1 ottobre 2008

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Romano Guardini e il senso della Chiesa

L'incantesimo è finito
Il cristiano torni alla realtà


Nel 1922 Romano Guardini raccolse nel libro Il senso della Chiesa le sue lezioni tenute l'anno precedente all'università di Bonn. Le lezioni avevano entusiasmato l'uditorio coinvolto in un clima generale di risveglio culturale e religioso. In occasione del quarantesimo anniversario della morte del teologo riproponiamo alcuni stralci dal primo capitolo dell'opera nella traduzione pubblicata nel 2007 dall'Editrice Morcelliana.

di Romano Guardini

Si è iniziato un processo di incalcolabile portata: il risveglio della Chiesa nelle anime. Naturalmente questo va inteso nel suo giusto significato. Presente, la Chiesa lo è sempre stata ed ha avuto sempre e in tutti i tempi valore decisivo per il credente che ne accettava la dottrina e ne seguiva i precetti. Con la sua solida, sostanziale realtà essa è stata per lui sostegno e sicurezza. Ma quando, verso la fine del medioevo, l'evoluzione individualistica ebbe raggiunto un certo grado, la Chiesa non venne più sentita come contenuto della vita religiosa vera e propria. Il fedele viveva bensì nella Chiesa e da lei si lasciava guidare, ma viveva sempre meno la Chiesa. La vita religiosa inclinava sempre più verso la pietà personale e quindi la Chiesa fu sentita come limite e forse anche come opposizione a questa sfera dell'individualità; in ogni modo come qualche cosa che imponesse un freno al fattore personale e quindi al vero atteggiamento religioso. E, a seconda della mentalità del singolo individuo, la regola apparve, a volta a volta benefica o inevitabile, o oppressiva. (...)
Ora, su che cosa si basava questo atteggiamento?
Vi abbiamo già accennato: sul soggettivismo e sull'individualismo dei nostri tempi. La religione fu sentita come appartenente soltanto alla sfera della soggettività (...) La realtà oggettiva religiosa, la Chiesa, era per il singolo principalmente un ordinamento del campo della religiosità personale, una sicurezza contro le deficienze della soggettività. Quanto trascendeva tutto questo, l'oggettivo, levandosi in una libera altezza, scevra da determinati fini, stava in generale come alcunché di freddo e spiritualmente rozzo di fronte alla personalità. Perfino il consenso e l'entusiasmo, che gli erano offerti, erano in molti qualche cosa di esteriore e di individualistico che aveva, dal punto di vista psicologico, molta affinità con l'antico patriotismus.
Guardando più attentamente, vediamo che non si era più neppure coscienti che l'oggetto della religione fosse reale. Questa tendenza dominò universalmente la vita religiosa nella seconda metà del diciannovesimo e al principio del ventesimo secolo. (...) In verità, per l'uomo di quell'epoca era dubbio se addirittura esistesse l'oggetto.
Egli non possedeva alcuna coscienza immediatamente solida della realtà delle cose e, in fondo, neppure della propria. Creazioni del pensiero, come il conseguente solipsismo, non posavano su conclusioni logiche, ma erano tentativi di interpretazione di quest'esperienza di soggettività. (...) E questo vale anche per la religione: quanto non era dato immediatamente per via logica o psicologica non aveva più potere di convincere, anzi, senz'altro non convinceva più.
Sicuro era per l'individuo solo quello che egli personalmente provava, sentiva, viveva, sperimentava, e poi inoltre i concetti, le idee e le esigenze del suo pensiero. Quindi anche la Chiesa doveva esser sentita non come realtà religiosa, che riposasse su se stessa, ma come valore-limite del soggettivo, non come vita vivente, ma come istituzione formale.
Anche la vita religiosa era individualistica, dispersa, priva di carattere comunitario. L'individuo viveva per sé: "Io e il mio Creatore" era per molti la formula unica. La comunità non era qualche cosa di originario, ma veniva solo in seconda linea; non preesisteva, ma era pensata, voluta, istituita. Il singolo andava, sì, verso gli altri, si occupava di loro, li chiamava presso di sé; ma non stava intimamente tra loro, non formava con loro una vivente unità. Non vi era comunità ma organizzazione, come dappertutto, così anche nell'ambito religioso. Quanto poco "comunità" si sentivano i fedeli anche negli atti del culto! Quanto poco cosciente della comunità parrocchiale era il singolo fedele! Perfino il Sacramento della comunanza, la "Comunione", veniva concepito individualisticamente.
Inoltre, a rafforzare questa tendenza, venne la mentalità razionalistica dell'epoca. Si ammetteva soltanto quello che si poteva "concepire", "calcolare". Si cercò di rimpiazzare le qualità delle cose, nella loro indistruttibile originarietà, con relazioni di massa determinate matematicamente; di sostituire delle formule chimiche alla vita.
Invece che di anima, si parlò di processi psichici; l'unità vivente della personalità venne considerata come un fascio di stati e di attività. Quel periodo non aveva contatto diretto che con quanto è sperimentalmente dimostrabile. (...) Tutto questo esercitava il suo influsso anche sulla figura della Chiesa, che appariva principalmente quale istituzione religiosa in certo modo utilitaria e giuridica. Ma quanto in essa vi è di mistico, quello che sta dietro agli scopi e alle istituzioni tangibili, quello che è espresso nel concetto del Regno di Dio, del Corpo mistico di Cristo, non era sentito direttamente.
Tutto questo ora subisce una trasformazione profonda. Nuove forze si sono affermate in quelle enigmatiche profondità dell'essere umano dove attingono stimolo e direzione i moti della vita dello spirito. Ora sentiamo la realtà come dato di fatto originario: essa non è più quella cosa dubbia davanti alla quale preferiamo ritirarci nella validità logica, che appare più sicura e più salda. Essa è altrettanto sicura, anzi ancora di più, perché primordiale e più ampiamente comprensiva e completa. Vari sintomi stanno ad indicare che ora si vuol pretendere il reale concreto quale unico dato e riferire ad esso ciò che è valido astrattamente. Non ci dobbiamo stupire di un nuovo nominalismo: questa coscienza della realtà è venuta all'uomo a volte proprio come un'esperienza di vita. Il nostro tempo riscopre formalmente che le cose sono e sono in una determinatezza propria, originaria e creaturale, che non si può sottoporre a calcolo. Il concreto, nella sua illimitata ricchezza, diviene esperienza vissuta e così pure diviene esperienza la felicità di poter osare di penetrarvi e in esso procedere. Ne deriva anche un senso di libertà e di pienezza: io sono reale e reale è questa cosa che mi sta dinanzi nella sua propria determinatezza! Pensare è una relazione vivente che passa da me alla cosa - e chissà? forse anche dalla cosa a me; agire è mettersi in un vero e proprio rapporto con essa: vivere è un reale evolversi, un procedere tra le cose, un aver comunanza con delle entità, un reciproco dare e ricevere.
