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18 gennaio 2008

Il cardinale Cottier ripropone i contenuti e le novità del "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger (Osservatore Romano)


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Il cardinale Cottier ripropone i contenuti e le novità del "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger

Ridare alla fede il diritto di cittadinanza contro ogni pregiudizio

Francesco M. Valiante

In otto mesi ha venduto più di due milioni di copie, ma non è quello che si dice un libro facile o popolare. Parla di Cristo, eppure è stato scritto anche per i non cristiani e per coloro che non credono. È l'opera di un Pontefice, che però non si sottrae a rilievi e critiche. Nasce da un'esperienza di fede, ma va giudicato anzitutto con il metro della ragione e dell'intelletto.
È una lettura tutt'altro che scontata o convenzionale quella che il cardinale Georges Marie Martin Cottier, Pro-Teologo emerito della Casa Pontificia, propone del "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger.
In questa intervista a "L'Osservatore Romano", il porporato domenicano parte proprio dal successo editoriale del volume - la cui diffusione toccherà quest'anno ben cinquanta Paesi del mondo - per riproporre i contenuti e le novità di un testo che non ha a che fare solo con la ricerca teologica ma con la storia e con il pensiero dell'uomo.

Non la sorprende che un libro del genere abbia raggiunto in così pochi mesi una tale popolarità?

Direi proprio di no, anche se io sono dell'avviso che questo non possa essere considerato un libro popolare in senso stretto. È sicuramente un libro difficile. Non tanto sul piano del linguaggio, che in realtà è molto chiaro, limpido: il Papa usa pochissimi termini riservati solo agli addetti ai lavori. Piuttosto sul piano della problematica, che appartiene anzitutto alla storia del pensiero prim'ancora che all'esegesi. Si tratta di una riflessione sulla natura della teologia. E, come tale, presuppone una certa cultura teologica.

Questo vuol dire escludere dal novero dei lettori coloro che non credono o non sono cristiani?

Certamente no. Io penso che ci si debba accostare ad ogni libro - quindi anche ad un testo del genere - sforzandosi di comprenderne il senso profondo, ma anche esercitando la propria personale riflessione. E questo possono farlo tutti. Quando leggo un libro, cerco di capirlo e perciò mi pongo delle domande. È l'istanza critica. Ed è del tutto legittima. Un libro ci fa pensare, ci trasmette un messaggio che non dev'essere ricevuto in maniera passiva. È un messaggio vivo, che nutre lo spirito. Ciò vale a maggior ragione per un libro che parla di Gesù Cristo.

Ma per leggere queste pagine è necessaria la fede o basta esercitare la ragione?

È evidente che fede e ragione non si contraddicono. Ma direi di più: una lettura semplicemente razionalista del libro è certamente possibile, ma non per questo è più oggettiva. Tutte le persone che pensano hanno alle spalle, in qualche modo, una filosofia. Nessuno è assolutamente neutrale. Nel campo dell'esercizio della ragione, il presupposto di fede del cristiano ha diritto di cittadinanza allo stesso modo del presupposto di chi si ritiene un razionalista. I razionalisti non sono i rappresentanti della ragione in assoluto, ma i rappresentanti della loro ragione particolare, concreta. Per il credente la teologia deve essere considerata come la ragione che medita sul dono ricevuto dalla luce della fede. Per me che credo, per esempio, la lettura del libro coinvolge anzitutto la sfera della fede. Tuttavia essa sollecita anche il mio pensiero, l'intellectus fidei: cerco di penetrare con l'intelletto ciò in cui credo. In questo senso, il lavoro del Papa - come ogni testo di teologia - è un aiuto ad esprimere, approfondire e vivere la propria fede.

Eppure lei stesso ha riconosciuto che anche per un credente la sua lettura non è sempre agevole.

Ho detto che, in effetti, presuppone un minimo di cultura teologica. Ma questo non è un ostacolo insuperabile. Il libro, per esempio, potrebbe essere letto anche in gruppi parrocchiali, guidati da un sacerdote che aiuti gli altri ad aprirsi ad una lettura più profonda della Scrittura. Tutte le sue pagine sono indirizzate verso Gesù Cristo, verso le prime testimonianze raccontate nei testi sacri. Dunque, è un aiuto alla lettura dei Vangeli; ma un aiuto che parte dalla ricerca esegetica - qualche volta anche discutibile - sviluppatasi nel corso dell'ultimo secolo e che quindi suppone una certa conoscenza delle fonti, dei metodi, delle forme d'interpretazione della Bibbia lungo la storia. Del resto, la Sacra Scrittura come tale è il libro del popolo di Dio. E il luogo privilegiato - anche se non esclusivo - di lettura di questo libro, come di tutti i libri del genere, è la Chiesa.

La ricerca di Benedetto XVI si può considerare una novità nel campo dell'indagine biblica o soltanto un'opera di valutazione e di sistematizzazione del lavoro svolto sinora dagli esegeti?

Penso che si tratti di un libro nuovo. Già nella premessa il Papa rivela che il testo è frutto di un lungo cammino interiore. Egli fa riferimento alla propria formazione culturale e racconta che da giovane - io sono un po' più anziano di lui e quindi ho gli stessi ricordi - ha letto delle belle vite di Gesù, tra cui quelle di Guardini, di Papini, di Karl Adam, di Daniel-Rops. Dopo quegli anni, una certa parte dell'esegesi ha cominciato a mettere in discussione la storicità dei Vangeli e della Sacra Scrittura. Sicché si è arrivati ad una distinzione, trasformatasi poi in una vera e propria frattura: da una parte il Cristo della fede, che viviamo nei sacramenti, nella liturgia, nella vita quotidiana; dall'altra il Cristo della storia. Sul quale - è stato sostenuto - la stessa scienza storica non può dirci praticamente nulla. Si è introdotta così in molti studiosi una sorta di schizofrenia spirituale, che ha portato qualcuno - penso per esempio a Bultmann - ad approdare a forme di radicalismo. Tanto che ad un certo punto si è cominciata ad affermare l'impossibilità di scrivere una vita di Gesù. Si trattava di una sfida cruciale, decisiva. Così il cardinale Ratzinger, ora divenuto Papa Benedetto XVI, ha accettato questa sfida.

E come ha risolto il problema del rapporto tra il Gesù storico e il Gesù della fede?

In questo libro il Papa sostiene, in maniera molto convincente, che il Gesù del quale ci parlano i Vangeli è veramente il Gesù della fede. E lo fa a partire da un giudizio sull'uso del metodo storico-critico nell'esegesi. Egli non rigetta questo metodo, anzi ne riconosce il valore. Ma mostra che esso, in quanto tale, ha dei limiti. Per questo, farne un metodo assoluto è un errore. Vi sono altre possibilità di lettura della Bibbia. Dalle quali emerge, oltretutto, che i testi sacri non sono scaturiti da una collettività intesa in senso generico, ma da autori ispirati. Proprio questa ispirazione che viene da Dio è il fondamento dell'unità della Sacra Scrittura. Gli autori biblici non scrivono come letterati, ma come "mandati", ossia come membri del popolo di Dio, quindi condotti e guidati da Dio.

Questo significa che occorre andare oltre la lettera del testo sacro?

C'è un aspetto interessante da rilevare in proposito. Le parole della Bibbia sono spesso riprese in più di un libro sacro e ogni volta manifestano delle potenzialità nuove, di cui l'autore stesso non è sempre consapevole. Questo è frutto dell'ispirazione divina. I testi biblici non sono chiusi in se stessi, ma comportano un'apertura verso il futuro. È, in definitiva, la visione cristiana: tutta la Bibbia converge verso Cristo. Il libro ricompone così la frattura tra il Gesù storico e il Gesù della fede, mostrando chiaramente che la lettura vera di Cristo è la fede. Si tratta di un aspetto molto importante, perché la visione razionalista afferma invece che la dottrina cristiana si costruisce solo a partire dalla lettera, dagli elementi scientificamente sicuri della Sacra Scrittura. Questo non è vero. È la fede stessa che permette di leggere in profondità i testi della Bibbia rispettando pienamente le esigenze scientifiche.

Ma così ritorniamo alla questione di partenza: com'è possibile conciliare la prospettiva di fede con l'uso del metodo storico-critico?

