1 ottobre 2008

Benedetto XVI ha un padre, Romano Guardini (Magister e Zucal)


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Su segnalazione di Alessia leggiamo questi due articoli fondamentali tratti da www.chiesa.

Benedetto XVI ha un padre, Romano Guardini

Il giovane Ratzinger lo ebbe come maestro e da allora non ha cessato di ispirarsi al suo pensiero. A quarant'anni dalla scomparsa del grande intellettuale italo-tedesco, un'analisi del suo influsso sull'attuale papa

di Sandro Magister

ROMA, 1 ottobre 2008

In questo stesso giorno, quarant'anni fa giusti, a Monaco di Baviera moriva Romano Guardini (1885-1968), il filosofo e teologo italo-tedesco che la sua biografa Hanna-Barbara Gerl definì "un Padre della Chiesa del XX secolo".
I libri di Guardini hanno nutrito la parte più viva del pensiero cattolico del Novecento.
E tra i suoi allievi ve ne fu uno speciale, oggi papa. È Joseph Ratzinger, che quand'era studente, poco più che ventenne, ebbe modo non solo di leggere ma anche di ascoltare dal vivo colui che elesse come suo grande "maestro".
Da teologo, da cardinale e anche da papa, Ratzinger ha confessato più volte, nei suoi libri, di voler proseguire sulle strade aperte da Guardini.
In "Gesù di Nazareth" dichiara fin dalle prime righe d'avere in mente un classico del suo maestro: "Il Signore". E in "Introduzione allo spirito della liturgia" mostra fin dal titolo di ispirarsi a un capolavoro dello stesso Guardini, "Lo spirito della liturgia".
Nel quarantennale della scomparsa, in Italia, in Germania e in altri paesi europei saranno a lui dedicati simposi, seminari, convegni che cercheranno di analizzare il suo straordinario contributo al pensiero filosofico e teologico.

Ma uno dei campi più interessanti da esplorare è l'intreccio tra la biografia e il pensiero di Guardini e quelli dell'attuale pontefice.

È quanto fa nel saggio che segue uno dei maggiori esperti in materia, Silvano Zucal, professore di filosofia all'Università di Trento e curatore dell'edizione critica integrale delle opere di Guardini, edita in Italia dalla Morcelliana.
L'articolo è uscito sull'ultimo numero di "Vita e Pensiero", la rivista dell'Università Cattolica di Milano.

Ratzinger e Guardini, un incontro decisivo

di Silvano Zucal

In questo saggio vorremmo porre l'attenzione sul rapporto tra Romano Guardini e Joseph Ratzinger, ora papa Benedetto XVI. Il quale ha definito Guardini una "grande figura, interprete cristiano del mondo e del proprio tempo" e a Guardini torna spesso in quasi tutti i suoi scritti.
In realtà, per Ratzinger, quella di Guardini è una voce ancora attuale che semmai va resa nuovamente udibile. Il pensatore italo-tedesco infatti non ha scritto solamente molti libri tradotti in molte lingue, ma nel suo tempo è riuscito a plasmare un'intera generazione, la generazione alla quale lo stesso pontefice si sente di appartenere.
Prima di addentrarci compiutamente nella visione di Guardini, riproposta dall'attuale pontefice, soffermiamoci sul sorprendente intreccio biografico delle due personalità.
Nel viaggio di Benedetto XVI a Verona del 19 ottobre 2006 si è disvelato un "incontro" particolare tra i due.
Non si può infatti dimenticare che Verona è la città che il 17 febbraio 1885 ha dato i natali a Guardini. E con grande commozione il papa ha ricevuto in dono proprio a Verona una copia dell'atto battesimale di Guardini, il cui battesimo era avvenuto nella chiesa di San Nicolò all'Arena. C'è in tal senso un singolare incrocio di destini tra Romano Guardini e Joseph Ratzinger. Guardini se ne andrà fin dalla primissima infanzia dall'Italia e diventerà "tedesco" per formazione intellettuale e spirituale.
Dopo gli anni dell'insegnamento a Berlino dal 1923 al 1939, nel secondo dopoguerra, dopo i tre anni di docenza a Tubinga dal 1945 al 1948, egli insegnerà ininterrottamente "christliche Weltanschauung", visione cristiana del mondo, a Monaco di Baviera. La città elettiva di Guardini è quindi proprio Monaco, dove appunto morirà nel 1968.
Ratzinger compirà esattamente il cammino inverso. Dopo l'insegnamento di dogmatica e di teologia fondamentale presso la Scuola superiore di Frisinga, egli continuerà la sua attività di insegnamento a Bonn (1959-1969), la città della formazione e degli esordi di Guardini, a Münster (1963-1966) e infine a Tubinga per un triennio (1966-1969) come accadrà proprio allo stesso Guardini. Dal 1969 Ratzinger insegna invece dogmatica e storia dei dogmi presso l'Università di Ratisbona, ma il 25 marzo 1977 papa Paolo VI lo nominerà arcivescovo di Monaco e Frisinga. Come già per Guardini, Monaco sembrava anche per Ratzinger la tappa definitiva.
Invece le due strade si divaricano. Se il filosofo veronese sarà chiamato per sempre al Nord, in quella Monaco che egli tanto amava perché la sentiva come una sorta di città-sintesi in cui anche la sua anima italiana poteva trovarsi a casa, il teologo tedesco vedrà invece il Sud come destino. E non tornerà più a casa anche quando il desiderio del ritorno alla sua Baviera era impellente e sembrava poter essere soddisfatto. Roma e l'Italia diventeranno la sua definitiva "patria" spirituale.
Al di là di questi itinerari insieme incrociati e opposti nelle direzioni, queste due figure straordinarie avranno modo di incontrarsi anche personalmente. Ratzinger sarà non solo lettore di Guardini ma anche in qualche occasione "uditore", come lo era stato a Berlino anche il grande teologo Hans Urs von Balthasar. Negli anni che vanno dal 1946 al 1951 – proprio gli stessi anni in cui Ratzinger studiava presso la Scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga, nelle immediate vicinanze della capitale bavarese, e poi all'Università di Monaco – Guardini assume in quella stessa città, nell'università e nella Chiesa di Monaco, quel ruolo di leadership intellettuale e spirituale che tutti gli riconoscono. Per Ratzinger, allora poco più che ventenne, il fascino di una figura come quella di Guardini è indiscutibile e ne segnerà fortemente il suo stesso profilo intellettuale. Quando, a partire dal 1952, egli inizia la sua attività didattica nella medesima Scuola di Frisinga dove era stato studente, l'eco delle lezioni di Guardini arrivava ben forte nella cittadina, che respirava quanto di culturale e intellettuale accadeva nella vicina capitale bavarese. E il rapporto intellettuale tra il futuro Papa e il "maestro" Guardini si fece straordinariamente intenso.

Sono infatti molteplici gli elementi che accomunano i due pensatori, che diventeranno poi figure decisive della Chiesa del Novecento. Se l'uno diventerà cardinale e poi papa, anche a Guardini verrà offerto il cardinalato a cui poi rinuncerà. Entrambi sono preoccupati di ritrovare l'essenziale del cristianesimo cercando di rispondere alla provocazione di Feuerbach.

Su questo Guardini scriverà nel 1938 la splendida opera che porta il titolo "L'essenza del cristianesimo", mentre Ratzinger dedicherà al tema la sua "Introduzione al cristianesimo" scritta nel 1968, indubbiamente la sua opera più celebre e anche, con ogni probabilità, la più importante.

Egualmente accomuna i due la preoccupazione per la Chiesa, il suo senso e il suo destino. Se Guardini profetizzava nel 1921 che "un processo di grande portata è iniziato: la Chiesa si sveglia nelle coscienze", in modo più drammatico Ratzinger si poneva con eguale radicalità il problema ecclesiologico a partire da quello che egli riteneva l'avvenuto capovolgimento della tesi guardiniana: "Il processo di grande portata è che la Chiesa si spegne nelle anime e si disgrega nelle comunità".

Basti pensare, in tal senso, alla vastissima risonanza che ebbe l'accorato intervento pronunciato da Ratzinger il 4 giugno 1970 all'Accademia cattolica bavarese di Monaco davanti a mille persone sul tema "Perché oggi sono ancora nella Chiesa?". Egli disse allora: "Io sono nella Chiesa per gli stessi motivi per i quali sono cristiano: poiché non si può credere da soli. Si può essere cristiani solo nella Chiesa, non accanto a essa".

Analoga anche la preoccupazione dei due per il futuro di un'Europa che tende a ripudiare il suo passato. Basti pensare alle lezioni sull'Europa di Guardini e agli interventi di Ratzinger, che anche da papa ha voluto ricordare il senso dell'Europa e delle sue radici, ritenendo l'Europa "un'eredità vincolante per i cristiani".

LA QUESTIONE LITURGICA

Un punto cruciale d'incontro tra l'attuale papa e Guardini è indubbiamente la liturgia. Entrambi sono uniti dalla comune passione per essa. Per chiarire il suo debito nei confronti di Guardini, Ratzinger titolò il suo libro sul tema liturgico, uscito nella festa di sant'Agostino del 1999 e che ebbe uno straordinario successo (4 edizioni in un anno), "Introduzione allo spirito della liturgia", proprio ricordando il celebre "Lo spirito della liturgia" di Guardini uscito nel 1918.

Scrive lo stesso Ratzinger nella premessa al suo libro: "Una delle mie prime letture dopo l'inizio degli studi teologici, al principio del 1946, fu l'opera prima di Romano Guardini 'Lo spirito della liturgia', un piccolo libro pubblicato nella Pasqua del 1918 come volume inaugurale della collana 'Ecclesia orans', a cura dell'abate Herwegen, più volte ristampato fino al 1957. Quest'opera può, a buon diritto, essere ritenuta l'avvio del movimento liturgico in Germania. Essa contribuì in maniera decisiva a far sì che la liturgia, con la sua bellezza, la sua ricchezza nascosta e la sua grandezza che travalica il tempo, venisse nuovamente riscoperta come centro vitale della Chiesa e della vita cristiana. Essa diede il suo contributo perché si celebrasse la liturgia in maniera 'essenziale' (termine assai caro a Guardini); la si voleva comprendere a partire dalla sua natura e dalla sua forma interiori, come preghiera ispirata e guidata dallo stesso Spirito Santo, in cui Cristo continua a divenire a noi contemporaneo, a fare irruzione nella nostra vita".

E il confronto prosegue. Ratzinger paragona il proprio intento a quello di Guardini e lo ritiene del tutto coincidente nello spirito anche se in un contesto storico radicalmente diverso: "Vorrei arrischiare un paragone, che come tutti i paragoni è in gran parte inadeguato, ma che aiuta a capire. Si potrebbe dire che la liturgia era allora — nel 1918 — per certi aspetti simile a un affresco che si era conservato intatto, ma che era quasi coperto da un intonaco successivo: nel messale, con cui il sacerdote la celebrava, la sua forma era pienamente presente, così come si era sviluppata dalle origini, ma per i credenti essa era ampiamente nascosta da istruzioni e forme di preghiera di carattere privato. Grazie al movimento liturgico e — in maniera definitiva — grazie al Concilio Vaticano II, l'affresco fu riportato alla luce e per un momento restammo tutti affascinati dalla bellezza dei suoi colori e delle sue figure".