Sempre più inconcepibile ci appare quella riserva critica che prima era ritenuta perfetta spiritualità ed era come un incantesimo che bandisse gli uomini dalla ricchezza plenaria della realtà in un morto mondo di schemi. Il nuovo idealismo, contro il quale per tanto tempo erano stati vani tutti gli attacchi della logica (...) non ha più bisogno di essere confutato. L'incanto è svanito e ci domandiamo come abbiamo potuto sopportarlo così a lungo. S'attua un grande risveglio alla realtà.
Ed anche alla realtà metafisica. Io credo che nessuno, - a meno che non voglia mantenere una posizione antecedentemente assunta - nessuno che viva l'epoca attuale o magari precorra il tempo, dubiti sul serio della realtà dell'anima. Già si parla di "un mondo delle cose spirituali" il che vuol dire che lo psichico è ritenuto abbastanza reale per vedervi un intero ordine ontologico che trascenda quello sensibile. Per la scienza rimane spesso solo la difficoltà di trovare il passaggio dalla precedente negazione, divenuta dogmatica, al fatto inconfutabilmente chiaro che c'è davvero un'anima.
E altrettanto certamente vi è un Dio. La corrente occultistica e antroposofica - in sé poco consolante - è una prova di quanto forte già sia questa coscienza metafisica della realtà. Di fronte a essa sorge addirittura il compito di mantenere nella pura spiritualità l'idea della anima e di Dio e di lasciare il loro buon diritto alle materie sperimentabili. La stessa tendenza si rivela nella rinascita attuale del pensiero platonico. Le forme spirituali sono considerate come metafisicamente attive e non più soltanto legate alla struttura logica della coscienza. E così è per molto altro.
Così risulta un dato immediato anche la comunità. L'appartarsi in se stessi non vale più, come venti anni fa, quale unica posizione degna di essere tenuta, ma piuttosto appare invece atteggiamento problematico, improduttivo e impotente. L'esperienza che "vi sono gli uomini" è intensamente vissuta come quella che "vi sono cose, v'è un mondo". Anzi questa è ancora più forte, perché ci riguarda più da vicino. Vi è l'altro uomo, come vi sono io. Ognuno mi è congiunto, ma ognuno è anche un mondo a sé, di insostituibile valore.
Donde la conseguenza appassionante che noi siamo per natura uniti, siamo fratelli, sorelle! È naturale che il singolo stia nella comunità; questa non si forma solo quando l'uno si volge verso l'altro, o rinuncia a una parte della propria indipendenza, ma la comunità è altrettanto primordiale e fondamentale quanto il compito di portare alla sua perfezione la propria personalità.
Questa coscienza dell'unione fra gli uomini acquista un significato e un carattere proprio: diviene coscienza di popolo. Il vocabolo "popolo" non significa "massa", o "gente incolta" o "primitivi", la cui vita spirituale e il mondo dei valori e delle cose non siano evoluti. Tutte queste interpretazioni vengono dal pensiero liberale, illuministico, individualistico. Ora il tono è del tutto diverso; qualche cosa di essenziale sta sorgendo. "Popolo" è l'unione originaria degli uomini che per specie, paese e evoluzione storica nella vita e nei destini sono un tutto unico.
Queste profonde trasformazioni debbono giungere a valere anche nella comunità religiosa. La realtà delle cose, la realtà dell'anima, la realtà di Dio ci si presentano con nuovo vigore. La vita religiosa nel suo oggetto, nel suo contenuto, nel suo sviluppo, è un'autentica realtà, un atteggiamento dell'anima vivente verso il Dio vivente. È una vita reale rivolta a Lui, non un semplice sentimento o una pura entità ideale. È un obbedire e un seguire, un ricevere e un donare. Il problema, in fondo, non è più: Vi è un Dio?, ma: come è questo Dio? dove lo trovo? quale è la mia posizione di fronte a Lui? come posso giungere a Lui? Non ci si domanda più se, ma come si debba pregare, non se, ma quale ascesi sia necessaria.
In questo atteggiamento religioso s'inserisce in modo vissuto anche il prossimo. È una comunità religiosa, non una semplice giustapposizione di individui singoli chiusi in se stessi, ma di una realtà che trascende i singoli: Ecclesia. Essa comprende il popolo, abbraccia l'umanità, attrae a sé anche le cose, il mondo intero. E così riacquista l'ampiezza cosmica dei primi secoli e del Medioevo.
La figura della Chiesa, del Corpus Christi mysticum, come si presenta nelle epistole di san Paolo agli Efesini e ai Colossesi, acquista una forza tutta nuova. Sotto la guida del suo Capo, Cristo, la Chiesa comprende "tutto quello che sta in cielo, in terra e sotto la terra" (cfr. Filippesi, 2, 10). Nella Chiesa tutto è legato a Dio, gli uomini, gli angeli e le cose. In essa comincia fin da ora la grande rinascita alla quale "tutta la creazione anela" (cfr. Romani, 8, 19 ss.).
Questa unità, però, non è una esperienza di vita caotica, non è soltanto una corrente di sentimento. Si tratta di una collettività che dogma, liturgia e diritto hanno contribuito a formare: non semplice collettività, ma comunità, non solo movimento religioso, ma vita di Chiesa, non una romanticheria dello spirito, ma realtà ontologica ecclesiale.
Questo modo d'essere in comunità è tuttavia sostenuto, come dal circolare pulsante del sangue, dalla coscienza della vita sovrannaturale. Come nella sfera della spiritualità si afferma ovunque la vita - che è tanto enigmatica e pur di tanto immediata penetrazione intuitiva - così accade anche nel sovrannaturale. La grazia è vita reale; l'agire religiosamente è un elevarsi ad un modo di vita più alto; la comunità è comunione di vita e tutte le forme sono forme vitali.
Tutto questo si può riassumere in una parola: la realtà di fatto immensa, la "Chiesa", è nuovamente viva e noi comprendiamo che essa è veramente l'Uno e il Tutto. Intuiamo in parte la passione con la quale l'abbracciarono i grandi Santi che per essa combatterono. Forse, prima, le loro parole ci saranno qualche volta suonate come vuote frasi, ma ora, invece, quale luce si leva! Il pensatore vedrà, estasiato, nella Chiesa l'ultima poderosa riduzione ad unum di tutte le entità. L'artista sperimenterà in essa, con potenza di intima commozione, la grandiosa forza formativa, l'attitudine a trasfigurare, a sublimare tutto il reale per mezzo di un'altissima potenza di chiarità e di bellezza.