Il Papa dice che la fede non è rinuncia alla serietà scientifica, tutt'altro. Il metodo storico-critico, infatti, ha per noi un valore particolare: ci obbliga ad essere attenti alla storia. E la fede cristiana si poggia su fatti reali. Il discorso biblico non è un discorso simbolico, ma storico. Il cristianesimo non si può capire senza la storia. In questo senso, il libro dà risposte esaurienti a due grandi tentazioni che vedo presenti nel pensiero contemporaneo. La prima è quella che definirei "marcionismo" - dal nome dell'eretico dei primi secoli Marcione - che rigetta totalmente l'Antico Testamento per riferirsi soltanto al Nuovo Testamento, perdendo così il senso della continuità tra i testi sacri: continuità che, ovviamente, non vuol dire omogeneità, in quanto bisogna fare i conti con la novità assoluta di Cristo. La seconda tentazione, che ritroviamo per esempio in Hegel, è lo gnosticismo. In base ad esso, i fatti storici sono visti come simboli, come traduzioni - immaginarie o concrete - di entità che sono metafisiche. Di fronte a queste tentazioni, occorre affermare la storicità del Vangelo, che è alla base della fede cristiana.

A proposito del rapporto tra Antico e Nuovo Testamento, il Papa dedica pagine intense alle radici ebraiche della fede, in particolare riferendosi all'opera del rabbino Jacob Neusner. In questo senso, il libro può favorire il dialogo con gli ebrei?

Certo, è questa è la miglior riprova del fatto che non è stato scritto solo per i cristiani. Nel confronto a distanza che il Papa fa con Neusner ci sono due aspetti esemplari che valgono per ogni dialogo. Il primo è il rispetto, la stima reciproca: non devono esserci ambiguità, ciascuno deve poter dire ciò che pensa. Il secondo sta nel coraggio di affermare e di accettare le differenze. Non bisogna avere una visione utilitaristica del dialogo, che miri ad ottenere un consenso ad ogni costo. Ognuno deve riconoscere i problemi. Certo, lo scopo del dialogo è anche quello di unirci: su molti punti possiamo collaborare e agire insieme, perché abbiamo valori comuni. Ma laddove restano le divergenze, il rispetto diventa una cosa essenziale. Questo vale per ogni dialogo, anche per quello con l'islam.

Il teologo Ratzinger che cosa vuol dire ai suoi colleghi studiosi attraverso questo libro?

Non c'è dubbio che la sua opera indichi una pista precisa per il lavoro teologico, in una linea del tutto conforme alle istanze del Concilio Vaticano II, in particolare della Dei Verbum, la quale afferma che l'anima della teologia è la Sacra Scrittura. Joseph Ratzinger è un teologo che ha preso la penna dopo aver letto attentamente tutto il lavoro degli esegeti. Mi ha molto colpito il fatto che, nella premessa al volume, egli si riferisca anche a due lavori della Pontificia Commissione Biblica, della quale è stato presidente: Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana e L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa. Si tratta di un aspetto molto interessante, perché rivela che la problematica del libro era anche la problematica personale del teologo Ratzinger. Credo perciò che questa opera aiuterà anzitutto i teologi a capire come oggi il loro lavoro debba partire sempre dal testo sacro: cosa che, del resto, hanno sempre fatto nel corso dei secoli i grande teologi, a cominciare dai padri della Chiesa e da san Tommaso d'Aquino, i quali sono stati prima di tutto lettori della Scrittura.

Il Gesù proposto da Benedetto XVI può ancora parlare all'uomo dopo duemila anni?

Il vero Gesù è il Risorto che siede alla destra del Padre, il Vivente nella Chiesa. Dunque, il Vangelo è sempre attuale. Non possiamo credere che Gesù sia presente ogni giorno nell'Eucaristia e pensare invece che la parola appartenga definitivamente al passato. Il Vangelo è vita. È parola vivente del popolo vivo che è la Chiesa: un popolo che si esprime nella parola, è guidato dalla parola, si ritrova nella parola. Perciò il suo luogo privilegiato è la liturgia. I due momenti principali della messa sono appunto la liturgia della parola e la liturgia eucaristica. Costituiscono un'unità, come afferma il Concilio Vaticano II.

Che rapporto c'è tra questa attualizzazione della parola e la tradizione?

Nella Scrittura si trova la tradizione vivente, che è affidata alla Chiesa. Ma la Chiesa non è un museo. Essa vive della parola. In essa si sviluppano tutte le potenzialità della parola. Questo avviene già all'interno della Bibbia stessa, ma si realizza anche nell'ambito della vita della Chiesa. Che cosa vuol dire che la Scrittura è viva? Vuol dire che rivela continuamente le sue potenzialità e così illumina anche i problemi sociali e morali che sono sorti in tempi successivi a quello di Cristo. Gesù è venuto in un momento preciso della storia. Ma è venuto per rimanere nella storia. La Chiesa è la continuazione di Cristo. E i cristiani non possono non pensare ai problemi concreti alla luce della fede.

Ritorniamo alla popolarità del libro. Come si spiega, secondo lei, il successo che in questo periodo riscuotono anche altri libri su Cristo, di segno diametralmente opposto a quello del Papa?

Diciamo anzitutto che il successo di queste opere sembra coincidere con il diffondersi di una certa sete religiosa, di un interesse per le tematiche della fede. Ma si tratta di un interesse molto ambiguo. Ci sono quelli che vogliono veramente conoscere Gesù. E ci sono quelli per i quali Gesù è una figura scomoda, imbarazzante o addirittura da combattere. In ogni caso, il libro del Papa ha una qualità che nessuno può negare: la sua onestà scientifica. Una qualità che sinceramente non trovo in tutti gli altri libri. Certo, ci sono testi rigorosi e onesti su Gesù scritti anche da non credenti. Ma c'è una vasta letteratura di ispirazione radicalmente anticristiana. Direi comunque che tutto questo appartiene alla lotta permanente che la Chiesa deve affrontare nel mondo. Mi sembra, anzi, che sia da considerarsi un buon segno, perché vuol dire che il cristianesimo non lascia indifferenti. Resto comunque convinto che dietro questi fenomeni si possa riconoscere un'aspirazione religiosa diffusa, alla quale dobbiamo rispondere. E questo libro è certamente una bella risposta.

Il Papa stesso, nella premessa al volume, non si sottrae agli eventuali giudizi critici nei confronti della sua opera. Nell'ambito del dibattito aperto sul libro, ci sono rilievi o osservazioni che lei si sente di fare?

Devo confessare di non aver letto il volume con questo spirito. Certamente un esegeta potrebbe avanzare dei rilievi. L'interpretazione di un testo non è sempre univoca. Del resto, questa è la sorte di ogni libro. Nessun'opera può considerarsi esauriente. A maggior ragione, i testi difficili e complessi suscitano più facilmente divergenze interpretative. Io comunque l'ho trovato un lavoro pensato e ponderato molto seriamente. Del resto, è significativo che, soprattutto su alcuni punti controversi, lo stesso Joseph Ratzinger non si sottragga alla discussione ed entri personalmente nel dibattito con grandi esegeti come Rudolf Schnackenburg o Pierre Grelot. In questo senso, il libro può essere a sua volta la base per una discussione. Tuttavia, suggerirei di essere attenti su questo punto, perché mi sembra che oggi si sia diffusa una sorta di moderna malattia: quella di affrontare un testo con il pregiudizio della critica. È Nietzsche che parla della diffidenza metodologica. Ma, a mio giudizio, il primo approccio con un libro non dev'essere di diffidenza, quanto piuttosto di accoglienza, pur senza perdere il senso critico. Lo stesso vale per "Gesù di Nazaret".

È sufficiente questo lavoro per cogliere pienamente il pensiero di Joseph Ratzinger su Gesù o sarà necessario aspettare l'annunciata seconda parte?

Io nutro una grande attesa per il secondo volume, in particolare per la parte in cui tratterà della passione di Gesù e del mistero pasquale. L'inno cristologico della lettera ai Filippesi, citato nella premessa al primo libro, apre idealmente proprio al mistero della croce. Nella stessa premessa il Papa anticipa che la seconda parte del suo lavoro conterrà anche un capitolo sui racconti dell'infanzia di Cristo, che, com'è noto, sollevano problemi e questioni particolari. Personalmente sono molto curioso di leggerlo. E, a quanto sembra, non ci sarà da attendere molto.

(©L'Osservatore Romano - 16 gennaio 2007)

9 gennaio 2008

Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Intervista di Zenit a Padre Estrada, docente di Nuovo Testamento)


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Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Parte I)

Intervista a padre Bernardo Estrada, docente di Nuovo Testamento

Di Mirko Testa

ROMA, lunedì, 7 gennaio 2008 (ZENIT.org).- La consistenza storica dei Vangeli canonici sta nella loro stessa genesi, cioè nella continuità tra la predicazione di Gesù, la predicazione apostolica e la loro redazione.

Ad affermarlo in questa intervista a ZENIT è padre Bernardo Estrada, Ordinario di Nuovo Testamento presso la Facoltà di Teologia dell'Università della Santa Croce (Roma), il quale cita anche alcune testimonianze extrabibliche che avvalorano il contenuto dei Vangeli.

