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11 gennaio 2008

L’eutanasia al centro di una tavola rotonda domani a Pompei: intervista con mons. Sgreccia (Radio Vaticana)


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Si svolgerà domani presso il Santuario di Pompei una tavola rotonda sul tema dell'eutanasia: promuovono il simposio la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, il Gruppo San Paolino di Pompei e il Movimento per la Vita della Prelatura di Pompei. Titolo del dibattito è “Dignità della morte o morte della dignità? L’eutanasia oggi: dall’eclissi del valore della persona, alla relativistica deriva etico-culturale”. Ma si parlerà di diritto alla vita in senso generale. Principale relatore sarà mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Giovanni Peduto lo ha intervistato prima della partenza per Pompei chiedendogli innanzitutto una riflessione sull'auspicio del Papa per un dibattito internazionale sulla sacralità della vita umana sulla scia della risoluzione ONU su una moratoria della pena di morte:

R. – Credo che sia una riflessione che è venuta spontanea a tutti. Il Santo Padre l’ha resa più importante e più pubblica. Se è importante fermare la mano per la soppressione di chi ha gravemente commesso delitti contro la vita umana, perché non è lecito sopprimere neppure il colpevole, tanto più noi dobbiamo domandarci perché vengono uccisi gli innocenti, come lo è il caso dei bambini non ancora nati, come è il caso dei moribondi.

D. – Ma a suo avviso, ci sono le condizioni per un risveglio delle coscienze nel mondo sul rispetto della vita?

R. – Le condizioni, da un punto di vista obiettivo, ci sono tutte e sono molte. E’ una questione di giustizia, è una questione di solidarietà, una questione di mettere il presupposto per la pace. E’ un problema anche di carattere demografico, per quanto riguarda i non ancora nati, per esempio. E’ una questione anche di rispetto degli stessi confini della scienza e della medicina. Tante ragioni ci sono, dal punto di vista obiettivo, e i capisaldi stessi della società si fondano sul rispetto della vita umana, primo diritto tra i diritti dell’uomo.

D. – Veniamo al tema dell’eutanasia: quanto sta avanzando a livello internazionale la sua legalizzazione?

R. – Certamente, ci sono stati dei fatti allarmanti. In Europa, per esempio, il caso dell’Olanda, spinto poi fino all’eutanasia dei bambini; il caso del Belgio; e anche uno Stato degli Stati Uniti, l’Oregon, la Danimarca, eccetera, e tentativi si vanno ripetendo anche in America Latina. Quindi, c’è un crescendo di pressione.

D. – Quelli che appoggiano l’eutanasia spesso si rifanno proprio a ragioni di pietà cristiana…

R. – Le ragioni della pietà cristiana non incitano mai a sopprimere le persone. Semmai, a sopprimere il dolore ma oggi abbiamo tanti mezzi per sopprimere il dolore fisico. Mai nella storia la scienza ci ha dato tante risorse per mantenere controllato il dolore anche nei casi più gravi.

D. – Il dramma della sofferenza delle persone che si trovano in una situazione irrecuperabile appare spesso in tutta la sua forza dirompente: cosa fare in questi casi?

R. – Nel caso della sofferenza e dell’avvicinarsi della morte, quello che si deve fare dal punto di vista umano e medico e cristiano è, prima di tutto, sostenere spiritualmente il paziente, aiutandolo a dare senso alla vita vissuta e anche al momento del dolore e della morte; in secondo luogo, lenire il dolore e fare compagnia, essere vicini.

D. – D’altra parte ci sono persone che magari in un primo tempo hanno chiesto l’eutanasia ma poi ci hanno ripensato?

R. – Sì: delle inchieste hanno confermato che coloro che, in momenti di solitudine e di disperazione e di sgomento avevano chiesto ed anche augurato l’anticipazione della morte, poi – una volta sostenute, una volte guarite – si sono dimostrate grate a chi le ha sostenute e hanno detto che questo sentimento era profondamente un fatto di momentanea disperazione.

D. – Dal punto di vista di una logica puramente umana quali potrebbero essere le obiezioni alla posizione cattolica sull’eutanasia? Come rispondere ad esse senza far esplicito riferimento alla religione?

R. – La obiezione che viene fatta dal fronte secolaristico, filosofico ed ideologico è l’autonomia del paziente: cioè, il paziente dovrebbe avere e sentire l’autonomia di decidere sulla propria morte, sul modo come morire e quando morire. Ora, questa rivendicazione dell’autonomia non è la stessa cosa della vera libertà. In realtà, ciascuno di noi non è padrone della propria vita; la libertà suppone la vita, quindi interrompere la vita in nome della libertà significa interrompere le ragioni stesse della libertà. La vita è un dono da custodire, da impiegare bene e da offrire nel momento della morte per il bene di tutti.

D. – Come si inquadra il tema dell'accanimento terapeutico nell'ottica del naturale diritto alla vita?

R. – L’accanimento terapeutico è un’offesa alla vita, perché se è giusto che si rispetti la vita è anche vero che si deve rispettare il momento della morte. Quindi, trattare con violenza il paziente perché sia trattenuto in vita al di là delle forze naturali e al di là della proporzionalità dei mezzi, è un compiere un atto di violenza sul morente.

D. – Qual è la risposta della fede al mistero del dolore?

R. – Questa risposta sta nel fatto che la vita dell’uomo non finisce in questa terra. E’ un dato di ragione che noi abbiamo una spiritualità, un’anima spirituale e che questa, quindi, è immortale.

© Copyright Radio Vaticana

Messori: «Grazie Ferrara, ma...» (Tornielli per "Il Giornale")


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Messori: «Grazie Ferrara, ma...»

di Andrea Tornielli

I media cattolici sono stati presi in contropiede dalla proposta di moratoria sull’aborto di Giuliano Ferrara?

Vittorio Messori, autore di best seller e intervistatore di Papi, in Emporio cattolico, il suo ultimo libro, definisce «il giornalismo cattolico, per sua origine e natura, di opinione», aggiungendo che se «proprio l’opinione si intiepidisce... anche i media che la veicolano diventano irrilevanti».

Perché Ferrara è riuscito a innescare un dibattito sull’aborto?

«Mi pare evidente. Mentre i cattolici leggono la stampa cattolica e quella laica - il cattolico è il vero libero pensatore e il vero intellettuale globale - i laici leggono solo quella laica. Ferrara è riuscito a sdoganare una battaglia, a portarla fuori dal ghetto dei mass media cattolici. I quali negli ultimi anni vivono una crisi, talvolta determinata da un venir meno della chiarezza del messaggio. Ma non tutta la stampa cattolica è tiepida: le stesse cose dette da Ferrara, scritte per decenni su giornali e settimanali, non hanno sfondato, non hanno provocato alcuna reazione. Purtroppo la prospettiva cattolica non riesce a bucare la coltre sotto cui l’ha circoscritta la cultura laica».

Colpiscono le lettere di sostegno alla moratoria che giungono ai giornali. C’è forse un popolo che non si sente rappresentato?

«Sì, credo ci sia un popolo cattolico che non si sente rappresentato e che si è identificato con la proposta di Ferrara. E di questo sono contento. Ma ripeto: di lettere e di testimonianze simili ne ho lette molte in questi anni sulla stampa cattolica, senza che nessuno le degnasse di uno sguardo».

Come giudica la proposta di Ferrara?