(©L'Osservatore Romano - 2 ottobre 2008)

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Padre della laicità

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di Lorenzo Fazzini

Quando nell’autunno 2006 Benedetto XVI visitò Verona fu omaggiato di un dono che gradì in maniera particolare (e che fece portare subito in Vaticano): una copia del certificato di battesimo, datato 3 maggio 1885, di Romano Guardini. Un nome, quello di questo pensatore italo-tedesco, nato nella città scaligera ma emigrato in Germania a seguito del padre, console a Mainz, che a papa Ratzinger è decisamente caro e di cui non ha mancato, lungo il corso della sua carriera accademica e pastorale, di citare ripetutamente l’operato e il pensiero.
Guardini – deceduto il 1 ottobre 1968 a Monaco di Baviera, ultima tappa del suo iter accademico, che fece tappa anche a Bonn e Berlino – anticipò con lungimiranza molti dei temi che il pensiero più avanzato, cattolico e non, ha rilanciato in questi ultimi anni. Fu lui a riconoscere – come poi fece pure Alain Besançon in Novecento.
Il secolo del male (Lindau) con la celebre espressione «gemelli eterozigoti» riferita a nazismo e comunismo –, che i due sistemi totalitari del Novecento nascevano dalla stessa radice: «La costruzione dogmatica che il giudizio corrente rinfaccia al Medio Evo era piena libertà a paragone di ciò che il nazionalsocialismo ha dato l’avvio e che continua ad accadere nel comunismo» scriveva ne Il potere (1951).
Nello stesso saggio prefigurava quello che i progressisti anti-cristiani come Augias, Hitchens e Dawkins avrebbero messo per iscritto cinquant’anni dopo: «Non si tratta della diminuzione dell’influsso della fede cristiana sulle condizioni generali ma di qualche cosa di più elementare: diminuisce il valore religioso dell’esistenza».
Non che fosse un retrogrado e un immobilista, Guardini: «A noi – annotava nel bellissimo Lettere dal Lago di Como, scritte negli anni Venti – è imposto il compito di dare una forma a questa evoluzione e possiamo assolvere tale compito soltanto aderendovi onestamente; ma rimanendo tuttavia sensibili, con cuore incorruttibile, a tutto ciò che di distruttivo e di non umano è in esso. Il nostro tempo è dato a ciascuno di noi come terreno sul quale dobbiamo stare e ci è proposto come compito che dobbiamo eseguire». Anzi: la sua preveggenza gli fece capire meglio di chiunque altro i rischi dell’applicazione della tecnologia alla vita umana e il rischioso rapporto tra morale e tecno-scienze: «Una terribile possibilità: che l’uomo soccomba alle forze anonime. Quest’uomo che vive così, noi lo chiamiamo “uomo-non-umano”» presentiva ne La fine dell’epoca moderna (1950). E nelle sopracitate Lettere abbozzava un timore: «Sento chiaramente che sta sorgendo un mondo in cui l’“uomo” non potrà più vivere, un mondo in certo qual modo disumanizzato». Interrogandosi poi così: «Cosa accadrà quando prenderemo bruscamente coscienza delle formule razionali, quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica? In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?».
Questi – qui solo accennati – sono alcuni dei temi guardiniani che si ritrovano sottotraccia nell’insegnamento di Ratzinger, sia da teologo sia da pontefice.
Qualche esempio? Basta scorrere alcune opere del futuro Benedetto XVI per rendersene conto. Il Pontefice riconobbe, nel suo testo Introduzione allo spirito della liturgia (San Paolo, 2000), il debito verso Guardini nella scoperta di come la liturgia cattolica fosse un elemento decisivo per la fede, e non solo un insieme di leziosi orpelli: «Una delle mie prime letture dopo gli inizi degli studi teologici, al principio del 1946, fu l’opera prima di Romano Guardini Lo spirito della liturgia, un piccolo libro pubblicato nella Pasqua del 1918 (…). Esso contribuì in maniera decisiva a far sì che la liturgia, con la sua bellezza, la sua ricchezza nascosta e la sua grandezza che travalica il tempo, venisse nuovamente riscoperta come centro vitale della Chiesa e della vita cristiana».
Non solo: proprio nella scelta del titolo di un’opera sulla liturgia (dimensione alla quale, come ha più volte rimarcato il vaticanista dell’Espresso Sandro Magister Benedetto XVI è quanto mai sensibile), il Papa voleva dimostrare il suo debito di gratitudine verso il sacerdote-intellettuale italo-germanico: «Questo libro vorrebbe proprio rappresentare un contributo a tale rinnovata comprensione. Le sue intenzioni coincidono quindi sostanzialmente con ciò che Guardini si era proposto a suo tempo; per questo ho volutamente scelto un titolo che ricorda espressamente quel classico della teologia liturgica».

