2 ottobre 2007

Don Guido Marini e la stima del Papa per la curia genovese


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In Vaticano il clan dei genovesi

GIACOMO GALEAZZI

CITTA’DEL VATICANO
La Santa Sede parla sempre più genovese. Ieri Benedetto XVI ha scelto come Maestro delle Celebrazioni Liturgiche, don Guido Marini, dell’arcidiocesi di Genova. D’ora in poi sarà lui ad affiancare il Pontefice nelle funzioni religiose e a realizzare sull’altare la «correzione di rotta» di Joseph Ratzinger: il Papa è intenzionato a ripristinare una liturgia più legata alla tradizione rispetto a quella abbastanza creativa e innovatrice di Giovanni Paolo II e soprattutto i suoi viaggi internazionali.
Ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri, don Marini è l’ultimo degli allievi dello storico arcivescovo ad essere nominato in un posto-chiave d’Oltretevere negli ultimi mesi. Altri discepoli di Siri come l’arcivescovo Angelo Bagnasco (presidente Cei), il vescovo Mauro Piacenza (segretario della congregazione per il Clero) e l’arcivescovo Domenico Calcagno (segretario dell’Apsa, il dicastero che amministra il patrimonio della Santa Sede) sono stati chiamati da poco ad assumere le massime responsabilità nella Curia.
Inoltre si è appena trasferito a Roma (passando da Genova alla Conferenza episcopale), don Nicolò Anselmi, nuovo responsabile del servizio nazionale per la pastorale giovanile, finora direttore dell’ufficio diocesano di Genova e incaricato regionale della Liguria per la pastorale giovanile. Un «exploit» senza precedenti per la diocesi del segretario di Stato, Tarcisio Bertone, arcivescovo di Genova fino allo scorso anno. Di Bertone, don Marini è stato anche segretario particolare e responsabile diocesano delle celebrazioni liturgiche, curando la redazione dei libretti liturgici e costituendo il «Collegium Laurentianum», associazione di volontari per il servizio d’ordine e d’accoglienza della Cattedrale.
E la Lanterna splende anche nell’episcopato: per gli imminenti avvicendamenti nelle sedi di Savona e La Spezia la «scuola Siri» è in prima fila. E da lì sono già usciti i presuli di Chiavari (Alberto Tanasini), Tortona (Martino Canessa) e Imperia-Albenga (Mario Oliveri). «Con Benedetto XVI, Genova è diventata la diocesi più importante d’Italia - osserva don Gianni Baget Bozzo, anch’egli pupillo del cardinale Siri - Il cardinale Bertone puntella la Santa Sede coi suoi “pretoriani” e Genova è il vivaio dei principali incarichi curiali. Prima il clero genovese era penalizzato nella carriera perché “siriano”, ora con Bertone e Ratzinger gli stessi ecclesiastici vengono valorizzati proprio perché forgiati da Siri».
Dai sessantenni Bagnasco e Calcagno ai quarantenni Marini e Anselmi, il profilo rimane lo stesso. «Assoluta ortodossia cattolica, fedeltà alla Chiesa tradizionale, fedeltà alle istituzioni ecclesiastiche, omogeneità e obbedienza alla Santa Sede - spiega Baget Bozzo - Hanno i riferimenti non nel mondo culturale e civile, ma tutti interni alla Chiesa. Siri li ha formati come sacerdoti obbedienti al vescovo e adesso questa scuola apprezzata da Joseph Ratzinger è il massimo punto di riferimento per le nomine più importanti».
Quell’impostazione tradizionale che prima, per le carriere ecclesiastiche, era il «punto di debolezza nella Curia modernizzatrice di Wojtyla», è diventata un «formidabile trampolino di lancio nel Vaticano “tradizionale” di Benedetto XVI».

