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16 giugno 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 16 giugno 2007 (3)


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Aggiornamento della rassegna stampa del 16 giugno 2007 (1)

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Papa Ratzinger concede udienza al Prof. Alberigo







La morte di Alberigo Fanti: «La città lo ricordi per la sua spinta ideale»

di RITA BARTOLOMEI

COSA mancherà di lui, del professor Giuseppe Alberigo? «Quello che già non c’è — riflette amaramente Guido Fanti —. Allora si era capaci di avere un rapporto tra persone di orientamento diverso, contando sugli ideali forti. Senza le contrapposizioni, nella ricerca di quel che si chiamava ‘il bene comune’». E’ stata un’amicizia durata una vita, quella tra il professore e l’ex sindaco. Quasi coetanei — Fanti ha un anno in più — si erano conosciuti all’inizio della loro esperienza. Uno era consigliere comunale, l’altro aveva mollato un lavoro molto ben remunerato nella sanità, in Lombardia, la sua terra, per seguire Dossetti e ricominciare da zero come ricercatore.
Nel ’52 la nascita dell’istituto di Scienze religiose «che ho cercato di valorizzare da sindaco», ricorda Fanti. Sorride, ripensando alla sede di San Vitale. «A destra — spiega — c’era la sezione Casoni del Pci, quella che poi si è spostata in via Belle Arti. A sinistra l’istituto di Dossetti e Alberigo. Diventò la base per la campagna elettorale del ’56». Allora maturò il legame.

L’ULTIMA volta hanno parlato ancora di Dossetti. E’ stato per il convegno di dicembre. Alberigo aveva invitato a parlare l’amico Fanti. Titolo dell’intervento: «Il peso di Dossetti sull’orientamento e sulla prassi del Pci». Nella bella casa di via Zamboni, tra tante foto, libri e ricordi, l’ex sindaco conserva anche una lettera che gli scrisse Dossetti, pronto a lasciare Bologna dopo la rimozione del cardinal Lercaro. Come un testamento spirituale. «Dossetti — ricorda Fanti — mi indicò il nuovo interlocutore. Per qualsiasi problema, mi scrisse, avrei potuto rivolgermi al professor Alberigo. Che rappresentava perfettamente il suo pensiero». Lui, ateo, ha parlato per tutta la vita con l’insigne studioso cattolico dei Concilii. «La città deve ricordarlo come merita — chiede —. Non solo per il lavoro portato avanti nel chiuso dell’istituto ma per quello che da lì è stato trasmesso. Non sono credente, ma questo nel rapporto con Alberigo non è mai stato un problema. Contava il sostegno dei grandi ideali. Abbiamo sempre cercato di trovare i punti in comune sul terreno del fare». Ricorda «tutta la fase di avvicinamento tra amministrazione e Curia. Contrasti feroci che vennero superati con Dossetti e poi con Alberigo. H continuato ad essere il mio punto di riferimento anche dopo, quando ho lasciato l’incarico di sindaco per fare il presidente della Regione e poi il parlamentare. E’ stata una fortuna avere un compagno di strada così. Uno che dava tutto se stesso e non si tirava mai indietro. Rifiutò solo incarichi politici. Ma perché diceva che il suo mestiere era un altro, era fare ricerca».

Quotidiano nazionale (Bologna), 16 giugno 2007


«Il gran rifiuto a Napolitano»

Paolo Pombeni rievoca il suo ‘professore’ e il dopo Concilio

HA CONTINUATO a chiamarlo «professore» per tutta la vita, dandogli del ‘lei’, anche quando era ormai un collega, a Scienze politiche. Paolo Pombeni, il politologo, incontrò Giuseppe Alberigo a vent’anni. Ricorda: «Ero un giovane militante del dissenso cattolico, venivo dal Trentino». Deciso a fare a tutti i costi quell’esame di Storia della Chiesa con lui, «anche se ero iscritto a Giurisprudenza. Passò la riforma, ci riuscii. Eravamo in due, in classe. Il suo corso affollato era l’altro, quello di Storia moderna. Questo era per appassionati. Lezioni molto hard, Alberigo era bravissimo come docente. Aveva grande cultura e capacità comunicativa. Molto rigoroso, mai stato un gigione. Era già il mio punto di riferimento. Il perché lo avrei studiato dopo. Il professore rappresentava questo centro bolognese che aveva fatto il Concilio. Il foyer intellettuale che aveva sostenuto l’ufficio studi di Dossetti, uno dei grandi registi occulti del Vaticano II. E proprio là, nei corridoi del Concilio, aveva conosciuto un giovanissimo Ratzinger».
POMBENI è cresciuto, a fianco di Alberigo. Con lui si è laureato, «una tesi di pura teologia. Anche se nel frattempo la mia militanza cattolica era diventata più passiva». Poi, borsista all’università, ha lavorato anche come ricercatore volontario all’istituto di Scienze religiose. Ricorda il gran rifiuto del prof quando Giorgio Napolitano, dirigente del Pci, gli propose di candidarsi al Senato come indipendente. «Ci chiamò tutti a casa sua — racconta Pombeni —. Aveva il culto del gruppo. A volte questo è stato anche un problema, per lui. Era un dramma se qualcuno si staccava. Quel giorno, ci chiese: cosa devo fare? Fui tra i pochi a dirgli: accetti. Allora propose al Pci di candidarlo nel collegio Bergamo 1, blindato per la Dc. Insomma voleva essere sicuro di perdere. Il partito gli rispose: non possiamo. Finì lì. Non ha mai voluto incarichi politici. Credo che ricordasse bene la lezione di Delio Cantimori, di cui era stato assistente. L’intellettuale, diceva, non doveva mettersi a far politica perché rischiava di perdersi».
NELL’80 le strade si separarono. Alberigo ‘rifondò’ l’istituto. Poi, tre anni fa, chiese a Pombeni di entrare nel consiglio scientifico della sua creatura, «ed ero quasi imbarazzato, perché non è la mia specialità». Eppure proprio all’inizio della sua carriera, da borsista, il politologo aveva studiato carte inedite dossettiane, trasmesse da Roma ad Alberigo, trovando «per caso», alla fine, tra le fotografie «un documento dattiloscritto di dieci pagine. Erano gli atti della prima assemblea di Civitas humana, la corrente di sinistra cristiana fondata da Dossetti nel ’46».

PER POMBENI, Alberigo ha avuto anche il merito di «rimettere le scienze religiose nel circuito delle università pubbliche. E ha tirato su un gruppo notevolissimo di ricercatori, guidando un centro che rappresenta un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo. Ha saputo rilanciare il problema della collegialità come momento fondamentale nel governo della Chiesa. Certo che ha perso anche tante battaglie. Ma non l’ho mai visto depresso. Era un uomo sereno».
Rita Bartolomei

Quotidiano nazionale (Bologna), 16 giugno 2007


Don Nicolini: «Le ultime ore con lui»

«PINO mi era tanto caro. Gli ho dato l’estrema unzione, qualche giorno fa. Angelina, sua moglie, mi ha detto: ho capito perché ha aspettato fino a questo momento, per andarsene. Ha aspettato madre Agnese. E’ la superiora della Piccola famiglia, la comunità fondata da Dossetti. Le ultime ore all’ospedale sono passate così, nella preghiera». Don Giovanni Nicolini, l’anima della chiesa dossettiana, concelebrerà il funerale del professor Giuseppe Alberigo, lunedì pomeriggio nella basilica dei santi Bartolomeo e Gaetano. Lombardi, entrambi. Un’amicizia nata quarant’anni fa, quando il padre arrivò a Bologna e a casa si preoccupavano: ma ti fanno dire Messa?
Don Nicolini ricorda il «contributo incommensurabile», che considera «ancora non percepito del tutto», dato dalla Chiesa di Bologna alla storia del Concilio Vaticano II, anche attraverso l’istituto per le Scienze religiose. «All’inizio — rammenta don Giovanni — sembrò un progetto fuori dal tempo. Il centro di documentazione iniziò la sua attività con la decisione di studiare la storia dei concilii della Chiesa. Così, quando iniziò il Vaticano II, Bologna era già partita. La struttura della proposta conciliare è partita da qui». Alberigo spesso andava a Messa alla Dozza, la domenica, con la moglie. «Si stava insieme, si chiacchierava», racconta don Giovanni. Che poi ripensa all’udienza privata concessa da papa Ratzinger, a marzo. Il professore donò al pontefice l’edizione critica dei Decreti dei concilii ecumenici. Tra i due, testimonia don Nicolini, «c’era un rapporto di stima e amicizia».
ri. ba.