L’ammirazione di Heidegger

Se sul fronte più propriamente teologico Ratzinger ha definito Guardini uno degli autori «la cui voce ci toccava più da vicino» durante gli studi in seminario, definendo «un’opera entusiasmante» il testo Il Signore (appena riedito da Vita & Pensiero), è l’aspetto educativo del suo operato che il Papa considera Guardini meritevole di venir riscoperto: «Ripensavo continuamente – scrive ne La mia vita (San Paolo, 1997) – al fatto che negli anni Venti e Trenta Romano Guardini non aveva portato avanti la sua grandiosa opera solamente in università, ma che, con un gruppo spontaneo di allievi, aveva realizzato sul castello di Rothenfles un centro spirituale, che poi riusciva a valorizzare il suo lavoro universitario ben oltre la mera dimensione accademica».
Proprio sul filo della riscoperta di Guardini sabato 10 ottobre si terrà a Verona, sua città natale, un convegno promosso dalla Fondazione G. Toniolo (in collaborazione con la Fondazione Cattolica Assicurazioni): interverranno la storica Lucetta Scaraffia, il cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio consiglio per la Cultura, e Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio.
Non che Guardini debba poi essere circoscritto ad un ambito puramente confessionale: la stima che ricevette da pensatori laici come Martin Heidegger e Hannah Arendt merita in questo caso di venir riscoperta. L’autore di Essere e tempo cercò, dopo la fine della seconda guerra mondiale, di portare – invano – Guardini ad insegnare a Freiburg, l’ateneo dove lui stesso era figura eminente. E la stessa filosofa ebrea fu allieva del prete cattolico quando questi insegnava (dal 1923 al 1939: poi i nazisti fecero chiudere le lezioni di Guardini, considerato un oppositore troppo irriducibile di Hitler) a Berlino. Ancora. Nel ’52 l’autrice de Le origini del totalitarismo passò da Monaco dove andò ad ascoltare il suo vecchio maestro: «Come minimo 1200 persone, sedute, in piedi, pigiate. Ha parlato come al solito di etica: filosofia morale al più alto livello»

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L'arcivescovo Celli spiega il tema per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali

Sei connesso? Allora impara a comunicare

di Mario Ponzi

"Papà, ci sei? sei connesso?". È il leit motiv di una gag televisiva di qualche tempo fa, divenuta un vero e proprio tormentone nel mondo giovanile. Una giovane "ipertecnologica" rivolge la domanda a un padre esterrefatto, che cerca di entrare in qualche modo in comunicazione con la figlia. Non riesce a comprendere il linguaggio sms o da chat line con il quale la giovane si esprime e ripete domande per le quali non intercetterà mai la risposta.
Fece molto ridere quella gag; ma in realtà è stata un'efficace rappresentazione della realtà che oggi ci circonda: in tanti si connettono, in pochi comunicano e si preoccupano di cosa comunicare o di quale comunicazione ricevono.
"È su questo aspetto che il Papa invita a concentrare la nostra attenzione: in un momento in cui il mondo della comunicazione si arricchisce di nuove e coinvolgenti tecnologie, propone nuove forme di relazione, dovremo essere in grado di promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell'amicizia". L'arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, commenta così il tema proposto dal Papa per la celebrazione della prossima giornata mondiale e reso noto ieri, lunedì 29 settembre.
"Il Papa - ci ha detto l'arcivescovo - offre una valutazione positiva del mondo della comunicazione, sempre più multimediale, in costante evoluzione e sempre foriero di novità tecniche che consentono di allargare gli orizzonti della nostra capacità di comunicare. E nello stesso tempo ci invita a cogliere le grandi opportunità che i nuovi mezzi ci mettono a disposizione per promuovere sempre più una cultura del rispetto, il dialogo e dunque l'amicizia".
I mezzi effettivamente sono tanti, diversi e a disposizione di tutti. "Si pensi per esempio al blog - dice in proposito il presidente - che è un mezzo a disposizione del semplice utente per diventare di fatto un comunicatore. Quindi non è più soltanto l'apparato dell'informazione a fare comunicazione, ma è il cittadino stesso a diventare protagonista della comunicazione. Il problema allora si sposta: bisogna rendere positiva questa forma di protagonismo, trasformandola in vero e proprio servizio. Del resto era questo l'argomento proposto dal messaggio dello scorso anno".
Resta comunque il fatto - prosegue l'arcivescovo Celli - che "questo sistema ci consente di entrare in una realtà relazionale che non ha confini. E questo credo sia l'aspetto positivo delle nuove tecnologie: ci consentono di intrecciare nuove e più ampie relazioni sociali". È un dato di fatto che tuttavia apre una problematica altrettanto evidente: cosa avviene in concreto in questo mondo relazionale così allargato? "Effettivamente - dice monsignor Celli - è vero che oggi nuovi strumenti ci permettono di superare i tradizionali confini geografici e culturali, consentendoci di inserirci in contesti diversi dal nostro quotidiano. Ma è altrettanto vero che possono far perdere, proprio per questo, il senso del territorio in cui abitiamo, il senso sociale del gruppo nel quale operiamo. Si finisce insomma per vivere in un contesto virtuale, quasi in un mondo irreale dove si creano modelli che vanno al di là o al di sopra della nostra personale esistenza quotidiana. Si corre insomma il rischio di abituarci a una seconda vita, una vita appunto virtuale".
Non solo: la preoccupazione dominante in tale contesto è la capacità di connettersi con un numero sempre maggiore di utenti. "Si presta molta attenzione al fatto di essere connessi - prosegue l'arcivescovo - con un numero sempre più vasto di persone, ma nel contempo si presta scarsa attenzione ai contenuti di queste connessioni. Dunque se da un lato abbiamo ampliato le frontiere, dall'altro si corre il rischio, e questo già lo percepiamo, di essere degli sradicati. Apparteniamo a una realtà che in effetti non ci appartiene".
Per questo "Benedetto xvi ha sí espresso il suo giudizio positivo ma nel contempio invita, altrettanto positivamente, - prosegue Celli - a promuovere una cultura di rispetto, di dialogo e di amicizia. Il Papa non parla di pericoli, perché sono evidenti. Chi infatti non scorge in certi atteggiamenti il rischio di lasciarsi andare semplicemente a una fuga dal silenzio, a una presa di distanza da tutto ciò che ci riguarda personalmente, di dare un significato preciso solo all'immediato, perdendo così di vista la dimensione più ampia? Il rischio, cioè, è quello di appiattirci sul presente dimenticando radici più profonde, più vere". "Il Papa - avverte l'arcivescovo - piuttosto che far squillare campanelli d'allarme e parlare di rischi ci invita a vigilare: sì a nuove tecnologie, sì a nuove relazioni sociali, ma bisogna promuovere una cultura del rispetto e del dialogo che è maniera di essere, stile di vita, modo di relazionarci veramente con l'altro".
Tuttavia proprio la facilità di accesso a queste nuove tecnologie crea meccanismi che spesso sfuggono alla possibilità di un controllo responsabile di quanto viene diffuso. La cronaca quotidiana ci mette dinanzi a diverse forme di aberrazione in questo senso.
"Il controllo responsabile - ha detto in proposito l'arcivescovo Celli - è un dovere per la comunità internazionale. Sappiamo però che nonostante i notevoli sforzi messi in campo, l'universo della rete è talmente ampio da rendere molto limitato ogni intervento. Qui entra in gioco la formazione personale e responsabile di quanti operano nel settore. Ma perché la formazione non resti una parola vuota è necessario l'impegno di tutti: della scuola, dove potrebbero prevedersi ore di formazione dedicate alla comunicazione; della famiglia, all'interno della quale sviluppare un dibattito educativo proprio sulla necessità di una corretta comunicazione; della società, che dovrebbe insegnare con l'esempio le enormi possibilità di sviluppo comune offerte da corrette forme di comunicazione; e, non ultima, della Chiesa, all'interno della cui pastorale le comunicazioni sociali dovrebbero assumere un ruolo sempre più decisivo nell'accompagnamento del continuo progredire delle tecnologie".
In questa ottica il Pontificio Consiglio ha in programma per il mese di marzo un incontro con i Vescovi responsabili della comunicazione nelle varie Conferenze episcopali, per discutere proprio della necessità di dare nuovo slancio a uno specifico impegno in questo senso. "Si tratterà - ha sottolineato il presidente - di un seminario di studi durante il quale tracceremo le linee per la formulazione di una precisa e moderna pastorale dei mezzi della comunicazione sociale". Un impegno necessario visto il decisivo ruolo che i media esercitano nella società mondiale, pervasa da fenomeni sempre più emergenti e spesso impropriamente rilanciati dai media stessi con risvolti ancora più pesanti nella vita di ogni giorno. "Non spetta a noi - ha concluso Celli - rivolgere l'indice contro chi fa o non fa qualcosa. Abbiamo però la seria consapevolezza che non tutti i mezzi di comunicazione di massa vivono certi valori, o colgono l'enorme possibilità che essi hanno di favorire o di esasperare la pacifica convivenza tra gli uomini e tra i popoli".