© Copyright La Stampa, 2 ottobre 2007

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ELZEVIRO «In difesa della fede» di Miccoli

LE METAMORFOSI DELLA CHIESA

Quante definizioni di fede si trovano nel pensiero moderno? Il computo è difficile, forse impossibile. Ma è certo che essa fu il grimaldello utilizzato da Kierkegaard per scardinare il sistema di Hegel, mentre a Gabriel Marcel suggerì l'idea di una indefinita apertura verso l'assoluto. Ed è la medesima presenza che farà capire a Karl Jaspers quanto sia vana la pretesa di offrire sistemi al mondo, perché «fede è ciò che riempie e muove l'uomo nel fondo». E quante istituzioni hanno cercato di gestire la fede? La Chiesa Cattolica è quella che più di ogni altra si è interrogata su di essa, prima e dopo il crollo delle ideologie. Le domande si sono moltiplicate tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Se si volesse riassumere con una frase l'eredità di papa Wojtyla, dovremmo ammettere che egli ha riaffermato come pochi altri pontefici il primato di Pietro ottenendo consensi, come nessuno ha chiesto pubblicamente perdono e cercato la presenza dei santi. Ma è altresì doveroso aggiungere che egli ha reso profondo il solco che separava Roma dalle altre Chiese cristiane. Papa Ratzinger, dal canto suo, sta seguendo il tracciato del predecessore nella veste di custode dell'integrità della fede, cercando di colmare con nuova terra i ricordati solchi. Anche se il suo mandato è agli inizi, tutti ne hanno avvertito il magistero: salvaguardare l'identità cristiana minacciata dal relativismo, combattere i nuovi fanatismi religiosi (ne è stato anche vittima), vigilare le frontiere che la scienza mette ogni giorno in discussione.
È proprio su queste due figure e sul loro operato, muovendosi con scelte argomentazioni, che Giovanni Miccoli, professore emerito dell'Università di Trieste, ha scritto il suo In difesa della fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (Rizzoli, pp. 414, e 21). Non si è posto un compito facile. La Chiesa del nostro tempo è forte, ha grandi risorse economiche, ma conosce difficoltà che vanno dall'indifferenza all'insofferenza. Wojtyla ha affrontato di petto le grandi sfide della modernità, esponendosi con una presenza straordinaria (per qualcuno eccessiva), tanto da trasformarsi non nel primo comunicatore della fede ma nel solo dotato di una certa visibilità. Un amico vescovo, che faceva notare allo scrivente questo aspetto, sussurrò: «Noi siamo spariti. Forse è meglio così, ma la fede ha bisogno di tutti».
Lasceremo in un canto gli aspetti del consenso, dei rapporti con la politica, diremo soltanto che il saggio di Miccoli affronta questa problematica in nome di quella fede che il mondo cristiano cerca ancora, ogni giorno. Egli parte dall'eredità tormentata del Concilio Vaticano II, che presenta ancora letture opposte se non divergenti, e prosegue con la teologia della liberazione, con i pentimenti dinanzi alla storia, con le nuove guerre che sono uguali a quelle antiche ma vengono scatenate con ragionamenti diversi.
Di più: Miccoli dedica un capitolo al commissariamento della Compagnia di Gesù, una decisione di Giovanni Paolo II «senza precedenti», un atto che farà scrivere a un gruppo di gesuiti, tra i quali il teologo Karl Rahner, personalità di alto profilo intellettuale, una lettera allo stesso pontefice che riflette i numerosi problemi che tormentano la fede e tutto il mondo cristiano. Nella missiva, tra l'altro, si legge: «Anche dopo aver pregato e meditato, non ci è stato facile riconoscere il "dito di Dio" in questa misura amministrativa, perché la nostra fede e l'esperienza della storia ci insegnano che anche l'autorità più alta della Chiesa non è esente da errori». Miccoli mette infine in luce il passaggio avvenuto sul trono di Pietro, dove il custode della fede è diventato il successore di Cristo.
Libro ricco di intuizioni, ben documentato. Conservare e difendere la fede, del resto, è il vero problema di ogni papa.

© Copyright Corriere della sera, 2 ottobre 2007


'IN DIFESA DELLA FEDE' DI GIOVANNI MICCOLI

Giovanni Miccoli, uno dei piu' accreditati storici del cristianesimo, preferisce definirlo un saggio aperto, lavoro approfondito di un osservatore esterno, relativamente arbitrario e per niente esaustivo della storia del pontificato di Giovanni Paolo II e meno che mai dei primi due anni di Benedetto XVI. Ma, al di la' di queste enunciazioni prudenti, le pagine di questo illustre studioso che ha dedicato molti anni del suo lavoro alla figura di Pio XII, analizzano senza incertezze quel 'Pontificato di contraddizioni' che fu, ad una lettura profonda e meno suggestionata dall'immensa popolarita' del personaggio, l'opera di Giovani Paolo II.

