30 luglio 2007

Ancora su Martini e la Messa tridentina (e Melloni applaude)


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I dubbi del cardinale: un solo linguaggio per l’adesione al mistero

di FRANCA GIANSOLDATI

CITTA’ DEL VATICANO - Il cardinale Carlo Maria Martini torna a farsi sentire. Stavolta per farsi portavoce, suo malgrado, dei tormenti che agitano il mondo cattolico da quando è stata liberalizzata la messa in latino. L’influente gesuita che diede filo da torcere all’allora cardinale Ratzinger durante il conclave, riflette sul Motu Proprio Summorum Pontificum sollevando dubbi e mettendo qualche paletto: «Io non celebrerò la messa con l’antico rito». Come spesso è uso fare ha affidato il suo pensiero al supplemento domenicale del Sole24ore argomentando che pur sentendosi intimamente legato alla lingua di Cicerone, non intende affatto alimentare azioni liturgiche dal vago sapore anti-conciliare. Per tre motivi. Primo, scrive Martini, perchè il Concilio è stato «un bel passo in avanti per la comprensione della liturgia». Secondo, perchè col rito antico non si può non risentire di «quel senso di chiuso che emanava dall’insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora si vedeva, dove il fedele a fatica trovava quel respiro di libertà e di responsabilità da vivere in prima persona di cui parla San Paolo». Terzo, precisa, «pur ammirando l’immensa benevolenza del Papa che vuole permettere a ciascuno di lodare Dio con forme antiche e nuove, come vescovo ho visto l’importanza di una comunione anche nelle forme di preghiera liturgica che esprima in un solo linguaggio l’adesione di tutti al mistero altissimo». Considerazioni dotte e articolate, esposte garbatamente ma dalle quali non è difficile intravedere una netta presa di posizione sull’argomento. Quella dell’ex arcivescovo di Milano è una voce tutt’altro che isolata benchè i diffusi mal di pancia causati dal Motu Proprio si siano finora palesati con critiche a mezza voce, quasi mai apertamente. Salvo pochi casi. In Italia hanno espresso pubblicamente perplessità Luca Brandolini, vescovo di Sora, il priore di Bose, Enzo Bianchi, lo storico del Concilio, Alberto Melloni, il vescovo di Pisa, Alessandro Plotti. A loro si sono aggiunti esponenti stranieri, altrettanto preoccupati per il rischio di spaccature tra fedeli. Dalla Germania il cardinale Lehmann e il vescovo di Wuezburg, Hofmann; dalla Svizzera il presidente della conferenza episcopale Koch; dalla Francia il cardinale Ricard e il vescovo di Angouleme. Non tanti ma è sufficiente parlare a tu per tu con teologi e sacerdoti per capire che i crucci finora espressi da pochi costituiscono un fenomeno ben più esteso di quanto non appaia. Prima dell’indulto - annunciato il 7 luglio anche se entrerà in vigore a settembre - erano molti i membri dell’episcopato che si rifiutavano di concedere il permesso ai tradizionalisti di celebrare la messa col rito antico. Col Motu Proprio, invece, il permesso per la messa in latino è diventata una mera formalità dato che i vescovi hanno l’obbligo di concedere il via libera ai fedeli. In caso di eventuali controversie il contenzioso finisce dritto dritto in Vaticano, davanti alla commissione Ecclesia Dei.

Lo storico Melloni ha commentato amaro: «Penso che l’intervento di Martini debba fare riflettere. Se una personalità del suo calibro ha deciso di dare voce alle perplessità dentro la Chiesa, vuol dire che in gioco non è tanto la messa in latino, ma qualcosa di più grande». «Il latino - ha aggiunto - di per sè non è mai stato un problema, piuttosto è il clima che si sta instaurando, e cioè che la Chiesa sembra sempre più una specie di Parlamento nel senso che le leggi e i provvedimenti che il Papa fa esprimono solo quello che la maggioranza vuole. Tutti gli altri vengono tacitati e subiscono. Ciò crea enormi difficoltà».

© Copyright Il Messaggero, 30 luglio 2007

Purtroppo devo constatare che la Giansoldati aspira a diventare la Politi in gonnella. E' un po' che la osservo (dal viaggio in Brasile) e cio' che leggo mi lascia molto perplessa.
Innanzitutto basta con questa storia del cardinale Martini determinante per l'elezione di Papa Ratzinger. Chi lo dice? E siamo sicuri che in Conclave l'ex arcivescovo di Milano godesse di una stima equivalente ai voti necessari per bloccare un'elezione? Suvvia...non scherziamo!
Per quanto riguarda Martini, non aggiungo nemmeno una parola perche' ho gia' detto tutto nel precedente post.
Prego solo Sua Eminenza di non complimentarsi con Benedetto XVI. La cosa suona un po' ironica...
Melloni...Melloni...Melloni: ecco il primo che e' saltato subito sul carro martiniano e c'e' da scommettere che citera' sempre il porporato quando si trattera' di attaccare il Papa, salvo poi attaccarsi alla veste del Papa quando qualcuno critica l'opera sul Concilio. Credo che il cardinale abbia tenuto conto del fatto che le sue esternazioni potessero mettere in difficolta' il Santo Padre, ma e' andato avanti per la sua strada.
Ricordo a Melloni che la Chiesa non e' una democrazia parlamentare.
R.


No del cardinale al motu proprio di Benedetto XVI: "sento il ritorno di un senso di chiuso nella vita cristiana"

Martini: "Non celebrerò la messa in latino"

Il caso

LUCA SAITTA

CITTÀ DEL VATICANO - Per lui, ormai, la messa in latino ha più che altro il sapore evocativo della memoria, degli anni della giovinezza e dei suoi primi studi da sacerdote. Ma ritornare a celebrarla adesso, questo no. Il cardinale emerito di Milano, Carlo Maria Martini, sceglie di voltare definitivamente le spalle all´antico rito, liberalizzato da papa Benedetto XVI nel motu proprio "Summarum Pontificum" che entrerà in vigore il prossimo 14 settembre.
Il cardinale, in un suo intervento sul supplemento domenicale de "Il Sole 24 Ore", non critica apertamente la scelta di Ratzinger, del quale «ammira la volontà ecumenica a venire incontro a tutti».

Ma la presa di distanza dal pontefice - che ha ripristinato la modalità di celebrazione precedente la riforma del Concilio Vaticano II del 1970 - è palpabile.

«L´antico rito è stato quello della mia prima comunione, delle incipienti esperienze di chierichetto, della mia ordinazione sacerdotale» ricorda Martini, quasi con nostalgia. Ma sono tre i motivi per i quali il cardinale, alla fine, dice di no ad una liturgia pure da lui praticata nel corso di 35 anni di vita.
Per prima cosa, il ritorno ai vecchi riti rappresenterebbe per Martini l´allontanamento da quell´apertura sociale voluta 37 anni fa da Paolo VI che, per tanti fedeli, «ha costituito una fonte di ringiovanimento interiore e di nutrimento spirituale», nonché «un bel passo avanti per la comprensione della liturgia e della sua capacità di nutrirci della Parola di Dio, offerte in misura molto più abbondante rispetto a prima».
Ancora, Martini non nega il timore del ritorno di un sapore un po´ asfittico nell´esperienza delle fede: «Non posso non risentire quel senso di chiuso che emanava dall´insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora si viveva, dove il fedele con fatica trovava quel respiro di libertà e di responsabilità da vivere in prima persona di cui parla san Paolo». Infine, il cardinale si sente chiamato in causa anche come pastore che ha compreso «l´importanza di una comunione anche nelle forme di preghiera liturgica che esprima in un solo linguaggio l´adesione di tutti al mistero altissimo».

© Copyright Repubblica, 30 luglio 2007

Che bei frutti...

Il Papa: si' al nucleare pacifico


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Il Papa: "Sì al nucleare pacifico fermiamo il riarmo atomico"

Il pontefice: la tecnologia va usata per lo sviluppo nel rispetto dell´ambiente
Nel primo Angelus da Castel Gandolfo appello per gli ostaggi in Afghanistan
Ricordati i 50 anni dell´Aiea della quale la Santa Sede è ufficialmente membro


MARCO POLITI

CASTEL GANDOLFO - Bene l´atomo, ma solo se usato per lo sviluppo e mai a fini di guerra. Da Castel Gandolfo Benedetto XVI continua la sua "catechesi di pace", approfittando dell´appuntamento con i fedeli in occasione dell´Angelus domenicale.
Una settimana fa, dal suo rifugio estivo di Lorenzago, aveva condannato fermamente la guerra e il ricorso alle armi per risolvere i problemi internazionali, ribadendo che l´unica via è e resta quella del negoziato. Ieri il pontefice ha affrontato il problema dell´energia nucleare, richiamandosi ai cinquant´anni della fondazione dell´Aiea (l´Agenzia internazionale per l´energia atomica, di cui la Santa Sede è ufficialmente membro). Il Papa ha insistito sulla necessità di bloccare la proliferazione delle armi nuclerari, ma allo stesso tempo ha incoraggiato l´uso pacifico dell´energia atomica. La Santa Sede, ha sottolineato, appoggia il mandato dell´Agenzia di «accrescere il contributo dell´energia atomica alle cause della pace». Quindi Benedetto XVI è entrato nel vivo dell´attualità geopolitica. «I cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi cinquant´anni - ha dichiarato - evidenziano come, nel difficile crocevia in cui l´umanità si trova, sia sempre più attuale e urgente l´impegno di incoraggiare la non proliferazione di armi nucleari».
E su questo la posizione del Vaticano - specialmente alla luce del rischio che l´Iran si doti di armi atomiche - è sempre stata estremamente chiara. Da tempo papa Ratzinger completa, però, questo atteggiamento con un richiamo insistente alle grandi potenze nucleari di non far finta di ignorare che il "Trattato di non proliferazione" impegna esplicitamente il club degli stati possessori delle armi atomiche di attuare concrete misure di disarmo.
In altre parole il Papa ritiene che le potenze nucleari debbano disarmare gradualmente, mentre va assicurato ai paesi che ne hanno bisogno l´uso pacifico dell´energia atomica. Benedetto XVI ha riassunto ieri la sua linea con grande chiarezza: «È necessario - ha scandito - promuovere un progressivo e concordato disarmo nucleare e favorire l´uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare per un autentico sviluppo». Qui papa Ratzinger ha aggiunto una postilla significativa. L´uso dell´energia atomica a fini di sviluppo - ha affermato - sia «rispettoso dell´ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate». Per evidenziare che in questo campo tutto si tiene per garantire sia la pace che le esigenze di sviluppo degli stati emergenti, Benedetto XVI ha concluso: «Auspico che vadano a buon fine gli sforzi di coloro che lavorano per perseguire con determinazione questi tre obiettivi».
Riferendosi al gruppo di coreani attualmente in mano ai Taliban in Afghanistan, ma anche alla pratica sistematica dei rapimenti da parte di terroristi, Benedetto XVI ha deplorato l´abitudine dei «gruppi armati di strumentalizzare persone innocenti per rivendicare fini di parte». Il Papa ha definito queste azioni gravi violazioni della dignità umana, che contrastano con ogni elementare norma di civiltà e di diritto e «offendono gravemente la legge divina». Perciò l´appello che «gli autori di tali atti criminosi desistano dal male compiuto e restituiscano incolumi le loro vittime».

