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22 gennaio 2008

La "Spe salvi" e la visione dell’uomo nella psicoterapia (Zenit)


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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

La "Spe salvi" e la visione dell’uomo nella psicoterapia

ROMA, martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo un articolo del dottor Ermanno Pavesi, psichiatra clinico e docente di Psicologia alla Gustav-Siewerth-Akademie di Weilheim-Bierbronnen (Germania) e alla Theologische Hochschule Chur (Svizzera).

* * *

Psichiatria e psicoterapia dedicano al tema della speranza, intesa in senso stretto, un’attenzione molto limitata. Le più importanti scuole partono da una visione dell’uomo di tipo naturalistico e considerano tanto i contenuti psichici quanto il comportamento non come azioni umane ma come eventi naturali regolati dalle leggi di natura. Una tale visione dell’uomo riconosce piuttosto cause di eventi che non il senso, il telos di azioni.

L’Enciclica però insegna: “Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore” (Spe salvi, N. 5).

L’uomo viene al mondo con una predisposizione genetica. L’attività psichica presuppone processi neurobiologici. Fattori esterni, come la famiglia durante l’infanzia e la società in età più avanzata, caratterizzano e influenzano il suo sviluppo. L’uomo, in quanto persona, possiede, però, un’anima spirituale, che determina il suo fine ultimo. Proprio questo fine ultimo, a cui devono essere subordinati tutti gli altri fini, più o meno importanti, rappresenta per l’uomo la grande speranza e dà senso all’esistenza. L’uomo deve confrontarsi continuamente con la propria limitatezza, con la fragilità del suo corpo, con i condizionamenti esterni, con le innumerevoli traversie e avversità, e non ultimo con le proprie debolezze. Non ostante tutto, la certezza di essere in cammino verso un fine ultimo gli può dare speranza.

“La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (Spe salvi, N. 1).

Molti problemi che possono provocare difficoltà o addirittura disturbi psichici dipendono proprio dal fatto che l’uomo non viene a capo delle difficoltà dell’esistenza, e che non ha un fine davanti a sé capace di rendere sopportabile tale peso. Può sembrare paradossale: l’uomo deve combattere sempre meno per la propria sopravvivenza, ma per questo non raramente perde uno dei motivi più importanti per vivere. La sofferenza viene spesso ridotta a un problema di analgesia, come se la sofferenza cessasse con il lenimento dei dolori fisici. Non si può essere mai abbastanza riconoscenti per i potenti analgesici che oggi consentono di alleviare considerevolmente i dolori di un malato di cancro, ma questi medicinali, se non arrivano a stordirlo completamente, non possono toglierli il difficile e penoso compito di confrontarsi con il senso della malattia, della vita e della morte.

“Nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi; la sofferenza degli innocenti e anche le sofferenze psichiche sono piuttosto aumentate nel corso degli ultimi decenni. Sì, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza” (Spe salvi, N. 36).

Addirittura un filosofo materialista come Ludwig Feuerbach poteva riconoscere nel XIX secolo l’importanza di un fine: “Non la volontà in quanto tale, non il vago sapere, dà all’uomo un fondamento etico e una fermezza, cioè carattere, ma soltanto lo dà l’attività per un fine, che è l’unità dell’attività teoretica e pratica. Ogni uomo deve perciò porsi un Dio, cioè un fine ultimo. Il fine ultimo è l’essenziale impulso alla vita, cosciente e voluto, lo sguardo del genio, il punto luminoso dell’autoriconoscimento – l’unità di natura e spirito nell’uomo. Chi ha un fine ultimo, ha una legge oltre di sé; non soltanto guida se stesso; viene anche guidato. Chi non ha un fine ultimo, non ha una patria, non ha un santuario. La più grande infelicità è l’assenza di fini. Persino chi si pone fini comuni se la cava meglio, anche se non è migliore, di chi non si pone alcun fine. Il fine limita, ma il limite è maestro della virtù” (Ludwig Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, trad. it., Ponte alle Grazie, Firenze 1994, p. 123).

Vi sono stati psichiatri e psicoterapeuti che hanno criticato le visioni dell’uomo riduzionistiche, che hanno richiamato l’attenzione su ciò che c’è di più umano nell’uomo e che hanno proposto un modello d’uomo personalista, come Ludwig Binswanger, Igor Caruso, Rudolf Allers, Wilfried Daim e, non ultimo, Viktor Frankl con le sue teorie della Logoterapia e dell’Analisi Esistenziale. Le teorie di questi autori hanno però avuto una diffusione limitata, forse perché contraddicevano le mode culturali del tempo.

Frankl sottolinea che: “L’uomo non è solo un essere che reagisce e abreagisce, ma che trascende se stesso. Un’esistenza umana supera sempre se stessa, rimanda sempre a qualcosa differente da sé – a qualcosa o a qualcuno, a un significato o a un altro essere umano. Solo al servizio di una causa o nell’amore per il proprio partner l’uomo diventa completamente uomo e completamente se stesso” (Viktor Frankl, Die Sinnfrage in der Psychotherapie, Piper, Monaco di Baviera, p. 38).

È senz’altro importante riconoscere l’importanza di avere un fine nella vita. D’altra parte, anche se un fine limitato è meglio della mancanza di un fine, la questione del valore del fine che ci si è posto è di importanza fondamentale. Wilfried Daim ha approfondito il concetto psicoanalitico della fissazione: fissazione sarebbe una specie di idolatria. Qualcosa, una persona, un’attività, un oggetto viene assolutizzato e assume all’interno della persona una posizione centrale che non gli spetta. La sopravvalutazione dell’oggetto della fissazione porta inevitabilmente a delusioni e fallimenti, poiché un tale oggetto non può dare il sostegno sperato. Invece di crescere come persona, l’uomo si aggrappa all’oggetto della fissazione. In questo modo si rompe l’integrazione dei processi psichici che si rivolgono o verso l’oggetto della fissazione o verso l’autentico impulso di sviluppo. (Cfr. Wilfried Daim, Tiefenpsychologie und Erlösung, Herold, Wien 1954, p.105).

L’assolutizzazione di un bene particolare porta disordine in tutta la vita psichica. Vengono poste false priorità e ciò che dovrebbe stare al centro della persona non riceve l’adeguato riconoscimento. Ma l’uomo tende all’assoluto. La fissazione ad un bene finito provoca intima insoddisfazione e l’esigenza di redenzione. Con l’aiuto della psicoterapia l’uomo può riconoscere le proprie fissazioni e attribuire agli oggetti della fissazione il posto adeguato. Questa “redenzione” psicoterapeutica però “non elimina la necessità di quella metafisica, al contrario riceve da quest’ultima il suo significato ultimo, la sua validità e la sua piena legittimazione” (W. Daim, op. cit., p. 220). Alla psicoterapia spetta un compito importante: la liberazione da fissazioni può far maturare la personalità e il riconoscimento della caducità dei beni finiti offre la possibilità di aprire la strada a una autentica ricerca dell’assoluto.

