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13 gennaio 2008

La “provocazione” dei Dialoghi tra Manuele II Paleologo e l’anonimo Persiano (prefazione di Mons. Fisichella al libro “Dialoghi con un Persiano”)


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La “provocazione” dei Dialoghi tra Manuele II Paleologo e l’anonimo Persiano

Rino Fisichella

ROMA, sabato, 12 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'introduzione di monsignor Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense, al volume “Dialoghi con un Persiano” di Manuele II Paleologo (Rubbettino Editore), contenente la versione integrale del controverso testo citato da Benedetto XVI a Ratisbona.

La lectio accademica di Benedetto XVI nella sua antica università di Regensburg il 12 settembre del 2006 ha riportato in auge, malgré lui, un testo antico di notevole significato. Dimenticato da molti, conosciuto a tanti, i Dialoghi con un Persiano di Manuele Paleologo rappresentano un tentativo di apologetica del tardo medioevo che solo pochi esperti della materia conoscono. Se ai tanti commentatori della lezione di Regensburg fosse stato spiegato almeno il contesto storico e teologico di quelle pagine, probabilmente non si sarebbe assistito al gioco degli equivoci che ha dominato per settimane la scena internazionale con punte di violenza del tutto gratuite e ingiustificate.

La pubblicazione dei Dialoghi, da questa prospettiva, si presenta come una risposta intelligente che, lontano dalle polemiche, permette di accostarsi al testo nella sua traduzione originale e completa. Esso costituisce un contributo di valore per verificare direttamente quanto i due protagonisti dell’opera avessero reciproco rispetto e profonda stima l’uno dell’altro, tanto da far arrossire quanti hanno voluto speculare sulla vicenda con argomentazioni deboli e richieste pretestuose.

Va dato il meritato riconoscimento a Francesco Colafemmina non solo per aver avuto l’idea di pubblicare i brani in questione, ma soprattutto per la fatica compiuta di averne fornito una sua traduzione fedele al testo greco originale sia nel genere che nella terminologia, non sempre facilmente traducibile per gli inevitabili riflessi del sentire contemporaneo. La sua Introduzione ai Dialoghi permette di conoscere la personalità dell’ultimo grande imperatore romano e familiarizzare con la sua profonda fede e spiritualità. Bisogna dare atto a Colafemmina di essere riuscito bene nell’impresa non facile, soprattutto per aver creato uno scenario storico e contenutistico che favorisce la ricostruzione di un contesto necessario e inevitabile per la più coerente comprensione dei personaggi coinvolti nel dialogo e delle loro rispettive considerazioni.

I Dialoghi tra Manuele II Paleologo e l’anonimo Persiano – di cui sappiamo solo essere un “muteriz”, cioè un uomo sapiente a cui tutti portavano rispetto – non sono molto conosciuti nella storia dell’Apologetica. Come spesso avviene, la ricostruzione storica preferisce muoversi tra i più facili viali dei famosi maestri e delle scuole di pensiero, piuttosto che addentrarsi nei complicati meandri di opere secondarie e autori sconosciuti. La dimenticanza di questi, tuttavia, non permette di avere una visione completa della problematica e la stessa ricostruzione storica lascia il fianco scoperto. D’altronde, anche alla luce dei fatti recenti, chi potrebbe dire con assoluta certezza che il Liber creaturarum del catalano Raimondo da Sebunda (1385-1436), rettore della prestigiosa scuola di Toulouse abbia avuto più fortuna dei Dialoghi dell’imperatore Paleologo? O, forse, il Dialogion de fide cattolica e il Contra perfidiam Mahumeti del certosino Dionigi di Ryckel (1402-1471) hanno argomentazioni più delicate di quelle contenute delle pagine dei Dialoghi con il Persiano? Se, probabilmente, il De pace seu concordantia fidei del cardinale Nicolò Cusano (1401- 1464) ebbe maggior eco dei Dialoghi, chi può attestare che l’Adversus Iudaeos et Gentes dell’umanista fiorentino Giannozzo Manetti (1396-1459) abbia avuto maggior influsso dello scritto di Manuele II? Gli autori citati sono contemporanei dell’ultimo imperatore romano, morto come monaco, e trovano più o meno spazio nelle diverse storie dell’apologetica, mentre nessuna di queste fa menzione dei Dialoghi.

La storia, come si sa, percorre spesso sentieri che gli stessi storici non possono determinare. Con ragione osserva Colafemmina nella sua Introduzione: «Attraverso le contorte vie della storia, possiamo attingere al significato autentico di quest’opera soltanto dopo esserci stupiti di una dimensione spirituale tanto sublime quanto aliena dalla nostra tradizione». A dispetto di tanti maestri di apologetica, Manuele II sembra essersi preso la rivincita, lui che proprio agli inizi dei Dialoghi diceva al Persiano avrebbe dovuto rivolgersi a «coloro che per mestiere insegnano la nostra religione» (I, 3), ai teologi! Caduti nel silenzio i grandi nomi di apologisti che nei loro scritti – come usuale all’epoca sia da parte cristiana che reciprocamente ebrea e mussulmana – hanno spesso espressioni che fanno impallidire quelle che si trovano nei Dialoghi, torna alla ribalta uno scritto privato, stilato per informare il fratello di come si passavano le noiose giornate alla corte, che presenta tratti di genuina riflessione e con elementi di metodologia che hanno grande valore per il dialogo contemporaneo.

Il primo tratto che merita di essere considerato, infatti, è proprio la metodologia che i due interlocutori adottano. Emerge in maniera impressionante, ad esempio, che i due non si interrompono mai. Il loro linguaggio, pur fermo e preciso nelle argomentazioni non è mai sguaiato e nessuno intende mai mettere l’altro in uno stato di imbarazzo per quanto viene dicendo. È interessante, invece, osservare che si danno spazi di silenzio – elemento fondamentale per l’ascolto e la riflessione – per favorire l’accoglienza del discorso e trovare una risposta adeguata, frutto non dell’emotività del momento, ma della riflessione prolungata.

Sul piano del rapporto interpersonale, inoltre, i due interlocutori mostrano di avere la consapevolezza del rango e del potere che possiedono; questo, tuttavia, non impedisce loro di entrare nel merito dei contenuti del dibattito, in alcuni momenti, con espressioni che oggi troveremmo certamente estranee al politically correct. In effetti, i Dialoghi sono un vero dibattito.

Abituati come siamo ad avere una visione parziale del dialogo, il testo del Paleologo mostra con chiara evidenza che quando due interlocutori intendono intraprendere la via del dialogo devono avere chiara la loro identità e, in nome della verità a cui aderiscono, non hanno alcuna intenzione di abbandonare le proprie posizioni per accettare immediatamente quelle dell’altro. Al contrario. Qui emerge in modo chiaro che tanto il Persiano quanto Manuele II sono ben consapevoli della verità delle loro rispettive posizioni e nell’esporre i contenuti della loro fede hanno in cuore di convincere l’altro della bontà della loro scelta. Lo fanno in maniera diversa: con passione e convinzione l’imperatore; con distacco e quasi indifferenza il Persiano.

Ambedue, comunque, entrano nel vivo dei rispettivi contenuti e pur rispettandosi non negano quanto li divide. Ciò che spinge il Muteriz a mettersi in ascolto dell’imperatore è detto da lui stesso in maniera diretta: «Ho sempre avuto il desiderio di imparare a conoscere la vostra religione. E non mi sono mai imbattuto in alcun Cristiano che avesse una cultura e un’esperienza religiosa tale da potermi spiegare alcunché in maniera chiara e proprio come lo desideravo» (I, 2). Si nota che il desiderio di conoscere trova corrispondenza solo là dove viene riconosciuta non solo la competenza, ma anche la coerenza della vita. Si pongono insieme, infatti, “cultura” ed “esperienza”, come dire: la vera forma di comunicazione non si esprime nella sola conoscenza dei dogmi, ma anche nella testimonianza di vita che ne segue.

Manuele II, da parte sua, esprime nei confronti del Persiano un’attenzione degna di nota: «Egli aveva, come è naturale per queste ragioni, una mente non in grado di poter attingere adeguatamente al pensiero divino nascosto nelle Scritture; sicché discorremmo non come sarebbe stato opportuno, ma nella maniera in cui per lui sarebbe stato possibile comprendere ciò che si diceva» (Proemio, 4). Dalla prospettiva cristiana, questo ha un grande valore simbolico soprattutto se confrontato con i testi dell’epoca dove l’argomentazione si fondava sull’autorità della Sacra Scrittura.

