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23 gennaio 2008

Il dialogo tra Chiesa cattolica e Chiese orientali ortodosse. La testimonianza di Mons. Johan Bonny (Radio Vaticana)


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Il dialogo tra Chiesa cattolica e Chiese orientali ortodosse. La testimonianza di mons. Johan Bonny, del dicastero per l'Unità dei cristiani

"Pregate continuamente”: intorno a questo tema proseguono le riflessioni in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, giunta oggi al quinto giorno. “Pregate costantemente con cuore paziente. Siate pazienti con tutti” è filo conduttore lungo il quale si sviluppano le meditazioni della giornata odierna, dedicata alla perseveranza e alla pazienza. In seno al Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani, mons. Johan Bonny si occupa, nell'ambito delle Chiese ortodosse orientali, delle Chiese "precalcedonesi", quelle cioè che non hanno accettato il Concilio di Calcedonia (451). Giovanni Peduto gli ha chiesto di illustrarne la fisionomia:

R. - E’ un gruppo di sette Chiese locali, Chiese indipendenti. Non sono una sola Chiesa, ma appartengono a tradizioni diverse. Hanno in comune il fatto che, al tempo del Concilio di Calcedonia, non hanno accettato la definizione o alcune nozioni che riguardavano la definizione cristologica delle due nature in Gesù Cristo, quella divina e quella umana, nell’unità dell’unica Persona del Verbo. Praticamente, si tratta, come dicevo, di Chiese locali: la Chiesa copta-ortodossa in Egitto, la Chiesa siro-ortodossa in Siria e Medio Oriente, la Chiesa armena apostolica - con due "catolicosati", quello di Etchmiadzin, in Armenia, e quello di Antelias, in Libano - e poi la Chiesa ortodossa dell’Etiopia, la Chiesa ortodossa dell’Eritrea e quella malankara-ortodossa in India.

D. - Mons. Bonny, quali sviluppi ci sono stati nel dialogo con queste Chiese ortodosse orientali lo scorso anno?

R. - Come sapete, da quattro anni, ogni anno abbiamo un Dialogo teologico internazionale tra la Chiesa cattolica e la famiglia di queste sette Chiese. L’anno scorso, abbiamo parlato di alcuni temi teologici importanti per loro e per noi. Un tema importante è stato quello della salute dei non battezzati. Queste Chiese praticamente vivono tutte in ambienti a grande maggioranza non cristiana, ma musulmana, in Medio Oriente. Lì si pone chiaramente il problema di quale sia lo statuto teologico, quale sia la salvezza di chi non ha conosciuto la fede cristiana e che non è stato battezzato. E’ un punto delicato. La Chiesa cattolica ha la sua dottrina e loro hanno una dottrina in parte uguale e su alcuni punti diversa. E noi abbiamo potuto parlare di questo. Legata alla questione della salvezza dei non battezzati è la questione del matrimonio tra un non cristiano e una persona non battezzata. E’ possibile o no questo matrimonio? Temi, dunque, importanti a livello teologico, ma anche a livello pastorale, perché per loro sono delle realtà molto, molto concrete.

D. - Avete incontri già previsti per quest’anno?

R. - Sì, proprio la settimana prossima la riunione avrà luogo in Siria. Siamo stati invitati tutti dal Patriarca Zakka I Iwas della Chiesa siro-ortodossa, nella sua residenza patriarcale, che è anche un centro di vita monastica con una Facoltà di teologia presso Damasco. Saremo presenti: i nostri 14 membri della delegazione cattolica e 14 rappresentanti di queste sette Chiese orientali. In programma, ci saranno due argomenti. L’argomento principale sarà un progetto di documento sulla natura e la missione della Chiesa. Dopo tre, quattro anni di studio e di discussione sulla Chiesa abbiamo potuto comporre un primo progetto di documento in comune. Quel documento ora sarà discusso, modificato, amplificato e dopo qualche anno potrà diventare un documento in comune sulla Chiesa. L’altro argomento è sulla metodologia, l’itinerario e lo scopo del nostro dialogo ecumenico. Qual è il nostro scopo? Dove vogliamo andare? E’ importante, quando si inizia un dialogo, sapere più o meno dove si vuole arrivare. Questo sarà il secondo tema. Ci sarà un documento preparato da un ortodosso e un cattolico. Speriamo così di chiarire la strada da seguire in questo dialogo.

© Copyright Radio Vaticana

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Non è la scienza che può redimere l'uomo

Luigi Troccoli

La riflessione

Per capire perché è stato detto "no" alla visita del Papa alla "Sapienza", occorre analizzarne le motivazioni, partendo da quanto scritto nella lettera di Marcello Cini, professore emerito di fisica alla Sapienza.
Ha scritto in sostanza il prof. Cini che chiesa e scienza, perseguendo la ricerca della verità, lo fanno con metodi diversi: la chiesa con metodo dogmatico, la scienza con procedure euristiche, di scoperta, cioè mediate dalle sole forze dell'uomo e della sua ragione. Se fosse stato solo questo il motivo della contrapposizione, ci saremmo trovati di fronte ad un riciclo di motivazioni vecchie, stranamente riprese con virulenza di fronte alla annunciata visita di Benedetto XVI alla Sapienza.