Quotidiano nazionale (Bologna), 16 giugno 2007


Addio a Giuseppe Alberigo il partigiano del Concilio
Storico della Chiesa, si batté a fianco di Dossetti

di ACHILLE SCALABRIN

E’ MORTO l’ultimo ‘partigiano del Concilio’, protagonista laico di una stagione che ha segnato il volto della Chiesa e del mondo. Giuseppe Alberigo, storico della Chiesa di fama internazionale, si è spento a Bologna all’età di 81 anni, dopo aver dedicato gli ultimi quaranta alla ‘difesa’ di un evento la cui importanza si va sempre più confondendo nelle nebbie.
Nel capoluogo emiliano era giunto - questo giovane lombardo di belle speranze, allievo di Delio Cantimori e di Hubert Jedin - richiamato soprattutto dalla presenza di Giuseppe Dossetti, sulla cui scia muoverà il suo percorso intellettuale, fino a diventarne il più fedele allievo e aiuto. E’ a fianco del ‘padre costituente’ quando questi nel ’53 dà vita nella Bologna comunista all’Istituto per le scienze religiose, l’‘alta scuola dei dotti’ alla quale il futuro monaco di Monte Sole affida le sopravvissute speranze di rinnovamento culturale del cattolicesimo italiano. E’ a fianco a don Dossetti quando nel ’63 questi viene nominato segretario dei quattro moderatori del Vaticano II - il bolognese card. Lercaro, Agagianian, Dopfner, Suenens -, al cui lavoro contribuirà con proposte e stimoli determinanti, provenienti dall’«officina bolognese». Ed è «lo spirito del Concilio» che impronterà la vita e l’opera di questo intellettuale dolce e intransigente, al punto di sfidare, con ragionamenti di matrice evangelica, la Curia romana e ogni sua manovra di ridimensionamento di quell’evento storico.

LA NECESSITÀ di un rinnovamento della Chiesa è ben chiara ad Alberigo già negli anni Cinquanta, quando nell’Istituto di via San Vitale 114 (di cui è stato la guida onnipresente) metterà le sue energie al servizio di un dibattito storico e culturale che vedrà via via coinvolti tra gli altri, e sotto la supervisione di Dossetti, Delio Cantimori, Augusto Del Noce, Paolo Prodi, Gabriella Zarri. Il papato di Pio XII è quanto di più lontano possano desiderare. Rivelerà lo stesso Alberigo molti anni dopo in un’intervista che nel ’53 un monaco benedettino «pio e assai famoso», in quei giorni ospite a casa sua, lo invita a pregare per la morte del papa - avvenuta cinque anni dopo - con queste parole: «Ora il Santo Padre è un peso per la Chiesa, preghiamo perché il Signore se lo prenda presto». Le speranze occupano l’animo di questi cattolici inquieti con l’arrivo al Soglio pontificio di Giovanni XXIII e con l’annuncio del Vaticano II. Tra il ’58 e il ’63 il riformismo è il nuovo sigillo che segna le pagine più importanti, infrangendo resistenze e paure. I lavori si chiudono nel ’65, due anni dopo l’elezione di Paolo VI.

A CAVALLO tra l’Italia contadina e quella industriale, alla vigilia del Sessantotto e dei suoi rivoluzionamenti, è dal Concilio che una schiera sempre più ampia di fedeli attinge ispirazioni e conferme. La sacramentalità della consacrazione episcopale, la collegialità, il diaconato, le nuove relazioni tra la Chiesa e il popolo ebraico, l’universalismo che si sostituisce all’eurocentrismo - idee su cui il contributo di Dossetti e dei suoi allievi è stato importante - sono lì a rendere «attuale la speranza e l’ottimismo del Vangelo». Il Vaticano II, nella lettura che ne dà Alberigo, va letto come una rottura e un nuovo inizio. Quasi un passaggio di frontiera. Ma ben presto i ‘bolognesi’ e quanti si ispirano a questa lettura, devono a malincuore rendersi conto che l’evento «si è concluso troppo presto», per usare parole di Dossetti. La possibilità di un costume nuovo, di uno spirito nuovo, di un’anima nuova nella Chiesa evapora velocemente. Prova ne è anche la «liquidazione» del card. Lercaro da parte di papa Montini, perché reo di essersi mosso contro la guerra in Vietnam e, secondo molti, di aver accettato la cittadinanza onoraria di Bologna dalle mani del sindaco comunista Fanti.

NEI CINQUE volumi in cui tra il 1995 e il 2001 Giuseppe Alberigo, con l’apporto di studiosi di varie provenienze, racchiude la «Storia del Concilio Vaticano II» (la più consultata nel mondo) c’è tutta l’interpretazione cara ai cattolici democratici e meno alla Curia romana. Non è un caso che l’opera sia stata paragonata dal card. Camillo Ruini, allora presidente della Cei, a quella di fra’ Paolo Sarpi sul Concilio di Trento, messa all’indice dei libri proibiti. E non è un caso che a fronte di oltre duecento recensioni favorevoli in tutto il mondo spicchino quattro stroncature dell’Osservatore romano.

MA L’AUTOREVOLEZZA di Alberigo è sempre stata tale da consentirgli di tenere rapporti a 360 gradi con le gerarchie cattoliche e vaticane, di sfidarle sul piano delle idee e delle interpretazioni. Ha avuto frequentazioni con quattro papi, da Roncalli a Montini, da Wojtyla a Ratzinger, ma senza paura di esprimere in pubblico i suoi dissensi. Con quest’ultimo, allora teologo di punta, collaborò ai tempi del Vaticano II ma non mancò poi di imputargli «la massima resistenza agli impulsi conciliari» quand’era a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede. Nel marzo del 2007 il contrasto si è fatto più aspro sulle convivenze di fatto. Alberigo scongiurò la Cei di non redigere il documento di ’scomunica’ sui Dico. Parole durissime, quelle usate del professore bolognese nel suo appello, che accusava la Chiesa italiana di subire «un’immeritata involuzione», tale da far ricadere l’Italia «nella deprecata condizione di conflitto tra la condizione di credente e quella di cittadino». Insomma ai tempi del «non expedit». E supplicava (inutilmente) ai Pastori di «evitare tanta sciagura». Il cattolico conciliare Alberigo vedeva in questa Italia del XXI secolo un «residuo dello Stato Pontificio» in cui la Chiesa «si è ridotta ad essere un partito politico», e la Cei «una caserma» in cui vige «il bisogno del nemico», che dopo la caduta del comunismo è diventato «la cultura e la società laica, la modernità».

UN PUNGOLO, ecco cosa è stato questo storico della Chiesa. Uno spirito guerriero alieno alle crociate, un cattolico liberale predisposto al dialogo, dentro e fuori la comunità cristiana. All’indomani dell’11 settembre, in un’intervista ci diceva coraggiosamente quanto pericoloso fosse «vedere i rapporti con l’Islam solo come conflittuali», e rimandava ancora una volta a Giovanni XXIII per il quale «è sempre molto di più ciò che unisce da ciò che divide».
Anche per questo Alberigo lascia un vuoto che non sarà facile colmare. Tra i credenti come tra i laici.

Quotidiano nazionale, 16 giugno 2007

Avevo gia' sentito la storia del monaco benedettino che invitava a pregare per la morte del grande Papa Pio XII.
Non dico nulla, soprattutto nei confronti di un religioso cosi' poco "religioso". Mi limito a citare alcune parole dell'allora cardinale Ratzinger
:

MEDITAZIONE

Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr. Mt 8, 25).

PREGHIERA

Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi.

Via Crucis, 2005, Nona stazione. Meditazione e preghiera del cardinale Joseph Ratzinger...