© Copyright Repubblica, 30 luglio 2007


Il Papa: stop al riarmo nucleare

CITTÀ DEL VATICANO — Ha un respiro internazionale il primo Angelus di Papa Benedetto XVI da Castel Gandolfo, dopo le vacanze in Cadore.
Nel cinquantesimo anniversario dell'entrata in vigore dello statuto dell'Aiea (l'Agenzia internazionale per l'Energia atomica, della quale la Santa Sede è membro) il Pontefice ha rilanciato il tema del disarmo nucleare, insistendo sulla necessità di usare per sviluppo ed ecologia le risorse guadagnate con il disarmo. L'impegno contro la proliferazione di armi atomiche è «urgente», ha detto il Papa, che appoggia gli sforzi di quanti lavorano all'uso della «tecnologia nucleare per un autentico sviluppo, rispettoso dell'ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate». Non è il primo intervento sul disarmo nucleare. Già nel primo messaggio per la Giornata per la pace del 2006 Papa Ratzinger scrisse che «in una guerra nucleare non vi sarebbero vincitori, solo vittime», chiedendo alla comunità internazionale di fermare le spese militari e «rilanciare in maniera convinta e congiunta il disarmo». A gennaio 2007 Benedetto XVI ha invitato l'Iran a considerare le «preoccupazioni legittime della comunità internazionale»; l'8 giugno ha concesso udienza privata al direttore generale dell'Aiea, El Baradei.
Leggendo durante l'Angelus di ieri un «appello» per le «persone innocenti» strumentalizzate da «gruppi armati per rivendicare fini di parte», il Papa ha precisato che si riferiva «agli ostaggi coreani, e in Afghanistan», denunciando le «gravi violazioni della dignità umana, che offendono gravemente la legge divina». «Gli autori di tali atti criminosi — ha chiesto — desistano dal male compiuto e restituiscano incolumi le loro vittime». In polacco, ricordando i fedeli morti in pullman al ritorno dal santuario di Notre-Dame-de-la-Salette in Francia, Benedetto XVI ha infine pregato affinché «Iddio protegga tutti sulle strade che conducono ai luoghi di vacanza».

© Copyright Corriere della sera, 30 luglio 2007


Ratzinger: «Stop alle armi nucleari»

CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI mette in guardia il mondo dai pericoli della corsa al nucleare a scopo bellico. «I cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi 50 anni evidenziano come, nel difficile crocevia in cui l’umanità si trova, sia sempre più attuale e urgente l’impegno di incoraggiare la non proliferazione delle armi nucleari». Per la seconda domenica di fila, prima della preghiera domenicale, il pontefice ha evocato il pericolo di una crisi legata al nucleare facendo indiretto riferimento a quanto accade in Iran, all’attività nucleare del Pakistan e dell’India, ai tentativi della Corea del Nord, a Trattati internazionali che risultano sempre più deboli. Papa Ratzinger ha poi incoraggiato l’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica che proprio quest’anno festeggia il mezzo secolo, a proseguire con forza la sua missione, a monitorare la proliferazione e limitare i programmi clandestini. La speranza manifestata durante il suo primo Angelus da Castel Gandolfo è che «possano andare a buon fine gli sforzi di coloro che lavorano per perseguire con determinazione tre obiettivi»: vale a dire disarmo, uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare, rispetto dell’ambiente e delle popolazioni più svantaggiate. Infine un accorato appello per gli ostaggi coreani cristiani sequestrati in Afghanistan. «Si sta diffondendo tra gruppi armati la prassi di strumentalizzare persone innocenti per rivendicare fini di parte. Si tratta di gravi violazioni della dignità umana che offendono gravemente la legge divina».
F.GIA.

© Copyright Il Messaggero, 30 luglio 2007

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Portavoce vaticano: Benedetto XVI presenta una Chiesa umile e viva

Commenta le confidenze del Papa ai sacerdoti sugli anni del Concilio

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 29 luglio 2007 (ZENIT.org).- Benedetto XVI, il grande Papa teologo, presenta “una Chiesa umile e viva”, spiega il portavoce della Santa Sede.

E’ questa la conclusione di padre Federico Lombardi, S.I., direttore della Sala Stampa del Vaticano, nel suo editoriale del settimanale “Octava Dies”, prodotto dal Centro Televisivo Vaticano, del quale è anche direttore, in cui analizza la sessione di domande e risposte del Papa con 400 sacerdoti il 24 luglio ad Auronzo, sulle Dolomiti.

Rispondendo ad un sacerdote che ha vissuto da vicino il Concilio Vaticano II e soprattutto le attese di “cambiare il mondo” e le difficoltà degli anni successivi, il Papa aveva detto: “Ho vissuto anch’io i tempi del Concilio con grande entusiasmo, sembrava che si incontrassero di nuovo Chiesa e mondo. Abbiamo tanto sperato, ma le cose si sono rivelate più difficili”.

Padre Lombardi spiega che “nel clima familiare della confidenza reciproca fra chi dedica la sua vita da tanti anni al servizio pastorale in un mondo difficile e in continuo cambiamento, il Papa delinea con pochi tratti molto efficaci il cammino della Chiesa negli ultimi decenni, leggendolo profondamente nel contesto del mondo contemporaneo”.

“Ricorda soprattutto la crisi culturale dell’occidente, esplosa nel ’68, con il fascino del marxismo e l’illusione di creare un mondo nuovo, e il crollo dei regimi comunisti nell’89: la caduta delle ideologie, che non dà spazio alla fede, ma piuttosto allo scetticismo”.

“Con questo contesto deve fare i conti l’annuncio cristiano – aggiunge il portavoce vaticano –. E la Chiesa vi si confronta con realismo ed umiltà, senza cadere nel trionfalismo di chi pensa di aver trovato la strada del mondo nuovo”.

“In fondo questa è l’umiltà del Crocifisso – sottolinea il direttore della Sala Stampa vaticana –, che verrà sempre contrastato dai grandi poteri del mondo, ma genera sempre una speranza vera, che si manifesta nella vitalità creativa della Chiesa: nelle sue comunità e nei suoi movimenti, nella nuova responsabilità dei laici, nei rapporti ecumenici, nelle esperienze liturgiche e spirituali…”.

“Il Papa delle grandi idee teologiche e della grande ricchezza culturale è anche colui che ci aiuta a vivere la condizione umile e insieme ricca di speranza della Chiesa in cammino, come egli dice ancora: ‘con i piedi per terra e con gli occhi verso il cielo’”, conclude padre Lombardi.

© Copyright Zenit

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Benedetto XVI Pregando nella Moschea accanto al Gran Mufti, il Papa ha fatto un grande gesto


MARCO POLITI

VENEZIA - Il confronto tra Croce e Mezzaluna, lo ha ricordato il segretario del Papa, sta in cima all´agenda di Benedetto XVI. Per la Chiesa cattolica, per l´Europa è la questione che caratterizza il XXI secolo. Dal Patriarcato di Venezia il cardinale Angelo Scola vede un filo rosso che si snoda dall´Indonesia al Marocco fino all´Europa:

«C´è una crisi dell´Islam, una crisi di identità provocata dalla globalizzazione. C´è la pretesa della tecno-scienza occidentale, che noi esportiamo, di costruire la felicità, di essere padrona del futuro saltando la dimensione spirituale dell´uomo. E questa logica sta mettendo a dura prova anche l´Islam tradizionale».

Cardinale Scola, si tratti del rapimento di padre Bossi o dell´arsenale terroristico scoperto in una moschea umbra, la questione Islam entra quotidianamente nelle nostre vite.

«Per questo è importante capire e conoscere. Io parlo da cittadino europeo medio, non come esperto. Quello che so, lo apprendo dai vescovi e religiosi incontrati nei paesi del Medio Oriente, dagli studiosi di varie parti del mondo presenti alle riunioni del comitato scientifico della nostra rivista Oasis che da sei anni si occupa dei cristiani nei paesi musulmani, dando spazio anche alle loro lingue: l´arabo e l´urdu. E per prima cosa ho imparato che è meglio parlare degli Islam, al plurale».

Qual è il profilo della crisi che attraversa quel gran corpo composto da un miliardo di seguaci di Maometto?

«Dall´Indonesia al Marocco, anche se non in maniera univoca in tutti i paesi, è in corso una dialettica tra radicalismo e ammodernamento. Qualcuno reagisce in chiave fondamentalista: si va dai gruppi estremi ed inaccettabili dei terroristi al radicalismo identitario rigido seppure non violento. Altri, ma spesso sono solo singole personalità, si sforzano di operare la distinzione tra sfera civile e religiosa. Ma è un processo che non è riuscito ancora a sfondare a livello di popolo. Però insisto, c´è una grandissima varietà di situazioni. In Turchia milioni di persone aderiscono alle correnti Sufi, veramente pacifiche, che hanno una componente mistica molto profonda».

E´ questo il tipo di Islam con cui dialogare?

«Intanto va superato il concetto ambiguo di Islam moderato. Io credo che, con realismo, bisogna dialogare con tutti».

Ritiene ambigua l´idea di un Islam moderato?

«Perché spesso questo Islam moderato viene identificato con certe figure di intellettuali, che magari hanno passato moltissimo tempo in Occidente e che molte volte dagli stessi musulmani non sono più sentiti come appartenenti al loro mondo con il rischio che rappresentino solo se stessi. E´ certo utilissimo parlare con loro, forniscono contributi positivi, ma non pensiamo che esista un Islam moderato da opporre a un cosiddetto Islam radicale».

Con chi confrontarsi allora?

«Sono convinto che esiste un Islam di popolo, che vive le istanze elementari di ogni uomo, comuni a tutti noi: come viviamo gli affetti, il lavoro, il riposo, come viviamo la nascita e la morte, la crescita e l´educazione, come viviamo il rapporto con Dio. Su queste basi, cristiani e musulmani possono entrare pazientemente in rapporto. Conoscendosi, interrogandosi, ascoltandosi. Sapendo che per gli Islam l´unica via per superare il radicalismo è un ammodernamento che si integri nelle loro fisionomie religiose. E´ un processo che andrà avanti per decenni».

