Visualizzazione post con etichetta libro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libro. Mostra tutti i post

20 gennaio 2008

In anteprima l'edizione aggiornata del libro su san Bonaventura di Joseph Ratzinger: lo speciale dell'Osservatore Romano


Vedi anche:

DISCORSI, TESTI E OMELIE DEL TEOLOGO E DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER

Mons. Guido Marini: nella Messa dei Battesimi alla Cappella Sistina, il Papa non ha "voltato le spalle" ai fedeli, ma si è orientato con loro a Cristo

Angelus del Papa: servizio di Stefano Maria Paci e Laura Ceccherini

In 200 mila all'Angelus dopo la vicenda della "Sapienza". Benedetto XVI: costruiamo insieme una società "fraterna e tollerante" (Radio Vaticana)

"Andiamo avanti in questo spirito di fraternità, di amore per la verità e per la libertà, nell'impegno comune per una società fraterna e tollerante"

Angelus del Papa: interviste a Luciano Violante e Marcello Pera ("Il Messaggero")

ANGELUS DEL PAPA: I VIDEO, LE INTERVISTE, LE FOTO...

Il Papa: "Come professore emerito vi incoraggio tutti, cari universitari, ad essere sempre rispettosi delle opinioni altrui..."

Il Pontefice: «Il clima che si era creato ha reso inopportuna la mia visita all'università»

La cronaca di una giornata speciale che riscatta la vergogna dell'Italia

200MILA PERSONE PER IL PAPA

"Benedetto sta tornando Maledetto" e i media rovesciano la frittata! (Farina per "Libero")

Il (vero) senso del laico (Claudio Magris per il "Corriere della sera")

Card. Bagnasco: "Non cerchiamo la prova di forza" (Politi per "Repubblica")

L’orgoglio laico di saper ascoltare il Pontefice (Massimo Introvigne per "Il Giornale")

Il giorno del Papa. L’Italia che vuole sentire Ratzinger (Tornielli per "Il Giornale")

DAL PAPA CON LA RAGIONE E CON IL CUORE (Brambilla per "Il Giornale")

Papa-Sapienza, Prof. Zichichi: "Da scienziato dico..." (Il Giornale)

Il formidabile autogol dei 67 che volevano rifare il '68 (Cervo per "Libero")

Morpurgo (Comunità Ebraiche Italiane): "La vera laicità garantisce l'identità" (Libero)

Ottimi Tg5 e Tg2 e Sky, gravemente insufficiente il Tg1 (lunga intervista, senza contraddittorio, al ministro Bonino)

Il Papa e la verità: è la realtà che sconfigge la menzogna (dell'Asta per "L'Eco di Bergamo")

SMS E MAIL DI SOLIDARIETA' AL PAPA (RADIO VATICANA)

Vian: l'Angelus di domani sarà espressione di un moto del cuore e insieme della ragione. No alle strumentalizzazioni (Osservatore Romano)

Il filosofo Roger Scruton sul "caso" Sapienza: Una 'scortesia' da pseudo­scienziati dimostratisi 'culturalmente adolescenti'

Alla Sorbona si insegna il pensiero di Ratzinger. Jacob Schmutz:"E' un vero pensatore,conquista pure gli atei. Irritazione per "l'ignoranza" dei media

L’imprevedibile successo del Papa timido. Smentite tutte le analisi mediatiche (Brambilla per "Il Giornale")

Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede! (il discorso che il Papa non pronuncera' alla Sapienza)

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

In anteprima l'edizione aggiornata del libro su san Bonaventura di Joseph Ratzinger

La nuova idea della storia del Doctor Seraphicus

Quando Bonaventura all'inizio dell'estate del 1273 tenne all'Università di Parigi le sue "conferenze sull'opera dei sei giorni", assolse ad un compito che si era delineato già all'inizio del suo generalato. Nel febbraio del 1257 il santo fu improvvisamente richiamato dalla sua fruttuosa attività d'insegnante a Parigi per sostituire il Generale Giovanni da Parma, prossimo all'abbandono dell'ufficio. Il ritiro di quest'ultimo non era avvenuto totalmente per sua volontà; al contrario, attraverso la sua decisa presa di posizione a favore delle profezie di Gioacchino da Fiore e, più in generale, della concezione gioachimito-spiritualistica dell'ordine francescano, egli si era venuto a trovare in una posizione estremamente difficile. Inoltre, dopo la condanna dell'Evangelium aeternum da parte della Chiesa, avvenuta il 23 ottobre 1255, nel quale il francescano Gerardo da Borgo San Donnino aveva tentato di formulare lo spiritualismo francescano, l'insostenibilità della sua posizione era divenuta sempre più evidente.
La persona del Generale non rappresentava certo l'unica difficoltà di cui era gravato il giovane ordine. Esso dovette combattere per comprendere la propria vera essenza, dibattendosi tra due estremi: da un lato, un modo di comprendere se stesso radicalmente escatologico e puramente spirituale e, dall'altro, una troppo comoda trasformazione del vecchio spirito dell'ordine secondo le forme disponibili. La volontà pura del suo fondatore appariva irrealizzabile in questo mondo, ciò che poteva essere realizzato appariva come un residuo della volontà del fondatore.
In questa situazione l'ancora giovane magister Bonaventura, docente a Parigi, veniva scelto quale settimo successore di san Francesco alla guida dell'ordine. Egli si trovava dunque di fronte ad un compito per lui totalmente nuovo: secondo la cronologia più accreditata egli entrò nell'ordine nel 1243 a Parigi, attirato soprattutto dalla profonda ammirazione per il suo maestro Alessandro di Hales che egli chiama non solo magister ma pater. Fu quindi l'università di Parigi il terreno spirituale in cui crebbe la sua vocazione religiosa e tutto il suo francescanesimo trasse da lì un che di "scolastico" (nel senso più generale del termine).
Sicuramente il respiro di un'anima francescana continua a farsi sentire anche in quelle opere che Bonaventura compose in qualità di uomo di scuola; tuttavia il mondo in cui egli visse come maestro, pensò, scrisse, era molto diverso da quel mondo di puro e primitivo fervore religioso che era invece caratteristico del francescanesimo delle origini; i suoi problemi erano stati fino a quel momento diversi da quelli ora illustrati con cui l'ordine doveva misurarsi. Bonaventura stesso avvertiva ciò con chiarezza; quando nel 1259 egli si ritirò in solitudine sul monte sacro all'ordine francescano, il monte della Verna, sicuramente con questa decisione aveva inteso intraprendere una più approfondita ed intima esplorazione di sé, calato nel mondo spirituale di Francesco, padre dell'ordine a cui apparteneva e alla cui guida era ora subentrato.
L'Itinerarium mentis in Deum, che Bonaventura riportò quale esperienza da queste settimane trascorse in solitudine, è il primo segno di una nuova disposizione spirituale. A partire da questo piccolo libro la figura di san Francesco entrò sempre più prepotentemente nel suo pensiero, e in particolare la figura di quel Francesco che è stato con ragione definito "l'immagine medioevale di Cristo". Questa evoluzione la si può anche seguire del resto nella Vita di san Francesco (1260-63), nei diversi scritti ascetici e pratici nati nel periodo del generalato ma soprattutto in quella serie di sermoni che iniziano dal 1267 con cui Bonaventura, dieci anni dopo il suo congedo dalla cattedra universitaria, ritornava, mutato, ancora una volta sulla scena delle sempre più aspre controversie dottrinali: non più come chi si trovi all'interno del conflitto proprio della scienza, ma piuttosto come chi, dall'esterno, mostri alla scienza i suoi limiti a partire dalla fede.
Alla luce di ciò vanno interpretate le Collationes de decem praeceptis, le Collationes de donis Spiritus Sancti e i vari sermoni parigini di questo periodo. A riepilogo e coronamento del tutto si pone però senza dubbio l'opera conclusiva del santo, datata 1273: le Collationes in Hexaëmeron. Solo in quest'opera Bonaventura ci offre una discussione approfondita di quei problemi che prima avevano condotto alla caduta di Giovanni da Parma e che tuttora continuavano (persino in misura crescente) a tenere in tensione l'ordine francescano: vale a dire quei problemi posti dal gioachimismo e dal movimento spirituale.
Ecco allora che l'opera richiedeva di per se stessa una trattazione di fondo della teologia della storia. La sua singolarità e unicità è data dal fatto che si tratta dell'unica opera in cui un teologo di spicco della scolastica prende posizione nei confronti di quella corrente spirituale definita da Dempf come "simbolismo tedesco" e più appropriatamente da Leclercq come moyen âge monastique" (in contrapposizione al moyen âge scolastique), per tentare una sintesi del pensiero storico-simbolistico con il pensiero concettuale-astratto della scolastica.
Diviene così comprensibile l'ammirazione che l'Hexaëmeron gode da così lungo tempo. Lo si è definito - indubbiamente in termini eccessivi - l'ouvrage le plus original, le plus riche et peut-être le plus puissant de la littérature ecclésiastique e, più giustamente, un des plus étonnants ouvrages du génie chrétien. Dempf lo definisce come il "più ampio tentativo di summa di tutto il Medioevo" e come la "più significativa filosofia della storia e della società del Medioevo". Ciò nonostante questo libro rimane ancora oggi un testo da scoprire, un ager adhuc... incultus, in quo ligo numquam fossus est; et via tantum aliqui flosculos de illo collegerunt, at, etsi fertilitatem et pinguedinem cognoverint miratique fuerint, praeterierunt - per dirla con Tinivella.
Le cause di questo fatto sono molteplici. Esse risiedono prima di tutto nella peculiarità stessa dell'opera e della sua tradizione testuale. È già stato rilevato a questo proposito che si tratta di conferenze. Non possediamo il manoscritto originale dell'oratore ma solo trascrizioni successive dei suoi uditori. Ciò comporta una inevitabile incertezza delle singole formulazioni, come è già dimostrato dalla differente indicazione del titolo, per cui l'opera compare ora con il titolo di Illuminationes (ecclesiae), ora come Collationes in Hexaëmeron. Una drastica conferma della imprecisione nella trasmissione del testo ci viene oggi dalla recente edizione di una seconda recensione del testo a cura di Delorme, che da un lato mostra come la linea contenutistica di Bonaventura venga conservata fedelmente e, dall'altro, come, tuttavia, la libertà dei recensori resti evidente nella scelta delle parole.
Ostacolo certo non minore per chiunque tenti un'interpretazione dell'opera è il suo carattere frammentario, dovuto al fatto che il suo completamento venne interrotto dall'elezione di Bonaventura a cardinale. A ciò si aggiunge il fatto che Bonaventura sovente procede per allusioni e molto di questo testo è spesso espresso in maniera velata; in particolare le vere e proprie predizioni circa il futuro vengono offerte in una sorta di stile arcano e apocalittico, che poteva forse essere compreso dagli uditori del tempo in virtù della loro conoscenza della situazione, ma che per noi è spesso difficile penetrare.
Per questo motivo si è tentato di mettere insieme di volta in volta tutti i testi e i riferimenti che fossero in qualche modo collegati per ricostruire così, per quanto possibile, il complesso originario a partire dalle particelle più piccole.
Per avere un'ulteriore certezza, tutte le analisi furono condotte dapprima solo sulla base del testo pubblicato nell'Opera omnia (V, pp. 329-449). L'incontro con il testo di Delorme doveva servire allora come controprova della correttezza dei risultati conseguiti. Fortunatamente la nostra interpretazione trovò piena conferma e talvolta persino completamento nel testo di questa recensione che si rivela estremamente più chiaro per quanto concerne i punti afferenti la teologia della storia.
Una valutazione critica del testo delle due recensioni che sia veramente tale non è negli obiettivi di questo lavoro, che tenta, invece, un'analisi contenutistica della teologia della storia in Bonaventura. L'impressione generale derivante dal confronto dei due testi fece sì che prendessero consistenza soprattutto due osservazioni: nel testo di Delorme è evidente una tensione verso la chiarezza: vengono indicate con il proprio nome le diverse figure storiche, vengono interpretati i rapporti, ampliati i rimandi al campo delle arti liberali fino a farli divenire dei veri e propri piccoli trattati, arricchito il corpo delle citazioni. Inoltre tutti i punti scabrosi che potrebbero essere interpretati nel senso di una presa di posizione a favore del gioachimismo e dello spiritualismo vengono smussati. facendo sì, in questo modo, che l'altra recensione ci appaia come la lectio difficilior.
Prove in questo senso ne incontreremo più volte nel corso della nostra esposizione (...)

