2 luglio 2008

Il confronto con le culture e le religioni secondo i Padri della Chiesa: "La verità si dimostra mettendola in pratica" (Mons. Amato per l'Osservatore)


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Il confronto con le culture e le religioni secondo i Padri della Chiesa

La verità si dimostra mettendola in pratica

di Angelo Amato

Una iniziale proposta epistemologica relativa al dialogo religioso consiglia di attuarlo percorrendo due binari ben distinti tra di loro, dal momento che hanno finalità diverse non strettamente complementari. C'è il dialogo della carità, che tende a costruire una civiltà umana riconciliata e pacifica. C'è il dialogo della verità, che mira invece a discernere la verità delle singole credenze religiose.
Il dialogo della carità si può manifestare anzitutto nel dialogo della vita, mediante il rispetto dell'interlocutore come persona appartenente alla stessa umanità e quindi degna di accoglienza, di stima e anche di amicizia. Tale dialogo si può attuare, in secondo luogo, nel dialogo dell'azione, che implica la collaborazione tra le religioni del mondo per il raggiungimento della pace tra le nazioni, per la difesa della natura e delle sue leggi, per la protezione della vita soprattutto dei più deboli, per la solidarietà nei beni della terra, per la tutela della libertà di ogni persona umana, soprattutto della libertà religiosa, per l'affermazione della giustizia, dell'uguaglianza, della fraternità, per il superamento degli aspetti negativi della globalizzazione, per l'eliminazione della povertà e della fame nel mondo. Come si vede, il dialogo della carità apre un orizzonte sconfinato come è sconfinata la carità di Dio, infusa nei nostri cuori.
La seconda articolazione del dialogo interreligioso è il dialogo della verità, che implica la libertà di confrontarsi sui contenuti delle proprie convinzioni religiose, nel rispetto dell'altrui coscienza e nel riconoscimento della sincerità dell'interlocutore. Si tratta di un dialogo difficile che non mira a una religione universale con un minimo comune denominatore, ma che spinge gli interlocutori a esplicitare le caratteristiche essenziali delle loro credenze religiose. Si tenga presente che tutte le grandi religioni, e non solo il cristianesimo, avanzano la pretesa di verità e di universalità. Per questo il dialogo della verità è indispensabile per un discernimento oggettivo della realtà delle cose.
Presenterò alcune riflessioni solo su questo dialogo della verità, premettendo che si tratta di accenni sommari, dal momento che la Chiesa ha una lunghissima esperienza di questo dialogo. Parto da un'affermazione della Dominus Iesus che dice: "Nella pratica e nell'approfondimento teorico del dialogo tra la fede cristiana e le altre tradizioni religiose sorgono domande nuove, alle quali si cerca di far fronte percorrendo nuove piste di ricerca, avanzando proposte e suggerendo comportamenti che abbisognano di accurato discernimento" (n. 3).
Credo che sia ora di superare le teorie dell'esclusivismo, dell'inclusivismo e del relativismo, con le loro ulteriori specificazioni, e puntare invece su una duplice direzione. Anzitutto occorre evitare un dialogo interreligioso generico, che non tenga conto della specifica identità di ogni interlocutore.

Il dialogo interreligioso, come in modo analogo il dialogo ecumenico, esige un confronto bilaterale, in cui gli interlocutori possano essere considerati nella loro precisa originalità e così manifestare la loro "verità".

In secondo luogo, occorre che il dialogo interreligioso della verità punti sui contenuti essenziali delle diverse credenze e quindi sulla loro visione di Dio (se vi fanno riferimento), dell'uomo e del cosmo. Il dialogo della verità deve confrontarsi in concreto sulle convinzioni religiose, etiche, educative, politiche e culturali, in una parola, sul nocciolo duro dell'identità religiosa dell'interlocutore. Occorre, quindi, evitare confronti generici, fondati solo su analisi fenomenologiche superficiali, per aprirsi invece a un incontro bilaterale aperto e franco sulle rispettive proposte religiose in relazione alla verità su Dio, sull'uomo, sul cosmo. Questo suppone una buona e articolata conoscenza della propria fede e anche una altrettanto completa informazione sulle credenze altrui. Tale dialogo della verità non si può improvvisare, senza il rischio di banalizzare e forse anche tradire le proprie e altrui convinzioni.
Certo, in una cultura come quella postmoderna, in cui prevale l'opinione e nella quale la verità sembra essere un miraggio evanescente, il dialogo della verità appare come una sfida controcorrente. Questo implica un certo cambiamento nella dinamica del dialogo interreligioso.

La lezione di Benedetto XVI a Ratisbona può essere considerata come l'inizio di un nuovo atteggiamento, che esce dagli schemi ristretti di un dialogo diplomatico disattento alle conseguenze di un dialogo virtuale avulso dalla realtà, per entrare nel vivo di un dialogue de vérité et de vie, che mette in gioco l'esistenza stessa degli interlocutori, nella globalità e nella complessità del loro progetto di realizzazione umana e religiosa.