L’imperatore, a differenza del teologo, comprende con maggior lucidità che non può argomentare con il mussulmano sulla base dei vangeli ma deve trovare una strada diversa che gli permetta sia di essere compreso nella sua esposizione sia di contraddire la verità dell’interlocutore. Non so se il Paleologo avesse mai letto il Monologion di Anselmo, ma certamente la sua argomentazione trova riscontro in quanto il santo vescovo scriveva: «Remoto Christo quasi nulla sciatur de Christo […] necessariis rationibus sine Scripturae auctoritate». La ragione, non la fede, è la vera protagonista dei Dialoghi. Un passo esplicito conferma questa nostra lettura: «Se tu credessi alle Scritture, io non avrei molto da dirti […] Visto che al momento non vuoi credere alle Scritture, facciamo che se quando uno di noi cita un passo della Scrittura l’altro lo accetta, allora ci serviremo giustamente delle Scritture nel nostro dialogo, per quanto possibile. E qualora avvenga diversamente, non ci resta che servirci delle argomentazioni e cercare con verosimiglianza, per quanto ci è concesso, dove sia possibile trovare la verità» (I,7).

Insomma, riscontriamo le tracce della genuina apologia che riconosce la sua magna charta nel testo di Pietro: «Sempre pronti a dare ragione (apolog…a) della speranza che è in voi» (1 PT 3,15). Per entrare ancora più direttamente nel merito dei contenuti è necessaria un’ulteriore considerazione che possiede un valore rilevante. Probabilmente, il culmine dell’argomentare di Manuele II si trova nell’espressione: «Il non agire secondo ragione è alieno da Dio» (VII, 3). Questa convinzione accompagna certamente l’intera tradizione cristiana da sempre; la sua concettualizzazione, comunque, trova terreno fecondo ai tempi di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Non è il caso di far riferimento ai testi di Agostino o di Anselmo in proposito. La loro posizione è ben conosciuta e trova riscontro in quella sintesi agostiniana del credo ut intelligam e intelligo ut credam che sfocerà nella felice intuizione anselmiana della fides quaerens intellectum. Per secoli questa posizione fu il fondamento del pensare cristiano.

Il cambiamento comincia a verificarsi con il sorgere delle università all’inizio del XIII secolo. Questo porta con sé la scoperta di un’altra autorità che si affianca a quella della Scrittura, la ratio. La scoperta di Aristotele fatta in un primo momento dai commentari di Averroè (1126-1198) è, da questo punto, di importanza decisiva. Si sa che il maestro professava l’Islam e, comunque, i suoi scritti furono visti con sospetto e lui stesso morì in disgrazia come eretico. La sua opera, comunque, penetrava nel pensiero occidentale e andava ad intaccare diversi contenuti della fede a cui anche i nostri Dialoghi fanno eco: la libertà della creazione, l’origine e la fine del mondo, la divina provvidenza, la risurrezione e l’immortalità, l’incarnazione e la redenzione, la Chiesa e i suoi sacramenti… in una parola, l’uso dell’aristotelismo metteva in crisi il pensiero cristiano.

Una prima reazione si ebbe con lo scritto di Alberto Magno voluto da papa Alessandro IV, Sull’unità dell’intelletto contro Averroè, ma la vera sfida doveva venire in maniera più positiva e profonda attraverso l’intelligenza di Tommaso d’Aquino. Gli scritti di Aristotele cominceranno ad essere accessibili a partire dal 1230, Tommaso ne aveva ormai diretta conoscenza e comprendeva come, in primo piano, il vero problema che stava sul tappeto era la quaestio de veritate. I suoi commentari ad Aristotele mostravano che gli scritti del filosofo erano molto più coerenti con la dottrina cristiana di quanto non pensasse Averroè; anzi, la fede veniva a porsi come completamento e correzione di quanto il filosofo aveva scritto a tal punto da diventare un riferimento decisivo per l’intero pensiero cristiano. Nel suo Summa contra Gentiles seu De veritate catholicae fidei, Tommaso, fin dalle prime battute, pone la questione del metodo apologetico: il sapiente è tale se considera tutte le cose alla luce della verità; quindi, alla luce del principio primo da cui tutto deriva.

La stessa rilevazione degli errori appartiene al desiderio che ognuno possiede per raggiungere la verità e, pertanto, questa fase è necessaria tanto quanto la scoperta della verità stessa. «Lo studio della sapienza – scrive il Dottore Angelico – è il più perfetto, sublime, utile e giocondo, fra tutti gli studi dell’uomo [...] Avendo dunque assunto l’ufficio del sapiente, per divina bontà, sebbene sorpassi le nostre forze, ci proponiamo di chiarire, secondo la nostra debolezza, quella verità che professa la fede cattolica, eliminando gli errori opposti [...] Però è difficile combattere contro ogni errore singolo, per due motivi. Primo, perché non ci sono completamente noti i detti sacrileghi di tutti, in modo da ricavare da ciò che dicono gli argomenti contro gli stessi loro errori [...] Secondo, perché alcuni di loro, come i maomettani e i pagani, non accettano come noi l’autorità di qualche Scrittura, con la quale possano essere persuasi; mentre contro i Giudei possiamo disputare per mezzo dell’Antico Testamento, e con gli Eretici per mezzo del Nuovo; ma i primi non accettano né l’Antico né il Nuovo Testamento e, quindi, si rende necessario ricorrere alla ragione naturale a cui tutti devono per forza assentire; però essa è manchevole nelle cose che riguardano Dio» (I, 2). Per Tommaso, la conclusione è una sola: la fede con la sua verità, pur eccedendo la verità della ratio, non sarà mai contraria alle verità che la ratio raggiunge da sé; essa, pertanto, ha un valore universale.

Ritornando ai nostri Dialoghi, si legge con una nota di amarezza l’osservazione dell’imperatore: «Non avendo mai gustato la libertà della Verità, non la desiderava quanto avrebbe dovuto» (Proemio, 2). Se si vuole, qui si riscontra il nodo ligneo della questione: l’esperienza della libertà come frutto della conoscenza e della scoperta della verità. Una verità che non può essere solamente dimostrata, ma mostrata come offerta di senso che apre spazi fino a quel momento inimmaginabili.

Il Muteriz era curioso di conoscerla, ritorna spesso come un ritornello la sua richiesta: «Dobbiamo trovare la verità [...] bisogna permettere, per quanto ci è concesso, che la verità venga cercata, così, ovunque essa sia» (I, 10); tuttavia, non sembra disposto a immergersi in una verità che giorno dopo giorno apre sempre nuovi spazi di conoscenza e di libertà. È qui che si gioca uno dei temi fondamentali della peculiarità del cristianesimo nel complesso delle religioni. L’imperatore se ne fa interprete quando dice: «Noi cerchiamo l’approdo con la fede piuttosto che con il metodo, l’arte e il raziocinio. Tuttavia, per quanto possibile, ci serviamo di quelle argomentazioni che sono probabilmente giuste. Laddove la fede non persuade, abbiamo bisogno di una dimostrazione inconfutabile generale e concorde» (I, 13).

La fatica del credente è spesso quella di mostrare la ragionevolezza dei suoi contenuti e delle proposte che ne derivano, evidenziando che non sono primariamente frutto della fede, ma della ragione che cerca la verità e in essa trova la libertà corrispondente. Quanto avviene tra Manuele II e il Persiano è chiaro: davanti alle argomentazioni stringenti dell’imperatore, il Muteriz si convince, ma non riesce a credere. La sua richiesta di verità è certamente sincera, ma non è in grado di far compiere alla ratio tutto il suo percorso, quello di abbandonarsi al credere. Più volte nel corso del dibattito emerge questa dimensione fideistica del saggio persiano che gli impedisce di oltrepassare la soglia per raggiungere la piena verità che la stessa ragione intuisce; è il rimprovero che gli muove l’imperatore: «Ciò lo dici sempre e mai lo dimostri» (VII, 22).

Fede e ragione per il Muteriz vanno separate e non possono camminare insieme; quando c’è una non deve esserci l’altra. Per l’imperatore, al contrario, l’una richiede l’altra e non può esserci forza della fede senza la ragione, così come non può esserci forte ragione senza la certezza della fede. Al fondo si trova la radicale differenza tra le due religioni: una pensa di possedere la verità data una volta per sempre nel Corano, mentre il Cristianesimo sa che la sua verità è una Persona, Gesù di Nazareth, Dio che entra nella storia e, pertanto, rimarrà sempre come una indagine e ricerca che troverà riposo solo alla fine dei tempi.