L'influsso di Gioacchino

La dipendenza di Bonaventura dall'abate calabrese è stata già rilevata ogni volta nei singoli casi e si riferisce essenzialmente al seguente ambito concettuale: a) adozione della duplice interpretazione dell'Hexaëmeron, applicata all'Antico Testamento e alla storia della Chiesa e, in questo modo, costituzione di una serie settenaria duplice al posto dello schema settenario semplice della Chiesa antica; b) adozione dell'idea di novus ordo e di una serie di corrispondenti reinterpretazioni allegoriche della Scrittura; c) adozione dell'attesa di un tempo salvifico interno alla storia e dunque di una condizione ancora mancante di redenzione piena nella storia.
In tutti e tre i casi, tuttavia, Gioacchino non è sufficiente quale unica fonte ed è invece necessario ammettere la presenza di anelli intermedi (in parte sicuramente perduti) che adattarono già il materiale al presente e soprattutto realizzarono la sua applicazione al francescanesimo.
Vennero rifiutate le seguenti idee di Gioacchino ovvero dei gioachimiti francescani anteriori a Bonaventura: a) La limitazione del Nuovo Testamento e del tempo di Gesù Cristo alla seconda età. Il Nuovo Testamento è testamentum aeternum; b) la suddivisione trinitaria della storia viene accettata solo in misura molto limitata.
Con questa lista vengono del resto già tratteggiate le idee più significative dell'abate calabrese per l'avvenire; ci resta da porre la domanda relativa a quali siano le caratteristiche decisive della sua coscienza storica.

***

In Gioacchino diviene pienamente manifesta un'idea che si preannunciava con Ruperto, mentre in Onorio e Anselmo ritornava sullo sfondo: il parallelismo dei Testamenti. Gioacchino, diversamente da Ruperto, mette a confronto in modo assolutamente serio il tempo del Nuovo Testamento, quale storia salvifica capace di progressione temporale, con la storia dell'Antico Testamento e, così facendo, si verifica con lui ciò che in precedenza non era mai avvenuto: Antico e Nuovo Testamento appaiono come le due metà del tempo storico, costruite in modo uguale, e dunque Cristo si presenta come la svolta dei tempi. Egli è il centro, il perno della storia, a partire dal quale il corso del mondo inizia ancora una volta, per così dire, su di un piano più elevato.
Non è pertanto completamente esatto ciò che Kamlah dice a questo riguardo e cioè che in Gioacchino Cristo non è, come ancora in Ruperto, l'"asse della vicenda terrena" ma "un punto di articolazione accanto ad un altro". Infatti l'idea di considerare Cristo come l'asse dei tempi è estranea a Ruperto esattamente come lo era stata per tutto il primo millennio cristiano. Per questo millennio Cristo non è il perno della storia con cui un mondo mutato e redento ha inizio ed una storia irredenta durata sino a quel momento viene abbandonata; per esso Cristo è piuttosto il principio della fine. Egli è "redenzione" nella misura in cui con lui la "fine" comincia a risplendere nella storia. La redenzione consiste (da un punto di vista storico) in questa fine iniziata mentre la storia, per così dire, procede per nefas ancora per un certo tempo, conducendo l'antico evo di questo mondo alla sua fine.
L'idea di vedere in Cristo l'asse della vicenda del mondo emerge invece propriamente (in seguito a ciò che Ruperto, Onorio, Anselmo avevano preparato) solo in Gioacchino, dove, a dire il vero, essa viene dapprima ancora dissimulata, visto che la storia terrena non ha uno ma due assi e non consiste in due ma in tre ampi periodi.
L'esclusione di quest'ultima idea si verificò tuttavia obbligatoriamente con la vittoria della dogmatica ortodossa; restò l'altra idea; e Gioacchino divenne in questo modo, proprio nella Chiesa stessa, l'antesignano di una nuova comprensione della storia che oggi ci appare essere la comprensione cristiana in modo così ovvio da renderci difficile credere che in qualche momento non sia stato così. In questo punto consiste pertanto il vero significato di Gioacchino, davanti al quale la sua peculiare storia postuma all'interno del gioachimismo francescano deve indietreggiare nonostante la sua incontestata importanza.
Certo occorre dire che questa storia postuma è soprattutto importante per aver stimolato la recezione della nuova coscienza storica, imponendo la delimitazione polemica del falso gioachimismo. Dovrebbe essere chiaro che con ciò ha inizio una "storicizzazione" del tutto nuova della Chiesa e della redenzione, che non può essere indifferente né alla storia dei dogmi, né alla teologia sistematica.
Se dunque Gioacchino attribuisce storicità in un senso del tutto nuovo all'opera di Cristo, che non viene più considerata come principio della soppressione della storia ma come saldamente radicata nel suo terreno, così prorompe in lui una nuova coscienza del tempo della fine che viene provocata proprio dalla storicizzazione della Chiesa fino ad allora.
Non che in Onorio di Autun e in Anselmo di Havelberg la percezione della prossimità della fine fosse completamente spenta; entrambi avevano invece costruito il loro schema storico in modo da venire essi stessi collocati, con il proprio presente, alla sua fine. Essi si differenziano dal pensiero patristico solo per il fatto di far intervenire questa fine non con Cristo ma solo dopo un nuovo svolgimento temporale.
Al contrario, Gioacchino, dal fatto che dopo Cristo continua a svilupparsi una storia inadeguata e scellerata, trae la conclusione che una storia veramente buona e redenta sia ancora di là da venire. Questa storia però, riconosce egli con compiacimento, è imminente, anzi è già da lungo tempo coinvolta in una segreta crescita e presto dovrà manifestarsi. Ad essa vanno la gioia piena di speranza e l'attesa fiduciosa dell'abate calabrese. E in questo consiste l'elemento significativo: ad essa si può veramente guardare di nuovo con quella gioiosa speranza un tempo riecheggiata nel Marana tha dei primi cristiani, i quali attendevano con il ritorno del loro Signore la salvezza piena.
Questa gioia fu nel frattempo a lungo turbata dalla paura del terribile giorno del giudizio che doveva precedere la rovina del mondo che ad esso sarebbe stata legata.
Nulla di tutto questo si poneva tra il tempo attuale e la salvezza imminente: era di nuovo possibile, di fatto, un'attesa del tempo ultimo che fosse tutta animata dallo spirito della speranza. (...)

Conclusioni

Così come tanti capolavori della scienza anche l'interpretazione di Bonaventura dell'opera dei sei giorni è rimasta incompiuta; come all'Aquinate anche a lui non fu dato di portare a termine la vera e propria "summa" della sua esistenza: Sed heu! heu! heu! superveniente statu excelsiori et vitae excessu domini et magistri huius operis, prosecutionem prosecuturi, non acceperunt dovette scrivere uno studente rattristato al termine del corso rimasto incompiuto.
Tuttavia il quadro si ricompone in unità e le linee fondamentali di ciò che il santo aveva voluto sono inconfondibili. Nel punto di fuga della sua teologia della storia trova posto la stessa parola con cui Agostino chiudeva la sua opera così simile eppure così diversa, il De civitate Dei - la parola pace: "E allora sarà la pace".
Ma questa pace è divenuta in Bonaventura più vicina alla terra. Non è quella pace nell'eternità di Dio che mai più avrà fine e che seguirà alla rovina di questo mondo; è una pace che Dio istituirà su questa stessa terra, spettatrice di così tanto sangue e lacrime, come se volesse ancora mostrare per lo meno nel momento della fine come avrebbe potuto o dovuto essere in realtà secondo i suoi disegni.
Spira dunque già il soffio di un tempo nuovo in cui il desiderio dello splendore dell'altro mondo è plasmato da un profondo amore per questa terra sulla quale noi viviamo. Ma pur con tutta la molteplice diversità dei tempi, che in questo modo divide anche l'opera dei grandi teologi cristiani, persiste tuttavia un'unità fondamentale: sia Agostino che Bonaventura sanno che alla Chiesa, che spera nella pace per "un giorno avvenire", è affidato l'amore per il "presente", e che il regno della pace eterna cresce nel cuore di coloro che realizzano nel proprio tempo la legge dell'amore di Cristo. Entrambi si sanno sottomessi alla parola dell'Apostolo: "Ora, dunque, rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. La più grande è però la carità" (1 Corinzi, 13, 13).

Brani tratti dai capitoli primo e terzo e dalle conclusioni

(©L'Osservatore Romano - 20 gennaio 2008)


La ricerca del giovane teologo

Pietro Messa
Preside della Scuola Superiore
di Studi Medievali e Francescani

L'allora cardinal Joseph Ratzinger in occasione della nomina a membro della Pontificia Accademia delle Scienze dovendo presentare se stesso, il 13 novembre del 2000, pronunciò un discorso in cui a proposito del suo itinerario di studi tra altre cose disse: "il mio lavoro post dottorale fu incentrato su san Bonaventura (...). Scopersi un aspetto della teologia di san Bonaventura a quanto ne so non basato sulla letteratura precedente: la sua relazione con una nuova idea di storia concepita da Gioacchino da Fiore nel XII secolo. Gioacchino intese la storia come progressione da un periodo del Padre (un tempo difficile per gli esseri umani sotto la legge), ad un secondo periodo della storia, quello del Figlio (con maggiore libertà, più franchezza, più fratellanza), ad un terzo periodo della storia, il periodo definitivo, il tempo dello Spirito Santo. Secondo Gioacchino questo doveva essere il tempo della riconciliazione universale (...). L'interessante idea che scopersi fu che una corrente significativa di francescani era convinta che san Francesco di Assisi e l'Ordine francescano segnarono l'inizio di questo terzo periodo della storia, e fu loro ambizione l'attualizzarlo; Bonaventura mantenne un dialogo critico con tale corrente".
Tale lavoro di ricerca del giovane teologo una volta edito è stato ripreso da diversi studiosi che, potendo usufruire anche di successivi studi ed edizioni critiche delle fonti, si sono soffermati in modo particolare sulla domanda circa quanto il pensiero di Gioacchino da Fiore abbia influito sugli scritti di Bonaventura da Bagnoregio.
A cinquant'anni da quando nel febbraio 1957 la tesi inerente la teologia della storia in san Bonaventura è stata discussa, quest'opera ritorna al centro dell'attenzione come contributo per comprendere la formazione del pensiero di Joseph Ratzinger.