Ovviamente - e non poteva essere diversamente - le mie considerazioni partono da un quadro di riferimento cristiano e sono accompagnate da constatazioni storiche e da riflessioni filosofiche e teologiche. Per rispondere a chi ci domanda ragione della speranza cristiana, occorre far riferimento alla verità. San Giovanni infatti afferma: "Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera" (Giovanni, 21, 24).
Il dialogo è un genere letterario di lunga tradizione, presente nella filosofia greca e anche nei Vangeli. Nel confronto interreligioso, il cristianesimo antico ha dovuto affrontare alcune sfide, correlate tra di loro e attuali ancora oggi: la giustificazione razionale della fede, la questione della sua verità e la possibilità della sua attuazione nell'esistenza concreta dei cristiani.
Giustino (secondo secolo), nel suo dialogo con l'ebreo Trifone, considera sia l'Antico Testamento sia la filosofia greca come due strade che guidano a Cristo, al Lògos: "Ecco perché - commenta Benedetto XVI in una sua catechesi - la filosofia greca non può opporsi alla verità evangelica, e i cristiani possono attingervi con fiducia, come a un bene proprio".
Tertulliano (ii-iii secolo) parla del cristianesimo come vera religio veri Dei distinta dalla romana religio.
Anche Lattanzio (iii-iv secolo) considera la fede cristiana come la vera religio veraque sapientia.
Tertulliano individua le differenze tra la nuova religione e le principali correnti filosofiche nel trionfo della carità dello Spirito, che alla violenza dei persecutori oppone il sangue, la sofferenza e la pazienza dei martiri. Da buon apologista egli avverte anche l'esigenza di una comunicazione positiva del cristianesimo: per questo egli adotta il metodo speculativo per illustrare i fondamenti razionali del dogma cristiano. Li approfondisce in maniera sistematica, a cominciare dalla descrizione del "Dio dei cristiani": "Quello che noi adoriamo - attesta l'apologista - è un Dio unico". E prosegue, impiegando le antitesi e i paradossi caratteristici del suo linguaggio: "Egli è invisibile, anche se lo si vede; inafferrabile, anche se è presente attraverso la grazia; inconcepibile, anche se i sensi umani lo possono concepire; perciò è vero e grande!" (Apologetico, 17, 1-2)".
I Padri dovettero fare fronte alle numerose critiche anticristiane degli scrittori e dei filosofi pagani, e soprattutto del filosofo neoplatonico Porfirio (sec. iii), le cui considerazioni erano tanto chiare quanto oscure erano quelle di Plotino, suo maestro. Il suo anticristianesimo ha una triplice motivazione. Anzitutto il rigetto delle Scritture, soprattutto dei Vangeli, dal momento che gli evangelisti sarebbero stati dei commedianti e degli impostori e avrebbero praticato la magia, ingannando con essa la gente ignorante. Porfirio nega poi l'incarnazione e la risurrezione della carne in quanto inconciliabili con il dualismo platonico della separazione assoluta tra l'intelligibile e il sensibile, quest'ultimo considerato cattivo in sé. Infine, contesta al cristianesimo ogni suo carattere di novità, dal momento che la necessità della conversione, la pratica delle buone opere verso il prossimo, il rispetto di tutte le creature sono valori difesi anche dalla sapienza greca.
Questi argomenti saranno ripresi in seguito dall'imperatore Giuliano, nel suo Contra Galilaeos. L'imperatore apostata era scandalizzato per la pretesa di verità avanzata dai cristiani nei confronti delle altre religioni. Per lui ogni popolo dovrebbe essere libero di venerare le proprie divinità, espressioni sempre parziali del divino trascendente. Sulla stessa linea si poneva il senatore Simmaco (iv secolo), nella sua difesa del pluralismo religioso e del relativismo, ritenendo ugualmente validi sia il culto alla dea Vittoria sia il culto cristiano.
Da questi cenni si nota subito l'offensiva massiccia e argomentata contro il cristianesimo da parte della cultura del tempo. E la Chiesa attraverso i suoi pastori e i suoi uomini d'ingegno rispose in modo altrettanto fermo e articolato.
Ad esempio, nella risposta di sant'Ambrogio a Simmaco si afferma che il mistero di Dio lo può insegnare solo Dio e non l'uomo, che non conosce nemmeno se stesso: "[Simmaco] dice che non ci può essere una sola via per accedere a così grande mistero. Ciò che voi ignorate noi lo conosciamo dalla voce stessa di Dio. E ciò che voi cercate per congetture, noi lo apprendiamo dalla sapienza stessa e dalla verità di Dio" (Epistole, 18, 7-8).
Anche Arnobio di Sicca (iii-iv secolo) scrisse un'apologia del cristianesimo, Adversus nationes, la cui linea unitaria è data dalla passione per la verità nel confronto serrato tra la fede cristiana e il politeismo pagano, da lui ben conosciuto e che prima era stato il suo riferimento esistenziale. Egli sottolinea la capacità della ratio di giudicare rettamente e di cogliere e accogliere la verità cristiana. Il suo metodo incentrato sul dubbio-certezza è espressione dialettica della falsità-verità.
Sulla questione della vera religione i cristiani ammettono che il mistero di Dio è inaccessibile con le sole forze umane. Ma la rivelazione di Cristo è la parola stessa di Dio che svela se stesso con sapienza e verità. Di qui la conseguenza che solo la religione cristiana è la vera religione. Essa non è una gnosi, e cioè una salvezza per conoscenza, ma è un fatto storico, il mistero salvifico dell'incarnazione, passione, morte e risurrezione di Cristo, Figlio di Dio, mediante il quale viene offerta all'umanità la comunione con Dio, come dono di vita e di verità.
Sant'Agostino, nel trattato De vera religione, intende dissuadere il suo benefattore Romaniano dal manicheismo e condurlo alla Chiesa. Nell'opera si criticano i culti pagani e si presenta la vera religione, come adorazione del Dio Uno e Trino.
Significativo è il contributo del misterioso scrittore, conosciuto come Dionigi Areopagita (vi secolo), che, sull'esempio di Paolo, pose il Vangelo in dialogo con la sapienza greca. Il suo intento era la ricerca della verità: "Non vorrei fare delle polemiche - egli afferma in una sua epistola - parlo semplicemente della verità, cerco la verità".
Questo suo atteggiamento va al cuore del vero spirito di ogni dialogo: la ricerca della verità. Per questo Dionigi - commenta Benedetto XVI nella catechesi del 14 maggio 2008 - ci "appare come un grande mediatore nel dialogo moderno tra il cristianesimo e le teologie mistiche dell'Asia". E, a proposito del dialogo interreligioso, il Papa aggiunge: "Si vede così che il dialogo non accetta la superficialità. Proprio quando uno entra nella profondità dell'incontro con Cristo si apre anche lo spazio vasto per il dialogo. Quando uno incontra la luce della verità, si accorge che è una luce per tutti; scompaiono le polemiche e diventa possibile capirsi l'un l'altro o almeno parlare l'uno con l'altro, avvicinarsi".
I Padri della Chiesa furono quindi attenti alla giustificazione razionale del cristianesimo, nel confronto irenico ma talvolta anche polemico con altre concezioni filosofiche e religiose, facendo uso della recta ratio come via alla verità divina. Sulla base di questa giustificazione razionale, essi mostrarono anche l'esemplarità esistenziale dei cristiani. Non si spiegherebbe, infatti, la straordinaria e rapida diffusione del cristianesimo nel mondo antico, che riuscì a integrare filosofie profonde e a superare religioni ritenute allora invincibili. Certo, grande fu la dedizione missionaria degli apostoli, soprattutto di Paolo di Tarso, ma un contributo innegabile fu dato dal carattere pratico del cristianesimo, diventato subito una religione per tutti.
"Cristiano", per Ignazio di Antiochia, era colui che viveva una vita in armonia con la sua fede.
Per Origene, la verità del cristianesimo la si provava mettendola in pratica. La vita cristiana, infatti, non è solo interiorità, ma si manifesta nella condotta e nel linguaggio dei fedeli.
Per Giovanni Crisostomo, il cristiano "deve essere riconosciuto ovunque per il suo modo di camminare, di guardare, per tutto il suo comportamento esteriore e per la sua stessa voce" (Omelia, 4, 7).
Di fronte alla critica di Celso, secondo il quale la morale cristiana non aveva nulla di originale, Origene non protestò, spiegando anzi che la presunta mancanza di novità nell'etica cristiana dipendeva dal fatto che Dio aveva voluto fornire criteri etici comuni per tutta l'umanità, per far sì che il verdetto del giudizio finale si basasse su criteri veramente uguali per tutti.
Due sono gli elementi che concernono l'essenziale compimento del pensiero antico da parte del cristianesimo. Anzitutto, la verità cristiana non è una verità solo per esperti, ma per tutti; non è una verità solo teorica, ma anche pratica; non è una verità solo per l'accademia ma anche per la vita concreta. Si tratta della semplicità cristiana, lontana dalle affabulazioni gnostiche. Non solo uomini sapienti ma anche persone semplici hanno contribuito a diffondere il cristianesimo.
Spesso i Padri chiamano i cristiani "veri filosofi". Girolamo si chiedeva: "Chi legge Aristotele? Quanti conoscono Platone o i suoi libri, o perlomeno il suo nome? (...) Della nostra gente semplice e dei nostri pescatori, invece, tutti ne parlano, ne risuona il mondo intero. Perciò bisogna proporre le loro parole semplici in un linguaggio altrettanto semplice".

In secondo luogo, la semplicità cristiana non è semplicioneria o superficialità, ma docta ignorantia, in analogia con l'ignoranza socratica. Essa indica una conoscenza più alta che supera la dialettica dei filosofi e dei retori e che riesce a raggiungere tutti.

La pretesa della verità e dell'universalità del cristianesimo è quindi insita fin dall'inizio nella sua identità, testimoniata non tanto da ragionamenti cavillosi ma da una pratica di vita umana leggibile ed esemplare. E tale verità fu diffusa non con la coercizione ma con la convinzione. Alla base dell'annuncio cristiano c'è il principio di libertà.