Innanzitutto, ci spieghi il percorso che ha portato alla redazione dei Vangeli?

Padre Estrada: Possiamo dire che i Vangeli iniziano con la predicazione di Gesù, il quale non ha scritto di proprio pugno praticamente nulla se non quelle poche parole tracciate sulla sabbia quando gli venne presentata una donna colta in adulterio. Di Gesù Cristo si sa soprattutto che predicava. C’è da rilevare a questo riguardo che l’esigenza di predicare e insegnare a memoria era una abitudine costante del tempo, perché la scrittura era impraticabile in condizioni normali.
Tuttavia dopo la passione e morte di Gesù, la predicazione della Chiesa si è fondata proprio sull'evento pasquale.

E' questo il fondamento di tutta la nostra fede, non solo perché Paolo lo dice alla fine della Lettera ai Corinzi ma perché proprio il kerygma, l'annuncio fondamentale della Chiesa dopo la Pentecoste, è stato “Gesù Cristo crocifisso e risorto”. Il Vangelo come tale era, come afferma San Paolo, proclamazione del “gioioso messaggio” che Dio ci ha salvati dalla morte eterna con la morte e risurrezione del suo Figlio Gesù.

Solo nella seconda metà del II sec. San Giustino nello scrivere nel 160 la sua Apologia afferma che le memorie degli Apostoli vengono chiamate Vangeli. E' la prima testimonianza in cui si passa dal Vangelo come annuncio predicato al Vangelo come testo.

Dopo questa dichiarazione apostolica possiamo dire che gli autori sacri, cioè gli evangelisti di cui almeno due erano apostoli sono giunti alla stesura dei libri. Per questo si può dire che i Vangeli hanno una consistenza storica, perché riflettono questi tre stadi nella loro formazione con una continuità che non ha mai smesso di esistere. Una continuità che lega insieme la predicazione di Gesù, la predicazione apostolica e la redazione del Vangelo.

I Vangeli “canonici”, cioè quei Vangeli accolti dalla Chiesa per la loro origine “apostolica” e per la loro “conformità con la norma della fede” delle primitive comunità cristiane e delle maggiori Chiese di origine apostolica, sono stati composti tra il 60 e il 100 d.C. Quali sono i criteri che ne testimoniano la storicità?

Padre Estrada: Gli esponenti più radicali della critica storica ritenevano che ci fosse una distanza tale tra la redazione dei Vangeli e la vita di Gesù che tutta una generazione di testimoni oculari era svanita. Ma questo non è vero. Infatti, il primo Vangelo, che si sa essere stato scritto da Marco, risale all'anno 64 d.C., ovvero 34 anni dopo la data probabile della morte di Gesù. In quegli anni cosa si è fatto? Essenzialmente si è predicato il Vangelo in diversi luoghi, si è ruminato su quell'annuncio, fornendo ad esso una sistemazione teologica, che è quello che fa Paolo. Infatti i Vangeli sono stati scritti dopo che Paolo ha elaborato praticamente tutta la sua teologia. Intorno al 64 d.C. tutte le Lettere erano state scritte, comprese quelle pastorali, se è vero che lui ne fu l'autore. Possiamo dire che in quegli anni i Vangeli hanno subito una evoluzione più teologica che non biografica, perché i fatti e i detti della vita di Gesù erano già accertati.

Allora, quali sono i criteri per poter separare con una certa sicurezza ciò che è storico da ciò che non lo è? Nella seconda metà del XX sec. sono stati sviluppati diversi criteri storici, tra cui quello della “discontinuità”, che si concentra su quelle parole o quei fatti di Gesù che non possono derivare né dal giudaismo del tempo di Gesù né dalla Chiesa primitiva dopo di lui. Ad esempio, nel Vangelo di Matteo Gesù si confronta criticamente con le Scritture e con Mosè, come nessun rabbino avrebbe mai fatto, rivelando la superiorità della nuova legge da lui proclamata che non ricalca lo stile esteriore dei farisei ma ha sede nell'intimità del cuore.
Un altro criterio è quello che viene chiamato dell' “imbarazzo”, secondo cui la Chiesa non avrebbe mai comunicato un fatto che avrebbe umiliato Gesù, a partire dalla croce che è il caso più emblematico e paradigmatico. Il battesimo ad opera di Giovanni se non fosse avvenuto realmente non sarebbe venuto in mente a nessun autore. Così come l'apparizione alle donne, perché a quel tempo le donne non erano testimoni qualificati a Israele.

Le notevoli affinità tra i testi di Matteo e Luca hanno portato diversi studiosi ad affermare l'esistenza di una fonte comune, tale da far pensare che si rifacessero in realtà a fonti indirette e non di prima mano. Lei che ne pensa?

Padre Estrada: Possiamo ammettere che i Vangeli di Matteo e di Luca abbiano avuto una fonte comune, perché esiste una serie di narrrazioni, soprattutto di detti, che non appaiono in Marco. Ma ciò che stupisce non è che Matteo e Luca abbiano avuto una fonte comune, quanto le loro differenze. Per esempio tutti e due raccontano dell'infanzia di Gesù, ma ciascuno lo fa attraverso degli eventi che l'altro nemmeno conosce. In Matteo il protagonista dell'infanzia di Gesù è Giuseppe, mentre in Luca è Maria. Se ci fossero state troppe affinità ciò avrebbe potuto far supporre che vi era stato un accordo fra i due. Evidentemente i due evangelisti avevano una fonte propria cui attingere e un'altra che hanno condiviso.

Esistono fonti storiche indipendenti dai Vangeli canonici che ne avvalorano il contenuto?

Padre Estrada: La storicità dei Vangeli viene avallata solo dai Vangeli stessi, mediante la loro formazione. Esistono tuttavia delle testimonianze extrabibliche che non sono da disprezzare.
La prima è quella di Plinio il Giovane, che fu proconsole della Bitinia negli anni 111-113 d.C., e che in una delle epistole inviate all’imperatore Traiano scrive che i cristiani erano “soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio”. Quindi, afferma che erano convinti della divinità del Cristo.
Svetonio, invece, nella sua opera “Vita dei dodici Cesari”, riferendo un fatto accaduto intorno al 50 d.C., afferma che Claudio “espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine” (Vita Claudii XXIII, 4). Svetonio scrisse “Chrestus” in luogo di “Christus”, non conoscendo la differenza tra giudei e cristiani, e per la somiglianza tra Chrestòs, che era un nome greco molto comune, e Christòs che voleva dire l' “unto”, il “Messia”. Qundi esistevano a Roma giudeo cristiani e – direi – ebrei non convertiti che disputavano fra di loro su Cristo e che potevano apparire agli occhi dell’autorità romana come causa di disordine pubblico.
E poi c'è la testimonianza dello storico romano Tacito che negli Annali narra dell'incendio scoppiato a Roma nel 64 d.C., di cui fu accusato l'imperatore Nerone, il quale fece di tutto “per far cessare tale diceria”, e per questo “si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani”. Tacito afferma inoltre che l'“origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso” (Ann. XV, 44).


Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Parte II)

Intervista a padre Bernardo Estrada, docente di Nuovo Testamento

Di Mirko Testa

ROMA, martedì, 8 gennaio 2008 (ZENIT.org).- I vangeli apocrifici non ci permettono di conoscere realmente Gesù, ma ci mostrano l'evoluzione del cristianesimo.

Ad affermarlo è padre Bernardo Estrada, il quale è convinto che gli apocrifi, pur non dicendo nulla di più rilevante a livello storico rispetto a quanto già affermato dai Vangeli canonici, ci permettano tuttavia di osservare la nascita di alcune tradizioni che hanno influito sulla religiosità popolare e sull'arte sacra cristiana.

L'elenco completo dei 27 libri del Nuovo Testamento viene fissato per la prima volta con Atanasio di Alessandria nel 367 d.C. Come si arriva a scegliere questi quattro Vangeli nel canone delle Scritture?

Padre Estrada: Già prima della fine del II secolo, sant'Ireneo Vescovo di Lione e martire afferma in un celebre passo che “poiché il mondo ha quattro regioni e quattro sono i venti principali [...] il Verbo creatore di ogni cosa [...] rivelandosi agli uomini, ci ha dato un Vangelo quadruplice, ma unificato da un unico Spirito” (Contro le eresie III 11, 8).