La riflessione sull’Enciclica Spe salvi può aiutare anche lo psicoterapeuta a superare le proprie fissazioni. Può contribuire anche a trovare il senso della propria attività, precisamente nel seguire il paziente alla ricerca del significato autentico della propria esistenza. Un sostegno e un aiuto che spesso risultano difficili, che presentano forse meno alti che bassi, e che non possono neanche garantire un successo dal punto di vista puramente umano. Non ostante tutto questo, l’attività dello psicoterapeuta deve essere sostenuta dalla speranza che l’attività terapeutica non sia solo un intervento tecnico sul paziente, ma che la partecipazione alla sofferenza, alle ansie e alle preoccupazioni del paziente, a sua volta, possa risvegliare la speranza degli altri.

“Nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell’altro né è mai inutile. Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me” (Spe salvi, N. 48).

© Copyright Zenit

21 gennaio 2008

L’Italia riscopre la ricchezza del rito di Pio V


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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

CELEBRARE LA FEDE

Il documento del Papa sul messale in latino approvato da Giovanni XXIII nel 1962 ha trovato applicazione in tutte le regioni

L’Italia riscopre la ricchezza del rito di Pio V

DA ROMA MIMMO MUOLO

Non è rimasto certamente inapplicato nelle diocesi italiane il motu proprio Summorum Pontificum di Bene­detto XVI.
Diverse diocesi, più o meno in tutte le regioni della Pe­nisola, hanno, infatti, prontamen­te raccolto le indicazioni del Papa e, ove ci sono state esplicite ri­chieste da parte di gruppi di fede­li, hanno messo a disposizione chiese (per lo più rettorie, ma in alcuni casi anche delle parroc­chie), per la celebrazione in de­terminati orari della Messa secon­do il Messale di san Pio V nell’edi­zione del 1962, promulgata dal beato Giovanni XXIII. Il quadro della situazione che presentiamo in questa pagina non è certamen­te esaustivo delle iniziative prese in tutta Italia, ma può offrire una prima idea della situazione.

Biso­gna ricordare, inoltre, che in pa­recchie Chiese locali non si parti­va certamente da zero, poiché ce­lebrazioni secondo il vecchio rito esistevano già, in seguito all’in­dulto di Giovanni Paolo II.

In que­sti casi, dunque, oltre ad una con­ferma della prassi precedente, la promulgazione del motu proprio ha costituito l’occasione per una catechesi di approfondimento del valore della liturgia, anche alla lu­ce della Costituzione apostolica
Sacrosanctum Concilium, ampia­mente richiamata, del resto nel documento di Benedetto XVI. Si veda a questo proposito un re­cente incontro dei vescovi del Tri­veneto, che hanno messo al cen­tro della loro riflessione la vita li­turgica, la partecipazione alla Messa nelle comunità e il valore della festa, sottolineando «l’im­portanza di valorizzare la dome­nica – anche contro il rischio di un consumismo disumano – e risco­prire in essa l’incontro comunita­rio della Messa quale dono del Si­gnore ».
A Venezia, ad esempio, la possibi­lità di celebrare secondo il rito di San Pio V esiste già dal 1984 e la chiesa ciò preposta è quella di San Simeon Piccolo, non lontano dal­la stazione ferroviaria. Fino a tre anni fa la Messa veniva celebrata da un sacerdote diocesano, men­tre negli ultimi tempi la celebra­zione è stata affidata a un sacer­dote della Fraternità sacerdotale di San Pietro, la cui presenza non si limita all’Eucaristia, ma si e­stende anche alle confessioni, al­la recita dei Vespri e all’animazio­ne della comunità di fedeli. Nella chiesa, infatti, c’è anche un grup­po di persone che si formano al canto gregoriano. Il sacerdote è re­golarmente inserito nel presbite­rio diocesano e partecipa alla Mes­sa crismale del Giovedì santo.
Anche a Treviso il motu proprio ha confermato una consuetudine che risale al 1999. Da allora, infatti, o­gni sabato precedente la prima do­menica del mese si celebra secon­do il messale pubblicato da Gio­vanni XXIII nella chiesa di San Li­berale a Porta Altinia curata dai sa­cerdoti oblati diocesani.
Stessa situazione anche a Napoli,dove si celebra tutte le domeniche e le feste di precetto nella rettoria di Santa Maria della Catena, vici­na a Castel dell’Ovo, e a Firenze, dove la Messa secondo il vecchio rito già esisteva in base all’indul­to di Papa Wojtyla. Due le chiese in cui era ed è possibile partecipar­vi: l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (dove la celebrazione è quotidiana) e la Confraternita di San Francesco Poverino che ha u­na periodicità variabile, a seconda delle esigenze. In seguito al motu proprio di Benedetto XVI si sta stu­diando la possibilità di celebrare secondo il vecchio messale anche in due parrocchie.
Sono due anche a Bologna le chie­se deputate a questo particolare servizio liturgico: Santa Maria del­la Pietà in via San Vitale, dove la Messa è celebrata tutte le dome­niche e nelle feste di precetto alle 18 (anche con una buona parteci­pazione di giovani) e la chiesa del­l’oratorio dei Padri Filippini.
Anche nella diocesi di Roma la possibilità di celebrare secondo il messale di San Pio V esiste da di­versi anni. Naturalmente dopo l’indulto di Giovanni Paolo II. Il motu proprio, dunque, ha confer­mato la situazione precedente. Le chiese (nessuna delle quali è par­rocchiale) sono diverse: Gesù e Maria a via del Corso (la domeni­ca e feste di precetto alle 10), San Gregorio dei Muratori, dove cele­brano i sacerdoti della Fraternità sacerdotale di San Pietro (alle 9, alle 10,30 e alle 18,30 nei festivi; al­le 7,15 e alle 18,30 nei giorni feria­li); San Nicola in Carcere (dome­nica e feste di precetto alle 9,15, giorni feriali alle 12,15). Si celebra anche nella Basilica di Santa Ma­ria Maggiore (e più precisamente nella Cappella del Santissimo Cro­cifisso) l’ultimo mercoledì del me­se alle 16,30.
Possibilità di partecipare alla Mes­sa secondo il vecchio rito ci sono pure a Genova. Si celebrava già in base all’indulto e si continua a far­lo anche oggi nella chiesa di San Carlo in via Balbi (ogni domenica alle 11), a cura della Congregazio­ne Fraternità della Santissima Ver­gine Maria. Si celebra poi nella parrocchia di Fegino: la terza do­menica del mese alle 17 nella chie­sa principale e il primo venerdì del mese alle 16,30 in quella succur­sale. Cadenza settimanale (il sa­bato alle 17) ha la Messa nella chie­sa di San Pancrazio dei Cavalieri di Malta, mentre nella parrocchia di Santo Stefano, la celebrazione si svolge una volta al mese a cura dei Cavalieri del Santo Sepolcro.
Nella diocesi di Pesaro c’è stata u­na sola celebrazione, subito dopo la pubblicazione del motu proprio, mentre a Macerata, la prima Mes­sa con il messale del 1962 è stata celebrata lo scorso 3 gennaio nel­la parrocchia del Santissimo Cro­cifisso, vicaria di Tolentino. Si con­tinuerà a cadenza mensile. A Pa­lermo, invece, si celebra a San Ba­silio tutte le domeniche e nelle fe­ste di precetto (ore 20).
Così, anche attraverso queste e­sperienze, e le altre in atto nelle diocesi italiane, si sperimenta quanto il Papa scriveva nella let­tera ai vescovi che accompagnava la pubblicazione del motu proprio. «Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Mis­sale romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e gran­de, e non può essere improvvisa­mente del tutto proibito o, addi­rittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti – concludeva Bene­detto XVI – conservare le ricchez­ze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dar loro il giusto posto».