Quanto sono vere le parole di Papa Benedetto, quanto valgono ancora oggi, quanto valevano gia' negli anni 50...
Raffaella

Rassegna stampa del 16 giugno 2007


Vedi anche:

Papa Ratzinger concede udienza al Prof. Alberigo

Aggiornamento della rassegna stampa del 28 maggio 2007 (1)

(nella foto il Papa con il prof. Alberigo durante l'udienza privata di febbraio)

Cari amici, iniziamo la lettura della vasta rassegna stampa odierna con gli articoli e gli editoriali relativi alla scomparsa del Prof. Alberigo. Ho inserito alcuni link ad articoli che trattano del rapporto fra Alberigo, il Papa e la Chiesa.
Raffaella


ALBERIGO La leggenda del Papa progressista

di Andrea Tornielli

È morto a Bologna lo storico Giuseppe Alberigo. Aveva 81 anni e dirigeva la cosiddetta «officina bolognese» che, sotto la guida di Giuseppe Dossetti, ha orientato negli ultimi decenni molta della storiografia dedicata al Concilio ecumenico Vaticano II.

Nella vita di Alberigo, all’epoca poco più che trentenne, irrompe l’evento del Concilio, convocato da un Papa anziano che tutti credevano di transizione, Giovanni XXIII. Il giovane assistente universitario, destinato a prendere le redini del futuro Istituto per le scienze religiose di Bologna, è uno stretto collaboratore del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo della città felsinea. È grazie al porporato che Dossetti, già deputato alla Costituente e vicesegretario della Dc, fattosi nel frattempo monaco, partecipa al Concilio - in qualità di segretario dei quattro cardinali moderatori, uno dei quali è lo stesso Lercaro - e Alberigo lo segue, collaborando alla piccola task force progressista. Il ruolo propositivo e influente di Dossetti e del suo gruppo è destinato a non durare molto, perché il nuovo Papa, Paolo VI, non apprezza particolarmente i suoi contributi e le proposte di regolamento dei lavori dell’assise in quanto, accettandoli, c’era il rischio di «trasformare il Concilio in un’assemblea parlamentare». Ma non c’è dubbio che proprio la linea interpretativa portata avanti dall’«officina bolognese» di Dossetti e Alberigo, che vede nel Vaticano II un evento epocale di rottura nella storia della Chiesa, una specie di Costituente mai chiusa, risulta vincente dal punto di vista accademico e più in generale culturale e mediatico.

Alberigo coordina un grande e approfondito lavoro storico sul Concilio Vaticano II, una storia in cinque corposi volumi, ma promuove e dirige molte altre pubblicazioni sulla storia recente della Chiesa. Si deve a lui, e alla sua scuola, la creazione del mito di Giovanni XXIII come campione del progressismo cattolico. Alberigo dimentica i tanti aspetti tradizionali dell’anziano pontefice bergamasco, il quale era sì un coraggioso innovatore, ma non certamente un rivoluzionario. Dai volumi dello storico e della sua scuola, che partecipa attivamente alla stesura della Positio per la beatificazione di Papa Roncalli, esce dunque una figura di Giovanni XXIII non sempre corrispondente alla realtà dei fatti, dei documenti, delle decisioni prese.

La simpatia per Roncalli si accompagna a una certa diffidenza per il suo successore (sotto molti punti di vista, invece, più moderno e riformatore): dai volumi sulla storia del Concilio, infatti, emerge un Paolo VI amletico e vittima della «minoranza conservatrice», condizionato dalla Curia romana. È certo che Dossetti e Alberigo, per il conclave del giugno 1963 che si celebra alla morte di Papa Giovanni, avessero riposto tutte le loro speranze nella candidatura di Lercaro. Ma è Montini a essere eletto. La scuola bolognese imputa a Paolo VI di avere in qualche modo affossato le spinte e le aperture del Concilio, di avergli tarpato le ali, di essersi chiuso sotto la spinta predominante dell’ala conservatrice della Curia. Emerge qui, in questa interpretazione, un altro degli assiomi che attraversano il lavoro storico di Alberigo e dei suoi collaboratori: la dialettica Papa-Curia vede sempre con occhio negativo la seconda, dipinta come elemento frenante. Finendo, nel caso di Paolo VI, per dipingere il Pontefice come debole, quando invece è ben documentato come la difesa costante del depositum fidei di fronte a certe proposte dell’ala progressista conciliare, e poi contro le sbavature e gli abusi della tempesta post-conciliare, fossero iniziative personali di Papa Montini.

Si rifanno alla scuola di Alberigo coloro che arrivano a contrapporre un non meglio definito «spirito del Concilio» alla sua lettera, finendo per dimenticare ciò che nei testi del Vaticano II è scritto. Lo scorso febbraio, poche settimane prima di essere colpito dalla malattia, Alberigo ha incontrato Benedetto XVI, al quale ha presentato la sua ultima fatica, il primo dei quattro volumi che raccolgono i testi critici dei decreti conciliari della storia della Chiesa. Un’iniziativa che, come peraltro i volumi sulla storia del Vaticano II, è stata oggetto di critiche da parte dell’Osservatore Romano. Proprio Papa Ratzinger - che sarebbe intenzionato a lasciare le sue carte alla scuola bolognese - nell’importante discorso alla Curia alla vigilia del Natale 2005 ha preso le distanze dall’ermeneutica del Concilio Vaticano II affermatasi in questi anni, definendo quella «della discontinuità e della rottura» come un’interpretazione che ha «causato confusione».

Non si può però fare a meno di osservare che all’«officina bolognese», che pure ha goduto di accessi privilegiati alle carte e ai documenti, altre scuole di pensiero non sono state in grado di contrapporre altrettanto approfonditi e completi studi storici. L’erede naturale di Alberigo, continuatore della sua linea di pensiero, è lo storico Alberto Melloni, editoralista del Corriere della Sera, principale fautore dell’«ermeneutica della rottura» in particolare fra i pontificati di Pio XII e di Giovanni XXIII.

Il Giornale, 16 giugno 2007


Alberigo coscienza dei Papi

FRANCO GARELLI

La scomparsa a ottantun anni dello storico Giuseppe Alberigo, a seguito di un ictus che l’ha colpito di recente, priva certamente il mondo della cultura e del cattolicesimo italiano di un protagonista di rilievo. Il suo nome sarà sempre legato alla mitica figura di Giuseppe Dossetti, di cui è stato allievo, e alla straordinaria esperienza di studio e di riflessione laicale che è l’Istituto per le Scienze religiose di Bologna, che Alberigo ha ereditato dallo stesso Dossetti e che ha ampiamente sviluppato nel tempo, portandolo a essere un centro di ricerca scientifica di valore internazionale.

Alberigo non era un uomo facile o accomodante, e non solo per il forte temperamento che aveva. In lui il carattere deciso che permette ai leader di realizzare grandi imprese combaciava con l’idea di avere un’alta missione da compiere, ereditata dal suo maestro Dossetti. Oltre a ciò, come i grandi maestri universitari del passato, Alberigo ha sempre interpretato il suo ruolo in termini quasi sacrali, secondo uno stile austero ed esigente prima ancora con se stesso che con i suoi collaboratori.

Non mancano i riflessi di questi tratti biografici anche nella storiografia promossa da questo studioso. C’è chi parla al riguardo di una storia impegnata o «a tesi», tipica di chi - per stare ai temi cari di Alberigo - ha una forte passione per la riforma della Chiesa e cerca con il suo lavoro di costituire le basi per attuarla. Questa visione delle cose si riscontra indubbiamente nella più grande opera che Alberigo ha diretto e su cui è stato maggiormente impegnato il suo gruppo bolognese: una storia del Concilio Vaticano II in cinque volumi e tradotta in numerose lingue. Si tratta di uno dei lavori più letti e consultati sull’argomento, che individua la novità del Vaticano II nella rottura con la tradizione e nell’essere stato più un evento dello Spirito (ancorché «tradito» in seguito) che una produzione di norme e di documenti. Proprio per il suo carattere dirompente, questa interpretazione del Concilio - pur da molti accettata - è stata di recente messa in discussione dai vertici della Chiesa italiana, con il cardinal Ruini che l’ha definita come «debolissima e senza appiglio reale nel corpo della Chiesa».