Quel pontificato, a due velocita' o a due facce, per tanti versi e' un'enigma affascinante e ancora non risolto. Papa Wojtyla e' stato pienamente consapevole dei pericoli incombenti sull'umanita', ma la Chiesa - scrive Miccoli - che egli proponeva per affrontare tali prove, resta nella sostanza una Chiesa del passato. Alla liberta' evangelica della Chiesa-popolo di Dio e' stata duramente contrapposta ancora una volta la Chiesa-Gerarchia.

Il confronto con la modernita' nel suo pontificato e' stato tutt'altro che risolto. Il cardinale Ratzinger e' stato uno tra i piu' fedeli collaboratori di papa Giovanni Paolo II, e per questo la sua rapida elezione nel conclave del 2005 e' stata considerata un segno di continuita'. Di quella visione del pontificato di Giovanni Paolo II e di quelle linee guida Ratzinger e' stato largamente partecipe, comprimario, se non addirittura protagonista dei pronunciamenti dottrinali. Benedetto XVI si muove dunque nel solco tracciato dal suo predecessore.

© Copyright Ansa

1 ottobre 2007

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RUSSIA: ALESSIO II, POTREI INCONTRARE PAPA TRA 1-2 ANNI

Il patriarca di Mosca, Alessio II, non esclude di incontrare il Papa entro uno o due anni. L'apertura e' stata fatta in un'intervista concessa a "Le Figaro" alla vigilia della visita che il piu' alto esponente della Chiesa ortodossa russa compira' da domani in Francia (un giorno al Consiglio d'Europa di Strasburgo e due giorni a Parigi), la prima in un Paese cattolico dallo scisma del 1054.
"Non sara' fra un mese - ha dichiarato al giornale francese il Patriarca - ma magari fra un anno o due". "Io e Benedetto XVI - ha osservato - siamo uniti in merito a molte tematiche fondamentali tra cui la concezione di una liberta' che non sia il fare quello che ci pare, la lotta al riconoscimento delle unioni omosessuali, la contrarieta' alla diffusione dell'aborto e dell'eutanasia e la non negoziabilita' dei valori morali su cui si fonda l'Europa. Entrambi vogliamo, insomma, difendere i valori cristiani contro un materialismo aggressivo". Alessio II ha pero' avvertito che l'incontro "dovra' essere preparato accuratamente per rimuovere tutti gli ostacoli presenti".
Finora il patriarca ha respinto gli inviti di Benedetto XVI e del predecessore Giovanni Paolo II perche' lamenta il proselitismo che la Chiesa cattolica avrebbe tentato di fare nelle repubbliche ex sovietiche, tradizionalmente a maggioranza ortodossa. A marzo nel corso di un'udienza in Vaticano con Papa Ratzinger il presidente russo Vladimir Putin si era impegnato a favorire un riavvicinamento tra le due chiese. Il Patriarca di Mosca ha parlato anche dei rapporti con l'Islam, minimizzando la minaccia di uno scontro fra civilta': "Noi russi - ha spiegato - siamo abituati da secoli alla convivenza fra cristiani e musulmani. Quando emergevano conflitti, sotto forma di diatribe religiose, erano sempre causati da ragioni esterne al nostro Paese. In Europa occidentale, invece, questo incontro di religioni e' piu' recente. Le moschee, i centri di cultura islamica, le scuole coraniche non sono solo edifici religiosi ma anche delle enclaves che non si integreranno mai se non ci sara' anche uno sforzo delle comunita' locali". Il patriarca si e' detto "molto contento" del programmato incontro con il presidente francese Nicolas Sarkozy. "Gli faro' le congratulazioni per esser stato eletto all'Eliseo e gli esprimero' la nostra volonta' di preservare i valori cristiani in Europa", ha spiegato.

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Il Papa si prepara per la messa in latino: «liturgie più rigorose»

Il «motu proprio» di Benedetto XVI e la lettera di accompagnamento definiscono invece una ricchezza per tutta la Chiesa l’antico messale di San Pio V

Salvatore Izzo

CITTA' DEL VATICANO - Nella recente visita in Austria, il Papa ha celebrato con il nuovo messale una liturgia davvero solenne nella Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, dimostrando che il vero problema, anche in campo liturgico, sono le «forzature» nella interpretazione del Concilio e non tanto la sua attuazione. La scelta di un nuovo cerimoniere, don Guido Marini, che viene dalla «scuola» del card. Giuseppe Siri, l’indimenticabile arcivescovo di Genova e che fu anche il primo presidente della Cei, testimonia la volontà di Benedetto XVI di dare per primo un esempio di maggiore rigore liturgico all’intera Chiesa Cattolica.
D’altra parte, l'esigenza di una maggiore solennità e disciplina a livello liturgico (e non soltanto) è sentita da decenni tra i cattolici, anche se i media hanno sempre dato più ascolto alla «scuola progressista» che interpretava il Concilio Vaticano II come un nuovo inizio, una rottura completa, cioè, con la Tradizione.