© Copyright Avvenire, 21 gennaio 2008

Purtroppo non in tutte le diocesi c'e' questa apertura...
R.

SAN MARINO

Da Negri un telegramma a Benedetto XVI: «Così educhiamo le comunità a una fede viva»

«La diocesi di San Marino-Montefeltro, stretta attorno al suo Pa­store, ha accolto con gratitudine e responsabilità il motu proprio Summorum Pontificum riconoscendo nelle direttive proposte dalla santità vostra una più ampia possibilità di educazione del popolo cristiano ad una fede che divenga realmente forma della persona e presenza viva nell’intera società». Così scrive monsignor Luigi Ne­gri, vescovo di San Marino-Montefeltro, in un messaggio inviato a dicembre al Papa. È uno dei frutti del recente motu proprio di Be­nedetto XVI, che ha trovato applicazione anche nella diocesi roma­gnola, dove la Messa secondo il messale del 1962 viene celebrata a Sant’Agata Feltria (Montefeltro) ogni domenica in un orario distin­to dalle celebrazioni eucaristiche della comunità parrocchiale. «La nostra diocesi – prosegue il messaggio – non ha potuto non senti­re pena per un persistente silenzio di troppo mondo cattolico che sembra rivelare quanto meno disagio se non distanza dalle vostre direttive, e non può non indicare come fonte di preoccupazione prese di posizione pubbliche che sono suonate problematiche nei confronti del magistero di vostra santità». Per questo il presule, ri­conferma la fedeltà al Successore di Pietro e conclude confidando che «tale nostra fedeltà, che abbiamo inteso esplicitare con questo gesto, la conforti nel suo servizio». (M.Mu.)


POTENZA

A Bella la liturgia accompagnata dalla catechesi Una comunità per ora di circa trenta persone si riunisce una volta al mese a Santa Maria Assunta, nel paese di Bella (Potenza) per celebrare secondo il Messale del 1962.
Così nella diocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo è stato recepito ed applicato il motu proprio di Benedetto XVI «Summorum Pontificum». Non ci si è limitati, però, alla celebrazione della Messa, spiega l’arcivescovo, monsignor Agostino Superbo. «Dopo la richiesta da parte dei fedeli, il parroco ha tenuto un’apposita catechesi sul significato della liturgia, che come insegna il Papa, rimane una sola, anche in presenza di due forme diverse dello stesso rito, e sono stati preparati i sussidi liturgici». Un camino di accompagnamento e approfondimento che proseguirà anche in futuro. (M.Mu.)

© Copyright Avvenire, 21 gennaio 2008

18 gennaio 2008

Messa tridentina: cambia la preghiera per gli Ebrei (Tornielli per "Il Giornale")


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La censura che ha impedito al Papa di parlare alla «Sapienza» è lo specchio di una debolezza culturale. Parla il filosofo Rémi Brague

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Nella repubblica delle banane il Papa non può manco andare all'Università (Xavier Jacobelli)

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Brani del discorso di Benedetto XVI alla "Sapienza": video H2O

E il pontefice disse: "Non temo per me ma per quei ragazzi" (La Rocca per "Repubblica" spiega i retroscena del rifiuto del Papa)

Scalfari sbotta ed insulta nuovamente il Papa: restauratore, teologo mediocre, politicamente e culturalmente inconsistente (Valli per il tg1)

Flores D'Arcais cerca di giustificare l'intolleranza laicista ma fa autogol...

Card. Ruini: "Domenica non sarà un comizio, l'Angelus è una preghiera. Qualsiasi altro intento sarebbe non gradito"

Il rettore della Sapienza, il sindaco di Roma e gli studenti amareggiati per l'assenza di Benedetto XVI. Manifestanti bloccano mons. Enzo Dieci (R.V.)

Uomini adatti alla fuga davanti al Papa dialogante. Solo un occhio offuscato può descrivere l’Italia in preda a falangi oscurantiste vaticane

Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede! (il discorso che il Papa non pronuncera' alla Sapienza)

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Cambia l’antico messale Pronto un testo più «vicino» agli ebrei

di Andrea Tornielli

Benedetto XVI ha deciso di riformulare il testo della preghiera per gli ebrei contenuta nel messale tridentino liberalizzato dal recente Motu proprio «Summorum Pontificum»: la pubblicazione del nuovo testo, interamente riformulato, dovrebbe avvenire a giorni. Sparisce il riferimento all’«accecamento» del popolo ebraico. La nuova versione entrerà in vigore già nelle celebrazioni dei fedeli che seguono il rito antico della prossima Settimana Santa.

Nel vecchio testo si pregava – in latino – per la conversione degli ebrei chiedendo a Dio di sottrarre «quel popolo... alle sue tenebre» e di rimuoverne «l’accecamento» (termine mutuato da una delle lettere di san Paolo). Come si ricorderà, dopo la pubblicazione del Motu proprio che liberalizzava la Messa preconciliare, molte voci preoccupate si erano levate dal mondo ebraico. I rabbini capi di Gerusalemme, guide spirituali delle comunità sefardita e aschenazita, avevano scritto a Ratzinger per chiedere la modifica della preghiera del Venerdì Santo.

Va ricordato che il cammino di avvicinamento era iniziato già sotto Pio XII, il quale aveva fatto precisare dalla Congregazione dei Riti che l’antica formulazione «pro perfidis judaeis» stava a indicare «per i giudei che non hanno la fede». Papa Pacelli reintrodusse inoltre la genuflessione per quella preghiera. Giovanni XXIII, fin dal 1959, eliminò sia il «perfidis» che il successivo riferimento alla «perfidia» giudaica. Il testo emendato da Papa Roncalli, nell’edizione del 1962, l’ultima del messale antico prima della riforma post-conciliare, è stato liberalizzato da Benedetto XVI nei mesi scorsi.
Nella preghiera erano rimasti riferimenti all’«accecamento» e alle «tenebre» del popolo ebraico. «Quella preghiera ci preoccupa – aveva detto al Giornale lo scorso settembre il rabbino Giuseppe Laras, presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia –.
Temiamo che quelli che leggono possano fare due più due e ragionare in questi termini: se noi preghiamo perché Dio tolga l’accecamento dagli ebrei significa che essi sono fuori dalla verità e questo può spingere fino all’antisemitismo».
Vescovi e prelati impegnati nel dialogo con il mondo ebraico hanno sollecitato la Santa Sede a intervenire e un’apertura in questo senso era stata manifestata lo scorso luglio dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone che, a Pieve di Cadore, aveva parlato della possibilità di una correzione. Benedetto XVI ha approntato una bozza per la nuova preghiera che dovrebbe essere pubblicata nei prossimi giorni dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Secondo alcune indiscrezioni, nella nuova versione, pur essendo stati omessi i passaggi ritenuti offensivi dagli ebrei, sarebbe comunque rimasto l’accenno al vecchio impianto della preghiera, quello alla conversione. Proprio su questo argomento era intervenuto il segretario della Congregazione per la dottrina della fede (dal 2003 al 2005 vice dell’allora cardinale Ratzinger), monsignor Angelo Amato, spiegando al quotidiano Avvenire che «nella messa noi cattolici preghiamo sempre, e per primo, per la nostra conversione. E ci battiamo il petto per i nostri peccati. E poi preghiamo per la conversione di tutti i cristiani e di tutti i non cristiani. Il Vangelo è per tutti».