«Voglio dire innanzitutto che gli sono grato. Come insegna San Tommaso, qualunque cosa buona sia detta e chiunque sia chi la dice, viene dallo Spirito Santo. Quindi, ben vengano i Ferrara che dicono cose come questa. Ho anche qualche perplessità. Innanzitutto, sono poco portato a confidare negli intellettuali, a causa della loro instabilità. A Torino avevo conosciuto Ferrara comunista, poi l’ho visto craxiano, quindi berlusconiano, ora alla corte di Benedetto XVI. Mi auguro ovviamente che questo sia il suo approdo finale. Ho ben presente, inoltre, la storia dell’Actión Français di Charles Maurras e il suo ateismo devoto, che propugnava l’unione fra trono e altare e ha finito per essere condannato dal Papa. Già vent’anni fa, nel mio libro Scommessa sulla morte , parlavo di una triade inseparabile, composta da divorzio, aborto, eutanasia. Sostenevo e sostengo che quella triade non è rifiutabile sul piano della mera razionalità, mentre lo è sempre e comunque in un’ottica di fede».

Scusi, ma la novità del dibattito attuale non sta proprio nel fatto che laici non credenti s’interrogano su questi argomenti mettendo in dubbio certe «conquiste»? Come la mettiamo con la morale naturale?

«Io sono stato discepolo di Norberto Bobbio, il quale diceva: “Ricordino signori che la morale cosiddetta laica non è ragionevole”. Non è ragionevole perché manca del chiodo alla parete a cui può essere appesa. Nessuno è in grado di dare una risposta ragionevole alla domanda: “Perché fare il bene e non il male se facendo il male me ne viene un vantaggio e non sarò punito?”. Trovo inutile appellarsi alla coscienza, che è una realtà cristiana. Qual è la “coscienza” dell’indigeno antropofago? Perché Gesù è venuto sulla terra se fosse bastato un intellettuale per indicarci l’etica da seguire? Perché il Vangelo non sia svuotato dobbiamo pur segnalare dei comportamenti che ci sono richiesti proprio dal Vangelo. Se la ragione bastasse per stabilire l’etica, a che pro la rivelazione cristiana? Non sarebbe superflua? Non sarebbe bastato un Socrate qualsiasi?».

Non è che in lei c’è un po’ di invidia per il fatto che un laico come Ferrara sia riuscito a provocare un dibattito simile?

«No, nessuna invidia. Ho detto che sono grato a Ferrara per ciò che ha fatto. Io mi sono occupato poco dei temi legati all’etica e alla morale. Ho lavorato invece sulla fede, sulla storicità dei Vangeli, sull’annuncio. Su quel chiodo, senza il quale neanche la morale può stare in piedi...».

© Copyright Il Giornale, 11 gennaio 2008

Messori ha ragione. Gli intellettuali cattolici ci sono e sono molto intelligenti e preparati. Purtroppo non hanno grande eco sulla stampa nazionale. Non so se questo sia dovuto ad una mancanza di coraggio, nel senso che manca lo slancio di mettersi in gioco in prima persona, o all'atteggiamento della grande stampa che non offre spazio ai pensatori cattolici.
In ogni caso cio' che accade sul Foglio e' qualcosa di straordinario: laici, cattolici, intellettuali, gente comune, si interrogano e dialogano in nome del rispetto per la vita.
E' molto bello ed impensabile fino a pochi anni fa.
Coraggio! Insieme possiamo, come Cattolici, dare un grande contributo alla societa', come ci insegna Papa Benedetto.
Raffaella

10 gennaio 2008

La tutela della vita è questione mondiale (Rodari per "Il Riformista")


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La centralità del Cristianesimo negli scritti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI

Scoprendo Benedetto XVI...un articolo del Professor Lucio Coco per "Rivista di Vita Spirituale"

La musica sacra nel pensiero della Chiesa: "L'universalità del gregoriano" (Padre Zielinski per L'Osservatore Romano)

Sacralità della vita: l'attenzione del mondo laico all'auspicio del Papa. Radio Vaticana intervista Pierluigi Battista

Card. Grocholewski: "Nelle scuole per rispondere alle sfide del multiculturalismo e della multireligiosità"

Padre Samir: "Il confronto con l'Islam è partito da Ratisbona, dalla lezione che sembrava avere distrutto la base del dialogo e invece lo ha fatto risorgere"

Il Papa all'udienza generale presenta Sant'Agostino (Radio Vaticana)

Agostino era un uomo di passione e di intelligenza altissima che cercava la verità e incontrò Cristo

Lo scienziato Bersa­nelli ed il filosofo Esposito si confrontano sulla "Spe salvi"

Esce oggi in libreria "Perchè siamo ancora nella Chiesa" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (Rizzoli)

Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Intervista di Zenit a Padre Estrada, docente di Nuovo Testamento)

Ratzinger più nuovo del concilio (Baget Bozzo per "La Stampa")

Universale, non intollerante. La fede secondo Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (da «Perché siamo ancora nella Chiesa», in uscita per Rizzoli)

La tutela della vita è questione mondiale

di Paolo Rodari

Ieri mattina la sala regia del palazzo apostolico vaticano era “addobbata” a dovere.
In scena c’era una tra le udienze più importanti dell’anno, quella che, nei giorni immediatamente successivi all’Epifania, il Pontefice concede al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Oltre il portone di bronzo, in cima alla scala regia, i diplomatici in rappresentanza di 176 Stati hanno accolto Benedetto XVI vestito con l’abito corale proprio del Romano Pontefice: rocchetto sulla talare bianca, mozzetta rossa bordata d’ermellino, croce pettorale, zucchetto bianco e stola.
Le parole del Papa, come consuetudine in questa occasione, avevano il respiro del mondo.

In questo senso, anche l’importante accenno circa la necessità che l’istituzione della moratoria sulla pena di morte «stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana», più che come un intervento nel dibattito italiano, suonava come un richiamo di carattere universale alla salvaguardia della sacralità della vita umana, sacralità che ogni paese non dovrebbe disattendere.

Beninteso, le iniziative italiane circa una moratoria dell’interruzione volontaria della gravidanza non sono certo sconosciute al Pontefice: semplicemente non era questa la "mission" specifica delle sue parole di ieri.

Al centro del discorso papale c’erano piuttosto le tante situazioni di crisi nel mondo e le attese del Vaticano in merito alla situazione internazionale: crisi e attese a cui l’arte diplomatica dovrebbe guardare con speranza in quanto é la stessa diplomazia a vivere di speranza e deve quindi cercare di «discernerne persino i segni più tenui».

Affinché le crisi nel mondo si risolvano e le attese trovino compimento occorre «non escludere Dio dall’orizzonte dell’uomo e della storia». Dio, infatti, «è un nome di giustizia» che «rappresenta un appello pressante alla pace».
Una delle parti più propriamente ratzingeriana del discorso si ravvisa laddove il Papa, dopo aver espresso la propria preoccupazione per le difficili situazioni che si vivono in tanti paesi, ha richiamato la necessità di favorire le iniziative di dialogo interculturale e interreligioso. Ma queste devono essere orientate: il dialogo insomma «deve essere chiaro» e, quindi, deve evitare «relativismi e sincretismi».

È con questo auspicio che Benedetto XVI ha incaricato il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, alcuni esponenti del Pisai (Pontificio Istituto di Studi Arabi) e altri esponenti della Gregoriana, di incontrare nella prossima primavera una delegazione dei 138 musulmani autori della lettera aperta “Una parola comune tra noi e voi” indirizzata recentemente allo stesso Pontefice e ad altri capi cristiani.