(©L'Osservatore Romano - 1 ottobre 2008)

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In un libro di Pietro Principe tutte le informazioni di base che si danno sempre per scontate e nessuno spiega mai

I riflessi del Libro nella storia dell'arte

Il libro di Pietro Principe, Guida essenziale alla Sacra Bibbia (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2008, pagine 64, euro 8) viene presentato il 10 ottobre alle ore 17 nella Sala Marconi di Radio Vaticana. All'incontro partecipano l'arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, Mario Cimosa, della Pontificia Università Salesiana, e il direttore dei Musei Vaticani che ha sintetizzato per noi i temi del suo intervento.

di Antonio Paolucci

Dopo le donne e gli uomini di religione nessuno conosce la Bibbia meglio di noi storici dell'arte. La ragione è puramente professionale. La gran parte delle opere d'arte realizzate nei secoli passati hanno per argomento soggetti scritturali, del Nuovo e dell'Antico Testamento. Uno storico dell'arte è tanto più bravo quanti più capolavori di autori diversi riesce ad associare ad un personaggio o a un episodio del Libro. Prendiamo quel protagonista smisurato, grandiosamente contradditorio che risponde al nome di David. Quanti David ci sono nella storia dell'arte! C'è il David "fionda del Signore" l'adolescente che sfida il gigante Golia, lo abbatte e poi, feroce come un giovane leopardo, salta su di lui per staccargli la testa dal busto. C'è il David "folle di Dio" che danza e salta come un giocoliere, come un mimo, di fronte all'Arca dell'Alleanza. C'è il David re d'Israele carico di gloria e di onori. Ma c'è anche il David adultero e omicida che concupisce e possiede Betsabea e ne fa uccidere il marito. E infine c'è il David santo e profeta, il salmista autore di pagine fra le più belle della letteratura universale.
Lo storico dell'arte elenca questi episodi e subito si affollano nella sua mente Donatello e Verrocchio, Michelangelo e Bernini, Caravaggio e Lanfranco, Pietro da Cortona e Terbrugghen, Cranach e Rembrandt, Hontorsth e Poussin. Il fatto è che la Bibbia è una immensa biblioteca di figure, un repertorio sterminato di fatti, di colpi di scena, di emozioni, di sensazioni. C'è tutto nel Libro. Ci sono guerre e avventure. E infatti quale regista saprebbe inventare uno sceneggiato più avvincente della storia di Giuseppe Ebreo, un "effetto speciale" più drammatico della caduta delle mura di Gerico o del passaggio del Mar Rosso? C'è l'eros; quello splendente e luminoso del Cantico dei cantici, quello torbido e obliquo di Susanna insidiata dai vecchioni, di Giuseppe concupito dalla moglie di Putifarre, quello tragico e sadico di Giuditta che decapita Oloferne dopo l'amore. E ci sono, nella Bibbia, gli episodi e le parabole di Gesù nelle quali si entra - diceva Oscar Wilde - come in un campo di gigli.
Ogni episodio del Libro ha permesso agli artisti di esprimere sensibilità emozioni preferenze. Se Cristo sosta nella casa di Marta e Maria, il pittore naturalista fiammingo approfitterà dell'occasione per descrivere cucine operose e fumose lucenti di rami e tavole debordanti di pollame, di pesci, di selvaggina. Se Caravaggio racconta il martirio del Battista, entreremo con lui in una cupa galera divorata dall'ombra e abitata dalla paura. Se Rembrandt dà immagine a Betsabea peccatrice, ecco di fronte a noi una povera donna simile a tutte le donne del mondo che l'amore opprime e consola.
Uno dice Daniele e subito lo storico dell'arte "vede" i sarcofagi paleocristiani e i rilievi scolpiti nelle cattedrali romaniche con il profeta miracolosamente incolume nella fossa dei leoni. Uno dice Matteo e subito vede il Cristo di Caravaggio in San Luigi dei Francesi che entra, preceduto dalla luce della porta aperta, nella sordida trattoria romana dove l'evangelista ancora pubblicano sta concludendo i suoi affari. Potrei continuare a lungo parlando dei riflessi del Libro nella storia dell'arte. La nostra lingua figurativa è cresciuta descrivendo i personaggi e gli episodi della Bibbia, si è modellata e diversificata, secondo le tradizioni e le culture dei popoli cristiani, avendo come riferimento i valori e gli insegnamenti del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Oggi il mondo delle figure che popolano il Libro è oscurato e in gran parte incognito. Ecco perché il piccolo libro edito dalla Editrice Vaticana è importante. Ci aiuta a entrare nel Libro, è propedeutico alla lettura e quindi alla comprensione del repertorio di figure più importante del mondo. Senza conoscere quelle figure la storia artistica d'Occidente rimarrebbe in gran parte incomprensibile.