La verità è un'altra e più sottile. È lo stesso prof. Cini che lo dice e che molti non hanno inteso cogliere per capire, ex adverso, lo straordinario processo di innovazione culturale che il nuovo pontefice intende portare nel rapporto tra fede e ragione. Dice il prof. Cini di Benedetto XVI: "Ha utilizzato l'effigie della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nelle cittadella scientifica e metterla in riga".

Il vero motivo della impennata laicista dei professori di fisica è questo! Benedetto XVI non perpetua il rito e la consumata ideologia della separazione tra fede e ragione, la prima destinata ad abbracciare le verità ultime indimostrabili, affidate alla esegesi di dogmi e dottrine non sperimentabili, la seconda protesa a scoprire cause ed effetti della fenomenologia degli eventi naturali, senza intercessioni che non provengano dall'esperimento e dal ragionamento, induttivo o deduttivo che sia.

La tacita acquiescenza alla separazione di due domini, di cui, uno, quello della ragione, appannaggio del mondo della ricerca, ha reso il confronto tra i due mondi sicuro e tranquillo, sui conosciuti binari della attribuzione di ruoli invalicabili. La polemica era più facile, perché collaudata; eventuali intromissioni dell'autorità ecclesiastica nel campo dei significati ultimi dei fenomeni naturali (evoluzionismo, cosmologia ecc.) era facilmente fronteggiabile, con le ricorrenti argomentazioni sulla incongruità tra fini del magistero e metodi della scienza.

Benedetto XVI rompe una plurisecolare tregua culturale e rivendica alla Chiesa il diritto di parola anche sul terreno della validità dell'uso della ragione nel raggiungimento dell'imperscrutabile.

Nella sua enciclica "Spe salvi" il pontefice scrive: "Sì, la ragione è il grande dono di Dio e la vittoria della ragione sull'irrazionalità è anche uno scopo della fede cristiana. Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male".
Ancora: "Non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento mediante l'amore". L'illusione nata da Francesco Bacone, all'alba dell'era moderna, secondo cui "l'uomo sarebbe stato redento mediante la scienza" s'è rivelata fallace.

Questa critica alla scienza, intesa come ricerca della verità, senza l'inserimento di essa in un quadro di valori, induceva Benedetto XVI a scrivere così nel suo discorso (non letto) alla "Sapienza": "Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene". Il Papa paventa nei suoi scritti che la ragione "voglia autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni" e che, infine, soggiaccia, come criterio ultimo, alla "pressione degli interessi ed all'attrattiva dell'utilità".

Insomma, Benedetto XVI non vuole continuare a demarcare una linea di separazione tra fede e ragione, bensì a fondare una sinergia tra di esse, vivificata da riferimenti etici "senza confusione e senza separazione".

© Copyright Gazzetta del sud, 23 gennaio 2008

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LA SMENTITA DELLA SENATRICE MONTALCINI:

Dichiarazione del Nobel Rita Levi Montalcini

Mai sognato di schierarmi contro il Papa

ROMA, 29.
Lo scorso 23 gennaio molti quotidiani italiani hanno attribuito a Rita Levi Montalcini l'intenzione di firmare la lettera degli scienziati della Sapienza sul Papa.

In proposito il premio Nobel ha dichiarato: "Un'affermazione questa non veritiera; infatti dopo aver contattato diversi giornalisti che hanno scritto gli articoli è stato da loro riconosciuto di "aver dedotto" dalle comunicazioni di Agenzia la frase suddetta senza che questa fosse stata da me pronunciata.

"In qualità di membro della Pontificia Accademia delle Scienze e dell'ammirazione che nutro verso il Pontefice non avrei mai espresso quanto attribuitomi. Preciso che sono stata discorde, sin dall'inizio, dai commenti che si sono sollevati attorno a questa incresciosa vicenda e ben lontana dall'assumere una posizione contro il Sommo Pontefice".

(©L'Osservatore Romano - 30 gennaio 2008)

Il fisico era stato designato alla direzione del Cnr, ma il Parlamento non ratifica la scelta di Mussi