Se si vuole, i Dialoghi manifestano il desiderio profondo di conoscere la verità che anima da sempre l’uomo. Manuele II, in questo dibattito, emerge come una figura carica di passione e convinzione; in lui si nota una motivazione teologica, forse inaspettata ma non per questo meno reale e convincente. Si potrà non seguire l’imperatore nel momento in cui esprime giudizi che appartengono al contesto storico di un’interminabile guerra che lo aveva perseguitato lungo il corso dei quasi quarant’anni di impero. Il suo argomentare, comunque, rimane forte, lineare e carico di ciò che oggi chiamiamo la “logica dell’incarnazione”.

Seguire il suo ragionamento riporta al dilemma che da sempre segue il cristianesimo: cur Deus homo? Perché Dio si è fatto uomo rimarrà come l’interrogativo che trova riscontro solo se si accoglie l’evento di Gesù di Nazareth come il rivelatore e la rivelazione ultima del Padre. Il perché dell’incarnazione non è una domanda retorica, ma immette in quella problematica che pone domande all’antropologia e alla religione nel loro mutuo rapportarsi, chiedendo di dare risposte cariche di senso e definitiva pena il rimanere nell’incertezza e nel dubbio esistenziali. Il perché dell’incarnazione permette a Manuele II di andare diritto al cuore del mistero cristiano per far emergere la sua originalità dinanzi alla legge mosaica e all’universo delle religioni. In particolare, comunque, la cosa si imponeva nei confronti dell’Islam verso il quale l’imperatore si muoveva con argomentazioni di una logica stringente. Paleologo viveva sulla sua pelle la perenne conquista di nuove terre e imperi che veniva fatta con la violenza della spada da parte dei sultani.

Questo poneva certamente degli interrogativi a un uomo di fede come lui che aveva esperienza del cristianesimo come un processo di evangelizzazione che vantava dei martiri, ma non ne faceva. Nonostante questo, il suo era il tentativo di comprendere una religione che avrebbe distrutto il suo stesso Impero e dominato il cuore del cristianesimo, Aghia Sophia. Questo non avveniva come un fatto post eventum, al contrario. Ciò che spingeva Paleologo al dialogo con l’Islam era il desiderio di conoscere e dare ragione della sua fede al Persiano che lo interrogava. Era chiamato a dare una ragione a qualcosa di nuovo, di diverso e lontano dal suo credo, ma doveva farlo in nome della verità.

Non si va lontano se si pensa che questi Dialoghi sono caratterizzati da una antesignana “teologia della storia”, con la quale si tenta di dare senso e risposta all’interrogativo impresso dalla dinamica della storia. Non poteva essere estraneo a Manuele II l’interrogativo di come fosse che l’Islam mettesse a repentaglio la cultura e la conquista del cristianesimo. La domanda diventava provocazione quando pensava che la storia della salvezza in cui credeva, quella che progressivamente si era sviluppata dal villaggio di Nazareth fino a diventare un impero che oltrepassava la grandezza di quello antico romano, veniva messa in discussione e perfino distrutta dall’Islam. Una religione che pur onorando Gesù, tuttavia negava il suo vangelo come Parola di Dio offerta agli uomini per la salvezza di tutta l’umanità e impediva al suo regno di estendersi.

Rileggere queste pagine in un periodo come il nostro che soprattutto a livello politico vede aperta la questione sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea non è privo di attualità. La vicenda di Manuele II potrebbe aiutare non poco per addentrarsi nei meandri di una questione certamente complessa per il peso storico e culturale che possiede. Soprassedere su questa dimensione, tuttavia, potrebbe rendere più facile il faticoso lavoro del politico, ma non aiuterebbe a trovare la via più coerente da percorrere per guardare al futuro con maggior lungimiranza e intelligenza. I tempi dell’imperatore Paleologo furono segnati, come si sa, dai particolarismi nazionali che vedevano Bisanzio ormai lontana e non meritevole di essere difesa. Eppure, Costantinopoli era stata il centro e il cuore pulsante dell’Impero. Da là proveniva la tradizione che univa l’oriente e l’occidente in una sintesi tanto unica quanto feconda che aveva permesso a diversi regni e culture di fondersi insieme per diventare “Europa”.

A distanza di più di cinque secoli la storia sembra ripetersi. L’Europa di oggi vede l’antica Bisanzio distante, lontana e ha paura per la sua diversità culturale che i secoli hanno imposto. Le radici di quella terra, tuttavia, anche se rare e secche sono cristiane. Santa Sofia potrà anche essere stata trasformata in un museo, ma il volto del Pantocrator non ha potuto essere tolto. È stato coperto, non distrutto. Efeso, Antiochia, Tarso, la Cappadocia… con i loro segni permangono nel ricordare la fecondità della presenza cristiana e la ricchezza intellettuale che ne è scaturita.

La figura di Manuele II è segno anche di questo. Da una parte egli ricorda l’attenzione che si deve a questa terra e a ciò che ha prodotto; dall’altra, invita a non sottovalutare le provocazioni presenti che dovrebbero scuotere non poco la generale indifferenza dei paesi europei. Ragione e fede devono riprendere inevitabilmente il loro cammino comune. Benedetto XVI, a più riprese, ha ribadito che questa strada non solo permette al cristianesimo di essere fecondo nella via dell’evangelizzazione, ma consente anche ai non credenti di accogliere il messaggio di Gesù Cristo come ipotesi carica di senso e decisiva per l’esistenza.

Riprendere tra le mani il dialogo tra un imperatore cristiano e un Muteriz mussulmano del XV secolo potrebbe essere un’efficace provocazione, soprattutto nell’attuale complesso mutamento culturale in cui siamo inseriti, per comprendere quanto sia decisiva la conoscenza corretta dei fenomeni, l’importanza del saper dare ragione della propria fede e la necessità di raggiungere la verità come porto sicuro per dare alla vita la certezza definitiva di cui ha bisogno.

© Copyright Zenit

Rubbettino Editore: presentazione del volume "Dialoghi con un Persiano" di Manuele II Paleologo


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Chi e' di Roma dovrebbe, se puo', partecipare a questo bellissimo incontro con persone di tutto rispetto (VERI PROFESSORI).
R.


DIALOGHI CON UN PERSIANO

di MANUELE II PALEOLOGO

curato da FRANCESCO COLAFEMMINA
prefazione di RINO FISICHELLA


Venerdì 18 gennaio 2008, ore 18.00
presso la Pontificia Università Lateranense
in Piazza S. Giovanni in Laterano, 4


interverranno Rino Fisichella, Nicola Bux Sandro Magister, Giovanni Maria Vian

Sarà presente il curatore e traduttore Francesco Colafemmina

La versione integrale del controverso testo citato da Benedetto XVI a Ratisbona “Il non agire secondo ragione è alieno da Dio” – è il messaggio dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo 1350-1425), che papa Benedetto XVI ha inteso raccogliere nella sua Lectio magistralis all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006.
Questo il nodo della contesa, ma anche lo stimolo per un dialogo aperto tra cristiani e mussulmani. È quanto accade in queste dotte, ma al tempo stesso ironiche, conversazioni tra Manuele II e un muteriz, un sapiente della legge islamica, impegnati in apologetiche confutazioni delle proprie fedi con spirito più sportivo che belligerante. Sarà anche per questo che, a distanza di così tanti secoli, i Dialoghi continuano a interrogarci e a provocare le nostre culture, combattute tra una razionale ricerca della Verità e una ragionevole aspirazione alla pace e alla comprensione reciproca.