La decisione di Benedetto XVI è una mano tesa alla comunità ebraica, che ha invitato il Pontefice a visitare la Sinagoga di Roma. È noto che Ratzinger desidererebbe molto potersi recare in Israele nel 2009, anche se le condizioni attuali delle trattative bilaterali tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede per la soluzione di alcuni problemi giuridici e amministrativi non lasciano per il momento ben sperare.

© Copyright Il Giornale, 18 gennaio 2008 consultabile online anche qui

12 gennaio 2008

"Spe salvi": il commento di Mons. Leuzzi per Zenit


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La Speranza e la deriva individualistica del cristianesimo

Monsignor Lorenzo Leuzzi commenta l’Enciclica di Benedetto XVI

Di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 11 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Al giorno d'oggi “c’è bisogno di un’autocritica del cristianesimo moderno, ripartendo dalle proprie radici”, sostiene monsignor Lorenzo Leuzzi, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma.

Commentando in una intervista a ZENIT alcuni aspetti dell'Enciclica di Benedetto XVI, “Spe salvi”, monsignor Leuzzi ha sottolineato che, in opposizione a una certa deriva individualistica del cristianesimo, “i cristiani devono spiegare il perché della loro speranza e offrirla al mondo”.

La “Spe salvi” critica lo scientismo e propone un'autocritica del cristianesimo vissuto in maniera individualistica, perchè?

Leuzzi: Ambedue le prospettive sono antirealistiche, perché non rispondono al vero desiderio dell’uomo di uscire da sé per arricchirsi ontologicamente.
Mentre è abbastanza comprensibile e diffusa la critica verso la fede nel progresso, il Papa cita la Scuola di Francoforte nel paragrafo 22, non appare ancora all’orizzonte l’autocritica del cristianesimo moderno, il quale ha risposto alle nuove attese della società contemporanea con la proposta soggettiva della fede, propria della Riforma, avviandosi su una strada che lo ha portato, di fatto, fuori dalla storia, anche se molto presente nei circoli culturali d’elite!

La speranza cristiana, e quindi la fede, è una realtà individualistica?

Leuzzi: La risposta a queste domande è il cuore dell’Enciclica! Il Papa risponde di no! Se il cristianesimo ha vissuto questa deriva, sul piano storico, individualistico, pur svolgendo una grande opera di formazione dell’uomo e di cura dei deboli e dei sofferenti, ciò è avvenuto per servire la società che prima della rivoluzione industriale, aveva bisogno di un’animazione etica, prevalentemente di tipo sacrale.
La fede cristiana, se vuole essere fonte di speranza per la società contemporanea, deve tornare a comprendere se stessa, dopo la parentesi storica del servizio alla società statico-sacrale, come esperienza dinamica che raggiunge l’uomo nella sua esistenza e gli dona la vita nuova.

La vita cristiana non è soltanto un’esperienza soggettiva di Dio o “un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti”: essa è una esistenza nuova che costituisce una “prova” delle cose che non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro “non ancora”.

I cristiani appartengono ad una nuova società e possono investire per il futuro la propria libertà perché hanno sperimentato e sperimentano l’amore di Dio in Gesù Cristo che sostiene la libertà dell’uomo verso la verità.
La vita nuova in Cristo rende l’uomo capace di uscire da se stesso e diventare costruttore di quella nuova società che è la Chiesa. Senza la speranza l’uomo non potrà essere autentico costruttore della storia perché sarà costretto a ridimensionare le esigenze della libertà e della ragione.
La capacità e il desiderio di essere costruttore della storia potrà svilupparsi nella misura in cui l’uomo possiede in germe la certezza che la sua uscita da sé non si annulli nella dialettica della storia, ma si apra alla costruzione della comunità dove ogni uomo viene accolto per quello che è, nel rispetto delle sue vere esigenze di giustizia.

Perché il cristianesimo nutre la speranza e libera l’uomo?

Leuzzi: La vita “secondo Cristo” non soltanto libera l’uomo dalla signoria degli elementi del cosmo ma anche dalle leggi delle prassi antirealistiche che svuotano l’uomo di ogni consistenza ontologica.
La speranza cristiana non può limitarsi a promuovere la formazione etica dell’uomo, ma deve ritornare ad essere promotrice di quella singolarità che fa del cristianesimo un messaggio non solo “informativo” ma “performativo”.
La nuova situazione storica impone al cristianesimo di annunciare al mondo con le parole e le opere che Dio non è una “lontana causa prima del mondo” e che per mezzo di Cristo l’uomo può essere certo di Dio.
Il semplice annuncio informativo può tutt’al più rendere buono l’uomo, ma non potrà salvarlo dalle prassi antirealistiche della società contemporanea: solo la vita nuova in Cristo può rendere l’uomo protagonista della storia.
La condizione necessaria per realizzare questo passaggio da un annuncio informativo a quello “perfomativo” è la realizzazione di un nuovo rapporto tra il filosofo e il pastore, cioè tra ragione e fede.

Nella prospettiva “informativa”, propria di una realtà statica, fede e ragione possono percorrere vie diverse e, al limite, anche parallele, raggiungendo il medesimo obiettivo, cioè quello della verità.
Nella prospettiva “performativa”, propria di una realtà dinamica, a cui appartiene il cristianesimo, fede e ragione sono destinate a cercarsi vicendevolmente, perché la costruzione della storia impegna la presenza di Dio e la partecipazione dell’uomo in modo più radicale.
Non si può costruire la storia poggiandosi sulle singole speranze, è necessaria la grande speranza, che sorregge il cammino dell’uomo.
Il cristiano, nella sua vita ecclesiale, possiede questa grande speranza ed è chiamato ad offrirla all’umanità.

Qual è il contributo del cristianesimo alla società perché la sua costruzione non annulli l’uomo, ma lo renda protagonista?

Leuzzi: Il primo contributo è aiutare l’uomo ad avere coscienza di sé. Il secondo è aiutare l’uomo ad avere coscienza del limite. Il terzo contributo è aiutare l’uomo ad avere coscienza del male.
Il cristiano che possiede la vita nuova è nelle condizioni per vivere la pienezza dell’umanità: la grande speranza non è fuori di sé, ma nella sua nuova esistenza. Ciò rende il cristiano il vero costruttore della storia. La civiltà dell’amore prima ancora di essere un impegno è dono.
Per costruire la storia non sono sufficienti le singole speranze, ma è necessario possedere la grande speranza che è la forza per progettare. Se il Dio di Gesù Cristo fosse il Dio della legge, non sarebbe possibile costruire. Dio ingannerebbe se stesso.
Se Dio si è manifestato nella storia per dire “chi è in realtà l’uomo e che cosa egli deve fare per essere veramente uomo” è perché è troppo poco per l’uomo essere buono: l’uomo è chiamato ad essere costruttore.
Il cristianesimo non è mai stato un messaggio delle piccole speranze, perché ciò lo riporterebbe nel Vecchio Testamento (tempo dell’attesa). I santi hanno sempre vissuto nella grande speranza. La società contemporanea, nonostante le contraddizioni socio-culturali, attende questo annuncio, quello cioè della grande speranza, senza il quale sarà impossibile costruire la civiltà dell’amore.