Tauran, come ha detto qualche settimana fa in un’intervista al Riformista, è consapevole che non vi può essere dialogo vero se non si tiene conto delle “gocce di veleno” che albergano in ogni uomo e, insieme, se non si tiene conto delle differenze proprie di ogni religione e dunque di ogni teologia.
Il 19 novembre scorso il cardinale Bertone, segretario di Stato vaticano, aveva indicato a nome del Papa i quattro possibili temi da mettere all’ordine del giorno dell’incontro: l’effettivo rispetto per la dignità di ogni persona umana, l’oggettiva conoscenza della religione dell’altro, la partecipazione alla esperienza religiosa e, infine, il comune impegno a promuovere reciproco rispetto e accettazione tra le giovani generazioni.
Il 12 dicembre, in risposta alla lettera di Bertone, il principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal aveva invece auspicato che il dialogo avesse come oggetto più che aspetti estrinseci - come i comandamenti della legge naturale, la libertà religiosa e la parità tra uomo e donna - tematiche più teologiche come l’unicità di Dio e il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.
Due auspici, quelli del Papa e del Principe di Giordania, diversi e dai quali emergono due visioni differenti di cosa si debba intendere per dialogo interreligioso. La volontà di Ghazi bin Muhammad bin Talal di puntare tutto sull’aspetto teologico nei rapporti cristianesimo-islam è una cosa. Quella del Papa di concentrarsi su tematiche meno teologiche e più etiche che sappiano scuotere anche quei paesi a maggioranza islamica dove certi “diritti” non sono tutelati o neppure ammessi, è altra cosa. E non si tratta solo dei paesi islamici, ma anche dell’Europa. Che, sostiene Benedetto XVI, sarà «per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni e se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane».

© Copyright Il Riformista, 8 gennaio 2008

9 gennaio 2008

Rosso "malpela" i commenti dei giornaloni al discorso del Papa al Corpo Diplomatico


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Il Papa al Corpo Diplomatico: "La Santa Sede non si stancherà di riaffermare i diritti dell'uomo"

Lupus in pagina

a cura di Rosso Malpelo - Gianni Gennari

Miserie tristi ed equivoci allegri

Lunedì udienza di ogni inizio d'anno a 176 (centosettantasei!) ambasciatori: Benedetto XVI guarda al mondo intero, si rallegra per la mozione Onu sulla pena di morte e fa «voti che stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana».

Da noi pagine meschine: «di fatto la benedizione sulla moratoria» di Giuliano Ferrara ("Repubblica", pp. 1, 2, 8), cui segue (p. 22) la diagnosi sprezzante: «Non è di Dio che sta parlando, ma di cose molto più terrene, l'agenda politica italiana».
Nel corteo anche "Corsera" (pp. 1 e 13), "Giornale" (1, 6 e 7), pur con accenti contraddittori ed esplicito "Il Messaggero" (p. 1, e 6): «Il Papa: si discuta dell'aborto»! E chi modererà la "tavola rotonda"?

Balletti e tanta malafede: dunque 175 ambasciatori erano superflui.

Giusto, ma un po' patetico il titolo di "Europa": «Ascoltate Benedetto, parla a tutti»! Al top come sempre "Liberazione" (p. 4): «Anche per il papa l'aborto è collegato alla forca»(!) e perciò lui è «immorale e fanatico». E ci sarebbe tanto altro. Troppo buono Peppino Caldarola a frustare «la pigrizia del pensiero laico» ("Il Foglio", p. 1)! Altro che pigrizia: cecità e malafede! Per chiudere l'equivoco illustre, ma diffuso.
Martedì Sergio Romano sul "Corsera" ricorda De Gasperi: «Contro Pio XII il no di un fedele al Papa». «Esempio di laicità» per i politici di oggi? Va ricordato che quel "no" non fu sulla Trinità, né su vita umana e famiglia, ma sull'alleanza partitica nelle elezioni comunali di Roma (1952).

O certi laici pensano che se il Papa dicesse che ama la Roma, i giallorossi avrebbero un miliardo di tifosi in più?

© Copyright Avvenire, 9 gennaio 2008

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Il Papa: dopo lo stop al boia confrontiamoci sull´aborto

MARCO POLITI

Dal trono dorato, che fu di Pio XII, papa Ratzinger esprime dinanzi al corpo diplomatico soddisfazione per la moratoria Onu sulla pena di morte e pronuncia l´oracolo che getta nuova benzina sulle polemiche italiane: «Io faccio i voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana».

E´ di fatto la benedizione della moratoria sull´aborto, anche se non c´è menzione esplicita della proposta di Giuliano Ferrara, che di fatto equipara l´aborto a un´esecuzione.

L´invito è pastorale e non entra nei dettagli della legge 194, di cui i cardinali Ruini e Bagnasco hanno già con vari accenti auspicato una riformulazione.

Ma sulla scena italiana, dominata da un crescente pressing della gerarchia ecclesiastica - che ha impedito una legge sulle coppie di fatto normalmente in vigore nei paesi europei, che blocca il testamento biologico, che incita i farmacisti all´obiezione e pone il veto alla pillola del giorno dopo - basta un accenno per infiammare il dibattito.

Alleanza nazionale, per bocca di Pedrizzi, legge l´intervento papale come apripista di una moratoria globale, di cui il governo dovrebbe assumere l´iniziativa. Ribatte la ministra Bonino che la vera moratoria sull´aborto clandestino di massa è la 194. Commenta Chiara Acciarini, sottosegretario alle Politiche familiari: «Sarebbe il caso di chiedere una moratoria sulle ingerenze della Chiesa cattolica nella vita civile e politica degli stati».
Parlando ai diplomatici nel tradizionale discorso di inizio anno, Benedetto XVI tocca i temi a lui congeniali. Deplora gli «attacchi continui, in tutti i continenti, contro la vita umana», invita gli scienziati ad un «uso morale della scienza», invoca il rispetto della libertà religiosa. E soprattutto incalza sul tema della famiglia. Ruvida è la reprimenda contro Zapatero, benchè non lo nomini: «Mi rammarico ancora una volta per i preoccupanti attacchi all´integrità della famiglia, fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. I responsabili della politica dovrebbero difendere questa istituzione, cellula base della società».
Numerosi gli aspetti della politica internazionale, affrontati dal pontefice. Appoggio al processo di integrazione europea, purchè la Ue non rinneghi le sue radici cristiane, ansia per la pace in tutte le zone di crisi nel Medio Oriente, preoccupazione per le persecuzioni anti-cristiane in Iraq e un forte appello alla comunità internazionale perchè agisca per «impedire l´accesso dei terroristi alle armi di distruzione di massa».
Nel contesto italiano prevale, però, l´attenzione per la pressione che i pronunciamenti papali esercitano su un´eventuale modifica della 194. Lo stesso Osservatore Romano riferisce di un Giuliano Amato pronto a riconoscere - lo ha fatto con un intervento sul Sole 24 Ore di domenica - che le questioni poste da Ferrara «si agitano nelle nostre coscienze», anche se il ministro ribadisce la difesa della legge sull´aborto. La ministra Pollastrini è più netta: la legge ha dato buona prova perciò no alla revisione, no alle strumentalizzazioni, no a steccati ideologici. Un altro ministro, Mastella, dice invece che «le osservazioni del mondo cattolico sono intelligenti» e quindi «la legge potrebbe essere ripensata, purchè non porti a scontri tra laici e cattolici».
Resta il fatto che la stragrande maggioranza degli italiani (cattolici e non) dalla questione-moratoria non si sente affatto coinvolta ed è compatta nella salvaguardia della legge. Ne è ben consapevole l´ex presidente della Camera Casini. E se il suo compagno di partito Buttiglione esige che il governo Prodi promuova un documento all´Onu «contro l´uso dell´aborto come strumento di prevenzione delle nascite», Casini è molto più sottile. Le parole del Papa - dice - sono uno stimolo alla «riflessione personale» di credenti e non credenti per valorizzare sempre più la vita e la maternità. Niente a che fare, sottolinea, con la 194.