(©L'Osservatore Romano - 20 gennaio 2008)

Gli interrogativi che mi spinsero all'approfondimento della materia

Joseph Ratzinger

Quando nell'autunno del 1953 iniziai il lavoro di preparazione per questo studio, una delle questioni che occupavano un posto di primo piano all'interno dei circoli teologici cattolici di lingua tedesca era la questione concernente la relazione tra storia della salvezza e metafisica. Si trattava di un problema sorto soprattutto dai contatti con la teologia protestante che, sin dai tempi di Lutero, tendeva a vedere nel pensiero metafisico un allontanamento dall'istanza specifica della fede cristiana la quale non indica semplicemente all'uomo la via verso l'eterno ma verso quel Dio che opera nel tempo e nella storia.
A questo riguardo sorsero interrogativi di carattere differente e di diverso ordine. Come può divenire storicamente presente ciò che è avvenuto? Come può avere significato universale ciò che è unico e irripetibile?
Ma, d'altra parte, la "ellenizzazione" della cristianità, che tentò di vincere lo scandalo del particolare attraverso una miscela di fede e metafisica, non ha forse portato ad uno sviluppo in direzione sbagliata? Non ha creato uno stile statico di pensiero che non è in grado di rendere giustizia al dinamismo dello stile biblico?
Queste domande esercitarono su di me un forte influsso ed io intendevo dare il mio contributo per rispondere ad esse. Alla luce della tradizione comunemente accettata della teologia tedesca, mi pareva ovvio che non si sarebbe potuto fare questo a priori; al contrario, ciò si poteva realizzare solo e proprio nel dialogo con quella tradizione teologica chiamata in questione. Unicamente sulla base di questo tipo di studio poteva aver luogo una formulazione sistematica. Ho cercato di dare un'immagine provvisoria di una siffatta formulazione nel mio libro Einführung in das Christentum, che fu pubblicato poco dopo il Concilio (1968).
Avendo dedicato il mio primo studio ad Agostino ed avendo in tal modo acquistato una certa familiarità con il mondo dei Padri, sembrava ora naturale affrontare il medioevo. In relazione alle questioni di cui mi occupavo, Bonaventura era un soggetto naturalmente più adatto per questo studio di san Tommaso d'Aquino. In questo modo si trovò un interlocutore per la discussione. Le domande che speravo di rivolgere a questo interlocutore si possono riassumere in termini generali nei concetti di rivelazione-storia-metafisica.
Prima di tutto studiai la natura della rivelazione insieme alla terminologia utilizzata per esprimerla. Sulla base di questo materiale tentai di descrivere la relazione tra storia e metafisica così come la intese Bonaventura. A tutt'oggi è stato possibile pubblicare solo parecchi frammenti del cospicuo materiale emerso da questa ricerca.
A parte le ragioni esterne implicate, vi era anche una ragione interna: essa deve essere individuata nel fatto che, formulando la domanda in questo modo, stiamo già compiendo un approccio a Bonaventura a partire dal nostro concetto di storia, laddove sarebbe importante leggere Bonaventura all'interno della propria struttura, anche se, così facendo, potremmo scoprire una prospettiva a noi completamente estranea e che potrebbe apparire priva di significato in relazione al nostro problema attuale.
Così concentrai sempre più la mia attenzione sulla teologia della storia così come Bonaventura stesso l'aveva sviluppata nella lotta spirituale della sua età. È questo il modo in cui nacque il presente volume.
I risultati furono abbastanza sorprendenti. Divenne evidente che la teologia della storia di Bonaventura rappresentava la lotta per giungere ad una vera comprensione dell'escatologia. In questo modo essa si ancorava all'istanza centrale della questione stessa del Nuovo Testamento. Era chiaro che la discussione che Bonaventura intraprese con Gioacchino da Fiore - lo straordinario profeta di quel periodo - portò ad un cambiamento del concetto di escatologia che è ancora oggi operativo.
Infine risultò ovvio che la teologia della storia non rappresentava un'area isolata del pensiero di Bonaventura. Al contrario, essa era legata alle scelte filosofiche e teologiche di base che costituirono il presupposto della sua partecipazione alle aspre controversie degli anni Sessanta e Settanta del XIII secolo.
Fu in queste controversie che venne trattato il problema della filosofia e della teologia ed anche quello dell'ellenismo e della de-ellenizzazione, nonché la questione in merito al fatto se la fede può essere trasformata in comprensione.
Mi pare chiaro che Bonaventura non poteva tacere su Gioacchino essendo egli Ministro Generale di un ordine che era quasi giunto al suo punto di rottura a causa della questione gioachimita. L'Hexaëmeron è la risposta che egli diede a questo problema in qualità di Generale dell'ordine; è una discussione critica con l'abate calabrese ed i suoi seguaci. Senza Gioacchino quest'opera sarebbe incomprensibile.
Ma la discussione è portata avanti in modo tale che Gioacchino viene interpretato all'interno della tradizione, mentre i gioachimiti lo interpretarono contro la tradizione. Bonaventura non rifiuta totalmente Gioacchino (come aveva fatto Tommaso): egli lo interpreta piuttosto in modo ecclesiale, creando così un'alternativa ai gioachimiti radicali. Sulla base di questa alternativa egli cerca di conservare l'unità dell'ordine.

Tübingen, 15 Agosto 1969
Dalla prefazione all'edizione americana

(©L'Osservatore Romano - 20 gennaio 2008)

Profezia e cristocentrismo: tra Gioacchino da Fiore e Tommaso d'Aquino

Luca M. Possati

La teologia della storia di san Bonaventura non può essere isolata dalle lotte spirituali che segnarono in profondità il XIII secolo perché "una teologia e una filosofia della storia nascono soprattutto nei periodi di crisi della storia dell'uomo". È stato così per Agostino e il suo De Civitate Dei contra paganos, primo grande affresco di teologia cristiana della storia sorto dal crollo dell'impero romano. È stato così anche per il Dottor Serafico: in un'età segnata da gravi divisioni occorreva pensare una nuova idea della storia capace di arrivare al senso autentico dell'opera di san Francesco e insieme di salvare l'unità dell'ordine francescano.
In tal senso, agli occhi di Bonaventura diventava imprescindibile il dialogo critico con la moderna profezia dell'abate calabrese Gioacchino da Fiore. Sullo sfondo, l'attesa di un futuro imminente, di un'era di pace e fraternità donata da Dio e interna alla storia.
Lungo questa linea si articolano i punti nodali del volume di Joseph Ratzinger San Bonaventura. La teologia della storia (tradotto da Marcella Montelatici e curato da Letterio Mauro), studio dal profilo rigorosamente storico, ma al contempo mosso da questioni molto più generali, tra cui in particolare - come afferma l'autore stesso - il rapporto tra la storia della salvezza e la metafisica.
Due le prospettive seguite dal lavoro: una maggiormente analitica (capitolo I) tesa alla ricostruzione e all'analisi degli enunciati relativi alla teologia della storia sparsi nelle Collationes in Hexaëmeron, le "conferenze sull'opera dei sei giorni" tenute da Bonaventura a Parigi all'inizio dell'estate del 1273, poco prima d'esser nominato cardinale; l'altra più interessata alla collocazione storica delle riflessioni bonaventuriane a confronto con gli sviluppi della scolastica, da Ruperto di Deutz a san Tommaso d'Aquino (capitoli III e IV).
Al centro di queste due prospettive, l'attenzione di Ratzinger si focalizza sul concetto di revelatio-inspiratio (capitolo II).
Testo lacunoso, di cui non possediamo il manoscritto originale ma soltanto le trascrizioni degli uditori, le Collationes rappresentano la testimonianza più importante e originale per capire a fondo l'idea di storia in Bonaventura.
"Intento dell'Hexaëmeron - scrive Ratzinger - è contrapporre ai traviamenti spirituali del tempo l'immagine dell'autentica sapienza cristiana" (p. 27). Per arrivare ad essa la Scrittura è la strada maestra. Del testo sacro esistono tre "aree di significato": la spiritualis intelligentia (il contenuto allegorico, tropologico o anagogico), le figurae sacramentales (i segni di Cristo e dell'Anticristo) e le multiformes theoriae (le "visioni" innumerevoli che solo Dio può abbracciare in un unico sguardo).
In quest'ultimo caso "la Scrittura allude al futuro - scrive Ratzinger - ma la profezia di ciò che sarà può comprenderla solo chi conosce il passato, poiché la storia si sviluppa lungo una linea di senso che non conosce soluzione di continuità e in cui ciò che di volta in volta avviene è accessibile per chi guarda solo a partire dal passato" (p. 28).
Già qui emerge un punto fondamentale: l'interesse del pensiero di Bonaventura sulla storia, fa capire Ratzinger, è rivolto al futuro, ma il futuro si può capire solo se si conosce il passato.
Tale concezione storica delle affermazioni scritturistiche, profondamente diversa dall'interpretazione dei Padri e degli scolastici "improntata più decisamente ad un'idea di immutabilità", è un segno manifesto della presenza delle idee di Gioacchino da Fiore.
"Bonaventura non poteva tacere su Gioacchino essendo egli ministro generale di un ordine che era quasi giunto al suo punto di rottura a causa della questione gioachimita" (p. 11). Come per l'abate calabrese, anche per Bonaventura il senso della Scrittura "cresce" nel tempo, matura di epoca in epoca. Essa contiene veri e propri "semi" di senso, rationes seminales, che si potenziano nel corso della storia. Storia e Scrittura si coappartengono.
Interpretazione del testo sacro e teologia della storia si fondono in una completa unità. A svelarlo sono anche i complessi schemi profetici bonaventuriani costruiti su altrettanto complessi giochi numerici, fedeli rappresentanti dell'armonia dell'universo.
Secondo Ratzinger, nell'Hexaëmeron Bonaventura si propone di svolgere il medesimo progetto di sant'Agostino: rendere comprensibile il presente e il futuro della Chiesa a partire dal suo passato. E tuttavia, il Dottor Serafico procede in una direzione completamente diversa.
È qui che può cogliersi un secondo segno forte della presenza delle idee di Gioacchino da Fiore. Con un gesto tanto radicale quanto significativo Bonaventura esclude fin dall'inizio il De civitate Dei dalla teologia della storia propriamente detta, poiché - in base allo schema delle tre "aree di senso" della Scrittura - la riflessione agostiniana parla di figurae sacramentales e non di multiformes theoriae.
Scartando il materiale reperibile nella tradizione, Bonaventura fa proprie alcune tesi tratte dalla Concordia Veteris et Novi Testamenti di Gioacchino. Un'idea è determinante, quella per cui la storia si muove secondo "un gioco di contrapposizione tra Antico e Nuovo Testamento; entrambi sono, per così dire, i due Cherubini posti sopra l'arca di Dio, le due parti del tempo storico aventi la stessa figura" (p. 32).
Né Bonaventura né Gioacchino hanno mai abbandonato la classica dottrina delle sette età risalente ad Agostino. In essa i giorni della creazione erano assunti a modello per dividere senza soluzione di continuità la storia universale in sette periodi: da Adamo fino alla fine dei tempi, fino al giorno eterno della resurrezione della carne e del giudizio universale. Il settimo giorno, rappresentante dell'"eterno Regno di Dio", fu presto affiancato dall'ottavo, il dies dominicus.
In Agostino non esiste alcuna esplicita armonizzazione tra il sesto e il settimo giorno, i cui rapporti restano indeterminati e flessibili. Gioacchino, e sulla sua linea Bonaventura, abbandona ogni perplessità e opta per uno schema rigidamente settenario fondato, come criterio unificante, sulla corrispondenza tra Antico e Nuovo Testamento e dunque, spiega Ratzinger, su "una corrispondenza di due periodi settenari" (p. 38).
Antico e Nuovo Testamento appaiono come le due metà del tempo storico, costruite in modo uguale.
Le conseguenze di una tale opzione sono decisive per la teologia della storia. Si tratta di un concetto sottolineato con forza da Ratzinger: nello "schema settenario duplice" gioachimita-bonaventuriano si esprime una diversa consapevolezza del tempo.
Se il pensiero agostiniano e la tradizione protocristiana hanno sempre e soltanto pensato Cristo come la pienezza della storia, la fine dei tempi, Bonaventura cambia strada e, su suggerimento di Gioacchino, considera Cristo l'asse dei tempi, il centro della storia: non il principio della fine, ma il punto a partire da cui il corso del mondo inizia ancora una volta su un piano più elevato. Idea, questa, estranea a tutto il primo millennio cristiano e che nasce solo con l'abate calabrese.
Tuttavia la posizione di Bonaventura è ben più sfumata di quanto si potrebbe pensare. "L'idea di un'età dello Spirito Santo, che nella versione gioachimita sopprime la posizione centrale di Cristo - spiega Ratzinger - non viene ripresa tale e quale da Bonaventura" (p. 166). In tal senso l'idea di Cristo centro della storia, sebbene di origine gioachimita, è intesa in maniera molto diversa, cioè non nel senso di un superamento del secondo periodo nel terzo, ma - in una direzione più tomistica, questa volta - per "manifestare Cristo come il vero centro, il punto di svolta della storia" (p. 166).
L'idea fondamentale "che contemporaneamente rappresenta il suo prestito decisivo da Gioacchino" è che "Cristo è il centro di tutto" (p. 166). In ultima analisi, su questo punto Bonaventura è più vicino a Tommaso d'Aquino di quanto non lo sia a Gioacchino.
Se Cristo è il centro della storia, Francesco è segno degli ultimi tempi, un messo di Dio che occupa una posizione ben determinata nel cammino dell'umanità verso la salvezza. Angelus ascendens ab ortu solis, Francesco non solo porta il segno divino delle stigmate, ma partecipa anche della funzione dell'angelo apocalittico che usa il sigillo per segnare gli eletti e fondare così "la comunità della fine dei tempi", preannuncio della Ecclesia contemplativa.
Anche qui Bonaventura segue Gioacchino, e legittimamente, sostiene Ratzinger, perché "di fatto, ogni interpretazione del francescanesimo che prescinda dal suo carattere primitivamente legato alla storia della salvezza e più precisamente escatologico, finirà per non cogliere l'essenza dell'insieme" (pp. 67-68).
Come per l'abate calabrese, anche per il Dottor Serafico l'ordo novus sarà un ordine di contemplatio, preannunciato da Paolo e da Beniamino, da Giovanni e da Giuseppe in Egitto, da Mosè e da Daniele, da san Paolo e da san Giovanni. Ma sarà anche un ordine concreto, storico, un ordine che però Bonaventura non identifica con i francescani dei suoi tempi. Con Francesco, infatti, "si stabilisce già in una qualche forma il vero inizio storico di quest'ordine", ma non nello schema della promessa-risposta proposto dagli spirituali.
Per Bonaventura l'ordine ultimo sarà quello "serafico" e non quello "cherubico", a cui appartengono francescani e domenicani. Avrà una qualità diversa.
Ma la distinzione è più sottile. L'ordine escatologico sarà necessariamente un ordine francescano. Francesco stesso è "serafico" e non "cherubico". Tuttavia l'ordine francescano reale, venuto dopo di lui, è soltanto "cherubico", è rimasto incompiuto; non è il vero ordine voluto da Francesco, quello in cui la sua forma di vita potesse diventare una forma di vita universale. Distinzione, questa, molto importante perché, secondo Ratzinger, spiega moltissimo del comportamento di Bonaventura come Generale dell'ordine e del suo atteggiamento come francescano.
"In realtà, il contributo storico di Bonaventura è proprio quello di aver riconosciuto lo scoccare dell'ora storica nel conflitto tra spiritualità esaltata e lassismo ed essersi piegato a ciò, riconoscendo umilmente i limiti imposti dalla realtà" (p. 82).
L'ordine francescano forse fu inizialmente destinato a far nascere immediatamente il nuovo popolo di Dio, ma il peccato dei suoi membri ha vanificato tale possibilità. Certo è che l'ordo novus sarà contemplatio, visio intellectualis di una revelatio.
Proprio qui, nell'analisi approfondita del concetto bonaventuriano di revelatio-inspiratio e della sua distinzione da quello di "Evangelo Eterno" degli spirituali, si concentra un punto determinante del discorso di Ratzinger. Nell'Hexaëmeron il termine revelatio significa prevalentemente "svelamento di ciò che è futuro" (p. 91), ma anche comprensione del senso spirituale della Scrittura, e infine ascesi mistica, "disvelamento senza immagini della realtà divina" (p. 91).
Nella Collatio II queste tre direzioni sono illustrate a partire dalla distinzione di quattro sensi della sapienza: sapientia uniformis, sapientia multiformis, sapientia omniformis, sapientia nulliformis. Così revelatio è in primo luogo comprensione del linguaggio del testo sacro, la sapientia multiformis, tesa in direzione dell'elevazione mistica, la sapientia nulliformis. "In essa il mistico, aggirandosi nella notte dell'intelletto il cui lume si spegne a simili altezze, sfiora in silenzio il mistero del Dio eterno" (p. 94).
È dunque nel concetto di revelatio che si manifesta l'unità - già richiamata - di Scrittura e Storia, così come il suo significato escatologico.
La revelatio è gratia gratis data. Non è la Scrittura come tale, ma la comprensione della Scrittura donata da Dio attraverso la teologia in direzione dello spirituale, dell'autentico, dell'esperienza divina vissuta dallo scrittore sacro, mens Dei spiritu illuminata. Non è però un'esperienza individuale, precisa Ratzinger. Per Bonaventura essa si colloca in un ampio contesto cosmico-gerarchico e vi partecipano tutte le intelligenze angeliche, mediazioni celesti tra Dio e l'uomo.
Proprio qui gioca un ruolo determinante il confronto con le dispute del tempo, l'agostinismo avicennizzante, l'aristotelismo, la scoperta dello Pseudo-Dionigi.