Firmò la lettera anti-Papa, bloccata la nomina

Appelli per Maiani. La Montalcini: anche io a fianco dei docenti ribelli

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ELENA DUSI

ROMA - L´affaire Sapienza rischia di avere la sua vittima sacrificale: la nomina di Luciano Maiani alla direzione del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Proposto da una commissione di scienziati italiani e stranieri super partes e prescelto dal ministro dell´Università Fabio Mussi, Maiani si è visto ora congelare la nomina. Il nome dell´ex direttore del Cern di Ginevra (Organizzazione europea di ricerche nucleari) e dell´Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare) compare infatti fra i 67 firmatari della lettera inviata al rettore. Una parte del Parlamento (Udc, An, Forza Italia e Lega in testa) vorrebbe ora far saltare l´incarico di Maiani.
Nessuna delle commissioni parlamentari competenti ha messo in calendario la ratifica della nomina del fisico della Sapienza, atto necessario perché l´incarico diventi effettivo. La settimana scorsa era stato il Senato a dare il primo stop, con il segretario della commissione Istruzione pubblica Giuseppe Valditara (An) che aveva chiesto una pausa di riflessione sfilando la ratifica della nomina dall´ordine del giorno. Silenzio completo anche dalla Camera, mentre a favore del fisico la rivista americana Science aveva dedicato un articolo entusiasta l´11 gennaio: «Il merito ha trionfato sulla politica in Italia».
È dalla scorsa estate (con le dimissioni del presidente Fabio Pistella) che il Cnr - principale organo della ricerca italiana con un budget annuale di oltre un miliardo di euro - è senza presidente. E mentre continua le sue lezioni di fisica teorica delle particelle elementari alla Sapienza, Maiani fa sapere: «L´importante è che non si cancelli il nuovo metodo di selezione, con una commissione al di sopra di ogni sospetto incaricata di scegliere una terna di nomi. Il ministro Mussi è stato coraggioso a introdurre questa innovazione e, al di là del mio futuro, spero che nessuno voglia tornare indietro».
Per raccogliere la solidarietà nei confronti dei "67 della Sapienza" stanno circolando due appelli principali: uno rivolto ai docenti universitari d´Europa (********) e un altro aperto a tutti «a difesa della laicità del sapere» (**********).
Le adesioni raccolte sono oltre 13mila. «Non ho potuto firmare, ma approvo completamente la lettera dei docenti» ha fatto sapere anche Rita Levi Montalcini, Nobel per la medicina e senatrice a vita, mentre riceveva una laurea honoris causa ieri all´ateneo milanese della Bicocca.
La voce dei sostenitori di Benedetto XVI invece si affida stamattina all´Angelus di piazza San Pietro, dove si sono dati appuntamento i Papaboys. Alle 17 i giovani cattolici si trasferiranno di fronte a palazzo Chigi per protestare contro la mancata visita del pontefice alla Sapienza. «Chiediamo alla politica italiana più rispetto per i nostri valori» è il loro slogan. Alla protesta ieri ha dato il suo autorevole appoggio il cardinale Angelo Bagnasco, che in un´intervista all´Osservatore Romano ha criticato «l´episodio di intolleranza antidemocratica da parte di un piccolo numero di studenti e docenti rispetto alla stragrande maggioranza che avrebbe desiderato un incontro con il Santo Padre».

© Copyright Repubblica, 23 gennaio 2008

Stamattina mi risulta ci sia l'udienza generale, non l'Angelus...
Appoggiamo chiaramente l'iniziativa dell'Associazione Nazionale Papaboys.
Quanto a Maiani, lo stop alla ratifica e' una questione politica che speriamo si risolva presto perche' il Cnr non puo' permettersi di rimanere senza presidente.
Da molti in questo blog e' stata espressa stima per Maiani. Non dubitiamo della sua competenza e speriamo che possa iniziare il suo lavoro al piu' presto.
Resta tuttavia l'amarezza per quella lettera che, di fatto, ha aperto la strada all'atto di intolleranza verso il Papa. Non possiamo dimenticare che quel documento attribuiva al teologo Ratzinger una frase di Feyerabend e chiedeva l'annullamento della visita del Papa
("Nulla da aggiungere agli argomenti di Cini, salvo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella citta di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto». Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano.
In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato").
Ci auguriamo che in futuro gli scienziati possano prestare piu' attenzione ai testi che citano.
R.

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La piazza di Benedetto

di Claudia Passa

Il passaparola è iniziato quando il lungo saluto del Pontefice, dopo l’Angelus domenicale, si avviava ormai a conclusione. Uno dopo l’altro, i fedeli (e non) accorsi in massa in piazza San Pietro hanno distolto lo sguardo dalla finestra del Palazzo Apostolico e si sono girati verso i grandi schermi che trasmettevano, ingigantite, le immagini di Papa Ratzinger intento a salutare, a ringraziare, a far risuonare fra le colonne del Bernini - e molto oltre - il suo invito alla libertà, alla ricerca della verità, al rispetto delle opinioni altrui.

Ai duecentomila accorsi alla chiamata del c ardinale Vicario Camillo Ruini (che il Papa ha espressamente ringraziato), i monitor installati tutt’intorno hanno restituito due occhi felici, grati, commossi. Un volto paterno e sorridente sotto lo stesso sole generoso che per tutta la mattina aveva accompagnato il lento e ininterrotto afflusso dei pellegrini, credenti e non credenti.

Era visibilmente contento, Benedetto XVI. Ha esordito, prim’ancora dell’Angelus, ringraziando. Ha parlato dell’unità dei cristiani, ha pregato secondo il rito.
Poi ha dissipato ogni dubbio, e immediatamente, rivolgendosi agli studenti universitari, ha fatto intendere che non si sarebbe sottratto, e avrebbe affrontato apertamente la questione che aveva trasformato una normale domenica in un evento di prima grandezza.

Così è stato. Il mite, dotto professor Joseph Ratzinger ha impartito urbi et orbi una lezione di libertà che i censori della “Sapienza” non dimenticheranno facilmente.

Il suo pubblico, eterogeneo come non mai, ha sottolineato con vigorosi applausi i passaggi salienti di un discorso tanto irrituale quanto esente dalla benché minima sgrammaticatura. Tanto esplicito e diretto quanto privo di qualsivoglia accento “politico”, al punto che persino un radicale solitamente fantasioso come Marco Cappato, lasciato a corto di argomenti da un Papa che ha saputo chiamare a San Pietro ogni sorta d’umanità, per tentare di lasciare il segno è dovuto ricorrere ad un poco convincente parallelo tra la “piazza San Pietro” di ieri e la “piazza Venezia” del Ventennio.

Chi aveva preventivamente imbracciato il fucile, già caricato con le facili accuse di strumentalizzazione, buone per tutte le stagioni, è rimasto deluso.

