3 novembre 2008

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Il commercio degli organi una moderna schiavitù

di Danilo Quinto

All'interno della tratta degli esseri umani - un'industria che secondo i dati diffusi a Vienna all'inizio di quest'anno, durante la prima Conferenza mondiale sul tema, vale trentadue miliardi di dollari - esiste anche il fenomeno della tratta a scopo di traffico di organi per trapianti illegali.
La schiavitù moderna prevede che la persona umana sia adoperata per vari usi, come merce di scambio: oltre che per pedopornografia, prostituzione, lavoro e matrimoni forzati, adozioni, anche, appunto, per commercio di organi.
L'Organizzazione mondiale della sanità stima che dei sessantaseimila trapianti di rene effettuati nel mondo nel 2007, circa il dieci per cento siano illegali.
Si preleva l'organo da un povero del terzo mondo, pagandolo a prezzi "stracciati" e lo si rivende a migliaia di dollari agli occidentali che ne hanno necessità. Avviene in molti Paesi.
La domanda di organi per il trapianto, che cresce ad un ritmo del 33 per cento l'anno, conosce un'offerta di donatori che è pari solo al 2 per cento. Le liste d'attesa diventano lunghe, estenuanti. Ci si affida, quindi, all'"organizzazione", complessa e ben articolata, che gestisce i "donatori" di organi, che sono coloro che sopravvivono nei quartieri degradati del Brasile, dell'India, del Pakistan, delle Filippine.
Nel mese di febbraio di quest'anno, i vescovi delle Filippine hanno chiesto al Governo "regole più severe" in materia di donazione di organi, condannando "ogni forma di vendita e traffico illecito di organi", soprattutto di reni.
"La vendita e il commercio di organi - ha affermato monsignor Angel Lagdameo, arcivescovo di Jaro e presidente della Conferenza episcopale - è moralmente inaccettabile". Sono stati denunciati l'abuso della vendita di reni, che sfrutta la povertà di tanta gente. "Comprendiamo i poveri, che non dovrebbero essere biasimati per questo; sono esseri umani e non possono essere trattati come merci. Incoraggiamo invece la donazione volontaria di organi dopo la morte e anche da donatori viventi".
Secondo il Dipartimento della salute filippino, il costo di un rene è stimato intorno ai tremilaseicento dollari, dei quali il donatore riceve solo un terzo della somma; i due terzi vanno ad intermediari. Nell'aprile di quest'anno, il Governo filippino, "per proteggere i poveri dal mercato nero della vendita di organi", ha messo al bando tutte le donazioni di reni in favore di cittadini stranieri. L'unica eccezione prevista è nel caso si possa dimostrare una parentela di sangue tra donatore e paziente.
Nel 1994, il Governo federale indiano ha introdotto la legge sul trapianto di organi umani, per controllare i trapianti di tutti gli organi. Per favorire l'attuazione della legge, tutti gli Stati hanno istituito delle commissioni per l'autorizzazione dei trapianti. Senza l'approvazione della commissione, nessun parente o altra persona può donare un rene, ma ciò nonostante la situazione non appare migliorata.
Il 6 febbraio 2008, si è conclusa in Nepal la storia di un medico-chirurgo indiano che per la polizia ha organizzato il maggiore tra i racket di trapianto di rene finora scoperti. A chi l'ha arrestato, che gli contestava 500 trapianti illegali, il dottore avrebbe detto che il numero era almeno di tremila reni espianti dai poveri e trapiantati agli occidentali nel suo ospedale.
La Cina, nel maggio 2007, ha proibito qualsiasi commercio di organi umani. La decisione del Consiglio di Stato ha risposto all'accusa, da più parti formulata, che funzionari pubblici e medici prelevino senza consenso e vendano gli organi di condannati a morte e di vittime di incidenti stradali. Ai medici coinvolti in simili traffici sarà revocata la licenza e per cliniche e ospedali sarà sospesa ogni operazione di trapianto per almeno tre anni. Per i funzionari pubblici ci sarà l'arresto e il licenziamento e per tutti una multa da otto a dieci volte il valore della "vendita".
È accertato che in Pakistan si vendono oltre 6.500 reni l'anno.
In Afghanistan sono in corso indagini su alcuni centri clinici che al tempo dei talebani avrebbero fornito supporto di personale e di attrezzature ai trafficanti di organi.
Per anni, le Suore di Santa Maria hanno denunciato la scomparsa di bambini a Maputo, in Mozambico. Nel febbraio del 2004, viene uccisa a Nampula, la missionaria luterana, di origine brasiliana Doraci Julita Edinger, di 53 anni, in Africa da sei anni. Aveva rotto il muro di omertà sulla sorte di molti bimbi fatti a pezzi dai trafficanti di organi. Prima l'hanno violentata, poi l'hanno uccisa a martellate.
Molti elementi fanno ritenere che una "fonte" per il traffico di organi sia costituito dai bambini, "invisibili" o "intoccabili", come vengono chiamati: i primi, sono i bambini che scompaiono nel nulla; i secondi sono i non registrati, quarantotto milioni nel mondo, secondo le stime, oltre tre quarti dei quali nell'Africa subsahariana e nel sud-est asiatico, ma anche in America Latina, dove, in base ai dati, un bambino su sei non esiste.
Che il commercio di parti del corpo umano sia una realtà e non una leggenda - come in molti colpevolmente sostengono - lo testimoniano anche atti parlamentari.
Il Parlamento europeo, quest'anno, due volte è intervenuto sul tema. Entrambe le volte, affermando che anche l'Europa è interessata da questo fenomeno.
Nel mese di gennaio, è stata la Commissione affari interni del Parlamento europeo a sostenere: "Considerando che sebbene le stime attuali pongano il traffico di organi in posizione relativamente bassa tra tutte le forme di traffico illecito, il traffico di organi e tessuti sta diventando sempre più un problema globale che si verifica all'interno e attraverso le frontiere nazionali ed è sostenuto dalla domanda (stima di 150-250 casi all'anno in Europa)".
Nel mese di aprile, una risoluzione del Parlamento europeo afferma che traffico, commercializzazione e turismo dei trapianti "sono in rapido sviluppo", che "vi è un legame tra penuria di organi e traffico" e sottolinea come sia "necessario disporre di ulteriori dati sul traffico di organi". Denuncia anche che quattro Stati membri non hanno ancora ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale; cinque Stati membri non hanno ratificato il relativo protocollo aggiuntivo per prevenire, eliminare e punire la tratta di esseri umani, specialmente donne e bambini ("il Protocollo di Palermo"); nove Stati membri non hanno ratificato il protocollo facoltativo della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo sulla vendita di bambini, la prostituzione infantile e la pedo-pornografia; diciassette Stati membri non hanno ratificato la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro il traffico di essere umani.
Il testo sottolinea che qualsiasi sfruttamento commerciale di organi non è etico ed è contrario ai valori umani fondamentali e che la donazione di organi dettata da considerazioni di carattere finanziario degrada il dono dell'organo a semplice merce di scambio, il che costituisce una violazione della dignità umana e viola l'articolo 21 della Convenzione sui diritti dell'uomo e sulla bio-medicina ed è proibito ai sensi dell'articolo 3, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.
Il Parlamento europeo ritiene che, per combattere il traffico di organi nelle parti più povere del mondo, sia necessario adottare una strategia a lungo termine, finalizzata ad abolire le disuguaglianze sociali che sono alla radice di tali pratiche; sottolinea che, per poter combattere la pratica della vendita di organi in cambio di soldi (specialmente nei Paesi in via di sviluppo), occorre predisporre meccanismi di tracciabilità, al fine di impedire che questi organi entrino nell'Unione europea.
La risoluzione invita la Commissione e gli Stati membri ad adottare misure per prevenire il "turismo di trapianti", elaborando orientamenti volti a proteggere i donatori più poveri e vulnerabili contro il rischio di essere vittime del traffico di organi e adottando misure che accrescano la disponibilità di organi ottenuti in modo legale e mediante lo scambio di registrazioni di liste di attesa fra le organizzazioni per lo scambio di organi per evitare iscrizioni multiple alle liste.
Esorta gli Stati membri a modificare i rispettivi codici penali per far sì che i responsabili del traffico di organi siano adeguatamente perseguiti, comprendendo sanzioni per il personale medico coinvolto nel trapianto di organi ottenuti dal traffico illecito, effettuando nel contempo ogni sforzo per scoraggiare i potenziali riceventi dal cercare organi e tessuti che siano stati oggetto di tale traffico; sottolinea che si dovrebbe prendere in considerazione la previsione della responsabilità penale a carico dei cittadini dell'Unione europea che abbiano acquistato organi all'interno o all'esterno dell'Unione europea.
Il testo, infine, denuncia il fatto che più di sessantamila pazienti in Europa sono attualmente in attesa di un trapianto e dieci muoiono ogni giorno a causa della penuria di organi.
Il Parlamento europeo chiede un piano d'azione che rafforzi la cooperazione tra gli Stati membri al fine di aumentare la disponibilità di organi, potenziare l'accessibilità dei sistemi di trapianto, sensibilizzare l'opinione pubblica e garantire qualità e sicurezza.
La penuria di donazioni d'organi per trapianto è un dato drammatico. È sufficiente osservare a questo riguardo le cifre delle liste d'attesa nei Paesi europei. In Italia, ad esempio, alla data del 31 dicembre 2007, erano 9.779 i pazienti in lista d'attesa (6.897 per il rene, 1.482 per il fegato, 853 per il cuore, 255 per il pancreas, 294 per il polmone). Il tempo d'attesa è stimato in 3,02 anni per il rene (con una mortalità dell'1,31%); 1,83 anni per il fegato (mortalità 7,46%); 2,47 anni per il cuore (mortalità 7,75%); 2,90 per il pancreas (mortalità 1,74%); 2,12 anni per il polmone (mortalità 14,00%).
Grande è stata l'opera di sensibilizzazione svolta dalla Chiesa in tema di donazioni d'organi ("ogni intervento di trapianto d'organo, come già in altra occasione ho avuto modo di sottolineare, ha generalmente all'origine una decisione di grande valore etico: la decisione di offrire, senza ricompensa, una parte del proprio corpo, per la salute ed il benessere di un'altra persona", affermò Giovanni Paolo ii nel 2000, durante un discorso al Congresso della Società dei Trapianti), così come ferma è stata la posizione nei confronti del traffico di organi umani a scopo di trapianto: "una prassi inaccettabile - sostenne Giovanni Paolo ii - poiché, attraverso un utilizzo "oggettuale" del corpo, viola la stessa dignità della persona".