(©L'Osservatore Romano - 20 gennaio 2008)

18 gennaio 2008

Il cardinale Cottier ripropone i contenuti e le novità del "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger (Osservatore Romano)


Vedi anche:

"GESU' DI NAZARET" DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI

Wall Street Journal: "Docenti e studenti hanno fatto al Papa ciò che la Chiesa fece a Galileo"

Il molosso ed i chiwawa: una bella metafora sul Papa ed i sapienti...

Messa tridentina: cambia la preghiera per gli Ebrei (Tornielli per "Il Giornale")

Libero pensiero e libertà negata al Papa (Giuliano Ferrara per "Panorama")

La protesta: pochi antagonisti nel deserto (Avvenire)

Mettiamo bene le cose in chiaro: alla Sapienza ieri ci sono state poche proteste perchè non c'era il Papa

SMS E MAIL DI SOLIDARIETA' AL PAPA (RADIO VATICANA)

Mancata visita del Papa alla Sapienza: volantino di Lista Aperta di Roma3

Il Premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia: "Col Papa un «incidente» che fa male alla salute della scienza italiana"

La censura che ha impedito al Papa di parlare alla «Sapienza» è lo specchio di una debolezza culturale. Parla il filosofo Rémi Brague

La censura che ha impedito al Papa di parlare alla «Sapienza» è lo specchio di una debolezza culturale. Parla il filosofo Rémi Brague

Walter Brandmüller: «Joseph Ratzinger? Il più laico dei docenti». Il caso Feyerabend? «Ignoranza loro»

Certo non annullata, quell'assenza è stata riempita (Cardia per "Avvenire")

Studenti spaesati e politici affranti e Ratzinger vince la sfida mediatica (Repubblica)

Volantini per Benedetto XVI, universitari aggrediti alla Statale di Milano (Il Giornale)

I soprusi di chi predica libertà (Vincenzoni per "Il Tempo")

La rivincita di Benedetto XVI nell'università che lo ha cacciato (Lidia Lombardi per "Il Tempo")

Garelli: "Ma ora evitiamo la crociata" (quale crociata? Quella laicista?)

Sapienza, applausi al grande assente (Francesca Angeli per "Il Giornale")

Emanuela Bambara: "Un dittatoriale rifiuto all'ascolto sotto le false spoglie della laicità" (Gazzetta del sud)

Nella repubblica delle banane il Papa non può manco andare all'Università (Xavier Jacobelli)

Brani del discorso di Benedetto XVI alla "Sapienza": video H2O

E il pontefice disse: "Non temo per me ma per quei ragazzi" (La Rocca per "Repubblica" spiega i retroscena del rifiuto del Papa)

Scalfari sbotta ed insulta nuovamente il Papa: restauratore, teologo mediocre, politicamente e culturalmente inconsistente (Valli per il tg1)

Flores D'Arcais cerca di giustificare l'intolleranza laicista ma fa autogol...

Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede! (il discorso che il Papa non pronuncera' alla Sapienza)

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Il cardinale Cottier ripropone i contenuti e le novità del "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger

Ridare alla fede il diritto di cittadinanza contro ogni pregiudizio

Francesco M. Valiante

In otto mesi ha venduto più di due milioni di copie, ma non è quello che si dice un libro facile o popolare. Parla di Cristo, eppure è stato scritto anche per i non cristiani e per coloro che non credono. È l'opera di un Pontefice, che però non si sottrae a rilievi e critiche. Nasce da un'esperienza di fede, ma va giudicato anzitutto con il metro della ragione e dell'intelletto.
È una lettura tutt'altro che scontata o convenzionale quella che il cardinale Georges Marie Martin Cottier, Pro-Teologo emerito della Casa Pontificia, propone del "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger.
In questa intervista a "L'Osservatore Romano", il porporato domenicano parte proprio dal successo editoriale del volume - la cui diffusione toccherà quest'anno ben cinquanta Paesi del mondo - per riproporre i contenuti e le novità di un testo che non ha a che fare solo con la ricerca teologica ma con la storia e con il pensiero dell'uomo.

Non la sorprende che un libro del genere abbia raggiunto in così pochi mesi una tale popolarità?

Direi proprio di no, anche se io sono dell'avviso che questo non possa essere considerato un libro popolare in senso stretto. È sicuramente un libro difficile. Non tanto sul piano del linguaggio, che in realtà è molto chiaro, limpido: il Papa usa pochissimi termini riservati solo agli addetti ai lavori. Piuttosto sul piano della problematica, che appartiene anzitutto alla storia del pensiero prim'ancora che all'esegesi. Si tratta di una riflessione sulla natura della teologia. E, come tale, presuppone una certa cultura teologica.

Questo vuol dire escludere dal novero dei lettori coloro che non credono o non sono cristiani?

Certamente no. Io penso che ci si debba accostare ad ogni libro - quindi anche ad un testo del genere - sforzandosi di comprenderne il senso profondo, ma anche esercitando la propria personale riflessione. E questo possono farlo tutti. Quando leggo un libro, cerco di capirlo e perciò mi pongo delle domande. È l'istanza critica. Ed è del tutto legittima. Un libro ci fa pensare, ci trasmette un messaggio che non dev'essere ricevuto in maniera passiva. È un messaggio vivo, che nutre lo spirito. Ciò vale a maggior ragione per un libro che parla di Gesù Cristo.

Ma per leggere queste pagine è necessaria la fede o basta esercitare la ragione?

È evidente che fede e ragione non si contraddicono. Ma direi di più: una lettura semplicemente razionalista del libro è certamente possibile, ma non per questo è più oggettiva. Tutte le persone che pensano hanno alle spalle, in qualche modo, una filosofia. Nessuno è assolutamente neutrale. Nel campo dell'esercizio della ragione, il presupposto di fede del cristiano ha diritto di cittadinanza allo stesso modo del presupposto di chi si ritiene un razionalista. I razionalisti non sono i rappresentanti della ragione in assoluto, ma i rappresentanti della loro ragione particolare, concreta. Per il credente la teologia deve essere considerata come la ragione che medita sul dono ricevuto dalla luce della fede. Per me che credo, per esempio, la lettura del libro coinvolge anzitutto la sfera della fede. Tuttavia essa sollecita anche il mio pensiero, l'intellectus fidei: cerco di penetrare con l'intelletto ciò in cui credo. In questo senso, il lavoro del Papa - come ogni testo di teologia - è un aiuto ad esprimere, approfondire e vivere la propria fede.