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11 gennaio 2008

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"Cautela e accuratezza" nella fase diocesana dei processi di Beatificazione: lo chiede l'Istruzione vaticana "Sanctorum Mater". Intervista con il cardinale Saraiva Martins

Un documento vaticano di 46 pagine diretto ai vescovi di tutto il mondo, perché pongano la massima attenzione e il massimo rigore nell'istruire la prima fase di un processo di Beatificazione. Si tratta dell'Istruzione Sanctorum Mater, emanata dalla Congregazione delle Cause dei Santi. Sono i vescovi infatti coloro che, accogliendo la segnalazione della comunità cristiana circa la "spontanea" fama di santità di un fedele, ne decidono l'apertura dell'iter canonico, denominato come "fase diocesana" e destinato poi, in caso di conferme, a giungere a Roma presso il competente dicastero, per ultimarne la cosiddetta "fase apostolica". L'Istruzione, accogliendo le indicazioni di Benedetto XVI, ricorda le varie fasi di questo iter, sottolineando l'obbligo di una seria investigazione, eseguita con "cautela e accuratezza". Giovanni Peduto ne ha parlato con il prefetto della Congregazione vaticana, il cardinale José Saraiva Martins:

R. – Chi inizia una causa non è Roma, ma è il vescovo diocesano che prende l’iniziativa. Lui ha un compito molto importante e decisivo, perciò ci vogliono degli orientamenti molto chiari, delle norme ben precise che regolino l’agire del vescovo in questa prima fase diocesana. La Istruzione vuol proprio ricordare ai vescovi diocesani il loro compito e come debbano svolgerlo e l’ampiezza di questo compito. In fondo, questa Istruzione non fa che ricordare le norme molto concrete già stabilite nel 1983. L’azione del vescovo si riferisce innanzitutto alle virtù eroiche del candidato agli altari, e poi a tutti gli elementi relativi alla persona di quel candidato: che riguarda la sua spiritualità, la sua santità ... Poi, riguarda anche i casi di un eventuale presunto miracolo attribuibile a quel candidato agli altari, nonché il martirio: se si tratta di fedeli, di fratelli nella fede che hanno dato la vita per il Vangelo.

D. – Eminenza, in concreto cosa cambia rispetto al passato con questa Istruzione nelle Cause di canonizzazione?

R. – Non cambia sostanzialmente niente, perché come ho detto poc’anzi, abbiamo voluto ricordare ai vescovi il loro compito, insistendo naturalmente su un rigore sempre maggiore nello svolgimento di questo compito, perché si tratta di una cosa molto seria per la vita della Chiesa, e alla Chiesa interessa soltanto la verità storica, come ricordava non tanto tempo fa Benedetto XVI parlando alla plenaria che abbiamo avuto l’anno scorso.

D. – Nell’Istruzione si dice che la fama di santità dev’essere spontanea e non artificiosamente procurata ...

R. – Ecco: l’Istruzione sottolinea proprio con molta forza queste verità. Dev’essere spontanea, nata spontaneamente, cioè dalla comunità, dai fedeli e questo è estremamente importante. Perché se non c’è questa fama di santità spontanea tra i fedeli nella comunità, il vescovo non può – nemmeno volendo – dare inizio ad una causa di beatificazione. Cioè, sono i fedeli e la comunità che devono dire al vescovo: “Secondo noi, quel fedele, quel servo di Dio è veramente santo, per noi!”. Oggi si discute molto sul ruolo dei laici nella Chiesa. Ebbene: qui abbiamo un caso estremamente importante, dal punto di vista ecclesiale, in cui i laici, la comunità sono quelli che fanno il primo passo. Il vescovo, dopo, non fa che verificare il fondamento di quella fama di santità e cercare di comprovarla per poi trasmetterla a Roma. Dunque, questo è molto importante. I primi protagonisti di ogni processo di beatificazione sono sempre i fedeli.

D. – E a proposito di laici santi, abbiamo avuto proprio di recente la proclamazione delle virtù eroiche di Antonietta Meo – Nennolina – morta ad appena sei anni e mezzo. Potrebbe essere una delle più giovani candidate agli altari: questo dimostra che la santità è per tutti ...

R. – La santità è per tutti! Il caso di Nennolina, certamente è una ulteriore conferma di questa verità posta fortemente in rilievo dal Concilio Vaticano II. La santità, io dico spesso, non è ad uso di alcuni, ma un dovere stringente di tutti i battezzati. La santità laicale, in particolare, è estremamente importante e questa era una verità che Giovanni Paolo II ha cercato sempre di mettere in luce. Questo mi fa ricordare anche Giorgio La Pira che diceva: “La santità nel secolo XX – possiamo dire nel secolo XXI – ha una caratteristica: la laicità”. Lui diceva molto bene che magari tra 50 anni vedremo delle persone che oggi incontriamo per la strada: professori universitari, politici, economisti, eccetera. Dunque, il caso Nennolina è un’altra conferma della santità laicale.

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Grazie alla segnalazione di Luisa, leggiamo:

Francesco Alberoni: nutriamo speranza certi che Dio si cura di noi

Il famoso sociologo commenta l'enciclica “Spe salvi”

Di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 10 gennaio 2008 (ZENIT.org).- L’enciclica “Spe salvi” di Papa Benedetto XVI continua a suscitare reazioni in tutti gli ambiti culturali e sociali.
A questo proposito ZENIT ha intervistato il sociologo Francesco Alberoni, Presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia, editorialista del Corriere della Sera, autore di innumerevoli libri tradotti e pubblicati in più parti del mondo.
Secondo il professor Alberoni, “la speranza è dono, è grazia, e noi nutriamo speranza perché siamo certi che Dio si cura di noi”.

In un mondo dove sembra aver prevalso un modello culturale nichilista-edonista, che valore ha l'enciclica “Spe salvi”?

Alberoni: Nichilismo ed edonismo sul piano filosofico si identificano perchè se non ci sono norme morali, fini, mete superiori resta solo la ricerca del proprio piacere o del proprio benessere nei modi classici, epicureo o stoico.

Il Pontefice scrive che le speranze legate al progresso scientifico e alle ideologie politiche sono piccole speranze che perdono efficacia se non collegate ad una “grande speranza”. Lei che ne pensa?

Alberoni: Nel futuro tutto è possibile perchè tutto è incerto. La speranza può avere fondamento solo in una Grande Speranza. Io personalmente non ho mai creduto alle previsioni catastrofiche o apocalittiche solo perchè credo in una Provvidenza divina che garantisce all'uomo la capacità di sopravvivere e di migliorare. Questo per me è il primo significato della religione: che Dio ha cura di noi. Possiamo sbagliare, andare fin sull'orlo della catastrofe, ma Lui avrà cura di noi. Questa per me è la speranza.