Maria Rizzo
Ufficio Stampa
0968 6664210
0968 662055

Rubbettino Editore

4 gennaio 2008

E' possibile il dialogo fra Cristianesimo e Islam? (Messina per il "Corriere")


Vedi anche:

IL PAPA E L'ISLAM: LO SPECIALE DEL BLOG

LA LECTIO MAGISTRALIS DI RATISBONA

Unomattina e raitre di nuovo "partigiane" sulla moratoria dell'aborto

Rosso "malpela" nuovamente la rai (Mannoni, tg3, non equidistante)

2,8 milioni alle udienze del Papa nel 2007; grande diffusione per il libro su Gesù: servizio di "H2O"

NATALE, LE PAROLE DEL PAPA DA RICORDARE ("IL TIMONE")

La celebrazione spagnola «per la famiglia cristiana» (Osservatore Romano) e la "risposta" di Zapatero (Corriere)

Cresce il successo internazionale del libro di Benedetto XVI "Gesù di Nazaret" (Radio Vaticana)

La Giornata del Papa tra firme, passeggiate e tv (Accattoli per il "Corriere")

Vaticano, effetto Ratzinger: per incontrarlo sono arrivati in 3 milioni. Successo in libreria. Offerte raddoppiate (Bartoloni per Corriere della sera)

Nel segno di Madre Teresa, la prima visita di Benedetto XVI del 2008:domani il Papa si recherà nella Casa “Dono di Maria” in Vaticano

Moratoria sull'aborto: gli editoriali di Giuliano Ferrara

Anselma Dell’Olio (intellettuale e moglie di Giuliano Ferrara): "Io femminista, d’accordo con Giuliano"

Per ridere di gusto: la esilarante "cronomail" di "Avvenire" per il 2008 :-)

Quel deficit di speranza male oscuro del nostro tempo (Colombo per "Avvenire")

Perché il Papa ha le scarpe rosse? Perché indossa un berretto bianco? Perché ha un anello? I bambini interrogano Mons. Georg

Moratoria sull'aborto: agitazione e parole grosse

Anche stamattina, su Raiuno, contestazioni al Vaticano...senza contraddittorio

Grazie alla segnalazione di Marco leggiamo:

Religioni L'edizione critica del testo di Manuele II Paleologo citato da Ratzinger a Ratisbona

Islam, il dialogo che non ci fu

Di Branco: confronto sempre aspro fra cristiani e musulmani

di DINO MESSINA

In questa nuova fase di confronto con l'Islam, anche alla luce del prossimo incontro di Papa Ratzinger con 138 intellettuali e teologi musulmani, è lecito chiedersi: quale dialogo ci fu nei secoli precedenti?
Uno degli specialisti più adatti a rispondere è Marco Di Branco, docente di storia bizantina all'università della Basilicata, curatore dell'edizione critica del Dialogo della discordia
uscito dalla Salerno editrice ( e 8, pagine 78).
Il dialogo della discordia non è altro che la settima controversia teologica tra Manuele II Paleologo, coltissimo imperatore dell'Impero romano d'Oriente, nato a Costantinopoli nel 1350 e morto dopo aver regnato per 34 anni il 21 luglio 1425, e «il persiano», in realtà un religioso turco identificabile con Haci Bayram Veli, fondatore di una confraternita sufi. Quel testo è diventato famoso il 12 settembre del 2006, perché citato da Papa Ratzinger nel controverso discorso di Ratisbona. Un discorso teso a favorire il dialogo interreligioso e che invece provocò un incidente diplomatico con le autorità religiose islamiche. Sotto accusa la frase di Manuele II Paleologo: «Dimmi che cosa avrebbe istituito di nuovo Maometto: non troverai che cose malvagie e inumane, come la sua idea di far progredire con la spada la fede che egli predicava».
«Bisogna distinguere — sostiene Di Branco — tra la tolleranza reciproca (vi sono state fasi in cui si è lasciata ampia libertà di culto) e dialogo religioso. Il testo di Manuele II Paleologo che io presento è in tal senso molto interessante perché dimostra l'impossibilità di un vero dialogo teologico tra i rappresentanti di religioni diverse, soprattutto di quelle monoteiste. Il vero scopo non è ascoltare le ragioni dell'avversario ma dimostrarne l'errore, metterne in luce la pochezza, quando si tratta di parlare del vero Dio. Che è uno solo, per i cristiani così come per i musulmani». E allora succede che nei testi cristiani come queste controversie di Manuele II, «il persiano», così definito in virtù della storica contrapposizione fra Persia e Grecia antica, si ritragga alle obiezioni più pesanti, sul più bello si ritiri con i suoi a meditare nella tenda, non venga mai fuori con argomentazioni di un qualche peso.
Secondo Di Branco, dunque, il dialogo religioso tra Islam e Cristianesimo è una chimera, oggi come ieri. Anche perché, spiega nella lunga introduzione alla controversia di Manuele II, non è mai esistita un'età dell'oro del dialogo interreligioso.
Una tesi opposta a quella del teologo gesuita Samir Khalil Samir, il direttore del Centro di documentazione arabo-cristiana molto ascoltato dal Papa. Per Samir le controversie della letteratura medioevale possono costituire un modello per l'oggi: «I nostri predecessori — ha scritto il teologo gesuita — erano molto più vicini al pensiero patristico e nello stesso tempo al pensiero musulmano. E sono convinto che è precisamente questo il grande contributo dei cristiani dell'epoca, purtroppo assolutamente sconosciuto al pensiero cristiano mondiale. Sono stati loro i primi ad avere ripensato la fede in funzione dell'Islam e, in un certo senso, sono stati forse i primi cristiani in assoluto ad avere ripensato la fede cristiana in funzione di un'altra religione».
Il primo campione del dialogo interreligioso è Giovanni Damasceno, arabo di nascita e cristiano di fede, vissuto tra il 650 e il 750. Peccato, osserva Di Branco, che nel suo dialogo immaginario tra un saraceno e un cristiano a ogni obiezione di quest'ultimo il musulmano «finisca sempre per tacere in preda allo sconforto o addirittura per abbandonare la disputa con impotente dispetto». La stessa scena si ripete nella Bagdad abbasside della controversia tra il patriarca nestoriano Timoteo I (780-823) e il califfo al-Mahdi: «Più che con un dialogo abbiamo a che fare con un catechismo apologetico a uso delle comunità cristiane sottoposte alla dominazione musulmana». Mai un califfo avrebbe accettato di farsi trattare come avviene in questi dialoghi apologetici di parte cristiana.
A questo punto è d'obbligo chiedere a Di Branco cosa pensi della discussione che si è svolta nei mesi scorsi sui «cattivi maestri islamisti» e sul caso Tariq Ramadan, un personaggio che non corrisponde certo alla tipologia remissiva del «persiano » protagonista del dialogo. «Io credo — risponde Di Branco — che Tariq Ramadan abbia un approccio giusto sulle questioni politiche. Mi interessa molto lo sforzo di questo intellettuale musulmano, che ha scelto di vivere in Europa, di dialogare con l'Occidente sulle questioni sociali, portando avanti un discorso di inserimento e non di contrapposizione. Un'attitudine al dialogo che è tanto più interessante in quanto Ramadan è un personaggio molto ascoltato nelle sue comunità e, come ha visto bene Ian Buruma, il vero dialogo avviene con chi ha posizioni diverse dalle nostre, non con chi la pensa esattamente come noi. Tuttavia trovo che alcuni libri di Ramadan siano piuttosto discutibili. Penso al suo Maometto pubblicato in Italia da Einaudi: un'opera agiografica più che una biografia, una sorta di catechismo senza alcun valore scientifico. Meglio allora, se si vuol vedere com'era visto il Profeta dai musulmani, prendere la raccolta di fonti edita da Mondadori, Le vite antiche di Maometto.
Mi chiedo perché una casa editrice come l'Einaudi abbia accettato di pubblicare una siffatta opera: forse l'editore più che sulla validità del testo ha puntato sul richiamo rappresentato dal nome di Ramadan ».

© Copyright Corriere della sera, 2 gennaio 2008

E' vero: il dialogo teologico fra Cristianesimo ed Islam e' molto difficile (forse impossibile), ma cio' non significa che non possa esserci dialogo su altri temi (l'etica, il rispetto reciproco, la difesa della vita). Finora, a mio parere, non c'e' stato un vero dialogo fra Cattolici e Musulmani che andasse al di la' del bacetto e della stretta di mano. Negli anni si sono costruite molte relazioni che, pero', al primo ostacolo, si sono rivelate un "gigante dai piedi di argilla". Ecco perche' la svolta sta avvenendo grazie al dialogo franco e sincero fra Papa Benedetto e i leader islamici firmatari della lettera aperta.
Questa si' che e' una grande occasione da non perdere
!
R.