La Chiesa aveva già definito allora i quattro testi che venivano usati nella liturgia. Vent'anni prima di Ireneo anche Giustino parla dei quattro Vangeli o della memoria degli Apostoli che venivano menzionati o letti durante le celebrazioni eucaristiche. Allora come si è arrivati a questa selezione? In realtà si è arrivati attraverso un processo in cui lo Spirito Santo si è aperto un varco in modo naturale e spontaneo. Quando veniva diffuso un testo che affermava qualcosa di strano, gli stessi fedeli, uniti sotto il loro pastore, lo respingevano. Quindi non sono stati disposti da nessuno anche se nel II sec. vi era la coscienza che il Vangelo fosse quadruplice: ovvero uno solo, poiché una sola è la predicazione sulla vita, le opere e le parole di Gesù, ma con quattro immagini diverse, ognuna delle quali offre un tocco personale.

L'altra questione che si pone ora è come mai la tradizione apostolica sia giunta a inserire tra i Vangeli canonici anche il Vangelo di Giovanni, il più diverso rispetto agli altri in quanto a contenuto ed esposizione, intessuto spesso di riflessioni spirituali e teologiche. Inoltre alcuni studiosi attribuiscono la paternità di questo scritto a discepoli appartenenti a diverse “scuole giovannee”, come si può notare in questo passo: “Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera” (Gv 21, 20)...

Padre Estrada: Non va a scapito della storicità dei Vangeli il fatto che i loro autori non fossero necessariamente i quattro che vengono menzionati nei titoli. Vorrei direi anche che nemmeno c'è motivo di dubitare se non ci sono delle ragioni serie. Per quanto riguarda il Vangelo di Giovanni è certo che un nucleo risalga all'apostolo, ma che ci sarebbero stati dei discepoli che avrebbero riflettuto su quelle parole di Gesù e avrebbero trovato altre fonti e redatto un Vangelo che un po' si discosta dagli altri. Infatti è il Vangelo più spirituale, dove non si parla mai della crocifissione e della sofferenza, perché per l'evangelista Giovanni, l'ora della passione si identifica con la glorificazione e la suprema "elevazione" di Gesù.

Giovanni presenta già la missione del Cristo a partire dalla Resurrezione. E' un Cristo che ha trionfato e vinto sulla morte. D'altra parte è impossibile spiegare il racconto così dettagliato e crudo della Passione, se non alla luce della piena convinzione degli evangelisti riguardo alla Resurrezione. Altrimenti sarebbe stato semplicemente masochismo! La sofferenza è servita per la nostra salvezza.
Giovanni riporta moltissimi dialoghi di Gesù con il Padre, come se non toccasse la terra, ma fosse costantemente immerso nella contemplazione del volto di Dio e già glorificato. Mentre negli altri Vangeli Gesù è un uomo con tutte le sue caratteristiche e i suoi limiti umani. Il fatto che il Vangelo di Giovanni sia stato ritoccato da una comunità di discepoli, che si trovava probabilmente a Efeso, e ampliato o forse assemblato in un altro modo trova riscontro nel passo che lei ha citato, e che viene rienuto una appendice, una aggiunta posteriore da parte di un discepolo che fa di Giovanni un testimone verace. Infatti se si legge il cap. 20 si capisce che siamo di fronte a una conclusione: “Queste cose sono state scritte affinché voi crediate che Gesú è il Cristo il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (Gv 20, 31).

Luca nel suo Vangelo, composto intorno agli anni '80 del I sec., accenna ai “molti altri” che hanno scritto sulla vicende di Gesù, quasi a testimoniare l'esistenza di una moltiplicità di Vangeli, quegli stessi Vangeli in seguito ritenuti apocrifi...

Padre Estrada: In realtà, quando Luca inizia il prologo al Vangelo e dice “poiché molti hanno posto mano a stendere un racconto sugli avvenimenti successi tra noi”, non si sta riferendo a dei libri ma alle testimonianze di tante persone che hanno ricevuto la predica apostolica e che hanno tentato di mettere per iscritto i fatti e le parole di Gesù.
Di certo quelle sono le fonti alle quali hanno attinto anche gli evangelisti. Ma da ciò non dobbiamo dedurre necessariamente che si trattasse di libri veri e propri. Forse Luca, che aveva davanti a sé il Vangelo di Marco, si era reso conto che altri tentarono di mettere per iscritto o in ordine i fatti legati alla vita di Gesù. Non è detto, però, che nel II sec. fossero diffusi i Vangeli apocrifi. Il più antico frammento del Vangelo di Tommaso risale alla fine del II sec., che probabilmente è la data di composizione di quel Vangelo. Non prima. Mentre noi sappiamo che molti Vangeli si fanno datare al I sec. anche dalle citazioni contenute nella Prima lettera di Clemente, un testo attribuito a Papa Clemente I (88-97) scritto in greco verso la fine del I sec.
Nella Didachè o Dottrina dei dodici Apostoli, che può essere considerata come il più antico catechismo cristiano, essendo stata scritta qualche decennio dopo la morte di Cristo, si cita il “Padre Nostro” , così come noi lo recitiamo oggi
Poi sappiamo che il più antico frammento del Nuovo Testamento è contenuto nel papiro Rylands (P. 52), che riporta parti del Vangelo di Giovanni e risale circa al 125 d.C., ed è quindi una copia scritta a meno di 30 anni dall’originale.

Sebbene scartati perché non contenenti verità divinamente rivelate, alcuni Vangeli apocrifi sono giunti fino a noi in lunghi frammenti come il Vangelo copto di Tommaso o il Vangelo di Pietro, trovando anche utilizzo tra i monaci cristiani della Siria e dell'Asia minore. Che valore hanno? Aggiungono informazioni di qualche utilità al racconto dei quattro evangelisti?

Padre Estrada: Innanzitutto, è necessario dire che tra i Vangeli apocrifi ce ne sono alcuni che nel presentare la figura di Gesù o nel riproporne l'insegnamento si ispirano allo gnosticismo, che è quella teoria filosofico-religiosa che nei primi secoli del cristianesimo (I-IV) si contrappose violentemente alla Chiesa cattolica. Nel 1945, nel villaggio di Nag Hammadi, nell'Alto Egitto, venne scoperta un'antica biblioteca copta che custodiva 13 codici, tutti scritti nel IV sec., alcuni dei quali riportavano detti di Gesù, per esprimere tuttavia concetti non cristiani.

Tutti gli studiosi concordano, ad esempio, nell'affermare che il Vangelo di Tommaso – quello che ha suscitato maggiore interesse – sia un Vangelo gnostico che presenta le dottrine e gli orientamenti di una comunità nata come eresia all'interno del cristianesimo e che pretendeva di applicare a Gesù la salvezza e tutti i principi della fede cristiana secondo il proprio punto di vista. Essi infatti non riconoscono la morte in croce, perché la sola salvezza verrebbe dalla “gnosi”, cioè dalla conoscenza.

Mentre la materia è sempre causa di peccato o legata al demonio. Il Vangelo di Tommaso, come gli altri Vangeli gnostici, si limita a riportare dei detti di Gesù senza inserirli nella narrazone di quanto egli compie. E' una specie di “Confucio cristiano” del II sec.

A questo punto possiamo domandarci: i Vangeli apocrifi contengono qualche verità? Certamente. Ad esempio i protovangeli ci raccontano i primi anni di vita di Gesù. A questo proposito, quello più famoso è il Protovangelo di Giacomo, attribuito a Giacomo, figlio di Giuseppe, che lo avrebbe avuto, insieme con tre fratelli e due sorelle, da un matrimonio precendete a quello con Maria.

Questo testo ha avuto una certa influenza nella tradizione e nell’iconografia, tanto che la presenza del bue e dell’asinello nella grotta della Natività e il nome dei genitori di Maria, Gioacchino e Anna, ci giungono proprio da questa fonte.
Certamente il contenuto dei Vangeli apocrifi può differire. Alcuni contengono delle verità, delle amplificazioni fantasiose rispetto ai Vangeli canonici e un gusto teatrale proprio di un cristianesimo popolare, pur rimanendo nell'alveo dell'ortodossia; mentre molti altri, soprattutto quelli di orientamento gnostico contengono delle falsità perché vogliono convincere sulla validità della loro eresia.

Sotto il profilo storico, non ci dicono nulla di più di quanto sappiamo già dai Vangeli secondo Matteo e secondo Luca, dai quali essi dipendono. La loro intenzione non è storica, essi voglio fare opera di edificazione. Di fronte alla sobrietà dei Vangeli che raccontano anche realtà soprannaturali in maniera “naturale” e asciutta, senza aggiungere circostanze inutili, si è scelto di andare incontro al desiderio del popolo cristiano aggiungendo in maniera più ampia e colorita dei particolari per evidenziare aspetti e vicende dell'infanzia e della prima giovinezza di Gesù e Maria. Ma di fatto in tal modo essi offrono un’immagine di Gesù non conforme alla realtà, come accade nel Vangelo dell'infanzia di Tommaso, dove viene descritto come un bambino già in grado di compiere miracoli.