In questa enciclica Benedetto XVI critica anche il marxismo, argomento che per molto tempo è stato evitato anche da una parte della Chiesa cattolica. Qual è il suo parere in proposito?

Alberoni: Il marxismo che si legittima come "socialismo scientifico" è fondato sul niente perchè la scienza non garantisce niente. Come conseguenza ultima del pensiero di Rousseau e degli illuministi è fondato sull'assunto che la natura umana è buona ed è stata corrotta dalla nascita delle classi. Basta perciò una riforma della struttura sociale per farla tornare nello stato originario. Benedetto XVI obietta a questo tipo di soluzioni che questa gente ignora la libertà della natura umana che deve prendere ogni volta le sue decisioni.

Nel 2001 lei ha scritto un libro sulla Speranza in cui spiegava che “la speranza non può essere basata soltanto sull'ottimismo. Deve avere radici più profonde nella moralità, nella forza d'animo”. Può dirci quali sono le conclusioni del suo libro e le affinità e differenze con l'enciclica del Santo Padre?

Alberoni: E' un libro nato dalla sofferenza e dalla fede, ma si muove sul terreno puramente umano. Noi non potremmo nemmeno incominciare ad agire, non potremmo affrontare il futuro oscuro, incerto, imprevedibile senza la speranza. La speranza è perciò prima di tutto un dono, è "grazia" ma ogni singolo uomo ha anche delle risorse morali positive su cui contare. Nel mio libro parlo di queste: forza d'animo, sapersi adattare, apprezzare la vita, superare gli ostacoli, affrontare nuovi problemi, cercare la nostra anima, dedizione, amicizia, donare, prendersi cura. La vita è costruita sulla possibilità di azione del futuro e, quindi, sulla speranza. La vita, nella sua natura profonda, è accesso alla speranza. La speranza riapre l'orizzonte, il possibile con le sue incertezze esistenziali. Ed è per questa apertura che ci ridà gioia, slancio, interessi, calore.

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10 gennaio 2008

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Scoprendo Benedetto XVI...un articolo del Professor Lucio Coco per "Rivista di Vita Spirituale"

La storia e la giustizia nella nuova enciclica di Benedetto XVI

di Roberto Pertici

1. La Spe salvi, pubblicata da papa Benedetto XVI lo scorso 30 novembre, rappresenta – al pari della precedente Deus caritas est – una non piccola novità nel genere “enciclica”, a cui pure appartiene. Lo stile fluido, non appesantito da continui richiami scritturali o da citazioni di prammatica del magistero precedente, e il confronto serrato ed esplicito, che vi viene condotto, con alcuni fra i maggiori rappresentanti della cultura contemporanea, cristiana e non, rinviano alla forte personalità del Pontefice: insomma se talora per le encicliche (anche importanti) di precedenti pontificati ci si è potuti porre il problema di chi ne fosse stato il vero estensore, qui siamo di fronte a un testo evidentemente “d’autore”, meditato e scritto dal Ratzinger teologo e pastore. Questa impronta personale è stata criticata: si è detto che Benedetto XVI continua a fare l’esegeta della teologia di Joseph Ratzinger, volendo quasi sottolineare l'unilateralità o la scarsa rappresentatività del suo insegnamento. Ma sarebbe gravemente erroneo rappresentare questa e la precedente enciclica come esercizi meramente intellettualistici privi di una reale rispondenza con la situazione spirituale della nostra epoca: essa intende, come accennerò, riproporre con forza la speranza cristiana a un mondo in cui sono “silenzio e tenebre” le grandi religioni politiche del Novecento e nel quale l’unica vera alternativa sembra restare quella dello scientismo nelle sue varie manifestazioni.
Ma non è su questi aspetti teologici che mi voglio fermare: non ne avrei neanche la competenza. Da studioso di storia, mi limiterò invece a proporre qualche riflessione sulla visione della storia umana che Benedetto manifesta in questo suo scritto recente, in particolare sul percorso della storia moderna e contemporanea. Questo perché credo che la dimensione storica (e il problema della “giustizia nella storia”) sia centrale nell’enciclica e che ad esso il Papa dia una soluzione che rinvia ad alcuni di quelli che, per lui, sono i fondamenti del cristianesimo.

2. Si possono individuare due archetipi nella concezione cristiana della storia (mi muovo – lo dico una volta per tutte – con estrema sommarietà). Agostino di Ippona la concepisce come un’eterna lotta fra due “città”, la divina e la terrestre, che sono compresenti e saranno in conflitto sino alla fine dei tempi: esse verranno distinte soltanto al momento del giudizio finale. Questa di Agostino resta la critica più radicale di ogni millenarismo, cioè di tutte quelle concezioni che hanno a più riprese sostenuto che la città divina avrebbe prevalso, in un futuro più o meno prossimo e irrevocabilmente, sulla città terrena e si sarebbe realizzata nel mondo. Essa nega che l’umanità, gravata dal peccato originale, possa conoscere nella storia un’integrale liberazione dal male: ogni generazione deve così rinnovare la sua battaglia per il trionfo del bene, pur sapendo che quel trionfo non sarà mai definitivo, e che, anzi, potranno aprirsi anche momenti di “ritornante barbarie”. Da tale concezione derivano talora atteggiamenti di rinunzia al mondo (contemptus mundi), in attesa che esso “invecchi”, ma anche un impegno intenso, pur se privo di illusioni (pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà, si potrebbe dire con un celebre motto della tradizione socialista). Si tratta di una visione tragica, non consolatoria: «Il mondo è come un torchio, che spreme. - dice Agostino - Se tu sei morchia, vieni gettato via; se sei olio, vieni raccolto. Ma essere spremuti è inevitabile».
Esiste anche un’altra linea, quella della tradizione escatologica dei primi tempi del cristianesimo, che attendeva una realizzazione storica del regno della giustizia. Essa è ripresa – un secolo prima di Dante – da Gioacchino da Fiore (il «calavrese abate Giovacchino/ di spirito profetico dotato»), che previde uno sviluppo provvidenziale del processo storico verso un’età dello Spirito, in cui l’umanità si sarebbe pienamente realizzata. E’ noto come una serie di studiosi novecenteschi (da Karl Löwith a Eric Voegelin) abbia visto nel gioachimismo un momento decisivo della storicizzazione dell’escatologia cristiana e, quindi, una premessa (anche col suo ritmo triadico) delle filosofie della storia ottocentesche.
Benedetto XVI resta nell’ambito di una concezione agostiniana della storia: lo conferma la critica che egli elabora all’idea di progresso, tipico prodotto della modernità. Bisogna intendersi: il Papa distingue tra “sviluppo” materiale (tecnologico, scientifico, economico) e “progresso morale”. Il primo è innegabile e ha apportato grandi benefici all’uomo, ma presenta anche un volto ambiguo: «senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano. Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male» (par. 22). Ma in campo morale è ipotizzabile qualcosa di simile all’accumulazione di conoscenze che si ha nella scienza, un progresso, come dice Benedetto, «addizionabile»? È possibile costruire sulle scelte etiche fatte dalle generazioni precedenti, darle come irrevocabilmente realizzate e quindi ridurre progressivamente, nel mondo, la possibilità di male, fino a farla scomparire? L’uomo del XXI secolo costituisce un progresso morale rispetto a quello del XVIII, perché ha proclamato la moratoria della pena di morte, predica il rispetto dell’ambiente e l’uguaglianza fra i sessi? Se così fosse (si potrebbe aggiungere) anche il cristianesimo sarebbe solo una tappa del cammino dell’umanità (importante quanto si vuole, ma destinato a essere superato da qualcosa di ulteriore) e la meta dell’ “oltre-uomo” predicata, in modi diversi, da Marx come da Nietzsche, avrebbe una sua plausibilità.
Il Pontefice, invece, afferma: «Nell’ambito (…) della consapevolezza etica e della decisione morale non c’è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio». Da qui anche la possibilità di regressi morali, in quanto le nuove generazioni possono certamente «attingere al tesoro morale dell’intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali» (par. 24). Non si ha dunque un progresso nella natura umana, essa non può progressivamente liberarsi dai limiti che le sono consustanziali.