Eppure lei stesso ha riconosciuto che anche per un credente la sua lettura non è sempre agevole.

Ho detto che, in effetti, presuppone un minimo di cultura teologica. Ma questo non è un ostacolo insuperabile. Il libro, per esempio, potrebbe essere letto anche in gruppi parrocchiali, guidati da un sacerdote che aiuti gli altri ad aprirsi ad una lettura più profonda della Scrittura. Tutte le sue pagine sono indirizzate verso Gesù Cristo, verso le prime testimonianze raccontate nei testi sacri. Dunque, è un aiuto alla lettura dei Vangeli; ma un aiuto che parte dalla ricerca esegetica - qualche volta anche discutibile - sviluppatasi nel corso dell'ultimo secolo e che quindi suppone una certa conoscenza delle fonti, dei metodi, delle forme d'interpretazione della Bibbia lungo la storia. Del resto, la Sacra Scrittura come tale è il libro del popolo di Dio. E il luogo privilegiato - anche se non esclusivo - di lettura di questo libro, come di tutti i libri del genere, è la Chiesa.

La ricerca di Benedetto XVI si può considerare una novità nel campo dell'indagine biblica o soltanto un'opera di valutazione e di sistematizzazione del lavoro svolto sinora dagli esegeti?

Penso che si tratti di un libro nuovo. Già nella premessa il Papa rivela che il testo è frutto di un lungo cammino interiore. Egli fa riferimento alla propria formazione culturale e racconta che da giovane - io sono un po' più anziano di lui e quindi ho gli stessi ricordi - ha letto delle belle vite di Gesù, tra cui quelle di Guardini, di Papini, di Karl Adam, di Daniel-Rops. Dopo quegli anni, una certa parte dell'esegesi ha cominciato a mettere in discussione la storicità dei Vangeli e della Sacra Scrittura. Sicché si è arrivati ad una distinzione, trasformatasi poi in una vera e propria frattura: da una parte il Cristo della fede, che viviamo nei sacramenti, nella liturgia, nella vita quotidiana; dall'altra il Cristo della storia. Sul quale - è stato sostenuto - la stessa scienza storica non può dirci praticamente nulla. Si è introdotta così in molti studiosi una sorta di schizofrenia spirituale, che ha portato qualcuno - penso per esempio a Bultmann - ad approdare a forme di radicalismo. Tanto che ad un certo punto si è cominciata ad affermare l'impossibilità di scrivere una vita di Gesù. Si trattava di una sfida cruciale, decisiva. Così il cardinale Ratzinger, ora divenuto Papa Benedetto XVI, ha accettato questa sfida.

E come ha risolto il problema del rapporto tra il Gesù storico e il Gesù della fede?

In questo libro il Papa sostiene, in maniera molto convincente, che il Gesù del quale ci parlano i Vangeli è veramente il Gesù della fede. E lo fa a partire da un giudizio sull'uso del metodo storico-critico nell'esegesi. Egli non rigetta questo metodo, anzi ne riconosce il valore. Ma mostra che esso, in quanto tale, ha dei limiti. Per questo, farne un metodo assoluto è un errore. Vi sono altre possibilità di lettura della Bibbia. Dalle quali emerge, oltretutto, che i testi sacri non sono scaturiti da una collettività intesa in senso generico, ma da autori ispirati. Proprio questa ispirazione che viene da Dio è il fondamento dell'unità della Sacra Scrittura. Gli autori biblici non scrivono come letterati, ma come "mandati", ossia come membri del popolo di Dio, quindi condotti e guidati da Dio.

Questo significa che occorre andare oltre la lettera del testo sacro?

C'è un aspetto interessante da rilevare in proposito. Le parole della Bibbia sono spesso riprese in più di un libro sacro e ogni volta manifestano delle potenzialità nuove, di cui l'autore stesso non è sempre consapevole. Questo è frutto dell'ispirazione divina. I testi biblici non sono chiusi in se stessi, ma comportano un'apertura verso il futuro. È, in definitiva, la visione cristiana: tutta la Bibbia converge verso Cristo. Il libro ricompone così la frattura tra il Gesù storico e il Gesù della fede, mostrando chiaramente che la lettura vera di Cristo è la fede. Si tratta di un aspetto molto importante, perché la visione razionalista afferma invece che la dottrina cristiana si costruisce solo a partire dalla lettera, dagli elementi scientificamente sicuri della Sacra Scrittura. Questo non è vero. È la fede stessa che permette di leggere in profondità i testi della Bibbia rispettando pienamente le esigenze scientifiche.

Ma così ritorniamo alla questione di partenza: com'è possibile conciliare la prospettiva di fede con l'uso del metodo storico-critico?

Il Papa dice che la fede non è rinuncia alla serietà scientifica, tutt'altro. Il metodo storico-critico, infatti, ha per noi un valore particolare: ci obbliga ad essere attenti alla storia. E la fede cristiana si poggia su fatti reali. Il discorso biblico non è un discorso simbolico, ma storico. Il cristianesimo non si può capire senza la storia. In questo senso, il libro dà risposte esaurienti a due grandi tentazioni che vedo presenti nel pensiero contemporaneo. La prima è quella che definirei "marcionismo" - dal nome dell'eretico dei primi secoli Marcione - che rigetta totalmente l'Antico Testamento per riferirsi soltanto al Nuovo Testamento, perdendo così il senso della continuità tra i testi sacri: continuità che, ovviamente, non vuol dire omogeneità, in quanto bisogna fare i conti con la novità assoluta di Cristo. La seconda tentazione, che ritroviamo per esempio in Hegel, è lo gnosticismo. In base ad esso, i fatti storici sono visti come simboli, come traduzioni - immaginarie o concrete - di entità che sono metafisiche. Di fronte a queste tentazioni, occorre affermare la storicità del Vangelo, che è alla base della fede cristiana.

A proposito del rapporto tra Antico e Nuovo Testamento, il Papa dedica pagine intense alle radici ebraiche della fede, in particolare riferendosi all'opera del rabbino Jacob Neusner. In questo senso, il libro può favorire il dialogo con gli ebrei?

Certo, è questa è la miglior riprova del fatto che non è stato scritto solo per i cristiani. Nel confronto a distanza che il Papa fa con Neusner ci sono due aspetti esemplari che valgono per ogni dialogo. Il primo è il rispetto, la stima reciproca: non devono esserci ambiguità, ciascuno deve poter dire ciò che pensa. Il secondo sta nel coraggio di affermare e di accettare le differenze. Non bisogna avere una visione utilitaristica del dialogo, che miri ad ottenere un consenso ad ogni costo. Ognuno deve riconoscere i problemi. Certo, lo scopo del dialogo è anche quello di unirci: su molti punti possiamo collaborare e agire insieme, perché abbiamo valori comuni. Ma laddove restano le divergenze, il rispetto diventa una cosa essenziale. Questo vale per ogni dialogo, anche per quello con l'islam.

Il teologo Ratzinger che cosa vuol dire ai suoi colleghi studiosi attraverso questo libro?

Non c'è dubbio che la sua opera indichi una pista precisa per il lavoro teologico, in una linea del tutto conforme alle istanze del Concilio Vaticano II, in particolare della Dei Verbum, la quale afferma che l'anima della teologia è la Sacra Scrittura. Joseph Ratzinger è un teologo che ha preso la penna dopo aver letto attentamente tutto il lavoro degli esegeti. Mi ha molto colpito il fatto che, nella premessa al volume, egli si riferisca anche a due lavori della Pontificia Commissione Biblica, della quale è stato presidente: Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana e L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa. Si tratta di un aspetto molto interessante, perché rivela che la problematica del libro era anche la problematica personale del teologo Ratzinger. Credo perciò che questa opera aiuterà anzitutto i teologi a capire come oggi il loro lavoro debba partire sempre dal testo sacro: cosa che, del resto, hanno sempre fatto nel corso dei secoli i grande teologi, a cominciare dai padri della Chiesa e da san Tommaso d'Aquino, i quali sono stati prima di tutto lettori della Scrittura.

Il Gesù proposto da Benedetto XVI può ancora parlare all'uomo dopo duemila anni?

Il vero Gesù è il Risorto che siede alla destra del Padre, il Vivente nella Chiesa. Dunque, il Vangelo è sempre attuale. Non possiamo credere che Gesù sia presente ogni giorno nell'Eucaristia e pensare invece che la parola appartenga definitivamente al passato. Il Vangelo è vita. È parola vivente del popolo vivo che è la Chiesa: un popolo che si esprime nella parola, è guidato dalla parola, si ritrova nella parola. Perciò il suo luogo privilegiato è la liturgia. I due momenti principali della messa sono appunto la liturgia della parola e la liturgia eucaristica. Costituiscono un'unità, come afferma il Concilio Vaticano II.

Che rapporto c'è tra questa attualizzazione della parola e la tradizione?

Nella Scrittura si trova la tradizione vivente, che è affidata alla Chiesa. Ma la Chiesa non è un museo. Essa vive della parola. In essa si sviluppano tutte le potenzialità della parola. Questo avviene già all'interno della Bibbia stessa, ma si realizza anche nell'ambito della vita della Chiesa. Che cosa vuol dire che la Scrittura è viva? Vuol dire che rivela continuamente le sue potenzialità e così illumina anche i problemi sociali e morali che sono sorti in tempi successivi a quello di Cristo. Gesù è venuto in un momento preciso della storia. Ma è venuto per rimanere nella storia. La Chiesa è la continuazione di Cristo. E i cristiani non possono non pensare ai problemi concreti alla luce della fede.

Ritorniamo alla popolarità del libro. Come si spiega, secondo lei, il successo che in questo periodo riscuotono anche altri libri su Cristo, di segno diametralmente opposto a quello del Papa?

Diciamo anzitutto che il successo di queste opere sembra coincidere con il diffondersi di una certa sete religiosa, di un interesse per le tematiche della fede. Ma si tratta di un interesse molto ambiguo. Ci sono quelli che vogliono veramente conoscere Gesù. E ci sono quelli per i quali Gesù è una figura scomoda, imbarazzante o addirittura da combattere. In ogni caso, il libro del Papa ha una qualità che nessuno può negare: la sua onestà scientifica. Una qualità che sinceramente non trovo in tutti gli altri libri. Certo, ci sono testi rigorosi e onesti su Gesù scritti anche da non credenti. Ma c'è una vasta letteratura di ispirazione radicalmente anticristiana. Direi comunque che tutto questo appartiene alla lotta permanente che la Chiesa deve affrontare nel mondo. Mi sembra, anzi, che sia da considerarsi un buon segno, perché vuol dire che il cristianesimo non lascia indifferenti. Resto comunque convinto che dietro questi fenomeni si possa riconoscere un'aspirazione religiosa diffusa, alla quale dobbiamo rispondere. E questo libro è certamente una bella risposta.

Il Papa stesso, nella premessa al volume, non si sottrae agli eventuali giudizi critici nei confronti della sua opera. Nell'ambito del dibattito aperto sul libro, ci sono rilievi o osservazioni che lei si sente di fare?

Devo confessare di non aver letto il volume con questo spirito. Certamente un esegeta potrebbe avanzare dei rilievi. L'interpretazione di un testo non è sempre univoca. Del resto, questa è la sorte di ogni libro. Nessun'opera può considerarsi esauriente. A maggior ragione, i testi difficili e complessi suscitano più facilmente divergenze interpretative. Io comunque l'ho trovato un lavoro pensato e ponderato molto seriamente. Del resto, è significativo che, soprattutto su alcuni punti controversi, lo stesso Joseph Ratzinger non si sottragga alla discussione ed entri personalmente nel dibattito con grandi esegeti come Rudolf Schnackenburg o Pierre Grelot. In questo senso, il libro può essere a sua volta la base per una discussione. Tuttavia, suggerirei di essere attenti su questo punto, perché mi sembra che oggi si sia diffusa una sorta di moderna malattia: quella di affrontare un testo con il pregiudizio della critica. È Nietzsche che parla della diffidenza metodologica. Ma, a mio giudizio, il primo approccio con un libro non dev'essere di diffidenza, quanto piuttosto di accoglienza, pur senza perdere il senso critico. Lo stesso vale per "Gesù di Nazaret".