(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2008)

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Enzo Bianchi

Quelli della via»: così, prima ancora di ricevere il nome di cristiani, vennero chiamati i primi credenti in Gesù Cristo quale Messia e Figlio di Dio, morto in croce ma risuscitato da Dio. Espressione per noi enigmatica, ma anche molto evocatrice: i cristiani sono quelli che hanno una «via», un comportamento specifico, ma sono anche quelli che camminano sulle vie del mondo, e camminano insieme.
Proprio questo «camminare insieme» ha portato i cristiani a vivere delle assemblee chiamate «sinodi» (da syn-odos), «strada fatta insieme», fin dai tempi in cui le chiese conoscevano ancora la persecuzione, l’ostilità dell’impero romano.
Quando deve affrontare grandi questioni, rispondere a domande, leggere crisi e divisioni, la Chiesa ricorre sempre a questa forma di ascolto, di dialogo e di confronto che è il sinodo o concilio. Ma è solo successivamente all’indizione dell’ultimo concilio, il Vaticano II, che Paolo VI volle istituire un sinodo ordinario dei vescovi da celebrarsi ogni tre anni.
Chiamato da Benedetto XVI come esperto, ho partecipato al sinodo sulla parola di Dio appena conclusosi e, nelle tre settimane passate in Vaticano, ho potuto tentare di leggere la Chiesa oggi nel mondo e di vedere l’assemblea lavorare e pervenire ad alcune significative acquisizioni non solo per la vita dei cattolici nella Chiesa, ma anche per la società in mezzo ai quali i cristiani vivono come concittadini capaci di dare un contributo all’umanizzazione.
L’evento del sinodo è una realtà unica e per molti aspetti straordinaria: un’assemblea di circa 250 vescovi appartenenti a tutte le nazioni della terra, con profonde diversità storiche, culturali ed etniche. Ora, tra i partecipanti prevalgono non logiche di etnie, non il criterio della nazione, ma unicamente quello della fede in Cristo e della comune appartenenza all’umanità.
Interrogano, si ascoltano a vicenda, si confrontano con molta pazienza e molto rispetto, nonostante le grandi differenze di cultura, di contesto politico-sociale e di problematiche che ognuno riflette: già questa è una realtà profetica altamente eloquente.

Il Papa, quale vescovo di Roma che presiede il sinodo, è quasi sempre stato presente, per un ascolto attento degli interventi dei padri sinodali e ha fatto sentire la sua voce solo due volte: all’inizio con una meditazione biblica, e a metà sinodo con una parola puntuale ed eloquente sull’interpretazione della Bibbia, ricordando che questa va studiata con i metodi di una seria ricerca storica - essendo la Bibbia un libro umano, scritto con parole umane - ma che in essa, essendovi contenuta la parola di Dio, va trovato nella fede e con l’aiuto dello Spirito quel messaggio che Dio rivolge al credente e alla Chiesa.

Intervento capitale perché, contro ogni lettura fondamentalista - definita un suicidio del pensiero - si afferma la legittimità, la necessità e la bontà del metodo storico-critico, ma si afferma anche che la lettura «nella Chiesa» deve essere fatta nella fede, una lettura teologica, tendente a trovare nella Bibbia ciò che Dio dice oggi all’uomo.
La centralità della parola di Dio nella vita della Chiesa, affermata dal Vaticano II, non solo è stata ribadita, ma si è giunti con questo sinodo a elaborare alcune indicazioni pastorali che ne derivano con forza nella vita ecclesiale.

Sì, non c’è stato un accrescimento dottrinale riguardo alla parola di Dio, ma si è vista la generale preoccupazione per una predicazione, soprattutto nell’omelia, che sia performativa, ispirata dalla Bibbia, capace di parlare il linguaggio contemporaneo.