La Chiesa ufficiale (anche quella di Bologna) ha via via sempre più guardato con cautela a uno studioso che non ha mai disgiunto il suo impegno di ricerca da quello della presenza pubblica. In momenti decisivi della storia ecclesiale italiana, Alberigo non ha mancato di far sentire alta la sua voce, richiamando i valori della laicità, del pluralismo religioso e della corresponsabilità nella Chiesa. A più riprese ha apprezzato, ad esempio, le molte aperture che hanno caratterizzato il pontificato di Giovanni Paolo II (come l’impegno per la pace, i mea culpa della Chiesa), anche se tra i punti di debolezza ha rilevato un’eccessiva personalizzazione della chiesa nella figura del Papa, l’eccesso di abbraccio con le folle, un orientamento troppo eurocentrico. Anche sul ruolo di Ratzinger nella Curia romana il suo giudizio era articolato, come quando affermava che il prelato tedesco da cardinale ha spesso contraddetto il teologo. Il sogno di Alberigo era comunque per un Papa che fosse un Padre non nel senso del paternalismo ma della «forza»; capace di interpretare una paternità spirituale profonda; che «certamente sia il custode delle certezze della fede, ma anche si senta in cammino e in ricerca». L’ultima presa di posizione pubblica di Alberigo è avvenuta sulla recente battaglia sulle coppie di fatto, per scongiurare che la presidenza della Cei imponesse ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge sui «diritti delle convivenze».

Al di là degli aspetti controversi che sempre accompagnano una figura di rilievo, resta la grande eredità di pensiero e di strutture che Alberigo ha costruito nel tempo. L’Istituto per le Scienze religiose di Bologna è costituito da un patrimonio di risorse storiche (volumi, documenti, ricerche) senza uguali. Ma ancor più preziose sono le risorse umane e il capitale culturale che egli ha contribuito a formare, pensando ai molti studiosi che hanno frequentato l’«officina» di Bologna, anche se - come sovente accade - i più non sono rimasti. La scuola di Bologna può offrire molti spunti per meglio comprendere i non facili rapporti tra laici e cattolici e per richiamare gli intellettuali alle loro responsabilità pubbliche.

La Stampa, 16 giugno 2007


IL RICORDO

Il fine studioso grande erede di Dossetti

MICHELE SMARGIASSI

«RISPETTOSAMENTE», come sempre, aveva fatto salire la sua voce fino ai piani alti della Santa Sede ancora poche settimane fa. Con quel rispetto che non tace le proprie ragioni, dovere morale appreso dal suo maestro Dossetti, Alberigo aveva stilato assieme ad altri intellettuali cattolici l´invito ai vescovi italiani, rispettoso sì, ma fermo come una diffida, a non imporre ai parlamentari cattolici l´obbligo disciplinare di rifiutare la legge sulle coppie di fatto in Parlamento. E alla fine il documento della Cei «non è stato così ultimativo», commentava soddisfatto, e per nulla turbato dagli strali dell´Osservatore Romano.
È stata la sua ultima disobbedienza, non certo la più importante. Giuseppe Alberigo, storico della Chiesa e dei suoi concili, seguace ed erede intellettuale di don Giuseppe Dossetti, come lui animato da una volontà di riforma ecclesiale che non arretra neppure davanti agli anatemi delle gerarchie, è rimasto per decenni là dove il monaco di Monte Sole lo aveva condotto un giorno del 1953: alla guida dell´Istituto di scienze religiose che di Dossetti ora porta il nome, cenobio di preghiere e faldoni forse unico nel suo genere, di cui Alberigo è stato per un cinquantennio il segretario (ma si potrebbe dire, senza troppa ironia: il priore).
Era stata una chiamata biblica. Di quelle a cui si risponde sì, e basta. «Il nostro Abramo» era Dossetti, non ancora don, allora antagonista di De Gasperi ai vertici della Dc. S´erano conosciuti a Milano, al cenacolo di padre Agostino Gemelli, il frate-medico. A Dossetti era piaciuto il piglio di quel ragazzo innamorato degli insegnamenti di Giuseppe Lazzati. Alberigo era nato nel 1926 in un paesino del varesotto, affacciato sul lago di Lugano, ed era un giovane laureato di belle speranze della Cattolica. «Andiamo dove?». A Bologna, a fondare un centro studi. «Perché non a Roma?», pensarono ma non dissero i chiamati (tra i quali anche la moglie Angelina e Franca Magistretti, futura suor Agnese).

C´era, il perché: a Bologna sedeva un arcivescovo speciale, alla cui ombra Dossetti, politico e mistico almeno quanto prudente uomo d´azione, si sentiva al riparo: il cardinale Giacomo Lercaro.
I tre locali in affitto scovati dal democristiano Angelo Salizzoni al piano terra di via San Vitale li pitturarono loro stessi, per risparmiare sugli imbianchini. I libri li compravano con lo stipendio parlamentare dell´ «onorevole di Dio». Sul suo «Centro di documentazione» Dossetti aveva idee chiarissime: comunità di fede e ricerca, lavoro rigorosamente d´équipe, assoluta indipendenza da qualsiasi affiliazione sia accademica che ecclesiastica che potesse «condizionarne la libertà». La inaugurò, nell´ottobre del ‘43, una lettura collettiva del libro di Isaia. Tra gli scaffali, ritmi monastici di ora et labora, preghiere e regesti, liturgia delle ore e schedature bibliografiche. «Una scuola di dotti» la definì con ammirazione il teologo tedesco Hünermann. Eppure erano tutti laici gli abitatori dell´ «antro», come lo chiamavano per brevità. E nessuna clausura: Alberigo andò a studiare in Germania da Hubert Jedin, poi a Firenze fu assistente di Delio Cantimori, «lo storico degli eretici». Anni di «impegno totale e inebriante», «noviziato severo»: così lo stesso Alberigo, nelle memorie commosse del cinquantennale. Era l´ «Officina bolognese», di cui i comunisti diffidavano, ma che stava un po´ in cagnesco anche a qualche eminenza.
Entravano spesso nell´antro intellettuali e politici celebri, Fanfani, Segni e Andreatta, ma anche il cardinal Montini futuro papa Giovanni. Ne uscivano testi complessi di biblistica, ecclesiologia, storia. Momenti di sconcerto, quasi sbandamento, quando Dossetti si piegò alla «terribile obbedienza» verso il suo vescovo che lo voleva candidato sindaco contro il rosso Dozza, nel ‘56. Momenti esaltanti, quando nel silenzio dell´archivio esplose la notizia della convocazione del Concilio. Dossetti, che era collaboratore di Lercaro, volle Alberigo come assistente in quell´avventura. L´amicizia tra maestro e discepolo si rinsaldò per non incrinarsi più.
Di quel Concilio di speranze e delusioni Alberigo fu dunque il testimone, prima di diventarne il maggiore storiografo. I cinque volumi di studi collettivi da lui coordinati sono apprezzati in tutto il mondo. Un po´ meno in Vaticano. Troppo forte l´accento sulla «discontinuità» del Concilio Vaticano II rispetto alla storia della Chiesa per piacere a una Chiesa che non ama gli strappi. «Un Paolo Sarpi contemporaneo», l´apostrofò un irritato monsignor Ruini: Sarpi, la cui storia del Concilio di Trento finì all´Indice. «Per me è un complimento», ribatté Alberigo, tranquillo. In Vaticano aveva molti antipatizzanti, ma anche taciti sostenitori, forse più di quanti immaginava lui stesso: fu sorpreso quando, nel ‘93, venne chiamato a stendere la positio ufficiale per la causa di beatificazione di Giovanni XIII. Comunque i suoi volumoni scomodi, assieme al collega Alberto Melloni, li consegnò personalmente nelle mani di ben due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ratzinger del resto pare abbia promesso ad Alberigo di donare, dopo la morte, le sue carte al Centro Dossetti. Tra i due c´era una conoscenza antica. E una certa stima, nonostante le vedute sempre più divergenti sul governo della Chiesa. Per Alberigo, infatti, l´era del papa-monarca assoluto è tramontata senza scampo. Nell´89 firmò assieme a 63 teologi italiani il primo documento di esplicita contestazione a un papa sui modi di governo della Chiesa.
Cattolico del dissenso, si dice di lui che pure non si schierò ai tempi turbolenti del referendum sul divorzio. Però frequentava quel cenacolo politico peripatetico che era il sagrato della basilica dei Santi Bertolomeo e Gaetano, chiacchierando ogni domenica con Romano Prodi e Beniamino Andreatta. Il suo dissenso si spendeva in realtà «al piano superiore». Puntava allo svecchiamento del corpo della Chiesa «ridotta a un partito politico», farraginosa, autoritaria, «senza libertà di confronto». Nell´ultima lezione all´Università di Bologna, dove ha insegnato dal ‘67 al 2001 Storia della Chiesa, rinnovò la sua speranza in una riforma collegiale e conciliare della Chiesa. «Partigianeria», «ideologismo» sono accuse che si è smentito ripetere più volte da bocche consacrate e fogli con l´imprimatur. Dell´ «intemperante progressista», invece, se l´è preso dai nuovi atei devoti. Rispose con la sua abituale, placida saggezza: «Le solite patacche».