È sufficiente questo lavoro per cogliere pienamente il pensiero di Joseph Ratzinger su Gesù o sarà necessario aspettare l'annunciata seconda parte?

Io nutro una grande attesa per il secondo volume, in particolare per la parte in cui tratterà della passione di Gesù e del mistero pasquale. L'inno cristologico della lettera ai Filippesi, citato nella premessa al primo libro, apre idealmente proprio al mistero della croce. Nella stessa premessa il Papa anticipa che la seconda parte del suo lavoro conterrà anche un capitolo sui racconti dell'infanzia di Cristo, che, com'è noto, sollevano problemi e questioni particolari. Personalmente sono molto curioso di leggerlo. E, a quanto sembra, non ci sarà da attendere molto.

(©L'Osservatore Romano - 16 gennaio 2007)

13 gennaio 2008

Messa nella Cappella Sistina: i commenti di Agi e Adnkronos. Molto belli i servizi di Marina Ricci, Aldo Maria Valli e Lucio Brunelli


Vedi anche:

IL TESTO AUTENTICO DEL DISCORSO DEL CARDINALE RATZINGER SU GALILEO GALILEI (Parma, 15 marzo 1990)

Ruini verso l'addio. A Roma in arrivo un canonista (Rodari)

Ma chi scrive i discorsi del Papa? (Tosatti per "La Stampa")

Frère Alois (Taizé): "Cerchiamo un nuovo soffio che ci animi e ci spinga gli uni verso gli altri" (Osservatore Romano)

Riccardi: contro Ratzinger una parodia scontata ed avvilente del '68 (Corriere della sera)

Il sarto del Papa: Ratzinger? E' di una dolcezza rara...

ALESSIO II: PAPA MEDIATORE TRA PLURISECOLARISMO E ESIGENZE ODIERNE (apprezzamento per il Summorum Pontificum e dialogo ecumenico)

La “provocazione” dei Dialoghi tra Manuele II Paleologo e l’anonimo Persiano (prefazione di Mons. Fisichella al libro “Dialoghi con un Persiano”)

Facendosi battezzare da Giovanni insieme con i peccatori, Gesù ha iniziato a prendere su di sé il peso della colpa dell’intera umanità...

Rubbettino Editore: presentazione del volume "Dialoghi con un Persiano" di Manuele II Paleologo

Portando i figli al fonte battesimale i genitori i genitori diventano collaboratori di Dio nel trasmettere ai loro figli la vita anche spirituale

Come italiana (scritto minuscolo) mi scuso con Papa Benedetto per i "dotti sapienti" e per la rai...

Attenzione, preparano l'agguato al Papa (Farina per "Libero", l'unico che abbia riportato la verità sul discorso del Papa su Galileo)

Il Papa alla Sapienza, Mastella: la stupidità non ha limiti. Boselli: è giusto fischiarlo

I gruppi studenteschi di sinistra della Sapienza preparano l'accoglienza al Papa che ha parlato alla Sorbona e insegnato a Tubinga!

NELLA CAPPELLA SISTINA

BENEDETTO XVI CELEBRA LA MESSA DANDO LE SPALLE AI FEDELI

Nello splendore della cappella Sistina il Papa celebra con le spalle rivolte ai fedeli e pronuncia l'omelia dal trono posto sulla parete destra e non al centro.
Per la messa di questa mattina, infatti, Benedetto XVI ha scelto di usare l'antico altare accostato al muro, sotto il Giudizio Universale michelangiolesco, e non piu' l'apposito altare portato su una pedana mobile che usava Giovanni Paolo II.

"Si e' ritenuto - spiega una nota dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice - di celebrare all'altare antico per non alterare la bellezza e l'armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilita' contemplata dalla normativa liturgica. Cio' significa che in alcuni momenti il Papa si trovera' con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando cosi' l'atteggiamento e la disposizione di tutta l'assemblea".

Per il resto, precisa pero' l'Ufficio Liturgico, la celebrazione ha il consueto svolgimento: viene infatti impiegato il messale ordinario, ovvero quello introdotto da Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II.

Prima di diventare Papa, nel suo libro intitolato "Introduzione allo spirito della liturgia", pubblicato nel 2001 dalle Edizioni San Paolo, Joseph Ratzinger aveva auspicato il ritorno alla messa celebrata con il sacerdote e i fedeli rivolti verso Oriente - il luogo dal quale ritornera' il Signore - come e' stato per lunghi secoli fino alla riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II.

Ratzinger lamentava che nella celebrazione con l'altare rivolto verso il popolo, com'e' oggi, il prete "diventa il vero e proprio punto di riferimento", e tutto sembra terminare "su di lui". E cosi' "l'attenzione e' sempre meno rivolta a Dio". Nel libro, l'allora card. Ratzinger osservava che, "al di la' di tutti cambiamenti, una cosa e' rimasta chiara per tutta la cristianita', fino al secondo millennio avanzato: la preghiera rivolta a Oriente e' una tradizione che risale alle origini ed e' espressione fondamentale della sintesi cristiana di cosmo e storia". L'Oriente significava infatti l'annuncio del "ritorno del Signore".

Basandosi sulla "presunta posizione del celebrante" sull'altare della Basilica di San Pietro, gli autori della riforma scaturita dal Concilio Vaticano II hanno invece stabilito che "l'Eucarestia deve essere celebrata versus populum (in direzione del popolo). L'altare deve essere disposto in maniera tale che il sacerdote e il popolo possano guardarsi a vicenda". Il card. Ratzinger contestava che questa norma corrisponda all'immagine dell'Ultima Cena: "In nessun pasto all'inizio dell'era cristiana il presidente di un'assemblea di commensali stava di fronte agli altri partecipanti. Essi stavano tutti seduti, e distesi, sul lato convesso di una tavola a forma di sigma o di ferro di cavallo". Ciononostante, "la conseguenza piu' visibile" della riforma post-conciliare e' quella di "una nuova idea dell'essenza della liturgia come pasto comunitario". Nel vecchio rito tridentino, rimasto in vigore fino all'ultima riforma, la Messa era, invece, essenzialmente il riaccadere del sacrificio della Croce, non un "pasto" o un "convito" come nella tradizione protestante. Ratzinger contesta infatti che l'Eucarestia possa essere "descritta adeguatamente dai termini "pasto" e "convivio".

La consapevolezza del fatto che altare, il prete e i fedeli erano anticamente rivolti verso Oriente si e' persa nel corso dei secoli, al punto che quell'orientamento veniva etichettato come "celebrazione verso la parete" o come "un mostrare le spalle al popolo", e quindi e' apparso - spiegava il cardinale - "come qualcosa di assurdo e completamente inaccettabile".

Ma Ratzinger contestava il risultato della riforma liturgica: "Ora il sacerdote - o il "presidente", come si preferisce chiamarlo - diventa il vero e propria punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. E' lui che bisogna guardare.

© Copyright (AGI) - CdV, 13 gennaio -


L'Ufficio liturgico: ''Possibilità contemplata dalla normativa''

Papa, messa di spalle nella Sistina per il battesimo di 13 bimbi

Benedetto XVI ha scelto una sintesi tra liturgia pre e post conciliare rivolgendo le spalle ai fedeli secondo il rito antico ma usando il messale di Paolo VI in italiano. Durante messa Ratzinger ha perso l'anello del Pescatore poi ritrovato da mons. Marini

Città del Vaticano, 13 gen. (Adnkronos) - Benedetto XVI ha scelto di celebrare questa mattina la messa per il battesimo di 13 bambini nella Cappella Sistina tornando all'antico, ma fino a un certo punto. Ratzinger ha svolto il rito dall'altare posto tradizionalmente sotto l'affresco michelangiolesco, ha dato le spalle ai fedeli in diverse occasioni, ma ha seguito il messale di Paolo VI e la messa è stata in italiano.

Insomma un mix fra ''pre'' e ''post'' Concilio, quasi una sintesi della visione liturgica del Papa che ha voluto interpretare la riforma liturgica promossa dal Vaticano II non come una rottura rispetto alla tradizione precedente valida del resto per molti secoli, ma come un elemento di aggiornamento che andava letto in continuità con la storia precedente della Chiesa. Nota è poi l'avversione di Ratzinger per quelli che egli stesso ha chiamato ''eccessi'' nell'interpretazione moderna della liturgia: aspetti musicali, una certa libertà di comportamenti del sacerdote e dei fedeli, tutto ciò insomma che porta, secondo il Papa, lontano da quella profonda spiritualità, scevra di elementi esteriori, con la quale deve essere vissuta la messa.

A spiegare la natura del rito odierno era stato lo stesso Ufficio liturgico del Papa con una nota specifica: ''Si è ritenuto di celebrare all'altare antico per non alterare la bellezza e l'armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica. Ciò significa che in alcuni momenti il Papa si troverà con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando così l'atteggiamento e la disposizione di tutta l'assemblea". Tuttavia, precisava il testo, la celebrazione ha il consueto svolgimento: viene infatti impiegato il messale ordinario, ovvero quello introdotto da Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II.

Durante la celebrazione Benedetto XVI ha perso l'anello del Pescatore che porta sempre al dito. L'anello - che è uno dei segni della dignità pontificia - gli è scivolato sul tappeto vicino all'altare. Al piccolo incidente sarebbe seguito un momento di imbarazzo quindi il cerimoniere pontificio, mons. Guido Marini, sarebbe riuscito a trovarlo e a riconsegnarlo a Ratzinger.

© Copyright Adnkronos

Da segnalare i servizi di Marina Ricci (Tg5), Aldo Maria Valli (Tg1) e Lucio Brunelli (Tg2), tutti molto bravi nello spiegare il rito di stamattina.
R.

La “provocazione” dei Dialoghi tra Manuele II Paleologo e l’anonimo Persiano (prefazione di Mons. Fisichella al libro “Dialoghi con un Persiano”)


Vedi anche:

Facendosi battezzare da Giovanni insieme con i peccatori, Gesù ha iniziato a prendere su di sé il peso della colpa dell’intera umanità...

Rubbettino Editore: presentazione del volume "Dialoghi con un Persiano" di Manuele II Paleologo

Portando i figli al fonte battesimale i genitori i genitori diventano collaboratori di Dio nel trasmettere ai loro figli la vita anche spirituale

Come italiana (scritto minuscolo) mi scuso con Papa Benedetto per i "dotti sapienti" e per la rai...

Attenzione, preparano l'agguato al Papa (Farina per "Libero", l'unico che abbia riportato la verità sul discorso del Papa su Galileo)

Il Papa alla Sapienza, Mastella: la stupidità non ha limiti. Boselli: è giusto fischiarlo

Sinodo 2008: Mons. Eterovic spiega i compiti del relatore generale e del segretario speciale nominati oggi dal Papa (Osservatore Romano)

DOMANI IL PAPA DIRA' MESSA SPALLE AI FEDELI MA USANDO IL MESSALE DI PAOLO VI

Nella Solennità del Battesimo del Signore il Papa presiede la Messa nella Cappella Sistina (Radio Vaticana)

Anche il Beato Angelico era un astrattista (Timothy Verdon per "L'Osservatore Romano")

Alessio II: la testimonianza del Vangelo, base dell’unità dei cristiani (Zenit)

IL TESTO AUTENTICO DEL DISCORSO DEL CARDINALE RATZINGER SU GALILEO GALILEI (Parma, 15 marzo 1990)

I gruppi studenteschi di sinistra della Sapienza preparano l'accoglienza al Papa che ha parlato alla Sorbona e insegnato a Tubinga!