Dopo la ripulitura dell'affresco, però, il problema dello "spirito della liturgia" per Ratzinger oggi si ripropone. Rimanendo nella metafora: per l'attuale papa diversi ed errati tentativi di restauro o di ricostruzione, disturbo arrecato dalla massa dei visitatori, hanno fatto sì che l'affresco sia stato messo gravemente a repentaglio e minacci di rovinare se non si prendono le misure necessarie per porre fine a tali dannosi influssi.

Non si tratta per Ratzinger di tornare al passato e infatti egli dice: «Naturalmente non si deve tornare a coprirlo di intonaco, ma è indispensabile una nuova comprensione del messaggio liturgico e della sua realtà, così che l'averlo riportato alla luce non rappresenti il primo gradino della sua definitiva rovina. Questo libro vorrebbe proprio rappresentare un contributo a tale rinnovata comprensione. Le sue intenzioni coincidono quindi sostanzialmente con ciò che Guardini si era proposto a suo tempo; per questo ho volutamente scelto un titolo che ricorda espressamente quel classico della teologia liturgica".

E anche nel prosieguo del testo, soprattutto nel primo capitolo, egli si confronta con le tesi di Guardini e con la sua celebre definizione della liturgia come "gioco".

Nell'intervento commemorativo del 1985 Ratzinger si soffermava invece sulla fondazione storico-filosofica del rinnovamento liturgico proposto da Guardini.
Nell'opera "Formazione liturgica" del 1923 il filosofo salutava con spirito liberatorio la fine dell'epoca moderna giacché essa aveva rappresentato lo sfacelo dell'essere umano e, più in generale, del mondo, una divaricazione schizofrenica tra una spiritualità disincarnata e menzognera e una materialità abbrutita che è solo uno strumento nelle mani dell'uomo e dei suoi obiettivi. Si aspirava al "puro spirito" e si incappò nell'astratto: il mondo delle idee, delle formule, degli apparati, dei meccanismi e delle organizzazioni. L'allontanamento dal moderno coincideva in Guardini – sottolineava Ratzinger – con l'entusiasmo rivolto al paradigma medievale ben illustrato nel libro del martire del nazismo Paul Ludwig Lansberg, "Il Medioevo e noi", uscito nel 1923. Ciò non significava per Guardini abbandonarsi a un romanticismo del Medioevo ma coglierne la permanente lezione. Nell'atto liturgico è il vero autocompimento del cristiano e allora nella lotta sul simbolo e sulla liturgia ciò che è in gioco – annota Ratzinger sulla scia della lezione di Guardini – è il divenire stesso dell'uomo nella sua dimensione essenziale.

Il futuro papa andrà poi anche a soffermarsi sulle affermazioni espresse da Guardini nella famosa sua lettera inviata nel 1964 ai partecipanti al terzo Congresso liturgico di Magonza, che conteneva la celebre domanda: "L'atto liturgico, e con esso soprattutto quello che si chiama 'liturgia', è forse tanto storicamente vincolato all'antichità o al Medioevo che per onestà lo si dovrebbe oggi abbandonare del tutto?".

Una domanda che nascondeva in realtà un quesito drammatico: l'uomo del futuro sarà ancora in grado di compiere l'atto liturgico che richiede un senso simbolico-religioso ormai in estinzione oltre che la sola obbedienza della fede?

Senza più il pàthos ottimistico della prima ora, Guardini intravedeva il volto del postmoderno con tratti ben diversi da quelli da lui in precedenza auspicati. Un vero e proprio choc spirituale dovuto alla civilizzazione tecnica invasiva di tutto, come già testimoniavano le sue "Lettere dal Lago di Como" del 1923. Per questo, sottolinea Ratzinger, "qualcosa della difficoltà degli ultimi tempi si trova, nonostante la gioia per la riforma liturgica del Concilio sviluppatasi a partire dal suo lavoro, nella sua lettera del 1964. Guardini esorta i liturgisti radunati a Magonza a prendere sul serio l'estraneità di coloro che considerano la liturgia come non più eseguibile e a riflettere su come si possa — se la liturgia è essenziale — avvicinarli a essa".

L'OPZIONE TEOLOGICA FONDAMENTALE

Guardini, ricorda Ratzinger, si trovò nel pieno del dramma della crisi modernista. Come ne uscì? Fedele alla lezione del suo primo maestro, il teologo di Tubinga Wilhelm Koch, ma anche attento ai limiti e ai rischi di quella prospettiva, andò alla ricerca di un nuovo fondamento e lo trovò a partire dalla sua conversione. "La breve scena — sottolinea il futuro papa — di come Guardini dopo la perdita della fede penetra di nuovo in essa, ha qualcosa di grande ed emozionante proprio nella modestia e semplicità con cui egli descrive il processo. L'esperienza di Guardini nella mansarda e sul balcone della casa dei genitori mostra una somiglianza davvero stupefacente con la scena del giardino nel quale Agostino e Alipio trovarono l'apparizione della propria vita. In entrambi i casi si schiude la parte più interiore di un uomo, ma nel guardare all'interno di ciò che vi è di più personale e più nascosto, nell'ascoltare il battito del cuore di un uomo, si percepisce a un tratto il rintocco della storia più grande, poiché è l'ora della verità, perché un uomo ha incontrato la verità".

Un incontro non più con Dio inteso in senso universale ma con "il Dio in concreto". In quel momento Guardini, sottolinea Ratzinger, capì che teneva in mano tutto, la sua vita intera, e disponeva di essa e anzi doveva disporne. La scelta fu quella di dare la sua vita alla Chiesa e da qui viene la sua opzione teologica fondamentale: "Guardini era convinto che solo il pensare con il soggetto Chiesa renda liberi e, soprattutto, renda possibile la teologia. Programma che oggi è nuovamente di attualità e dovrebbe essere preso in considerazione nel modo più approfondito, come richiesta alla teologia moderna".

Per Guardini una conoscenza teologica costruttiva non può mai realizzarsi allorché Chiesa e dogma appaiono soltanto "come limite e chiusura". Di qui il suo motto provocatorio, dal punto di vista teologico: "noi eravamo decisamente non liberali", motto che allude al fatto che per lui la Rivelazione divina si poneva come criterio ultimo, "fatto originante" della conoscenza teologica, e la Chiesa ne era la "sua portatrice".

Il dogma diventava così l'ordinamento fecondo del pensiero teologico. Effettivo fondamento della sua teologia fu dunque l'esperienza della conversione, che per Guardini costituì il superamento dello spirito moderno e, in specie, della sua deriva soggettivistica post-kantiana. Per il nostro pensatore dunque "all'inizio non vi è la riflessione, bensì l'esperienza. Tutto ciò che si presentò più tardi come contenuti, è sviluppato a partire da questa esperienza originaria".
Nel descrivere la struttura fondamentale del pensiero di Guardini, il futuro papa si sofferma su quelle che, a suo dire, costituiscono le categorie principali all'interno dell'unità di liturgia, cristologia e filosofia.

Anzitutto il "rapporto tra pensiero ed essere". Un rapporto che implica l'attenzione alla verità stessa, la ricerca dell'essere dietro il fare. Basti pensare alle parole pronunciate da Guardini nella sua lezione di prova a Bonn: "Il pensiero sembra volersi di nuovo indirizzare adorante verso l'essere". Sulla scia di Nicolai Hartmann, di Edmund Husserl e soprattutto di Max Scheler, la proposta di Guardini, per Ratzinger, esprimeva "l'ottimismo per il fatto che ora la filosofia ripartiva come questione dei fatti stessi, un inizio che guidava del tutto da solo nella direzione delle grandi sintesi del Medioevo e del pensiero cattolico da esse formato". Per Guardini – sottolinea il futuro papa – la verità dell'uomo è l'essenzialità, la conformità all'essere, meglio ancora "l'obbedienza all'essere" che è anzitutto obbedienza del nostro essere di fronte all'essere di Dio. Solo in tal modo si perviene alla forza della verità, a quel primato determinante e orientativo del lògos sull'èthos su cui da sempre insisteva Guardini. Ciò che egli voleva, chiosa Ratzinger, era sempre "un nuovo avanzamento verso l'essere stesso, la richiesta dell'essenziale che si trova nella verità".

Con l'obbedienza del pensiero di fronte all'essere — di fronte a ciò che si mostra e che è — sono dunque emerse molte altre categorie del pensiero di Guardini, che così il futuro papa sintetizza: "L'essenzialità, alla quale Guardini contrappose una veridicità meramente soggettiva; l'obbedienza che consegue dal rapporto con la verità dell'uomo ed esprime il suo modo di diventare libero e di essere tutt'uno con la propria essenza; infine la priorità del lògos sull'èthos, dell'essere rispetto al fare.

A esse ne vanno aggiunte altre due che emergono dagli scritti metodologici di Guardini: il "concreto-vivente" e la "opposizione polare".

Il "concreto-vivente", oltre a essere una categoria generale del pensiero di Guardini, assume anche, secondo Ratzinger, una valenza cristologica: "L'uomo è aperto verso la verità, ma la verità non è in qualche luogo, bensì nel concreto-vivente, nella figura di Gesù Cristo. Questo concreto-vivente si dimostra come verità proprio attraverso il fatto che esso è l'unità dell'apparentemente contrapposto, poiché il lògos e l'a-lògon si uniscono in esso. Solo nel tutto sta la verità". "L'apparentemente contrapposto" è ciò a cui allude l'altra categoria metodologica fondamentale, quella della "opposizione polare" degli opposti che, nel mentre si oppongono, insieme si richiamano: silenzio-parola, individuo-comunità. Solo chi sa tenerli insieme può abbandonare ogni forma di pericoloso esclusivismo e ogni deleterio dogmatismo.

UN MONITO PER IL FUTURO

Il 14 marzo del 1978 l'Accademia cattolica bavarese assegnò il "Premio Romano Guardini" al presidente del Land di Baviera Alfons Goppel e a tenere la "Laudatio", come era prassi, venne chiamato Joseph Ratzinger nella sua qualità di presidente della conferenza episcopale bavarese. Fu un testo di straordinario spessore, in cui egli passò in rassegna le varie dimensioni del "politico": la politica come arte, l'appartenenza del politico a un territorio, la responsabilità verso lo Stato, il rapporto tra verità e coscienza in ambito politico.