© Copyright Repubblica, 8 gennaio 2008

Politi...Politi...Politi...
Sappiamo che il Papa non ha benedetto alcunche' visto che avrebbe parlato negli stessi termini anche se non fosse intervenuto Ferrara.
La gerarchia ecclesiastica impedisce l'approvazione di leggi dello Stato? Affermazione grave!
Se il Parlamento dispone della maggioranza necessaria scriva le norme. Se teme di non disporre dei voti richiesti, eviti di incolpare la Chiesa...
Parlare di matrimonio e famiglia e' attaccare Zapatero?

R.


Invito Il discorso del Pontefice per gli auguri agli ambasciatori accreditati in Vaticano

Il Papa: discutere dell'aborto come si è fatto per la pena di morte

Mastella: la 194 si può ripensare ma no a scontri. Critiche da sinistra
Papa Ratzinger è tornato sul tema del «carattere sacro della vita» e ha auspicato un «uso morale della scienza»

Luigi Accattoli

CITTÀ DEL VATICANO — Dopo la mozione dell'Onu sulla moratoria per la pena di morte si affronti il tema del «carattere sacro» della vita umana: l'ha detto il Papa al corpo diplomatico. Non ha fatto riferimento alla proposta di una moratoria dell'aborto, ma ha sollecitato il dibattito sul rispetto della vita mettendolo in connessione a quello sulla pena di morte, cioè con la stessa concatenazione logica di cui si è avvalso Giuliano Ferrara per la proposta della moratoria per l'aborto.
In un paragrafo dedicato ai diritti umani, Benedetto XVI ha deplorato «gli attacchi continui perpetrati in tutti i continenti contro la vita umana», ha invitato a «un uso morale della scienza» e ha così continuato: «Ricordando l'appello del Papa Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo dell'anno Duemila (appello con cui chiedeva la moratoria della pena di morte, ndr), mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli Stati a istituire una moratoria sull'applicazione della pena di morte e faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana».
Per il ministro della Giustizia Clemente Mastella «la 194 potrebbe essere ripensata ma non deve portare a nessuno scontro tra laici e cattolici». Secondo Pier Ferdinando Casini, Udc, «le parole del Santo Padre sono uno stimolo per tutti, credenti e non credenti». «Il richiamo del Papa va recepito senza distinguo» dice Paola Binetti del Partito democratico. Quella di Benedetto XVI «è una crociata mondiale contro le libertà» afferma il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso. La 194 non si tocca per il ministro delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini: «Non mettiamo la legge in discussione, ma impegniamoci tutti nella sua applicazione integrale». Oltre che dei diritti umani Papa Benedetto nel discorso ai 176 ambasciatori accreditati in Vaticano — ricevuti per gli auguri di «buon anno» — ha parlato in dettaglio dei mali del pianeta. Ha denunciato «i preoccupanti attacchi all'integrità della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna». Ha sollecitato «uno sforzo congiunto da parte degli Stati per impedire l'accesso dei terroristi alle armi di distruzione di massa». Sul nucleare iraniano ha esortato a «seguire la via della diplomazia », adottando misure «destinate ad aumentare la trasparenza e la fiducia reciproca». Ha affermato che in Iraq «gli attentati terroristici, le minacce e le violenze continuano, in particolare contro la comunità cristiana». Ma ha precisato che in tema di libertà religiosa, che nel mondo «è spesso compromessa», la Santa Sede «è preoccupata per le discriminazioni sia contro i cristiani sia contro i seguaci di altre religioni ».
Agli israeliani e ai palestinesi ha chiesto di «concentrare le proprie energie» nell'«applicazione degli impegni presi» ad Annapolis. Per il Libano ha auspicato «dialogo e riconciliazione » perché possa tornare a costituire «un esempio di convivialità tra le comunità».
Ha sollecitato i responsabili perché «lo statuto definitivo del Kosovo prenda in considerazione le legittime rivendicazioni delle parti in causa e garantisca sicurezza e rispetto dei diritti a quanti abitano questa terra»: non solo, dunque, alla maggioranza musulmana, ma anche alla minoranza serba. Per l'insieme dell'Europa, ha riaffermato la speranza che il continente «non rinneghi le radici cristiane».

© Copyright Corriere della sera, 8 gennaio 2008

8 gennaio 2008

Famiglia Cristiana, moratoria sull'aborto: le novità del dibattito che si è riacceso in Italia


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ABORTO: LE NOVITÀ DEL DIBATTITO CHE SI È RIACCESO IN ITALIA

IMPEGNO PRIMARIO PER TUTTI AIUTARE LA VITA

Giuseppe Anzani

Il dibattito sull’aborto che si è riacceso fortemente nel nostro Paese, dopo la moratoria sulla pena di morte approvata all’Onu, potrebbe raggiungere risultati fecondi se si accetta il coraggio di uno sguardo nuovo sul tema proposto, superando alcuni schemi che in passato lo hanno isterilito.
Non si è mai veramente cessato di discuterne, in realtà, perché da sempre l’aborto scuote le coscienze; la novità, tuttavia, è che adesso la riflessione collettiva non può finire nell’imbuto degli slogan intorno a una certa legge (si tocca, non si tocca, diritto, delitto, tragedia, necessità...), ma deve cimentarsi con la realtà concreta riportata al centro della scena che, per chi l’avesse dimenticato, è una scena di morte.
Si tocca, non si tocca, non è questo il punto. Le leggi sono fatte di parole, la vita è fatta di azioni.

Le parole delle leggi sono importanti, si capisce, perché pretendono di orientare le azioni, facendole legali o illegali. Ma le azioni della vita sono ancora più importanti, perché sul piano ontologico, nel bene e nel male, restano quelle che sono, comunque siano chiamate.

L’aborto è un’azione di morte, guardiamolo in faccia. Non cambia natura secondo che le parole di legge lo traslochino dalla frontiera illegale al territorio legale (in Cina ne fu fatto persino un obbligo giuridico); resta dominio di morte. In Italia ne abbiamo censiti, nei trent’anni di cui parliamo, più di quattro milioni. Quattro milioni di bimbi messi a morte prima di nascere, quattro milioni di madri private della maternità.
Proviamo a sostenere lo sguardo di questi otto milioni di volti, e a chiederci poi se avvertiamo qualche emozione, qualche dolore, qualche ingiustizia, qualche voglia di mutamento, qualche speranza di un futuro diverso, oppure se questa che tutti definiscono tragedia vada bene così; se ci lasci indifferenti e inerti la previsione che "così" anche l’anno nuovo da poco iniziato conterà infine i suoi 130.000 morti abortiti.
È questo preannuncio, o rischio, o sfida, il terreno su cui si può formare, al di là di tutti gli antagonismi del dibattito storico passato, un’alleanza fra tutti. Perché comune almeno, al nocciolo, è la convinzione che ogni vicenda di aborto è dolore e resa, dramma e perdita, sventura e male sociale.
E dunque l’impegno primario comune è per tutti aiutare la vita, liberarla da questa minaccia, rimontare o contenere almeno i bollettini della sconfitta.
Liberare è soccorrere: è il contrario dell’abbandono di una madre alla solitudine del sì e del no, al bivio tra vita o morte, quando la maternità "difficile" segnala, invece, esattamente che è una determinata "difficoltà" la strettoia che coarta la libertà. È quella strettoia che va sciolta.
Va sciolta con l’accoglienza e l’ascolto della persona, con la ricerca delle soluzioni per rimuovere le cause del proposito abortivo, con gli aiuti concreti, persino con "speciali interventi". Non sono parole mie, ma della legge, sono quella "tutela sociale della maternità" che appare oggi come una promessa lungamente disattesa.
Ma ciò che sconfigge i sogni non è solo l’abbandono, è anche la neutralità (quando non l’avversione) verso le ragioni della vita.
Diversa è la passione del soccorso, se la cronaca dice che un movimento di volontariato per la vita ha salvato in questi anni 80.000 bambini (e dunque 80.000 madri, in identico abbraccio). Goccia nel mare, ma segno concreto che è possibile la speranza.
La legge stessa prevede in forma organica la collaborazione del volontariato con i consultori, e vanno aperte le giuste strade. La novità di una riflessione comune a tutti, di fronte alla strage di vita che tutti ferisce col suo oggettivo dolore è questa: che si può e si deve rimontare, con uno stile di pensiero solidale con la vita, con l’adempimento delle promesse, con l’impegno coerente dell’aiuto.