Quindi, si può dire che se non avessero contenuto anche un piccolo nucleo di verità nessuno li avrebbe accettati. La loro importanza sta nel fatto di mostrare un'epoca, uno sviluppo del cristianesimo, una confluenza di diverse correnti teologiche e religiose. La loro utilità sta nel riuscire a mostrare l'evoluzione del cristianesimo.

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5 gennaio 2008

Il 2008 di Papa Benedetto (Accornero per "L'Eco di Bergamo")


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In aprile il Papa parlerà all'assemblea generale dell'Onu

Pier Giuseppe Accornero

Dal discorso degli auguri per il nuovo anno che terrà in Vaticano lunedì 7 agli ambasciatori dei 174 Stati accreditati presso la Santa Sede a quello all'assemblea generale delle Nazioni Unite a New York in aprile; dall'«Anno paolino» nel bimillenario della nascita alla Giornata mondiale della gioventù che lo vedrà a Sydney in luglio; dal pellegrinaggio a Lourdes nel 150º delle apparizioni della Vergine a Bernardette Soubirous al Sinodo dei vescovi in ottobre sulla «Parola di Dio».
Il 2008 sarà per Benedetto XVI un anno impegnativo: governo della Chiesa, dialogo ecumenico, confronto con le altre religioni, una o due probabili encicliche.

I viaggi all'estero e in Italia

Al momento sono fissate sei visite. Dal 15 al 20 aprile sarà negli Stati Uniti, dove il 16 festeggerà gli 81 anni e il 19 il terzo anniversario dell'elezione a Pontefice. Sono previste tappe a Washington, con la visita alla Casa Bianca e l'incontro con il presidente George W. Bush, e a New York, dove visiterà Ground Zero e parlerà all'assemblea dell'Onu.
Dal 15 al 20 luglio il viaggio in Australia per la XXIII Giornata mondiale della gioventù a Sydney. In settembre a Lourdes per i 150 anni delle apparizioni mariane (1858-2008): il programma non è ancora definito e non si sa se ci sarà una tappa a Parigi dove lo ha invitato il presidente Nicolas Sarkozy. I viaggi in Italia saranno: 17-18 maggio a Savona e Genova su invito dell'arcivescovo e presidente della Cei cardinale Angelo Bagnasco, 14-15 giugno a Brindisi, 7 settembre a Cagliari.

Due eventi su tutti

Dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009 l'«Anno paolino», annunciato da Ratzinger il 28 giugno 2007 nella basilica di San Paolo fuori le mura. È il primo anno giubilare che indice il Papa teologo nel bimillenario della nascita dell'«apostolo delle genti», avvenuta tra il 7 e il 10 dell'era cristiana, con speciale attenzione alla «dimensione ecumenica nella quale Paolo si è particolarmente impegnato per portare la Buona Novella a tutti i popoli e si è totalmente prodigato per l'unità e la concordia di tutti i cristiani».
Dal 5 al 26 ottobre in Vaticano si terrà il XII Sinodo generale dei vescovi su un tema che sta molto a cuore al Papa teologo «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa». Egli insiste moltissimo sulla lettura, l'ascolto, la meditazione e l'approfondimento della Parola di Dio.

Cina e Terra Santa questioni aperte

La riapertura delle relazioni diplomatiche con la Cina, i negoziati con Israele per lo status giuridico e fiscale della Chiesa in Terra Santa, il dialogo ecumenico specie con gli ortodossi e l'incontro in primavera con una delegazione dei 138 intellettuali musulmani che gli hanno scritto per sollecitare dialogo e collaborazione.

Encicliche e documenti

Dopo le encicliche «Deus caritas est» (25 dicembre 2005) e «Spe salvi» (30 novembre 2007) sono in elaborazione altre due: una su temi sociali e politici e sulla globalizzazione economica nel 40º della «Populorum progressio» di Paolo VI del 1967, l'altra dedicata alla fede per completare il «trittico delle virtù teologali» lette in senso inverso carità, speranza, fede anziché fede, speranza, carità.
In programma anche due «istruzioni» vaticane: una per l'applicazione del «motu proprio» sulla Messa in latino e una sulle cause dei santi: Ratzinger chiede ancora maggior rigore nei processi di beatificazione e canonizzazione. Dopo «Gesù di Nazaret» uscito ad aprile – 2 milioni di copie e diffusione in 50 Paesi – il Papa lavora al secondo volume.

Oltre 2 milioni e 800 mila agli incontri

Nel 2007 sono stati 2.830.100 i fedeli che hanno partecipato agli incontri pubblici con Benedetto XVI: 729.100 persone alle 44 udienze generali del mercoledì, 209 mila alle udienze speciali, 442 mila alle celebrazioni liturgiche, 1.450.000 agli Angelus. Per le udienze generali i mesi di maggior afflusso sono stati aprile (130 mila) e ottobre (111 mila), per quelle speciali marzo (92.000) e novembre (42.000), per le liturgie aprile (250 mila: Settimana Santa e Pasqua) e giugno (86.000), per gli Angelus dicembre (280.000), gennaio (200.000), novembre (160.000) e febbraio (150.000). Nel 2006 i fedeli presenti agli incontri furono 3.222.820: il calo è di circa 400 mila persone.

© Copyright L'Eco di Bergamo, 4 gennaio 2008

4 gennaio 2008

Il filosofo tedesco Robert Spaemann sfida Kant e Nietzsche sull'esistenza di Dio (Il Foglio)


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INCIDENTE TORINO/ CORDOGLIO PAPA PER SETTIMA VITTIMA,PENA E DOLORE

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Il Papa e la Juventus, partita impossibile domenica 18 maggio

E' possibile il dialogo fra Cristianesimo e Islam? (Messina per il "Corriere")

Rosso "malpela" nuovamente la rai (Mannoni, tg3, non equidistante)

NATALE, LE PAROLE DEL PAPA DA RICORDARE ("IL TIMONE")

Cresce il successo internazionale del libro di Benedetto XVI "Gesù di Nazaret" (Radio Vaticana)

La Giornata del Papa tra firme, passeggiate e tv (Accattoli per il "Corriere")

Vaticano, effetto Ratzinger: per incontrarlo sono arrivati in 3 milioni. Successo in libreria. Offerte raddoppiate (Bartoloni per Corriere della sera)

“L’ULTIMA PROVA DELL’ESISTENZA DI DIO”