In questo processo tra Occidente e mondo islamico lei intravede anche un "meticciato".

«Indubbiamente è in atto un processo violento, rapido, doloroso, di grande mescolanza, che provoca anche ferite tra gli Islam e l´Europa. Si intuisce che i concetti di identità e di integrazione non sono sufficienti. Noi siamo già immersi in un meticciato di culture e civiltà. Sia ben chiaro: il meticciato non è un obiettivo da costruire, è un processo in atto da orientare. Dobbiamo mettere in comunicazione esperienze, culture, popoli, imparando ad apprezzare la religiosità dell´altro, confrontandoci senza operare confusioni. Penso, ad esempio, al grande lavoro che fanno i missionari soprattutto attraverso le scuole e gli ospedali in paesi a maggioranza musulmana. E´ questa la strada lunga e paziente, ma l´unica veramente percorribile».

C´è chi paga per questo impegno. Padre Bossi è stato rapito e appena liberato, altri sono stati assassinati. In certe regioni è in atto una persecuzione dei cristiani.

«E´ un problema molto doloroso e grave, che noi cristiani dobbiamo riuscire a valutare con l´integralità del realismo della fede. Cristiano è colui che sta immerso nella realtà. Come dice il bellissimo Prefazio dei Martiri: il martirio è donato agli inermi e ai deboli è data la forza del martirio. Naturalmente non dobbiamo cercare il martirio e dobbiamo agire in tutti i modi per salvaguardare le nostre comunità cristiane, specialmente in Terra Santa e nel Medio Oriente, lì dove sono i luoghi che Gesù ha calcato. E i governi devono svolgere con decisione il loro ruolo. Ma dobbiamo anche comprendere - è tremendo doverlo dire - che il martirio può essere domandato e può diventare il seme dei cristiani. Fulgida in questo senso è la testimonianza di padre De Chergé, priore di Thibirine».

In Italia si costruiscano moschee, mentre in certi paesi musulmani un cristiano non può nemmeno pregare. La Chiesa non deve esigere reciprocità?

«Chiedere la libertà religiosa e la possibilità di esprimerla in tutti i paesi arabi è sacrosanto, ed implica un certo concetto di reciprocità di cui anche a livello di politica internazionale si deve tener conto. Ma subordinare il dialogo a questo è sbagliato. La mia posizione è molto netta e chiara. La Chiesa non lega la sua forza testimoniale a questo, tanto più che noi cattolici non siamo dei proselitisti. La nostra strada è proporre in termini realistici ed oggettivi la bellezza, la verità e la bontà dell´incontro con Gesù che abbiamo fatto».

Nel nostro Paese si pone la questione di un accordo tra Stato e cittadini musulmani. Il mondo cattolico cosa ha da dire?

«C´è da distinguere bene l´azione della Chiesa dal compito dello Stato e della società civile. Prendiamo gli immigrati. Sbarcano col barcone, si va là di corsa a dare una mano: la comunità cristiana sente l´urgenza di un intervento immediato di accoglienza. Lo Stato, invece, deve fare un lavoro diverso: regolare il flusso migratorio a monte, lavorando a livello internazionale per evitare questi sbarchi. E la società civile è il luogo privilegiato dove operare quel confronto da esperienza a esperienza, come stanno facendo le nostre scuole, i nostri quartieri, le nostre parrocchie».

E quando sono in gioco i nuovi diritti chiesti dai musulmani?

«Lo Stato, oltre al doveroso compito di garantire con estrema decisione la sicurezza nazionale, deve fare una politica molto realistica, distinguendo bene i diritti fondamentali dagli altri diritti o dalla pretesa di diritti. La poligamia, ad esempio: non discuto se faccia parte o no della proposta religiosa islamica. So che in diversi stati a prevalenza musulmana la poligamia è sconsigliata o addirittura vietata. Quindi uno stato occidentale può e deve domandare questo sacrificio a chi desidera stare qui. I diritti fondamentali sono inalienabili, vanno sempre dati. Per altre richieste si può domandare benissimo ad una minoranza che vi rinunci».

Concorda con l´insegnamento del Corano nelle scuole?

«Per questo e per quanto riguarda i luoghi di culto c´è un´istanza di principio giusta. Però voglio vedere dove sta la comunità reale che lo chiede. Non basta che l´Arabia Saudita chieda di costruire moschee dappertutto».

E il velo?

«Tutti comprendiamo che non sarebbe adeguato riprodurre in Europa modelli sociali in contrasto con la nostra storia. Questo è il criterio con cui affrontare anche questioni come quella del velo».

Eminenza, cosa resta del sogno di papa Wojtyla di una preghiera comune di ebrei, cristiani e musulmani sul monte Sinai?

«Il gesto di Benedetto XVI nella Moschea Blu è già stato un avanzamento spettacoloso. Nella moschea di Istanbul il Papa, certamente ispirato da Dio, si mise a pregare in silenzio vicino al Gran Muftì che a sua volta pregava in silenzio. Ad Assisi con Giovanni Paolo II si disse: non siamo qui per pregare insieme, ma siamo qui insieme per pregare, e lo si fece in diversi luoghi e momenti. Ad Istanbul il Papa ed il Gran Muftì hanno pregato inventando una nuova via. Hanno pregato gomito a gomito l´unico Dio; ma l´hanno fatto in silenzio perché la preghiera è il supremo atto della libertà. Perciò bisogna rispettare l´identità di chi prega».

© Copyright Repubblica, 30 luglio 2007

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Riflessioni sui lati positivi del rito in latino di S. Pio V

Il vecchio messale dispiace? È quello del Papa buono...

Fu promulgato nel 1570 dopo il concilio di Trento. Infatti viene chiamato “tridentino”
Quel libro fece scuola al beato Papa Roncalli che lo ha rieditato nel 1962 per l’ultima volta
Il prete potrà dare le spalle ai fedeli girandosi verso l’altare maggiore (est): l’alba è un simbolo di Cristo