Repubblica (Bologna), 16 giugno 2007

Anatemi delle gerarchie? Non mi pare...il prof. Alberigo ha sempre potuto dire e firmare cio' che ha voluto...
I giornalisti non potrebbero usare un linguaggio piu' opportuno?

Raffaella


Addio Alberigo, storico del Concilio Vaticano II

Marco Roncalli

È morto ieri a Bologna all'età di 81 anni. Monsignor Capovilla: sono grato per quello che ha scritto su Papa Giovanni

Si è spento ieri, a ottantuno anni, Giuseppe Alberigo, ordinario di Storia della Chiesa all'Università di Bologna dal 1967 al 2001, nonché direttore nella stessa città dell'Istituto per le scienze religiose Giovanni XXIII e della rivista Cristianesimo nella Storia .
Poco più di due mesi fa – l'11 aprile – era stato colpito da una gravissima ischemia. Con la sua morte il mondo della cultura perde uno storico di fama e un intellettuale credente dal rapporto dialettico con le gerarchie ecclesiastiche. Autore di numerose opere dedicate a periodi dal Medioevo all'età contemporanea, diverse lauree honoris causa (anche in teologia dalle Università di Monaco di Baviera, di Strasburgo e di Münster), lo storico, nato a Varese ma bolognese d'adozione, già assistente universitario di Giuseppe Dossetti e di Delio Cantimori, sarà ricordato per diversi motivi: il suo lavoro al Concilio Vaticano II, al quale partecipò fuori da San Pietro, ma immerso nell'evento insieme a Dossetti, che, perito personale del cardinale Giacomo Lercaro (uno dei quattro moderatori dell'Assemblea), l'aveva voluto accanto a sé (esperienza che l'ha segnato per tutta la vita e attraverso la quale ha continuato a leggere la storia della Chiesa, tra fede e politica). E, insieme, soprattutto, i suoi lavori sul Vaticano II, culminati nella direzione di quella poderosa Storia del Concilio Vaticano II curata da Alberto Melloni, in cinque poderosi volumi apparsi tra il 1995 e il 2001 con il Mulino (ma pure sintetizzata di recente per lo stesso editore in una Breve storia del Concilio Vaticano II utile anche per i tocchi autobiografici). Un'opera, fra ermeneutica e documentazione, che ha raccolto ampi consensi, ma anche critiche e contrappunti di ecclesiastici come Camillo Ruini e Agostino Marchetto, pronti a stemperare l'interpretazione del Concilio come elemento di profonda rottura e dalla carica rivoluzionaria e a considerarne un suo più armonico inserimento nella tradizione della Chiesa. Un tema che resta da approfondire, riconsiderando anche i ruoli dei successori di Giovanni XXIII: pontefice al quale Alberigo ha dedicato ampie ricerche (presentate più volte anche in città), contribuendo – anche con i suoi collaboratori – a preparare la positio per la causa di beatificazione (accedendo così a preziosi materiali d'archivio i cui originali appartengono alla Fondazione di Bergamo).
Alberigo, inoltre, non sarà facilmente dimenticato per il suo ruolo maieutico alla guida di quella che è stata definita l'«Officina bolognese» da lui diretta per decenni. Una fucina di ricercatori cresciuta attorno alla lezione di Dossetti e che tempo fa Peter Hünermann paragonava ad una Gelehrten-Schule. Un'alta «scuola di dotti» e come tale percepita tra la fine del pontificato giovanneo e l'inizio di quello di Paolo VI, quando una generazione di storici faceva ancora tesoro delle indicazioni di don Giuseppe De Luca, Delio Cantimori, Hubert Jedin e di altri veri maestri capaci di trasmettere un metodo oltre che fare scuola. Mentre di lì a poco l'Istituto bolognese avrebbe dilatato il suo ruolo anche a una sorta di «fronte riformatore» (l'espressione è usata da storici passati da lì), bandiera delle tesi conciliari più forti sotto il profilo ecclesiologico, pastorale, ma anche civile-sociale, approfondite con approcci di ampio respiro (fra esegesi, teologia, filosofia, patristica, politica, discipline viste anche come saperi di tipo storico). Un fronte per saldare o separare vita religiosa e civile e dal quale sono state più volte lanciate proposte dettate dalla volontà di incidere – da laici – nella vita ecclesiale, persino alla vigilia di appuntamenti come i sinodi e i conclavi (ma si può ricordare anche il recente «appello» alla Conferenza episcopale italiana al fine di evitare la pubblicazione della «Nota», impegnativa per i cattolici e poi emanata, «a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio»). Come era già accaduto con Giovanni Paolo II, Alberigo il 7 aprile scorso è riuscito a presentare a Benedetto XVI la nuova edizione critica dei Decreti dei Concili ecumenici e generali . Alberigo avrebbe dovuto ricevere anche il titolo di Cavaliere di Gran Croce con cui il presidente Napolitano aveva deciso di onorarlo, mentre è toccato al prefetto Vincenzo Grimaldi consegnare l'onorificenza ai familiari al «Malpighi» di Bologna, l'ospedale dove ieri a mezzanotte Alberigo è mancato. Tra i numerosi messaggi di cordoglio alla famiglia e ai collaboratori di Alberigo, anche quello di monsignor Loris Capovilla che ha espresso commozione e mestizia descrivendo lo storico come «attento lettore dei segni dei tempi» ed esprimendo «gratitudine per quanto ha scritto sul beato Papa Giovanni e sulla stagione del Concilio Vaticano II, stella polare per i cattolici nel cammino del XXIsecolo». Le esequie saranno celebrate lunedì alle 15 nella chiesa di San Bartolomeo in Bologna.

L'Eco di Bergamo, 16 giugno 2007

15 giugno 2007

Si e' spento Giuseppe Alberigo


Vedi anche:

Papa Ratzinger concede udienza al Prof. Alberigo

Politi-Navarro catastrofici, Accattoli "senatore", Valli verso Raiuno

Fra Sistino, un uomo...un mito (2)

I media vaticani che vorrei (di Raffaella)

Insulti al Papa patrocinati dal governo italiano?

Esclusiva di Petrus: imminente il motu proprio sulla Messa in latino

CARD.KASPER:INCONTRO CON ALESSIO II?SPERIAMO ENTRO UN ANNO


(nella foto il giovane perito conciliare, Joseph Ratzinger)

MORTO GIUSEPPE ALBERIGO, STORICO DELLA CHIESA
In febbraio incontrò il Papa

Roma, 15 giu. (Apcom) - E' morto questa notte lo storico Giuseppe Alberigo, uno dei massimi e più noti studiosi dei problemi e della storia della Chiesa, del cristianesimo e del Concilio Vaticano II. Era malato da tempo. Lo riferiscono i familiari.
Il 7 febbraio Alberigo fu ricevuto in udienza privata da Benedetto XVI, durante il quale discussero proprio dei volumi sul Concilio Vaticano II.
Giuseppe Alberigo, morto stanotte in seguito a un grave ictus che l'ha colpito a metà aprile e dal quale non si è più ripreso, era nato a Varese nel 1926. Nel 1967 è divenuto ordinario di storia della Chiesa all'Università di Bologna. Fu allievo di Giuseppe Dossetti. Fu segretario dell'Istituto per le scienze religiose di Bologna, autore di decine e decine di saggi. La più importante la monumentale opera critica sui documenti del Concilio Vaticano II.
Durante l'udienza privatissima con il Papa nel febbraio scorso, Benedetto XVI aveva promesso ad Alberigo di regalargli gli appunti relativi al periodo in cui l'allora professor Ratzinger aveva seguito i lavori conciliari da consultore.