18 dicembre 2007

L'informazione religiosa: come si banalizza una notizia (Zenit intervista Fabrizio Assandri)


Vedi anche:

Adnane Mokrani, teologo musulmano su Al Zawahiri:“Non si può tornare indietro perché il dialogo è seriamente cominciato”

«Il dialogo fra religioni inquieta i terroristi» (Camille Eid per "Avvenire")

Video Al Zawahiri: il commento del Corriere della sera (Olimpio ed Accattoli)

Gelo Vaticano-Israele, niente visita del Papa. Attacco di Al-Qaeda a Benedetto XVI ed al Re Abdullah (Politi per "Repubblica")

"Spe salvi", Prof. Dalla Torre: "L'«agire» e la speranza"

L'ENCICLICA "SPE SALVI": LO SPECIALE DEL BLOG

Cristo, l'unica risposta di Jack Kerouac (Osservatore Romano)

TERRORISMO/ VATICANO: AL QAIDA TEME CHI VUOLE DIALOGO

IL PAPA E L'ISLAM: LO SPECIALE DEL BLOG

Migliorano le condizioni del religioso aggredito a Smirne che invita a non enfatizzare l'episodio (Osservatore Romano)

Altra inchiesta di Maltese: "Carità, l´altra faccia dell´obolo così la Chiesa sostituisce lo Stato"

Card. Castrillón Hoyos: fra tradizione e internet (Ingrao per "Panorama")

I santi normalmente generano altri santi e la vicinanza alle loro persone, oppure soltanto alle loro orme, è sempre salutare

Contrordine: evangelizzzare si può. Anzi, si deve... (di Sandro Magister)

I siti internet dei giornaloni a gran voce: "Al Zawahiri attacca Ratzinger, Il Papa che ha offeso l'Islam"

Ferimento di un frate in Turchia, card. Martino: "Si vuole fermare il dialogo fra Cattolici e Musulmani che sta andando incontro a importanti novità"

Mons. Piero Marini: "La riforma liturgica del Concilio è stata affossata dalla Curia romana"

Presentazione del volume “Il fascismo dallo Stato liberale al regime” di Ugo Mancini (Rubbettino Editore)

«Cattolici, meno timidezze» (Aldo Maria Valli per "Europa")

«Non fare della felicità individuale un idolo»: Benedetto XVI contro i paradisi artificiali

Card. Ratzinger: La nostra generazione è convinta di essere molto “sveglia”. E ciò nonostante dobbiamo dire che essa, in un senso più profondo, dorme!

Omofobia e libertà di pensiero (Adriano Pessina per "L'Osservatore Romano")

L'informazione religiosa: come si banalizza una notizia

Intervista a Fabrizio Assandri, autore di "Quando le parole sono rumore"

Di Mirko Testa

BARCELLONA, martedì, 18 dicembre 2007 (ZENIT.org).- A fronte di una informazione che punta spesso alla spettacolarizzazione e banalizzazione del messaggio religioso, l'opinione pubblica è chiamata a “educarsi” per poter leggere in maniera consapevole e critica le notizie.

Ad affermarlo in questo intervista a ZENIT è Fabrizio Assandri, autore di "Quando le parole sono rumore" (Secop edizioni, pp. 118, Euro 10,00), un saggio che analizza in maniera tecnica la ricezione giornalistica del discorso di Benedetto XVI a Ratisbona attraverso un'indagine condotta su sette quotidiani scelti in rappresentanza della stampa italiana (Avvenire, La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Secolo d'Italia, Il Giornale, Il Manifesto).

Assandri mette in rilievo la tendenza dei media al sensazionalismo e alla semplificazione dell'informazione, attraverso omissioni che trascurano il cuore del messaggio da comunicare per dare risalto al valore conflitto o a contenuti più immediatamente espressivi.
Collaboratore del quotidiano Avvenire, Fabrizio Assandri scrive per il settimanale diocesano La Voce del Popolo e cura la rubrica “De Cupolone” per il mensile What's Up. Nel 2006 ha pubblicato, sempre presso la Secop edizioni, “Link@to a Dio”, una raccolta di lettere personali indirizzate a Giovanni Paolo II.

Quali sfide si trova ad affrontare la Chiesa di oggi nel relazionarsi con i media?

Assandri: Se i media sono davvero “il primo areopago dei tempi moderni”, come li definì Giovanni Paolo II nella Redemtoris Missio, la Chiesa non può esimersi dal parteciparvi come attore comunicativo compiuto.

Da un lato la Chiesa deve oggi fare i conti con le tendenze alla spettacolarizzazione e banalizzazione delle notizie operata dai media – pur con le eccezioni del caso. La domanda che ci si deve porre è questa: è meglio abbassare il messaggio evangelico a slogan da spot pubblicitario, rinunciando alla complessità, oppure correre il rischio di fraintendimenti e di alienarsi la comprensione di una fetta dell’opinione pubblica? È una domanda a cui è difficile dare risposte. E che però, a mio parere, ci è imposta sempre di più dalla realtà a cui assistiamo.

Quasi ogni giorno le dichiarazioni delle gerarchie sui temi della vita e della famiglia ottengono titoloni sensazionalistici sui giornali; quel che manca in Italia è però una lettura critica (non in senso necessariamente negativo) e meno istituzionalizzata della notizia religiosa: da un lato i media spesso danno delle parole del Papa solo una lettura politica, mentre il senso profondo e religioso della notizia resta nascosto. Dall’altro il mondo del volontariato religioso e della fede quotidiana delle persone rimane nel sommerso.

Può farci degli esempi?

Assandri: Un primo esempio è il diverso modo di dare la notizia della beatificazione dei martiri spagnoli da parte della stampa italiana e di quella spagnola. I media spagnoli mettevano in luce la polemica sorta sull’interpretazione politica della cerimonia – legandola alle memorie del franchismo. Forse così ne hanno orientanto la lettura, facendo sembrare la cerimonia un atto solo politico. Però i media hanno avuto il merito di inserire la cronaca della cerimonia in un contesto, suscitando un dibattito pubblico in cui anche la Chiesa aveva voce in capitolo per esprimere le sue ragioni.
In Italia, invece, il tg1 ha dato solo la notizia delle manifestazioni violente dei centri sociali contro la beatificazione, senza spiegare nulla della complessità del quadro in cui quelle manifestazioni erano inserite, negando così allo spettatore medio la comprensione dell’identità del fatto di cui stava dando la notizia. Ma questo tipo di giornalismo, che omette e non da strumenti di comprensione allo spettatore, è, a mio giudizio, controproducente per la Chiesa stessa, poichè essa rischia di trovarsi circondata da un consenso generale ma anche molto superficiale e passeggero.

Il secondo esempio è invece la ricezione giornalistica del discorso di Ratisbona di Benedetto XVI, che ho analizzato nel mio saggio, e che mette in luce come da un lato la spettacolarizzazione della notizia e dall’altro le letture politiche imposte dalla linea editoriale di ciascun giornale o televisione ne abbiano orientato o deformato la ricezione.
L’estetica dell’apparenza – come afferma il giornalista Mimmo Candito – violenta infatti l’identità del messaggio, al punto che le forme della comunicazione rischiano di impedire la reale conoscenza di un fatto. Tra l’altro, questo non vale solo per un discorso apologetico: il discorso del Papa è stato ad esempio criticato dai teologi terzomondisti per l’enfasi data da Benedetto XVI al legame tra logos greco e fede cristiana.

Però, concentrarsi, soprattutto a livello di titoli, solo su una citazione controversa, giocando sul fattore conflitto, semplificandola ed estremizzandola, ha fatto sì che sfuggisse l’identità più profonda del discorso del Papa e, di conseguenza, ha impoverito anche la voce delle possibili critiche.

Quale lezione possiamo trarre?

Assandri: Credo si possa dire che la ricezione data dai giornali al discorso del Papa a Ratisbona, seppure sia già passato più di un anno, è ancora paradigmatica del rapporto tra gli attori che compongono il triangolo dell’informazione religiosa.

La Chiesa, da parte sua, non deve limitarsi ad accusare i media ma deve saper cogliere le sfide quotidiane che questi le pongono, mentre i mass media devono sempre più riflettere sulla loro importanza e responsabilità.

Infine l’opinione pubblica può e deve essere educata (ed educarsi) sempre più ad attivare un processo di consapevolezza nel fruire l’informazione e a sviluppare una lettura plurale e critica delle notizie che riceve, decodificandole come delle possibili, ma non le sole, letture della realtà.

© Copyright Zenit

Bellissima intervista...complimenti a Fabrizio Assandri :-)
R.