(©L'Osservatore Romano - 3 luglio 2008)

Bellissimo contributo di Mons. Amato che chiude idealmente il ciclo sui Padri della Chiesa.
R.

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Un intervento del cardinale Vithayathil

L'Asia guarda a san Paolo modello di evangelizzazione

New Delhi, 2. "Rivitalizzare lo zelo missionario e lo spirito nell'annuncio della buona novella": è questo il compito che spetta alla Chiesa in India, ma in generale anche in tutta l'Asia, in occasione dell'Anno paolino, nelle parole del cardinale e arcivescovo maggiore di Ernakulam-Angamaly dei Siro-Malabaresi Varkey Vithayathil.
Il cardinale, che è anche presidente della Conferenza dei vescovi cattolici dell'India (Cbci), in una dichiarazione rilasciata all'agenzia Asia News, ha sottolineato il valore dell'evento per l'evangelizzazione del continente. Il porporato ha detto: "Nelle celebrazioni per il secondo millennio della nascita di san Paolo, la Chiesa deve anzitutto rivitalizzare il suo zelo missionario e lo spirito nell'annuncio della buona novella a tutti i popoli. San Paolo è stato il più grande missionario della storia e la sua vita e predicazione sono l'elemento più importante per l'India e l'Asia, soprattutto in questo nostro tempo".
Il cardinale ha ricordato poi che, in occasione dell'ultimo incontro con i vescovi indiani, ha ribadito fortemente la necessità che la Chiesa realizzi una nuova evangelizzazione.
Il porporato ha affermato: "Ho detto ai vescovi dell'India che il lavoro sociale non è sufficiente. Il lavoro sociale è evangelizzazione indiretta, ma la Chiesa in India, con franchezza, deve predicare Gesù Cristo".
Ha quindi specificato: "Predicare il Vangelo e annunciare la Buona Novella della salvezza, è la carità più grande che la Chiesa in India e in Asia può offrire. Questa carità ha il potere di trasformare la vita della gente, fino ad avvolgere l'esistenza quotidiana in una nuova dignità. Questa è la missione della Chiesa e di ogni cristiano battezzato".
Il porporato nel suo intervento ha invitato alla lettura delle epistole del santo, ricordando che sono essenziali per i vescovi, i sacerdoti e i laici, perché istruiscono sul modo in cui la vita di ogni essere umano può diventare testimonianza di Gesù.
In particolare, il porporato ha citato alcune parole dell'apostolo delle genti, riferendosi alla difficile situazione in cui vivono alcune comunità cristiane nel Paese: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia".
Il presidente dei vescovi ha commentato: "Non vi è nulla di più prezioso di questa corona di giustizia. Dovrebbe essere questo lo spirito che anima noi in India, nel clima di intolleranza contro i cristiani che si respira in molti Stati indiani, e con le leggi anticonversione che vorrebbero piegare lo spirito evangelico". E ha concluso: "Questo zelo indomito dell'apostolo dovrebbe accrescere lo spirito evangelico nel cuore di tutti noi in India: evangelizzare nella speranza, comunicando Gesù alla gente. Oggigiorno è importante vivere il Vangelo con radicalità e il nostro modello è san Paolo".
Per il cardinale l'apostolo delle genti mostra quello a cui un cristiano va incontro predicando il Vangelo. Il santo è modello di evangelizzazione in tutta l'Asia e soprattutto per la Chiesa perseguitata in India. Il porporato ha proseguito affermando che san Paolo è stato l'apostolo dei pagani ed è stato perseguitato a causa di Gesù Cristo.
Tuttavia, ha puntualizzato il presidente dei vescovi: "Questo non ha annacquato il suo zelo. Egli ha viaggiato in lungo e in largo nel mondo di allora, con tutte le difficoltà che esistevano in quei tempi. ha dovuto subire animosità e pericoli, cercando di convertire i popoli alla nuova fede. Egli ha sopportato con tenacia tutto questo, giungendo al compimento della sua opera. Infine, egli è stato decapitato".
Il cardinale ha messo in rilievo ancora, in un altro passaggio del suo intervento, il coraggio estremo del santo fino a consumarsi nell'amore di Cristo: "Paolo - ha detto - era cosciente delle conseguenze cui si giunge dimenticando di proclamare il Vangelo". Per il presidente dei vescovi, in conclusione dell'intervento, è questa la strada che la Chiesa deve seguire: "Paolo era così consumato dall'amore per Gesù, che ha sofferto con coraggio anche le persecuzioni. Egli non ha mai usato la forza o la seduzione, un'accusa che spesso si fa contro i cristiani in India, ma predicava e la gente gli credeva". Ha perciò auspicato: "Questo si dovrebbe fare in India e in Asia. Purtroppo la persecuzione ci impaurisce e il nostro zelo si raffredda, così spegniamo la nostra predicazione. È urgente che la luce luminosa della risurrezione brilli sulle generazioni presenti. Ma questo richiede che voi e io annunciamo a tutti i popoli il Signore risorto".

(©L'Osservatore Romano - 3 luglio 2008)

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Dal blog di Andrea Tornielli:

Roma e Fraternità San Pio X, il dialogo va avanti

Ho appreso da fonte certa che, al contrario di quanto emerso in certi articoli, la risposta della Fraternità alla lettera del cardinale Castrillòn non è stata affatto negativa. Il cardinale ne è stato contento, ha risposto a Fellay e ha subito fatto pervenire la lettera della Fraternità a Benedetto XVI. Al di là della scandenza di fine giugno, i lefebvriani chiedono tempo ma - sembra - cercheranno di attenersi ai cinque punti.

Si dimostrano, quindi, totalmente infondate le "frettolose conclusioni" di agenzie di stampa (salvo l'Agi che ringraziamo ancora) e di giornali che davano per scontata la rottura delle trattative.
Teniamo le orecchie e gli occhi bene aperti e ringraziamo che c'e' internet a fare chiarezza in certe materie...
Non si scappa, signori: per una stessa notizia ci sono piu' fonti! Anche questa e' democrazia, o no?

R.

IL BLOG SARA' AGGIORNATO PIU' TARDI...A DOPO :-)

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Papa: guardiamo a San Paolo per “imparare la fede, imparare Cristo”

Benedetto XVI annuncia un ciclo di riflessioni sulla figura dell’apostolo delle genti, in quest’anno a lui dedicato. Oggi il Papa si trasferisce a Castel Gandolfo da dove, l’11, partirà per la celebrazione della Giornata mondiale della gioventù, a Sydney.

Città del Vaticano (AsiaNews)

Un anno per capire “cosa San Paolo ha da dire ai cristiani di oggi”, per “imparare da San Paolo, imparare la fede, imparare Cristo, imparare finalmente la retta via”. Nella prima udienza dopo la solenne apertura dell’Anno dedicato al bimillenario della nascita dell’apostolo delle genti, ultima prima dell’estate – gli incontri del mercoledì riprenderanno il 13 agosto – Benedetto XVI ha inaugurato così una serie di riflessioni che intende dedicare alla figura “eccelsa e pressoché inimitabile” di San Paolo, “esempio di totale dedizione al Signore e alla sua Chiesa, oltre che di grande apertura all’umanità e alle sue culture”.