In quest'ultimo passaggio Ratzinger riprese ancora una volta la lezione di Guardini: "In Germania abbiamo fatto esperienza del tiranno che manda a morte, bandisce e confisca. L'utilizzo senza coscienza della parola è una particolare specie di tirannia, che a suo modo manda a morte, confisca e bandisce altrettanto. Ci sono certamente anche oggi motivi sufficienti per esprimere simili ammonimenti e per richiamare le forze che siano in grado di impedire tale tirannia, che cresce a vista d'occhio. L'esperienza della sanguinaria tirannia di Hitler e lo stare all'erta di fronte a nuove minacce fecero diventare Romano Guardini, nei suoi ultimi anni, quasi contro il suo temperamento, un drammatico ammonitore sulla rovina della politica attraverso l'annullamento delle coscienze e lo spinsero a invitare a un'interpretazione giusta, non meramente teorica, bensì reale ed efficace del mondo secondo l'uomo che agisce politicamente in base alla fede".

Temi di tale rilievo Guardini andò a proporre nel mondo accademico tedesco da Berlino a Tubinga fino a Monaco. Rapporto controverso – afferma il futuro papa – quello del pensatore con l'università tedesca, che fin dai tempi della cattedra a Berlino lo portò a soffrire "per l'impressione di stare al di fuori del canone metodologico dell'università e da essa egli fu in effetti palesemente non riconosciuto. Si consolò con il pensiero che, con la propria lotta per comprendere, giudicare e dare forma, poteva essere il precursore di un'università che ancora non esisteva". Ratzinger fa qui un'annotazione che fa pensare alle recenti polemiche sulla mancata visita del papa all'Università di Roma "La Sapienza": "Va a favore dell'università tedesca il fatto che Guardini poté trovarvi spazio con tutto il proprio cammino e la poté sentire sempre di più come dimora della propria particolare vocazione". Solo il nazismo gli tolse provvisoriamente la cattedra e, memore di quel tragico evento, dopo la guerra — sottolinea il futuro papa — Guardini in un intenso intervento accademico sulla questione ebraica difese in modo appassionato l'università come il luogo dove si indaga sulla verità, dove gli affari e le vicende umane vengono misurati sui criteri del grande passato e senza l'assedio del presente, dove più dovrebbe essere desta la responsabilità per la comunità.

Non avrebbe trionfato il Terzo Reich, ci ricorda Ratzinger con le parole di Guardini, se l'università tedesca non avesse conosciuto il suo "sfacelo" dovuto alla rimozione della questione della verità da parte dei modelli accademici dominanti: "Guardini prese posizione, all'epoca, con un trasporto implorante che di solito sembrava essergli del tutto estraneo, contro la politicizzazione dell'università e la sua penetrazione da parte della regia dei partiti, delle chiacchiere delle assemblee, del chiasso della strada e ha gridato ai suoi ascoltatori: Signore e signori: non permettetelo! Si tratta di qualcosa che riguarda ciò che è comune a tutti noi, la storia futura".
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La rivista dell'Università Cattolica di Milano su cui è uscito l'articolo:

> Vita e Pensiero
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Una memorabile pagina di Guardini, in un servizio di www.chiesa:

> “Settimana Santa a Monreale”, autore Romano Guardini (12.4.2006)

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Andrea Tornielli: "Betori, il motu proprio e le parole di Perl". Da leggere per bene (personalmente condivido in pieno)


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Intervista esclusiva di Andrea Tornielli a Mons. Georg Ratzinger: "Mio fratello Papa Ratzinger (che voleva fare l'imbianchino)"

Mi permetto di riportare il post scritto stamattina da Andrea Tornielli sul suo blog.
Grazie a Mariateresa per avermelo segnalato subito.
Condivido in pieno il pensiero di Tornielli che e' andato esattamente al nocciolo della questione.
Personalmente penso che Mons. Betori abbia voluto lanciare un segnale ai vescovi e, nello stesso tempo, abbia cercato di "limare" l'immagine di un episcopato italiano disubbidiente ed indifferente di fronte all'autorita' del Papa.
E' chiaro che anche l'atteggiamento di certi tradizionalisti non aiuta il lavoro di "conciliazione e riconciliazione" svolto dal Papa.
Per il resto ritengo che l'analisi di Tornielli sia quella che piu' risponde alla realta'.
Veramente apprezzabile e chiaro il suo intervento
.
R.

Betori, il motu proprio e le parole di Perl

di Andrea Tornielli

Ho visto quanti commenti ha scatenato una frase pronunciata ieri dal Segretario uscente della Cei, monsignor Giuseppe Betori, neo-arcivescovo di Firenze. Rispondendo alla domanda di un giornalista, Betori ha dichiarato che il motu proprio che liberalizza la messa antica ha registrato una “totalità di adesioni alla volontà del Papa”.
“Posso confermare che non risultano problemi nella sua applicazione, tolti sparuti momenti di difficoltà da parte di qualche piccolo gruppo. Nelle diocesi si vanno scegliendo le soluzioni più adeguate alla realtà locale”. “Di fatto – ha concluso Betori – si può dire che non risultano lamentele da parte dei fedeli e si registra un clima molto sereno nel Paese attorno a questa realtà”.
Le parole di monsignor Perl, vicepresidente della commissione Ecclesia Dei, alcuni giorni fa erano state di tutt’altro segno: “In Italia – aveva detto – la maggioranza dei vescovi, con poche ammirevoli eccezioni, ha posto ostacoli all’applicazione del motu proprio”.
Prendo nettamente le distanze da certi commenti ironici su monsignor Betori, persona che stimo molto. Credo, in tutta sincerità, che vi possa essere un pizzico di esagerazione e qualche eccesso di ottimismo nelle parole del Segretario della Cei, altrettanta esagerazione e un eccesso di pessimismo nelle parole del vicepredisente di Ecclesia Dei.

Quanto a Perl: non credo si possa assolutamente affermare che la “maggioranza dei vescovi” ha posto ostacoli, perché i tradizionalisti non ci sono in ogni diocesi. Se per “ostacolo” s’intende anche disposizioni applicative del motu proprio, che di fatto riportano sotto la competenza del vescovo le direttive papali, allora questo però può essere vero (è accaduto in più di una diocesi).

Quanto a Betori, è piuttosto evidente che ha inteso correggere - da Segretario della Cei, uscente ma ancora Segretario - l’immagine di un episcopato riottoso e disubbidiente al Papa che è pure Primate d’Italia e ha con la Conferenza episcopale nel nostro Paese un legame specialissimo.
Credo che Betori stesso, il quale ha assistito alla discussione interna al Consiglio permanente della Cei lo scorso autunno, sia cosciente che esistono dei problemi e che questi problemi non possono essere soltanto e sempre attribuiti all’atteggiamento di “gruppi” tradizionalisti (i quali però hanno le loro responsabilità: ricordate le parole del cardinale Castrillòn, quando ha denunciato che sono “insaziabili” e vivono il motu proprio come una vittoria, una rivincita, una riscossa, una restaurazione?).

C’è un problema di “ricezione” da parte di alcuni vescovi, che non essendo d’accordo con la decisione papale hanno cercato in qualche modo di minimizzarla e depotenziarla.

Non occorre che vi faccia esempi in proposito perché ne conoscete. Vi confermo invece che la percezione di Benedetto XVI sulla recezione del motu proprio è sostanzialmente positiva - si aspettava reazioni contrarie molto maggiori - e credo che la via giusta sia quella di proseguire nel dialogo.
I gruppi legati all’antica liturgia, che pure possono appellarsi a Roma (e si spera che Ecclesia Dei, al momento della promulgazione dell’attesa istruzione sul motu proprio riceva poteri adeguati per intervenire a nome del Papa), dovrebbero cercare il più possibile di coinvolgere i vescovi.

Questi ultimi, che in qualche caso documentato negli anni passati si erano persino rifiutati di ricevere i tradizionalisti - mostrando un disprezzo che non fa onore a chi è investito del ministero episcopale e magari dialoga costantemente con non credenti, cristiani di altre confessioni, esponenti di altre religioni - dovrebbero cercare di dimostrare che Betori ha ragione e ha fotografato la reale situazione italiana, accogliendo i fedeli rimasti legati all’antico rito e facendo tesoro delle parole che Benedetto XVI ha scritto loro e ha ripetuto nel recente viaggio in Francia.

Dal blog di Andrea Tornielli. Clicca qui.

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Messa tridentina: secondo Mons. Betori ci sarebbe un "clima sereno" nel Paese e non risulterebbero lamentele da parte dei fedeli...

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Intervista esclusiva di Andrea Tornielli a Mons. Georg Ratzinger: "Mio fratello Papa Ratzinger (che voleva fare l'imbianchino)"

Quei matrimoni scostumati

di Stefano Lorenzetto

Il presidente della Conferenza episcopale italiana s’è accorto che in chiesa, quella con la «c» minuscola, si sta esagerando, forse perché nella Chiesa con la «c» maiuscola qualcosa non va.
Deo gratias.
Il richiamo è risuonato forte e chiaro domenica scorsa.
Il cardinale Angelo Bagnasco ha invitato a celebrare i matrimoni «all’insegna della massima sobrietà, senza nulla concedere a originalità e personalismi».
I giornali hanno creduto che l’omelia fosse una reprimenda per le coppie alla Briatore-Gregoraci e per quei ministri del culto disponibili al ruolo di comparse sul set di un sacramento ormai trasformato in evento mondano.
Si vede che i giornalisti frequentano poco le chiese. No, l’arcivescovo di Genova parlava a tutti i promessi sposi.
Ho notizie di prima mano - al pari di sua eminenza, immagino - su ciò che accade in giro per l’Italia durante le nozze, tanto che con alcuni fotografi sto pensando a un libro per immagini sull’argomento.
Per rispetto della privacy e per carità cristiana manterrò una certa vaghezza su nomi e località.
Nell’ultima predica, udita con le mie orecchie in una chiesa di montagna, il miracolo delle nozze di Cana («nozze di Canna», nella lettura di una testimone, salita all’ambone probabilmente dopo essersi fumata uno spinello) è stato così rievocato dal celebrante: «A un certo punto Maria si accorge che è finito il vino per i commensali. Allora si rivolge a suo Figlio e gli dice: “Gesù, qui siamo nei casini, non c’è più niente da bere”».
Era la Madonna dei camalli, e noi non lo sapevamo.
La psicopedagogista Patrizia Stella, presente lo scorso 8 giugno alle nozze della figlia di un’amica celebrate all’aperto in un cortile di Milano, mi ha raccontato che il sacerdote ha sostituito le Sacre Scritture con un brano di padre Ernesto Balducci, defunto leader del dissenso cattolico, e al termine dell’unica lettura del Vangelo ha omesso di dire «Parola di Dio» perché, ha specificato il poco reverendo, «non ne abbiamo alcuna certezza».

Rampognato al termine del rito, il prete diocesano, tale don Aldo, s’è difeso dicendo che ormai la gente non accetta più «le magie dei sacramenti» (testuale).