© Copyright Famiglia Cristiana n. 2/2008

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La Speranza in Dio e la dignità dell’uomo alla base di una pace giusta per l’umanità: il discorso del Papa al Corpo Diplomatico, commentato da Marelli della FOCSIV e dal filosofo Possenti

Le grandi crisi internazionali, la difesa della vita, il dialogo interreligioso: il discorso a tutto campo di Benedetto XVI, al Corpo Diplomatico, ha destato ampia eco a livello internazionale. Molti media, inoltre, hanno legato le parole del Papa alla sua riflessione sulla globalizzazione sviluppata il giorno prima, nella Solennità dell’Epifania. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Le parole di Benedetto XVI al Corpo diplomatico hanno fatto, come si suol dire in questi casi, il giro del mondo. Tutti i principali media internazionali hanno dato spazio all’intervento del Pontefice mettendo, a seconda delle aree geografiche, l’accento su un tema piuttosto che un altro.
Il quotidiano cattolico francese “La Croix” ha titolato sul richiamo del Papa ad un “uso morale della scienza”, mentre “Le Monde”, riprendendo la France Presse, ha messo l’accento sull’esortazione del Papa a promuovere un dibattito globale sulla “sacralità della vita umana”.
L’agenzia Reuters, come anche in gran parte la stampa statunitense e “The Canadian Press”, evidenziano l’appello del Pontefice a far sì che le armi di distruzione di massa non finiscano in mano ai terroristi. Molti quotidiani titolano riprendendo le parole di Benedetto XVI sul Medio Oriente.
E’ il caso dell’agenzia di stampa kuwaitiana, KUNA, che sottolinea la contrarietà del Papa ad una soluzione parziale e unilaterale della crisi mediorientale.
Dal canto suo, il giornale spagnolo “ABC” richiama l’appello del Papa ad israeliani e palestinesi affinché diano seguito agli accordi di Annapolis. Il “Times” di Johannesburg sottolinea la preoccupazione del Papa per la crisi umanitaria nel Darfur, mentre l’“International Herald Tribune” si sofferma sull’appello del Papa per la pace in Kenya dopo le violenze dei giorni scorsi. Il venezuelano “El Nacional” riprende l’auspicio del Pontefice per un futuro migliore per il popolo cubano, mentre il quotidiano messicano “El Financiero” mette l’accento sull’attenzione riservata dal Papa alle popolazioni latinoamericane colpite da catastrofi naturali.
Da ultimo, il “Corriere della Sera” che, come la maggior parte dei giornali italiani, collega le parole del Papa sulla sacralità della vita al dibattito politico sull’aborto in corso in Italia.

Dunque, un discorso, quello del Papa, che ha sollecitato un ampio dibattito a livello internazionale. In uno dei passaggi chiave, Benedetto XVI ha affermato che la pace “non può essere una semplice parola o un'aspirazione illusoria. La pace è un impegno e un modo di vita”. Proprio da queste parole muove la riflessione di Sergio Marelli, direttore generale della FOCSIV, la Federazione organismi cristiani di servizio internazionale volontario, intervistato da Fabio Colagrande:

R. - Da sempre, il Santo Padre ha sottolineato come la pace sia un’azione che deve essere costruita quotidianamente con degli stili di vita, con delle scelte quotidiane, attraverso le grandi politiche, ma anche attraverso l’assunzione a livello personale di piccole, quotidiane, continue scelte che possono andare o nella direzione della pace o nella direzione della violenza e del conflitto e quindi anche della guerra. Non è un caso che proprio il Santo Padre ricordi come l’adozione di uno stile di vita sobrio - così lui lo definisce - sia la via indispensabile per costruire la pace e per dare una garanzia di futuro a questo nostro mondo. Uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sono temi a noi carissimi, sono temi che fondano il nostro stesso impegno di volontari internazionali. Quando diciamo che le ricchezze non mancano, ma che c’è solo un problema di ridistribuzione di questa ricchezza attraverso gli uomini e le donne del pianeta, ci sentiamo in piena sintonia con Benedetto XVI.

D. - Il Papa è tornato a citare Paolo VI e, in particolare, la Populorum Progressio: lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Sentirla citata dal Papa immagino abbia un significato particolare per voi?

R. - E’ il documento sul quale la FOCSIV è stata creata. La FOCSIV nasce proprio sull’onda della Pacem in terris di Giovanni XXIII e della Populorum Progressio di Paolo VI. Sono i due documenti fondanti che noi sentiamo come nostro DNA e come dei messaggi, dei principi ancora oggi assolutamente validi e attuali, con i quali continuiamo ad ispirare ed orientare la nostra azione. La pace deve essere costruita attraverso lo sviluppo.

D. - Il Papa ha voluto dare spazio anche all’impegno a favore della sicurezza. In questo caso, fa una richiesta specifica, uno sforzo congiunto da parte degli Stati per applicare tutti gli obblighi sottoscritti e per impedire l’accesso dei terroristi alle armi di distruzione di massa. Cosa pensa di questo passaggio?

R. - Mi sembrano delle parole molto chiare che, se posso liberamente tradurre, significano che occorre porre fine al commercio delle armi, perchè queste non finiscano nelle mani dei terroristi e possano essere usate per le drammatiche stragi con le quali i terroristi ormai insanguinano i nostri Paesi. Uno stop al commercio delle armi, la denuclearizzazione, una rinuncia alle munizioni a grappolo e alle mine antiuomo, sono anche questi dei messaggi altrettanto chiari e altrettanto in continuità con i predecessori. Quello che stupisce è che ancora a distanza di così tanti anni - dopo che i Pontefici continuano a richiamare questi principi - la politica e le politiche continuino a disinteressarsi e a non seguire questo insegnamento che ha una chiarezza eloquente.

Nel suo articolato intervento al Corpo Diplomatico, Benedetto XVI ha anche ribadito che “il diritto può essere una forza di pace efficace solo se i suoi fondamenti sono solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal Creatore”. Su questo richiamo, Alessandro Gisotti ha raccolto la riflessione del prof. Vittorio Possenti, docente di Filosofia politica all’Università di Venezia:

R. - Certamente, sia come Pontefice, sia in precedenza come cardinale, Benedetto XVI ci ha ricordato più volte l’importanza della legge morale naturale e del diritto naturale, che è il fondamento dei diritti umani. Quindi, il diritto più fondamentale, per così dire, che nutre tutti gli altri diritti, compreso il diritto internazionale è il diritto naturale. Benedetto XVI aggiunge una considerazione importante: “Non si può mai escludere Dio dall’orizzonte dell’uomo e della storia. Il nome di Dio è un nome di giustizia”. Sembra una considerazione di grande rilievo che fa giustizia di alcune posizioni “laicistiche” che vorrebbero procedere in tutte le questioni sociali, morali e politiche “etsi Deus non daretur”, cioè prescindendo da Dio, operando come se Dio non ci fosse.