E si è letta la situazione sia delle culture più evolute, come quelle delle terre di antica cristianità, sia delle culture orali in cui, non essendoci alfabetizzazione, non è possibile la presenza del libro, della Bibbia nelle mani del singolo cristiano.
E qui, con audacia, il sinodo ha chiesto non solo che ogni famiglia cattolica possegga una Bibbia, ma anche che ogni cristiano, leggendola ogni giorno, possa avere cibo per la sua fede, indicazioni per la sua vita quotidiana, luogo di confronto con gli altri uomini nella ricerca di un’etica condivisa che serva all’umanizzazione e alla costruzione di un mondo più giusto e più pacifico. Se penso anche solo all’arco della mia vita, quanto cammino si è fatto in pochi decenni: quando ero ragazzo, la Bibbia era sconsigliata ai semplici credenti, addirittura ne era vietata la lettura integrale... e ora si è giunti a consigliare che ogni credente acquisisca una dimestichezza quotidiana con questo libro.
E come non ricordare che si è a più riprese chiesto che sulla Bibbia prosegua la ricerca ecumenica da parte dei cristiani delle diverse confessioni; che la si legga anche tenendo conto della lettura che gli ebrei hanno fatto e fanno dell’Antico Testamento; che non si dimentichi la necessità del dialogo con le religioni e soprattutto con l’islam: solo un’identità solida, nutrita della parola di Dio, assicura un dialogo autentico con le altre religioni e spiritualità e alimenta un impegno comune per la promozione di valori etici condivisi, in particolare la giustizia e la pace.
Alla vigilia del sinodo alcuni temevano una regressione rispetto al concilio o un ripiegamento su una nuova forma di devozionismo legata a un approccio soltanto pio alla Bibbia. Invece si è potuto constatare come, quarant’anni dopo il Vaticano II, c’è stata una ricezione della proposizione della parola di Dio nella Chiesa, del suo primato e della sua centralità.

Certo, molto resta da fare, si possono leggere inadempienze e ritardi, ma né il Papa né la maggioranza dei vescovi hanno nostalgie di un tempo passato, anzi, va riconosciuto che Benedetto XVI su questo tema precede di molto la maggioranza dei vescovi: basterebbe ricordare qui il suo commento, certamente il più profondo, sul testo conciliare riguardante la parola di Dio.

Non nego che rispetto alla passione pastorale testimoniata da tutti i vescovi, alcuni interventi di rappresentanti dei movimenti sono risultati stonati, con la loro insistenza a dare testimonianza su se stessi piuttosto che guardare ai bisogni della Chiesa universale. Ma è innegabile che il sinodo si sia rivelato un luogo di ascolto reciproco, uno spazio in cui tutti - alcuni anche a più riprese - hanno potuto intervenire e un’esperienza di universalità della Chiesa e di rara multiculturalità. Sì, si possono anche riscontrare alcune insufficienze, ma non è facile trovare altrove spazi di dialogo fecondo sulle «gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi» che sono, come ha ricordato con forza il concilio, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».

*Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, è stato invitato per tre settimane in Vaticano, come esperto, ai lavori dell’ultimo sinodo dei vescovi

© Copyright La Stampa, 2 novembre 2008

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CITTÀ DEL VATICANO

Chi sono i santi? Il Papa cerca di spiegarlo ai cattolici nella festa di Ognissanti, che si è affermata nel primo millennio cristiano. E per spiegarlo ricorre al Vangelo e anche agli spirituals, citando, in italiano, la celeberrima «When the saints go marching in..»; «Quando verrà la schiera dei tuoi santi, oh, come vorrei, Signore essere tra loro».
«Possa questa bella aspirazione – commenta il Papa – aiutare tutti i cristiani a superare ogni difficoltà, ogni paura, ogni tribolazione».
Spirituals a parte, per Benedetto XVI la festa di Tutti i santi, «che si è venuta affermando nel corso del primo millennio cristiano come celebrazione collettiva dei martiri», ravviva nei cristiani «l'attrazione verso il Cielo, che ci spinge ad affrettare il passo del nostro pellegrinaggio terreno». E i santi e i martiri sono persone come le altre, che hanno vissuto seguendo la via delle «beatitudini evangeliche» e «si sono sforzati di percorrerla pur consapevoli dei loro limiti umani».
Non c'è un modello unico di santità, è la riflessione papale, e tutti sono chiamati alla santità: «Visitando un vivaio botanico, si rimane stupefatti dinanzi alla varietà di piante e di fiori, e viene spontaneo pensare alla fantasia del Creatore che ha reso la terra un meraviglioso giardino. Analogo sentimento ci coglie quando consideriamo lo spettacolo della santità: il mondo ci appare come un "giardino", dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione sociale, di ogni lingua, popolo e cultura». «Ognuno è diverso dall'altro – ha commentato – con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale. Tutti però recano impresso il «sigillo» di Gesù, cioè l'impronta del suo amore, testimoniato attraverso la Croce».
«Sono tutti nella gioia – ha sottolineato papa Ratzinger – in una festa senza fine, ma, come Gesù, questo traguardo l'hanno conquistato passando attraverso la fatica e la prova, affrontando ciascuno la propria parte di sacrificio per partecipare alla gloria della risurrezione».

© Copyright Eco di Bergamo, 2 novembre 2008

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L'inno manzoniano per la solennità di tutti i santi