Il libro di Robert Spaemann che sfida dialetticamente lo scientismo

IL FILOSOFO TEDESCO (E CONSIGLIERE DEL PAPA) SI MISURA CON KANT E NIETZSCHE E SCALA LE CLASSIFICHE IN LIBRERIA

Andrea Affaticati

Kant decretò l’impossibilità della ragione di dimostrare l’esistenza di Dio.
Nella sua “Critica della ragion pura” scriveva: “Ho dovuto ridurre il mio sapere per far posto alla fede”. Nietzsche fu ancora più lapidario e sentenziò: “Dio è morto” e la fede null’altro che un’invenzione, un’idea dell’uomo perché incapace di accettare il nulla. Ciò nonostante, proprio nel paese che ha dato i natali a Kant e Nietzsche non si è mai smesso di interrogarsi, di occuparsi del mistero della fede, dell’esistenza di Dio con strumenti e argomentazioni di grande e inequivocabile serietà. La più recente dimostrazione la dà il filosofo, nonché consigliere del Papa, Robert Spaemann, classe 1923. Di suo è appena uscito “Der letzte Gottesbeweis” (L’ultima prova dell’esistenza di Dio, Pattloch), un saggio assai dotto che si potrebbe leggere come risposta a Richard Dawkins e al suo “L’illusione di Dio”; e più in generale come sfida dialettica allo scientismo. Ma Spaemann non ha in mente Dawkins, lui cerca il confronto diretto con Kant e Nietzsche. Per
questo riparte dalle tre prove “storiche” dell’esistenza di Dio: quella cosmologica, quella teleologica e quella ontologica.
Kierkegaard argomentava: “Se Dio non esiste dimostrarne l’esistenza è una sciocchezza.
Ma se Dio esiste dimostrarne l’esistenza è una bestemmia”. Spaemann sa invece che deve dimostrarlo partendo dalla ragione. Così ribatte prima a Kant: “Dover pensare a una nascita puramente casuale del mondo è di fatto una pretesa nei confronti della ragione che mette in ombra qualsiasi altra pretesa” – e poi a Nietzsche – “Credere che Dio è, significa che lui non una nostra idea, ma che noi siamo una sua idea. Vuol dire capovolgere la prospettiva, ravvedersi”. Secondo Spaemann, chi intende spiegare l’esistenza dell’uomo da una Weltanschauung puramente scientifica chiude gli occhi, nega il significato e il senso stesso di questo mondo. L’autore sa però che quest’affermazione risulta troppo astratta, soggettiva alle orecchie di chi è convinto che l’esistenza dell’uomo sia dovuta solo a una combinazione accidentale di atomi. E allora chiede: “Com’è che gli uccelli a un certo punto dell’anno migrano verso sud? Certo noi uomini sappiamo che lo fanno per svernare lì dove possono trovare cibo. Ma gli uccelli stessi non lo sanno.
Deve dunque esistere una specie di coscienza del creato”. Secondo Pascal la fede è un rischio, anche se un rischio che vale la pena di correre perché Dio è la bontà assoluta.
Per Spaemann invece la fede può poggiare su una certezza. Così alla domanda: “Ma l’uomo è poi in grado di immaginare Dio, di spiegarsi la sua esistenza” la sua risposta è un inequivocabile “sì, perché l’uomo è capace di verità, e la verità si può spiegare solo attraverso il Creato”. Secondo il filosofo, il concetto che l’uomo sia stato creato a immagine e somiglianza di Dio, acquista oggi un significato di una precisione mai prima attribuitagli. Cristo alla domanda di Ponzio Pilato se è un re risponde così: “Sono venuto al mondo per dare testimonianza della verità”. Alché Pilato gli risponde: “Cos’è la verità?”. E’ la personalità dell’uomo, l’immagine dell’uomo che testimonia questa verità. Per questo ridurre tutto a atomi e molecole significa negare questa personalità.
E di nuovo l’autore riporta il suo ragionamento su un piano più facilmente comprensibile. Adduce l’esempio di eventi che si sono verificati in passato e di cui nel frattempo ci siamo del tutto scordati. Sono per questo meno veri? La risposta non può che essere no, il che permette a Spaemann di arrivare alla sua “ultima” prova dell’esistenza di Dio confutando al tempo stesso la tesi di Kant: “La verità è indipendente dalle capacità del pensiero e del giudizio umano”.
Un saggio tutt’altro che facile, eppure, stando alle vendite, non è meno richiesto di libri che si occupano di religione in modo più
divulgativo. E sarà stato anche questo rinnovato interesse verso argomenti religiosi, trattati presupponendo una conoscenza solida del tema, ad aver spinto la Fondazione Bertelsmann a dare il via a un imponente studio e monitoraggio dello stato della fede. Una ricerca che coinvolge 21 paesi distribuiti su tutti i continenti e di cui è stato appena pubblicato il primo rapporto intitolato “La Germania è un paese di (mis)credenti?”.

Un interrogativo che prende spunto dal rincorrersi di due affermazioni opposte. La prima registra il numero sempre più esiguo di fedeli praticanti e ne evince che la religione perde sempre più terreno nella società secolarizzata. La seconda rileva invece un crescente interesse nei confronti di temi religiosi e per questo parla di una rinascita del sentimento religioso.

A chi credere allora? Lo studio stesso chiude sostenendo che a conti fatti in Germania la religione non è sulla via del tramonto, ma nemmeno sta vivendo una nuova epifania. Quello che è indubbio invece, stando non ultimo al libro di Spaemann, è il livello altissimo del dibattito a cui anche i mass media danno sempre più spazio.

© Copyright Il Foglio, 3 gennaio 2008

3 gennaio 2008

Cresce il successo internazionale del libro di Benedetto XVI "Gesù di Nazaret" (Radio Vaticana)


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"GESU' DI NAZARET" DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI

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Nel segno di Madre Teresa, la prima visita di Benedetto XVI del 2008:domani il Papa si recherà nella Casa “Dono di Maria” in Vaticano

Messaggio del Presidente Napolitano a Papa Benedetto XVI per la Giornata della pace: "L'Italia riconosce il valore della famiglia, società naturale"

Moratoria sull'aborto: gli editoriali di Giuliano Ferrara

Anselma Dell’Olio (intellettuale e moglie di Giuliano Ferrara): "Io femminista, d’accordo con Giuliano"

Moratoria sull'aborto: i commenti di Carlo Casini, Baget Bozzo e Sandro Bondi (Il Giornale)

Per ridere di gusto: la esilarante "cronomail" di "Avvenire" per il 2008 :-)

Quel deficit di speranza male oscuro del nostro tempo (Colombo per "Avvenire")

Perché il Papa ha le scarpe rosse? Perché indossa un berretto bianco? Perché ha un anello? I bambini interrogano Mons. Georg

Moratoria sull'aborto: agitazione e parole grosse

Anche stamattina, su Raiuno, contestazioni al Vaticano...senza contraddittorio

In Kenya dilagano gli scontri. Migliaia di persone in fuga

Un invito alle nuove generazioni (commento dell'Osservatore Romano all'omelia del 31 dicembre 2007)

Quel lasciarsi prendere per mano dalla speranza cristiana (commento dell'Osservatore Romano all'omelia del 1° gennaio)

Messaggio del Papa in occasione della Giornata Mondiale della Pace: il commento di "Repubblica" e "Eco di Bergamo"

Messaggio del Papa in occasione della Giornata Mondiale della Pace: lo speciale de "Il Corriere della sera"

L'arte al servizio della liturgia: "La forza seduttiva del Vangelo dipinto" (Timothy Verdon per "L'Osservatore Romano")

Dio ha voluto essere il Dio con noi ed ha una madre, che è la nostra madre (udienza generale)

Cresce il successo internazionale del libro di Benedetto XVI "Gesù di Nazaret"

Il libro del Papa “Gesù di Nazaret” ha superato 2 milioni di copie a otto mesi dalla sua pubblicazione e nel corso di quest’anno saliranno a 50 i Paesi in cui è diffuso il volume: dall’Albania al Brasile, dal Giappone alla Nuova Zelanda, dall'Egitto all'Indonesia. Ascoltiamo in proposito il servizio di Sergio Centofanti.

Cresce la sete di conoscere Gesù. Il Gesù dei Vangeli come lo presenta il Papa nel suo libro coincide con il Gesù reale, il Gesù storico in senso vero e proprio. In tanti hanno studiato la figura del Cristo crocifisso e a tutti Gesù continua a porre la domanda: “Chi dite che io sia? E tante sono state le risposte:

“Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno. Grandi studiosi ne riconoscono la statura spirituale e morale e l’influsso sulla storia dell’umanità, paragonandolo a Buddha, Confucio, Socrate e ad altri sapienti e grandi personaggi della storia. Non giungono però a riconoscerlo nella sua unicità. .. Come allora, dunque, anche oggi la ‘gente’ ha opinioni diverse su Gesù. E come allora, anche a noi, discepoli di oggi, Gesù ripete la sua domanda: ‘E voi, chi dite che io sia?’. Vogliamo fare nostra la risposta di Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’”. (Omelia del 29\6\2007)

Il Papa nel suo libro afferma che Gesù ha fatto saltare tutte le categorie di interpretazione e solo partendo dal mistero del Cristo vero Dio e vero uomo si può capire veramente la figura di Gesù. Ma conoscere Gesù – ribadisce – non è una semplice teoria: è incontrare concretamente una Persona viva. E’ un’esperienza che dà la vera gioia della vita come ha detto ai giovani di Pavia lo scorso 22 aprile:

“Cari ragazzi e ragazze, vi auguro di scoprire sempre più la gioia di seguire Gesù e di diventare suoi amici. È la gioia di Pietro e degli altri Apostoli, dei Santi e delle Sante di tutti i tempi. Questa gioia è anche quella che mi ha spinto a scrivere il libro Gesù di Nazaret ... (applausi) ... Per i più giovani è un po' impegnativo, ma idealmente lo consegno a voi, perché accompagni il cammino di fede delle nuove generazioni”.

Il Papa ricorda tuttavia che non basta dichiararsi amici di Cristo:

“La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l’umiltà, la mitezza e la misericordia, l’amore per la giustizia e la verità, l’impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la ‘carta d’identità’ che ci qualifica come suoi autentici ‘amici’; questo è il ‘passaporto’ che ci permetterà di entrare nella vita eterna”. (Angelus del 26\8\2007)

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28 dicembre 2007

Il 2007 di Benedetto XVI, il Papa della speranza (bellissimo servizio di Alessandro Gisotti per Radio Vaticana)


Il 2007 di Benedetto XVI, il Papa della speranza

Un anno scandito e guidato dalla Speranza evangelica: si può sintetizzare, così, il 2007 di Benedetto XVI, che in questi ultimi 12 mesi ha offerto ai fedeli la sua seconda Enciclica e il libro su “Gesù di Nazaret”.
E’ stato l’anno dei viaggi apostolici in Brasile e in Austria, della Lettera ai cattolici cinesi, dell’Esortazione Sacramentum Caritatis e di un rinnovato dialogo ecumenico e con il mondo musulmano.
Ripercorriamo alcuni momenti forti del 2007 di Benedetto XVI, il Papa della Speranza, nel servizio di Alessandro Gisotti:


“Spe salvi”, “Nella Speranza siamo stati salvati”.