D. - In un altro passaggio, il Papa ha detto: “Le nuove frontiere della bioetica non impongono la scelta fra la scienza e la morale, ma esigono piuttosto un uso morale della scienza”. Il Papa ancora una volta mostra che la fede non è nemica della scienza, ma certo non può accettare l’ideologia della scienza, lo scientismo...

R. - E’ un passaggio notevole, perché chiama in causa i grandi problemi bioetici nati a seguito delle grandi scoperte biotecnologiche. L’applicazione della tecnologia, dunque, alla radice stessa della vita umana. Si delinea pian piano questa idea che scienza e morale non siano tra loro opposte e che la morale abbia pieno diritto di regolare l’azione umana. Regolare l’azione umana significa anche indirizzare, regolare quel tipo particolare, molto importante di azione che è quella delle biotecnologie, delle scoperte della scienza. Consideriamo il problema fondamentale dell’embrione: difendendo il diritto alla vita, si potrebbe anche includere il diritto alla vita del concepito.

D. – La diplomazia è in un certo modo l’arte della speranza – ha detto Benedetto XVI al corpo diplomatico – un richiamo originale, se vogliamo. Il Papa della “Spe salvi”, dell’Enciclica sulla speranza, dice che la diplomazia, spesso percepita come l’arte del compromesso, è invece l’arte della speranza...

R. – E’ un cenno molto felice, che mi ha colpito favorevolmente. Noi, forse, come semplici cittadini, abbiamo qualche volte una precompresione negativa della diplomazia, come arte del mero compromesso. In realtà, la diplomazia può essere intesa in un senso più sano come un’arte delicata e difficile, anche molto inventiva e molto speranzosa: trovare ogni volta all’interno di gravi problemi una via d’uscita e di speranza.

© Copyright Radio Vaticana

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PIETRO E IL MONDO

Il Papa: la coscienza dei popoli riconosca la sacralità della vita

Nell’udienza al Corpo diplomatico il Pontefice rilancia: bene il no alla pena di morte, avanti su questa strada

DA ROMA SALVATORE MAZZA

Sicurezza e stabilità «perman­gono fragili» nel mondo di og­gi. Beni preziosi che sembra­no lontani da troppe realtà, dal Me­dio Oriente al Pakistan, dallo Sri Lanka al Myanmar, l’ex Birmania. Realtà drammatiche che ancora, purtroppo, attraversano tutti i con­tinenti, e che secondo Benedetto X­VI, richiedono la presa di coscienza della comune responsabilità delle nazioni per la libertà, a iniziare da «la libertà religiosa», e i diritti dell’uo­mo. E se l’una e gli altri possono es­sere tutelati attraverso iniziative di dialogo, essi esigono tuttavia anche il rispetto del diritto naturale, «dato dal Creatore», senza prescindere dal rispetto fondamentale «per la vita umana». La quale purtroppo è in­vece oggetto di «attacchi continui, perpetrati in tutti i continenti».
Quello che in proposito va sottoli­neato, ha scandito, è «che le nuove frontiere della bioetica non impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma esigono piuttosto un u­so morale della scienza».
Così allo­ra, mentre bisogna rallegrarsi del fat­to che «lo scorso 18dicembre l’As­semblea Generale delle Nazioni U­nite abbia adottato una risoluzione chiamando gli Stati a istituire una moratoria sull’applicazione della pena di morte», l’auspicio è che a­desso «tale iniziativa stimoli il di­battito pubblico sul carattere sacro della vita umana».
Il tradizionale incontro d’inizio an­no con il Corpo diplomatico accre­ditato presso la Santa Sede, ha of­ferto a Papa Ratzinger per tornare ad approfondire alcuni dei temi a lui più cari. Perché «la pace – ha detto – non può essere una semplice pa­rola o un’aspirazione illusoria». Es­sa è invece «è un impegno e un mo­do di vita che esige che si soddisfi­no le legittime attese di tutti, come l’accesso al cibo, all’acqua e all’e­nergia, alla medicina e alla tecno­logia, come pure il controllo dei cambiamenti climatici». D’altra parte ciascuno dei «fattori di preoc­cupazione » che segnano l’oggi, ha insistito, «testimoniano che la li­bertà umana non è assoluta, bensì che si tratta di un bene condiviso e la cui responsabilità incombe su tut­ti. Di conseguenza, l’ordine e il di­ritto ne sono elementi di garanzia. Ma il diritto può essere una forza di pace efficace solo se i suoi fonda­menti sono solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal Crea­tore. È anche per tale ragione che non si può mai escludere Dio dal­l’orizzonte dell’uomo e della storia. Il nome di Dio è un nome di giusti­zia; esso rappresenta un appello pressante alla pace».
L’incontro, considerato il più so­lenne appuntamento diplomatico annuale a livello internazionale, ha avuto inizio alle 11 di ieri mattina, con l’ingresso di Benedetto XVI nel­la Sala Regia del Palazzo apostolico, accompagnato dagli applausi dei presenti. Dopo essere sfilato tra i 176 ambasciatori, schierati su due ali, il Pontefice ha ascoltato, in pie­di, l’indirizzo di saluto rivoltogli da Giovanni Galassi, ambasciatore del­la Repubblica di San Marino e de­cano del Corpo diplomatico accre­ditato presso la Santa Sede. Al ter­mine, seduto sulla poltrona al cen­tro del palco predisposto per l’oc­casione, il Papa ha quindi preso fi­nalmente la parola.
Ampio e dettagliato l’excursus sulla situazione internazionale compiu­to da Benedetto XVI all’inizio del suo lungo discorso (che pubblichiamo integralmente nella pagina a fian­co). E davvero densa la sintesi nella quale, richiamando i temi della sua recente enciclica Spe salvi, ha defi­nito un’«arte della speranza» il la­voro svolto dalla diplomazia, in quanto essa «vive della speranza e cerca di discernerne persino i se­gnali più tenui». Con i diversi appelli lanciati a sottolineare le urgenze più decisive, tra i quali, oltre a quelli già citati, quello rivolto a «Israeliani e Palestinesi, affinché concentrino le proprie energie per l’applicazione degli impegni presi in quella occa­sione (durante la Conferenza di An­napolis, ndr) e non fermino il pro­cesso felicemente rimesso in moto. Invito inoltre la comunità interna­zionale a sostenere questi due po­poli con convinzione e compren­sione per le sofferenze e i timori di entrambi».

© Copyright Avvenire, 8 gennaio 2008


Gli ultimi con cui sono state stabilite relazioni sono gli Emirati Arabi Uniti e il Montenegro Con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina e la Federazione russa, relazioni «speciali» A Taiwan non un nunzio ma un «incaricato d’affari ad interim»