Quando il poeta diventa teologo

di Inos Biffi

Nell'elenco dei dodici inni, che Alessandro Manzoni aveva progettato a commento delle principali solennità dell'anno liturgico, era anche contemplato un inno per tutti i santi, l'Ognissanti, che rimase tuttavia incompleto, mentre non vennero composti quelli per l'Epifania, l'Ascensione, il Corpo del Signore, la Cattedra di san Pietro, l'Assunzione e i Morti.
Il poeta lo inizia nel 1830, ma la stesura, già da subito, non deve averlo soddisfatto; di quella stesura eliminata resta soltanto il titolo, cui fanno seguito tre citazioni bibliche: "... in omnibus Christus. (Paul. Col. iii, 11); Multa quidem membra, unum autem corpus. (Cor. i. xii, 20); Omnes enim vos estis Unum in Christo Jesu. (Gal. iii, 28)", le quali concordano sul tema dell'unità del Corpo di Cristo, formato dalla molteplicità delle membra e, in questa prospettiva, una visione degli stessi santi contemplati in quest'unico Corpo.
Una lettera al figlio Pietro del 1847 indica che un terzo dell'inno è finito, ma gli raccomanda di non farne parola a nessuno. Di fatto sappiamo che il testo incompiuto fu letto da Rosmini. Più tardi, nel 1860, quattro sue strofe vennero pubblicate da Louise Colet, alla quale Manzoni stesso le aveva fatte conoscere, mentre il tutto vide la luce nel 1914.
Senza dubbio, per la sua incompiutezza non ci è possibile conoscere e gustare tutta la visione che Manzoni aveva concepito o ci avrebbe dato nell'interezza; e tuttavia le strofe che ci ha lasciato sono di una incomparabile bellezza di poesia e di teologia della santità cristiana.
Ripassano nelle quattordici strofe due categorie di santi: quelli che sono vissuti nel chiostro, quelli raggiunti dalla misericordia divina con la grazia della conversione, mentre considerata a sé, come incomparabile, viene al terzo posto la Vergine Maria.
La prima categoria rievocata da Manzoni è quella dei santi vissuti nella solitudine o che, com'è scritto da Manzoni in appunti sparsi, hanno serbato "i silenzi del cor". Con tutta l'intensità e l'ardore del loro desiderio essi hanno cercato Dio come si cerca il Sole, che, ancora velato dalle nebbiose ombre terrene - "ora vediamo in modo confuso", afferma l'Apostolo - li riveste adesso con la pienezza straripante e beatificante della sua luce nitida e splendente: "Cercando col cupido sguardo, / Tra il vel della nebbia terrena, / Quel Sol che in sua limpida piena / V'avvolge or beati lassù".
Il mondo, nella sua superbia, disprezza la santità fasciata dal silenzio - come dice la Scrittura: la "sapienza nascosta e tesoro invisibile" (Siracide, 20, 30) - quella dei contemplativi, degli anacoreti, degli asceti penitenti, dei mistici; al suo giudizio le virtù esercitate in solitudine, operosamente raccolte e gelosamente conservate, non appaiono meritevoli dell'onore degli altari, ma solo un patrimonio insignificante e infruttuoso: "Il secol vi sdegna, e superbo / Domanda qual merto agli altari / V'addusse; che giovin gli avari / Tesor di solinghe virtù".
La domanda va fatta al Creatore.
Dalla sua provvida cura, e a utilità degli uomini, sono certo venuti la spiga di grano, che alimenta la vita, le fibre per intesser le vesti, le erbe con virtù medicinali: "nell'erba del campo / La spiga vitale nascose, / Il fil di tue vesti compose, / De' farmachi il succo temprò".
E sempre per la creazione divina sono apparsi il pino, che non si piega al vento australe - "il pino inflessibile agli austri" - il salice che, condiscendente, si lascia piegare (lenta salix di Virgilio) - "docile il salcio alla mano"; il larice, che resiste alle intemperie invernali, come l'ontano resiste alle acque - "il larice ai verni, e l'ontano durevole all'acque".
E qui pare di scorgere il gusto di Manzoni esperto di botanica nel far passare e illustrare, in poetica e compiaciuta rappresentazione, erbe e piante, quasi connotati di qualità o risonanze morali: si pensi alla docilità del salice e, all'opposto, alla non flessibilità del pino.
Ma nel mondo non esistono solo creature di visibile e immediata utilità per l'uomo. Con "la spiga vitale", con gli arbusti per i tessuti e le erbe medicinali, spunta e si ritrova un fiore silenzioso, che parrebbe superfluo e creato vanamente. Eppure c'è ed è il Creatore che lo ha fatto apparire.
È quindi a lui che deve rivolgere la domanda chi disdegna come sterile e inservibile la santità dei solitari: "A Quello domanda, o sdegnoso, / Perché sull'inospite piagge, / Al tremito d'aure selvagge, / Fa sorgere il tacito fior, / Che spiega davanti a Lui solo / La pompa del pinto suo velo, / Che spande ai deserti del cielo / Gli olezzi del calice, e muor".
Mi sembrano, questi, i versi tra i più belli di Manzoni. Il "tacito fior" - ecco un'altra connotazione morale: la silenziosità - trova la sua unica ragione nello stesso suo Creatore: di fronte a lui quel fiore sperduto dispiega lo splendore dei suoi colori, e per lui effonde i suoi profumi; colori e profumi non risultano allora sciupati, poiché rallegrano lo sguardo di Dio e sono un piacere unicamente per lui. La breve vicenda di un fiore che sboccia, con le sue "spoglie lucenti", che spande "i fuggenti olezzi del calice" (Appunti sparsi) e che poi muore, poteva sembrare uno sperpero, e fu invece un atto di gratuita e pura adorazione.
Così è della santità: pur nascosta e lontana dai clamori e dagli elogi del mondo essa vale, perché gradita e preziosa agli occhi di Dio. E qui la poesia di Manzoni si trasfigura in alta e ispirata teologia.
La seconda categoria di santi cantata da Manzoni comprende coloro che sono giunti alla santità dopo aver conosciuto la gravità della colpa e averla espiata: per lungo tempo incamminati su strade oscure del male, vittime di piaceri ingannevoli e funesti, fatalmente in corsa verso un baratro, si sono mirabilmente trovati nel seno di una sconfinata misericordia: "E voi che gran tempo per ciechi / Sentier di lusinghe funeste, / Correndo all'abisso, cadeste / In grembo a un'immensa pietà".
Manzoni forse in questi versi pensava alla propria conversione, che egli circondò sempre di grande discrezione e riserbo, invitando a rendere grazie a Dio.
È difficile non essere profondamente toccati dai due ultimi versi: "Correndo all'abisso cadeste / In grembo a un'immensa pietà", che ci fanno pensare a quelli di Dante: "Ma la bontà infinita ha sì gran braccia / che prende ciò che si rivolge a lei" (Purgatorio, ii, 122-123).
Tutto portava a pensare che l'abisso dell'inferno e della dannazione avrebbe accolto quei peccatori, ma, per il miracolo del perdono, invece che in quell'abisso, essi si ritrovarono nel tenerissimo abbraccio dell'infinito amore divino. I convertiti santi, ma pensiamo anche a tutti i convertiti, come l'Innominato - e in realtà tutti i santi - sono frutti della pietà di Dio.
A somiglianza delle acque sotterranee che, dopo tortuosi percorsi, finalmente trovano la via per erompere e sboccare in un limpido zampillo - in "lucido sgorgo" - essi, ormai purificati, sono risaliti, raggiungendo la vetta della santità; e segnati dalla contrizione e dal coraggio, alimentano nel pianto per le colpe passate l'audace tensione a nobili propositi: "Sorgeste già puri, e la vetta, / Sorgendo, toccaste, dolenti / E forti, a magnanimi intenti / Nutrendo nel pianto l'ardir".
Né essi devono nascondere pudicamente le ferite lasciate in loro dai peccati trascorsi: quelle ferite recano l'impronta di Dio che le ha rimarginate; quella memoria "costituisce una promessa di salvezza e la prova del potere e della bontà di Dio" (Valter Boggione): "Un timido ossequio non veli / Le piaghe che il fallo v'impresse: / Un segno divino sovr'esse / La man, che le chiuse, lasciò".
La terza parte del canto è tutta riservata a Maria, che "non ha avuto bisogno del perdono perché ebbe intatta la bellezza della natura umana, quale Dio l'aveva donata ad Adamo: non fu toccata "prima" dal peccato originale e neppure "poi" dal peccato attuale: qui sta il capolavoro dell'"Amor che tutto può"" (Giovanni Colombo).
Nelle tre brevi strofe che concludono il canto il poeta mostra di aver colto con acuta precisione il senso del dogma dell'immacolata: Maria non fu purificata dalla colpa, ma è tornata al cielo - ed è il dogma dell'Assunta - adorna della grazia nella quale era stata concepita e che precedette ogni remissione. Come canta la Chiesa: Tota pulchra es Maria, et macula originalis non est in te.
Questa innocenza non fu, tuttavia, un merito della Vergine, ma il gratuito dono dell'Amore divino onnipotente: "Tu sola a Lui festi ritorno / Ornata del primo suo dono; / Te sola più su del perdono / L'Amor che può tutto locò".
Maria è salutata dall'angelo come colei che fu da sempre l'immensamente amata.
Per questo non venne contagiata dall'insidioso e avverso Serpente: "Te sola dall'angue nemico / Non tocca né prima né poi".
Soltanto su noi egli riuscì indecentemente vincitore: "(...) appena su noi / L'indegna vittoria compiè". Secondo la profezia della Genesi, il suo capo orgoglioso fu invece schiacciato dal piede incontaminato della Vergine: "Traendo l'oblique rivolte, / Rigonfio e tremante, tra l'erba, / Sentì sulla testa superba / Il peso del puro tuo piè".
La descrizione di rara efficacia di quell'"angue nemico" che, turgido e spaventato, sopravviene sinuosamente tra l'erba, richiama il verso virgiliano: latet anguis in herba (Bucoliche, 3, 93), e quello dantesco: "Occulto come in erba l'angue" (Inferno, vii, 84), e l'altro: "Tra l'erba e' fior venìa la mala striscia, / volgendo ad ora ad or la testa, e'l dosso / leccando come bestia che si liscia" (Purgatorio, viii, 100-102).
Così Manzoni, di là dalla santità dei contemplativi e da quella dei santi penitenti, ha ritratto l'innocenza di Maria, modello di tutta la santità cristiana, ancora una volta mostrando la sua luminosa dottrina mariana e la fervida devozione alla Vergine, di cui sono cosparse la sua poesia e la sua prosa.