In una giornata che ha probabilmente fatto registrare il record di presenze politiche alla recita dell’Angelus, la politica è straordinariamente rimasta al di fuori del colonnato, confinata lungo i corridoi di via della Conciliazione dove gli esponenti di entrambi gli schieramenti rilasciavano le loro dichiarazioni. Al posto della politica, ad animare le centinaia di migliaia di presenti c’era la preoccupazione per il dilagare di un malinteso e distorto concetto di libertà, il cui copione la minoranza rumorosa della “Sapienza” – e la maggioranza troppo silenziosa – hanno recitato fino all’estremo.

Chi invece aveva notato con preoccupazione gli spazi vuoti fra la folla, temendo che fossero sintomo di scarsa partecipazione e pretesto per le malevole interpretazioni di chi ha fino all’ultimo ha sperato in un flop, s’è ben presto accorto che quegli spicchi deserti coincidevano con i coni d’ombra prodotti dai grandi striscioni di solidarietà nei confronti di Benedetto XVI. Nessuno voleva finirci dietro per timore di non riuscire a vedere il Pontefice, e appena al di là dello sventolio dei cartelloni la folla era grande e festosa.

Così, tra un coro da stadio e il silenzioso stupore di chi, non credente, all’Angelus non aveva mai messo piede, si è conclusa questa memorabile domenica di gennaio. Dopo la straordinaria lezione di libertà del Papa sorridente, le miserie dell’università italiana e dei campioni della democrazia a senso unico appaiono ancora più piccine.

© Copyright L'Occidentale

Bello questo editoriale!
Purtroppo, alla fine, la folla ha dovuto riempire anche i coni d'ombra. Chi e' finito dietro agli striscioni non ha forse nemmeno visto il Papa, eppure era li'...per un semplice atto di amore
.
R.

La Montalcini, membro di una Accademia Pontificia, appoggia i suoi colleghi della Sapienza...


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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

LA SMENTITA DELLA SENATRICE MONTALCINI:

Dichiarazione del Nobel Rita Levi Montalcini

Mai sognato di schierarmi contro il Papa

ROMA, 29.
Lo scorso 23 gennaio molti quotidiani italiani hanno attribuito a Rita Levi Montalcini l'intenzione di firmare la lettera degli scienziati della Sapienza sul Papa.

In proposito il premio Nobel ha dichiarato: "Un'affermazione questa non veritiera; infatti dopo aver contattato diversi giornalisti che hanno scritto gli articoli è stato da loro riconosciuto di "aver dedotto" dalle comunicazioni di Agenzia la frase suddetta senza che questa fosse stata da me pronunciata.

"In qualità di membro della Pontificia Accademia delle Scienze e dell'ammirazione che nutro verso il Pontefice non avrei mai espresso quanto attribuitomi. Preciso che sono stata discorde, sin dall'inizio, dai commenti che si sono sollevati attorno a questa incresciosa vicenda e ben lontana dall'assumere una posizione contro il Sommo Pontefice".

(©L'Osservatore Romano - 30 gennaio 2008)

La Montalcini contro il Papa, appello dei professori per difenderlo

CATERINA MANIACI

ROMA «Sono membro del Vaticano e non potevo firmare quello che invece approvavo completamente». Il premio Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini, a Milano durante la cerimonia con cui l'università di Milano Bicocca le ha conferito la laurea honoris causa in Biotecnologie industriali, risponde ai giornalisti che le chiedono se avrebbe fatto parlare il Papa all'Università La Sapienza di Roma o se avrebbe invece firmato il documento dei professori contrari all'intervento del Pontefice. «Ma non devo parlare di questo», precisa subito la senatrice a vita, «come non ho voluto parlarne». Indagando sulla frase «sono membro del Vaticano», si scopre che la senatrice a vita si riferisce al fatto di essere membro della Pontificia Accademia delle Scienze. Dunque, questa appartenenza le avrebbe impedito di prendere parte attiva, per così dire, alla polemica divampata nei giorni scorsi. Facendo però capire con chiarezza da che parte sta.

Quella sua appartenenza, comunque, non le ha impedito, in passato, di esprimere giudizi critici al «pensiero supercattolico» che avrebbe prodotto «guasti» propri «delle ideologie categoriche». Questo succedeva nel 2001, quando questi suoi giudizi sono stati duramente stigmatizzati dall'Osservatore Romano.

IL DOCUMENTO

Ma il mondo universitario italiano mostra adesso anche un'altra faccia. Non solo chiamate alle armi in nome «della laicità», non solo liste di nomi che non hanno voluto in visita il Papa e che continuano a sostenere le ragioni di questo "no", ma anche un vero e proprio "Appello per la ragione e la libertà in Università". Appello promosso a seguito di quanto accaduto in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza da a una novantina di professori ordinari delle diverse università italiane. L'appello, peraltro, segna l'inizio di una campagna culturale sul tema della ragione nell'università. Come si legge nel testo diffuso, questo è «un invito a difendere quella ampiezza e vastità della ragione, di quella libertà di ricerca e di confronto essenziale all'esercizio della professione di docente e per la costruzione di una civile convivenza. Ora tutti possono firmare l'appello - che si rivolge anche ai docenti degli atenei di tutta Europa - visitando il sito www.appellouniversita.net . Nei giorni della polemica più calda, subito sono fioccati gli inviti a Benedetto XVI da parte di diversi atenei italiani, da quello di Viterbo a quello di Firenze.