11 dicembre 2007

QUANDO LE PAROLE SONO RUMORE (Il discorso di Ratisbona nei quotidiani italiani)


Vedi anche:

LA LECTIO MAGISTRALIS DI RATISBONA

FAMIGLIA UMANA, COMUNITÀ DI PACE (MESSAGGIO PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2008)

Chi osteggia la famiglia impedisce la pace: così il Papa nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace

"Spe salvi", le nuove frontiere della Chiesa cattolica (Guerriero per "Avvenire")

Mons. Gianfranco Ravasi: "Chi non ricorda non vive" (Osservatore Romano)

Pensare i diritti umani senza cristianesimo? Impossibile ma vero (Vallini per l'Osservatore Romano)

AGGIORNATE LE VIDEONEWS DI CTV/RADIOVATICANA

Lettura d'obbligo per i visitatori della Cappella Sistina: la "Spe salvi" (di Sandro Magister)

Benedetto, il Papa che ha smascherato il male (Farina per "Tempi")

Nomina del Cappellano di Sua Santità e del Nunzio in Romania

“La mia vita da megafono del Papa”: Alain Elkann intervista Padre Federico Lombardi

Le solite provocazioni: parroco fiorentino comunica ai fedeli, ai media (ovvio) e al Vescovo la sua decisione di sposare un trans

La7 cancella Luttazzi? Colpa del Papa! Eppure ieri Avvenire...

Enciclica "Spe salvi", riflessione del Prof. Lucio Coco

La rivincita di Dio (Roberto de Mattei per "Radici Cristiane")

SEGNALAZIONE SITI "RADICI CRISTIANE" E "CORRISPONDENZA ROMANA"

"Spe salvi", Scalfari e la speranza cristiana (Incampo per CulturaCattolica.it)

L'ENCICLICA "SPE SALVI": LO SPECIALE DEL BLOG

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questa interessante recensione del saggio di Fabrizio Assandri sull'accoglienza della lectio magistralis di Ratisbona.
Grazie ancora a Fabrizio Assandri
:-)
Raffaella

QUANDO LE PAROLE SONO RUMORE

Anche se è passato più di un anno dal discorso di Ratisbona, le ricadute che quel discorso ebbero continuano ad influire sul pontificato di Benedetto XVI e sul modo in cui i media lo rappresentano.
Per questo, un saggio di Fabrizio Assandri, intitolato “Quando le parole sono rumore”, edito de Secop Edizioni, ripercorre l’eco che quel discorso ebbe su alcuni dei principali quotidiani italiani (L'Avvenire, Il Secolo d'Italia, Il Giornale, Il Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica, Il Manifesto). Nel suo saggio, Assandri guida il lettore nell’analisi e nella scomposizione di ogni singolo componente del linguaggio giornalistico (titoli, citazioni, uso delle immagini e pubblicità, interviste, posizione degli articoli nella pagina, ecc.). Così, da un lato, mette in evidenza alcune tendenze - come quelle alla spettacolarizzazione e all'estremizzazione - tipiche del giornalismo contemporaneo. Dall'altra si evince l'orientamento che al contenuto del discorso di Ratzinger hanno dato i quotidiani a seconda della propria posizione politica e ideologica, arrivando (soprattutto attraverso la manipolazione dei titoli) ad estremizzarne il contenuto.
Ciò che per il lettore è più interessante è che tutto ciò emerge non tanto dall'analisi del contenuto degli articoli, dove ci si aspetterebbe di trovare la "manipolazione", quanto dal contenitore, cioè da come gli articoli sono presentati al lettore. Naturalmente questo non significa, per Assandri, che la “colpa” dell’incidente di Ratisbona sia solo dei media; ogni attore nella comunicazione deve essere responsabile del suo ruolo. Per questo, se da un lato il saggio di Assandri suscita una riflessione sull'importanza e sulla responsabilità dei mezzi di comunicazione di massa, compresa l'informazione religiosa che, nell'epoca del "conflitto di civiltà", sembra ottenere sempre maggiore rilevanza, dall'altro suggerisce al lettore l’importanze di essere fruitore non passivo dell'informazione ma attento e critico. Talvolta, infatti, i media più che aiutare a comprendere un fatto creano confusione e rumore, come indicato dal titolo, impedendo la reale conoscenza di un fatto. E nello stesso tempo il saggio fa riflettere sulla grande responsabilità che la Chiesa e i suoi esponenti hanno nell'assumere la "sfida" della comunicazione.
Il testo è arricchito dalla prefazione di mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, dall'introduzione di Mimmo Candito, giornalista de La Stampa e docente all'Università di Torino di Linguaggio Giornalistico, e dalla postfazione di Natale Spineto, docente all'Università di Torino di Storia delle Religioni.

Fabrizio Assandri, nato a Torino nel 1984, collabora col quotidiano Avvenire, col settimanale diocesano La Voce del Popolo e cura la rubrica De Cupolone per il mensile What's Up. Nel 2006 ha pubblicato, sempre presso la Secop Edizioni, Link@to a Dio, una raccolta di lettere personali indirizzate a Giovanni Paolo II.

QUANDO LE PAROLE SONO RUMORE
SECOP EDIZIONI, 2007
10 EURO.

http://www.secopedizioni.it/scheda.aspx?pid=565&n=QUANDO%20LE%20PAROLE%20SONO%20RUMORE

8 dicembre 2007

Nota di commento di padre Lombardi alla lettera del Papa in risposta alla missiva dei 138 leader musulmani


Vedi anche:

IL PAPA E L'ISLAM: LO SPECIALE DEL BLOG

IL PAPA A PIAZZA DI SPAGNA: MARIA E' SEGNO DI VITTORIA DEL BENE SU MALE (UNA GRANDISSIMA FOLLA ACCOGLIE IL PAPA)

"Spe salvi", Mons. Sigalini: «La fede è speranza»

L'ENCICLICA "SPE SALVI": LO SPECIALE DEL BLOG

SOLENNITA' DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE: LO SPECIALE DEL BLOG

Vangelo di Giuda, smascherati gli errori di traduzione (Avvenire)

Il Metropolita Kirill (Patriarcato di Mosca): «Abbiamo bisogno gli uni degli altri» (Avvenire)

Norma bavaglio sull'omofobia: lo speciale di "Avvenire" (il pericolo di introdurre il "reato di opinione" è concreto)

Che tristezza quando i ragazzi smarriscono lo stupore, l’incanto dei sentimenti più belli, il valore del rispetto del corpo!

Il culto mariano: venti secoli di storia (articolo di Sylvie Barnay per l'Osservatore). Buona Festa dell'Immacolata a tutti :-)

Prof. Raynaud (Sorbona): "la Spe salvi è una combinazione di vero pensiero e di vera fede. Rende intelleggibile il Cristianesimo ai non credenti

Norma bavaglio sull'omofobia, prof. D'Agostino: conseguenze pesantissime su matrimonio ed adozione di figli (Radio Vaticana)

Norma bavaglio sull'omofobia: chi rischia il carcere? Mons. Fisichella: il voto della Binetti coraggioso e COERENTE!

Norma bavaglio sull'omofobia: senatori come Guido da Montefeltro, infilato all'Inferno da Dante?

"Gesù di Nazaret", Card. Ruini: "il Papa porta a Cristo l’uomo di oggi" (Avvenire)

Viaggio nella «galassia» dove l’etica cristiana ispira anche la biomedicina (malattie della pelle e farmaci antitumorali)

MicroMega e Repubblica attaccano Papa e Chiesa ma le argomentazioni non convincono più alcuno...(Ferrara docet)

"Spe salvi": Lucetta Scaraffia (Avvenire) risponde a Luisa Muraro (Il Manifesto)

Ci mancava solo la speranza: lettera aperta di zio Berlicche a Malacoda :-)

Il metropolita Kirill all'Osservatore Romano: "L'incontro con Benedetto XVI è una tappa molto positiva verso l'unità"

Il Senato italiano vota una norma-bavaglio sulle discriminazioni. Qualcuno chieda a certi senatori se la coscienza sia meno importante della poltrona!