Una persona che, come peraltro il cristianesimo, “non è possibile comprendere senza collocarlo sullo sfondo tanto giudaico quanto pagano del suo tempo”. E’ in questa cornice che Benedetto XVI ha spiegato alle ottomila persone presenti nell’aula delle udienze il contesto culturale nel quale Paolo ha vissuto ed operato. “Dobbiamo inserirci – ha detto - nel mondo di 2000 anni fa, ma sotto vari aspetti il contesto socioculturale di oggi non differisce molto da quello di allora”.

Paolo, innanzi tutto, “viene da una cultura certamente minoritaria, quella del popolo di Israele”. Nel mondo antico, a Roma gli ebrei erano al massimo il 3 per cento degli abitanti. “Le loro credenze ed il loro stile di vita, come succede ancora oggi, li distinguevano nettamente dall’ambiente circostante. Il che può portare o a derisione o ad ammirazione, come accadeva anche a Paolo”. Il Papa ha ricordato in proposito che “Cicerone disprezzava la loro religione e persino la città di Gerusalemme”, mentre la moglie di Nerone, Poppea veniva ritenuta “simpatizzante”, e persino Giulio Cesare aveva riconosciuto la loro particolarità.

Paolo inoltre visse nella cultura ellenistica “che era patrimonio comune almeno del Mediterraneo orientale”, in una situazione politica nella quale l’Impero romano “garantiva stabilita e pace dalla Britannia all’Egitto” ed offriva “un tessuto comune di unificazione super partes”.

E se “la visione universalistica tipica del Paolo cristiano deve certamente il suo impulso di base a Gesù”, va tenuto conto anche della formazione culturale offerta dal suo ambiente, tanto che egli viene definito “uomo di tre culture: ebraica, greca e romana”. Il Papa ha indicato in proposito la filosofia stoica dominante a quel tempo, che influì anche su Paolo. Nei filosofi stoici, come Seneca, ci sono “valori altissimi di umanità e di sapienza, che saranno naturalmente recepiti nel cristianesimo”: si pensi alla dottrina dell’universo, unico corpo armonioso, dell’uguaglianza tra tutti, del dominio di sé.

Oggi Benedetto XVI si trasferisce nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Vi resterà fino all’11 luglio, quando partirà per celebrare, a Sydney, in Australia, la Giornata mondale della Gioventù. A “Castello” tornerà il 22 per trasferirsi, il 28 a Bressanone per un periodo di riposo che terminerà l'11 agosto.

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Il Papa: "Lo scopo dell'Anno Paolino è imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare Cristo, imparare finalmente la strada della retta vita"

Clicca qui per leggere il testo della prima catechesi del nuovo ciclo dedicato all'Apostolo Paolo.

UDIENZA GENERALE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

All’udienza generale, Benedetto XVI inizia un nuovo ciclo di catechesi su San Paolo (Radio Vaticana)


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All’udienza generale, Benedetto XVI inizia un nuovo ciclo di catechesi su San Paolo, figura di grande attualità che parla ai cristiani del nostro tempo. Nel pomeriggio, il trasferimento del Papa alla residenza di Castel Gandolfo

A pochi giorni dall’inizio dell’Anno Paolino, Benedetto XVI ha intrapreso stamani un nuovo ciclo di catechesi dedicate all’Apostolo delle Genti. Nell’udienza in Aula Paolo VI, il Papa ha offerto ai fedeli una riflessione sull’ambiente in cui visse e operò San Paolo, ribadendo l’attualità di questa figura “pressoché inimitabile”. Una figura, ha aggiunto, dal quale i cristiani del nostro tempo hanno ancora molto da imparare. L’udienza generale di stamani è l’ultima prima di un periodo di riposo estivo, che sarà interrotto in occasione della GMG di Sydney. Oggi pomeriggio, dunque, intorno alle ore 18, il Papa lascerà il Palazzo Apostolico per recarsi nella sua residenza di Castel Gandolfo. Ma torniamo alla catechesi di stamani con il servizio di Alessandro Gisotti:

E’ giusto riservare un posto particolare a San Paolo, non solo nella venerazione, “ma anche nello sforzo di comprendere ciò che egli ha da dire anche a noi, cristiani di oggi”: è l’esortazione rivolta da Benedetto XVI ai fedeli nella sua prima catechesi dedicata all’Apostolo delle Genti:

“L’apostolo Paolo, figura eccelsa e pressoché inimitabile, ma comunque stimolante, sta davanti a noi come esempio di totale dedizione al Signore e alla sua Chiesa, oltre che di grande apertura all’umanità e alle sue culture”.

D’altro canto, ha proseguito, “non è possibile comprendere adeguatamente San Paolo senza collocarlo sullo sfondo, tanto giudaico quanto pagano del suo tempo”. Per questo, il Pontefice ha voluto iniziare questo ciclo di catechesi su San Paolo soffermandosi proprio sull’ambiente nel quale l'Apostolo si trovò a vivere e ad operare. Un contesto socio-culturale, quello di duemila anni fa, ha rilevato il Papa, che sotto vari aspetti non differisce da quello odierno. In tale ambito, ha detto, un fattore primario da tener presente è il rapporto tra l’ambiente in cui Paolo nasce e il contesto in cui successivamente si inserisce. San Paolo, ha rammentato, viene da una cultura ben precisa, quella del popolo di Israele. Gli ebrei, ha spiegato, rappresentavano allora circa il 10 per cento della popolazione totale dell’impero romano:

“Le loro credenze e il loro stile di vita, come succede ancora oggi, li distinguevano nettamente dall’ambiente circostante; e questo poteva avere due risultati: o la derisione, che poteva portare all’intolleranza, oppure l’ammirazione, che si esprimeva in forme varie di simpatia come nel caso dei timorati di Dio o dei proseliti”.

C’era chi, come Cicerone, disprezzava gli ebrei e chi, invece, come Giulio Cesare aveva riconosciuto loro dei diritti particolari. Anche Paolo, dunque, è oggetto di una “doppia, contrastante valutazione”. Tuttavia, ha sottolineato, il particolarismo della religione giudaica trovava tranquillamente posto all’interno dell’impero romano:

“Più difficile e sofferta sarà posizione del gruppo di coloro, ebrei o gentili, che aderiranno con fede alla persona di Gesù di Nazaret, nella misura in cui essi si distingueranno sia dal giudaismo sia dal paganesimo imperante”.

In ogni caso, ha aggiunto, l’impegno di Paolo fu favorito da due fattori: la cultura greca, o meglio ellenistica, e la struttura politico-amministrativa dell’impero romano che garantiva pace e stabilità dalla Britannia all’Egitto.

La visione universalistica tipica della personalità di San Paolo, ha proseguito, “deve certamente il suo impulso di base alla fede in Gesù Cristo, in quanto la figura del Risorto si pone ormai al di là di ogni ristrettezza particolaristica”. Tuttavia, ha notato, anche la situazione culturale e l’ambiente del suo tempo non può non aver avuto un influsso sulle sue scelte:

“Qualcuno ha definito Paolo “uomo di tre culture”, tenendo conto della sua matrice giudaica, della sua lingua greca, e della sua prerogativa di “civis romanus”, come attesta anche il nome di origine latina”.

Una menzione particolare, ha detto il Papa, va attribuita alla filosofia stoica che influì, seppur in misura marginale, anche sul cristianesimo. Ed ha citato alcuni filosofi stoici come Zenone e Seneca in cui si ritrovano “valori altissimi di umanità e sapienza” recepiti dal cristianesimo:

“Si pensi, per esempio, alla dottrina dell’universo inteso come un unico grande corpo armonioso, e conseguentemente alla dottrina dell’uguaglianza tra tutti gli uomini senza distinzioni sociali, all’equiparazione almeno di principio tra l’uomo e la donna, e poi all’ideale della frugalità, della giusta misura e del domino di sé per evitare ogni eccesso”.