28 maggio 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 28 maggio 2007 (1)


Vedi anche:

Il Concilio Vaticano II secondo Papa Ratzinger (discorso in occasione degli auguri natalizi alla Curia romana)

Papa Ratzinger concede udienza al Prof. Alberigo

LA SPERANZA DELLA SALVEZZA PER I BAMBINI CHE MUOIONO SENZA BATTESIMO

Rassegna stampa del 28 maggio 2007

Qualche riflessione sull'atteggiamento dei media...

SPECIALE: Il documentario della BBC dice il falso: ecco le prove!

Traduzione dei canoni 15-19 del "Crimen sollicitationis"

Appello contro il documentario della BBC


CRISTIANESIMO Un'edizione filologica con le decisioni dei primi sette concili ecumenici

Chiesa, la tradizione è viva se riesce a cambiare

Da Nicea al Vaticano II, il dinamismo continuo della fede

di Alberto Melloni

N i-co-e-ca, co-co-ni-co, la-la-la-la, lu-lu-vi-co... Questa filastrocca girava fra gli studenti che dovevano memorizzare la serie dei concili classificati come ecumenici: concili che da sempre attirano l'attenzione degli studiosi e di cui Giuseppe Alberigo ha coordinato una nuova edizione critica, che rimette al centro l'istituzione nella quale, come diceva il Bellarmino, «c'è più grazia». Grazia che viene dalla serie (di cui la filastrocca faceva stato) che inanellava i concili di tutti i cristiani con quelli che lo stesso Bellarmino includeva per dare forza alla riformatrice discontinuità del concilio di Trento.
La filastrocca incastra, infatti, le iniziali dei quattro concili «uguali ai Vangeli» di Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia, con quelle dei concili Costantinopolitani II e III, e il Niceno II: i sette concili che sia l'ortodossia greca e russa, sia il cattolicesimo latino e uniate, sia le Chiese della Riforma, riconoscono come ecumenici. Al di là di questa soglia del 787, stanno le vicende del Costantinopolitano IV e i concili generali della Chiesa d'Occidente (i Lateranensi, i Lugdunensi tenuti a Lione, quelli di Vienne, Costanza e Basilea, Ferrara e Firenze), con i quali Bellarmino riempie lo spazio che porta ai concili che solo la tradizione latina chiama ecumenici: il concilio di Trento e il Vaticano I, e infine, almeno per ora, al Vaticano II, al quale parteciparono anche cristiani non cattolici in un ruolo distinto e rilevante.
I sette concili estesi dall'imperatore cristiano all'episcopato e alle autorità cristiane di tutto l'«universo» (l'ecumene) nascono da un tessuto assai più fitto di concili e sinodi di rango locale, nei quali non solo i vescovi, ma anche altre figure partecipavano al governo della comunione ecclesiale: ma si distinguono da essi perché Costantino e la sua corte decidono di farne uno strumento orientato a dare alla Chiesa l'unità di cui essa aveva bisogno come l'impero. Così il concilio diventa un senato generale, con padri e rappresentanti politici, votazioni e discorsi, e perfino con lo scranno imperiale su cui non siede il sovrano, ma il libro dei Vangeli, norma ultima della vita di fede.
Tali decisioni dal Cinquecento in poi vennero pubblicate in monumentali collezioni come quella Amplissima
collectio che un dotto lucchese, Gian Domenico Mansi, produce dal 1759 e di cui si sta avviando la digitalizzazione. A fine Ottocento un dotto come Denzinger ne estrarrà delle brevi proposizioni che definiscono verità di fede e le annega, insieme ad atti papali ed altri documenti, in una raccolta (detta per antonomasia « il
Denzinger») che documenta una fede ridotta allo scheletro dei suoi enunciati dogmatici. Dopo il 1959, con l'annuncio di un concilio che i massimalisti del papato ritenevano inutile per via della definizione sull'infallibilità del romano pontefice, Giuseppe Dossetti progetta e fa produrre un volume che contiene l'intera serie delle decisioni e che consegna a Giovanni XXIII nel 1962, insieme agli allora giovani curatori (Giuseppe Alberigo, Paolo Prodi, Boris Ulianich, Claudio Leonardi, Pericles Joannou).
Da allora ad oggi la conoscenza dei concili è cresciuta a ritmi vertiginosi, per impulso sia di tanti studi specialistici sia della esperienza conciliare che ha visto celebrare concili a Mosca e Roma, preparare all'infinito il Grande concilio panortodosso, nascere un «consiglio» ecumenico delle Chiese. E così è nato il bisogno d'una nuova edizione critica di quelle decisioni, lavorata da specialisti di rango di ciascuno dei concili, articolata in base all'ecumenicità propria a ciascun evento: e sotto la direzione di Giuseppe Alberigo, che vi ha riversato questi suoi ultimi anni di ricerca e di relazioni, esce appunto nella prestigiosissima collana del Corpus Christianorum di Brepols. Una edizione non certo popolare (i testi sono in greco, con la loro versione latina a fronte...), ma preziosa: e non è un caso che papa Benedetto XVI, su richiesta del cardinal Caffarra, abbia concesso una udienza privata ad Alberigo, che gli ha potuto offrire il volume lo scorso 7 febbraio.
Questa impresa editoriale così specialistica, però, consente anche di tornare a riflettere non solo sulle scelte, ma anche sul significato storico dei concili attorno ai quali le Chiese cristiane hanno in comune più di quanto le divida. Perché i concili – su questo tutte le Chiese concordano – esprimono una autorità dottrinale massima e confessano la fede senza possibilità di errare: la stessa infallibilità che il concilio Vaticano I riconosce e limita nel papato, è in possesso del concilio, perché solo là dove la comunione è vissuta ed espressa è possibile un atto di fede conforme alla verità rivelata e viceversa. Questa autorità è evidente nei concili antichi, nei quali l'insieme della Chiesa si aduna per trovare una chiarezza dottrinale che le è improvvisamente diventata necessaria: e questa chiarezza è tanto più forte quando la legge della preghiera e quella della fede rimangono all'interno d'un unico circuito. È così che nascono alcune delle decisioni conciliari, fra le quali la più nota anche a chi ne ignora le origini è quel «credo» che si ripete in tutte le liturgie e che è la filigrana d'una ininterrotta riflessione teologica che arriva fino alla Introduzione al cristianesimo dell'allora professor Ratzinger, oggi nota anche al grande pubblico.
Le decisioni conciliari non costituiscono dunque né un atto di mera eversione rivoluzionaria, né un atto di inerte ripetizione di qualcosa di già detto. Sono atti di dirompente fedeltà, di umile audacia intellettuale: perché partono dalla convinzione che è proprio la fedeltà alla rivelazione e al mistero di Cristo che impone una ricerca non sempre gradita a coloro che confondono il pigro immobilismo della mente con la custodia della verità. I sette concili di questo primo volume (dal 325 al 787) testimoniano di questo sforzo che introduce nel cristianesimo categorie teologiche, principi filosofici, postulati antropologici di cui, insieme agli irrinunciabili pregi, l'odierna estensione della cattolicità mostra il limite davanti a nuovi popoli e nuove culture cui la Chiesa comunica la fede e non un sistema intellettuale.
Nella piccola babele aperta dai lefebvriani contro il Vaticano II («rottura della tradizione!») riaffiora dunque un atteggiamento liquidatorio che alla fine fa torto proprio al senso alto, maiuscolo della Tradizione e al dinamismo che la rende viva e vitale, di quella vita che la dottrina cristiana ritiene azione dello Spirito. Ma anche fra i non lefebvriani affiora più o meno velata l'idea che a causa di quell'evento ci sono state turbolenze e crisi che in realtà venivano da prima: e a queste tiepidezze la storia dei concili insegna che la vita della Chiesa funziona in modo diverso. Pensati come progressisti o restauratori, temuti per ciò che significano, essi sono qualcosa che accompagna la Chiesa e che solo col senno di poi, guardandoli nei loro frutti, si riconoscono per ciò che sono stati, come una moneta di bronzo si distingue in mezzo alle monete d'oro e viceversa.

Corriere della sera, 28 maggio 2007


L'INDISCREZIONE

Alberigo: «Il Papa lascerà i suoi documenti a Bologna»

Il 7 febbraio scorso il Papa ha ricevuto Giuseppe Alberigo, che gli ha portato in dono il primo volume dei Conciliorum oecumenicorum generaliumque decreta.
Alberigo, storico del Concilio Vaticano II e curatore dell'opera, non era allora al suo primo incontro con il «professor Ratzinger».