ENCICLICA "SPE SALVI": GIA' VENDUTE UN MILIONE DI COPIE

"Spe salvi", Giuliano Ferrara per Panorama: "La salvezza non è la salute"

"Spe salvi": il commento di Luisa Muraro per "Il Manifesto"

Nota di commento di padre Lombardi alla lettera del Papa in risposta alla missiva dei 138 leader musulmani

E' stata resa nota pochi giorni fa la risposta di Benedetto XVI alla lettera aperta inviata a lui e ai responsabili di altre Chiese e confessioni cristiane, il 13 ottobre scorso, da un gruppo di 138 eminenti personalità musulmane, in occasione della fine del Ramadan. Nella lettera - a firma del cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone - il Papa riafferma, tra l'altro, l’importanza del dialogo basato sul rispetto effettivo della dignità della persona e sull'oggettiva conoscenza della religione dell’altro. Per un commento a questo documetno pontificio, ascoltiamo la nota del direttore della Sala Stampa Vaticana, e nostro direttore generale, padre Federico Lombardi:

Il Papa ha risposto, a metà novembre, alla lettera che in ottobre, alla fine del Ramadan, 138 capi religiosi musulmani avevano indirizzato a lui e ad altre autorità religiose cristiane. Era una lettera importante, che metteva in rilievo il luogo centrale dell’amore di Dio e del prossimo nel Corano come nella Bibbia ebraica e cristiana, con la chiara intenzione di promuovere il comune impegno per la pace in tutto il mondo sulla base di una più profonda comprensione reciproca. Lo spirito positivo della lettera appare chiaro dal titolo: “Una parola comune fra noi e voi”, citazione di un famoso verso del Corano rivolto alla “gente del libro”, ebrei e cristiani.

La risposta del Papa ricorda che non bisogna sottovalutare le differenze, ma mette anch’essa in rilievo soprattutto ciò che unisce; e incoraggia al rispetto e alla conoscenza mutua, al riconoscimento effettivo della dignità di ogni persona umana; manifesta sincera fiducia in un cammino di crescente accoglienza, promettente per la promozione della giustizia e della pace.

Ma il Papa non si ferma alle parole, invita il Principe musulmano Ghazi di Giordania a venire a Roma con una delegazione dei promotori della lettera comune, e propone un incontro di riflessione e di studio con il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e alcune istituzioni accademiche cattoliche specializzate.

Insomma, il Papa crede nel dialogo – un dialogo sincero e leale, naturalmente. Anche tra i musulmani vi sono molti interlocutori avveduti e autorevoli, consapevoli delle grandi sfide dell’umanità di oggi, ed è positivo che fra di loro cresca una capacità di espressione comune e una volontà di dichiararsi esplicitamente per la pace. La direzione è giusta. Bisogna aiutarsi a continuare il cammino.

© Copyright Radio Vaticana

7 dicembre 2007

In Occidente solo omertà o attacchi violenti per chi si oppone ai fondamentalisti islamici (da Ratisbona a Martin Amis)


Vedi anche:

Papa e Dalai Lama: la polemica inventata ed i tentativi di "furbate" (mancate) dei media!

Rosso "malpela" la Bonino, la De Simone ed il solito Odifreddi...

Gesù, il buon ladrone che derubò il diavolo

Cristo nella Bibbia e nella liturgia secondo sant'Ambrogio (Biffi per l'Osservatore Romano)

Il Papa ai Battisti: "Si realizzi la nostra speranza di riconciliazione"

Ritrovato un disegno di Michelangelo per la cupola di San Pietro (Vitale Zanchettin per l'Osservatore Romano)

Un consiglio di "Tempi" a Dacia Maraini a proposito di Radio Maria: cambi la radio...è rotta!

Messa tridentina: problemi a Salerno ed a Roma

Le donne in Vaticano... (30Giorni)

Il 14 dicembre sarà presentata in Vaticano una nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione

Il «vangelo di Giuda»? Pieno di falsi! I media? Parleranno dei crimini dell'Inquisizione, non di quelli dei Protestanti! (grande articolo di Blondet)

Enciclica "Spe salvi" e discorso alle Ong: il SOLITO commento stizzito di Odifreddi

"Spe salvi", Giuliano Ferrara: "Ehi, laiconi, provate a rispondere al Papa"

Enciclica "Spe salvi": il commento di Alessandra Borghese

Come cambia il Sacro Collegio con le nuove nomine (Gianni Cardinale per "30Giorni)

INCONTRO PAPA-RE ARABIA SAUDITA: LO SPECIALE DI "30GIORNI"

Pranzo Bertone-Prodi: i commenti

L'ENCICLICA "SPE SALVI": LO SPECIALE DEL BLOG

Vittorio Sgarbi: "Il Pontificato di Benedetto XVI è un inno alla bellezza" (da Petrus)

"Spe salvi" e discorso alle Ong cattoliche: il Papa eterno incompreso...dai media! Vladimir per Europa (grandioso articolo sui vaticanisti)

Polemiche Martin Amis è l'ultimo bersaglio di un'ostilità feroce: da Oriana Fallaci ad Ayaan Hirsi Ali, a Bernard Lewis

Dissenso proibito

In Occidente solo omertà o attacchi violenti per chi si oppone ai fondamentalisti islamici

di PIERLUIGI BATTISTA

Il silenzio omertoso, oppure la polemica all'insegna dell'eccesso lessicale. La distrazione o, all'opposto, la guerra culturale condotta a colpi di ingiurie sanguinose. L'indifferenza o lo stile tonitruante dell'anatema.

Ogni volta che si parla del rapporto tra Occidente e islamismo politico, si entra in un universo in cui la dismisura è la regola, il fair play stracciato, infranto il rispetto minimo delle regole che dovrebbero ispirare una discussione politico-culturale, anche se accesa e appassionante.

E infatti sembra semplicemente incredibile che uno scrittore come Martin Amis venga reiteratamente accusato di «razzismo» solo perché ha messo in luce le ambiguità dei leader della comunità musulmana britannica nei confronti del terrorismo fondamentalista. Incredibile, ma vero. Come è vero che Bernard Lewis, uno dei più accreditati studiosi di questioni islamiche, che sarà presente a un convegno romano su «La battaglia per la democrazia nel mondo islamico» organizzato dall'Adelson Institute e dalla fondazione Magna Carta, venga scomunicato come un lacché culturale al servizio del Satana americano, senza che un trattamento così grottesco susciti una qualche reazione nella comunità accademica internazionale. Il feroce attacco ad personam e il silenzio reticente, stavolta fatalmente destinati a sciogliersi in un binomio perfetto.

Non c'è, purtroppo, da meravigliarsene. Amis è stato lasciato solo a vedersela con i suoi denigratori, se si eccettua un coraggioso intervento in sua difesa di Ian McEwan.

Ma almeno non gli è stato negato il diritto di parola, come accade con Saad Eddin Ibrahim, l'intellettuale egiziano che subì una condanna a sette anni al Cairo per reati d'opinione e che sarà presente al convegno di Roma.

Resta però la sensazione di imbarazzo che ha accompagnato la vicenda dell'attacco concentrico ad Amis. Lo stesso imbarazzo che impone il silenzio attorno alla vicenda di Ayaan Hirsi Ali, perseguitata in Olanda dai fondamentalisti islamici che non le perdonano la collaborazione con il regista di Submission Theo Van Gogh, ritualmente assassinato nel centro di Amsterdam nel 2004, e la sua «apostasia » raccontata in un libro straordinario come Infedele (Rizzoli).

Alla Hirsi Ali, anziché solidarietà, venne semmai trasmessa l'ostilità di intellettuali peraltro non indulgenti verso il fondamentalismo antioccidentale come Ian Buruma e Timothy Garton Ash, in un dibattito in cui a prendere le parti della scrittrice olandese intervennero Pascal Bruckner e Mario Vargas Llosa.

Alla fotografa e artista iraniana Sooreh Hera non è invece arrivata né l'ostilità né il sostegno quando, nei giorni scorsi, la sua opera considerata «blasfema» nei confronti di Maometto è stata cancellata da una mostra al Museo dell'Aja e un suo incontro con un altro perseguitato dal fondamentalismo islamista come Salman Rushdie è stato annullato: solo silenzio, un silenzio assoluto e senza scampo.
Eppure, i segni di un trattamento minaccioso, intimidatorio, apertamente censorio nei confronti di chi legge con modalità radicali il conflitto tra Occidente e islamismo appaiono tremendamente ripetitivi.

Un insegnante francese, Robert Redeker, dopo aver scritto sul Figaro un articolo a favore del discorso del Papa a Ratisbona, è stato allontanato dalla scuola e costretto a vivere in clandestinità: non si registrano appelli degli intellettuali francesi a suo favore.

Sempre in Francia uno scrittore come Michel Houellebecq è stato messo sul banco degli imputati, accusato di aver divulgato con il suo romanzo Piattaforma (Bompiani) un ritratto addirittura diffamatorio dell'Islam, con una veemenza polemica e un'asprezza di toni di gran lunga più feroci di quelli adottati nei confronti di Martin Amis.