Rosso "malpela" chi definisce il Papa "babbano vaticano". Attenti: il "babbano" non è poi così triste...

La Chiesa e i media: «Strumentalizzate le parole del Papa» (Avvenire)

Vian: "Il Papa non ha detto troppo, scorretti i politici" (Accattoli per "Il Corriere")

Gli studenti "illuminati dalla Sapienza": il Papa è contro Galileo. Peccato che il cardinale Ratzinger non abbia mai pensato una cosa del genere...

Vian (Direttore Osservatore Romano): «La stampa cattolica deve uscire dal ghetto» (Tornielli per "Il Giornale")

La “provocazione” dei Dialoghi tra Manuele II Paleologo e l’anonimo Persiano

Rino Fisichella

ROMA, sabato, 12 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'introduzione di monsignor Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense, al volume “Dialoghi con un Persiano” di Manuele II Paleologo (Rubbettino Editore), contenente la versione integrale del controverso testo citato da Benedetto XVI a Ratisbona.

La lectio accademica di Benedetto XVI nella sua antica università di Regensburg il 12 settembre del 2006 ha riportato in auge, malgré lui, un testo antico di notevole significato. Dimenticato da molti, conosciuto a tanti, i Dialoghi con un Persiano di Manuele Paleologo rappresentano un tentativo di apologetica del tardo medioevo che solo pochi esperti della materia conoscono. Se ai tanti commentatori della lezione di Regensburg fosse stato spiegato almeno il contesto storico e teologico di quelle pagine, probabilmente non si sarebbe assistito al gioco degli equivoci che ha dominato per settimane la scena internazionale con punte di violenza del tutto gratuite e ingiustificate.

La pubblicazione dei Dialoghi, da questa prospettiva, si presenta come una risposta intelligente che, lontano dalle polemiche, permette di accostarsi al testo nella sua traduzione originale e completa. Esso costituisce un contributo di valore per verificare direttamente quanto i due protagonisti dell’opera avessero reciproco rispetto e profonda stima l’uno dell’altro, tanto da far arrossire quanti hanno voluto speculare sulla vicenda con argomentazioni deboli e richieste pretestuose.

Va dato il meritato riconoscimento a Francesco Colafemmina non solo per aver avuto l’idea di pubblicare i brani in questione, ma soprattutto per la fatica compiuta di averne fornito una sua traduzione fedele al testo greco originale sia nel genere che nella terminologia, non sempre facilmente traducibile per gli inevitabili riflessi del sentire contemporaneo. La sua Introduzione ai Dialoghi permette di conoscere la personalità dell’ultimo grande imperatore romano e familiarizzare con la sua profonda fede e spiritualità. Bisogna dare atto a Colafemmina di essere riuscito bene nell’impresa non facile, soprattutto per aver creato uno scenario storico e contenutistico che favorisce la ricostruzione di un contesto necessario e inevitabile per la più coerente comprensione dei personaggi coinvolti nel dialogo e delle loro rispettive considerazioni.

I Dialoghi tra Manuele II Paleologo e l’anonimo Persiano – di cui sappiamo solo essere un “muteriz”, cioè un uomo sapiente a cui tutti portavano rispetto – non sono molto conosciuti nella storia dell’Apologetica. Come spesso avviene, la ricostruzione storica preferisce muoversi tra i più facili viali dei famosi maestri e delle scuole di pensiero, piuttosto che addentrarsi nei complicati meandri di opere secondarie e autori sconosciuti. La dimenticanza di questi, tuttavia, non permette di avere una visione completa della problematica e la stessa ricostruzione storica lascia il fianco scoperto. D’altronde, anche alla luce dei fatti recenti, chi potrebbe dire con assoluta certezza che il Liber creaturarum del catalano Raimondo da Sebunda (1385-1436), rettore della prestigiosa scuola di Toulouse abbia avuto più fortuna dei Dialoghi dell’imperatore Paleologo? O, forse, il Dialogion de fide cattolica e il Contra perfidiam Mahumeti del certosino Dionigi di Ryckel (1402-1471) hanno argomentazioni più delicate di quelle contenute delle pagine dei Dialoghi con il Persiano? Se, probabilmente, il De pace seu concordantia fidei del cardinale Nicolò Cusano (1401- 1464) ebbe maggior eco dei Dialoghi, chi può attestare che l’Adversus Iudaeos et Gentes dell’umanista fiorentino Giannozzo Manetti (1396-1459) abbia avuto maggior influsso dello scritto di Manuele II? Gli autori citati sono contemporanei dell’ultimo imperatore romano, morto come monaco, e trovano più o meno spazio nelle diverse storie dell’apologetica, mentre nessuna di queste fa menzione dei Dialoghi.

La storia, come si sa, percorre spesso sentieri che gli stessi storici non possono determinare. Con ragione osserva Colafemmina nella sua Introduzione: «Attraverso le contorte vie della storia, possiamo attingere al significato autentico di quest’opera soltanto dopo esserci stupiti di una dimensione spirituale tanto sublime quanto aliena dalla nostra tradizione». A dispetto di tanti maestri di apologetica, Manuele II sembra essersi preso la rivincita, lui che proprio agli inizi dei Dialoghi diceva al Persiano avrebbe dovuto rivolgersi a «coloro che per mestiere insegnano la nostra religione» (I, 3), ai teologi! Caduti nel silenzio i grandi nomi di apologisti che nei loro scritti – come usuale all’epoca sia da parte cristiana che reciprocamente ebrea e mussulmana – hanno spesso espressioni che fanno impallidire quelle che si trovano nei Dialoghi, torna alla ribalta uno scritto privato, stilato per informare il fratello di come si passavano le noiose giornate alla corte, che presenta tratti di genuina riflessione e con elementi di metodologia che hanno grande valore per il dialogo contemporaneo.

Il primo tratto che merita di essere considerato, infatti, è proprio la metodologia che i due interlocutori adottano. Emerge in maniera impressionante, ad esempio, che i due non si interrompono mai. Il loro linguaggio, pur fermo e preciso nelle argomentazioni non è mai sguaiato e nessuno intende mai mettere l’altro in uno stato di imbarazzo per quanto viene dicendo. È interessante, invece, osservare che si danno spazi di silenzio – elemento fondamentale per l’ascolto e la riflessione – per favorire l’accoglienza del discorso e trovare una risposta adeguata, frutto non dell’emotività del momento, ma della riflessione prolungata.

Sul piano del rapporto interpersonale, inoltre, i due interlocutori mostrano di avere la consapevolezza del rango e del potere che possiedono; questo, tuttavia, non impedisce loro di entrare nel merito dei contenuti del dibattito, in alcuni momenti, con espressioni che oggi troveremmo certamente estranee al politically correct. In effetti, i Dialoghi sono un vero dibattito.

Abituati come siamo ad avere una visione parziale del dialogo, il testo del Paleologo mostra con chiara evidenza che quando due interlocutori intendono intraprendere la via del dialogo devono avere chiara la loro identità e, in nome della verità a cui aderiscono, non hanno alcuna intenzione di abbandonare le proprie posizioni per accettare immediatamente quelle dell’altro. Al contrario. Qui emerge in modo chiaro che tanto il Persiano quanto Manuele II sono ben consapevoli della verità delle loro rispettive posizioni e nell’esporre i contenuti della loro fede hanno in cuore di convincere l’altro della bontà della loro scelta. Lo fanno in maniera diversa: con passione e convinzione l’imperatore; con distacco e quasi indifferenza il Persiano.

Ambedue, comunque, entrano nel vivo dei rispettivi contenuti e pur rispettandosi non negano quanto li divide. Ciò che spinge il Muteriz a mettersi in ascolto dell’imperatore è detto da lui stesso in maniera diretta: «Ho sempre avuto il desiderio di imparare a conoscere la vostra religione. E non mi sono mai imbattuto in alcun Cristiano che avesse una cultura e un’esperienza religiosa tale da potermi spiegare alcunché in maniera chiara e proprio come lo desideravo» (I, 2). Si nota che il desiderio di conoscere trova corrispondenza solo là dove viene riconosciuta non solo la competenza, ma anche la coerenza della vita. Si pongono insieme, infatti, “cultura” ed “esperienza”, come dire: la vera forma di comunicazione non si esprime nella sola conoscenza dei dogmi, ma anche nella testimonianza di vita che ne segue.

Manuele II, da parte sua, esprime nei confronti del Persiano un’attenzione degna di nota: «Egli aveva, come è naturale per queste ragioni, una mente non in grado di poter attingere adeguatamente al pensiero divino nascosto nelle Scritture; sicché discorremmo non come sarebbe stato opportuno, ma nella maniera in cui per lui sarebbe stato possibile comprendere ciò che si diceva» (Proemio, 4). Dalla prospettiva cristiana, questo ha un grande valore simbolico soprattutto se confrontato con i testi dell’epoca dove l’argomentazione si fondava sull’autorità della Sacra Scrittura.

L’imperatore, a differenza del teologo, comprende con maggior lucidità che non può argomentare con il mussulmano sulla base dei vangeli ma deve trovare una strada diversa che gli permetta sia di essere compreso nella sua esposizione sia di contraddire la verità dell’interlocutore. Non so se il Paleologo avesse mai letto il Monologion di Anselmo, ma certamente la sua argomentazione trova riscontro in quanto il santo vescovo scriveva: «Remoto Christo quasi nulla sciatur de Christo […] necessariis rationibus sine Scripturae auctoritate». La ragione, non la fede, è la vera protagonista dei Dialoghi. Un passo esplicito conferma questa nostra lettura: «Se tu credessi alle Scritture, io non avrei molto da dirti […] Visto che al momento non vuoi credere alle Scritture, facciamo che se quando uno di noi cita un passo della Scrittura l’altro lo accetta, allora ci serviremo giustamente delle Scritture nel nostro dialogo, per quanto possibile. E qualora avvenga diversamente, non ci resta che servirci delle argomentazioni e cercare con verosimiglianza, per quanto ci è concesso, dove sia possibile trovare la verità» (I,7).

Insomma, riscontriamo le tracce della genuina apologia che riconosce la sua magna charta nel testo di Pietro: «Sempre pronti a dare ragione (apolog…a) della speranza che è in voi» (1 PT 3,15). Per entrare ancora più direttamente nel merito dei contenuti è necessaria un’ulteriore considerazione che possiede un valore rilevante. Probabilmente, il culmine dell’argomentare di Manuele II si trova nell’espressione: «Il non agire secondo ragione è alieno da Dio» (VII, 3). Questa convinzione accompagna certamente l’intera tradizione cristiana da sempre; la sua concettualizzazione, comunque, trova terreno fecondo ai tempi di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Non è il caso di far riferimento ai testi di Agostino o di Anselmo in proposito. La loro posizione è ben conosciuta e trova riscontro in quella sintesi agostiniana del credo ut intelligam e intelligo ut credam che sfocerà nella felice intuizione anselmiana della fides quaerens intellectum. Per secoli questa posizione fu il fondamento del pensare cristiano.

Il cambiamento comincia a verificarsi con il sorgere delle università all’inizio del XIII secolo. Questo porta con sé la scoperta di un’altra autorità che si affianca a quella della Scrittura, la ratio. La scoperta di Aristotele fatta in un primo momento dai commentari di Averroè (1126-1198) è, da questo punto, di importanza decisiva. Si sa che il maestro professava l’Islam e, comunque, i suoi scritti furono visti con sospetto e lui stesso morì in disgrazia come eretico. La sua opera, comunque, penetrava nel pensiero occidentale e andava ad intaccare diversi contenuti della fede a cui anche i nostri Dialoghi fanno eco: la libertà della creazione, l’origine e la fine del mondo, la divina provvidenza, la risurrezione e l’immortalità, l’incarnazione e la redenzione, la Chiesa e i suoi sacramenti… in una parola, l’uso dell’aristotelismo metteva in crisi il pensiero cristiano.