Del resto è per aderire al linguaggio della gente che un vescovo veneto ha esortato nel seguente modo i ragazzini durante la cresima: «Dovete fare dello Spirito Santo il navigatore Gps che orienta la vostra vita». Non ha specificato se Tom Tom o Garmin.
Sette spose su 10 in procinto di recarsi in chiesa ordinano al fotografo di scattare la sequenza della vestizione, cioè vogliono essere ritratte senza l’abito nuziale. Ogni album che si rispetti deve aprirsi con questo défilé di biancheria intima. Sono addirittura le madri a spalancare le porte della camera: le figlie si limitano alle gambe. Molte si fanno trovare in reggicalze e mutandine di pizzo, senza reggiseno, ma capita pure che la futura signora riceva l’intruso sdraiata dentro la vasca da bagno. I maschietti si adeguano: in slip mentre si fanno la barba.
Un parroco della Valpolicella, terra di vino buono, è solito «intervistare» i nubendi dall’altare.
«Dove lavori?», chiede alla sposa. Ottenuta risposta, gigioneggia: «Vengo a trovarti».
L’ultima volta ha domandato a una procace testimone: «Sei sposata?». Lo era. «Peccato!», s’è rammaricato l’arzillo prevosto. Un confratello della zona predica così circa i doveri coniugali: «Fate e fatevi tutto quello che vi dà piacere. Ciò che è gradito a entrambi non è mai peccato». Che corrisponde alla teologia del corpo disegnata dal suo conterraneo e compagno di bagordi Milo Manara, persona di ampie vedute, e che vedute.
Com’è triste consuetudine ai funerali, anche ai matrimoni scrosciano gli applausi sollecitati dal celebrante, tanto comprensivo da tollerare che certe spose mastichino chewing-gum per tutta la durata del rito, altro che il digiuno eucaristico a partire dalla mezzanotte in vigore fino al 1953. Lo stesso celebrante dopo lo scambio degli anelli incita il marito in calo di zuccheri, e anche di spermatozoi stando alle ultime statistiche andrologiche, a offrire una subitanea prova di virilità alla moglie: «E adesso su, dalle un bacio!». Tirato a cimento dal ministro di Dio, il neosposo si lancia allora in quello che in Italia un tempo si chiamava «bacio alla francese» e in Francia «bacio alla fiorentina», oggi noto come «bacio profondo», lo stesso che la Chiesa medievale proibiva persino nei rapporti fra coniugi, insomma la slinguazzata.
Gli addobbi floreali sono stati adattati ai mutati costumi liturgici: in crisi fresie, calle, gladioli e lilium, ora vanno di moda mele, pere, ciliegie e limoni, inframmezzati nella stagione estiva dalle spighe del grano, ieri simbolo di una presenza nel tabernacolo, oggi sinonimo di un’assenza nel portafogli. La scenografia è allestita su misura per il reportage fotocinematografico. Di norma dovrebbero provvedervi i professionisti del ramo, che nel 1996 erano obbligati a partecipare a un apposito corso di formazione bandito dalla curia diocesana, a versare 100.000 lire e a restringere l’uso del flash alla sola benedizione degli anelli. Altri tempi: adesso, come documentano alcune buffissime foto che ho qui sott’occhio, non è raro incappare in cameraman, anzi camerawoman, in tonaca, suore per capirci, più abili con la Sony che col rosario.

I preti usano il radiomicrofono auricolare come le star del rock; d’estate calzano i sandali e indossano i bermuda sotto la pianeta.

Non manca il parroco patriota che celebra le nozze con in testa il cappello da alpino.
Fuori dalla chiesa è anche peggio. Il neosposo uso a contornarsi di amici ingegnosi può trovare una lapide che reca scolpite la sua data di nascita e quella di morte (quest’ultima coincidente col giorno del matrimonio, va da sé): anziché arrabbiarsi, è tenuto a esibirla agli astanti toccandosi scaramanticamente i pendagli. Riso e confetti non bastano più. Ho visto giovanotti cresciuti con la colonna sonora dello spot Barilla, quella di Vangelis che gli organisti suonavano regolarmente ai matrimoni negli Anni 80, arrampicarsi fin sul tetto della chiesa e scaricare sugli sposi, all’uscita, mastelli colmi di pennette e maccheroncini. Ho visto coppie obbligate con la forza: lui a togliersi le scarpe di vernice nera e i calzini grigio-perla per immergersi in una piscina d’acqua gelida improvvisata sul sagrato, lei a ricoprire terrine di fragole con un’allusiva spruzzata di panna. Ho visto spose alzare generosamente l’abito di raso con strascico, mostrando cosce e lingerie, col pretesto di far scoppiare sotto i tacchi i palloncini rosa disseminati per terra dagli amici. La limousine avvolta di carta igienica e le lattine vuote appese al tubo di scappamento rappresentano segni di grande distinzione.
Corroborati dal sacramento appena celebrato, una volta raggiunto il nido d’amore marito e moglie sottostanno ad altre dure prove, sempre preparate dagli amici: anguille vive nella vasca da bagno; sanitari impacchettati col Domopak; arredamento stravolto, con i mobili di cucina rimontati in camera e il letto al posto del fornello; pavimenti coperti da centinaia di bicchieri pieni di Coca-cola. Altre prove, un tempo espletate la prima notte, oggi vengono anticipate al pomeriggio. In una dimora storica nel Padovano a metà del banchetto la sposa ha congedato la fotografa con queste parole: «Se lei ha finito, noi andremmo a farci una sveltina».
Lo so che sembra incredibile. Purtroppo è tutto vero. Sono i nuovi coniugi del terzo millennio, quelli che scelgono per il catering la cinquecentesca Villa Godi Malinverni nel Vicentino ma poi, richiesti di posare fra le geometrie di Andrea Palladio, sbuffano col fotografo: «Meglio di no, qui non c’è niente di bello da vedere». Non è ancora finita la luna di miele e già vanno a litigare nello studio fotografico, perché entrambi vogliono soltanto i rispettivi primi piani: «Ci faccia due album di nozze separati». Che c’è di strano? Tempo un anno e saranno separati anche nella vita.

© Copyright Il Giornale, 1° ottobre 2008 consultabile online anche qui.

D’estate calzano i sandali e indossano i bermuda sotto la pianeta

Visto con i miei propri occhi :-)
Ho visto anche il celebrante, al termine della Messa, offrire una sigaretta agli sposi per poi prenderne una terza e fumarsela lui...ovviamente senza abito talare e nemmeno il clergyman, ma una bella camicia sbottonata...
Ci potremmo fare una grassa risata se non ci fosse da piangere...
R.

In anteprima mondiale «Der Mensch», l'opera inedita di Romano Guardini: "L'uomo supera infinitamente l'uomo" (Osservatore Romano)


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Le Società Bibliche USA regalano una Bibbia al Papa e al Sinodo (Zenit)

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Ad un anno dal motu proprio Summorum Pontificum. Don Tiziano Trenti (Bologna): "La liturgia di San Pio V non intacca il Vaticano II" (Panettiere)

Il Papa assisterà, il 13 ottobre, al concerto dell'Orchestra Filarmonica Vienna

Intervista esclusiva di Andrea Tornielli a Mons. Georg Ratzinger: "Mio fratello Papa Ratzinger (che voleva fare l'imbianchino)"

In anteprima mondiale «Der Mensch», l'opera inedita di Romano Guardini

L'uomo supera infinitamente l'uomo

Uscirà nel gennaio 2009 presso la Morcelliana, in prima edizione mondiale e come volume iii/i dell'opera omnia, Der Mensch. Grundzüge einer christlichen Anthropologie ("L'uomo. Fondamenti di un'antropologia cristiana"), il lavoro di una vita, che Romano Guardini, nonostante l'impegno, non ha mai portato a termine. "L'autore - scriveva nel 1939 - lavora a questa impresa già da molti anni, ma non è ancora in grado di prevedere quando potrà essere condotta a termine". L'opera che viene alla luce, curata da Massimo Borghesi e Carlo Brentari, è composta di sette parti: "Introduzione e posizione del problema"; "L'incontro con sé e con il mondo"; "L'origine e la creazione"; "Prova, peccato, colpa"; "Redenzione; l'esistenza cristiana"; "Il compimento". A quarant'anni dalla morte di Guardini (1 ottobre 1968) ecco in anteprima parte dell'introduzione.