Tanto meno l’uomo può sperare che la soluzione della sua esistenza possa prevenirgli dall’esterno, dal mutamento della società. Non che una lotta per una società migliore sia inutile, anzi essa è auspicabile e necessaria, e la politica può contribuire utilmente alla “minimizzazione” del male: soltanto non può distruggerne la radice e risolvere definitivamente il problema della libertà umana. Qui Benedetto XVI fa propria e, a modo suo, rielabora la critica di quello che Antonio Rosmini chiamava il “perfettismo”: «quel sistema - scriveva il filosofo roveretano – che crede possibile il perfetto delle cose umane e che sacrifica il bene presente alla immaginata futura perfezione». Dice, da parte sua, il Papa: «non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. (…) Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla buone strutture» (par. 24).

3. L’idea dell’indefinito progresso morale è un parto della modernità: la critica che ne fa Benedetto XVI comporta, da parte della Chiesa, il ritorno a un atteggiamento polemico verso il mondo e il pensiero moderni, la fine di quell’attenzione ai “segni dei tempi” che fu uno dei portati della svolta conciliare? Da nessuna parte si è parlato con tanta insistenza di “mondo moderno”, “pensiero moderno”, “modernità” come nel mondo cattolico degli ultimi quarant’anni: come osservava Nicola Matteucci già nel 1970, questa rincorsa è iniziata proprio mentre i laici erano ormai «i primi a non credere più al mondo moderno» e lo consideravano «soltanto un'astrazione ideologica formulata dalla filosofia hegeliana, la quale con il suo immanentismo tolse ogni spazio a un'autentica religiosità. Se si parte da questa astrazione – aggiungeva - è inevitabile l'incontro con Marx».

Ma il pensiero cattolico post-conciliare aveva le sue ragioni: voleva chiudere il tempo delle contrapposizioni, quello in cui all’astrazione «mondo moderno» si era opposta un’altra astrazione, quella di «cristianità»: il vagheggiamento, cioè, di una società organica, fortemente improntata nelle sue istituzioni civili dalla presenza cattolica, che rinviava a un mitico medio evo da restaurare. Per secoli il pensiero cattolico aveva fatto proprio (rovesciando ovviamente il giudizio di valore) l’albero genealogico che il «pensiero moderno» aveva dato di se stesso: Riforma protestante-Illuminismo-Rivoluzione francese-liberalismo-socialismo-comunismo. Quello che la modernità aveva considerato come un processo di emancipazione, esso lo considerava quale una sequela di tragedie storiche che stava precipitando l’umanità nel baratro. Ne derivava – bisogna sottolinearlo – una presa di distanza anche nei confronti delle stesse istituzioni liberali e dei valori che loro sottostavano (libertà di coscienza, pluralismo religioso, etc.).
Ora di tutto ciò nella Spe salvi non c’è traccia: è da notare, innanzitutto, che Benedetto non “condanna” la modernità, ma la invita a «un’autocritica (…) in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza» (par. 22) e, in questo dialogo, afferma anche l’esigenza di una parallela «autocritica del cristianesimo moderno» (vedremo in quale direzione). Si tratta quindi di un invito ad aprire nuove prospettive, a emendarsi (si potrebbe dire), non a rinnegare se stessa. Ma la «modernità» delineata dal Pontefice non è quella anatemizzata dal cattolicesimo anti-moderno: nella sua riflessione sulla storia moderna, la Riforma non è nemmeno menzionata e Lutero viene citato una volta sola (par. 7) per discutere una sua interpretazione di un passo (decisivo) della Lettera agli Ebrei.

Per Ratzinger la «modernità» ha un altro progenitore, Francesco Bacone: è nel suo pensiero che le «componenti fondamentali del tempo moderno (…) appaiono con particolare chiarezza». Quali sono? 1) Il carattere non più contemplativo, ma strumentale del sapere, per cui l’uomo - attraverso l’esperimento - riesce a conoscere le leggi della natura e a piegarle al suo volere. 2) La trasposizione di questa conquista sul piano teologico: è con la scienza, non con la fede in Gesù Cristo, che l’uomo riacquista quella signoria sulla natura che il peccato originale gli aveva fatto perdere: di fatto è la scienza che «redime». 3) La fede diventa, perciò, irrilevante per il mondo e viene relegata nel privato. 4) La «speranza» cambia natura: la scienza promette un processo continuo di emancipazione dai limiti della vita e un miglioramento ad infinitum della condizione umana. Nasce quella nuova idea di «progresso», di cui già si è discusso. 5) Questo atteggiamento trapassa sul piano politico: come la scienza garantisce il superamento progressivo da ogni dipendenza dalla natura, così appare sempre più necessario emanciparsi da ogni altro condizionamento: sociale, politico e religioso. 6) Emerge la prospettiva di una Rivoluzione che stabilisca il regno definitivo della ragione e della libertà (par. 17-18).