L’Enciclica sulla Speranza viene pubblicata alla fine del 2007, ma tutto l’anno che sta per terminare è consacrato da Benedetto XVI alla Speranza evangelica. Ogni gesto del suo Magistero è un invito a sperare nel Signore, nel suo Amore.

L’8 gennaio incontra il Corpo diplomatico per i tradizionali auguri d’inizio anno. Il Papa chiede innanzitutto di non dimenticare l’Africa. Sottolinea le difficoltà a volte drammatiche con cui si confronta l’umanità, dai conflitti alla fame:

“Il s’agit d’un défi qui consiste à promouvoir et à consolider …”

Il Papa esorta la comunità internazionale a “promuovere e consolidare tutto ciò che c’è di positivo nel mondo e a superare, con buona volontà, saggezza e tenacia, tutto ciò che ferisce, degrada e uccide l’uomo”. Benedetto XVI testimonia la speranza di Cristo agli ultimi.

Toccante la visita nell’istituto romano di pena per minori “Casal del Marmo”, il 18 marzo. In quello stesso giorno, all’Angelus, si sofferma sull’Esortazione postsinodale Sacramentum Caritatis, pubblicata il 22 febbraio, e spiega il legame tra l’Eucaristia e l’Amore cristiano, tema della sua prima Enciclica:

"Ecco perché ho scelto come titolo Sacramentum caritatis, riprendendo una bella definizione dell’Eucaristia di San Tommaso d’Aquino ‘Sacramento della carità’. Sì, nell’Eucaristia Cristo ha voluto donarci il suo amore, che lo ha spinto ad offrire sulla croce la vita per noi”.

Il 13 aprile, viene presentato il libro del Papa “Gesù di Nazaret”.

Si tratta, come sottolinea Joseph Ratzinger nell’introduzione, del frutto di “un lungo cammino interiore”. Il volume diventa in pochi giorni un best seller in tutto il mondo.

Il Papa compie gli anni, ma il regalo lo fa lui a noi. Il 16 aprile, infatti, Benedetto XVI festeggia il suo 80.mo compleanno.
Il giorno prima, nella Messa per il suo genetliaco in Piazza San Pietro, ringrazia i fedeli che con amore filiale lo accompagnano nel suo ministero:

“Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto è grande la schiera di coloro che mi sostengono con la loro preghiera; che con la loro fede e con il loro amore mi aiutano a svolgere il mio ministero; che sono indulgenti con la mia debolezza, riconoscendo anche nell’ombra di Pietro la luce benefica di Gesù Cristo”.

La settimana successiva, il 21 e 22 aprile, è a Vigevano e Pavia, una visita pastorale nel segno dell’amato Agostino, un modello sempre attuale per il popolo di Dio. Un Santo che ci esorta a sperare nell’amore di Gesù:

“Alla scuola di Sant'Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano. Servire Cristo è anzitutto questione d'amore”.

Il mese di maggio è caratterizzato dal VI viaggio apostolico internazionale di Benedetto XVI, che per la prima volta si reca in America Latina. Il Papa è in Brasile dal 9 al 14 maggio del 2007 per la V Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, convocata nella città mariana di Aparecida. La visita del Papa dà un rinnovato slancio missionario alla Chiesa del continente. Uno dei momenti più intensi in terra brasiliana, Papa Benedetto lo vive alla Fazenda da Esperança, una comunità dove ragazzi tossicodipendenti rinascono grazie alla forza della speranza evangelica:

“Lì, nella Fazenda da Esperança, i confini del mondo vengono veramente superati, si apre lo sguardo verso Dio, verso l’ampiezza della nostra vita, e così avviene un risanamento”.

Il 17 giugno è ad Assisi in occasione dell’ottavo centenario della conversione di San Francesco.
L’estate del 2007 si contraddistingue per la pubblicazione di documenti pontifici di grande rilevanza: il 22 giugno il Motu Proprio con il quale viene stabilito che sarà sempre necessaria una maggioranza di due terzi per eleggere il Successore di Pietro.
Il 30 dello stesso mese, un evento di portata storica: la pubblicazione della Lettera del Papa ai cattolici cinesi.
Così, parlando alla Curia Romana, il 21 dicembre, Benedetto XVI esprime la speranza che questa Lettera apra una nuova stagione nelle relazioni tra Roma e Pechino:

“La Lettera è stata accolta con gioia e con gratitudine dai cattolici in Cina. Formulo l'auspicio che, con l'aiuto di Dio, essa possa produrre i frutti sperati”.

Il mese di luglio si apre con la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum sull’uso della “Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970”.
Nella lettera inviata a tutti i vescovi del mondo, il Papa sottolinea che la ragione positiva del documento è la “riconciliazione” rispetto alle divisioni che in passato “hanno lacerato il Corpo di Cristo”.
Il 20 luglio viene pubblicato il Messaggio per la GMG di Sydney sul tema “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni”.

E alla gioventù, Benedetto XVI lancia un messaggio dirompente a Loreto, il 2 settembre, in occasione dell’Agorà dei giovani italiani:

“Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere”.

Dal 7 al 9 settembre, Benedetto XVI è in Austria per il suo VII viaggio apostolico internazionale. Una visita culminata nel pellegrinaggio al Santuario mariano di Mariazell.
“Guidati ed incoraggiati da Maria - è l’esortazione del Papa - vogliamo aguzzare il nostro sguardo cristiano”.
Nel segno della speranza, pur non disconoscendo le difficoltà, sono i pronunciamenti del Papa sui temi chiave dell’ecumenismo e dei rapporti con il mondo musulmano.
La lettera all’Assemblea ecumenica di Sibiu, la risposta ai 138 dotti musulmani ribadiscono la cura del Papa a promuovere un dialogo fondato sulla Verità e la Carità.
Il 21 ottobre, a Napoli, all’incontro interreligioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, ribadisce che le religioni “devono offrire preziose risorse per costruire un’umanità pacifica”:

“Di fronte a un mondo lacerato da conflitti, dove talora si giustifica la violenza in nome di Dio, è importante ribadire che mai le religioni possono diventare veicoli di odio; mai, invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare il male e la violenza”.

Il 24 novembre, si tiene il secondo Concistoro di Benedetto XVI per la creazione di 23 nuovi cardinali, di cui 18 elettori. La provenienza geografica dei porporati, sottolinea il Papa, è espressione dell’universalità della Chiesa.

Nel 2007, oltre alla creazione dei nuovi cardinali, sono molte le nomine significative in Vaticano e nelle diocesi. Tra queste, ricordiamo quella del prof. Giovanni Maria Vian alla direzione dell’Osservatore Romano e del biblista Gianfranco Ravasi a capo del dicastero per la cultura.

Le ultime settimane dell’anno sono illuminate dalla “Spe salvi”, quasi un dono che il Papa offre per Natale ai cristiani, ma invero a tutti gli uomini di buona volontà.

La seconda Enciclica del Papa, pubblicata il 30 novembre, è anch’essa un successo editoriale come la Deus caritas est. Ecco, come all’Angelus del 2 dicembre, prima domenica d’Avvento, Benedetto XVI spiega l’unicità della speranza cristiana:

“L’uomo viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale. Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio, che in Gesù ci ha visitati e ci ha donato la vita, e in Lui tornerà alla fine dei tempi. E’ in Cristo che speriamo, è Lui che attendiamo!”

Una Speranza salvifica che tutti hanno il diritto di conoscere. Questo il significato profondo della Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, pubblicata il 14 dicembre dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il documento, avverte il Papa, ricorda ad ogni fedele che nulla ci può esimere dall’affascinante impegno di annunciare la Buona Novella.
Al cuore dell’uomo che spera la pace, il Papa si rivolge nel Messaggio per la 41.ma Giornata Mondiale della Pace, pubblicato l’11 dicembre. Benedetto XVI richiama la centralità della famiglia, vera “agenzia di pace”. Ogni uomo e ogni donna, è l’invito del Santo Padre, prenda consapevolezza della “comune appartenenza all'unica famiglia umana” e si impegni per “l'instaurazione di una pace vera e duratura”.

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Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007

15 dicembre 2007

"Gesù di Nazaret", il rabbino Jacob Neusner: "Beati voi che avete il Papa"


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"GESU' DI NAZARET" DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI

"Spe salvi", Lindo Ferretti: Benedetto XVI, il bene più prezioso che ho...