Riflettendo, in questi giorni, sulle varie reazioni che il documento del Papa a proposito della possibilità di celebrare la messa secondo le modalità vigenti prima della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II sta suscitando, pensavo a come sia, alle volte, veramente curiosa la storia e al fatto che, comunque, essa è davvero “maestra di vita”. Il vecchio messale, ora “liberalizzato”, anche se non sappiamo ancora quale potrà esserne l’uso effettivo che se ne farà nelle nostre Chiese, è comunemente denominato “tridentino”, o “di san Pio V”. Infatti fu il domenicano Michele Ghisleri a promulgarlo nel 1570, in seguito alle indicazioni generali offerte dal Concilio svoltosi nella città di Trento fra il 1545 e il 1563.
Con alcuni lievi ritocchi durante i pontificati di Clemente VIII (1592-1605), di Urbano VIII (1623-1644), di san Pio X (1903-1914), di Benedetto XV (1914-1922), di Pio XII (1939-1958), tale libro liturgico conosce la sua ultima edizione nel 1962: è l’anno in cui inizia il Concilio Vaticano II, siamo durante il pontificato del beato Giovanni XXIII!
Esso si riallaccia all’ordine celebrativo che possiamo far risalire al tempo di san Gregorio Magno (il cui nome resta legato anche al canto proprio della Chiesa latina, il canto detto appunto “gregoriano”): e dunque siamo fra il VI e il VII secolo.
Ho voluto citare espressamente tutti i Sommi Pontefici che, nel tempo precedente al Concilio Vaticano II, lo stesso Benedetto XVI indica fra coloro che “fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno”.
Dunque, se il Messale “di san Pio V” o “tridentino” piace poco a qualche libero pensatore, chiamandolo “di papa Giovanni XXIII” le cose potrebbero andare un pochino meglio e ci potremmo mettere tutti a discuterne con più serenità.
San Pio V è il papa della battaglia di Lepanto e quindi non può essere simpatico a chi aborrisce, giustamente, la violenza, l’uso delle armi; a chi predica il dialogo e l’integrazione fra i popoli, le culture e le civiltà. E come non essere d’accordo?
Ma nel 1571 si ragionava diversamente e non possiamo fargliene noi, adesso, una colpa. Il Concilio di Trento, poi, voluto anche per reagire all’ondata protestante, oltre che reimpostare la vita cattolica secondo i parametri della più rigida disciplina ecclesiale, non gode di buona fama ed è spesso il simbolo di una cristianità che, si dice, non esiste più e non ha più senso nemmeno invocare o tentare di ricostruire. Insomma, con tutti questi precedenti, parlare di un ritorno del “messale di Pio V..., messale tridentino”, sembra stridere non poco con chi, invece, continua a parlare della “nuova stagione conciliare” (quella del Vaticano II) e di una liturgia che è finalmente uscita dalle ristrettezze del rubricismo e si presenta non più “ingessata” o “mummificata” come nel passato.
Sono discorsi che sentiamo spesso, anche in certe nostre assemblee pastorali.
E ha il suo bel daffare, il nostro amato papa Benedetto, a spiegare che nella Santa Chiesa c’è continuità e che il nuovo non abroga ciò che è venuto prima, soprattutto quando esso ha costituito, come il Messale antico, fonte di santità per molti di quanti ci hanno preceduto nella professione dell’unica fede, uguale nei secoli
. È, dicono i teologi, la “lex credendi” che si manifesta nella “lex orandi”, cioè la Liturgia con le sue regole e il suo stile, che magari offre sottolineature diverse a seconda delle epoche e delle culture, ma che comunque esprime sempre il solo e unico mistero cristiano.
Ritornando ora al nome del Messale che, partendo dal 14 settembre, sarà lecito usare senza più il complesso derivante dall’etichetta “tradizionalista”, si diceva che potremmo chiamarlo “Messale di papa Giovanni” e così il testo fa un po’ meno paura.
Papa Roncalli è infatti cresciuto alla scuola di quel Messale, l’ha usato nella sua lunga vita sacerdotale, l’ha rieditato per l’ultima volta nel 1962. E vi ha apportato quelle che a noi, abituati adesso ad una creatività senza limiti, quasi obbligatoria - scrive Benedetto XVI accompagnando con una lettera ai Vescovi il moto proprio - al punto da giungere a “deformazioni della liturgia al limite del sopportabile”.
Con la semplicità che lo contraddistingueva, papa Giovanni ha eliminato quel “perfidi giudei” del venerdì santo, che tanti temevano di riudire con la decisione di papa Ratzinger e ha aggiunto, cosa impensabile fino a quel momento, il nome di san Giuseppe, cui era tanto devoto, alla lunga lista dei Santi dell’allora unica Preghiera Eucaristica del Messale, cioè il Canone Romano.
Un nome può fare la differenza, dunque.
E così il Messale del papa buono potrà ritornare sui nostri altari, non certo in concorrenza a quello di un altro grande papa, Paolo VI, ma come possibilità in più per tutti. Non un contrassegno di scismatici e nostalgici, ma richiamo ad un’unica grande tradizione liturgica, sia pure espressa in forma ordinaria (i riti che conosciamo e celebriamo correntemente) oppure straordinaria (quelli caduti in disuso e tuttavia mai dichiarati abrogati o estinti).
Una possibilità che non mancherà d’interpellare e stimolare teologi, liturgisti, pastoralisti, a proposito di alcune questioni sempre attuali. Accenno solamente ad una: la posizione del sacerdote celebrante e quindi la collocazione dell’altare all’interno dei sacri edifici. Dovrebbe a tutti esser noto, infatti, che la differenza tra la “vecchia” e la “nuova” messa non consiste solo nella lingua (il latino o le varie lingue correnti dei popoli e delle nazioni), ma anche nell’insieme dei testi usati, dei riti, dei gesti, delle posizioni del corpo ecc…
Mi ricordo, in questo momento, di un curioso episodio, che io ho sentito narrare, e che sarebbe accaduto nel nostro seminario in occasione dell’entrata in vigore delle riforma liturgica: il rettore mons. Sartori, che era stato perito al Concilio Vaticano II (e che poi, ironia della sorte, si ritrovò arcivescovo nella città che ospitò il Concilio Tridentino), aveva segnato, sul registro delle messe, come memorabile il giorno dell’introduzione del nuovo rito.
Di lì a pochi giorni un’altra mano, quella di mons. Ernesto Dalla Libera, grande maestro di musica sacra e liturgica nella nostra Diocesi, che era andato a celebrare nella medesima cappella, vergava a fianco, riferendosi alla posizione del sacerdote, “aversio a Deo, et conversio ad creaturas!”: si tratta, nientemeno, che la definizione agostiniana del peccato (voltare le spalle a Dio e volgersi alle creature, al mondo...).
Si narra, ancora, che il futuro arcivescovo abbia poi nervosamente cancellato con un po’ di ghiribizzi sopra, quell’inaudita stoccata alla riforma liturgica! Ciò che più balza agli occhi è dunque il fatto che, nel rito straordinario, il sacerdote “volge le spalle” alla gente, e quindi si “isola” in una sua intimità devozionale poco consona allo spirito comunitario, dialogico, partecipativo cui siamo ormai abituati e che ci viene alle volte anche ossessivamente propinato.
Qualcuno però dovrebbe spiegare ai nostri fedeli il perché di tale posizione che non ha nulla di offensivo o di degradante, per loro (le persone in chiesa, del resto, generalmente si volgono le spalle le une alle altre... e allora come la mettiamo?).
Senza andar troppo per le lunghe, con il rischio di tediare quei lettori che hanno la bontà di seguirmi in queste mie riflessioni, ricorderò solo che il sacerdote volgeva (e volgerà ancora quando si potrà riutilizzare tranquillamente l’antico rito) le spalle, perché anch’egli guardava ad oriente, nella direzione cioè in cui erano spesso costruite le nostre chiese.
È il punto cardinale del sorgere del sole, simbolo del Signore che viene ad illuminare e a salvare il suo popolo. Tutti quindi, anche il prete, “rivolti al Signore” (è questo il titolo di un volume di padre Lang, un religioso inglese, che ha fatto molto discutere, anche per le proposte di fatto avanzate, e la cui prefazione è stata scritta dall’allora card. Ratzinger).
Si aggiunga poi il fatto che tale posizione del sacerdote mette più in risalto l’aspetto sacrificale della Messa, oggi, almeno tendenzialmente trascurato in favore della altrettanto importante (ma non esclusiva!) dimensione conviviale.
Non sono, questi, discorsi da “tradizionalisti”: mi risulta, infatti, che anni fa circolavano delle idee, provenienti se non erro dalla Comunità ecumenica di Bose, in favore di una parziale recupero della posizione verso oriente, almeno durante le preghiere presidenziali (quelle che il sacerdote pronuncia da solo) della Messa.
Penso che anche la risistemazione degli antichi presbiterii potrebbe trarre qualche giovamento dalla celebrazione “straordinaria” della Messa.
Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che alcune soluzioni sono state, e sono, del tutto infelici e che si sarebbe potuto evitare questo inconveniente proprio accettando di non scartare a priori la possibilità di continuare ad usare i vecchi, in qualche caso bellissimi, altari maggiori. Per essere più chiari: perché, pur celebrando con il nuovo rito e il messale ordinario (di Paolo VI), non si possono usare quegli altari?
Che difficoltà ci sarebbe da parte dei sacerdoti, a “voltare le spalle” ai fedeli per rivolgersi a Dio, in alcuni momenti della celebrazione, stando quindi posizionati sull’antico altare?
Si potrebbe benissimo, nelle chiese costruite in passato, ritornare a quest’uso: senza rimettere, per ciò stesso, in discussione la validità della riforma liturgica del Vaticano II.
La Liturgia della Parola, e altri momenti, “coram populo”; la Liturgia Eucaristica e le orazioni presidenziali, “coram Deo”.
Questo potrebbe essere un esempio di “convivenza” delle due forme dell’unico rito romano, secondo lo spirito, mi sembra auspicato da Benedetto XVI. Com’è triste, a me capita spesso, e anche difficoltoso celebrare sopra tavolini dove a malapena c’è posto per il messale, il calice, le ampolline, avendo alle spalle dignitosissimi, belli, e anche assai più comodi altari in pietra: rifiutati e spogliati semplicemente perché, si ritiene, e secondo me sbagliando, che siano incompatibili con la Liturgia ordinaria. Sto parlando, evidentemente, della antiche chiese dove spesso non sono proprio possibili soluzioni ottimali e nelle quali, giustamente, non si possono rimuovere i manufatti ricchi di secoli e di bellezza.
Diverso il discorso concernente le nuove chiese. Naturalmente, dico adesso concludendo, il discorso non riguarda neanche la nostra Chiesa Cattedrale: già, perché non vorrei proprio che qualcuno, a proposito delle tante chiacchiere su cattedra episcopale, ambone e altare, stesse pensando a una mia riproposizione ‘sic et simpliciter’ del meraviglioso altare di Aurelio dall’Acqua...
Don Pierangelo Rigon

© Copyright Giornale di Vicenza, 30 luglio 2007

"Gesu' di Nazaret": il commento di Mons. Rino Fisichella


Vedi anche:

Messa tridentina: il cardinale Martini insiste nel creare spaccature nella Chiesa

"GESU' DI NAZARET" DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI

BUON COMPLEANNO DON GEORG

Intervista integrale a Mons. Georg Gänswein (traduzione completa in italiano)

Secondo alcuni esisterebbero "due Ratzinger": in realta' ne esiste uno solo, l'altro e' un'invenzione dei media!

Il Papa incoraggia la non proliferazione di armi nucleari, il disarmo nucleare e l'uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare

Lui, tra noi

di Rino Fisichella

«Chiunque intraprende il discorso sulla persona e la vita di Gesù Cristo deve sapere fin dall’inizio, e molto chiaramente, ciò che vuole fare e i limiti imposti a ogni ricerca su questo tema» &1. L'espressione del grande filosofo della christliche Weltanschauung Romano Guardini, può indicare efficacemente la condizione da acquisire quando si deve iniziare a scrivere qualcosa su Gesù Cristo; a maggior ragione quando si deve presentare il libro di Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. È un dato di fatto: la sua persona appartiene più intensamente a quella parte indicibile del mistero che non è possibile esprimere con le sole categorie umane. Nel momento in cui ognuno riflette seriamente sulla propria condizione personale, senza lasciarsi andare a passive forme di casualismo, sente di appartenere al mistero. Se questo principio vale per ogni persona, a fortiori deve essere applicata a Gesù di Nazaret che crediamo e proclamiamo nella fede Figlio di Dio. Lo studio su Gesù Cristo costituisce il cuore di ogni teologia, perché segna il punto iniziale di ogni riflessione critica della fede su se stessa, ma rappresenta pure il suo punto finale come esperienza della contemplazione del mistero dinanzi alla figura divina. Centro di ogni cristologia è l’affermazione «Gesù è il Cristo», che esprime nello stesso tempo l’inizio consapevole della fede della comunità primitiva e il suo contenuto privilegiato. Ciò significa che ogni discorso che vuole riflettere su questa fede dovrà esplicitare i due poli del suo discorso: Gesù e Cristo. Pensare che tra i due termini esista una conflittualità da riportare a tendenze diverse, che lo sviluppo storico ha determinato in forza di posizioni differenti, equivale a non voler entrare con libertà all’interno dell’analisi dei testi neotestamentari. Una lettura non pregiudiziale dei Vangeli, infatti, consente di verificare che questi testi hanno una solida base storica. È possibile, quindi, un’analisi che permette non solo di giungere a risultati scientificamente certi, ma soprattutto di stabilire che la fede aveva il suo radicamento nella storicità di un fatto che non può essere scientificamente contestato né eluso. Altri approcci che volessero a tutti i costi giungere alla conclusione che tra il Gesù della storia e il Cristo della fede vi è una discontinuità dovuta all’atteggiamento dei discepoli - o successivamente alle posizioni dei diversi Padri nei concili - non solo è superata dalla moderna esegesi, ma si squalifica da sé, perché non riesce a dare spiegazioni almeno plausibili sull’origine di questa fede.

Il contesto

«Il pensiero contemporaneo tende a dire che ognuno dovrebbe vivere la propria religione, o forse anche l’ateismo in cui si trova. In questo modo arriverebbe alla salvezza. Un’opinione simile presuppone un’immagine molto strana di Dio e una strana idea dell’uomo e del mondo corretto dell’essere uomo. Cerchiamo di chiarirci questo punto con un paio di domande pratiche. Forse qualcuno diventa beato e verrà riconosciuto come giusto da Dio perché ha rispettato secondo coscienza i doveri della vendetta del sangue? Perché si è impegnato con forza per la e nella “guerra santa”? O perché ha offerto in sacrificio determinati animali? O perché ha rispettato abluzioni rituali o altre osservanze religiose? Perché ha dichiarato norma di coscienza le sue opinioni e i suoi desideri e in questo modo ha elevato se stesso a criterio? No, Dio esige il contrario: esige il risveglio interiore per il suo silenzioso parlarci, che è presente in noi e ci strappa alle mere abitudini conducendoci sulla via della verità; esige persone che “hanno fame e sete della giustizia” - questa è la via aperta a tutti; è la via che approda a Gesù Cristo». (p. 117) Ci sembra di trovare in questa espressione di Benedetto XVI una chiave ermeneutica per entrare nell’intenzionalità dell’autore. Gesù di Nazaret, di fatto, viene a collocarsi all’interno di un contesto che alla fine confluisce nella stessa conclusione. In questi mesi è dato costatare una serie di pubblicazioni - a onor del vero non particolarmente serie dal punto di vista scientifico - che tendono a screditare la fede dei cristiani. Dal Codice da Vinci a Dio non è grande sembra di assistere a un revival dell’Alethes logos di Celso: i cristiani sono gente ignorante, creduloni, non hanno né forza della ragione né grandezza di civiltà, fanno adepti tra i più umili perché gli intellettuali non potrebbero mai aderire a favole come le loro. Il contenuto della nostra fede viene ridotto a un romanzo, scritto senza neppure molta genialità, oppure Gesù diventa oggetto di un’inchiesta condotta da un detective con già mediocre dimestichezza con i thriller che da buon ateo pretende, con l’arroganza che lo caratterizza, di insegnare ai cristiani in chi e come credere. A ognuno la libertà di esprimere le proprie idee, pubblicando i propri romanzi e a ognuno la libertà di giudizio sul quoziente di intelligenza di quanto viene scritto. D’altronde, la scienza non si compra al mercato né è determinata dalle copie vendute di un libro; è, invece, frutto di fatica che impegna nella dimostrazione della proprie tesi con argomenti che si fanno forti della ragione critica che non si stanca mai di interrogare per raggiungere certezze che vanno oltre la sfera della pura razionalità.