4. La negazione dello status naturae lapsae avviene, quindi, nel campo del pensiero scientifico e di qui trapassa nel pensiero politico e nella concezione della storia. Così anche il tema della “negatività” dell’Illuminismo (altro topos del cattolicesimo controrivoluzionario) non viene accennato dal Papa: anzi egli mette in evidenza che il suo rapporto con la rivoluzione francese è alquanto problematico. «L’Europa dell’Illuminismo, – scrive – in un primo momento, ha guardato affascinata a questi avvenimenti [della rivoluzione francese], ma di fronte ai loro sviluppi ha poi dovuto riflettere in modo nuovo su ragione e libertà». Come esempi delle «due fasi della ricezione di ciò che era avvenuto in Francia», Ratzinger presenta due scritti di Kant, in cui il filosofo rifletteva su quegli avvenimenti. Nel primo del 1792, Kant guarda con favore alle vicende di Francia e ai provvedimenti di laicizzazione del biennio dell’Assemblea costituente: essi – a suo giudizio – segnano il superamento della «fede ecclesiastica», che viene ormai rimpiazzata dalla «fede religiosa», vale a dire dalla semplice fede razionale. Ma nel saggio del 1795, il suo giudizio è assai diverso: siamo all’indomani della caduta di Robespierre, l’Europa ha assistito sbigottita alle politiche di scristianizzazione violenta e all’avvento dei culti rivoluzionari: il corrispettivo politico di questa fase è stato il Terrore. Alla mente del filosofo si affaccia un’altra eventualità: che con la fine violenta del cristianesimo (Kant accenna esplicitamente all’Anticristo) si possa verificare «sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose» (par. 19).
Non risulta chiaro se alle «due fasi della ricezione» corrispondano – per Benedetto XVI – anche «due fasi» della rivoluzione: se, cioè, egli operi una distinzione qualitativa fra la fase “liberale” e quella “terroristica” e se quest’ultima gli appaia come una “deviazione” o uno sviluppo “necessario” della prima. Di certo non vede nel Terrore lo sbocco necessario di tutto il movimento illuministico, ma sottolinea il ripensamento di una sua parte cospicua di fronte ai risultati ultimi del processo rivoluzionario: è inutile aggiungere come da questo ripensamento sia nato il pensiero liberale dei primi decenni dell’Ottocento
Il cammino della “presunzione fatale” di importanti settori del “pensiero moderno” è dunque – per Ratzinger - diverso dallo “stemma” della modernità contro cui ha polemizzato per secoli la cultura cattolica: esso si avvia con il primo affacciarsi dello scientismo moderno in Bacone, si sviluppa in alcuni settori più radicali dell’Illuminismo e nel “costruttivismo” antireligioso del Terrore giacobino, sbocca – si potrebbe dire – nella “società opulenta” e nelle sue ideologie (scientismo, tecnocrazia, consumismo, edonismo di massa, etc.). Stranamente manca l’anello intermedio, il sansimonismo, in cui il mito tecnocratico, la divinizzazione della scienza, una morale totalmente edonistica, l’ipotesi “organizzativistica” si fondono in una prospettiva che è, insieme, anticristiana e antiliberale.
In questo cammino, certo, c’è anche Karl Marx, ma (com’è stato sottolineato da molti commentatori) l’approccio ratzingeriano al pensiero del rivoluzionario tedesco è tutt’altro che liquidatorio. Per Ratzinger, Marx è – per così dire – il Bacone del proletariato: «il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società ed indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose» (par. 20).
Ma gli esiti delle rivoluzioni comuniste del XX secolo costituiscono anche il primo, vero scacco di questo filone di pensiero post-baconiano e non è uno scacco casuale. Esso deriva dalla logica interna al pensiero marxista: Marx, riducendo l’individuo a una serie di rapporti sociali (negandogli un’anima, si potrebbe dire con linguaggio desueto), era convinto che il mutamento della società, «con l’espropriazione della classe dominante, con la caduta del potere politico e con la socializzazione dei mezzi di produzione», avrebbe ipso facto creato l’uomo nuovo. Dopo una breve fase intermedia di dittatura, sarebbe nata la nuova Gerusalemme, in cui l’uomo sarebbe stato finalmente se stesso. Gli esiti di tutto questo pensiero si sono visti. Il fallimento del marxismo non è stato accidentale: esso è derivato dal suo costitutivo materialismo, dal non aver compreso che «l’uomo (…) non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli» (par. 21).


5. Negli ultimi due secoli, l’ateismo ha assunto dimensioni di massa. In molti casi esso non è derivato – almeno inizialmente - da un consapevole materialismo, ma è stato – scrive il Pontefice - «secondo le sue radici e la sua finalità, un moralismo: una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale. Un mondo, nel quale esiste una tale misura di ingiustizia, di sofferenza degli innocenti e di cinismo del potere, non può essere l’opera di un Dio buono. Il Dio che avesse la responsabilità di un simile mondo, non sarebbe un Dio giusto e ancor meno un Dio buono. E’ in nome della morale che bisogna contestare questo Dio. Poiché non c’è un Dio che crea giustizia, sembra che l’uomo stesso ora sia chiamato a stabilire la giustizia»(par. 42).
In questa analisi dell’ateismo come moralismo sono avvertibili echi di certo progressismo cattolico di metà Novecento. Così, anche per Ratzinger, questo ateismo diffuso ha origine da determinati limiti del cristianesimo degli ultimi secoli. Esso si sarebbe atteggiato a religione della salvezza individuale e avrebbe rinunziato a porre su d’un piano storico-universale il problema del significato dell’esistenza e (quindi) del dolore umano: «con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito» (par. 25, ma anche 22 e 42).
Ecco l’autocritica a cui il Papa invita il cristianesimo contemporaneo ed ecco perché la Spe salvi ripropone il grande tema dell’«ingiustizia nella storia». E qui tornano i temi dell’agostinismo ratzingeriano: come abbiamo accennato, «il mondo è come un torchio che spreme»: ma che senso dare alle sofferenze di coloro che – per millenni – sono stati «spremuti»? Di quelli che – come diceva don Rodrigo - «son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno» (Promessi sposi, cap. XI)? Le filosofie della storia dei secoli passati ne hanno fatto il “materiale” su cui il progresso costruiva il suo faticoso cammino: l’uomo giunto a perfezione avrebbe dovuto volgere il capo verso di loro e dire: “noi siamo giunti finalmente alla meta, ma lo siamo anche grazie alle vostre tribolazioni”. Ciò attribuiva un significato meramente strumentale a quelle innumerevoli esistenze, ma si trattava pur sempre di un qualche significato. Ora, con la crisi irreversibile di quelle concezioni storiche, col riconoscimento diffuso che la storia non ha un “senso”, esse rischiano di perdere definitivamente un qualsiasi significato.
La questione che Benedetto pone all’uomo contemporaneo è perciò la seguente: ci dobbiamo rassegnare al fatto che l’ingiustizia abbia l’ultima parola nella storia umana? Che le sofferenze dei secoli passati e del presente siano senza riscatto? E’ in questa prospettiva che egli torna a parlare con forza del «Giudizio finale», non in un’ottica apocalittico-punitiva, ma come elemento di speranza, che ristabilisca un equilibrio nell’economia della storia del mondo: «Io sono convinto – dice mettendosi in gioco in prima persona – che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell’immortalità dell’amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l’uomo sia fatto per l’eternità; ma solo in collegamento con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita» (par. 43). La prospettiva del giudizio finale – il Papa insiste anche su questo – non comporta rassegnazione contro le ingiustizie del presente, anzi «chiama in causa la responsabilità» di ciascuno (par. 44): ci spinge a un’etica non piattamente eudemonistica, ma a «preferire, anche nelle piccole alternative della quotidianità, il bene alla comodità – sapendo che proprio così viviamo veramente la vita». Tale etica “ascetica” (così l’avrebbe chiamata Georges Sorel) ci è talvolta indicata anche da molti “buonismi” contemporanei: «ma nelle prove veramente gravi, nelle quali devo far mia la decisione definitiva di anteporre la verità al benessere, alla carriera, al possesso», insomma quando ne va della vita, «la certezza della vera, grande speranza, di cui abbiamo parlato, diventa necessaria» (par. 39).
La speranza cristiana – nell’enciclica di Benedetto XVI – torna così ad assumere una dimensione anche sovraindividuale, cosmico-storica si potrebbe dire: essa si presenta come l’unica capace di dare un senso alla storia universale.

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