Con 176 Paesi pieni rapporti diplomatici

DI GIANNI CARDINALE

Negli ultimi decenni la rete diplomatica della Santa Sede si è notevolmente al­largata. Con il Pontificato di Giovanni Paolo II il numero di Paesi con cui la Santa Se­de intrattiene pieni rapporti diplomatici è più che raddoppiato. Nel 1978 ammontavano a 84. Alla fine del Pontificato wojtyliano erano 174. Con Benedetto XVI se ne sono aggiunti altri due: il neoindipendente Montenegro nel 2006 e gli Emirati Arabi Uniti lo scorso anno. Oggi quin­di sono diventati 176, cui vanno aggiunti la Fe­derazione russa e l’Olp con cui ci sono relazio­ni diplomatiche di natura speciale. La Santa Se­de ha poi relazioni con l’Unione europea e il Sovrano Militare Ordine di Malta, e mantiene osservatori per­manenti presso le principali organiz­zazioni interna­zionali governati­ve, come, ad e­sempio, le sedi O­nu di New York e Ginevra, la Fao, l’Osce, il Wto, l’Ue, la Lega araba e l’Unione africana. Un caso particola­re è quello di Taiwan, dove la Santa Sede dal 1979 fa risiedere non più un nun­zio, ma un sempli­ce «incaricato d’af­fari ad interim». E questo in attesa di poter aprire finalmente una nunziatura a Pe­chino.
La Santa Sede non intrattiene ancora rapporti diplomatici con diciassette Stati. In nove di que­sti non è presente nessun inviato vaticano e cioè in: Afghanistan, Arabia Saudita, Bhutan, Cina popolare, Corea del Nord, Maldive, Oman, Tu­valu e Vietnam. Mentre sono in carica dei dele­gati apostolici (rappresentanti pontifici presso le comunità cattoliche locali ma non presso i go­verni) in altri otto Paesi: quattro in Africa (Bot­swana, Comore, Mauritania e Somalia) e quat­tro in Asia (Brunei, Laos, Malaysia, Myanmar). Con alcuni di questi diciassette Paesi non man­cano contatti, ufficiali e/o riservati, anche ad altissimo livello. Agli inizi di novembre dello scorso anno, ad esempio, mentre il Papa rice­veva in una storica udienza il re saudita Abdul­lah, una delegazione vaticana, guidata dal «vi­ce- ministro degli esteri» monsignor Pietro Pa­rolin, si trovava in Cina per una serie di collo­qui con le autorità. Senza contare poi che alla Messa di inizio Pontificato di Benedetto XVI c’e­rano i rappresentanti di Afghanistan, Arabia Saudita, Malaysia, Oman e Vietnam, mentre ai solenni funerali di Giovanni Paolo II avevano ga­rantito la loro presenza anche i rappresentanti del Brunei e della Somalia. Risulta poi che Af­ghanistan e Somalia hanno riservatamente mo­strato interesse ad avere rapporti diplomatici con la Santa Sede; che il Vietnam ha pubblica­mente manifestato questa volontà; mentre la di­plomazia pontificia è al lavoro per ottenere lo stesso risultato con l’Oman.
Attualmente in giro per il mondo sono in atti­vità 96 nunzi apostolici, alcuni dei quali «co­prono » più Paesi. Oltre metà (50) sono italiani, una percentuale inferiore rispetto al passato (nel 1961 provenivano dalla Penisola 48 nunzi su 58, l’83%; nel ’78 erano 55 su 75, il 73%); an­che se dalla Penisola comunque vengono i nun­zi in Paesi ecclesiasticamente e/o politicamen­te importanti come Italia, Francia, Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Colombia, Israele­Gerusalemme e Palestina, Russia. Gli altri nun­zi provengono perlopiù dal resto dell’Europa (27, di cui sei spagnoli, cinque francesi e po­lacchi, tre svizzeri), ma anche dall’Asia (14, di cui cinque dall’India e tre dalle Filippine), dal Nordamerica (cinque, tutti statunitensi), dal­­l’Africa (uno, dall’Uganda). Da tre anni non c’è in servizio nessun «ambasciatore» del Papa pro­veniente dall’America latina. Tutti i nunzi ap­partengono al clero secolare, tranne tre: lo sca­labriniano veneto Silvano Tomasi (Onu Gine­vra), il verbita statunitense Michael A. Blume (Benin) e il padre bianco inglese Michael L. Fitz­gerald (Egitto). Nove su dieci provengono dal­la Pontificia Accademia ecclesiastica, la scuola diplomatica della Santa Sede: oltre ai tre religiosi fanno eccezione anche altri sei nunzi attual­mente in attività: i libanesi Mounged El-Ha­chem (Kuwait) e Edmond Fahrat (Austria), il ve­neto Claudio Gugerotti (Georgia), il polacco Jo­zef Kowalczyk (Polonia), il campano Angelo Mottola (Montenegro), il croato Martin Vidovic (Bielorussia). Sono solo due i Paesi che hanno un nunzio «connazionale»: l’Italia e la Polonia. Una curiosità: tra i 50 nunzi italiani la rappre­sentanza regionale più cospicua è quella lom­barda (otto), seguita da quella veneta (sette), da quella campana (sei), da quella piemontese e pugliese (cinque ciascuna) e da quella siciliana (quattro). Attualmente, infine, risultano «va­canti » ben otto nunziature: Bangladesh, Croa­zia, Ghana, Irlanda, Repubblica dominicana, Paesi scandinavi (con residenza in Svezia), Se­negal e Slovacchia.

© Copyright Avvenire, 8 gennaio 2008


gli scenari di crisi

L’AFRICA MARTORIATA

Appello per Darfur, Kenya e Somalia

Accorate la parole del Papa per la martoriata regione sudanese del Darfur, dove «la speranza appare quasi vinta dal sinistro corteo di fame e di morte». Sono finora almeno duecentomila le vittime delle violenze che milizie islamiche vicino al governo centrale stanno compiendo contro le popolazioni autoctone, milioni i profughi. Un appello è arrivato anche per il Kenya, a favore del quale Benedetto XVI chiesto «aiuti e dialogo». Ricordate la crisi del Congo e della Somalia.

L’ORIENTE INSTABILE

Esortazioni a Terra Santa e Libano

Da Benedetto XVI è giunto un appello a israeliani e palestinesi, «affinché concentrino le proprie energie per l’applicazione degli impegni presi» nella conferenza di pace ad Annapolis. Il Papa ha poi espresso il desiderio che «i libanesi possano decidere liberamente del loro futuro», nello stallo politico che si registra a Beirut. «Chiedo al Signore di illuminarli, a cominciare dai responsabili della vita pubblica», affinché superino gli interessi particolari per la riconciliarsi.

IL PAKISTAN SCOSSO

«Pace e rispetto dei diritti di tutti»

In Pakistan «tutte le forze politiche e sociali si impegnino nella costruzione di una società pacifica, che rispetti i diritti di tutti», ha detto il Pontefice, ricordando le tensioni che scuotono il gigante asiatico dopo l’uccisione di Benazir Bhutto, leader dell’opposizione al presidente Musharraf, e gli scontri che hanno portato al rinvio delle elezioni. Un cenno anche all’Afghanistan, dove «alla violenza si aggiungono altri gravi problemi sociali, come la produzione di droga».

IL DRAMMA DI MYANMAR

«Dialogo tra governo e opposizione»

Tra i fronti caldi del Sud-Est asiatico, il Papa ha ricordato lo Sri Lanka, dove «non è più possibile rinviare gli sforzi decisivi per dare rimedio alle immense sofferenze causate dal conflitto in corso», tra indipendentisti tamil e le autorità centrali; e Myanmar, ancora provato dalla brutale repressione della protesta pacifica guidata dai monaci buddisti, per il quale «chiedo al Signore che, con il sostegno della comunità internazionale, si apra una stagione di dialogo fra il governo e l’opposizione».

i temi

PACE E SVILUPPO

L’EREDITÀ DI PAOLO VI

È sempre importante, per Benedetto XVI, ricordare l’«espressione particolarmente felice» forgiata da Paolo VI 40 anni fa, quando nell’Enciclica Populorum progressio, sottolineava «che 'lo sviluppo è il nuovo nome della pace'. Per tale ragione, per consolidare la pace occorre che i risultati macroeconomici positivi, ottenuti da numerosi Paesi in via di sviluppo nel 2007, siano sostenuti da politiche sociali efficaci e... impegni di assistenza da parte dei Paesi ricchi».

