso: «La tradizione musulmana è imbevuta dello spirito razionale tanto quanto il cristianesimo». L'islam ha al suo interno «visioni conflittuali di concetti come verità, conoscenza, ragione», la cui gamma procede «dall'estremo razionalismo al misticismo più completo». Eppure «non avrebbe potuto toccare gli altissimi livelli di civiltà che ha raggiunto se non fosse stato capace di interiorizzare il cosiddetto spirito razionalista dell'ellenismo», cosa evidente se si osservano discipline come l'architettura o la medicina araba. L'islam, è vero, «ha dovuto affrontare una continua tensione tra fede e ragione, come se si trattasse di due percorsi verso la verità in competizione fra loro». Il dilemma non è una prerogativa musulmana però: «È un questione che dev'essere affrontata e gestita da qualsiasi religione».
Ma – dice Nusseibeh – il Papa a Ratisbona si è chiesto anche un'altra cosa: se una tradizione non-razionalistica (e lui nega appunto che l'islam sia tale) sia più esposta all'uso della violenza. Risponde anche qui di no: «Non c'è alcun rapporto di esclusione reciproca fra ragione e violenza. Informati dalla sola ragione, e agendo razionalmente, gli uomini sono in grado di commettere i crimini più odiosi». Le bombe «intelligenti» insegnano. Più che la ragione, per il professore palestinese è la «ragionevolezza», la moderazione la vera virtù, il vero antidoto contro i fanatismi. Le credenze altrui vanno rispettate. Possono essere sfidate a livello intellettuale e morale ma mai con la forza.

Il vero messaggio di Ratisbona – dice Nusseibeh – è un altolà del Papa «ai fanatismi religiosi e ideologici».

Joseph Weiler, ebreo, costituzionalista della New York University, ricorda che il Papa, oltre al discorso in Università agli scienziati, a Ratisbona tenne anche due omelie, e concentra la sua attenzione su quelle, di solito ignorate dai commentatori. Si dice francamente contrario alla lettura che il Papa fece delle parole di Isaia presenti nella liturgia di quella domenica: «Come ebreo mi ribello a una simile interpretazione. Annuncia una comprensione di Dio che i fedeli come me hanno sempre rifiutato: non ci appartiene, né ci potrà mai appartenere».

Ma dice anche che l'atteggiamento schietto di Benedetto XVI, che non si cura del politically correct , non è affatto offensivo per un ebreo come lui, anzi: «Il rispetto non si dimostra e non si guadagna con i compromessi sul nucleo essenziale della propria fede. La disonestà non può mai essere la base di un vero dialogo».

La schiettezza di Joseph Ratzinger, anzi, rende «maggiormente credibile la rinuncia alla coercizione in materia di fede» che i Papi stanno esprimendo in maniera molto chiara, a partire da quel Giovanni Paolo II che Weiler non esita a definire più volte «magnus», «grandissimo». Anche Benedetto XVI gli piace perché «i suoi messaggi ai fedeli in Chiesa non sono diversi da quelli che rivolge urbi et orbi». «In duemila anni di rapporti complessi, e a volte anche molto dolorosi – sostiene – non è mai esistito un dialogo giudeo-cristiano migliore e più ampio di quello iniziato da Giovani Paolo II e continuato dal suo fedele successore».
Nella sua «memorabile visita al Muro del pianto – ricorda Weiler –, depositando la sua preghiera di riconciliazione e pace nel luogo più sacro a noi ebrei, Papa Wojtyla si fece il segno della croce. Con quel gesto non ci arrecò nessuna offesa. Con la stessa mano che aveva infilato la preghiera fra le pietre del Muro del pianto si fece il segno della croce. La sua invocazione a Dio per la pace si sarebbe rivelata falsa se lui si fosse comportato in modo falso», cercando in qualche modo di nascondere la propria identità di cristiano per un malinteso senso di «rispetto».
I discorsi di Benedetto XVI a Ratisbona – fa notare – dicono qualcosa di importante non solo sull'islam, ma anche sull'Europa. Qui Weiler torna nei panni del giurista puro, e fa le pulci al Preambolo della «oramai defunta» proposta di Costituzione europea, mostrando che era impostata in base a uno schema secondo cui i «valori dell'umanesimo» e il «rispetto della ragione» sono qualcosa di opposto alla religione, che viene non solo «posizionata nella sfera privata» ma «bandita dalla sfera pubblica». «Dopo tutto la gente crede in un sacco di sciocchezze irrazionali»: può tranquillamente continuare a farlo, basta che non dia noia a chi governa. Questo era «il progetto» della Costituzione a cui Benedetto XVI si è opposto, del tutto a ragione secondo Weiler.
Ma il Papa non attacca solo la visione laicista, che vorrebbe imitare la ragione al discorso della scienza: «Senza timore, afferma, adoperando la medesima logica, che il semplice uso della parola “religione” non le conferisce di per sé un imprimatur di legittimità. Non basta dire “religione” perché tutto sia permesso: anche la religione resta sottomessa alla disciplina della ragione». È questo il vero messaggio di Ratisbona – dice lo studioso americano –, che il Papa, con un atteggiamento «coraggioso, impressionante», rivolge soprattutto ai suoi fedeli. La sfida di non separare ragione e fede investe in primo luogo i cattolici. Anche tanti cristiani – dice Weiler – le concepiscono ormai come due sfere disgiunte: «Quasi sono imbarazzati ad ammettere in pubblico di essere persone di fede». Il discorso di Papa Benedetto è cioè il suo modo di dire, come Giovanni Paolo II, ai cristiani: «Non abbiate paura».