Un secondo contesto su cui porre il libro di Benedetto XVI è certamente più scientifico e fa capo a una lunga serie di studi esegetici che hanno avuto lo scopo di raggiungere una conoscenza più adeguata della formazione dei Vangeli e della storicità del loro contenuto. Gli studiosi classificano questa problematica sotto il capitolo del «Gesù storico». «Io sono indubbiamente del parere che noi non possiamo sapere più nulla della vita e della personalità di Gesù, poiché le fonti cristiane non si sono interessate al riguardo se non in modo molto frammentario e con taglio leggendario e poiché non esistono altre fonti su Gesù»&2. Questa espressione del teologo luterano Rudolf Bultmann potrebbe segnare il punto dialettico che sintetizza le ricerche e gli studi di circa tre secoli di storia riguardo il problema del Gesù storico. Ciò che si affaccia violentemente allo sguardo di noi studiosi di questa problematica si può condensare nell’espressione «gioco all’opposizione». La teologia liberale, infatti, oppone al Cristo del dogma la ricerca sulla vita di Gesù; la scuola di Bultmann oppone ai liberali il Gesù del cherigma primitivo; i post-bultmaniani oppongono a Bultmann stesso il Gesù della storia mentre noi, oggi, continuiamo la ricerca, mostrando la continuità tra i due momenti con l’applicazione di una criteriologia che permette di giungere a risultati certi circa la persona, i segni e il linguaggio di Gesù di Nazaret. L’interesse costante che in questi secoli si è avuto per il tema e la molteplicità delle soluzioni, anche tra le più svariate e contrastanti che sono state raggiunte, è indice della complessità dell’oggetto di studio che, inevitabilmente, non si lascia rinchiudere in schemi prefissati. Ognuno pensa di aver trovato la soluzione al rebus della storia e una volta giunto alla fine si accorge, invece, che è arrivato solo a un ulteriore punto di partenza. La legge dell’opposizione non serve in genere nella ricerca scientifica e certamente non aiuta in quella teologica, che è la prima a essere interessata in questa materia. È necessario, infatti, sfatare la pretesa di molti autori dei nostri giorni, che hanno trovato il modo per occupare i primi posti nelle classifiche librarie, i quali scrivono con una certa facilità su questi argomenti senza avere mai preso tra le mani un testo di teologia. Si improvvisano esperti della materia senza neppure una qualifica o almeno qualche corso di sostegno di quelli che a buon prezzo si possono trovare nel nostro Paese. È bene diffidare da questi esperti dell’ultima ora che certamente con molta arguzia e poca scienza fanno passare, ad esempio, l’apocrifo Vangelo di Tommaso come una scoperta delle ultime settimane, tenuta naturalmente nascosta dalla gerarchia della Chiesa per la paura di perdere potere. Essere o non essere cristiani e ancora di più cattolici non è frutto di manipolazione, ma scelta di profonda libertà che possono compiere solo persone in ricerca di quella verità che non si ferma ai teoremi matematici.

Il Gesù «storico», ricostruito per quanto possibile fin nei minimi particolari quale è esistito in Palestina, non si oppone a quello ufficiale del dogma della Chiesa né quello predicato dalla comunità dopo Pasqua è differente da quello sperimentato prima della risurrezione. Certo l’uno e l'altro non coincidono perfettamente e i vari difensori delle differenti posizioni dovranno pur ammetterlo, ma non potranno escludere, in ogni caso, che il Gesù della storia non si oppone a quello della fede. Si dovrà giungere, pertanto, a una visione d’insieme del problema; la gradualità e complementarità delle soluzioni che si sono proposte nel corso dei decenni mostrerà più chiaramente che la legge da adottare dovrà essere quella della continuità nello sviluppo, piuttosto che dell’opposizione nell’alterazione.

L’originalità del Gesù di Nazaret

Il libro di Benedetto XVI ha ripetuti accenni a questa prospettiva descritta e le pagine del Gesù di Nazaret non sono altro che una risposta pacata, ma decisa a superare questo «gioco all’opposizione». Egli riesce a mostrare come la persona di Gesù non è un fatto da relegare nelle secche di una mera ricerca archeologica, ma un evento che riguarda l’uomo di oggi con le sue provocazioni e i suoi problemi.

Gesù - afferma Ratzinger - non è un’idea, ma un fatto, un evento che ha segnato la storia: «Gesù non è un mito, è un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella storia. Possiamo visitare i luoghi e seguire le vie che egli ha percorso. Possiamo per il tramite di testimoni, udire le sue parole. Egli è morto ed è risorto. Il mistero della passione del pane l’ha, per così dire, aspettato, si è proteso verso di lui, e i miti hanno aspettato lui, in cui il desiderio è diventato realtà» (p. 316).

Primo fra tutti, egli ha determinato la storia di persone che hanno creduto in lui e nella sua parola. Questo fatto è determinante. I discepoli non avrebbero mai potuto agire come hanno fatto se non avessero creduto che quell’uomo con cui avevano condiviso tre anni della loro vita «lasciando tutto» e seguendolo non fosse stato realmente l’ultima parola che Dio rivolgeva agli uomini per ottenere la salvezza che nel corso dei secoli aveva promesso. Il valore della storia, che Ratzinger sottolinea perché la fede abbia il fondamento e lo spessore dovuto, è ciò che consente di affidarsi ai Vangeli come testimonianze credibili di quanto narrano: «Quale fede “testimonia” se si è lasciato, per così dire, la storia alle spalle? Come può rafforzare la fede se si propone come testimonianza storica - e lo fa con grande vigore - ma non n’offre poi informazioni storiche? Io penso che qui ci troviamo di fronte a un’idea errata di ciò che è storico, a un’idea errata di ciò che è fede e di ciò che è lo stesso Paraclito: una fede che lascia cadere in questo modo la dimensione storica diventa, in realtà “gnosticismo”. Si lascia alle spalle la carne, l’incarnazione, la vera storia appunto» (p. 268). L’incarnazione, che segna nello stesso tempo l’originalità della fede cristiana nel contesto delle religioni e il mistero più grande che viene offerto all’intelligenza dell’uomo, rimarrà sempre come l’evento che pone in primo piano il valore della storia che il cristianesimo assume in sé. La storicità per noi non è solo assunzione del tempo da parte di Dio che entra nel tessuto umano condividendone l’esperienza, ma anche il senso e il significato che la storia assume a partire da questo evento. Prescindere, quindi, dal valore della storicità di Gesù impedirebbe di esprimere al massimo la novità cristiana come portatrice di senso nell’esistenza personale. È per questo motivo che lo studio del Gesù storico e l’imprescindibile valore che esso possiede nel cristianesimo permane come un elemento essenziale non solo per la teologia, ma soprattutto per la fede di ogni credente. Lo ribadiva con efficacia don Giussani quando scriveva nel suo All’origine della pretesa cristiana: «L’imperativo cristiano è che il contenuto del suo messaggio si pone come un fatto. Ciò non sarà mai sottolineato a sufficienza. Un’insidiosa slealtà culturale ha reso possibile, per l’ambiguità e la fragilità anche dei cristiani, la diffusione di una vaga idea di cristianesimo come discorso, dottrina e perciò magari favola o morale. No: è anzitutto un fatto, un avvenimento, un uomo che è entrato nel novero degli uomini» (p. 41).

Il problema del Gesù storico

Per entrare ancora più direttamente nel merito di questa problematica sottesa al Gesù di Nazaret, a cui Benedetto XVI più volte fa riferimento, è importante conoscere la storia di questo processo. Ne facciamo un rapido cenno con schematici richiami rimandando il lettore volonteroso a studi più completi&3. L’espressione «Gesù storico» è un termine tecnico con il quale si intende indicare ciò che scientificamente si può conoscere intorno alla persona di Gesù vissuto circa duemila anni fa. Questa problematica ha subíto una lunga metamorfosi che si può distinguere storicamente in tre periodi, ognuno dei quali possiede metodologie proprie nell’impatto allo studio di Gesù. Tre tappe che segnano il progresso della ricerca le indichiamo così: dalla fine del secolo Diciottesimo fino a tutto il secolo Diciannovesimo; dall’inizio del secolo Ventesimo fino al 1953; dal 1953 ai nostri giorni. Il primo periodo che segna il mutato interesse per il problema del «Gesù storico» abbraccia un arco di circa 150 anni (1778-1919). A. Schweitzer nel suo Von Reimarus zu Wrede. Eine Geschichte der Leben-Jesu-Forschung del 1906, ha tracciato un panorama di questo periodo individuando in Reimarus l’inizio e in Wrede la sua fine; non si rendeva conto, invece, che la critica posteriore avrebbe scelto proprio lui come vertice conclusivo di quel movimento che lui stesso aveva descritto. Caposcuola di questo processo è Hermann Samuel Reimarus (1694-1768). Professore di lingue orientali nell’università di Amburgo e profondamente influenzato dal deismo inglese, rappresenta una delle forme più radicali del razionalismo nei confronti dei Vangeli. Partendo da a priori filosofici, più che da una attenta critica storica, Reimarus pone le premesse per la distinzione tra la predicazione di Gesù e quella della Chiesa primitiva. Nelle quattromila pagine del suo scritto, pubblicato dieci anni più tardi da Gotthald Ephraim Lessing, si delinea la personalità di Gesù come quella di un Messia politico, che aveva l’unico scopo di liberare gli ebrei dal dominio romano. Interpretando il grido di Gesù in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» (Mc 15,34), come il riconoscimento del fallimento della sua impresa, Reimarus costruisce da qui la vicenda dei discepoli i quali, sperimentando il fallimento dei propri progetti, inventano le prove per la proclamazione messianica di Gesù come Signore: rubano il cadavere, annunciano la sua risurrezione e lo presentano come il Messia apocalittico. Nel 1840 David Friedrich Strauss (1808-1874) pubblica la Vita di Gesù, un’altra tessera si aggiunge al mosaico. La comprensione dei Vangeli viene ora interpretata alla luce del mito. Ciò che viene presentato nei testi neotestamentari, sostiene Strauss, è un personaggio impregnato di elementi mitici; la comunità, soggetta all’influenza ellenistica e giudaica, trasferisce nel mito la storia di Gesù creando una separazione incolmabile tra l’uno e l’altro. Una distinzione, diventata in seguito fondamentale, viene data da Martin Kälher (1835-1912) nel 1892 con la sua opera: Il cosiddetto Gesù storico e il Cristo storico biblico. Egli distingue tra historisch, per indicare i fatti cronologici, quelli che si possono raggiungere con la scienza storica e con geschichtlich, invece, definisce i significati che sono stati dati ai fatti storici. Il suo pensiero è costruito in maniera tale da contrapporre il «cosiddetto» Gesù storico (historisch), al Cristo biblico (geschichtilich), quello che viene annunciato nella predicazione della comunità primitiva. Per Kälher, solo il Cristo biblico è comprensibile e degno di attenzione, perché solo possiede un significato permanente per la vita; ciò che importa, insomma, è il Cristo annunciato dai Vangeli.