di Romano Guardini

In queste lezioni cercherò di impostare la questione "che cos'è l'uomo" e di tracciare le linee portanti di una risposta. Si tratta soltanto di un tentativo, e di un tentativo ha tutti i vantaggi e gli svantaggi; esso però sorge da una riflessione che prosegue ormai da circa trent'anni.
Una sempre più ampia letteratura sull'argomento mostra che la questione antropologica si è posta al centro del pensiero del nostro tempo. Ciò ha delle ragioni molto profonde. Se cerchiamo di cogliere il carattere peculiare del pensiero compreso tra il diciottesimo secolo e l'inizio del ventesimo, esso ci appare dominato da due strutture: quella meccanicistica delle scienze della natura e quella umanistica delle scienze dello spirito. Pur nella loro diversità di fondo, le due modalità di pensiero avevano un elemento comune: erano sicure di se stesse e convinte di conoscere profondamente la realtà del mondo e dell'uomo. Naturalmente ciò non era del tutto vero. Ovunque, sia dietro le affermazioni teoriche che dietro il comportamento pratico, era all'azione lo scetticismo. Tutti i pensieri e le prese di posizione minacciavano prima o poi di dissolversi nel relativismo. Eppure si ammetteva, per consenso generale, che esistesse un'immagine certa dell'esistente, nella quale anche l'uomo aveva il suo posto.
Nella prospettiva delle scienze naturali l'uomo era una parte della natura; una parte altamente differenziata, certo, ma sempre natura. Che cosa fosse la natura sembrava fondamentalmente chiaro, per quanto i singoli problemi fossero ben lungi dall'essere esauriti. La natura era, appunto, l'elemento naturale, l'ovvio punto di partenza per chiarire anche il problema dell'uomo. Anche la prospettiva umanistica, delle scienze dello spirito, prendeva le mosse da una sfera il cui senso e il cui valore apparivano evidenti, vale a dire la cultura. E anche qui l'uomo era determinato univocamente: egli era il prodotto della cultura, la creava e al tempo stesso ne veniva plasmato.
Ho parlato sinora dell'aspetto propriamente teorico del problema, vale a dire dell'immagine che l'uomo si faceva del mondo e di se stesso. Ora si dovrebbe però porsi al di là di tale aspetto per mostrare come questa immagine fosse a sua volta l'interpretazione di qualcosa di vivente e anteriore. Mi riferisco al peculiare sentimento che l'uomo aveva della vita, al modo in cui egli faceva esperienza del mondo e di se stesso nell'incontro con il mondo, alla direzione in cui procede il suo sviluppo di sé, ai giudizi e alle prese di posizioni involontarie che precedono ogni pensiero - fino a quel fattore enigmatico che si può vedere come l'entelechia di un periodo storico, vale a dire la configurazione fondamentale che nel concreto divenire di un'epoca preme verso la propria realizzazione e la cui più decisa estrinsecazione consiste nei moti interiori del gusto, del desiderio e della ripugnanza... Tutto questo si è sviluppato nella direzione sopra descritta. Ciò che deviava da essa veniva percepito come un residuo non ancora posto sotto controllo, come un momento di disturbo o di opposizione di secondaria importanza o un pericoloso avvicinamento allo scetticismo e al disorientamento.
Vi era poi una terza via del pensiero e del sentimento della vita, la quale, per impiegare un concetto di Nietzsche, potrebbe essere definita eraclitea: mi riferisco qui a certi elementi dello Sturm und Drang e a determinati livelli di lettura dello stesso Goethe. Ma vanno ricordati anche Hölderlin e la modalità di comprensione dell'antichità che è stata introdotta da Creutzer, Welcker e Bachofen e che non era solo una teoria scientifica, ma esprimeva un atteggiamento dell'animo. Tutto questo è infine stato infranto, e nella maniera più impetuosa, da Nietzsche. Questo atteggiamento non è stato ripreso dal diciannovesimo secolo; esso è stato abbandonato o considerato come un residuo di opposizione da non prendere sul serio. Ciò poté avvenire tanto più facilmente in quanto tale atteggiamento, ripetutamente alleatosi con l'irresponsabilità estetizzante e con il relativismo etico, ben celava il suo vero carattere. In verità esso non faceva parte del diciannovesimo secolo ma aveva già oltrepassato lo spartiacque storico per confluire nella successiva immagine del mondo.
Non è possibile approfondire in poche righe quest'ultima affermazione, così mi limiterò a fornire alcune indicazioni. La concezione meccanicistica delle scienze naturali e quella umanistica delle scienze dello spirito presuppongono che l'esserci sia in qualche modo compiuto. Esse sottolineano in maniera costante il momento della realtà, che considerano come già formata. Per entrambe le concezioni il compito dell'uomo è conoscere questa realtà, trovare la propria reale collocazione all'interno di essa e modificare se stesso in modo da adattarsi al suo ordine. Le possibilità [dell'uomo] sono fondamentalmente note; sconosciuta è solo la misura in cui si potrà realizzarle. L'altro sentimento dell'esserci invece percepisce il mondo e l'uomo come realtà in larga misura potenziali. Se per le prime l'aspetto decisivo è il dato osservabile e studiabile, per il secondo è la possibilità di addentrarsi nell'ignoto. Una possibilità però che è affidata all'uomo stesso. L'esserci è aperto alla determinazione plastica e creativa. È significativo che a ciò sia connesso un forte impulso pedagogico - e con ciò si intende formativo, non meramente dottrinale. Anzi, il concetto di pedagogico sembra non essere sufficiente a definire tale impulso, al punto che ci si chiede che cosa sia in gioco qui, se non si tratti forse di una nuova specie umana o addirittura di un oltrepassamento dell'uomo nel sovrumano - e con ciò della trasformazione della sostanza stessa dell'uomo.
Questo impulso viene rivelato in tutta la sua insistenza dalla moderna tendenza verso l'autonomia. Nella speranza di poter ritornare su questo tema in un'altra occasione, mi limito qui soltanto ad accennarlo. L'uomo si costituisce nella sua indipendenza di fronte a tutto ciò che gli si presenta come una richiesta assoluta, vale a dire di fronte a Dio, alla rivelazione e all'autorità divina; egli lo può fare mettendo in risalto i momenti assoluti che custodisce in sé stesso, i quali si condensano nella pretesa di assolutezza della propria personalità spirituale. Al tempo stesso però emerge anche un'altra tendenza: [quella a] considerare autosufficienti l'essere non assoluto e la finitezza dell'uomo, e a determinarsi soltanto in funzione di esse. Finché l'assoluto è per così dire l'unico schema in grado di fondare l'esigenza di un'esserci autosufficiente, l'uomo moderno fa di tutto per costituire se stesso come assoluto. Lo sviluppo di un immediato sentimento dell'esserci e della corrispondente modalità di pensiero conferisce alla finitezza in quanto tale un'intensità del tutto nuova e un'inedita capacità di conferimento di senso. Arriva così un momento in cui la richiesta di assoluto viene a cadere e la finitezza, pur se transitoria e limitata, sembra poter far scaturire da sé la totalità. Questa volontà di finitezza e autosufficienza si congiunge poi con una nuova apertura alle potenzialità della vita. L'anelito dell'uomo si distoglie dall'assoluto e rivolge tutto il suo fervore al finito - nella convinzione che, se lo si affronta con una passione esclusiva, possano emergere da esso inesauribili possibilità. (La dottrina di Nietzsche del ritorno dell'uguale in connessione con la comparsa del superuomo). In questo modo la volontà pedagogica ottiene una nuova intensità; potremmo quasi dire che essa si eleva al rango di demiurgo.
Sembra che, dopo la guerra, queste due strutture di pensiero siano state profondamente messe in questione e che se ne sia presentata una terza. L'esserci sembra essere entrata in gioco in maniera del tutto nuova. Se questo è vero, allora lo spontaneo rivolgersi all'uomo diventa comprensibile: è il movimento con cui la vita si assicura della saldezza delle proprie radici. (...)
Queste riflessioni prendono le mosse dalla convinzione che il diciannovesimo secolo non ci ha affatto rivelato che cos'è l'uomo. Esse sono aperte al confronto con ogni tesi, per quanto audace, che possa essere formulata su tale essere, e si aspettano di veder confermata la parola di Pascal: "l'uomo supera infinitamente l'uomo". E qui è in particolar modo il pensiero cristiano - sempre che sia veramente tale - a essere chiamato a prendere la parola.
Se la mia comprensione è adeguata, vi sono molti modi in cui un ente può darsi alla conoscenza.
Vi sono in primo luogo l'esperienza immediata, interiore o esteriore, e la testimonianza attendibile da parte di una fonte storica. Chiameremo esperienza diretta questa modalità del darsi e la conoscenza che su di essa si basa; nell'esperienza diretta rientrano la maggior parte delle scienza empiriche e storiche e delle scienze dello spirito, e inoltre alcune branche (o quantomeno discipline ausiliarie) della teologia.
In secondo luogo vi è la rivelazione. Grazie a essa lo spirito rischiarato dalla fede incontra la realtà efficace di un Dio che è in se stesso inaccessibile. L'oggetto della conoscenza per fede non è semplicemente presente, né disponibile a nostro piacere, bensì emerge dalla Sua parola e dalla configurazione che gradualmente si rivela. In questo caso la conoscenza - ma bisognerebbe entrare più nei dettagli e chiarire in che senso si possa qui parlare di conoscenza - non è diretta ma passa attraverso il messaggio della rivelazione.
Vi è poi un terzo modo di darsi, complesso e molto significativo. Esso è proprio di realtà [particolari] che appartengono al mondo, e proprio a quel mondo dell'esperienza interiore ed esteriore in cui si muove l'esperienza diretta. Sembra non essersi alcuna ragione intrinseca che possa impedire a queste realtà di darsi in modo diretto, e tuttavia nei fatti questo non accade: esse vengono continuamente sommerse da elementi esteriormente simili a loro ma diversi per essenza, e si deformano. Si tratta delle realtà e dei valori che riguardano il senso dell'esserci e la salvezza della persona. Si potrebbe pensare ad esempio che la persona stessa appartenga al mondo. La sua essenza dovrebbe poter essere colta attraverso l'esperienza interna e la visione dell'aspetto esteriore, attraverso l'analisi della sua coscienza e l'indagine sulle sue categorie, sui suoi valori ecc. Tuttavia i risultati effettivi [di queste indagini] non sono mai univoci. Il puro fenomeno della persona viene confuso con quella della personalità o dell'individualità, quando non addirittura con la mera configurazione caratteriale [Gestalt]. Esso sconfina ora nel terreno della psicologia, ora in quello della sociologia, ora in quello della logica. Una chiarificazione di che cosa sia propriamente persona si ha soltanto quando tale fenomeno viene a contatto con un elemento che non appartiene al mondo né proviene da esso, ma dalla rivelazione: l'apparizione del Figlio, o meglio del Figlio della figlia di Dio. Con questo io non affermo che il concetto di persona vada compreso a partire dalla rivelazione; entro un certo limite esso rientra tra gli oggetti dell'indagine filosofica. Soltanto quando la realtà effettiva dell'uomo, creatura da Dio pervenuta alla sua maggiore età [Mündigkeit], sarà stata compresa nella fede e si sarà riflessa in essa, solo allora il fenomeno della persona potrà essere colto senza alcuna ambiguità. Torneremo a parlare a più riprese del fenomeno della persona. Ora possiamo solo esprimere sinteticamente ciò che, nei più diversi ambiti d'indagine, si impone in maniera ricorrente alla nostra attenzione: la semplice presenza [die Vorhandenheit], i valori della comune esistenza biopsichica e, al di sotto di un certo livello, anche i contenuti di senso della cultura oggettivamente intesa possono essere senz'altro compresi a partire da se stessi. Tuttavia, quanto più un fenomeno è vicino al nucleo di senso dell'esistenza morale e spirituale della persona e quanto più esso è inerente alla sua salvezza, tanto meno esso si colloca di per se stesso in una condizione di piena e completa datità. Per poter emergere nella sua autentica essenza, esso necessita piuttosto del rispecchiamento nella rivelazione.
Questo rapporto verrà chiamato relazione di dipendenza. Accanto alla conoscenza diretta, che coglie il mondo in maniera immediata, e alla conoscenza per fede, che accoglie il suo oggetto dalla rivelazione, poniamo un terzo tipo di conoscenza, la conoscenza dipendente. Pur essendo volta agli oggetti del mondo, questa conoscenza li riceve nella loro pura e completa datità qualora essi siano compenetrati dal messaggio della rivelazione.
Se questa concezione è valida, allora è chiaro che lo stato di cose sopra descritto deve essere interrogato soprattutto alla luce della domanda "che cos'è l'uomo?". Con ciò non si intende naturalmente pregiudicare in alcun modo la legittimità degli approcci d'indagine della biologia, della psicologia e della filosofia. Poiché però ogni fenomeno unitario è determinato in maniera decisiva dal centro di una configurazione di senso, e non dalla sua periferia - e quindi, ad esempio, la questione di cosa sia "persona" è più importante di quella delle strutture psicologiche ai fini della comprensione dell'uomo - allora la consapevolezza cristiana dell'uomo si rivela di importanza vitale per l'antropologia. (...)
Vogliamo dunque chiedere come la coscienza cristiana pensi l'uomo. Questa domanda però deve venire meglio precisata.
La si potrebbe formulare così: come viene determinata l'essenza dell'uomo nella rivelazione? Inoltre si dovrebbe cercare di passare dalle diverse affermazioni del Vecchio e del Nuovo Testamento alle realtà ultime che si celano dietro di esse. Si dovrebbero poi analizzare le diverse immagini dell'uomo così come emergono dal Genesi, dai Salmi, dai Profeti, dal Vangelo di Marco o dalle Lettere di Paolo, e a partire da esse rivolgersi alla più profonda unità trans-strutturale, per così dire alla parola originaria [Urlaut] della rivelazione riguardante l'uomo. Questo sarebbe un compito importante, anche se il risultato di questa ricerca infinitamente impegnativa potrebbe poi riassumersi in poche frasi.
Se però vogliamo calare la questione cristiano-antropologica nella pienezza dell'esistenza umana, dobbiamo rinunciare a fare ricorso alla lettera originaria trans-strutturale, alla sostanza semplice e prima. Dobbiamo piuttosto fare attenzione alle declinazioni in cui essa si presenta nelle strutture psicologiche, storiche e spirituali. Non potrà quindi più esserci un'antropologia cristiana in senso unitario, bensì soltanto diverse possibilità all'interno della realtà umana del cristianesimo.
Un'ulteriore precisazione. Si potrebbe certo tentare di distinguere storicamente le diverse connotazioni che la coscienza cristiana ha assunto nel corso del tempo, o ancora di sviluppare sistematicamente le diverse possibilità strutturali implicite nei principi cristiani fondamentali e di arrivare così a una fenomenologia dell'immagine cristiana dell'uomo, per poi delineare una dialettica delle strutture che ci permetta di gettare lo sguardo sulla dimensione trans-strutturale.
Questa impresa è così grandiosa da superare in maniera assoluta le nostre possibilità, ma anche a prescindere da questo in essa mancherebbe proprio ciò che più conta di fronte alle sopra menzionate strutture storico-spirituali: la validità esistenziale. Se ciò che conta non è la rappresentazione obiettiva ma sono le convinzioni e le prese di posizione interne al confronto spirituale, allora non resta altra possibilità che mettere in luce la coscienza cristiana così come essa stessa si interpreta in una determinata struttura. Quale essa sia dipende in primo luogo dall'orientamento dovuto alla collocazione storica di colui che pensa. All'interno dello spazio d'azione che ancora resta, infine, la questione va ulteriormente precisata sulla base della decisione personale.
Ed è proprio tale decisione a collocarsi alla base del progetto antropologico che vorrei sviluppare in queste pagine. Ciò mi inserisce in una linea di pensiero che, partita dal platonismo e dal neoplatonismo, confluisce nel Cristianesimo di Paolo e Giovanni e di qui conduce a Ignazio di Antiochia, ad Agostino, a Anselmo di Canterbury, a Francesco, alla teologia agostiniana medievale, a Dante e ai platonisti rinascimentali (Pascal, Francesco di Sales, i grandi teologi dell'Oratorio) per poi esaurirsi nel corso del xix secolo.