(©L'Osservatore Romano - 1 ottobre 2008)

La Bibbia, istruzioni per l'uso

di Silvia Guidi

Cos'è il Pentateuco? Cosa significa lectio divina? Cosa è Qumran? Che significa la sigla "Mc 9, 2"? Chi è Melkisedek? Sotto la copertina cartonata azzurra della Guida essenziale alla Sacra Bibbia di Pietro Principe appena pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana ci sono tutte quelle informazioni di base che si danno sempre per scontate e nessuno spiega mai, tutto quello che il lettore medio, spesso completamente digiuno di cultura biblica, ha sempre voluto sapere sui testi sacri e non ha mai mai osato chiedere, per pigrizia o per paura di essere considerato sprovveduto o ignorante. Un assaggio per stuzzicare l'appetito di conoscenza del lettore ed aiutarlo ad orientarsi nel mare magnum del testo più diffuso al mondo, ma, in proporzione, meno letto. Prima ancora di presentare il libro, l'autore fornisce un itinerario in internet attraverso i siti più importanti dedicati alle Sacre Scritture, volendo venire incontro alle nuove generazioni di lettori più abituati a cliccare un mouse e navigare in mezzo a link e ipertesti che a sfogliare un libro; le stesse pagine assomigliano di più alle schermate di un blog che all'impaginato di un volume tradizionale. Metà foglio è occupata dal testo, l'altra metà da un quadro celebre che illustra l'episodio o il personaggio di cui si sta parlando, ottenendo il triplice scopo di recuperare l'antica tradizione della biblia pauperum, comprensibile anche agli analfabeti, privilegiare un codice comunicativo adeguato alla nostra epoca abituata all'onnipresenza delle immagini e sfruttare il dono della sintesi della grande arte.
L'autore risponde a tutte le domande, anche alle più apparentemente semplici: per spiegare che l'uso delle sigle non è un inutile tecnicismo o un gergo da addetti ai lavori ripercorre la storia dell'approccio al testo biblico dall'antichità - in cui le parole erano scritte di seguito senza suddivisioni - al medioevo, quando si è affermato l'uso di dividere i libri in capitoli e versetti. Si capisce così come indicare con "Mc 9, 2" un versetto del Vangelo di Marco sia un metodo utile per trovare velocemente qualsiasi frase, qualunque sia l'edizione della Bibbia; sono le coordinate spaziali per orientarsi nel testo, come latitudine e longitudine permettono di localizzare il punto della superficie terrestre in cui ci troviamo.
Particolarmente interessante è la scheda sulla lectio divina e utile anche - o forse soprattutto - a quelli che credono di sapere già di che si tratta, visto che "gli uomini raramente apprendono quello che credono già di sapere" come notava acutamente Barbara Ward. Dopo aver letto il testo sacro, spiega Principe, biblista esperto e officiale della Segreteria di Stato della Santa Sede, si è solo a metà dell'opera: bisogna confrontarlo con la propria vita, paragonarlo con la propria esperienza, lasciandosi giudicare e provocare dalle parole lette.
Le difficoltà ci sono, spiega l'autore, ma non bisogna lasciarsi spaventare dall'oscurità di alcuni passi o dallo stile a volte ostico, ma sempre privo della retorica dolciastra e sentimentale che spesso rende inefficace tanta omiletica; la lettura del testo riserva delle sorprese a chi si aspetta una narrazione rassicurante, il linguaggio è spesso crudo e a volte disperato, nell'Antico Testamento ci sono molti episodi di una violenza sconcertante per la nostra mentalità.
Ma è proprio qui che si rende più evidente il chiaroscuro della speranza, spiega l'autore. Nei quattro capitoli del libro non mancano anche schede dedicate agli aspetti più curiosi o meno noti del testo sacro: dalle occorrenze dei patriarchi - il nome di Giacobbe è più citato di quello di Abramo - alla motivazione linguistica che si nasconde spesso dietro allitterazioni e ripetizioni. Un esempio: nell'ebraico non esiste il superlativo, per questo motivo "santo" viene ripetuto tre volte quando ci si riferisce a Dio.
Prima della quarta di copertina, occupata da una riproduzione del Giudizio universale di Michelangelo, un vero e proprio compendio teologico visivo dell'economia della salvezza, l'autore si congeda dal lettore con una bella citazione tratta dalla lettera di Galileo a Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana: "L'intenzione dello Spirito Santo è d'insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo".

(©L'Osservatore Romano - 1 ottobre 2008)

"La libertà cristiana non s'identifica mai con il libertinaggio o con l'arbitrio di fare ciò che si vuole, ma si attua nella conformità a Cristo"

Clicca qui per leggere il testo della catechesi che il Santo Padre ha dedicato all'Apostolo Paolo e, in particolare, al cosiddetto “Concilio” di Gerusalemme e all'incidente di Antiochia di Siria.