GLI INVITI

Anche il governatore della Regione Veneto, Giancarlo Galan, ha fatto presente che il prestigioso ateneo di Padova potrebbe invitare il Pontefice. Senza contare che gli interventi del professor Joseph Ratzinger sono sempre stati ricercatissimi da parte delle università di mezzo mondo. E la sua esperienza di «professore emerito» è stata con orgoglio ricordata dal Papa stesso durante l'Angelus di domenica scorsa a piazza San Pietro.
Ed è prossima la pubblicazione, da parte delle edizioni Porziuncola (francescane) dello studio del '57 del giovanissimo Ratzinger, con il quale otteneva la libera docenza, su «San Bonaventura. La teologia della storia».

© Copyright Libero, 23 gennaio 2008


La senatrice a vita

Montalcini: avrei firmato contro il Papa

MILANO — «Sono membro del Vaticano: non potevo firmare quello che invece approvo completamente». Rita Levi Montalcini avrebbe voluto sottoscrivere la lettera anti-Ratzinger scritta dai 67 docenti della Sapienza. Avrebbe aggiunto il suo nome al documento firmato dai professori contrari all'intervento di papa Benedetto XVI nell'ateneo romano. Non l'ha fatto. «Non potevo», ribadisce il premio Nobel, prima donna ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Lo dice sicura, con il tono pacato che ha usato per tutta la sua mattinata milanese, durante la quale ha ricevuto la laurea honoris causa in Biotecnologie industriali dall'Università Bicocca. Poi taglia corto: «Ma non devo parlare di questo». Nell'aula magna gremita — mentre fuori un gruppo di studenti di Azione Universitaria (An) le grida «Con la laurea e una stampella tieni in piedi il Mortadella» — la scienziata e senatrice a vita preferisce discutere di ottimismo: «È stato il mio unico merito: ho un'intelligenza mediocre». ( A. Sac.)

© Copyright Corriere della sera, 23 gennaio 2008

Non esiste una correlazione tra le parole di Bagnasco e la (possibile) caduta del governo Prodi (Tornielli per "Il Giornale")


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La lezione di Benedetto e gli errori dei sapienti e dello Stato (Bobbio per "Famiglia Cristiana")

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Dal Papa il via libera alla denuncia di Bagnasco

di Andrea Tornielli

La coincidenza temporale ha fatto dire a più di qualcuno che la scelta era stata in qualche modo «concertata»: il presidente della Cei Angelo Bagnasco ha pronunciato lunedì pomeriggio la sua prolusione «bomba», con la radiografia sulla triste situazione del Paese, la conferma che era stato il governo a suggerire al Papa di rinunciare alla visita alla Sapienza, l’affondo sui cattolici democratici e la necessità che su temi eticamente sensibili, come i Dico, non vi siano vincoli di mandato per i parlamentari cristiani. A strettissimo giro di posta, in quelle stesse ore, l’ex ministro Guardasigilli ha fatto sapere al premier Romano Prodi che l’Udeur non faceva più parte della maggioranza di centrosinistra. Un «uno-due» tecnicamente perfetto, cronologicamente parlando.

Ma le cose stanno davvero così? La Santa sede e la Cei sapevano in anticipo della decisione di Mastella? Hanno modulato i loro interventi sulla base di questa ormai imminente uscita dal governo dell’Udeur?

Va detto, innanzitutto, che la dirompente prolusione di Bagnasco non è stata scritta all’ultimo momento. Il quadro generale dei temi da toccare e il modo in cui toccarli era stato concordato a metà della scorsa settimana dal cardinale con lo stesso Benedetto XVI.

Quel testo, insomma, era stato scritto e limato ben prima che Mastella prendesse la sua decisione di abbandonare la maggioranza. Non esiste dunque una correlazione tra le parole di Bagnasco e la (possibile) caduta del governo Prodi.

La coincidenza dei tempi e le successive ricostruzioni dietrologiche a questo riguardo sono state ovviamente notate dagli stessi cardinali e vescovi che partecipano al Consiglio permanente della Cei. Ma si può star certi, assicurano fonti autorevoli e bene informate, che nel caso fosse stato chiaro in anticipo ciò che sarebbe avvenuto, lo stesso presidente della Conferenza episcopale italiana avrebbe piuttosto ammorbidito qualche passaggio dagli effetti più «politici» del suo discorso, come ad esempio quello indirizzato ai cattolici democratici.

Mastella, prima di annunciare la sua decisione, si è certamente consultato con Pier Ferdinando Casini, il leader dell’Udc. È noto che quest’ultimo ha buoni rapporti con il Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e non si può dunque escludere che qualche anticipazione sia stata fatta arrivare nei sacri palazzi. L’ex ministro della Giustizia è molto legato all’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, che domenica, dopo l’Angelus e la manifestazione di solidarietà a Benedetto XVI, ha rilasciato interviste televisive sulla situazione dell’emergenza rifiuti dicendo che «ognuno deve assumersi le proprie responsabilità».