NON SOLO NUCLEARE

L’IMPEGNO AL DISARMO

Per il Papa è importante «uno sforzo congiunto da parte degli Stati... per impedire l’accesso dei terroristi alle armi di distruzione di massa». Ciò «rinfor­zerebbe il regime di non prolifera­zione nucleare». In proposito, felice per «lo smantellamento» del programma nucleare in Corea del Nord... incoraggio l’adozione di misure appropriate per la riduzione degli armamenti di tipo classico, e affrontare il problema umanitario posto dalle munizioni a grappolo».

RADICI CRISTIANE

CANTIERE EUROPA

Compiaciuto per i «progressi» del Vecchio Continente, il Pontefice ha assicurato di seguire «con attenzione il periodo che si apre con la firma del 'Trattato di Lisbona'. Tale tappa rilancia il processo della 'casa Europa', che sarà per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni, e se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane».

COSTRUIRE PONTI

DIPLOMAZIA E SPERANZA

Per Benedetto XVI «la diplomazia è, in un certo modo, l’arte della speranza». Essa infatti «vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui». E dunque «la diplomazia deve dare speranza. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana. Questa certezza diventa oggi preghiera: che Dio apra il cuore di quanti governano la famiglia dei popoli alla Speranza che mai delude».

© Copyright Avvenire, 8 gennaio 2008

Corradi (Avvenire): nessun anatema da parte del Papa, nessun "ordine" contro la 194, ma invito a ricominciare dalla "cultura" intesa come dibattito...


Vedi anche:

La 194 non si tocca. Ma l'orrore dell'aborto deve toccarci, oppure no? (Pierluigi Battista per "Il Corriere")

Universale, non intollerante. La fede secondo Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (da «Perché siamo ancora nella Chiesa», in uscita domani per Rizzoli)

Se si confina la Parola di Dio a un testo si impoverisce la Rivelazione (Zenit)

Giuliano Ferrara: "Non scherziamo e non diciamo che ho arruolato il Papa!"

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: il commento de "Il Giornale"

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico: assolutamente inedito il capitolo "sicurezza" (Gazzetta del sud)

Ascoltate Benedetto, parla a tutti (Aldo Maria Valli per "Europa")

Premessa alla lettura dei quotidiani di oggi

La Chiesa ha bisogno dei gesuiti all'incrocio tra fede e cultura (Osservatore Romano)

I cristiani dell'Iraq nel mirino della guerriglia (Osservatore Romano)

Il cammino del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio (Zenit)

Grazie al Tg1 per la correttezza

Per avere giustizia e pace non si può escludere Dio dall'orizzonte dell'uomo e della storia (Osservatore Romano)

Omelia del Papa per l'Epifania: "Un messaggio universale di riconciliazione" (Osservatore Romano)

INDISCREZIONE: L'ENCICLICA SOCIALE USCIRA' IL 19 MARZO? ("IL MESSAGGERO")

Metropolita Kirill: "Possibile un incontro fra Benedetto XVI e Alessio II in campo neutro"

Il Papa al Corpo Diplomatico: "La Santa Sede non si stancherà di riaffermare i diritti dell'uomo"

IL PAPA AGLI AMBASCIATORI SULLE CRISI E LE SPERANZE DEL MONDO

«Diritti umani ovunque senza eccezioni»

DISCUSSIONE LAICA, RAZIONALE, NON EMOTIVA
CORAGGIO DI PORRE A TEMA IL VALORE PRIMORDIALE DELLA VITA


MARINA CORRADI

Che la moratoria dell’Onu sulla pena di morte «stimo­li il dibattito pubblico sul carat­tere sacro della vita umana». È pacato l’inciso del Papa, nel di­scorso rivolto ai rappresentanti del Corpo diplomatico, e dedi­cato agli scenari mondiali.
Pen­soso, quasi denso di una acco­rata umiltà: quella comunità in­ternazionale che dice 'no' alla pena capitale, riconoscendo in sostanza una intangibilità della vita umana, si interroghi pub­blicamente sul diritto alla vita, fin dal suo inizio.

È un invito, an­zi un 'fare voti', secondo l’e­spressione letterale di Benedet­to XVI: se la morte non può es­sere data per una intrinseca sa­cralità della vita anche del peg­giore degli uomini, andiamo ol­tre, vediamo in quale direzione ci porta questo asserto, quando parliamo di principio della vita.

Guardate, sembra dire il Papa: la vita che la comunità politica internazionale difende con la moratoria dell’Onu, non è la stessa, non incomincia già in quel tempo in cui viene invece 'normalmente' eliminata nel mondo 50 milioni di volte al­l’anno?

Non ha toni da anatema quella frase, né è, tra le righe, l’'ordi­ne' dal Vaticano di smantellare la legge sull’aborto di questo o quello Stato. Coloro che, in Ita­lia ad esempio, ripetono sempre e soltanto che «la 194 non si toc­ca » non hanno motivo di inal­berarsi. Il Papa dice una cosa al­tra o precedente: che si apra, o­vunque, una riflessione pubbli­ca sul carattere sacro della vita. Come una spinta, sul tema del­l’aborto, a ricominciare dalla 'cultura', intesa come dibatti­to, visione del mondo, educa­zione.

L’inciso del Papa sottolinea una contraddizione: se sulla inam­missibilità della pena capitale oggi l’occidente democratico è d’accordo, sull’aborto inteso co­me diritto intangibile invece re­siste almeno in Italia una sorta di tabù, di stereotipata reazione pavloviana: «La 194 non si toc­ca ». Ma – fermo restando che, visti i progressi delle tecniche di rianimazione neonatale, sem­bra necessario porre almeno un limite temporale all’aborto te­rapeutico – l’accento posto da Benedetto XVI va innanzitutto sul piano culturale. Più sull’a­pertura a un nuovo sguardo che a battaglie politiche contro una legge che resta sostanzialmente iniqua per le quali, oggi in Italia, non paiono esserci le condizio­ni; battaglie che invece – ciò che alcuni pro-life non colgono su­bito – potrebbero schiudere la porta a derive gravi sul fronte ampio della legislazione in ma­terie bioetiche.
Sul Corriere di ieri il vicediretto­re Pierluigi Battista diceva, da laico, qualcosa di non molto di­verso su quello che potremmo chiamare il 'primato della cul­tura': e cioè che l’unico modo per tornare a discutere di abor­to è nello «sfidare il senso co­mune sulla base di un argo­mento culturale».
La 194 non si tocca, scrive Battista, ma perché, si domanda lealmente, anche la cultura sull’aborto deve aspira­re a uno statuto di intoccabilità? È una domanda interessante da girare a quanti abbiano il corag­gio di guardare all’aborto come è oggi: fenomeno di massa, in buona parte di extracomunita­rie, o prassi normale tanto da pensare di risolverla con una pil­lola.
È una domanda molto lai­ca, là dove invece alcuni, come Antonio Scurati sulla 'Stampa', nell’inneggiare a un’Italia mo­noliticamente «laica e materia­lista » definiscono l’embrione «macchia di gelatina fetale» o «poltiglia di materia cieca».

Mac­chia, poltiglia, come dire un nul­la. Espressioni stranamente vi­rulente in bocca a un 'laico' che poi accusa cattolici e 'atei de­voti' di agire in preda a un «pa­nico morale».

Mentre a noi pare che solo un inconfessato panico possa far chiamare un embrione «gelati­na ». Il panico di chi ha come i­dolo la assoluta libertà indivi­duale, indifferente a ogni altra i­stanza etica. E non intende fare un solo passo per vedere una di­versa realtà, che potrebbe nuo­cere al suo personale diritto – cioè al suo unico dio, feroce­mente difeso da un 'laico' tabù.

© Copyright Avvenire, 8 gennaio 2008