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PAPA: LIBERTA' DEL CRISTIANO E' ATTENZIONE AI POVERI

Il Papa ricorda che la "attenzione ai poveri e la preoccupazione per i poveri" costituisce la libertà del cristiano, e la colletta per i poveri è "liturgia".
La "fede senza le opere", ammonisce, è monca. La libertà infatti "si attua nella conformità con Cristo, e perciò nell'autentico servizio per i fratelli, soprattutto per il più bisognoso". Nella prima udienza generale al ritorno da Castel Gandolfo, davanti a circa ventimila persone radunate in piazza San Pietro, Benedetto XVI ha sottolineato come la prima colletta per i poveri di Gerusalemme indetta dalla chiesa primitiva, con raccolte in tutte le comunità cristiane dell'epoca, sia stata una "iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose".
Ha anche osservato che ogni volta che san Paolo ne parla "raramente la definisca semplicemente colletta, per lui è soprattutto servizio, condivisione amore, grazia, liturgia".
"Sorprende - ha commentato - che chiami la colletta liturgia: ciò conferisce alle raccolte in denaro un valore anche culturale, perchè da una parte è ciò che viene offerto dalle comunità a Dio, dall'altra è azione di amore compita a favore del popolo".
"L'amore per i poveri e la liturgia di Dio - ha spiegato papa Ratzinger - vanno insieme, l'amore per i poveri è liturgia,questi sono i due orizzonti in ogni liturgia celebrata dalla chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra fede e opere". Le considerazioni sulla povertà e l'aiuto ai bisognosi sono state fatte dal Papa all'interno di una ampia catechesi sul concilio di Gerusalemme e l'incidente di Antiochia, due occasioni in cui la chiesa primitiva si confrontò sul problema se imporre o meno ai pagani convertiti al cristianesimo la circoncisione e le norme sul cibo dell'ebraismo.

© Copyright Avvenire online

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«Sì a una legge, ma la persona non può decidere della sua vita»

Testamento biologico: Betori, segretario Cei, spiega l'indirizzo dei vescovi italiani E il Segretario di Stato vaticano, cardinale Bertone: principi non negoziabili

nostro servizio

Alberto Bobbio

Città del Vaticano

Due moniti, uno del Segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, e l'altro del segretario generale della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Giuseppe Betori, ieri hanno riaperto la questione, mai chiusa in verità, della promozione e del rispetto della vita umana anche alla sua fine, quando essa avviene attraverso la sofferenza.
Bertone ieri pomeriggio è intervenuto all'incontro «Religione e politica nell'era globale», promosso da Aspen Institute Italia in occasione dell'uscita dell'ultimo numero di «Aspenia», la rivista trimestrale dell'Istituto. Ha detto che la «non negoziabilità di tali principi non dipende dalla Chiesa e della sua supposta intransigenza, ma dalla natura umana, a cui quei principi sono saldati», ed essa «non cambia con le maggioranze parlamentari e nemmeno con il passare del tempo». Il Segretario di Stato ha osservato che in democrazia «rispettare posizioni diverse è doveroso», ma appoggiare «scelte e decisioni inconciliabili con la natura umana è una contro-testimonianza alla dignità della persona».
In mattinata il segretario generale della Conferenza episcopale, Betori, aveva precisato la posizione della Chiesa sulla questione del testamento biologico e ha fatto il punto su molte altre questioni, presentando ai giornalisti il comunicato finale dei lavori del Consiglio permanente dei vescovi, che si è tenuto a Roma la scorsa settimana.

Testamento biologico.

La Chiesa preferisce parlare di «legislazione di fine vita», perché la parola «testamento» si colloca, ha spiegato, «dentro la visione dell'autodeterminazione in relazione alla propria morte». Invece la vita «non è a disposizione di nessuno». Infatti «non è lecito il suicidio». Betori ha voluto precisare (rispondendo a più domande) riguardo ad un presunto sì o almeno ad una prospettiva più favorevole della Cei sul cosiddetto testamento biologico. Ha rilevato che in seguito al caso Englaro «alcuni pronunciamenti giurisprudenziali» stanno «aprendo la strada all'interruzione legalizzata della vita». Di qui «l'opportunità di una legislazione sul fine vita, nella direzione però del "favor vitae'", della salvaguardia della vita, non della disponibilità della persona a mettere fine alla propria esistenza, secondo il principio di autodeterminazione».
Per la Cei si tratta di evitare sia «l'accanimento, sia l'abbandono terapeutico». E avere attenzione alle volontà espresse dal paziente non vuol dire permettere tutto, ma si tratta di avere disponibile solo un «orientamento», che è «competenza del medico valutare». Non è la persona a stabilire quando la vita debba finire: «Le cosiddette dichiarazioni anticipate, certe ed esplicite, sono una volontà con cui si confronta il medico per valutare quale sia la migliore cura, senza derive né in senso eutanasico, né nella direzione dell'accanimento terapeutico».
Betori ha ribadito più volte che la Chiesa non vuole una legge sul testamento biologico, ma sulla fine della vita, perché un'apertura all'«autodeterminazione» è contraria a «tutto il percorso culturale e giuridico dell'umanesimo cristiano». Poi ha ribadito che non c'è stato alcun «cambiamento di rotta voluto dal mondo cattolico», ma da chi «ha creato una legislazione insicura per la vita di tutti» con sentenze varie. Ha riconosciuto che nel mondo cattolico c'è un dibattito in corso, ma essere aperti al confronto non vuol dire che «cediamo sui principi».

Immigrazione.

La Cei ribadisce che va promossa una «cultura dell'accoglienza» e politiche che «sconfiggano la marginalità sociale» e salvaguardino «la legalità»: «Tutto ciò non significa minora attenzione ai problemi della sicurezza».

Prostituzione.

Sul disegno di legge del ministro Carfagna e sui provvedimenti di molti sindaci Betori ha osservato che i vescovi avrebbero preferito «evitare la penalizzazione delle donne vittime dello sfruttamento». Sul piano generale tuttavia la Cei ritiene che i provvedimenti adottati siano «un buon modo per iniziare a combattere la prostituzione».