«Ci siamo conosciuti al Vaticano II, lavorando in varie occasioni insieme, soprattutto nelle drammatiche fasi che precedettero l'approvazione della Lumen Gentium », ha tempo fa confidato al Corriere. «Un rapporto di stima e di confidenza che è proseguito dopo, quando l'allora arcivescovo mi chiamò a tenere una lezione sulla figura del vescovo al momento della sua consacrazione episcopale, e poi durante i lavori per la stesura della Storia del concilio Vaticano II, i cui volumi gli sono sempre stati portati in dono e sono stati occasione di conversazioni che, com'è normale con Ratzinger, non sono mai banali».

E in quegli incontri si parlò dell'archivio Ratzinger...

«Sì, è stato di sua iniziativa, nel 2001, poco prima che Giovanni Paolo II ci ricevesse per ricevere il quinto volume della storia del concilio, che l'allora cardinale, impressionato dal modo in cui gli studiosi coinvolti nell'impresa avevano messo a frutto gli archivi di tanti padri e periti conciliari, mi disse che aveva deciso di non lasciare i propri documenti sul Vaticano II alla sua prima università, quella di Bonn, ma all'Istituto che dirigo a Bologna, dopo il suo pensionamento».
Incontrandolo da Papa qualche tempo fa, continua Alberigo, «mi sono permesso di chiedergli se il papato è quel pensionamento di cui parlava. Mi ha naturalmente detto che non è in pensione, ma ha precisato che quella sua disposizione, pur lasciando libertà di non ottemperare le sue volontà al suo esecutore testamentario, è rimasta scritta come era nel suo testamento. Un gesto di cui gli sono profondamente riconoscente e che onora l'istituzione che dirigo».

Corriere della sera, 28 maggio 2007

Eh si' la classe non e' acqua!!! :-)

15 marzo 2007

Anche "Avvenire" rileva l'accanimento mediatico contro il Papa


Fa sempre piacere sapere di non essere soli a fare certe affermazioni. Mi onora il fatto che "Avvenire" abbia usato piu' o meno le mie stesse parole quando nel post precedente mi chiedevo se l'Esortazione Apostolica "Sacramentum Caritatis" sia stata effettivamente letta da chi l'ha criticata.
In ogni caso si e' sempre in tempo per riparare andando in libreria.
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Singolare commento su «Repubblica»
La funzione repressiva un po' strana per un'esortazione

Francesco D'Agostino

Presentare l'esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis come espressione di una "Chiesa che proibisce" (questo è l'infelice titolo che La Repubblica del 14 marzo ha dato a un altrettanto infelice commento all'esortazione, redatto da Giuseppe Alberigo) è talmente fuorviante, che viene da domandarsi se il testo in questione sia stato davvero letto.
Basti riflettere sul titolo che è stato dato all'esortazione: Sacramentum Caritatis, che, come è noto, è l'espressione con la quale San Tommaso si riferisce all'eucaristia, cioè al segno che Dio non ha abbandonato il mondo, ma amandolo continua ad essere presente in esso. È assurdo pensare che il rendimento di grazie eucaristico, cui nella nostra povertà immaginativa possiamo alludere solo attraverso la metafora di un calore infinito, capace di scaldare tutti i cuori che vogliano aprirsi a Dio, possa essere ridotto alla logica fredda, anzi gelida, della proibizione. L'eucaristia è un dono d'amore: chi ci ama non vuole proibirci nulla, se non ciò che può portarci a smarrire la nostra identità. Ma questo, piuttosto che un divieto, è il dono più grande che possa esserci fatto, anche e soprattutto da parte di Dio.
Pensare poi, come insiste Alberigo, che l'esortazione vada nella direzione del rafforzamento della «funzione conservatrice che la Chiesa cattolica svolge in parecchie società contemporanee» significa continuare a trastullarsi con paradigmi che speravamo ormai consunti, quelli per i quali "conservare" è sempre un male in sé e "rinnovare" è reciprocamente sempre un bene. Dobbiamo ancora insistere nel dire che le cose non stanno così? Ma ce lo aveva spiegato (una volta per tutte) San Paolo: «Esaminate ogni cosa!» e poi, conseguentemente,«tenete ciò che è buono» (1 Tess 5,21). Se la «funzione conservatrice» della Chiesa si manifesta nel «tenere ciò che è buono», ebbene, questa è una funzione sacrosanta.
L'oggettiva malevolenza, con la quale ambienti laicisti hanno presentato l'esortazione, si manifesta peraltro in un titolo di forte evidenza pubblicato, nel medesimo numero di Repubblica, a pagina 6, in cui l'espressione «No a leggi contro natura» è attribuita espressamente al Papa. In sé e per sé l'espressione non dovrebbe destare alcuno scandalo, se non in coloro portati a vedere in un «no» così perentorio la dimostrazione del carattere repressivo dell'esortazione. Il punto è che questa espressione (che, ripeto, è virgolettata, in modo che il lettore l'attribuisca direttamente al Pontefice) nell'esortazione non c'è. Quel che c'è è invece l'invito positivo a politici e a legislatori cattolici «a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana» (§ 83). E questo invito ha un fondamento dottrinale chiarissimo e inconfutabile: la coerenza eucaristica, a cui la nostra esistenza è oggettivamente chiamata. L'eucaristia non è una pratica rituale ed esoterica, che esaurisce la sua funzione all'interno del tempio; il culto cristiano - spiega l'esortazione - «non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede». Come testimoniare questa fede se non difendendo valori fondamentali quali la vita umana, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme? Nell'esortazione la non negoziabilità di questi valori - che ha comunque un carattere razionale, dato che ben potrebbe essere sostenuta con argomenti di pura ragione umana - appare coerentemente ricondotta alla fede eucaristica della Chiesa: se riconoscere i valori umani fondamentali può essere l'effetto di un corretto, ancorché freddo, ragionamento, difenderli è piuttosto testimonianza ed effetto di amore profondo per l'uomo, quell'amore che trova nell'eucaristia il suo sacramento. Non della Chiesa che proibisce, ma della Chiesa che ama, è segno questa esortazione post-sinodale, per chi voglia leggerla.

Avvenire, 15 marzo 2007

Ed ecco l'articolo di Alberigo citato da "Avvenire":

La chiesa che proibisce

GIUSEPPE ALBERIGO

Il documento pubblicato oggi dalla Santa Sede porta la firma di Benedetto XVI e si presenta come una sintesi degli orientamenti espressi dal Sinodo dei Vescovi, celebrato qualche mese fa. Vi sono investiti molti e complessi aspetti della vita della Chiesa, quasi tutti oggetto di vivo dibattito dentro e fuori il cattolicesimo. Per l´autorevolezza del testo e per la varietà dei problemi trattati esso impone un´analisi approfondita, adeguata alla lunga gestazione che l´«esortazione» ha avuto.
A una prima lettura, anzitutto non ci si può non chiedere in quale misura questo testo rispecchi effettivamente le posizioni espresse nel Sinodo, che comprendeva prelati di tutto il mondo, inevitabilmente portatori di esperienze diverse e di orientamenti differenziati.
In secondo luogo ci si interroga sull´accoglienza che potrà avere da parte dei comuni credenti e del clero in cura d´anime. È infatti noto che molti dei comportamenti censurati dal Papa sono praticati dalla grande maggioranza dei fedeli (ad esempio a proposito dell´esclusione dei divorziati dai sacramenti), anche di quelli "impegnati", né vengono censurati dal clero. Il pensiero va all´infausto esito di un atto per tanti aspetti analogo, l´enciclica "Humanae vitae" di Paolo VI, che ha conosciuto un rifiuto generalizzato in tutta la cattolicità.
Naturalmente è facile prevedere anche che ci saranno ambienti di "teo-con" impegnati a valorizzare questi orientamenti che sembrano andare tutti, sia pure in diversa misura, in direzione del rafforzamento della funzione conservatrice che la Chiesa cattolica svolge in parecchie società contemporanee.
Ma i consiglieri del Santo Padre si sono interrogati sull´impatto pastorale di un atto come questo? Sono sicuri che esso non introduca germi di dissoluzione piuttosto che di rafforzamento nel corpo ecclesiale? È ovvio che non tutto va in modo soddisfacente nella Chiesa cattolica, ma è proprio l´aspetto etico il più carente e dolente? O non é piuttosto l´appannarsi della trasparenza evangelica, che rende arduo a tanti riconoscere il Cristo e il suo annuncio al di là della corposa presenza del corpo ecclesiastico?
L´esortazione ha una portata generale e non focalizza direttamente nessun problema italiano. Tuttavia non si può ignorare la parte che tocca nuovamente, dopo le discussioni delle ultime settimane, i comportamenti di legislatori di fede cattolica. Opportunamente il testo papale li esorta a essere «consapevoli della loro grave responsabilità sociale» e aggiunge che «devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana». È un richiamo opportuno, anche se un po´ pleonastico, dato che i legislatori sono sempre maggiorenni e come dubitare che la loro coscienza non li guidi? Mi sembra arduo indicare parlamentari credenti - in Italia o altrove - che non obbediscano alla loro coscienza, talora anche incontrando difficoltà esterne e lacerazioni interiori. Questi cristiani non meritano maggiore fiducia e simpatia? A prima vista un lettore sprovveduto potrebbe vederli come dei peccatori incalliti! Comunque si è ben lontani dalle minacce ventilate meno di un mese fa dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana.
Queste riflessioni non possono essere scambiate - se non in mala fede - come un invito alla Chiesa e ai suoi Pastori a tacere. È bene e sano che si parli e si esprimano convinzioni tanto autorevoli. È tuttavia incerto che la chiave «negativa» delle proibizioni sia la più convincente e la più adeguata a comunicare l´annuncio evangelico.