Potrà apparire paradossale, eppure, è proprio il desiderio di un incontro con la storia che in questo processo si inserisce Rudolf Bultmann (1884-1976). Si deve a lui lo spostamento di interesse dalla persona di Gesù alla predicazione della comunità primitiva. Bultmann sostiene che mancano le fonti a cui far riferimento; Gesù non è altro che un profeta ebraico che nulla ha a che fare con il cristianesimo; questo, infatti, sorge solo con la predicazione della comunità che sta alla base della fede nella risurrezione. Fedele alle sue premesse di convinzione luterana, Bultmann ritiene che l’unica cosa importante sia verificare in quale modo i discepoli hanno compreso la loro esistenza alla luce della fede in Gesù. Egli non mette in dubbio la sua esistenza storica, solamente sostiene che questa non interessa la fede e, quindi, non deve essere oggetto di studio. Ciò che importa, invece, è la sua predicazione perché in essa si dà risposta agli interrogativi che permettono all’esistenza di raggiungere un senso. Con il suo metodo storico-critico, egli si ripropone di risalire oltre le fonti scritte dei Vangeli per raggiungere ciò che le ha ispirate: la tradizione orale. Il suo metodo consiste, quindi, nell’investigazione della storia del materiale evangelico nella sua trasmissione orale; in quel periodo di tempo, quindi, che intercorre dal primo formarsi della tradizione fino alla formulazione scritta, e nello studio delle leggi che operano in questo processo. Individuata la comunità primitiva come fonte del cherigma, cioè del primo annuncio, Bultmann la descrive come una realtà creatrice del mito di Gesù, come Cristo e Signore. In corrispondenza alla cultura ellenistica e forti della tradizione apocalittica, gli apostoli hanno mitizzato Gesù; cioè, hanno trasferito in lui i tratti peculiari di divinizzazione che erano comuni all’epoca. Nei Vangeli, egli sostiene, la vita del Maestro è descritta in modo mitico e con il suo linguaggio corrispondente. Gesù, infatti, viene descritto come preesistente, capace di fare miracoli, in grado di avere un rapporto particolare con la divinità che si esprime con visioni o trasfigurazioni e, infine, annunciato come risorto. Queste forme espressive, afferma Bultmann, potevano colpire l’uomo del Primo secolo; oggi, però, non sono più in grado di provocare la decisione di fede nel contemporaneo. Si deve, pertanto, operare una demitizzazione, cioè la trasposizione del messaggio dei Vangeli in un sistema filosofico differente che sia in grado di farsi comprendere dal contemporaneo. L’unica cosa certa che possediamo per Bultmann è che Gesù è nato ed è morto in croce mentre tutto il resto è frutto del mito che trova il suo apice nella risurrezione. La conclusione a cui questo processo ha portato la si trova in una considerazione che Benedetto XVI pone nella sua Introduzione: «Come risultato comune di tutti questi tentativi è rimasta l’impressione che, comunque, sappiamo ben poco di certo su Gesù e che solo in seguito la fede nella sua divinità abbia plasmato la sua immagine. Questa impressione, nel frattempo, è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità. Una simile situazione è drammatica per la fede perché rende incerto il suo autentico punto di riferimento: l’intima amicizia con Gesù, da cui tutto dipende, minaccia di annaspare nel vuoto» (p. 8).

I primi a verificare le debolezze di questo sistema, comunque, furono gli stessi discepoli di Bultmann. Nell’impossibilità di ripercorrere l’intero processo storico di questi studi, merita una parola un autore cattolico che ha avuto il merito di usare lo stesso metodo di Bultmann per approdare a risultati completamente opposti ai suoi. Heinz Schürmann (1913-1999) ha studiato la vita interna del gruppo dei discepoli prima di Pasqua, e ne ha ricavato un risultato non affatto trascurabile: «Una fede in Gesù comporta in modo speciale l’accettazione della sua parola». Detto in altri termini, i discepoli hanno percepito e creduto che quanto veniva rivolto loro dal Maestro era la parola definitiva che Dio rivolgeva agli uomini; per questo le sue espressioni e i suoi gesti assumevano presso i discepoli un’importanza del tutto particolare. Questo fa pensare che il suo insegnamento non solo fosse preso in seria considerazione, ma nello stesso tempo anche tramandato senza doverlo alterare per rispetto e venerazione verso il loro Maestro. La prima conclusione a cui egli giunge è che «l’esistenza di una cerchia di discepoli comporta per se stessa gli aspetti i quali fanno supporre che le parole di Gesù venissero conservate e mantenute gelosamente» senza alcuna alterazione. Sullo stesso orizzonte di pensiero si pone Benedetto XVI quando scrive: «Solo se era successo qualcosa di straordinario, se la figura e le parole di Gesù avevano superato radicalmente tutte le speranze e le aspettative dell’epoca, si spiega la sua crocifissione e si spiega la sua efficacia. Già circa vent’anni dopo la morte di Gesù troviamo pienamente dispiegata nel grande inno a Cristo della Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-11) una cristologia, in cui si dice che Gesù era uguale a Dio ma spogliò se stesso, si fece uomo, si umiliò fino alla morte sulla croce e a lui spetta l’omaggio del creato […] L’azione di formazioni comunitarie anonime, di cui si cerca di trovare gli esponenti, in realtà non spiega nulla. Come mai dei raggruppamenti sconosciuti poterono essere così creativi, convincere e in tal modo imporsi? Non è più logico, anche dal punto di vista storico, che la grandezza si collochi all'’inizio e che la figura di Gesù abbia fatto nella pratica saltare tutte le categorie disponibili e abbia potuto così essere compresa solo a partire dal mistero di Dio?» (pp. 18-19). Si deve logicamente ammettere, pertanto, che Gesù durante la sua vita ha trasmesso ai discepoli dei «detti» con la precisa intenzione di offrire loro dei «sussidi» per l’attività missionaria che già svolgevano prima della sua risurrezione, quando venivano mandati a predicare il Vangelo nei villaggi, anticipando la sua venuta. È altamente probabile, quindi, che Gesù abbia dato alla sua predicazione, o perlomeno al suo insegnamento verso i discepoli, una forma tale da rimanere impressa nella loro mente così come lui stesso la formulava, perché se ne servissero sia come strumento di evangelizzazione sia come riferimento per la loro vita in comune dopo la sua morte. Non si dimentichi, in questo contesto, che per gli antichi era molto facile l’apprendimento mnemonico, molto di più dei nostri giorni. La mancanza di una forte tradizione scritta portava naturalmente a imparare a memoria ed è facile mostrare come molti «detti» di Gesù abbiano una composizione tale da essere subito impressi nella mente. L’esempio della prima professione di fede pasquale presente nella prima lettera ai Corinzi, dove l’apostolo attesta di trasmettere ciò che ha ricevuto, mostra con chiarezza questa tecnica. In quattro verbi viene racchiuso il mistero della fede in Gesù: morto, sepolto, risorto e apparso (cfr 1 Cor 15,3-5).

L'’ultima fase della ricerca sul Gesù storico giunge fino ai nostri giorni con la formulazione di criteri che sono in grado di far raggiungere la storicità dei testi. Sono circa quindici i criteri che gli studiosi hanno formulato e permettono un’analisi e una critica testuale in grado di far emergere lo strato più antico e storico della predicazione e di Gesù e dei racconti dei miracoli. Con l’applicazione dei criteri di autenticità storica al materiale evangelico si cerca di superare la distanza che separa il cherigma pasquale dalla vita di Gesù. A scanso di equivoci, questi criteri non sono utilizzati solo per i Vangeli; appartengono alla normale critica interna che viene fatta a qualunque testo antico, permettendo di ricostruire non solo il tessuto ambientale e culturale su cui porre un personaggio ma anche l’originalità che il suo messaggio porta nella continuità o discontinuità con il pensare comune dell’epoca. Questi criteri, insomma, permettono di accedere con ancor maggior fiducia ai Vangeli in quanto testi che pur nella peculiarità del loro genere letterario hanno una solida base di veridicità storica all’interno della quale collocare la persona di Gesù, il suo agire e la sua predicazione. Senza questo solido fondamento, Gesù Cristo sarebbe ridotto a mera speculazione filosofica così come senza la fede della Chiesa si cadrebbe in un troppo facile storicismo. La frammentarietà dei risultati raggiunti nel corso di circa tre secoli di storia ha portato certamente a una solida base su cui si fonda la riflessione teologica, facendo emergere sia il valore storico sia l’apporto dogmatico. Questa conquista scientifica, pertanto, non può certamente essere messa in discussione da qualche romanzo anticlericale che si vuole spacciare per una rigorosa ricostruzione dei fatti in questione.