Scuola.

Il segretario generale ha precisato che la Cei è «preoccupata del ruolo educativo, piuttosto che dei paradigmi economici del dibattito in corso»: «Noi preferiamo parlare di maestro prevalente, senza impedire nelle classi una pluralità di figure».

Federalismo.

I vescovi hanno sottolineato che il «modello federalista» è una «"legittima aspirazione» e può essere «un incentivo» per una «maggiore responsabilità nella gestione delle risorse». A patto che non si «pregiudichi il principio della solidarietà» e della «comunanza dei destini del Paese, cardini dell'unità» dell'Italia.

Cooperazione allo sviluppo.

Betori, circa i tagli alla cooperazione operati dall'esecutivo, ha auspicato che «gli Obiettivi del Millennio non vengano abbandonati dal governo».

otto per mille.

Nessuna preoccupazione del piccolo calo del gettito previsto per il prossimo anno. La Chiesa ha avuto più firme e più firme, in proporzione maggiore, le ha avute lo Stato. È il segno, ha detto Betori, che «il sistema si rafforza», nonostante una «pesante campagna contro l'8 per mille, giudicato da alcuni improprio», che tuttavia ha «avuto l'effetto contrario».

Pagella al governo.

Il segretario della Cei ha precisato che il «Consiglio permanente non si riunisce per dare la pagella al governo». I vescovi, ha spiegato, rilanciano la riflessione su alcuni valori, dall'accoglienza alla dignità delle persona, sui quali la coscienza di tutti, singoli e istituzioni, deve interrogarsi: «Il governo su questi temi la pagella se la deve compilare da solo».

© Copyright Eco di Bergamo, 1° ottobre 2008

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BENEDETTO XVI: UDIENZA, “OGNI CONCILIO NASCE DALLA CHIESA”

“Ogni Concilio nasce dalla Chiesa e alla Chiesa torna”.
Lo ha detto il Papa, soffermandosi nell’udienza di oggi sul Concilio di Gerusalemme - il primo Concilio della storia della Chiesa - in cui centrale è “il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme”.
“Si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose”, ha ricordato Benedetto XVI: “non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte tutte le Chiese fondate da Paolo verso l'Occidente”. “La colletta – ha proseguito il Pontefice - esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo”.
“Tanto grande” è il valore che Paolo attribuisce a questo “gesto di condivisione”, che “per lui essa è piuttosto servizio, benedizione, amore, grazia, liturgia”. Elementi, questi, tutti “presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli”. Nato per “dirimere la questione sul come comportarsi con i pagani che giungevano alla fede, scegliendo per la libertà dalla circoncisione e dalla Legge”, il Concilio di Gerusalemme – ha concluso il Papa -si risolve come istanza ecclesiale e pastorale, che pone al centro i poveri di Gerusalemme e di tutta la Chiesa”.

BENEDETTO XVI: UDIENZA, “LA LIBERTÀ CRISTIANA NON È LIBERTINAGGIO” O “ARBITRIO”

“La libertà cristiana non s'identifica mai con il libertinaggio o con l'arbitrio di fare ciò che si vuole”, ma “si attua nell’autentico servizio peri fratelli, soprattutto per i più bisognosi”.
Lo ha detto il Papa, durante la catechesi dell’udienza di oggi, dedicata a due episodi della vita di S. Paolo: il Concilio di Gerusalemme e il cosiddetto “incidente di Antiochia”.
Per san Luca, ha detto Benedetto XVI, “il Concilio di Gerusalemme esprime l'azione dello Spirito, per Paolo rappresenta il decisivo riconoscimento della libertà condivisa fra tutti coloro che vi parteciparono”. Quello di san Paolo, per il Papa, è “il Vangelo della libertà dalla legge. Non sono più necessari – ha spiegato a braccio – la circoncisione, il cibo, il sabato come contrassegno della giustizia: Cristo è la nostra giustizia, e giusto è chi è conforme a Cristo, senza contrassegni”.
Nella parte finale della catechesi, tutta fuori testo, Benedetto XVI ha spiegato in cosa consiste la “vera libertà” del cristiano.
“La lezione che dobbiamo imparare anche noi”,secondo il Papa, è “lasciarci tutti guidare dallo spirito, cercando di vivere nella libertà, che trova la sua guida e si concretizza nel servizio”.
“Essenziale – ha aggiunto – è essere sempre più conformi a Cristo, così siamo realmente liberi e così cresce in noi la vera certezza ed essenza profonda della legge: l’amore di Dio e del prossimo”.

BENEDETTO XVI: UDIENZA, “SOLO IL DIALOGO SINCERO” PUÒ ”ORIENTARE” LA CHIESA

“Solo il dialogo sincero, aperto della verità del Vangelo, poté orientare il cammino della Chiesa”.

Lo ha detto il Papa, che durante l’udienza ha citato un passo della Lettera ai Romani, in cui san Paolo spiega che “il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo”. Soffermandosi poi sull’”incidente di Antiochia”, in Siria, che “attesta la libertà interiore di cui Paolo godeva”, Benedetto XVI ha illustrato le due diverse visioni di san Pietro e san Paolo su “come comportarsi in occasione della comunione di mensa tra credenti di origine giudaica e quelli di matrice gentile”. In realtà, ha fatto notare il Papa, “erano diverse le preoccupazioni di Paolo, da una parte, e di Pietro e Barnaba, dall’altra: per questi ultimi la separazione dai pagani rappresentava una modalità per tutelare e per non scandalizzare i credenti provenienti dal giudaismo; per Paolo costituiva, invece, un pericolo di fraintendimento dell’universale salvezza in Cristo offerta sia ai pagani che ai giudei”.
“Molto probabilmente – ha commentato il Pontefice erano diverse le prospettive di Pietro e di Paolo: per il primo non perdere i giudei che avevano aderito al Vangelo, per il secondo non sminuire il valore salvifico della morte di Cristo per tutti i credenti”. L’incidente di Antiochia, comunque, “si rivelò una lezione tanto per Pietro quanto per Paolo”.

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