(©L'Osservatore Romano - 1 ottobre 2008)

Sinodo dei vescovi, bellissimo segnale. Un pensiero della più giovane partecipante, Silvia Sanchini (Sir)


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SINODO DEI VESCOVI SULLA PAROLA DI DIO (5-26 OTTOBRE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

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Intervista esclusiva di Andrea Tornielli a Mons. Georg Ratzinger: "Mio fratello Papa Ratzinger (che voleva fare l'imbianchino)"

SINODO DEI VESCOVI - Bellissimo segnale

Un pensiero della più giovane partecipante

Silvia Sanchini - presidente nazionale Fuci

Il Sinodo dei vescovi è un appuntamento di particolare rilievo ecclesiale nato dalla sensibilità e dalla lungimiranza di Paolo VI, che lo propose come strumento ed occasione per mantenere vivo lo spirito conciliare. È il momento più importante per i vescovi per confrontarsi tra loro e con il Sommo Pontefice su questioni di particolare rilievo per la Chiesa universale.
A partire dal 5 ottobre si ritroveranno a Roma per tre settimane, riuniti nella XII assemblea generale, oltre trecento persone tra vescovi, esperti e uditori provenienti da tutto il mondo. Scopo del Sinodo, si legge nell'"Instrumentum Laboris", sarà quello di "rafforzare la pratica di incontro con la Parola di Dio come fonte di vita nei diversi ambiti dell'esperienza e così, attraverso vie giuste e agevoli, poter ascoltare Dio e parlare con Lui".
Queste semplici indicazioni sono sufficienti per lasciare intuire la rilevanza di questo evento e l'intensa emozione, unita ad un forte senso di responsabilità, con i quali mi preparo a viverlo come più giovane partecipante. Essere stata proposta come uditrice in qualità di rappresentante di un'associazione giovanile (la Federazione universitaria cattolica italiana - Fuci), è un bellissimo segnale di attenzione da parte della Chiesa al mondo dei giovani e un riconoscimento del contributo peculiare che può pervenire proprio dai giovani credenti alla riflessione su questi temi.
Oggi la Parola di Dio assume nella vita della Chiesa un ruolo senz'altro centrale, soprattutto in virtù della riflessione sviluppata a partire dal Concilio Vaticano II con l'approvazione della Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione ("Dei Verbum").
La "Dei Verbum" segnò una svolta fondamentale nel cammino della Chiesa sottolineando energicamente la necessità, per lungo tempo obliata, che "i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura". La ricezione conciliare è come sempre processo lungo e complesso, per questo le indicazioni contenute nella "Dei Verbum" risuonano ancora fortemente attuali e stimolanti per i credenti di tutto il mondo. Se si pensa all'esperienza delle nostre comunità parrocchiali appare evidente come l'ascolto della Parola rimanga un'esperienza quasi esclusivamente riservata alla messa domenicale, così come nelle realtà associative giovanili il contatto con la Parola sembra essere vissuto spesso come un'esperienza eccezionale, legata all'occasionalità piuttosto che come un'attività ordinaria e quotidiana. Al contrario la Parola di Dio dovrebbe assumere nel cammino dei credenti, e in maniera ancora più peculiare nel cammino dei giovani, un ruolo primario, concretizzandosi in una duplice dimensione.
Innanzitutto la dimensione personale, costituita dal contatto profondo e diretto con il testo biblico nello sforzo faticoso ma necessario di scorgere nella Parola di Dio il suo messaggio sulla Chiesa, sulla storia e, quindi, anche su ciascuno di noi.
Nel recente incontro con il mondo della cultura francese al Collège des Bernardins, il Santo Padre ha ricordato le parole di Gregorio Magno che descrive l'incontro personale con la Parola di Dio come una "fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per la realtà essenziale". Non si può allora rimanere indifferenti; il testo sacro deve scuoterci, parlarci, ferire il nostro cuore. Questa ferita è il primo importante segno di comprensione.
L'incontro con la Parola non si esaurisce, però, in una dimensione mistica e individuale ma introduce piuttosto in maniera ancora più forte alla comunione e alla condivisione. Per questo, luogo privilegiato d'incontro con la Parola è sicuramente la liturgia. L'incontro con la Parola non è, quindi, un semplice processo culturale ed ermeneutico, ma piuttosto un cammino di fede impegnativo e affascinante. Due sono a questo proposito i rischi ai quali sottrarsi. Da un lato bisogna evitare un approccio al testo di tipo fondamentalista: non ci si può accostare alla Parola di Dio fermandosi alla sola letteralità del testo ma è necessario uno sforzo interiore di trascendimento. Parallelamente la Parola non può neppure essere ricondotta all'arbitrio soggettivo e interpretata sulla semplice base delle proprie categorie culturali e sociali. La lettura sacra, com'era stato già evidenziato dalla "Dei Verbum", dev'essere allora necessariamente accompagnata dalla preghiera. Per questo la "Lectio divina", intesa come lettura orante e Parola pregata, resta il mezzo privilegiato per comprendere ciò che si legge alla luce della grazia di Dio. La pratica della "Lectio divina" dovrà essere allora particolarmente favorita e incoraggiata nelle nostre comunità e nei nostri gruppi come strumento, soprattutto tra i giovani, di forte discernimento e di lettura della presenza di Dio nella propria vita.
L'Antico e il Nuovo Testamento ci mettono in questo senso a disposizione numerosi esempi di figure che hanno saputo mostrarci una via efficace di assimilazione della Parola nella comprensione della volontà di Dio che parla ai nostri cuori. Anche l'"Instrumentum Laboris", il documento di lavoro fondamentale della prossima assemblea sinodale, ce ne indica qualcuna. Prima fra tutte è sicuramente la figura di Maria, che ha saputo essere vero modello di accoglienza della Parola per il credente. Quando il testo evangelico riporta l'espressione: "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" , vuole sottolineare il processo interiore di meditazione di Maria che non separa l'intelligenza dal cuore ma, al contrario, cerca di comprendere il senso spirituale della Scrittura collegandolo alla sua storia personale.
Sono questi solo alcuni semplici accenni e spunti di riflessione che non esauriscono certo la complessità di questo tema così importante e la molteplicità di aspetti e direttive secondo cui si svilupperà la riflessione sinodale. Credo però che desiderare la presenza dei giovani in questa assise sia segno di un desiderio preciso da parte della Chiesa affinché nel mondo giovanile possa svilupparsi una riflessione proficua sul tema scelto e un richiamo che coinvolge noi tutti ad un impegno preciso, al fine di favorire realmente la presenza della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa.

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Novità editoriali sull'attività di Papa Benedetto XVI (LIbreria Editrice Vaticana)


E' con piacere che segnalo l'uscita dei seguenti libri:

Benedetto XVI, " Pensieri sulla Parola di Dio" a cura del Prof. Lucio Coco, Libreria Editrice Vaticana, 2008

Benedetto XVI, "Paolo e i primi Discepoli di Cristo". Edizione artistica. Libreria Editrice Vaticana, 2008

Benedetto XVI, "XXIII Giornata Mondiale della Gioventù 2008". Libreria Editrice Vaticana, 2008

Card. Bagnasco: "Celebrare i matrimoni curando la liturgia all´insegna della massima sobrietà, senza nulla concedere a originalità e personalismi"


Vedi anche:

Messa tridentina: secondo Mons. Betori ci sarebbe un "clima sereno" nel Paese e non risulterebbero lamentele da parte dei fedeli...