Il Papa ha poi rammentato che, al tempo di Paolo, a Roma molti culti pagani prescindevano dai templi ufficiali e si svolgevano in luoghi privati non diversamente dalle prime riunioni cristiane. Tuttavia, ha precisato, le differenze tra i culti pagani e quello cristiano non sono di poco conto e riguardano tanto la coscienza identitaria dei partecipanti quanto la partecipazione in comune di uomini e donne e la celebrazione della “cena del Signore”. Ha così concluso la sua catechesi mettendo l’accento sull’originalità di Paolo dal quale “tutti noi abbiamo ancora sempre molto da imparare”.

Al momento dei saluti ai pellegrini in varie lingue, il Papa ha rivolto un pensiero speciale alle partecipanti al Capitolo Generale delle Suore Missionarie di Gesù e alla Comunità Cenacolo, che celebra il 25° anniversario di fondazione, e ancora ai rappresentanti dell’Associazione culturale cristiana Italo-Ucraina. Infine, ha incoraggiato i giovani ad essere "pietre vive" della Chiesa, vivendo il Vangelo con generosità e responsabilità. A margine dell’udienza generale, il Papa ha incontrato mons. Bernardito Auza, nunzio Apostolico in Haiti.

© Copyright Radio Vaticana

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I lefebvriani dicono no alla mano tesa del Papa

VATICANO. Nessuna intesa. Dopo l’intervento del superiore generale Bernard Fellay che aveva anticipato l’intenzione di non accettare le condizioni del Vaticano per il reintegro nella Chiesa cattolica della comunità scismatica San Pio X, ieri è stata diffusa dall’agenzia francofona I­media una nota in cui il movimento lefebvriano conferma l’impossibilità di una ricomposizione della frattura. Il riavvicinamento era stato auspicato da Benedetto XVI che si era dichiarato pronto a ritirare la scomunica, chiedendo però agli scismatici di accogliere i contenuti del Concilio Vaticano II.
Condizione che la comunità di San Pio X non ha accettato: «Queste condizioni – spiega la nota – sembrano mirare ad ottenere un clima favorevole per un ulteriore dialogo, piuttosto che degli impegni precisi». «Nessuna volontà di contrapposizione», ribadiscono i seguaci di Marcel Lefebvre che tuttavia auspicano «un dialogo a livello dottrinale che tenga conto di tutte le questioni che, se eluse, rischierebbero di rendere caduco uno statuto canonico stabilito con troppa fretta».

© Copyright Avvenire, 2 luglio 2008

Come giustamente fatto notare da Eufemia, il titolo non corrisponde al contenuto dell'articolo.
Come mai anche Avvenire sposa l'idea della rottura delle trattative? Mah...c'e' in effetti qualcosa che non quadra
.
La bussola su questo argomento resta l'agenzia Agi.
R.

UN COMITATO PER PIO XII: COMUNICATO STAMPA ED APPELLO


IL MAGISTERO DELLA CHIESA NEGLI SCRITTI DEI PREDECESSORI DI PAPA BENEDETTO XVI

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questa importante iniziativa:

COMUNICATO STAMPA

UN COMITATO PER PIO XII

«Una migliore conoscenza e valorizzazione della figura di Pio XII contribuiranno alla corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II». È quanto affermano alcune personalità laiche del mondo della cultura, della politica e del giornalismo, che in questi giorni hanno dato vita a un comitato finalizzato a far meglio conoscere la figura di Eugenio Pacelli, Papa Pio XII, del quale ricorre il prossimo ottobre il cinquantenario della morte. Tra i firmatari dell’iniziativa, che intende promuovere gli studi sul magistero e sull'opera del Pontefice, vi sono politici bipartisan, docenti universitari, scrittori e giornalisti. «La Chiesa del Concilio è debitrice a Pio XII non meno che a Papa Giovanni XXIII – sostengono i promotori del comitato – se si guardano le minute delle discussioni dei Padri conciliari il suo nome è citato in ben 1.500 interventi. Nelle note dei documenti conciliari Papa Pacelli è citato oltre 200 volte. È la citazione più ricorrente, eccezion fatta per le Sacre Scritture».
Il comitato, nel suo appello, ricorda lo stato della causa di beatificazione e ritiene che approfondire la figura di Pio XII, al di là delle leggende nere che negli ultimi decenni ne hanno infangato il nome, possa contribuire a leggere lo stesso Concilio Vaticano II non come un evento di rottura e di discontinuità nella storia della Chiesa, ma secondo quella che Benedetto XVI, nel discorso alla Curia romana del dicembre 2005, ha definito l’ermeneutica della riforma.
«Papa Pio XII ha anticipato e preparato il Concilio – si legge nell’appello – si pensi solo alla riforma liturgica da lui avviata con l’enciclica Mediator Dei o all’enciclica Divino afflante Spiritu sullo studio della Sacra Scrittura. Il Concilio ha quindi portato a conclusione quello che era stata avviato sotto il suo Pontificato». Non esiste dunque una “contrapposizione” tra Pio XII e Giovanni XXIII, come aveva sottolineato Paolo VI, il quale aveva voluto avviare contemporaneamente la causa di beatificazione dei suoi due predecessori.
I sottoscrittori intendono infine ricordare la grande opera di carità che Pio XII mise in atto rimanendo a Roma, unica autorità presente nella capitale dopo l’invasione tedesca, facendo aprire i conventi e togliendo la clausura per accogliere migliaia di perseguitati, molti dei quali ebrei.
L'elenco dei firmatari qui allegato è da considerarsi provvisorio, in quanto nuove adesioni stanno giungendo in queste ore.
Il coordinatore e segretario è l'avvocato rotale Emilio Artiglieri, l'indirizzo del comitato è il seguente: Studio Artiglieri-Corsi, via Fulceri Paolucci de Calboli 54, int. 7/A, 00195 Roma.

Le adesioni via email possono essere spedite al seguente indirizzo:
comitatopapapacelli@gmail.com