"Spe salvi", Natoli: "Solo il pregiudizio laicista trova il Papa antimoderno e contro il progresso"

L'Italietta dei due pesi e due misure: gli intellettualoidi parlano della Chiesa oppressiva, ma non dicono mezza parola sulla morte di un gay in Iran!

Perché l’idea di democrazia di Habermas è più larga del piccolo dogmatismo di Flores d’Arcais (Berardinelli per "Il Foglio")

"Spe salvi", Prof. Brague a "Il Foglio": "L'ellenismo non ha il copyright del logos"

L'ENCICLICA "SPE SALVI": LO SPECIALE DEL BLOG

Mons. Angelo Amato: "L'evangelizzazione rispetta e valorizza la libertà dell'altro" (Osservatore Romano)

CONSIGLI DI LETTURA: SANTI (J. Ratzinger) e ASCESA ED AFFERMAZIONE DEL CRISTIANESIMO (Rodney Stark), Edizioni Lindau

"Adotta un prete", parte la campagna spirituale per salvare il clero (Rodari per "Il Riformista")

L'educazione dei giovani sia una priorità, con il sostegno di tutte le istituzioni della Comunità internazionale

Il Papa ai nuovi ambasciatori: «I giovani sono la prima ricchezza di un Paese»

Mantenere vive le tradizioni del Natale come l'albero e il presepe per contrastare i simboli del consumismo

"Gesù di Nazaret" ha un recensore speciale: il vicario di chi l'ha scritto (di Sandro Magister)

Il commento di padre Lombardi al documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (Radio Vaticana)

Mons. Amato: la Nota sull'Evangelizzazione indica l'urgenza della missione (Radio Vaticana)

NOTA DOTTRINALE SU ALCUNI ASPETTI DELL’EVANGELIZZAZIONE A CURA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Ed anche a Lourdes irrompe l'Anticristo (Socci per "Libero")

Libertà (non solo d'opinione) per i gay ma anche per chi non ne fa parte. L'Italia, ripristinando i reati di opinione, fa il passo del gambero.

Cultura

Beati voi che avete il Papa

«Non c'è differenza tra il Gesù storico e il Cristo della fede».
Per Jacob Neusner, lo studioso ebreo più citato da Benedetto, «quello che ci unisce è la verità»

di Roberto Persico

La celebrità è venuta col libro del Papa. Ma da tempo Jacob Neusner è nel suo campo un'autorità indiscussa. Nato nel Connecticut nel 1932, laureato ad Harvard, ordinato rabbino e specializzato in letteratura ebraica al Jewish Theological Seminary of America, dottorato alla Columbia University, con oltre 900 libri all'attivo è lo studioso di materie umanistiche più pubblicato al mondo. Per dare un'idea del livello, basti dire che è il direttore dell'Enciclopedia ebraica e responsabile per l'ebraismo dell'Enciclopedia britannica. Oggi è membro di una mezza dozzina di prestigiose accademie, da Princeton a Cambridge, insignito di svariate lauree ad honorem, padre di quattro figli e nonno di nove nipoti.
Ora Un rabbino parla con Gesù - il libro ampiamente citato nel suo Gesù da Benedetto XVI - è stato ripubblicato anche Italia, e permette di incontrare un uomo che ha una concezione della fede, un'idea di dialogo tra le religioni e un'immagine della storicità di Gesù poco comuni: «Perché ho scritto questo libro? L'ho scritto perché mi piacciono i cristiani e perché rispetto il cristianesimo e volevo prendere sul serio la fede di persone che stimo. La mia vita professionale di studioso dell'ebraismo, all'interno del mondo universitario dello studio della religione, si è svolta perché i protestanti e i cattolici volevano che l'ebraismo venisse insegnato nelle università. Il mio sogno di studiare l'ebraismo si concretizzò in risposta ai miei insegnanti e poi ai colleghi, i quali vollero che le cose che io stimavo fossero presenti in quel centro vitale dell'insegnamento pubblico. Questo è lo spirito con cui ho pensato questo libro: restituire qualcosa. Il cristianesimo - cattolico e protestante - ha fatto avanzare, nella mia vita, persone le cui convinzioni religiose le hanno spinte a rispettare la mia religione e a volerla conoscere meglio. L'unica maniera per ricambiare era dimostrare un ragionevole interesse per la loro religione e tentare di discutere con essa».
Il risultato è un libro straordinario, in cui Neusner, spazzando via tutti i sofismi che vorrebbero fare di Cristo una figura nebulosa o mitica, conduce il lettore davanti a un Gesù in carne e ossa, infinitamente più reale di quello di innumerevoli prediche cattoliche, e lo fa partecipare a un dialogo che ha tutta la concretezza di quel che è accaduto duemila anni fa sulle rive del Giordano.

Professore, cosa pensa della lettura che Benedetto XVI ha dato del suo libro?

È un uomo molto acuto, ha colto perfettamente l'essenza di quel che intendevo e risponde in maniera molto chiara. La sua risposta coglie il cuore della questione e comprende perfettamente quel che nel mio libro è in gioco.

Nel suo libro appare chiaramente che Gesù non può essere liquidato come un profeta tra tanti: egli pretende di essere Dio, e o è quel che pretende di essere o non è niente.

Il racconto evangelico appare chiaramente come un resoconto dell'insegnamento di Gesù, sulla base del quale si può svolgere il dialogo religioso. Non vedo una distinzione tra il Gesù storico e il Cristo della fede. Uno dei punti chiave della mia lettura è che affermazioni come «il figlio dell'uomo è il signore del Sabato» e altre simili presentano il Gesù della storia come il Cristo della fede. Così il Vangelo propone una presentazione autentica della fede cristiana. La questione che individuo riguarda la Torah, e la questione che pongo è se Gesù insegna la Torah di Mosè, come afferma di fare. Il dialogo religioso comincia con la premessa che entrambe le parti sono sottomesse all'imperativo del Sinai. Quando Gesù dice che non è venuto per distruggere ma per compiere la Torah, ci chiede di riportare il Discorso della montagna alla Torah del Sinai.

Una delle affermazioni più interessanti del suo libro è «una buona, argomentata discussione è considerata dalla Torah il mezzo più giusto di rivolgersi a Dio. Nella mia religione, la discussione rappresenta un aspetto della liturgia allo stesso titolo della preghiera. Non è soltanto un gesto di stima e di rispetto per l'altro, ma offre anche il dono dell'intelletto sull'altare della Torah». Un'idea lontanissima dall'immagine annacquata di dialogo corrente oggi.

Sì. Il Santo Padre e io concordiamo sul fatto che l'oggetto è la verità, e il culto reso a Dio è un atto di affermazione della verità. Credo che se noi prendiamo le nostre rispettive religioni seriamente abbiamo il dovere di paragonare le rispettive pretese alla verità. Così arriviamo a comprendere qual è il punto, ciò che affermiamo nelle nostre religioni, non solo quel che neghiamo nella religione degli altri. Le religioni non negoziano la verità. Insegnano la verità assoluta. Dobbiamo avere la stessa concezione di verità, altrimenti non può aver luogo alcun dialogo. Non abbiamo da negoziare quel che credo io e quel che credi tu.

Quindi Israele ha il compito di insegnare al mondo il valore della discussione?

Sì. Noi ebrei abbiamo fatto della critica una forma di vita: pochi di numero ma fedeli alla verità del Sinai.

Lei crede che questo tipo di dialogo sia possibile anche con l'islam?

Difficile dirlo, perché l'islam è un mondo complesso [ma nel libro ha scritto «non posso immaginare che un ebreo, cresciuto in un paese islamico, potrebbe scrivere un libro simile su Maometto (e sopravvivere molto a lungo alla sua pubblicazione)», ndr]; è difficile definire cosa si intende per islam, non hanno un'autorità come il cristianesimo ha il Papa. È più facile dialogare con i cristiani attraverso il Papa: qui c'è un'affermazione chiara dei contenuti della fede, mentre ci sono molti islam. Lo stesso vale per l'ebraismo: non c'è un Papa, e il papato non ha una controparte. La cristianità è fortunata ad avere il Papa, per la chiarezza che il papato le permette di avere.

Come è possibile però che due persone dicano una "sì" e l'altra "no" di fronte alla pretesa di Cristo, eppure rimangano amiche?

Quel che condividono è la verità religiosa, e questo è un solido fondamento per i rapporti umani. La fede è una sfida perpetua. Madre Teresa ha ricordato il dubbio che adombra la notte oscura dell'anima. Noi siamo confortati dalla fede degli altri, e quel che condividiamo è la ricerca di Dio nel mondo. Ogni religione ha qualcosa da insegnare alla vita spirituale dell'altra.

© Copyright Tempi num.50 del 13/12/2007