Parole che sono state lette come critiche nei confronti del veltroniano governatore della Campania Antonio Bassolino e che potrebbero essere messe in relazione con la decisione di Mastella. Anche gli appelli a far cadere il governo, che al leader dell’Udeur sono stati rivolti mentre si trovava in piazza San Pietro a mezzogiorno di domenica, possono avere influito. Ma è certo che Bagnasco lunedì pomeriggio non ha parlato in quel modo per dare la spallata definitiva al governo Prodi. Un governo, questo va detto chiaramente, che ai vertici della Conferenza episcopale piaceva poco all’inizio del suo mandato, ed è piaciuto sempre meno nel corso di questi mesi. All’origine della dirompente prolusione e dei suoi argomenti, esposti in maniera così diretta e per certi versi più impolitica rispetto alle attenzioni di Ruini, sta la decisione di mettere dei punti fermi e anche, probabilmente, la volontà di far comprendere, dentro e fuori il «recinto» della Chiesa italiana che il presidente, adesso, è l’arcivescovo di Genova.

© Copyright Il Giornale, 23 gennaio 2008 consultabile online anche qui

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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

PAPA IN DUECENTOMILA IN PIAZZA SAN PIETRO PER SOLIDARIETÀ

LA LEZIONE DI BENEDETTO

Alberto Bobbio

Con la decisione di non intervenire all'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza ha dimostrato una profonda saggezza: «Andiamo avanti in questo spirito di fraternità e amore per la verità e la libertà».

Alla fine vince la sua mitezza di intellettuale attento a ogni sfumatura. Alla fine riesce pure a stemperare la sua amarezza di "professore emerito", come dice dalla finestra del Palazzo Apostolico durante l’Angelus più evocativo di significati di tutto il pontificato: «Grazie a voi tutti, buona settimana, e andiamo avanti in questo spirito di fraternità e amore per la verità e la libertà e impegno comune per una società fraterna e tollerante».

Parla il Papa e parla il professore ai 200.000 che hanno accolto l’invito del cardinale Camillo Ruini per dimostrare al Papa l’affetto della sua città e di tutta l’Italia, dopo che è stato costretto a rinunciare a parlare in un’università di un Paese democratico. Il Papa è emozionato, il silenzio della piazza totale.

Lui osserva la folla che straripa fin verso via della Conciliazione. Legge il testo preparato e poi aggiunge qualche parola: «È bello vedere questa comune fraternità della fede, grazie». Chiama la folla "cari amici", ripete più volte "grazie". Timido, riservato, eppure chiaro e preciso. Spiega: «Come sapete avevo accolto molto volentieri il cortese invito che mi era stato rivolto a intervenire giovedì scorso all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza, università di Roma».

Rivela Benedetto XVI di aver «lavorato con grande gioia al mio discorso, che ho preparato nei giorni dopo Natale».

Per lui si trattava davvero di un appuntamento importante. Ci teneva, insomma, lui che ha insegnato per anni nelle più prestigiose e laiche università tedesche, lui che conosce le regole del sapere e quelle dell’istituzione: «All’ambiente universitario, che per lunghi anni è stato il mio mondo, mi legano l’amore per la ricerca della verità, per il confronto, per il dialogo franco e rispettoso delle reciproche posizioni».

Anche La Sapienza la conosce bene, stima quell’ateneo, è "affezionato" ai suoi studenti. Ma "purtroppo", ammette con una punta di delusione, l’appuntamento è saltato: «Come è noto, il clima che si era creato ha reso inopportuna la mia presenza alla cerimonia».

Parole pacate e tranquille

All’Angelus Benedetto XVI si tiene lontano dalle polemiche, non lancia invettive e propone solo parole pacate e tranquille. Ma il dispiacere traspare: «Ho soprasseduto, mio malgrado». Eppure subito rilancia, perché a Benedetto XVI importa il contenuto e non la forma: «Ho voluto comunque inviare il testo da me preparato per l’occasione».

Cosa è accaduto la scorsa settimana? Cosa ha innescato quello che l’Osservatore Romano ha definito "incidente", parola che mai è stata usata dal quotidiano vaticano, in anni di storia repubblicana, per tratteggiare lo stato dei rapporti tra Italia e Santa Sede?

Cosa ha messo il Papa nelle condizioni di annullare la visita alla Sapienza, provocando quello che la Conferenza episcopale italiana ha chiamato "gravissimo rifiuto", frutto di «manifesta intolleranza antidemocratica e chiusura intellettuale»?

Il 14 novembre, un professore emerito di istituzioni di Fisica teorica e di Teorie quantistiche, Marcello Cini, 84 anni, una vita spesa a lottare contro tutti e contro sé stesso, al punto da definirsi "cattivo maestro" nella sua autobiografia intellettuale pubblicata sette anni fa, scrive una lettera al professor Renato Guarini, rettore della Sapienza, la più grande università italiana ed europea, la seconda al mondo, che aveva appena invitato il professor Joseph Ratzinger, Papa della Chiesa cattolica, all’inaugurazione dell’anno accademico prevista per il 17 gennaio. Non per tenere una lectio magistralis, cioè la conferenza che dà l’impronta all’università, ma solo un discorso dopo quelli del ministro dell’Università Fabio Mussi e del sindaco di Roma Walter Veltroni.

Il professor Cini non sa che quella lettera, che intanto ottiene l’adesione di altri professori (arriveranno a 67), innescherà il più serio "incidente" tra Italia e Vaticano nella storia contemporanea. Scrivono e pasticciano, i professori. Scrivono che un Papa oscurantista ha approvato come "ragionevole e giusto" il processo contro Galileo.