APPELLO

Si avvicina il Cinquantenario del transito del grande papa Pio XII avvenuto in Castelgandolfo il 9 Ottobre 1958. La Chiesa del Concilio è a lui debitrice non meno che a Papa Giovanni XXIII. Se si guardano le minute delle discussioni dei Padri conciliari il suo nome è citato in ben 1.500 interventi. Nelle note dei documenti conciliari Pio XII è citato oltre 200 volte. È la citazione più ricorrente, eccezion fatta per le Sacre Scritture.
Il riconoscimento unanime delle virtù eroiche del Servo di Dio da parte della Congregazione per le Cause dei Santi l’8 Maggio del 2007 attende di essere sancito da S. S. Benedetto XVI.
Una migliore conoscenza e valorizzazione della figura di Pio XII contribuiranno alla corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II. Infatti, secondo taluni, esisterebbe una linea di discontinuità tra la Chiesa preconciliare e quella successiva al Concilio. Coloro che privilegiano questa interpretazione tendono a contrapporre Pio XII a Giovanni XXIII, dimenticando tra l’altro il grande riconoscimento che questi fece nell’orazione funebre e nella prima enciclica Ad Petri Cathedram definendolo “Doctor optimus, Ecclesiae sanctae lumen, divinae legis ad monitor”. Sono i tre titoli che un’antifona liturgica del Messale romano conferisce ai dottori della Chiesa. In realtà, come ha ricordato Papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 Dicembre 2005, non esiste una discontinuità nella storia della Chiesa, ma un processo lineare.
Papa Pio XII ha anticipato e preparato il Concilio, si pensi solo alla riforma liturgica da lui avviata con l’enciclica Mediator Dei o all’enciclica Divino afflante Spiritu sullo studio della Sacra Scrittura. Il Concilio ha quindi portato a conclusione quello che era stata avviato sotto il suo Pontificato. Non esiste una “contrapposizione” tra Pio XII e Giovanni XXIII, come aveva sottolineato Papa Paolo VI avviando contemporaneamente la causa di beatificazione dei suoi due predecessori.
Ricordiamo infine, che Pio XII ha lottato contro le ideologie e le dittature del suo tempo, restando a Roma quando tutte le altre autorità erano in fuga. Il motto del suo pontificato opus iustitiae pax sintetizza il sacrificio della sua vita per la pace attraverso la promozione della giustizia verso i più discriminati, consumato in umiltà e prudenza. I fedeli e i cittadini di Roma lo hanno scolpito nella memoria definendolo Defensor Civitatis come attesta la targa nella piazza a lui intitolata, antistante San Pietro.
I sottoscritti intendono costituire un Comitato al fine di diffondere la conoscenza della figura del Servo di Dio, approfondirne il magistero e incoraggiare le iniziative opportune a partire da quelle per il Cinquantenario della morte che cade il 9 Ottobre 2008 p.v.

BENEDETTO XVI: SAN PAOLO “PARADIGMA” DEL CRISTIANESIMO “ATTUALE ANCORA OGGI” (Sir)


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BENEDETTO XVI: UDIENZA, SAN PAOLO “PARADIGMA” DEL CRISTIANESIMO “ATTUALE ANCORA OGGI”

Un “paradigma di prim’ordine” del cristianesimo, “dal quale tutti noi abbiamo ancora sempre molto da imparare”. Così il Papa ha definito san Paolo durante l’udienza di oggi, dedicata all’apostolo.
“E’ questo –ha detto Benedetto XVI – lo scopo dell’Anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare Cristo, imparare finalmente la strada della retta vita”. “Non è possibile comprendere adeguatamente san Paolo senza collocarlo sullo sfondo, tanto giudaico quanto pagano, del suo tempo”, ha fatto notare il Santo Padre, secondo il quale “in questo modo la sua figura acquista in spessore storico e ideale, rivelando insieme condivisione e originalità nei confronti dell’ambiente”. “Ma ciò vale analogamente anche per il cristianesimo in generale”, ha aggiunto. “Figura eccelsa e pressoché inimitabile, ma comunque stimolante”, San Paolo “sta davanti a noi come esempio di totale dedizione al Signore e alla sua Chiesa, oltre che di grande apertura all'umanità e alle sue culture”. Di qui il “posto particolare, anche nello sforzo di comprendere ciò che egli ha da dire anche a noi, cristiani di oggi”. Oggetto della catechesi papale, dunque – la prima di un ciclo dedicato a S. Paolo – “l’ambiente nel quale egli si trovò a vivere e a operare”, partendo dalla constatazione che “il contesto socio-culturale di oggi non differisce poi molto da quello di allora”.
“Un fattore primario e fondamentale da tenere presente è costituito dal rapporto tra l’ambiente in cui Paolo nasce e si sviluppa e il contesto globale in cui successivamente si inserisce”, ha detto il Papa, facendo notare che “gli viene da una cultura ben precisa e circoscritta, certamente minoritaria, che è quella del popolo di Israele e della sua tradizione”. Se a quell’epoca gli ebrei “dovevano aggirarsi attorno al 10% della popolazione totale”, a Roma, verso la metà del I° secolo, raggiungevano “al massimo il 3% degli abitanti della città”. “Le loro credenze e il loro stile di vita, come succede ancora oggi, li distinguevano nettamente dall'ambiente circostante”, ha osservato il Pontefice. Di qui i due atteggiamenti opposti: “o la derisione, che poteva portare all'intolleranza, oppure l'ammirazione, che si esprimeva in forme varie di simpatia”. “Non meraviglia”, quindi, che Paolo stesso “sia stato oggetto della doppia, contrastante valutazione”.
In sintesi, “il particolarismo della cultura e della religione giudaica trovava tranquillamente posto all'interno di un’istituzione così onnipervadente quale era l'impero romano”; “più difficile e sofferta”, invece, “la posizione del gruppo di coloro, ebrei o gentili, che aderiranno con fede alla persona di Gesù di Nazaret, nella misura in cui essi si distingueranno sia dal giudaismo sia dal paganesimo imperante”.

Due, in ogni caso, secondo il Papa i “fattori favorirono l'impegno di Paolo”: il primo fu “la cultura greca o meglio ellenistica”, il secondo “la struttura politico-amministrativa dell'impero romano, che garantiva pace e stabilità dalla Britannia fino all'Egitto meridionale, unificando un territorio dalle dimensioni mai viste prima”. Uno “spazio”, questo, in cui “ci si poteva muovere con sufficiente libertà e sicurezza, trovando in ogni punto di arrivo caratteristiche culturali di base che,senza andare a scapito dei valori locali, rappresentavano comunque un tessuto comune di unificazione davvero ‘super partes’”.

Se “la visione universalistica tipica della personalità di san Paolo, almeno del Paolo cristiano successivo all'evento della strada di Damasco, deve certamente il suo impulso di base alla fede in Gesù Cristo”, ha proseguito il Papa, “anche la situazione storico-culturale del suo tempo e del suo ambiente non può non aver avuto un influsso sulle sue scelte e sul suo impegno”. “Qualcuno ha definito Paolo ‘uomo di tre culture’ – ha osservato a questo proposito il Papa - tenendo conto della sua matrice giudaica, della sua lingua greca, e della sua prerogativa di ‘civis romanus’, come attesta anche il nome di origine latina”. Rilevante anche l’influsso della filosofia stoica, “che era dominante al tempo di Paolo e che influì, se pur in misura marginale, anche sul cristianesimo”, il quale recepì i suoi “valori altissimi di umanità e di sapienza”. Tra questi, il Papa ha citato “la dottrina dell'universo inteso come un unico grande corpo armonioso”, quella dell’”uguaglianza tra tutti gli uomini senza distinzioni sociali”, l'equiparazione “almeno di principio tra l'uomo e la donna”. Al tempo di san Paolo, ha concluso il Papa, “era in atto anche una crisi della religione tradizionale, almeno nei suoi aspetti mitologici e anche civici”,ma “le differenze tra i culti pagani e il culto cristiano non sono di poco conto”.

© Copyright Sir

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Anno Paolino: Il sogno ecumenico di papa Benedetto

Assieme al patriarca di Costantinopoli, il successore di Pietro ha indetto uno speciale anno giubilare dedicato all'altro grande apostolo, Paolo. Obiettivo dichiarato: "creare l’unità della 'catholica', della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli"

di Sandro Magister

ROMA, 2 luglio 2008 – Nella foto, Benedetto XVI e Bartolomeo I, il patriarca di Costantinopoli, pregano davanti alla tomba dell'apostolo Paolo, sotto l'altare maggiore della basilica romana di San Paolo fuori le Mura. È la vigilia della solennità dei santi Pietro e Paolo. E assieme hanno inaugurato uno speciale anno giubilare dedicato all'apostolo Paolo.