© Copyright L'Eco di Bergamo, 24 agosto 2007

14 luglio 2007

Siamo alla svolta? Il Corriere della sera cita il libro del filosofo Glucksmann e definisce la lectio di Ratisbona "scandalosa e storica"


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Dal libro-intervista "Rapporto sulla fede": "Un teologo che non ami l'arte, la poesia, la musica, la natura, può essere pericoloso.

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SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

IL TESTO DEL MOTU PROPRIO (in italiano)

LA LETTERA DEL SANTO PADRE AI VESCOVI PER PRESENTARE IL MOTU PROPRIO.

Messa tridentina: il cardinale Barbarin (Francia) invita a rileggere la costituzione "Sacrosanctum Concilium" del Concilio Vaticano II

Pubblichiamo questo interessantissimo brano tratto dall'antologia del filosofo francese, André Glucksmann, " Dio salvi la ragione", Cantagalli (pp. 200, € 17.50).
Segue il mio commento non sul brano, ma sulla lectio di Ratisbona e successive reazioni
.
Raffaella

FEDE E RAGIONE

ANTEPRIMA André Glucksmann si schiera al fianco del pontefice per un'alleanza tra fede e ragione

DALLA PARTE DI PAPA BENEDETTO

A Ratisbona ha smascherato il nichilismo

di ANDRE' GLUCKSMANN

Il discorso di Ratisbona, raccomandando l'«autocritica», non attribuisce affatto soltanto ai musulmani la facoltà di scivolare nel fanatismo di una fede che rifiuta l'ausilio della ragione. Il riferimento a Duns Scoto, per il passato, e ai nichilisti di oggi indica quanto il rischio di una trasgressione fondamentale non risparmi nessuno, credente o non credente. Di qui il richiamo a ricentrare il dialogo delle religioni e il confronto dei credenti con gli agnostici: non accontentarsi dei voti che per essere pii rischiano di rimanere vuoti.
Il discorso di Ratisbona, quindi, invitava a non limitarsi a pregare insieme, nascondendo quello che dilania e separa gli uomini di fede nonostante la loro buona volontà così imperturbabilmente manifestata. Ponendo l'accento sulla necessità di esaminare in modo franco gli argomenti che irritano e i bagni di sangue nei quali annegano le nostre professioni di fede, Benedetto XVI resta fedele all'esortazione di Giovanni Paolo II, «non abbiate paura!». (...)
Una fede che ignori o eviti la modesta ragione filosofica rischia di trovarsi in balia di una violenza cieca. L'alternativa ragione-violenza non oppone le religioni una contro l'altra ma pone ognuna contro se stessa. L'imperativo della conoscenza di sé non riguarda le scelte passate e superate, ma le decisioni urgenti e presenti.
Quello che oggi, affascinati dall'Islam e dall'islamismo, chiamiamo «risveglio» delle religioni o «ritorno» della fede manifesta l'esatto contrario. L'Islam subisce una sorta di kidnapping, di Opa; le sue convinzioni più sincere sono deviate e confiscate da un culto della morte terrificante. Nel XX secolo il cristianesimo europeo ha conosciuto un fenomeno simile. In due riprese. Nella prima, durante la Prima guerra mondiale, i belligeranti hanno combattuto pretendendo che Dio li sostenesse. Ricordate Berlino nel 1914: la dichiarazione di guerra viene annunciata alla porta di Brandeburgo, il popolo non intona «Deutschland uber Alles», ma un cantico di Lutero musicato da Johann Sebastian Bach. Reciprocamente, quando Benedetto XV, durante la Grande guerra, chiede il cessate il fuoco, si scontra contro la «sacra unione» dei fratelli nemici, i vescovi cattolici tedeschi, francesi e belgi lo bocciano. Seconda esperienza: silenzio e impotenza del cristianesimo di fronte alla barbarie nazista.
In passato due rinunce sono state la disgrazia dell'Europa: uccidere in nome di Dio e chiudere gli occhi. Un tale nichilismo omicida e suicida imperversa di nuovo nell'attualità planetaria. Oggi come ieri, dei giusti, degli eroi, dei santi, spesso dei semplici cittadini resistono. (...)
Il discorso di Ratisbona, lungi dal costituire un'improvvisazione ispirata dall'attualità, addirittura una provocazione, come è stato affermato, tocca il punto più profondo del testo biblico e delle meditazioni insondabili delle tre religioni del Libro.