Scrivono pure che la frase sta in un discorso pronunciato dall’allora cardinale Ratzinger all’università di Parma. E sbagliano su tutta la linea. Il discorso fu tenuto proprio alla Sapienza il 15 febbraio 1990 e la frase non è del Papa, ma di un filosofo agnostico, Feyerabend, scomparso negli ultimi anni del Novecento, che Ratzinger ha citato per confutarla. Il testo della conferenza venne pubblicato da un libro delle Edizioni Paoline nel 1992, Una svolta per l’Europa, che si trova in tutte le biblioteche.

Si è mobilitata l’Italia "normale"

La lettera provoca a metà di novembre un blando dibattito alla Sapienza. Ma poi due mesi dopo finisce su Repubblica e scoppia il caso. Polemiche e proteste e il dibattito che dal livello culturale si trasferisce pericolosamente a quello fisico, con l’occupazione del rettorato della Sapienza da parte di un manipolo di studenti dei collettivi della sinistra estrema.

S’infiamma anche la discussione politica con il solito dibattito sulla laicità. Ma questa volta non c’è molto da dire: impedire di parlare al Papa alla Sapienza è "fascismo intellettuale". Punto e basta. Ma nessuno soccorre la Santa Sede. Il Governo si limita alla questione dell’ordine pubblico, non opera nessuna moral suasion, nessun investimento di persuasione morale circa la gravità di una mancata partecipazione del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico. Così si mette la Santa Sede, sola, nella condizione di dover decidere.

E il Papa decide di non andare, ma di mandare il testo del suo discorso. In mezzo c’è una, forse inopinata, telefonata del ministro dell’Interno Amato, che scarica ogni responsabilità sul Vaticano. Il quale con un "atto di grande delicatezza", per usare le parole dell’ex presidente Cossiga, ha rinunciato.

Il dibattito, la scorsa settimana, ha lacerato ancora una volta il Paese. E non ce n’era assolutamente bisogno.

Il cardinale Ruini, con il suo appello "all’affetto" per Benedetto XVI, moto di riparazione per la brutta vicenda, ha mobilitato l’Italia "normale", quella che non ci sta a considerare i cattolici cittadini di serie B, quella che soprattutto pensa che è ora di finirla di schierare la gente, comunque, sulle barricate.

© Copyright Famiglia Cristiana n. 4/2008

22 gennaio 2008

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Il Papa troppo presente in tv? I dati forniti da Pannella e dalla Bonino brutalmente smentiti dall'Authority per le comunicazioni e dal Tg1!

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La ragione e la fede insieme sono fattori di libertà, parola di Benedetto (Stefano Fontana per "L'Occidentale")

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CARD. BAGNASCO: LA RINUNCIA DEL PAPA ALLA VISITA ALLA SAPIENZA E' STATA SUGGERITA DAL GOVERNO!

Bernardini: "Ratzinger un collega? Di chi? Non abbiamo cattedre di teologia, per buoni motivi. Che parlino per l'università San Pio V!"

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La "Spe salvi" e la visione dell’uomo nella psicoterapia

ROMA, martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo un articolo del dottor Ermanno Pavesi, psichiatra clinico e docente di Psicologia alla Gustav-Siewerth-Akademie di Weilheim-Bierbronnen (Germania) e alla Theologische Hochschule Chur (Svizzera).

* * *

Psichiatria e psicoterapia dedicano al tema della speranza, intesa in senso stretto, un’attenzione molto limitata. Le più importanti scuole partono da una visione dell’uomo di tipo naturalistico e considerano tanto i contenuti psichici quanto il comportamento non come azioni umane ma come eventi naturali regolati dalle leggi di natura. Una tale visione dell’uomo riconosce piuttosto cause di eventi che non il senso, il telos di azioni.

L’Enciclica però insegna: “Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore” (Spe salvi, N. 5).

L’uomo viene al mondo con una predisposizione genetica. L’attività psichica presuppone processi neurobiologici. Fattori esterni, come la famiglia durante l’infanzia e la società in età più avanzata, caratterizzano e influenzano il suo sviluppo. L’uomo, in quanto persona, possiede, però, un’anima spirituale, che determina il suo fine ultimo. Proprio questo fine ultimo, a cui devono essere subordinati tutti gli altri fini, più o meno importanti, rappresenta per l’uomo la grande speranza e dà senso all’esistenza. L’uomo deve confrontarsi continuamente con la propria limitatezza, con la fragilità del suo corpo, con i condizionamenti esterni, con le innumerevoli traversie e avversità, e non ultimo con le proprie debolezze. Non ostante tutto, la certezza di essere in cammino verso un fine ultimo gli può dare speranza.

“La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (Spe salvi, N. 1).

Molti problemi che possono provocare difficoltà o addirittura disturbi psichici dipendono proprio dal fatto che l’uomo non viene a capo delle difficoltà dell’esistenza, e che non ha un fine davanti a sé capace di rendere sopportabile tale peso. Può sembrare paradossale: l’uomo deve combattere sempre meno per la propria sopravvivenza, ma per questo non raramente perde uno dei motivi più importanti per vivere. La sofferenza viene spesso ridotta a un problema di analgesia, come se la sofferenza cessasse con il lenimento dei dolori fisici. Non si può essere mai abbastanza riconoscenti per i potenti analgesici che oggi consentono di alleviare considerevolmente i dolori di un malato di cancro, ma questi medicinali, se non arrivano a stordirlo completamente, non possono toglierli il difficile e penoso compito di confrontarsi con il senso della malattia, della vita e della morte.

“Nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi; la sofferenza degli innocenti e anche le sofferenze psichiche sono piuttosto aumentate nel corso degli ultimi decenni. Sì, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza” (Spe salvi, N. 36).

Addirittura un filosofo materialista come Ludwig Feuerbach poteva riconoscere nel XIX secolo l’importanza di un fine: “Non la volontà in quanto tale, non il vago sapere, dà all’uomo un fondamento etico e una fermezza, cioè carattere, ma soltanto lo dà l’attività per un fine, che è l’unità dell’attività teoretica e pratica. Ogni uomo deve perciò porsi un Dio, cioè un fine ultimo. Il fine ultimo è l’essenziale impulso alla vita, cosciente e voluto, lo sguardo del genio, il punto luminoso dell’autoriconoscimento – l’unità di natura e spirito nell’uomo. Chi ha un fine ultimo, ha una legge oltre di sé; non soltanto guida se stesso; viene anche guidato. Chi non ha un fine ultimo, non ha una patria, non ha un santuario. La più grande infelicità è l’assenza di fini. Persino chi si pone fini comuni se la cava meglio, anche se non è migliore, di chi non si pone alcun fine. Il fine limita, ma il limite è maestro della virtù” (Ludwig Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, trad. it., Ponte alle Grazie, Firenze 1994, p. 123).

Vi sono stati psichiatri e psicoterapeuti che hanno criticato le visioni dell’uomo riduzionistiche, che hanno richiamato l’attenzione su ciò che c’è di più umano nell’uomo e che hanno proposto un modello d’uomo personalista, come Ludwig Binswanger, Igor Caruso, Rudolf Allers, Wilfried Daim e, non ultimo, Viktor Frankl con le sue teorie della Logoterapia e dell’Analisi Esistenziale. Le teorie di questi autori hanno però avuto una diffusione limitata, forse perché contraddicevano le mode culturali del tempo.

Frankl sottolinea che: “L’uomo non è solo un essere che reagisce e abreagisce, ma che trascende se stesso. Un’esistenza umana supera sempre se stessa, rimanda sempre a qualcosa differente da sé – a qualcosa o a qualcuno, a un significato o a un altro essere umano. Solo al servizio di una causa o nell’amore per il proprio partner l’uomo diventa completamente uomo e completamente se stesso” (Viktor Frankl, Die Sinnfrage in der Psychotherapie, Piper, Monaco di Baviera, p. 38).

È senz’altro importante riconoscere l’importanza di avere un fine nella vita. D’altra parte, anche se un fine limitato è meglio della mancanza di un fine, la questione del valore del fine che ci si è posto è di importanza fondamentale. Wilfried Daim ha approfondito il concetto psicoanalitico della fissazione: fissazione sarebbe una specie di idolatria. Qualcosa, una persona, un’attività, un oggetto viene assolutizzato e assume all’interno della persona una posizione centrale che non gli spetta. La sopravvalutazione dell’oggetto della fissazione porta inevitabilmente a delusioni e fallimenti, poiché un tale oggetto non può dare il sostegno sperato. Invece di crescere come persona, l’uomo si aggrappa all’oggetto della fissazione. In questo modo si rompe l’integrazione dei processi psichici che si rivolgono o verso l’oggetto della fissazione o verso l’autentico impulso di sviluppo. (Cfr. Wilfried Daim, Tiefenpsychologie und Erlösung, Herold, Wien 1954, p.105).

L’assolutizzazione di un bene particolare porta disordine in tutta la vita psichica. Vengono poste false priorità e ciò che dovrebbe stare al centro della persona non riceve l’adeguato riconoscimento. Ma l’uomo tende all’assoluto. La fissazione ad un bene finito provoca intima insoddisfazione e l’esigenza di redenzione. Con l’aiuto della psicoterapia l’uomo può riconoscere le proprie fissazioni e attribuire agli oggetti della fissazione il posto adeguato. Questa “redenzione” psicoterapeutica però “non elimina la necessità di quella metafisica, al contrario riceve da quest’ultima il suo significato ultimo, la sua validità e la sua piena legittimazione” (W. Daim, op. cit., p. 220). Alla psicoterapia spetta un compito importante: la liberazione da fissazioni può far maturare la personalità e il riconoscimento della caducità dei beni finiti offre la possibilità di aprire la strada a una autentica ricerca dell’assoluto.

La riflessione sull’Enciclica Spe salvi può aiutare anche lo psicoterapeuta a superare le proprie fissazioni. Può contribuire anche a trovare il senso della propria attività, precisamente nel seguire il paziente alla ricerca del significato autentico della propria esistenza. Un sostegno e un aiuto che spesso risultano difficili, che presentano forse meno alti che bassi, e che non possono neanche garantire un successo dal punto di vista puramente umano. Non ostante tutto questo, l’attività dello psicoterapeuta deve essere sostenuta dalla speranza che l’attività terapeutica non sia solo un intervento tecnico sul paziente, ma che la partecipazione alla sofferenza, alle ansie e alle preoccupazioni del paziente, a sua volta, possa risvegliare la speranza degli altri.

“Nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell’altro né è mai inutile. Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me” (Spe salvi, N. 48).

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