Repubblica, 15 marzo 2007

Gli articoli, di stampo laicista, pubblicitati da Repubblica, a cui Avvenire si riferisce, sono, probabilmente, quelli di Marco Politi.
A onor del vero lo stesso errore (quello di attribuire al Papa frasi non sue) e' stato commesso anche dal Corriere della sera.

Per una visione generale consulta i seguenti post:


Rassegna stampa del 14 marzo 2007 sull'Esortazione Apostolica "Sacramentum Caritatis"

Aggiornamento della rassegna stampa del 14 marzo 2007

Vedi anche:

Papa Ratzinger concede udienza al Prof. Alberigo


Quella sicumera davanti all'esortazione apostolica
Esentarsi dal magistero una scelta mai automatica

Pio Cerocchi

Tutti i grandi personaggi della storia con sole pochissime eccezioni, quando si sono trovati in opposizione alla Chiesa, hanno provato qualche dubbio; un tormento interiore o qualcosa del genere. Magari non proprio un dubbio sistematico, ma un pensiero fuggito all'autocontrollo per un moto spontaneo dell'animo, questo sì, tutti più o meno lo hanno avuto, a partire - si racconta - dallo stesso Martin Lutero, per non dire di Garibaldi e tanti altri che in qualche momento della loro vita, hanno sentito il bisogno di cedere un po' del proprio orgoglio, in nome di quella che gli appariva come la debolezza di un mistero, sul quale però poteva poggiare ancora qualche lontana speranza. Nella consapevolezza questa sì adulta, che qualche tratto di verità possa annidarsi anche dove non si vorrebbe, come ben riconobbe (e non solo in tarda età) il laico per eccellenza, Benedetto Croce.
Lunga premessa per descrivere uno stupore: quello suscitato dalla spavalda sicurezza con la quale i "sessanta" cattolici democratici della Margherita hanno reagito - pare - ad una sola voce dinanzi all'invito alla «coerenza eucaristica» contenuto nell'esortazione Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI. Oh, ben'inteso, ha ragione monsignor Bruno Forte quando avverte che non ci può essere un'applicazione meccanica delle parole del magistero; allo stesso modo però in cui non ci può essere un'esenzione altrettanto meccanica dallo stesso magistero.
E invece, una serie di affermazioni al suono di «Non cambia nulla» ha contrassegnato la reazione degli esponenti più in vista del gruppo. Da Franceschini a Castagnetti. Una sorta di ipse dixit che non lascia, almeno nella pubblica percezione, alcun margine, non dirò ad una supina accettazione delle parole del Pontefice, ma almeno ad un vago bisogno di lasciare qualche spazio ad una approfondita riflessione, al di là della riaffermazione, davvero non richiesta, di una fedeltà ad un ddl che, a sentir loro, sembra tirato giù dalle Pandette di Giustiniano a fondamento della futura (e già gloriosa?) civiltà giuridica del Paese. I "sessanta", titola la Repubblica, vanno avanti. Ma dove? Possibile che non si avverta che ci potrebbe anche essere una qualche ragione dalla parte di un magistero che drammaticamente difende il deposito di quella verità di Dio sull'uomo, che chiama un popolo a riconoscerla e a fondare su di essa e non contro di essa, un cammino di liberazione dalla povertà spirituale che, nella crisi della modernità, sta cancellando anche il cielo? In altre parole, c'è da chiedersi quale modello antropologico, quale umanesimo cristiano persuadano così sollecitamente e unanimemente a considerare irrilevante il magistero di una Chiesa su un punto sul quale essa, peraltro, non fa che riconfermare un insegnamento mai dismesso nei secoli? E perché allora chiamarsi "cattolici" oltre che "democratici" e magari a questo titolo immaginare di tornare un domani a chiedere voti, e non avvertire invece, come un bisogno primario, quello di ricercare percorsi di coerenza sul merito di un provvedimento (ma altri ce ne saranno) che il richiamo formale alla laicità, davvero non esorcizza dai rischi dei suoi inevitabili effetti negativi sul Paese? Dove saranno le credenziali per un simile appello?
Perché allora non fermarsi un attimo fuori dai riflettori, e dirsi: ragioniamo. Senza pregiudizi, mettendo da parte le convenienze di coalizione, per chiedersi invece: come facciamo a meritare la nostra storia, al pari di quanto i diessini intendono fare con la loro? Insomma meno gregariato per tutti, e un di più di fiducia in quella libertà che è - e resta - l'alveo naturale della laicità. E forse potrebbe convenire politicamente e, in un futuro che non sembra poi così lontano, anche in termini di voti.

Avvenire, 15 marzo 2007


Oltre quarantamila pellegrini a gremire la piazza assolata

Giornata primaverile e afflusso record di fedeli per l'udienza generale di ieri. Tanto è vero che l'incontro settimanale si è svolto in piazza San Pietro e non come di solito avviene nell'Aula Paolo VI. Più di 40mila persone si sono strette intorno a Benedetto XVI per ascoltare la sua catechesi, incentrata questa volta su sant'Ignazio di Antiochia, definito «il dottore dell'unità» (il testo integrale è pubblicato come di consueto da «Avvenire» in questa stessa pagina). All'arrivo del Pontefice in piazza, manifestazioni di grande entusiasmo si sono levate dai vari settori in cui si trovavano i fedeli. Nelle prime file gruppi di ragazzi con berretti arancioni e rossi hanno dato vita a una simpatica coreografia. Il Papa ha attraversato sorridente i diversi settori sulla campagnola bianca scoperta, benedicendo e salutando con ampi gesti della mano. La folla ha continuato ad applaudire per tutto il tempo. Al termine della catechesi, poi, Papa Ratzinger ha saluto i gruppi di fedeli nelle diverse lingue. In particolare, erano presenti anche circa 10mila pellegrini giunti dalla Puglia, che hanno così affiancato i loro vescovi, in questi giorni a Roma per la visita ad limina. Il Papa, naturalmente, ha avuto una parola anche per loro. Così come non ha mancato di salutare i fedeli della parrocchia di san Lino in Roma, che festeggiavano il 50° anniversario di fondazione della loro comunità cristiana; i rappresentanti del Credito Cooperativo di Viterbo; gli studenti del Liceo «Omodeo», di Mortara e quelli dell'Istituto San Vincenzo de' Paoli, di Reggio Emilia. Infine si è brevemente rivolto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.

Avvenire, 15 marzo 2007

Posso fare la cattiva? Posso dire una cosa che mi viene proprio dal cuore? Non vi arrabbiate? Bene!
Quarantamila fedeli? Wao! Alla facciaccia di tutti :-)))