Un libro attuale

Dopo questa breve ma necessaria ricostruzione è possibile ritornare all’originale e bel volume di Benedetto XVI che ha il pregio di tenere insieme e in equilibrio tutti gli elementi della ricerca teologica di questi decenni senza eccedere a posizioni unilaterali nell’interpretazione dei testi. Non si dovrà dimenticare, da questa prospettiva, un accenno a cui lo stesso Benedetto XVI aveva fatto riferimento in uno dei suoi primi discorsi all’indomani della sua elezione a successore di Pietro proprio nel momento solenne in cui prendeva possesso della sua cattedrale di San Giovanni in Laterano. Per il valore simbolico che quella funzione possiede - la presa di possesso della cattedra da cui è chiamato a insegnare alla città di Roma e al mondo - quelle parole rivestono un valore paradigmatico che trovano in Gesù di Nazaret la loro applicazione: «Nella Chiesa, la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l’ispirazione dello Spirito Santo e il ministero dell’interpretazione autentica conferito agli apostoli, appartengono una all’altro in modo indissolubile. Dove la Sacra Scrittura viene staccata dalla voce vivente della Chiesa, cade in preda alle dispute degli esperti. Certamente, tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci un’interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci nell’interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire. Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane. Per questo occorre la voce della Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi». Queste parole sembrano fare da eco a quelle scritte nel suo ultimo libro: «I singoli libri della Sacra Scrittura, come essa stessa nel suo insieme, non sono semplicemente letteratura. La Scrittura è cresciuta nel e dal soggetto vivo del popolo di Dio in cammino e vive in esso. Si potrebbe dire che i libri della Scrittura rimandano a tre soggetti che interagiscono tra loro. Dapprima c’è l’autore singolo o il gruppo di autori, a cui dobbiamo un libro della Scrittura. Ma questi scrittori non sono scrittori autonomi nel senso moderno del termine, appartengono, invece, al soggetto comune “popolo di Dio”: partendo da esso parlano e a esso si rivolgono al punto che il popolo è il vero, più profondo “autore” delle Scritture. E ancora: questo popolo non è autosufficiente, ma sa di essere condotto e interpellato da Dio stesso che, nel profondo, parla attraverso gli uomini e la loro umanità. Per la Scrittura il rapporto con il soggetto “popolo di Dio” è vitale. Da una parte, questo libro - la Scrittura - è il criterio che viene da Dio e la forza che indica la strada al popolo, ma, dall’altra parte, la Scrittura vive solo in questo popolo, che nella Scrittura trascende se stesso e così - nella profondità definitiva in virtù della Parola fatta carne - diventa appunto popolo di Dio. Il popolo di Dio - la Chiesa - è il soggetto vivo della Scrittura; in esso le parole della Bibbia sono sempre presenza» (pp.16-17). In una parola: è necessario avere fiducia nei Vangeli come libri che pur presentando la fede in Gesù Figlio di Dio hanno riportato gli eventi storici di cui si fanno interpreti.

Con Gesù di Nazaret, Benedetto XVI invita a ritornare all’origine della pretesa cristiana. Tutto parte da qui, dal verificare che questa persona non è un fatto del passato ma esprime il compimento della promessa antica e possiede un significato anche per l’uomo di oggi. Colpisce non poco come il Papa sia riuscito a comporre una sintesi del tutto originale proprio su questo aspetto. Pagina dopo pagina ci si incontra con un Gesù pienamente inserito nella storia del suo popolo. Le feste ebraiche, all’interno delle quali vengono collocati diversi dei suoi insegnamenti, evidenziano sia la sua immersione nella storia del popolo ebraico sia la consapevolezza di un compimento che egli portava: «Le grandi feste del popolo di Dio forniscono l’articolazione interna del cammino di Gesù e schiudono al tempo stesso la base portante da cui si leva il messaggio di Gesù» (p. 277). Un’espressione come questa potrebbe passare facilmente sotto silenzio; essa indica, al contrario, lo scenario significativo su cui porre Gesù di Nazaret. Un esempio significativo è dato dalla spiegazione della trasfigurazione alla luce della festa delle capanne (sukkot) così come la confessione di Pietro sulla messianicità di Gesù sarebbe avvenuta nel corso della festa dello Yom Kippur. Mentre nella festa liturgica dell’espiazione per l’unica volta nel corso dell’anno viene pronunciato dal sommo sacerdote il nome di Jhwh, nello stesso tempo Pietro confessa la sua fede nel Signore. La stessa cosa per la conclusione della festa delle capanne quando Gesù si trasfigura sul monte dinanzi ai tre discepoli a conferma che i tempi del messia sono realmente presenti. «I grandi avvenimenti della vita di Gesù hanno un rapporto intrinseco con il calendario delle festività ebraiche; sono, per così dire, avvenimenti liturgici in cui la liturgia, con la sua commemorazione e la sua attesa, diventa realtà, diventa vita, che riconduce a sua volta alla liturgia e che da lì vorrebbe ridiventare vita» (p. 354). Porre sullo sfondo della persona di Gesù e del suo insegnamento la liturgia porta inevitabilmente Benedetto XVI a rivalutare il grande ruolo che essa possiede nella vita del cristiano. Le diverse interpretazioni dei segni e delle immagini che Gesù utilizza quali il vino, l’acqua, la vite, il pastore… sono inevitabilmente ricondotti al contesto eucaristico come lo spazio in cui trovano non solo il significato più profondo, ma soprattutto il riferimento alla quotidianità di quanti si pongono alla sua sequela. Gesù di Nazaret si sviluppa alla luce dell’insegnamento conciliare che nella costituzione Dei Verbum sollecitava a ritrovare il «senso pieno» della sacra Scrittura. La lettura attenta del volume di Benedetto XVI mostra con chiarezza quanto egli colga il valore di questa esigenza presentando la persona di Gesù non solo in rapporto con i Padri della Chiesa, ma soprattutto evidenziando il valore esistenziale che Cristo possiede per l’uomo contemporaneo.

L’attualità è certamente uno dei tratti che emergono. Ratzinger è riuscito a far sentire Gesù non solo un contemporaneo ma soprattutto la persona che ancora oggi - forse, si potrebbe dire più coerentemente soprattutto oggi - esprime l’ultima parola di senso pieno e definitivo sulla condizione personale: «Solo in Dio e solo a partire di Dio si conosce veramente l’uomo» (p. 327); parole che fanno da eco a quelle conciliari: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo… proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (GS 22). Ogni argomento che Benedetto XVI tratta, questo viene subito riportato all’attualità. Dalle Beatitudini alla confessione messianica, dal tema della libertà all’immagine dell’acqua e del sangue, dall’invio dei discepoli al messaggio delle parabole… ogni volta si ripropone l’interrogativo: «Chi non vedrebbe che queste parole descrivono proprio anche il nostro mondo…?» (p. 210). Un Gesù per oggi con una parola non lontana ed eterea, ma che tocca la concretezza della vita, la cultura in cui siamo inseriti e gli interrogativi che attendono risposta. All’orizzonte si trova sempre l’unico Gesù nel mistero della sua vita, della sua morte e della risurrezione; qui la salvezza viene riproposta non più come promessa ma come realtà. Certo, il crocifisso non viene svuotato del dramma che rappresenta: «La sequela del Crocifisso riguarda gli aspetti fondamentali dell’esistenza umana in generale» (p. 335), ma viene incontro come espressione culminante dell’amore che l’uomo ricerca invano altrove. Nessuna «casualità» in questa morte, ma solo ed esclusivamente una «necessità intrinseca» per rivelare in che modo Dio ama: dando tutto senza nulla chiedere in cambio.

Questo amore si trasforma in misericordia. Essa trova nelle pagine dedicate alla parabola dei «due fratelli» l’espressione più convincente perché raccoglie in sé diversi aspetti dell’esistenza personale: la ricerca di libertà e la sua vanificazione, la verità sulla propria vita e l’allontanamento da se stessi, la gioia per il ritorno a casa e il rancore per l’ingiustizia subita… Gesù rivela in cosa consiste la grandezza dell’essere figli di Dio: «La parabola da un lato si colloca molto realisticamente nel punto della storia in cui Gesù l’ha raccontata, ma allo stesso tempo trascende il momento storico, poiché l’invito supplichevole di Dio continua» (p. 247-248). La chiamata a diventare ed essere suoi figli ha una valenza universale. Solo pura trascendenza, l’uomo avrebbe con lui un rapporto di sudditanza, sempre schiacciato dal peso della divinità; se l’uomo non potesse comunicare con Dio il rischio di essere dinanzi a. Da questa prospettiva, Benedetto XVI ripropone in maniera limpida uno dei temi privilegiati che ritornano come un leitmotiv nelle sue opere: il cristianesimo è per sua natura una verità universale. Dio si fa uomo e assume su di sé il tempo, la storia e tutto ciò che si racchiude in questo spazio per riportare l’uomo nello spazio del divino. Se Dio fosse un’ipotesi inutile o ad una inconscia proiezione del suo desiderio sarebbe sempre all’erta. Solo nella misura in cui Dio si fa conoscere e agisce da Dio come uomo, allora anche per ogni uomo si apre lo spazio della vita di comunione con Dio. Gesù di Nazaret offre tutto questo nella sua vita e il mistero della sua esistenza divina non si annulla in quella umana, ma mediante quella rivela la vera vocazione a cui ogni uomo è chiamato: partecipare della natura divina e vivere in pienezza la propria trascendenza oltre il limite della morte. La missione di Gesù - e per conseguenza di quanti credono in lui - è quella di rendere evidente per tutti in ogni tempo senza distinzione alcuna di cultura, razza e lingua che il Padre che ha rivelato è veramente Dio: «Egli ha portato il Dio di Israele ai popoli così che tutti i popoli ora lo pregano e nelle Scritture di Israele riconoscono la sua parola, la parola del Dio vivente. Ha donato l’universalità, che è la grande e qualificante promessa per Israele e per il mondo. L’universalità, la fede nell’unico Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, accolta nella nuova famiglia di Gesù che si espande in tutti i popoli superando i legami carnali della discendenza: ecco il frutto dell’opera di Gesù. È questo che lo qualifica come il “Messia” e dà alla promessa messianica una spiegazione, che ha il suo fondamento in Mosè e nei Profeti, ma che dona a essi anche un’apertura completamente nuova. Il veicolo di questa universalizzazione è la nuova famiglia, il cui unico presupposto è la comunione con Gesù, la comunione nella volontà di Dio» (pp. 144-145).