Chi uccide in nome di Dio può essere sia chi crede in Dio sia chi non crede. Se crede, si istituisce luogotenente di un potere arbitrario e privo di ragione; egli confonde Dio e Tifone e si permette di tutto. Se non crede, uccide in sé la ragione e si erge a supremo Tifone che non si vieta nulla. In entrambi i casi, l'oblio della ragione in cielo e in terra sopprime ogni differenza tra collera dall'alto e collera dal basso, identifica orgogliosamente uomo e divinità, sopprime la possibilità di distinguere bene e male.

La letteratura del XIX secolo, per lo più russa, ha esplorato in anticipo il vicolo cieco di una eliminazione definitiva dei divieti verso cui si precipiteranno, a testa bassa, un gran numero di posseduti del XX e del XXI secolo. (...) Ogni confessione deplora naturalmente che le altre non condividano i suoi ideali e la sua visione di Bene supremo. Per lungo tempo la ragione europea ha approfittato della pluralità dei servizi divini e del relativismo che ne deriva, pronta a instaurarsi come legislatrice e a sostituirsi alla fede, legittimandosi come religione assoluta. Questo era l'obiettivo dell'idealismo tedesco del XIX secolo, dei suoi epigoni e continuatori. A partire dalla collaborazione di Platone con Dioniso, tiranno di Siracusa, fino alle peggiori compromissioni degli zeloti di Lenin, Stalin o Hitler, l'orgoglio trascendentale, che inghiotte in un solo boccone sia la ragione che la fede, ci fa precipitare di catastrofe in catastrofe. Nel XXI secolo, alla fine postmoderna dei grandi racconti ideologico- storici, il nichilismo prospera nelle piaghe della filosofia, proclamando non soltanto la relatività dei beni e dei valori, ma più radicalmente la relatività del male. Da qui l'arbitrio irriducibilmente culturalista e di parte della nostra definizione di inumano. Violentare, perché no? Purificare etnicamente, perché no? Il genocidio, perché no? Uccidere padre e madre, fratello e sorella, why not? Il suicidio della ragione socratica genera mostri.
«Uccidi il prossimo tuo come te stesso! »
. L'imperativo nichilista oltrepassa allegramente i confini geografici e geopolitici. Esso copre ormai l'intero ventaglio delle violenze possibili e fa proliferare il massacro degli innocenti. Dalla bomba umana individuale, santificata come «bomba atomica dei poveri», fino alle armi di distruzione di massa a disposizione di personaggi che si fanno notare per la loro grande irresponsabilità, le minacce si moltiplicano. Il XX secolo ancora distingueva la capacità tecnica di porre fine alla storia umana (Hiroshima) dalla capacità spirituale di incidere senza scrupoli nella carne (Auschwitz). Hitler non ha mai posseduto la bomba e gli americani, che l'hanno costruita per resistergli, da parte loro non hanno mai ammesso una ideologia di morte. Stalin stesso, fortemente scosso per il rischio di crollo scampato dal suo potere nel 1941, non si è mai azzardato a trasgredire i due tabù della dissuasione. Ecco perché la Guerra fredda è rimasta fredda.
Questi due divieti, che impongono ritegno e prudenza, tengono sempre meno a freno i furori di guerra. Il ricordo di Hiroshima si offusca, la memoria di Auschwitz viene contraddetta e banalizzata. La percezione del male è derisa. Da un lato vi sono gli Stati padrini, dotati dell'arma assoluta, che si considerano santuarizzati; dall'altro, le organizzazioni terroriste senza legge né scrupoli; fra i due, un nichilismo generalizzato tesse una tela patogena.
Ragione e fede devono far emergere insieme una sfida nuova: il nichilismo trasforma la forza di fare in capacità di disfare e la volontà di potere in volontà di nuocere.
La religione ha bisogno di una ragione autonoma che non saprebbe sostituirsi a essa. Esercitando una funzione rettrice in un campo interamente sottomesso alla sua giurisdizione, quello delle virtù teologali (fede, speranza, carità), la religione si avvicina maggiormente alla ragione nel campo più secolare delle virtù chiamate cardinali. (...) Il nichilismo si sforza di rendere il male non visibile né dicibile né pensabile.