Consiglio episcopale permanente della Cei: conferenza stampa di Mons. Betori

New York Times: Francia, le musulmane nelle scuole cattoliche per indossare il velo (Tortora)

La Chiesa in Asia preoccupata per le violenze anticristiane in India (Osservatore Romano)

Card. Bertone: "La politica ha bisogno del Cristianesimo" (Osservatore Romano)

Guardare in positivo alle nuove tecnologie: Mons. Celli sul tema della prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali (Radio Vaticana)

Domenica prossima il Papa apre il Sinodo sulla Parola di Dio: intervista con il segretario generale, mons. Nikola Eterović (Radio Vaticana)

Rémi Brague: "Cristianesimo, kit di sopravvivenza dell'umanità" (Osservatore Romano)

Le Società Bibliche USA regalano una Bibbia al Papa e al Sinodo (Zenit)

Domenica prossima sarà Benedetto XVI a inaugurare, su Rai1, la lettura integrale della Bibbia. Intervista a Giuseppe De Carli (Muolo)

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Ad un anno dal motu proprio Summorum Pontificum. Don Tiziano Trenti (Bologna): "La liturgia di San Pio V non intacca il Vaticano II" (Panettiere)

Il Papa assisterà, il 13 ottobre, al concerto dell'Orchestra Filarmonica Vienna

Intervista esclusiva di Andrea Tornielli a Mons. Georg Ratzinger: "Mio fratello Papa Ratzinger (che voleva fare l'imbianchino)"

I matrimoni dell'era Bagnasco

Schubert e canzonette al bando

Dopo il monito di Bagnasco, a rischio Boccelli, Baglioni e l´Ave Maria. Il presidente della Cei al Gaslini: "La ricerca sia fatta con signorilità"

di Nadia Campini

"CON te partirò" di Andrea Bocelli e "Io ti prendo come mia sposa" di Claudio Baglioni sono le canzoni più gettonate, ma c´è anche chi ha chiesto i Led Zeppelin per accompagnare l´ingresso in chiesa della sposa. Per non parlare della Missa brevis di Mozart o dell´Ave Maria di Schubert, che saranno pure testi classici, ma stanno comunque al di fuori della liturgia sacra.
Nel corso dei decenni dopo il Concilio Vaticano II le variazioni introdotte nella liturgia della messa si sono moltiplicate, i canti accompagnati dalla chitarra degli scout sono diventati quasi un classico nelle messe domenicali, ma è soprattutto nei matrimoni che la coreografia si è ampliata e i parroci si sono trovati a volte complici a volte succubi di questo trend. E´ da qui che nasce il richiamo formulato domenica in occasione dell´apertura dell´anno pastorale dall´arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco a celebrare i matrimoni «curando la liturgia all´insegna della massima sobrietà, senza nulla concedere ad originalità e personalismi», anche perché «comportamenti e prassi diversi, se non addirittura opposti, sarebbero motivo di confronto e giudizio che non alimentano al comunione ecclesiale».

L´invito è rivolto quindi soprattutto ai parroci, a non cedere di fronte alle richieste fantasiose degli sposi, che sono le più svariate. C´è chi pretenderebbe di affiancare alla lettura dei testi sacri la recita delle poesie di Prèvert sull´amore e gli innamorati, o di far parlare dall´altare anche la mamma o il fratello, ma le variazioni più richieste, e anche più accolte, sono quelle che riguardano le musiche: rock, country, classica, di tutto di più, mentre in teoria nemmeno la gettonatissima Ave Maria di Schubert è ammessa, perché è un Lied composto in origine per essere inserito in un testo profano. Oltre tutto nei secoli passati era molto in uso il «travestimento musicale», vale a dire musiche dall´apparenza religiosa ma che non avevano niente a vedere con la chiesa, e anzi, spesso avevano intenzioni opposte. «La verità è che il Concilio Vaticano II ha concesso sufficiente autonomia per permettere a ciascuno di esprimere la propria creatività anche in questo momento particolare - spiega monsignor Marco Granara, rettore della Guardia - basta non esagerare».

Peraltro il cardinale Bagnasco è uno che ci tiene a rispettare una forma sobria. Lo ha fatto capire al suo arrivo a San Lorenzo, chiedendo alcune variazioni nella liturgia della messa in cattedrale, lo ha ribadito ieri, anche se in un´occasione diversa e in un altro ambito, al Gaslini, alla messa in memoria del fondatore, Girolamo Gaslini, quando ha sottolineato che oltre alla ricerca scientifica e alla cura nelle quali l´ospedale pediatrico è all´avanguardia, occorre mantenere anche «un tratto di affabilità, di signorilità dell´anima in tutti i rapporti che animano i doveri quotidiani, per fare in modo che il Gaslini sia davvero il santuario della vita di cui ha parlato Papa Benedetto XVI».

© Copyright Repubblica (Genova), 30 settembre 2008 consultabile online anche qui.

Bagnasco: "Meno sfarzo nei matrimoni"

Il richiamo dell´arcivescovo nell´apertura dell´anno pastorale: serve più sobrietà. Apertura ai laici: "Venite in cattedrale a riflettere con noi"

Celebrare i matrimoni «curando la liturgia all´insegna della massima sobrietà, senza nulla concedere a originalità e personalismi».
L´invito arriva dall´arcivescovo di Genova e presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, nell´omelia per la celebrazione dell´avvio del nuovo anno pastorale. Bagnasco si è anche lasciato andare a una esclamazione sulla capacità di vivere i sentimenti: «Quanta confusione sul concetto di amore» ha detto dopo avere concluso la lettura. La pastorale familiare rimanda infatti al più ampio compito dell´educazione affettiva, ha detto, e riguarda l´amicizia, i gruppi, la coppia e la famiglia. Emergono numerose problematiche, ha detto Bagnasco, e tutti devono farsi carico di questi problemi.

Sui matrimoni, il cardinale invita i cristiani a svolgerli «all´insegna della sobrietà» perché «comportamenti e prassi diversi, se non addirittura opposti, sarebbero motivo di confronto e giudizio che non alimentano la comunione ecclesiale». Evangelizzazione e cura pastorale della famiglia sono per Bagnasco le strade da percorrere per rispondere all´attuale crisi della famiglia e del matrimonio.

Dal presidente della Cei arriva anche un´apertura sul fronte della laicità: «Un tema che è non solo di grande attualità ma anche di grande necessità», ha detto, confermando l´avvio di un ciclo di incontri ad alto livello su questo tema invitando tutti a partecipare, non solo i cristiani. Ai fedeli, il cardinale ha presentato l´iniziativa diocesana "Cattedrale aperta", nell´ambito della quale si terrà il ciclo di incontri intitolato "Laicità, significati e prospettive", e ha spiegato: «C´è grande confusione sulla laicità e sul laicismo», e con questa iniziativa «bella e preziosa, potremo ascoltare parole chiare e chiarificatrici con relatori di altissimo livello».

© Copyright Repubblica (Genova), 29 settembre 2008

Messa tridentina: secondo Mons. Betori ci sarebbe un "clima sereno" nel Paese e non risulterebbero lamentele da parte dei fedeli...


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SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

Consiglio episcopale permanente della Cei: conferenza stampa di Mons. Betori

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MONS. BETORI: “SULLA MESSA IN LATINO C’È UN CLIMA SERENO NEL PAESE”

“Il Motu Proprio che permette la celebrazione della messa secondo il rito di Giovanni XXIII ha registrato una totalità di adesioni alla volontà del Papa e si sta manifestando come un momento di crescita della comunità cristiana nel nostro Paese”: il Segretario generale della CEI, mons. Giuseppe Betori, ha risposto con queste parole alla domanda di un giornalista sulla messa in latino e su eventuali difficoltà in qualche diocesi.
“Posso confermare che non risultano problemi nella sua applicazione – ha aggiunto – tolti sparuti momenti di difficoltà da parte di qualche piccolo gruppo.
Nelle diocesi si vanno scegliendo le soluzioni più adeguate alla realtà locale. Così ad esempio a Roma si è risolto con la concessione di una parrocchia ad personam, mentre a Firenze, la diocesi dove sono destinato, risultano tre luoghi dove si celebra messa secondo questo rito antico. Di fatto – ha concluso mons. Betori – si può dire che non risultano lamentele da parte dei fedeli e si registra un clima molto sereno nel Paese attorno a questa realtà”.

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MOTU PROPRIO

Salvatore Mazza

DA ROMA

L’ adeguamento alle direttive del Motu Proprio con il quale Benedetto XVI ha reintrodotto la celebrazione della Messa secondo il rito di Giovanni XXIII non solo «non ha presentato problemi» in Italia, ma «si sta manifestando come un momento di crescita della comunità cristiana nel nostro Paese». «Posso dire che alla Cei non risulta un solo caso di proteste per la non-applicazione del documento». Lo ha affermato ieri mattina il segretario generale della Cei, l’arcivescovo eletto di Firenze Giuseppe Betori, in risposta alla domanda di un giornalista, durante la presentazione del Comunicato finale dei lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (che pubblichiamo integralmente in questa pagina e nella sucessiva). «Posso confermare – ha detto Betori – che non risultano problemi nella sua applicazione, tolti forse sparuti momenti di difficoltà da parte di qualche piccolo gruppo». La posizione presa dalla Cei dopo la pubblicazione del Motu Proprio, ha aggiunto, è stato di «totale accettazione del documento» secondo «la volontà del Papa». «Nelle diocesi si vanno scegliendo le soluzioni più adeguate alla realtà locale. Così ad esempio a Roma si è risolto con la concessione di una parrocchia 'ad personam', mentre a Firenze, la diocesi dove sono destinato, risultano tre luoghi dove si celebra messa secondo questo rito antico. Di fatto – ha concluso Betori – si può dire che non risultano difficoltà da parte dei fedeli e si registra un clima molto sereno nel Paese attorno a questa realtà». Quella di ieri è stata l’ultima conferenza stampa tenuta da Betori in qualità di segretario generale della Cei. A sostituirlo è stato chiamato il vescovo di Noto Mariano Crociata.

© Copyright Avvenire, 1° ottobre 2008

Mah!
Sono francamente sorpresa e forse non e' l'aggettivo giusto.
Totale adesione alla volonta' del Papa? Questa si' che e' una novita'! Vogliamo parlare del documento della diocesi di Milano che esclude l'applicazione del motu proprio perche' riguarderebbe solo il rito romano e non quello ambrosiano?
Non risultano problemi nella sua applicazione? Anche questa e' una "felice" news :-)
Non ci sono lamentele da parte dei fedeli? Forse non risultano ai vescovi, ma la Cei non e' l'organo competente a ricevere "proteste".
Infatti e' noto che le scrivanie della commissione preposta, l'Ecclesia Dei, sono sommerse di lettere di Cattolici di tutto il mondo.
Mons. Perl ha parlato in modo esplicito di ostruzionismo dei vescovi italiani. Non vedo perche' non si dovrebbe credere alla sua versione.
Mi dispiace doverlo dire ma non e' negando il problema che lo si puo' risolvere
Ribadisco il mio mah!
.
R.