Ognissanti

... in omnibus Christus. (Colossesi, III, 11)
Multa quidem membra, unum autem corpus. (1 Corinzi, XII, 20)
Omnes enim vos estis Unum in Christo Jesu. (Galati, III, 28)

Cercando col cupido sguardo,
Tra il vel della nebbia terrena
Quel Sol che in sua limpida piena
V'avvolge or beati lassù;

Il secol vi sdegna, e superbo
Domanda qual merto agli altari
V'addusse; che giovin gli avari
Tesor di solinghe virtù.

A Lui che nell'erba del campo
La spiga vitale nascose,
Il fil di tue vesti compose,
De' farmachi il succo temprò,
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano,
Che il larice ai verni, e l'ontano
Durevole all'acque creò;

A Quello domanda, o sdegnoso,
Perché sull'inospite piagge,
Al tremito d'aure selvagge,
Fa sorgere il tacito fior,

Che spiega davanti a Lui solo
La pompa del pinto suo velo,
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice, e muor.

E voi che gran tempo per ciechi
Sentier di lusinghe funeste,
Correndo all'abisso, cadeste
In grembo a un'immensa pietà;

E, come l'umor, che nel limo
Errava sotterra smarrito,
Da subita vena rapito
Che al giorno la strada gli fa,

Si lancia e, seguendo l'amiche
Angustie, con ratto gorgoglio,
Si vede d'in cima allo scoglio
In lucido sgorgo apparir,

Sorgeste già puri, e la vetta,
Sorgendo, toccaste, dolenti
E forti, a magnanimi intenti
Nutrendo nel pianto l'ardir,

Un timido ossequio non veli
Le piaghe che il fallo v'impresse:
Un segno divino sovr'esse
La man, che le chiuse, lasciò.

Tu sola a Lui festi ritorno
Ornata del primo suo dono;
Te sola più su del perdono
L'Amor che può tutto locò;

Te sola dall'angue nemico
Non tocca né prima né poi;
Dall'angue, che, appena su noi
L'indegna vittoria compiè,

Traendo l'oblique rivolte,
Rigonfio e tremante, tra l'erba,
Sentì sulla testa superba
Il peso del puro tuo piè.


(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2008)

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Il passaggio dalla vita alla morte e l'ingresso in paradiso nell'iconografia cristiana dei primi secoli