Una prima reazione si ebbe con lo scritto di Alberto Magno voluto da papa Alessandro IV, Sull’unità dell’intelletto contro Averroè, ma la vera sfida doveva venire in maniera più positiva e profonda attraverso l’intelligenza di Tommaso d’Aquino. Gli scritti di Aristotele cominceranno ad essere accessibili a partire dal 1230, Tommaso ne aveva ormai diretta conoscenza e comprendeva come, in primo piano, il vero problema che stava sul tappeto era la quaestio de veritate. I suoi commentari ad Aristotele mostravano che gli scritti del filosofo erano molto più coerenti con la dottrina cristiana di quanto non pensasse Averroè; anzi, la fede veniva a porsi come completamento e correzione di quanto il filosofo aveva scritto a tal punto da diventare un riferimento decisivo per l’intero pensiero cristiano. Nel suo Summa contra Gentiles seu De veritate catholicae fidei, Tommaso, fin dalle prime battute, pone la questione del metodo apologetico: il sapiente è tale se considera tutte le cose alla luce della verità; quindi, alla luce del principio primo da cui tutto deriva.

La stessa rilevazione degli errori appartiene al desiderio che ognuno possiede per raggiungere la verità e, pertanto, questa fase è necessaria tanto quanto la scoperta della verità stessa. «Lo studio della sapienza – scrive il Dottore Angelico – è il più perfetto, sublime, utile e giocondo, fra tutti gli studi dell’uomo [...] Avendo dunque assunto l’ufficio del sapiente, per divina bontà, sebbene sorpassi le nostre forze, ci proponiamo di chiarire, secondo la nostra debolezza, quella verità che professa la fede cattolica, eliminando gli errori opposti [...] Però è difficile combattere contro ogni errore singolo, per due motivi. Primo, perché non ci sono completamente noti i detti sacrileghi di tutti, in modo da ricavare da ciò che dicono gli argomenti contro gli stessi loro errori [...] Secondo, perché alcuni di loro, come i maomettani e i pagani, non accettano come noi l’autorità di qualche Scrittura, con la quale possano essere persuasi; mentre contro i Giudei possiamo disputare per mezzo dell’Antico Testamento, e con gli Eretici per mezzo del Nuovo; ma i primi non accettano né l’Antico né il Nuovo Testamento e, quindi, si rende necessario ricorrere alla ragione naturale a cui tutti devono per forza assentire; però essa è manchevole nelle cose che riguardano Dio» (I, 2). Per Tommaso, la conclusione è una sola: la fede con la sua verità, pur eccedendo la verità della ratio, non sarà mai contraria alle verità che la ratio raggiunge da sé; essa, pertanto, ha un valore universale.

Ritornando ai nostri Dialoghi, si legge con una nota di amarezza l’osservazione dell’imperatore: «Non avendo mai gustato la libertà della Verità, non la desiderava quanto avrebbe dovuto» (Proemio, 2). Se si vuole, qui si riscontra il nodo ligneo della questione: l’esperienza della libertà come frutto della conoscenza e della scoperta della verità. Una verità che non può essere solamente dimostrata, ma mostrata come offerta di senso che apre spazi fino a quel momento inimmaginabili.

Il Muteriz era curioso di conoscerla, ritorna spesso come un ritornello la sua richiesta: «Dobbiamo trovare la verità [...] bisogna permettere, per quanto ci è concesso, che la verità venga cercata, così, ovunque essa sia» (I, 10); tuttavia, non sembra disposto a immergersi in una verità che giorno dopo giorno apre sempre nuovi spazi di conoscenza e di libertà. È qui che si gioca uno dei temi fondamentali della peculiarità del cristianesimo nel complesso delle religioni. L’imperatore se ne fa interprete quando dice: «Noi cerchiamo l’approdo con la fede piuttosto che con il metodo, l’arte e il raziocinio. Tuttavia, per quanto possibile, ci serviamo di quelle argomentazioni che sono probabilmente giuste. Laddove la fede non persuade, abbiamo bisogno di una dimostrazione inconfutabile generale e concorde» (I, 13).

La fatica del credente è spesso quella di mostrare la ragionevolezza dei suoi contenuti e delle proposte che ne derivano, evidenziando che non sono primariamente frutto della fede, ma della ragione che cerca la verità e in essa trova la libertà corrispondente. Quanto avviene tra Manuele II e il Persiano è chiaro: davanti alle argomentazioni stringenti dell’imperatore, il Muteriz si convince, ma non riesce a credere. La sua richiesta di verità è certamente sincera, ma non è in grado di far compiere alla ratio tutto il suo percorso, quello di abbandonarsi al credere. Più volte nel corso del dibattito emerge questa dimensione fideistica del saggio persiano che gli impedisce di oltrepassare la soglia per raggiungere la piena verità che la stessa ragione intuisce; è il rimprovero che gli muove l’imperatore: «Ciò lo dici sempre e mai lo dimostri» (VII, 22).

Fede e ragione per il Muteriz vanno separate e non possono camminare insieme; quando c’è una non deve esserci l’altra. Per l’imperatore, al contrario, l’una richiede l’altra e non può esserci forza della fede senza la ragione, così come non può esserci forte ragione senza la certezza della fede. Al fondo si trova la radicale differenza tra le due religioni: una pensa di possedere la verità data una volta per sempre nel Corano, mentre il Cristianesimo sa che la sua verità è una Persona, Gesù di Nazareth, Dio che entra nella storia e, pertanto, rimarrà sempre come una indagine e ricerca che troverà riposo solo alla fine dei tempi.

Se si vuole, i Dialoghi manifestano il desiderio profondo di conoscere la verità che anima da sempre l’uomo. Manuele II, in questo dibattito, emerge come una figura carica di passione e convinzione; in lui si nota una motivazione teologica, forse inaspettata ma non per questo meno reale e convincente. Si potrà non seguire l’imperatore nel momento in cui esprime giudizi che appartengono al contesto storico di un’interminabile guerra che lo aveva perseguitato lungo il corso dei quasi quarant’anni di impero. Il suo argomentare, comunque, rimane forte, lineare e carico di ciò che oggi chiamiamo la “logica dell’incarnazione”.

Seguire il suo ragionamento riporta al dilemma che da sempre segue il cristianesimo: cur Deus homo? Perché Dio si è fatto uomo rimarrà come l’interrogativo che trova riscontro solo se si accoglie l’evento di Gesù di Nazareth come il rivelatore e la rivelazione ultima del Padre. Il perché dell’incarnazione non è una domanda retorica, ma immette in quella problematica che pone domande all’antropologia e alla religione nel loro mutuo rapportarsi, chiedendo di dare risposte cariche di senso e definitiva pena il rimanere nell’incertezza e nel dubbio esistenziali. Il perché dell’incarnazione permette a Manuele II di andare diritto al cuore del mistero cristiano per far emergere la sua originalità dinanzi alla legge mosaica e all’universo delle religioni. In particolare, comunque, la cosa si imponeva nei confronti dell’Islam verso il quale l’imperatore si muoveva con argomentazioni di una logica stringente. Paleologo viveva sulla sua pelle la perenne conquista di nuove terre e imperi che veniva fatta con la violenza della spada da parte dei sultani.

Questo poneva certamente degli interrogativi a un uomo di fede come lui che aveva esperienza del cristianesimo come un processo di evangelizzazione che vantava dei martiri, ma non ne faceva. Nonostante questo, il suo era il tentativo di comprendere una religione che avrebbe distrutto il suo stesso Impero e dominato il cuore del cristianesimo, Aghia Sophia. Questo non avveniva come un fatto post eventum, al contrario. Ciò che spingeva Paleologo al dialogo con l’Islam era il desiderio di conoscere e dare ragione della sua fede al Persiano che lo interrogava. Era chiamato a dare una ragione a qualcosa di nuovo, di diverso e lontano dal suo credo, ma doveva farlo in nome della verità.

Non si va lontano se si pensa che questi Dialoghi sono caratterizzati da una antesignana “teologia della storia”, con la quale si tenta di dare senso e risposta all’interrogativo impresso dalla dinamica della storia. Non poteva essere estraneo a Manuele II l’interrogativo di come fosse che l’Islam mettesse a repentaglio la cultura e la conquista del cristianesimo. La domanda diventava provocazione quando pensava che la storia della salvezza in cui credeva, quella che progressivamente si era sviluppata dal villaggio di Nazareth fino a diventare un impero che oltrepassava la grandezza di quello antico romano, veniva messa in discussione e perfino distrutta dall’Islam. Una religione che pur onorando Gesù, tuttavia negava il suo vangelo come Parola di Dio offerta agli uomini per la salvezza di tutta l’umanità e impediva al suo regno di estendersi.

Rileggere queste pagine in un periodo come il nostro che soprattutto a livello politico vede aperta la questione sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea non è privo di attualità. La vicenda di Manuele II potrebbe aiutare non poco per addentrarsi nei meandri di una questione certamente complessa per il peso storico e culturale che possiede. Soprassedere su questa dimensione, tuttavia, potrebbe rendere più facile il faticoso lavoro del politico, ma non aiuterebbe a trovare la via più coerente da percorrere per guardare al futuro con maggior lungimiranza e intelligenza. I tempi dell’imperatore Paleologo furono segnati, come si sa, dai particolarismi nazionali che vedevano Bisanzio ormai lontana e non meritevole di essere difesa. Eppure, Costantinopoli era stata il centro e il cuore pulsante dell’Impero. Da là proveniva la tradizione che univa l’oriente e l’occidente in una sintesi tanto unica quanto feconda che aveva permesso a diversi regni e culture di fondersi insieme per diventare “Europa”.

A distanza di più di cinque secoli la storia sembra ripetersi. L’Europa di oggi vede l’antica Bisanzio distante, lontana e ha paura per la sua diversità culturale che i secoli hanno imposto. Le radici di quella terra, tuttavia, anche se rare e secche sono cristiane. Santa Sofia potrà anche essere stata trasformata in un museo, ma il volto del Pantocrator non ha potuto essere tolto. È stato coperto, non distrutto. Efeso, Antiochia, Tarso, la Cappadocia… con i loro segni permangono nel ricordare la fecondità della presenza cristiana e la ricchezza intellettuale che ne è scaturita.

La figura di Manuele II è segno anche di questo. Da una parte egli ricorda l’attenzione che si deve a questa terra e a ciò che ha prodotto; dall’altra, invita a non sottovalutare le provocazioni presenti che dovrebbero scuotere non poco la generale indifferenza dei paesi europei. Ragione e fede devono riprendere inevitabilmente il loro cammino comune. Benedetto XVI, a più riprese, ha ribadito che questa strada non solo permette al cristianesimo di essere fecondo nella via dell’evangelizzazione, ma consente anche ai non credenti di accogliere il messaggio di Gesù Cristo come ipotesi carica di senso e decisiva per l’esistenza.

Riprendere tra le mani il dialogo tra un imperatore cristiano e un Muteriz mussulmano del XV secolo potrebbe essere un’efficace provocazione, soprattutto nell’attuale complesso mutamento culturale in cui siamo inseriti, per comprendere quanto sia decisiva la conoscenza corretta dei fenomeni, l’importanza del saper dare ragione della propria fede e la necessità di raggiungere la verità come porto sicuro per dare alla vita la certezza definitiva di cui ha bisogno.

© Copyright Zenit