L'Anno Paolino, iniziato il 28 giugno, durerà fino al 29 giugno 2009. L'occasione è il bimillenario della nascita dell'apostolo, collocata dagli storici tra il 7 e il 10 dopo Cristo.

Benedetto XVI ha annunciato per la prima volta questo speciale anno giubilare un anno fa, il 28 giugno 2007. E così ora ha spiegato l'evento ai fedeli riuniti in piazza San Pietro, prima dell'Angelus della festa dei santi Pietro e Paolo di quest'anno:

"Questo speciale giubileo avrà come baricentro Roma, in particolare la basilica di San Paolo fuori le Mura e il luogo del martirio, alle Tre Fontane. Ma esso coinvolgerà la Chiesa intera, a partire da Tarso, città natale di Paolo, e dagli altri luoghi paolini meta di pellegrinaggi nell’attuale Turchia, come pure in Terra Santa, e nell’Isola di Malta, dove l’Apostolo approdò dopo un naufragio e gettò il seme fecondo del Vangelo.
"In realtà, l’orizzonte dell’Anno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza l’apostolo di quelli che rispetto agli ebrei erano 'i lontani' e che 'grazie al sangue di Cristo' sono diventati 'i vicini' (cfr Ef 2,13). Per questo anche oggi, in un mondo diventato più 'piccolo', ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesù, il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo.
"Questa dimensione missionaria ha bisogno di accompagnarsi sempre a quella dell’unità, rappresentata da san Pietro, la 'roccia' su cui Gesù Cristo ha edificato la sua Chiesa. Come sottolinea la liturgia, i carismi dei due grandi apostoli sono complementari per l’edificazione dell’unico Popolo di Dio ed i cristiani non possono dare valida testimonianza a Cristo se non sono uniti tra di loro".

* * *

Universale ed ecumenico. Per una Chiesa che è "catholica" e "una". È questo il doppio orizzonte che il vescovo di Roma e il patriarca di Costantinopoli hanno voluto dare all'Anno Paolino, indetto unitamente dalle rispettive Chiese di Roma e d'Oriente. Nella messa celebrata nel giorno dei santi Pietro e Paolo, i due successori degli apostoli sono entrati assieme nella basilica di San Pietro; assieme sono saliti all'altare, preceduti da un diacono latino e da uno ortodosso recanti il libro dei Vangeli; assieme hanno ascoltato il canto del Vangelo in latino ed in greco; assieme hanno tenuto l'omelia, prima il patriarca e poi il papa, dopo una breve introduzione di quest'ultimo; assieme hanno recitato il Credo, il Simbolo Niceno Costantinopolitano nella lingua originale greca secondo l'uso liturgico delle Chiese bizantine; si sono scambiati il bacio della pace e al termine hanno assieme benedetto i fedeli. Mai prima d'ora – dopo quasi mille anni di scisma tra Oriente e Occidente – era stata celebrata dal vescovo di Roma e dal patriarca di Costantinopoli una liturgia così visibilmente protesa all'unità.

Più in ombra resta per ora il rapporto con le comunità protestanti. Ma anche nel dialogo con queste l'Anno Paolino può essere ricco di significati. I maggiori pensatori della Riforma – da Lutero e Calvino fino a Karl Barth, a Rudolph Bultmann e Paul Tillich – hanno elaborato il loro pensiero a partire soprattutto dalla Lettera di Paolo ai Romani.

E non meno rilevante è l'apporto che l'Anno Paolino potrà dare al dialogo con gli ebrei. Paolo era giudeo e rabbino osservante, prima di cadere abbagliato da Cristo sulla via di Damasco. E la sua conversione al Risorto non comportò mai per lui una rottura con la fede originaria. La promessa di Dio ad Abramo e l'alleanza del Sinai per Paolo fecero sempre tutt'uno con la "nuova ed eterna" alleanza sigillata dal sangue di Gesù. Su questa unità tra l'Antico e il Nuovo Testamento, Joseph Ratzinger ha scritto pagine memorabili, nel suo libro "Gesù di Nazareth".

Qui di seguito è riprodotta l'omelia pronunciata da Benedetto XVI il 28 giugno 2008, nella basilica di San Paolo fuori le Mura, nei vespri della vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo. In essa il papa risponde alle domande: chi era Paolo? e che cosa dice a me oggi?

Più sotto trovi i link alla doppia omelia – del papa e del patriarca di Costantinopoli – nella messa del giorno successivo, e ad altri testi di Benedetto XVI sull'apostolo Paolo. Più vari rimandi a tutto ciò che riguarda l'Anno Paolino.

www.chiesa consultabile qui.

Il Papa inaugura un nuovo ciclo di catechesi interamente dedicate a San Paolo Apostolo

Oggi la prima catechesi. Le seguenti dopo la pausa estiva, a partire dal 13 agosto.

CICLO DI CATECHESI DEDICATE A SAN PAOLO APOSTOLO ED ALL'ANNO PAOLINO

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“Combattere la povertà, costruire la pace” è il tema scelto da Benedetto XVI per il suo prossimo Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2009

L'ecumenismo di Papa Ratzinger: gesti senza precedenti nei due giorni inaugurali dell’An­no Paolino (Mazza)

Comunicato della Prefettura della Casa Pontificia su Angelus ed udienze generali luglio-agosto 2008

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ANNO PAOLINO - Sulla stessa roccia