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di Fabrizio Bisconti

Durante i primi secoli del cristianesimo e, segnatamente, tra il ii e il iii, quando nasce un'arte propriamente cristiana in tutto il mondo antico, non viene immediatamente inventato un immaginario nuovo e autonomo rispetto alla cultura figurativa profana coeva e precedente. Molte immagini, scene e situazioni figurative recuperano schemi e temi già sperimentati dalla civiltà iconografica del passato, denunciando una continuità artistica, che, però, prevede un ricarico semantico rinnovato e aderente alla nuova dottrina.
In quest'ottica mentre da un lato sorge un repertorio direttamente ispirato alla Bibbia - pronto ad accogliere il messaggio delle due economie testamentarie per mezzo di pure rievocazioni degli episodi della salvezza così come si dipana tra il Vecchio e il Nuovo Testamento - dall'altro lato non muore il tradizionale riferimento al vissuto quotidiano dei cristiani ordinari e alla societas christiana della prima ora.
Il duplice binario, parallelo e talora giustapposto, dà luogo a un immaginario iconografico misto, dove la componente religiosa si associa, in maniera armonica e coerente, alla storia privata dei singoli componenti delle comunità cristiane più antiche.
Questo sentimento della concordia tra le sofisticate idee religiose elaborate dai Padri della Chiesa e il pensiero semplice degli uomini convertiti al cristianesimo, ci immette in un mondo funerario estremamente compromesso, per i primi tempi, con quel naturale e lento divenire delle usanze e dei riti provenienti dalla civiltà romana. Proprio i romani, d'altra parte, affidarono una particolare importanza a tutti quei gesti intimamente legati al momento della morte, alla sistemazione dei corpi dei defunti, alle feste e alle commemorazioni funebri, recuperando le credenze e i riti dalle culture preromane. Tali usanze, come è noto, si muovono attorno all'orbita di una tensione comune che prevede la "sopravvivenza" del defunto oltre la tappa traumatica della morte. Anzi, nella cultura romana, nacque ben presto la credenza di un naturale prolungamento della vita per tutti i trapassati, secondo quanto assicurano Cicerone (Tusculanae disputationes i, 16, 36) e Virgilio (Eneide, vi, 743).
Nella prassi funeraria romana si diffuse, per questo, l'usanza di un'immediata sepoltura dei morti, per assicurare una serena vita nell'aldilà e per evitare che le anime dei trapassati vagassero, in attesa della tumulazione. Nacquero, così, i collegia funerari, che si preoccuparono di sostenere l'onere economico per la sepoltura di coloro che non potevano permettersi un dignitoso funerale. Questo permetteva anche che i defunti non stazionassero nell'abitato, nel perfetto ossequio di una legge delle Dodici Tavole che prescriveva che: hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito. Tale legge induceva a svolgere tutte le pratiche funerarie, sia per quanto riguarda l'inumazione, sia per quel che attiene all'incinerazione, fuori dalle mura urbiche.
La ritualità funeraria romana comportava una sequenza di gesti che, in parte, si sono protratti nel tempo, come il bacio estremo al defunto, la chiusura degli occhi, la conclamatio, ossia il richiamo ad alta voce del nome del defunto per verificarne la morte, la sistemazione del cadavere, la vestizione, la coronazione, la consegna di una moneta - il cosiddetto obolo di Caronte per accedere nell'oltremondo - l'esposizione del corpo, le esequie, con il relativo seppellimento, che si svolgeva, assai spesso, notte tempo.
Con l'avvento del cristianesimo, al rito dell'incinerazione, tanto amata dai romani, in quanto collegata alla eroizzazione del defunto, si sostituì quello dell'inumazione, già noto, ma meno diffuso per questioni di spazio e di economia. I cimiteri cristiani, meglio noti come catacombe, raccolsero, sin dagli esordi del iii secolo, intere comunità cristiane, specialmente a Roma, ma anche in altri centri dell'Italia centrale, meridionale e insulare, dove il sistema delle sepolture in ambienti ipogei e la moltiplicazione dei sepolcri - che raggiunsero in certi casi decine di migliaia di unità - caratterizzarono un nuovo approccio con la ritualità funeraria e con il sentimento religioso, che si incentrò, come è intuitivo, sul mistero fondamentale della resurrezione della carne.
La grande rivoluzione del pensiero religioso influì sicuramente sulla creazione di queste enormi città della morte o meglio in questi dormitori provvisori, dove i fratelli della fede attendevano fiduciosi la resurrezione. Se, da un lato, le catacombe mantennero uno stile sobrio ed essenziale nell'allestimento delle sepolture volutamente tutte uguali, con qualche rara eccezione riservata alle sepolture privilegiate dei potentiores e di alcuni ecclesiastici, dall'altro, vogliono esprimere un forte e insopprimibile spirito comunitario.
Le catacombe rappresentano il luogo naturale dell'attività dei fossores, ai quali spettano la progettazione, lo scavo, la decorazione e la gestione dell'area sepolcrale. La figura del fossor assurge, insomma, a vero e proprio genius loci dei cimiteri paleocristiani e viene anche definito arenarius, in quanto scavatore di gallerie nelle cave arenarie, vespillo, lectiarius, copiatae ed entra nella gerarchia della chiesa locale, inserendosi nella dinamica associativa delle corporazioni. Il potere assunto dai fossori, specialmente in relazione alla compravendita delle sepolture, indusse nel corso del v secolo, a riconsegnare questa fruttuosa attività ai mansionarii, ai cubicularii e ai presbyteri.
Proprio per il diagramma che il ruolo dei fossori disegna nella carta sociale delle prime comunità cristiane, questi furono tra i primi a essere rappresentati in pittura e nelle incisioni sulle lastre funerarie delle catacombe romane, ora intenti a scavare le gallerie, ora occupati alla sistemazione del corpo dei defunti, ora in posa autorappresentativa, per dimostrare il loro rango, raggiunto nell'ambito della struttura della Chiesa primitiva. Queste semplici rappresentazioni oscillano tra l'iconografia del vissuto quotidiano, a cui ci si riferiva in apertura, e un intento figurativo di tipo simbolico, quando si vuole attribuire alle loro immagini, già nel cuore delle catacombe di San Callisto, nelle cosiddette cappelle dei sacramenti, riferibili alla prima metà del iii secolo, un significato più sofisticato, che attinge proprio a quel senso di guardiano eccezionale del sito cimiteriale, a cui si alludeva, ossia al ruolo di genius loci delle catacombe.
Ben presto, accanto alle figure dei fossori, appaiono le immagini dei defunti ordinari, per lo più isolati e atteggiati nel significativo gesto dell'expansis manibus, che vuole sollevare i cristiani dei primi secoli in una condizione beatifica e paradisiaca. L'atteggiamento dell'orante, attribuito alla maggior parte dei defunti, rappresentati in pittura, in scultura e nelle incisioni funerarie non vuole significare una tensione verso la salvezza, ma uno status positivo, che comporta l'idea di un percorso già tracciato, che ha condotto il defunto fino alla salvezza finale. Per questo motivo l'atteggiamento delle braccia sollevate interessa, in queste prime rappresentazioni, tanto i semplici defunti quanto i protagonisti degli episodi veterotestamentari, che hanno superato diluvi, condanne ad bestias, insidie, violenze, pericoli e prove di ogni tipo. Sollevare le braccia e aprire le palme delle mani significa esprimere quel concetto della preghiera continua che, per il cristiano, non finisce in terra, ma perdura anche nell'aldilà e che si era iniziata con il battesimo: da quel momento, l'uomo, coerente con le sue promesse e fedele al consiglio di Paolo (i Tessalonicesi, 5, 17) canta incessantemente, senza mai interrompersi, la gloria di Dio.
Accanto a queste rappresentazioni ispirate, compaiono raffigurazioni più tradizionali che "fotografano" i defunti mentre svolgono la loro attività professionale di fabbri, fornai, macellai, pescivendoli, ortolani, come per ricordare la loro condizione terrena, secondo un uso e una mentalità che non si differenzia da quella profana. A questo riguardo ci aiuta Tertulliano, quando si interroga sul motivo delle persecuzioni nei confronti dei cristiani, se, in realtà, essi frequentavano gli stessi fori dei pagani, lavoravano negli stessi mercati, negli stessi negozi, nelle stesse officine, praticavano le stesse arti, navigavano e combattevano insieme a loro (Apologetico, 42, 2-3).
Ancora nel solco della tradizione ellenistica e romana dobbiamo collocare le rappresentazioni dei defunti più prevedibili, ossia quelle che si preoccupano di riprodurre, nel dettaglio, i ritratti dei personaggi, ora scegliendo l'antico espediente della imago clipeata, ora sistemando la figura intera tra due introduttori, che spesso si identificavano con i principi degli Apostoli, ora rappresentandoli in vere e proprie "foto di famiglia".
Ma i defunti sono calati in situazioni figurative anche più complesse, come quando divengono protagonisti dei banchetti. Nelle scene di convito coesistono i sensi di diversi banchetti, non solo quelli funerari, come si tenta di affermare da più parti in tempi recenti, ricollegando l'immagine alle agapi e ai refrigeria, per scorgervi, dunque, un riflesso immediato di pratiche quotidiane e reali. Nei banchetti dipinti nelle catacombe romane, così come in quelli scolpiti sui coperchi dei sarcofagi, è possibile individuare gran parte dei modelli iconografici e dei significati simbolici creati dalla cultura figurativa precedente, anche se l'accezione cristiana, in chiave rituale e simbolica, prevale ed emerge sugli altri temi. Le scene di banchetto riecheggiano, innanzi tutto, gli antichi pranzi funerari classici ed ellenistici, di memoria omerica, che comportavano sacrifici, pranzi veri e propri e ludi in onore del defunto: dal silicernium, che si teneva dopo la sepoltura, al novemdial che, nove giorni dopo la tumulazione, segnava il ritorno della famiglia nella società, sino ai più noti banchetti tenuti durante i parentalia e, segnatamente, a quello che si organizzava il 22 febbraio (caracognatio), un convito solenne, che si svolgeva presso il sepolcro a cui partecipavano solo i parenti del defunto, i quali, in quell'occasione, potevano ricomporre i malumori familiari, approfittando del clima affettuoso che si veniva a creare.
A questi banchetti e all'atmosfera di amicizia e concordia, declinata in senso spirituale dai cristiani, sembrano ispirarsi direttamente le scene delle catacombe romane, ma questa continuità è solo apparente e non serve, da sola, a spiegare la grande fortuna del tema nel repertorio cristiano. Occorre ricordare che, per i romani, quella dei parentalia non era l'unica occasione per pranzare in onore dei defunti: durante i rosalia e i violarla, feste primaverili ed estive, si svolgevano altri banchetti e già, tra i pagani, anche se eccezionalmente, si pranzò nella ricorrenza del giorno anniversario dello scomparso. Si deve, poi, distinguere, in tali conviti, una componente evergetica, che proveniva dalla tradizione ellenistica e che, per la solennità e l'aspetto pubblico, riferisce l'intenzione di fissare la memoria del defunto in senso civico e storico e una componente familiare, che esprime il desiderio di descrivere il ruolo del congiunto nell'ambito del gruppo sociale di appartenenza. Le due componenti sembrano perdurare nell'immaginario figurativo paleocristiano in maniera talora ben distinta se, come sembra, prevale l'aspetto evergetico nelle rappresentazioni multiple contornate da cesti colmi di pani, mentre predomina quello familiare nelle scene affrescate, con vivacità gestuale e rari tocchi d'ambiente, nel cimitero dei santi Marcellino e Pietro. Ma anche in queste scene, eccessivamente alleggerite dalla critica moderna di ogni carica simbolica, dobbiamo leggere meglio la stratificazione dei significati. Se, infatti, alcune scene presentano chiari riferimenti a un pasto funerario organizzato per o dalla famiglia del defunto, con cenni reali che riflettono pratiche e rituali sepolcrali concreti, la ieraticità di alcune immagini e l'atmosfera che si respira intorno ad altre ci sollevano verso un livello eminentemente simbolico. Nella lastra incisa di Criste in Domitilla, ad esempio, la piccola defunta, collocata in paradiso con pochi ma efficaci espedienti - colombe noetiche, atteggiamento expansis manibus - è commemorata dal padre Cristor che si raffigura bevendo e offrendo l'ultimo boccone del pasto a un cagnolino, forse molto caro alla padroncina.
Proprio la catacomba di Domitilla ci permette di agganciare l'antica commemorazione dei defunti nella cultura paleocristiana con quella spontanea e urgente riservata, negli stessi secoli, ai santi che, in quei primi momenti, si identificano specialmente con i martiri. In un affresco del complesso di Domitilla, sulla via Ardeatina, e, segnatamente, nella lunetta di un arcosolio non lontano dalla basilica dei santi Nereo e Achilleo, la matrona Veneranda viene rappresentata mentre viene introdotta in un giardino paradisiaco dalla martire Petronilla, che godeva di fama e culto estremamente diffusi in ambiente romano. L'introduzione - che comporta un confortante gesto di incoraggiamento da parte della santa, che poggia la mano sulla spalla della defunta - avviene in un'atmosfera di grande confidenza, recuperando i rassicuranti atteggiamenti delle antiche introduzioni in paradiso e annunciando gli ingressi monumentali e ufficiali dei catini absidali romani, come accade, ad esempio, in quello protobizantino della basilica romana dei santi Cosma e Damiano, dove i due santi medici sono accompagnati al cospetto del Salvatore dai principi degli Apostoli.
Tra martiri e defunti si stabilisce una sorta di religio amicitiae, di rapporto inter pares, che qualifica i santi come patroni, intercessori e protettori: essere vicino a loro, essere rappresentati in loro compagnia, significa rompere quel limite tra terra e cielo, ancora ben percettibile nella mentalità comune del tempo. L'arte delle catacombe esprime l'abbattimento di questa barriera, mettendo in diretto contatto i defunti con il martire, in un rapporto protetto-patrono, che ben riflette nell'iconografia quanto succede attorno alle tombe dei santi all'interno delle catacombe.
Nei pressi di questi sepolcri eccellenti, infatti, vuole essere sepolto un numero elevato di defunti, creando quei retro-sanctos, che vorrebbero riprodurre il concetto della comunione dei santi e l'eloquente formula epigrafica in pace cum sanctis che caratterizza molti epitaffi paleocristiani del iv secolo dell'era cristiana. Dopo un lungo periodo in cui la rappresentazione dei martiri viene evitata per non affrontare il delicato momento della loro morte violenta, ecco che - con la pace della Chiesa e specialmente nella seconda metà del iv secolo, in corrispondenza con il pontificato di Papa Damaso (366-384) - spuntano le immagini di questi uomini santi. Essi vengono rappresentati come filosofi, intellettuali, saggi, spesso muniti della corona trionfale del martirio, atteggiati secondo gesti solenni ed enfatici, con volti ieratici, ma rassicuranti. La loro fisionomia, il loro vestiario, costituito semplicemente dalla tunica e dal pallio, non è diverso da quello dei personaggi biblici, dei patriarchi, dei filosofi, ma anche degli apostoli e del Cristo. Le loro immagini appaiono negli oscuri itinera ad sanctos che, nei labirinti bui e oramai abbandonati delle catacombe romane, conducono i pellegrini del medioevo verso le tombe sante, semplici, ma estremamente venerate, come dimostrano le centinaia di graffiti lasciati dai devoti lungo le pareti di quelle strade sotterranee della fede.
Mentre ai nostri giorni le commemorazioni dei santi e dei defunti si susseguono a distanza di un giorno, nell'antichità le loro figure, prima distinte e poco definite, si uniscono in un destino comune, che vede i defunti "eccellenti" e quelli "ordinari" disposti fianco a fianco, come per anticipare quella resurrezione finale che rompe tutte le barriere sociali e le categorie religiose e che riconduce alla nostra mente le semplici ed emozionanti parole di Lattanzio, quando descrive la società cristiana dei primi secoli: "Tra noi non ci sono né servi né padroni; non esiste altro motivo se ci chiamiamo fratelli se non perché ci consideriamo tutti uguali" (Divinae institutiones, 5, 15).