Una provocazione per la libertà

Non suonerà impertinente definire questo libro una provocazione; di fatto, lo è. Il Vangelo permane come una forte provocazione per quanti vi si accostano. La persona di Gesù non può lasciare in alcuna neutralità; davanti a lui si decide il senso della vita: «La venuta di quell’uomo è una notizia trasmessa fino a oggi, fino a oggi quell’evento è stato proclamato, annunciato, come l’evento di una Presenza. Che un uomo abbia detto: “Io sono Dio” e che questo venga riferito come un fatto presente è qualcosa che richiede prepotentemente una presa di posizione personale. Si può sorriderne, si può decidere di non curarsene: ciò significherà comunque che si è voluto risolvere il problema negativamente, che non si è voluto prendere atto di trovarsi di fronte a una proposta dei cui termini nessuna umana immaginazione potrà fantasticare qualcosa di più grande» (L. Giussani). Egli stesso ha concepito la sua persona e la sua parola come un’offerta a uscire da se stessi per entrare in una vita di relazione alla luce dell’amore. Benedetto XVI con questo libro ha reso un grande servizio alla Chiesa. Ha permesso ai cristiani di ritrovare le ragioni della loro fede, permettendo loro una conoscenza più coerente del mistero in cui credono; nello stesso tempo, ha delineato per quanti sono in ricerca i tratti fondamentali della persona di Gesù e del suo messaggio con un linguaggio moderno e di spessore culturale. Una provocazione che non si nasconde dietro sofismi, ma che affronta direttamente la questione oggi sul tappeto: confrontarsi con Gesù di Nazaret che la Chiesa proclama Cristo e Signore della storia. Se una conclusione può essere raggiunta sulla ricchezza e originalità del Gesù di Nazaret, questa la ritrovo in una semplice espressione che Benedetto XVI scrive; sembra innocua mentre, invece, ha una forza sconvolgente: «Che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: Dio. Ha portato Dio» (p. 67). Una risposta di una semplicità arrendevole che, tuttavia, provoca a riflettere su quest’uomo di duemila anni fa la cui parola permane fino ai nostri giorni come fonte inesauribile di amore in cui immergersi senza mai essere sopraffatti. Non ci ha comunicato nozioni astratte, ci ha condotto direttamente nell’intimo del mistero di Dio facendoci conoscere non più solo il nome, ma mostrandoci il suo volto.

Note

1) R. Guardini, Der Herr, Basel 1944, p. VI, (trad. it. Il Signore, Milano 1976); 2) R. Bultmann, Gesù, Brescia 1972, p. 103. L’opera tradotta in italiano nel 1972 apparve per la prima volta nel 1925; 3) Si può far riferimento al mio R. Fisichella, La rivelazione evento e credibilità, Bologna 20028, 359-507.

© Copyright Liberal n. 42 - agosto-settembre 2007

Messa tridentina: il cardinale Martini insiste nel creare spaccature nella Chiesa


Vedi anche:

BUON COMPLEANNO DON GEORG

Intervista integrale a Mons. Georg Gänswein (traduzione completa in italiano)

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

Secondo alcuni esisterebbero "due Ratzinger": in realta' ne esiste uno solo, l'altro e' un'invenzione dei media!

Il Papa incoraggia la non proliferazione di armi nucleari, il disarmo nucleare e l'uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare

Cari amici, fra poco leggeremo l'ennesimo intervento del cardinale Martini che ha perso un'altra occasione per sostenere il Papa nel suo, non facile, lavoro.
Questa volta si tratta della Messa tridentina: il porporato ci tiene a farci sapere che non la celebrera'. Era necessario? Avremmo fatto volentieri a meno di questa dichiarazione in pompa magna.
Francamente questi interventi, improntati ad un certo conformismo clericale ed ad una certa incapacita' di andare oltre le proprie convinzioni, iniziamo a lasciare il tempo che trovano.
Erano giorni che attendevo di leggere una presa di posizione del genere. Del resto non occorreva essere Maga Maghella per indovinare che cosa avrebbe detto il porporato di cui sopra. Il cardinale poteva benissimo dire la sua (chi gliel'ha mai impedito?), ma, forse, sarebbe stato meglio che rimarcasse la sua obbedienza al Papa visto che il motu proprio "Summorum Pontificum" entrera' in vigore il 14 settembre ed e' un atto pontificio, non un'opinione personale.
Stranamente l'esternazione del cardinale Martini non ha trovato poi cosi' grande eco sui quotidiani (ma tu guarda!) salvo che su "Repubblica" e "L'Unità". Ma che combinazione! Di seguito riportiamo il commento di Korazym, per l'Unita' inseriro' solo i titoli degli articoli perche' non posso visualizzarli, mentre dobbiamo aspettare un po' per l'articolo di Repubblica dal momento che, allo stato, non e' accessibile agli utenti.
Alla fine troverete il mio commento
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Raffaella

L'accoglienza del Motu proprio “Summorum pontificum” /2 Il cardinale Martini: non celebro in latino

di Mattia Bianchi

L'arcivescovo emerito di Milano interviene nel dibattito sulla liberalizzazione del rito tridentino. Sono legato alla liturgia preconciliare, scrive, ma con il Concilio Vaticano II si è fatto un bel passo in avanti.

È una posizione che farà discutere. Nessuna critica al papa e anche spazio ai ricordi personali, ma il cardinale Carlo Maria Martini annuncia che non celebrerà la messa con il messale preconciliare. L'arcivescovo emerito di Milano ne parla in un intervento pubblicato sul supplemento domenicale de “Il Sole 24 Ore”: un testo per confermare il legame alla liturgia antica usata “dalla prima comunione all'ordinazione sacerdotale” e al tempo stesso, chiarire tre concetti che suonano come delle vere e proprie perplessità sulla liberalizzazione decisa da Benedetto XVI.

In primo luogo, il cardinale spiega di non voler usare il messale antico, “perché ritengo che con il Concilio Vaticano II si sia fatto un bel passo avanti per la comprensione della liturgia e della sua capacità di nutrirci con la Parola di Dio, offerta in misura molto più abbondante rispetto a prima". "Di fatto bisogna riconoscere che per molta gente la liturgia rinnovata - continua il card. Martini - ha costituito una fonte di ringiovanimento interiore e di nutrimento spirituale". E anche se ci sono stati degli abusi, ''non mi pare tanti presso di noi''.

"In secondo luogo - sottolinea il cardinale - non posso non risentire quel senso di chiuso, che emanava dall'insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva, dove il fedele con fatica trovava quel respiro di libertà e di responsabilità da vivere in prima persona di cui parla san Paolo ad esempio in Galati 5,1-17". Al contrario, "sono assai grato al Concilio Vaticano II perché ha aperto porte e finestre per una vita cristiana più lieta e umanamente più vivibile”.

La terza spiegazione tira in ballo la comunione e questioni di praticità.

"Pur ammirando l'immensa benevolenza del papa che vuole permettere a ciascuno di lodare Dio con forme antiche e nuove - conclude il cardinale - ho visto come vescovo l'importanza di comunione anche nelle forme di preghiera liturgica che esprima in un solo linguaggio l'adesione di tutti al mistero altissimo". "

E qui confido nel tradizionale buon senso della nostra gente, che comprenderà come il vescovo fa già fatica a provvedere a tutti l'Eucaristia e non può facilmente moltiplicare le celebrazioni ne' suscitare ministri ordinati capaci di venire incontro a tutte le esigenze dei singoli - conclude il cardinale -

Ricavo come valido contributo del 'Motu propio' la disponibilità ecumenica a venire incontro a tutti, che fa ben sperare per un avvenire di dialogo fra tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero".

Korazym

TITOLI DE "L'UNITA'"

Messa in latino un altro no al Papa

Da Welby ai Dico: l'altra linea del porporato

Messa in latino, i tre no del cardinal Martini Non celebrerà con l'antico rito ripristinato da Ratzinger e difende il Concilio Vaticano II: ha permesso la comprensione della liturgia

Questo intervento di Martini e' gravissimo a mio modo di vedere per molte ragioni, la prima delle quali riguarda la disobbedienza nei confronti del Santo Padre. Inoltre il cardinale, dolorosamente o colposamente, mischia le carte e crea confusione.
Innanzitutto, come ha anche affermato Don Georg Gänswein, nell'intervista a Peter Seewald, pubblicata oggi nel blog, le motivazioni ed il fine del motu proprio vanno esattamente in senso contrario rispetto alla volonta' di spaccare la Chiesa in due tronconi. Il cardinale Martini dovrebbe sapere che lo scopo del Papa non e' quello di creare divisioni, ma di unire la comunita' cristiana ed accogliere TUTTI, compresi i tanto vituperati tradizionalisti (e non parlo degli scismatici!)
Chi vuole creare spaccature? Il Papa con la sua benevolenza o certi vescovi e cardinali che dichiarano di non volere celebrare la Messa tridentina in nome di una supposta adesione al Concilio?
Ricordi il cardinale Martini che Papa Benedetto, e non lui, era presente al Concilio Vaticano II in qualita' di perito. Joseph Ratzinger era gia' un teologo di fama internazionale a 35 anni! Chi puo' dire lo stesso?
Inoltre il cardinale Martini, deliberatamente, divide la comunita' cristiana in due tronconi: coloro che hanno buon senso (i buoni) e non si azzardano a chiedere al Vescovo (???) la Messa tridentina e coloro che non hanno buon senso (i cattivi) e osano pretendere la celebrazione secondo l'antico rito.
Qui ci sono due errori, uno pastorale, l'altro giuridico: innanzitutto non si capisce perche' debbano esistere cattolici di serie A (quelli che hanno buon senso) e quelli di serie B (quelli che si permettono di richiamarsi al motu proprio). E' proprio Martini a creare quella spaccatura che invece il Papa vuole superare!
In secondo luogo siamo di fronte ad un errore giuridico: i fedeli non chiedono la celebrazione della Messa tridentina ai vescovi, ma ai parroci. Il vescovo ha un compito importantissimo: funge da arbitro nel caso di controversie fra i parroci ed i fedeli. Non solo, cara eminenza, il motu proprio afferma all'art 7
:

Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all'art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo e' vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non puo' provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia ''Ecclesia Dei''.

E' esattamente il contrario di cio' che afferma il cardinale Martini, il quale, dolosamente o colposamente, crea confusione e, in un certo senso, "intimidisce" vescovi, sacerdoti e fedeli.
Inoltre pensiamo alla possibile conseguenza di tali affermazioni: quanti parroci e vescovi, per COMODITA', si appelleranno alle parole di Martini per aggirare il motu proprio? E' gia' successo in politica, quando certe incaute dichiarazioni hanno fatto dire a qualcuno: "la legge sui DICO e' stata ispirata dal cardinale Martini".
Troppe volte questo porporato si mette contro il Papa e non e' corretto per due ragioni: e' un cardinale ed ha prestato giuramento al Papa; e' un gesuita ed ha fatto il quarto voto: obbedienza al Papa. Si tratta, quindi, di un doppio voto di obbedienza che spesso si dimentica...vero?
Ah, ultima annotazione: il cardinale non ha visto poi cosi' tanti abusi liturgici "da noi". Suppongo che si riferisca alla diocesi di Milano. Strano! Io ne faccio parte e li ho visti! Inoltre non mi pare che le chiese dell'arcidiocesi trabocchino di fedeli
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Raffaella