Ma come dimenticare il tambureggiare di analoghe accuse, accompagnato da liturgie dell'odio e da campagne martellanti di delegittimazione, che ha scandito gli ultimi anni di vita di Oriana Fallaci, a partire alla pubblicazione del libro La rabbia e l'orgoglio, scritto all'indomani dell'11 settembre? O anche l'originale procedura intimidatoria, il senso di intimazione al silenzio che emanava da un appello di intellettuali rivolto contro gli scritti di Magdi Allam? O l'invocazione della censura per deplorare la scelta del Foglio di Giuliano Ferrara di pubblicare immagini raccapriccianti della decapitazione di un «infedele» per opera di un gruppo di jihadisti iracheni?

Il modello da ricalcare sembra sempre lo stesso: l'accerchiamento del reprobo, la denuncia corale di un pensiero considerato «pericoloso» per il fatto stesso di esistere, la mobilitazione allarmata ed allarmistica per rinchiuderlo in un recinto infetto e infrequentabile.

Una cappa plumbea di sospetto cala così, in molti Paesi dell'Europa, sull'identità di scrittori, intellettuali, giornalisti che tra l'altro hanno matrici culturali diverse, stili argomentativi diversi, modi di pensare assolutamente diversi. Ma ogni singola identità viene stravolta e deformata. C'è bisogno di dire che Amis non è un razzista, che l'impegno della Hirsi Ali non ha nulla di illiberale, che la Fallaci non predicava l'intolleranza, che Houellebecq non è un maestro di volgare islamofobia?

Eppure, è questo stravolgimento di identità che spegne ogni barlume di solidarietà con chi viene brutalmente invitato a mettersi volontariamente il bavaglio prima ancora che lo facciano altri. Ed è questa diffidenza che blocca sul nascere ogni attenzione verso gli intellettuali che sotto i regimi islamici vorrebbero ragionare liberamente sul rapporto tra Islam e democrazia.

Con una replica, stavolta imperdonabile, di ciò che accadde con gli scrittori e gli artisti che prima del 1989 manifestavano coraggiosamente il loro dissenso nei confronti dei regimi comunisti, nell'assoluta indifferenza dei colleghi occidentali pur pronti a sposare infaticabilmente ogni genere di nobile causa: nobile sì, purché non avesse a che fare con i dissidenti dell'Est. Eppure, nel destino degli intellettuali perseguitati dall'islamismo è solo l'attenzione internazionale a costituire l'unica polizza di assicurazione per la loro vita, l'unico salvacondotto che permetta la circolazione delle loro idee. Ma la loro supplica non trova sponde, e nemmeno ascolto.

© Copyright Corriere della sera, 7 dicembre 2007

Difficile non condividere parola per parola questo articolo di Battista!
Ha fatto un elenco completo di intellettuali che subiscono la gogna non tanto, e non solo, dal mondo islamico, ma anche, e soprattutto, dai colleghi e dalla cosiddetta "cultura occidentale".
Battista ha citato, sorvolando, la lectio magistralis di Ratisbona.
Ecco un altro esempio di intellettuale, in questo caso il Papa, che e' stato attacco dagli integralisti (ricordiamo tutti i fantocci bianchi bruciati in piazza), ma soprattutto da chi avrebbe dovuto sostenerlo in nome della liberta' di parola e di espressione.
E' troppo comodo riepirsi la bocca di paroloni come liberta', dignita', cultura, diritto, se poi permettiamo che il Pontefice venga attaccato e vilipeso evitando non solo di fargli sentire il supporto, ma mettendoci vigliaccamente dalla parte del politicamente e religiosamente corretto!
La mazzata all'Occidente forse non e' arrivata a New York, l'11 settembre 2001, ma a Ratisbona, il 12 settembre 2006. Il comportamento degli Europei restera' come una macchia indelebile nella nostra cultura.
Il Papa fu lasciato praticamente da solo a risolvere la situazione e lo fece con intelligenza e maestria: i frutti di Ratisbona stanno sbocciando adesso, ma dove era il Parlamento europeo? La UE? I politici che si riempiono la bocca di paroloni?
E dove erano le altre religioni?
In pochi hanno espresso solidarieta' al Papa. La cosa "divertente" e' che si pretende che il Papa parli a favore di tutti, ma che cosa accade quando e' lui che necessita di appoggio? Troppo comodo...
C'e' poi il triste comportamento dei movimenti cattolici. Solo un paio difesero la liberta' di espressione del Papa. Sono cose che difficilmente si dimenticano...
L'Europa impari dai suoi errori e, nel ricordo di Ratisbona, difenda il diritto di parola di tutti gli intellettuali
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Raffaella

4 dicembre 2007

Il Foglio: "Un formidabile weekend da Papa"


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Un formidabile weekend da Papa

Dopo la pubblicazione della “Spe Salvi”, Ratzinger detta la sua agenda Critica il relativismo dell’Onu prima di recarsi al Palazzo di Vetro, sfida il mito del progresso e chiede un’autocritica al cristianesimo moderno

Il nichilismo “corrode la speranza nel cuore dell’uomo, inducendolo a pensare che dentro di lui e intorno a lui regni il nulla: nulla prima della nascita, nulla dopo la morte”. Così Benedetto XVI nell’omelia per i Primi vespri d’Avvento pronunciata sabato, terza formidabile tappa del weekend forse più intenso del suo pontificato, iniziato con la presentazione della Spe Salvi, proseguito con le bordate al “relativismo” delle Nazioni Unite contenute nel discorso di sabato alle ong cattoliche e concluso domenica con l’Angelus, in cui ha sintetizzato: “Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio”, perché la storia va “rievangelizzata e rinnovata dall’interno”.
L’Avvento per la chiesa è l’inizio del nuovo anno, e sul filo della metafora temporale si potrebbe ben dire che Ratzinger non si fa dettare l’agenda da nessuno ma anzi, come un Papa rinascimentale, è lui a stabilire il calendario: ora ha deciso che è tempo di sfidare la modernità opponendo al suo nichilismo “il futuro luminoso dell’uomo e del mondo”.
Frammenti di una battaglia culturale di lungo periodo, che si intrecciano con l’agenda diplomatica. Il prossimo 18 aprile Benedetto XVI varcherà la soglia del Palazzo di vetro, e il suo discorso alle ong non ha risparmiato critiche alle politiche di alcune organizzazioni dell’Onu: “Spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica che pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità”, ha detto.
Criticando inoltre una “concezione del diritto e della politica, in cui il consenso tra gli stati, ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche, risulterebbe essere la sola e ultima fonte delle norme internazionali”.
Temi del resto non nuovi: Ratzinger in un intervento del 2000 aveva attaccato con durezza le conferenze del Cairo e di Pechino, proprio in quanto lasciavano “trasparire una vera e propria filosofia dell’uomo nuovo e del mondo nuovo”.
Lo stile del Pontefice è però noto: preferisce la proclamazione delle verità essenziali all’esercizio della mera diplomazia e del dialogo solo formale.
Analogamente, a Ratisbona aveva scelto di affrontare il tema dell’islam e della violenza religiosa poco prima di recarsi in Turchia. Da allora, Benedetto XVI va impostando l’agenda del dialogo “senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani” – come ha risposto, per il tramite del segretario di stato Tarcisio Bertone, alla lettera delle 138 “guide islamiche” – e recuperando il cardinale Jean-Louis Tauran alla guida del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, pur senza rimettere completamente il Vaticano sul binario ecumenico del periodo wojtyliano.
Anche sull’Onu, come per Ratisbona, l’impressione è che il Papa abbia approfittato per mandare un “promemoria” al segretario Ban Ki-moon.
Ci sono poi i tempi di una verifica interna alla chiesa. Non sono sfuggiti alcuni passaggi chiave della Spe Salvi, in cui si parla di necessità di autocritica anche per i cristiani: “Bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno”. Un programma di revisione radicale, che ha fatto ipotizzare al vaticanista del Corriere della Sera, Luigi Accattoli, una sorta di “mea culpa di nuovo tipo”, destinato a fare i conti con il lungo periodo storico in cui i cristiani si sono mostrati troppo acquiescienti con la secolarizzazione, fino a rendere la fede marginale e quasi inutile.
Una colpa – sostiene il Papa nell’enciclica – che ha avuto l’effetto nefasto di abbandonare il mondo a se stesso: con la fede “orientata soprattutto verso la salvezza personale dell’anima”, mentre “la riflessione sulla storia universale, invece, è in gran parte dominata dal pensiero del progresso”.

© Copyright Il Foglio, 4 dicembre 2007