Benedetto XVI e Bartolomeo nel nome dell'Apostolo delle genti

Elio Bromuri

L'anno dedicato a san Paolo, proclamato da Benedetto XVI per la Chiesa cattolica, è stato promosso anche da Bartolomeo I per la Chiesa greco-ortodossa. Il Patriarca ecumenico ha avuto una presenza particolarmente rilevante nella festa dei santi Pietro e Paolo in Roma.
Tutti hanno potuto vedere il Papa e il Patriarca, come due fratelli, pregare insieme in ginocchio davanti alla tomba di san Paolo ed hanno potuto ascoltare le omelie dell'uno e dell'altro pronunciate nella stessa celebrazione eucaristica, ed hanno anche potuto ricevere il duplice segno della benedizione. I gesti compiuti hanno manifestato, ancora una volta e in modo ancora più insistente e chiaro, la comune professione di fede contenuta nel simbolo niceno costantinopolitano, la grande vicinanza di sentimenti e la sintonia spirituale della preghiera. Gesti indubbiamente ecumenici che parlano ancor più, e ad un maggior numero di persone, delle dichiarazioni dottrinali. I gesti hanno inoltre il valore di formare una mentalità e determinare una consuetudine di contatti e di vicinanze che affonda le radici nella Parola di Dio e nella liturgia, criterio di fede e orientamento di vita della Chiesa: lex orandi - lex credendi.
Il richiamo all'unità della Chiesa, edificata sulla roccia di Pietro e la testimonianza (martirio) degli apostoli Pietro e Paolo a Roma, è stata messa in evidenza dalla stessa narrazione di ciò che è avvenuto sulla via di Damasco. Il fanatico fariseo che perseguitava la Chiesa di Cristo si è sentito rimproverare da Gesù: "Saulo, perché mi perseguiti?". La Chiesa come Cristo, il suo corpo, che non deve essere lacerato e non può vivere diviso. Il Papa commenta: "Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto" ed esplicita così, con forza ed efficacia estreme, una verità di fede che si trova contrastata dall'evidenza del fatto storico. Citando le espressioni della lettera ai Corinzi (1Cor 6,16ss), Benedetto XVI immagina la domanda che Cristo rivolge ai suoi discepoli, a coloro che tali si considerano e si sentono e che dovrebbe angosciare pastori e fedeli: "Come avete potuto lacerare il mio corpo?".
Durante quest'anno, in occasione d'iniziative di preghiera e di pellegrinaggio, nella coscienza e nel cuore dei cristiani, dovrebbe risuonare questa domanda sulla quale Paolo ha scommesso la sua esistenza e il suo apostolato. L'Anno Paolino sarà un anno ecumenico o non sarà altro che un fatto devozionale come molti altri presenti nella cattolicità. La prospettiva della riconciliazione tra i cristiani, la chiarificazione delle posizioni teologiche, la rilettura di Paolo alla luce della contemporaneità del dato storico del cristianesimo potrà far emergere anche la dimensione della missione e del suo rinnovamento rispetto al passato. Paolo si può vedere come l'apostolo del mondo globale, colui che ha rotto ogni steccato e recinto di separazione ed ha visto nella croce di Cristo la distruzione del muro della divisione, che ha fatto di due un solo popolo, Cristo nostra pace. Questa è la premessa per l'apertura di nuove frontiere alla missione, sia quella ad gentes sia quella a tutti gli areopaghi del mondo contemporaneo. I discorsi del Papa e di Bartolomeo e i gesti compiuti sono nella direzione di un anno diverso che non si esaurisce in una serie di preghiere e di pellegrinaggi ma considera le lettere di Paolo come il caso serio della Chiesa del duemila. Il secolo e il millennio in cui non si dica più "io sono di Paolo, io di Apollo, io di Cefa e io di Cristo". Questa è l'urgente attualizzazione che viene da Paolo, riferita alle varie Confessioni cristiane. Per dare il senso dell'attualità di Paolo, Ratzinger, colto professore oltre che Papa, non ha avuto alcuna remora a tirare in ballo un film mai realizzato di Pier Paolo Pasolini sulla figura e la vita dell'Apostolo, per confermare l'idea di un Paolo che non appartiene solo al passato e che l'iniziativa non si riferisce alla storia o all'archeologia, perché "egli è qui, oggi, tra noi", è a noi che si rivolge ed "è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia".
L'Anno Paolino è pertanto un progetto per il presente e il futuro dell'umanità ed ha una dimensione ecumenica che interpella le Chiese, perché percorrano fino in fondo la ritrovata via dell'unità e della pace per la speranza del mondo.

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Storie di conversione: Francesco raccontato da Giotto

Quel formidabile sceneggiatore
che dipingeva ad Assisi


di Antonio Paolucci

C'è la conversione "invisibile", lenta, silenziosa, che procede per gradi, che lavora sotto traccia per emergere al termine della notte, dopo un lungo tortuoso percorso, come un fiume carsico. E poi c'è la conversione come deragliamento, come atto clamoroso che rovescia il tavolo delle convenzioni: famigliari, sociali, anche religiose. È la conversione che si annuncia con un atto di follia. Da quello è necessario partire perché la vita nuova abbia inizio.
Questo secondo tipo di conversione è mirabilmente significato da Giotto nella basilica superiore di Assisi, in quell'episodio della vita di san Francesco che conosciamo come "La rinuncia dei beni paterni".
Giotto è uno sceneggiatore formidabile. Riesce a isolare e a esaltare con fulminea efficacia l'essenza dell'episodio rappresentato. Giotto è anche l'artista che per primo (qui siamo nell'ultimo decennio del xiii secolo e nel ciclo di Assisi è già pienamente dispiegata la sostanza della sua rivoluzione) fa emergere il miracolo del Vero visibile nella certezza dello spazio misurabile.
Il Vero dei colori, delle ombre e delle luci ma anche dei sentimenti e degli affetti, abita per la prima volta una piazza italiana vasta e spaziosa dislocata in misura e in profondità, definita da edifici che tentano la prospettiva; una prospettiva non ancora scientificamente esperita ma già esattamente intuita.
In questo ambiente che Giotto ha costruito con straordinaria sapienza scenografica, Francesco ha appena compiuto il suo folle gesto. Si è spogliato nudo, ha gettato via i vestiti perché nulla dei beni paterni vuole più possedere. La scena avviene in piazza perché il gesto (che è il rovescio esatto della vestizione da cavaliere o da chierico e afferma quindi la fuoriuscita radicale dai ruoli e dalle convenzioni sociali) ha da essere pubblico, deve assumere valenza didattica erga omnes.
Francesco si è tirato fuori dalla società e dalla famiglia, ha rinunciato ai beni paterni e sta pregando a mani giunte, gli occhi rivolti al cielo. Così lo rappresenta Giotto attenendosi fedelmente a quel passo della Legenda Maior che vede Francesco rivolgersi al padre, Pietro di Bernardone, che lo ha ripudiato con queste parole: Amodo secure dicere possum: Pater noster qui es in coelis, cum repudiaverit me Petrus Bernardonus. È un latino così facile da non aver bisogno di traduzione.
Come reagiscono gli astanti, il popolo di Assisi, al gesto di Francesco? Reagiscono con una varietà di atteggiamenti e di sentimenti che Giotto fedelmente rappresenta. C'è l'ira furibonda del padre che regge sul braccio i panni di cui Francesco si è spogliato e sta per avventarsi sul figlio con il pugno chiuso, a stento trattenuto da un notabile del Comune.
C'è l'imbarazzo dei chierici, preoccupati forse infastiditi dalla performance di questo folle di Dio. E valga per tutti il volto fra severo e sconcertato del vescovo il cui unico pensiero sembra essere quello di coprire con un panno le nudità del giovane.
C'è infine lo stupore, forse lo sgomento, dell'establishment cittadino, il folto gruppo di notabili, di mercanti, di facoltosi possidenti che si raccolgono intorno a Pietro di Bernardone. Sono facce di ricchi borghesi che guardano con occhi sbarrati quello che sta accadendo. Si scambiano fra di loro commenti sussurrati a bassa voce, certo compiangono il loro collega Pietro al quale è toccata la disgrazia di un figlio fuori di testa. Sulla sinistra ci sono anche due ragazzi con le vesti rialzate piene di sassi. Perché il "matto" Francesco veniva schernito e preso a sassate per le strade della sua città, ci assicura un'altra fonte antica, la Legenda trium sociorum.
La storia pubblica del santo comincia da qui. Ci voleva il deragliamento iniziale perché gli episodi che Giotto squaderna sulle pareti della basilica come grandi poster colorati, assumessero le forme di una sublime "normalità".
Attraverso le campagne e le città del mondo, sotto la quercia di Bevagna come nella tenda del sultano Mâlik-Kâmil, si verificano prodigi che al riguardante appaiono del tutto ovvi semplicemente perché è Francesco a volerli e ad attuarli.
È normale che i diavoli fuggano da Arezzo in un turbinio di pipistrelli impazziti, se il santo si avvicina alle mura della città; che gli uccelli ascoltino la predica in silenzio, educati e bene allineati, se i cristiani non hanno voglia né tempo di farlo; che a Greccio il presepio evochi la nascita di Nostro Signore e che Gesù Bambino "vero" finisca fra le braccia del Santo.
È persino "normale" che un Papa trovi buona e approvi la regola conventuale proposta da un matto che si era spogliato nudo in piazza per proclamare la sua rinuncia ai beni di questo mondo. Tutte queste cose e molte altre ancora racconta Giotto nei murali di Assisi. Per spiegarci come dalla follia eversiva della conversione possa nascere l'ordine benefico e meravigliosamente "normale" della santità.

(©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2008)