(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2008)

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Commemorazione dei defunti. All'Angelus il Papa invita a guardare alla morte alla luce dell'amore eterno di Dio, senza cadere in susperstizioni e sincretismi

Occorre oggi più che mai evangelizzare la realtà della morte, così soggetta a credenze superstiziose, perché sia vissuta alla luce del Cristo Risorto e dell’eterno amore di Dio: è quanto ha detto Benedetto XVI oggi all’Angelus, in Piazza San Pietro, nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Il servizio di Sergio Centofanti.

La domenica odierna unisce due misteri: il ricordo dei fedeli defunti e la memoria della risurrezione di Cristo. E Benedetto XVI esorta a vivere il rapporto con i defunti nella verità della fede, guardando alla morte e all’aldilà nella luce della Rivelazione:

“Già l’apostolo Paolo, scrivendo alle prime comunità, esortava i fedeli a ‘non essere tristi come gli altri che non hanno speranza’. ‘Se infatti – scriveva – crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti’ (1 Ts 4,13-14). E’ necessario anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere”.

Il Papa, sulla scia della sua Enciclica sulla speranza cristiana, si è chiesto se gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderino ancora la vita eterna o se forse l’esistenza terrena sia diventata “l’unico loro orizzonte”:

“In realtà, come già osservava sant’Agostino, tutti vogliamo la ‘vita beata’, la felicità. Non sappiamo bene che cosa sia e come sia, ma ci sentiamo attratti verso di essa. E’ questa una speranza universale, comune agli uomini di tutti i tempi e di tutti luoghi. L’espressione ‘vita eterna’ vorrebbe dare un nome a questa attesa insopprimibile: non una successione senza fine, ma l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia: è questo che speriamo e attendiamo dal nostro essere con Cristo (cfr ivi, 12)”.

“Rinnoviamo quest’oggi – ha affermato il Pontefice - la speranza della vita eterna fondata realmente nella morte e risurrezione di Cristo”:

“Sono risorto e ora sono sempre con te, ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce”.

“La speranza cristiana – ha concluso il Papa - non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri”. Infatti, “le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri”:

“Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché oggi la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti e a sostare presso le loro tombe nei cimiteri. Maria, stella della speranza, renda più forte e autentica la nostra fede nella vita eterna e sostenga la nostra preghiera di suffragio per i fratelli defunti”.

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Il Signore ci dice: "Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce"

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L'universo spiegato al Papa

MARCO POLITI

Città del Vaticano.