Contro una simile devastazione mentale e mondiale, la lezione di Ratisbona richiama «la fede biblica» e «gli interrogativi della filosofia greca» a rinnovare senza concessioni una alleanza che mi auguro sia definitiva e vittoriosa.

© Copyright Corriere della sera, 14 luglio 2007


LA POLEMICA

Un laico difende il discorso «scandaloso»

Dario Fertilio

Laico, progressista, di origine ebraica: André Glucksmann (nella foto) è un alleato che non ti aspetti per il Papa. Eppure, nell'antologia, in uscita la prossima settimana, che include il famoso, quasi «scandaloso», discorso di Ratisbona, il saggio del filosofo francese sul rapporto tra fede e ragione (di cui pubblichiamo un ampio estratto) costituisce forse la punta più avanzata e militante.
È una chiara presa di posizione in favore di Ratzinger: piena apertura al dialogo tra tutte le culture; confronto ma anche distinzione tra i contenuti dottrinali delle varie religioni; denuncia inequivocabile della violenza giustificata da una qualsiasi fede; opposizione a ogni forma di relativismo postmoderno.
È a questo complesso di affermazioni che aderisce Glucksmann. Sullo sfondo si staglia lo storico discorso di Benedetto XVI (pronunciato il 12 settembre scorso, nell'anniversario della liberazione di Vienna dalle armate turche), che fece rumore per il passaggio in cui il Papa sembrava mettere direttamente in relazione la violenza della guerra santa con la predicazione di Maometto.
In realtà, era soltanto una citazione dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, che nel 1391, dialogando con un intellettuale persiano, aveva espresso un pensiero chiaro: la conversione mediante la violenza è sbagliata, non agire secondo ragione è contraria alla natura di Dio.Tanto era bastato perché l'islamismo ideologico e radicale, in numerosi Paesi, gridasse allo scandalo e al sacrilegio, in qualche caso incitando alla violenza, fino all'uccisione di una suora in Somalia.

Il tutto, nel silenzio di molti ambienti occidentali e di gran parte del cosiddetto Islam moderato.

Contro tutto questo, oggi, si schiera Glucksmann. L'antologia che ospita il suo scritto, intitolata significativamente Dio salvi la ragione, è pubblicata dall'editore Cantagalli (pp. 200, € 17.50). Oltre alla lectio magistralis di Ratisbona e a due omelie pronunciate dal Papa durante il viaggio in Baviera, contiene saggi di vari altri studiosi: l'americano Joseph Wailer; il tedesco Robert Spaeman; il palestinese Sari Nusseibeh; l'egiziano Wael Farouq.

© Copyright Corriere della sera, 14 luglio 2007

Cari amici, siamo di fronte ad un fatto epocale. Finalmente qualcuno si arma di "coraggio" e decide di guardare al di la' del proprio naso per cogliere la portata (storica, appunto) della lectio magistralis, tenuta dal Papa a Ratisbona nel settembre 2006. Il brano di Glucksmann mi piace molto perche' evidenzia i punti focali del discorso del Papa: il rapporto fra fede e ragione, l'assoluta' negazione della violenza perpetrata in nome della fede e il "richiamo" di Benedetto XVI alla societa' occidentale (piu' che alll'Islam), sconvolta dal nichilismo e dal relativismo.
Da notare anche il commento de "Il Corriere della sera" che, forse per la prima volta (a parte gli editoriali di Magdi Allam), si spinge a parlare di discorso "scandaloso" (io userei l'aggettivo "coraggioso") e storico.
Non vorrei che fossimo finalmente arrivati al punto di svolta...era ora! C'e' voluto quasi un anno ma, alla fine, si e' compresa la portata "rivoluzionaria" della lectio
.
Raffaella