Consiglio episcopale permanente della Cei: conferenza stampa di Mons. Betori


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Domenica prossima il Papa apre il Sinodo sulla Parola di Dio: intervista con il segretario generale, mons. Nikola Eterović (Radio Vaticana)

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Le Società Bibliche USA regalano una Bibbia al Papa e al Sinodo (Zenit)

Domenica prossima sarà Benedetto XVI a inaugurare, su Rai1, la lettura integrale della Bibbia. Intervista a Giuseppe De Carli (Muolo)

Garelli: "Il senso del sacro val bene la messa in latino?" (La Stampa)

Papa Luciani, dottrina rocciosa in un cuore di fanciullo (Osservatore Romano)

Ad un anno dal motu proprio Summorum Pontificum. Don Tiziano Trenti (Bologna): "La liturgia di San Pio V non intacca il Vaticano II" (Panettiere)

Il Papa assisterà, il 13 ottobre, al concerto dell'Orchestra Filarmonica Vienna

Intervista esclusiva di Andrea Tornielli a Mons. Georg Ratzinger: "Mio fratello Papa Ratzinger (che voleva fare l'imbianchino)"

MONS. BETORI: “LA CHIESA PER L’EDUCAZIONE LITURGICA E LA FORMAZIONE DEL CLERO”

“Con la valutazione e definizione della traduzione italiana dell’eucologia del ‘proprio’ del Tempo e di quello dei Santi del Messale Romano si apre una fase nuova dell’impegno della Chiesa per l’educazione e l’interpretazione dei segni liturgici e del linguaggio liturgico”: lo ha detto oggi il segretario generale della CEI mons. Giuseppe Betori durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale dei lavori del Consiglio episcopale permanente, svolto la scorsa settimana a Roma.

Dopo aver spiegato che la prima delle due parti del “messale romano” è già stata vista e approvata dalle Conferenze episcopali regionali, mentre la seconda sta iniziando ora il proprio iter di verifica, mons. Betori ha sottolineato che “si avverte un po’ dovunque l’esigenza di una più diffusa e approfondita educazione spirituale e liturgica”.

Ha poi parlato della formazione dei preti circa la quale la Congregazione per l’Educazione Cattolica ha chiesto alle Conferenze episcopali un parere sulla nuova edizione della “Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis”, il documento magisteriale che contiene i criteri formativi del clero a livello mondiale. “Tale documento risale al 1971 ed è stato aggiornato nel 1984, dopo l’emanazione del nuovo Codice di diritto canonico – ha aggiunto -. Ma a distanza di oltre vent’anni sembra oggi necessario un adeguamento alla luce dell’evoluzione culturale e sociale”.

MONS. BETORI: LEGGE SUL FINE VITA, NO ALL’"AUTODETERMINAZIONE"

“Preferisco non parlare di testamento biologico, ma di legislazione di fine vita, in quanto la parola ‘testamento biologico’ si colloca all’interno di quella comprensione che ritiene l’autodeterminazione in ordine alla propria morte a disposizione della persona umana”. Al contrario, per la Chiesa “la vita e la morte non sono a disposizione di nessuno, neanche di sé stessi: noi preferiamo proteggere la vita e rendere degno il momento della fine della propria esistenza”.
Così mons. Giuseppe Betori, nella sua ultima conferenza stampa in veste di segretario generale della Cei, ha risposto alle domande dei giornalisti riguardo ad un presunto “sì” o “no” della Chiesa italiana sul testamento biologico. Riferendo del dibattito tra i vescovi sul caso Englaro, durante il recente Consiglio episcopale permanente, Betori ha detto che i vescovi italiani hanno espresso la loro “vicinanza” ai familiari di Eluana e alle “molte persone che nel nostro Paese si trovano nelle condizioni di Eluana”, ribadendo però che “il problema può trovare una soluzione solo se ci si prende carico delle sofferenze delle persone e del peso che procura alle loro famiglie”.
Un compito, questo, che “spetta sia alla comunità cristiana, sia alla stessa società, che non può far mancare il necessario appoggio economico che serve per sostenere queste situazioni-limite”.

Nello stesso tempo, ha proseguito Betori, “cè stato anche un cambiamento nella percezione delle situazione legislativa, ed alcuni procedimenti giudiziari stanno aprendo la strada all’interruzione legalizzata della vita”. Di qui “l’opportunità di una legislazione sul fine vita, nella direzione però del ‘favor vitae’, della salvaguardia della vita, non della disponibilità della persona a mettere fine alla propria esistenza, secondo quel principio di autodeterminazione che alcuni vorrebbero prevalente rispetto al principio di indisponibilità della vita”. In concreto, per la Cei questo significa “né accanimento, né abbandono terapeutico; attenzione alle volontà del paziente, purché chiare, esplicite, aggiornate, e non presupposte o derivate dallo stile di vita”.
Ma “queste volontà – ha precisato Betori – sono solo un orientamento, che è competenza del medico valutare in scienza e coscienza, all’interno dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente”. Contro la cultura dell’autodeterminazione”, dunque, per Betori “occorre dare valore a queste dichiarazioni, purché certe ed esplicite, in modo da combattere la deriva per cui il personale stile di vita viene interpretato per formulare una volontà da parte del paziente”.
“Nessuna volontà può essere derivata dalli stili di vita di una persona, se questa volontà non viene messa per iscritto e legalizzata”, ha affermato Betori.

“Questo non significa – ha puntualizzato tuttavia Betori – che questa volontà diventa volontà decisionale, ma una volontà con cui si confronta il medico per valutare quale sia la migliore cura, senza derive né in senso eutanasico, né nella direzione dell’accanimento terapeutico”.
In una legge sul fine vita, insomma, servono “dichiarazioni inequivocabili e certe, ma non nel senso di una volontà che decide circa la propria vita, bensì di una volontà di cui il medico deve tener conto circa la valutazione della cura”.
Da tutto ciò, inoltre, “vanno esclude l’idratazione e l’alimentazione, che non sono attività curative, ma si sostegno vitale della persona stessa”.
In sintesi, l’indicazione della Cei in merito ad una legge sul fine vita è di “non dare spazio all’autodeterminazione: dire che siamo aperti al confronto – ha detto Betori – non significa che cediamo sui nostri principi”.

Quanto ad un ipotetico” cambiamento di rotta” del mondo cattolico sulle tematiche del fine vita, Betori ha precisato che “non si tratta di un cambiamento voluto da noi, ma da chi ha creato una legislazione insicura per la vita delle persone. Con questo uso della legge, non c’è più sicurezza per la fine di vita di ciascuno di noi, dunque c’è bisogno di salvaguardarlo: è logico che tutto ciò provochi non una rottura, ma un dibattito”.
“Spesso vi lamentate della troppa uniformità del mondo cattolico su certi temi – ha detto Betori rivolgendosi ai giornalisti – ma poi quando si alza il dibattito, parlate di rottura.
Se volete, questo è un dibattito, che però arriva ad una concordanza. Si tratta di un dibattito fruttuoso, che aiuta a mettere a fuoco certe problematiche”. “Nessun dramma”, dunque, per la Cei: “Nella Chiesa – ha fatto Betori – il dibattito c’è stato sempre, anche quando siamo stati accusati di un certo soffocamento del dibattito stesso. A noi interessa che nella Chiesa ci sia teste pensanti, e la gente che pensa si confronta anche. Non mi risulta che ci siano rotture”.

MONS. BETORI: FEDERALISMO, “FAVOREVOLI” MA “FATTA SALVA UNITÀ E SOLIDARIETÀ”

“Favorevoli” al federalismo, a patto però che non venga “messa in questione l’unità del Paese” e la “solidarietà” fra le parti di esso. Questa, in sintesi, la posizione della Chiesa italiana sulle ipotesi di “riforma in senso federale” dello Stato, così come è stata espressa da mons. Betori durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Cep. ”L’articolazione strutturale di una società quanto più vicina alla gente fa parte del patrimonio tradizionale del cattolicesimo italiano”, ha spiegato Betori citando Gioberti, Rosmini e in costituzionalisti cattolici: ”Dire autonomie locali, strutture do governi più vicine alla gente sta nel Dna dei cattolici italiani e quindi anche dei loro pastori”. Per questo i vescovi italiani si dicono “favorevoli” ad un “sistema che possa aumentare la responsabilizzazione”, anche perché “uno Stato troppo statalista è una realtà impersonale”, mentre “aumentare il rapporto tra i cittadini e coloro che hanno la responsabilità di guida del Paese non può non favorire una più oculata gestione di risorse”. “Fatte salve, però, due cose”, ha precisato Betori: “non può essere messa in questione l’unità del Paese” e non deve mai mancare la “solidarietà” tra le sue diverse parti.
Adottare una “concezione più federalista”, ha spiegato Betori ai giornalisti, “significa ritornare alle radici del concetto di Italia che avevano i cattolici prima che i piemontesi la realizzassero in senso statalista”. Per questo i vescovi “da una parte salutano con favore” il federalismo fiscale, che “può aiutare ad essere maggiormente responsabili nella gestione delle risorse”. Dall’altra, però, è necessario che tale federalismo “non pregiudichi né il principio di solidarietà fra le varie parti della penisola, né il principio di comunanza di destini che fonda l’unità del Paese, e che va salvaguardato”. Quanto ad uno sguardo pioù generale della Chiesa sulla situazione italiana, Betori ha ribadito che quella dei vescovi è “una voce di serenità e di incoraggiamento, nell’analisi della situazione sociale: questo non significa che ci nascondiamo i problemi, ma che crediamo che all’interno della nostra popolazione ci siano ancora risorse positive, capaci di farci superare come nazione gli stessi problemi che abbiamo di fronte, a cominciare da quelli economici, per cui le famiglie faticano a fronteggiare la crisi” e cu cui i vescovi auspicano “maggiore attenzione da parte delle istituzioni”. Insomma, “c’è più positività nel Paese di quello che appare”.

MONS. BETORI: “OTTO PER MILLE, UNO STRUMENTO DI DEMOCRAZIA FISCALE”

“I recenti dati circa la scelta delle firme per l’8 per mille ci penalizzano un po’ sul monte risorse complessivo, ma rafforzano il sistema nel suo complesso”: è il parere di mons. Giuseppe Betori circa lo strumento dell’ “otto per mille”, del quale sono stati recentemente aggiornati i dati delle scelte effettuate dai cittadini al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi. “La campagna molto dura contro questo strumento – ha proseguito mons. Betori – si è risolta in un effetto contrario: sono aumentate di ben 800 mila le firme di cittadini che hanno scelto di destinare l’irpef alle diverse destinazioni previste dalla legge. Così lo strumento invece di indebolirsi si è nel complesso rafforzato. Per la Chiesa cattolica si è trattato di 35 mila firme in più, mentre le altre sono andate allo Stato. Dobbiamo essere soddisfatti, perché non solo non si è indebolita la Chiesa ma esce confermata la bontà di uno strumento di vera democrazia fiscale”. A un’altra domanda sul tema, ha poi specificato che “la legge regola l’utilizzo dei fondi 8 per mille e se una parte cospicua va al sostentamento del clero ciò è proprio dovuto al fatto che la legge 222/1985 sostituiva la ‘congrua’ e ha voluto conservare centrale questa destinazione. Del resto la ‘carità verso i preti’ ha senso perché essi sono i primi soggetti che attuano la carità della Chiesa”.

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