In principio era il Verbo. Il principio era il Caso. In principio era il Big Bang. In principio, forse, erano tante bollicine in espansione come i piccoli globi d' acqua che esplodono in una pentola in ebollizione.Contratto sulla sua sedia a rotelle, il capo reclinato, lo sguardo tenace di chi convive da quarantasei anni con la Sla, il fisico e matematico Stephen Hawking racconta - via sintetizzatore - lo svolgersi dell' universo e il succedersi delle teorie sulle sue origini. è un excursus affascinante da Aristotele, che credeva nell' universo eterno e senza inizio, a Immanuel Kant, arrivando a Einstein e alle ultimissime ricerche, combinando la teoria generale della relatività con la teoria dei quanti. Seduti in quadrato nel salone dell' Accademia pontificia delle Scienze, lo ascoltano in silenzio e concentrazione scienziati di tutte le credenze e due porporati, i cardinali Christoph Schoenborn e George Cottier.
«Che succedeva prima dell' inizio del mondo? - domanda Hawking - Cosa faceva Dio prima di crearlo? Preparava l' Inferno per chi pone simili domande?».

Il tono scherzoso mescolato all' illustrazione scientifica getta una luce sullo spirito con cui l' accademia del Papa ha organizzato un simposio per misurarsi con Darwin alla vigilia del cento cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell' Origine della specie. Piena libertà di discussione, voglia di capire senza vincoli.

Dice il fisico Nicola Cabibbo, neo-presidente dell' accademia: «La teoria di Darwin è causa di qualche imbarazzo nell' insegnamento cattolico. è nostra intenzione presentare il progresso delle conoscenze in questo campo e fare il punto». Così è nato il convegno dedicato agli «Approcci scientifici sull' evoluzione dell' universo e della vita» e dalle prime battute appare chiaro che nel consesso, riunito nella rinascimentale Casina di Pio IV immersa nel verde dei giardini vaticani, non c' è spazio per i fanatismi del Creazionismo né per gli arzigogoli del Disegno Intelligente, che vorrebbe fare indossare al Creatore il grembiule dell' orologiaio intento a cesellare i meccanismi di un orologio perfetto. «Da qualche anno il creazionismo ha cercato di darsi un' impostazione scientifica e si è trasformato nel "disegno intelligente"», ha spiegato Cabibbo sull' Avvenire, sottolineando garbatamente: «Da molti è considerato una riedizione del creazionismo ammantato di una veste di scienza». è la sepoltura silenziosa per una pseudo-teoria, che per qualche anno ha mobilitato i cattolici più tradizionalisti. «La teoria dell' evoluzione è scientifica, le critiche avanzate dai difensori del Disegno Intelligente sono senza fondamento», perché le carenze e le difficoltà dell' evoluzione rientrano nella visione generale di quella specie di "albero" in crescita che è l' evoluzione: è scritto in un intervento preparato da padre Jean-Michel Maldamè dell' Istituto cattolico di Tolosa. C' è spazio per Dio in questo processo? Sì, ritiene il religioso. «Ma il Creatore non è esterno alla natura.
L' atto creativo è la parte più intima dell' energia in opera». Hawking nel suo discorso non entra in queste questioni.
Non fa ideologia né filosofia, neanche di tipo scientista. Traccia socraticamente il percorso delle scoperte, delle ipotesi, degli errori, dei risultati raggiunti.
Evidenzia ciò che si sa e ciò che si ignora. «Il mio è un approccio positivista», afferma. Contano i risultati sottoposti a verifica. Con ironia anglosassone precisa. Fra il modello per cui l' "universo fu creato l' anno scorso" e il modello per cui il mondo esiste da più tempo, «il secondo offre più spiegazioni». L' espansione dell' universo, dichiara, è una delle scoperte intellettuali più importanti del XX secolo. La teoria di Einstein sulla relatività è fondamentale, ma «non può predire come l' universo inizia, bensì solo come si evolve una volta che è iniziato». Si può allora discutere dell' origine dell' universo? Per lo scienziato va combinata la teoria einsteiniana con la teoria dei quanti di Max Planck e piuttosto che a un unico Big Bang Hawking pensa a uno scenario più complesso. «L' immagine che Jim Hartle e io abbiamo delineato della creazione quantistica spontanea dell' universo sarebbe un po' come la formazione di bolle di vapore nell' acqua bollente». Molte bollicine che appaiono e scompaiono. Micro-universi che si espandono e collassano.
Alcune "bolle" che crescono e si espandono velocemente. «Corrispondenti a universi che iniziano a espandersi a un ritmo sempre crescente». Tanti universi, dunque, non uno solo. Ma anche tanti interrogativi aperti. L' universo o gli universi si espanderanno per sempre? O collasseranno di nuovo? «La cosmologia è un tema affascinante», conclude Hawking.
Benedetto XVI, che riceve in udienza i partecipanti al convegno, è attento a far capire che non c' è opposizione tra fede nella creazione e scienza.
Gli preme evidenziare la razionalità del creato. «Galileo - rammenta - vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio. Questa immagine ci aiuta a comprendere che il mondo, lungi dall' essere originato dal caos, assomiglia a un libro ordinato. è un cosmo». Neanche lui torna a parlare di Disegno Intelligente.
Persino l' Osservatore Romano chiarisce. Meglio misurarsi direttamente con Darwin e l' evoluzionismo piuttosto che con altre invenzioni. «Certo, un disegno sulla creazione viene affermato nella dottrina della Chiesa - è scritto sul giornale vaticano - ma non agganciamolo alla teoria americana dell' Intelligent Design creando nuovi equivoci».
Papa Ratzinger ribadisce un solo concetto. «La distinzione tra un essere vivente e un essere spirituale, che è capax Dei, indica l' esistenza dell' anima intellettiva». E, come insegna la Chiesa, «ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio, non è "prodotta" dai genitori, ed è immortale».
Tocca al cardinale di Vienna Schoenborn spiegare agli scienziati, una volta tornati all' accademia, che il punto fondamentale per Ratzinger è la connessione tra «ragione, fede e vita», grazie a cui il cristianesimo è diventato una religione mondiale. La religione scorporata dalla ragione, rimarca, può cadere in preda a patologie irrazionali. Ecco perché Ratzinger torna insistentemente sul discorso della razionalità del credere e nel credere. E allora nello scenario evolutivo, sottolinea Schoenborn, è rintracciabile sia una razionalità della materia sia una razionalità del processo. C' è una Razionalità originaria che si rispecchia in queste dimensioni, chiede il cardinale? La risposta va al di là del percorso scientifico, ma la domanda è razionale e secondo Ratzinger si deve anche «osare credere a una razionalità creatrice e affidarsi a essa». Con questi toni il convegno dell' Accademia pontificia delle Scienze libera il dibattito su Darwin e la Chiesa dagli scontri astiosi e riporta l' argomento a un confronto stimolante tra scienziati, teologi e filosofi senza invasioni di campo autoritarie.

Ma tutto c' era già nell' immagine, colta nella sala delle udienze in Vaticano, di papa Ratzinger che carezza delicatamente il ciuffo ribelle di Stephen Hawking, mentre lo scienziato batte i tasti del computer e il sintetizzatore riverbera un saluto: «Sono contento di incontrarla, Santità. Oggi dovrebbe essere un buon incontro tra Scienza e Chiesa».

© Copyright Repubblica, 1° novembre 2008 consultabile online anche qui.

Che dire? Quando ci si mette, Politi confeziona articoli piu' che ottimi :-)
R.