«Le messe rock piacciono soprattutto a quelli che in chiesa poi non ci vanno», aveva sintetizzato l’allora card. Ratzinger all’epoca del famoso libro intervista con Vittorio Messori «Rapporto sulla fede».

Una posizione che ricorda da vicino proprio quella di Siri, che giusto venti anni fa aveva scritto: «non sono popolo ristretti ambienti legati dal comune odio verso chi difende la Verità e la tradizione cattolica, come se questa non fosse altra cosa dalle altre tradizioni, e non fosse di origine divina». Per Siri, al quale don Marini si ispira, la regola liturgica non ammetteva eccezioni, tanto che per lui era obbligatorio indossare tutti i paramenti prescritti, compresa la talare sotto il camice, la stola e la pianete, perché anche questo segno è necessario «all’azione sacra, ne estende la forza, la dignità e la santità all’intera vita del sacerdote, caratterizzata dalla perenne preparazione e continuazione dei sacri misteri che celebra».

L'avvicendamento nell’Ufficio delle Celebrazioni era atteso da tempo, per una evidente difformità di linea tra Papa Ratzinger e mons. Piero Marini (al quale erano anche state proposte sedi vescovili in Italia). Appena qualche mese prima della pubblicazione del motu proprio sulla messa in latino, l’arcivescovo ritenne ad esempio di prendere una posizione non proprio favorevole in merito: «dobbiamo prima di tutto capire – disse in un’intervista – che la liturgia è segno di unità, e che come diceva papa Paolo VI: La Chiesa non è quella del passato o del futuro, ma quella del presente, per cui dobbiamo accettare la Chiesa vivente oggi. Qua non è questione di liberalizzare il messale o altro, è solo questione di accettare la Chiesa di oggi, punto e basta».
Già segretario di mons. Annibale Bugnini, il vescovo che pose mano, durante il Concilio Vaticano II, alla riforma del Messale Romano, era del resto comprensibile l’attaccamento del cerimoniere di Papa Wojtyla alla nuova liturgia, che anche per Papa Ratzinger resta la forma ordinaria per le celebrazioni liturgiche. Ma mons. Marini era andato un po' oltre, quando nella stessa intervista aveva spiegato di aspettarsi che «i lefebvriani accettino totalmente il Concilio Vaticano II e i suoi insegnamenti altrimenti – erano state le sue parole – non c'è niente da fare: sono ormai quarant'anni che usiamo la nuova liturgia: fedeli di ogni età si sono adattati, dagli anziani fino ai giovani, e sono la maggioranza. Loro no. Perché? Che differenza c'è tra i due riti?».

Il motu proprio di Benedetto XVI e la lettera di accompagnamento definiscono invece una ricchezza per tutta la Chiesa l’antica liturgia di San Pio V ed è probabile che dopo averne permesso l’uso a tutti i sacerdoti in privato e per le celebrazioni pubbliche se ce ne è una qualificata richiesta, con l’arrivo da Genova del nuovo cerimoniere il Pontefice celebri presto una messa in San Pietro con il messale latino del 1962.

© Copyright La Gazzetta del Mezzogiorno web

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Ratzinger chiede tolleranza zero

Chiesa e scandali, Papa Ratzinger toglie il velo e chiede tolleranza zero

Ignazio Ingrao

La questione morale è la nuova emergenza della Chiesa italiana.
A tre mesi dal successo del Family day la Chiesa finisce sul banco degli imputati. Sotto accusa parroci, religiosi e persino due vescovi. La Chiesa “non ha paura della verità” e “i vescovi hanno tutti gli elementi per dimostrare l’infondatezza delle accuse” contrattacca il segretario della Cei, Giuseppe Betori.

Ma Papa Ratzinger chiede il massimo rigore e non fa sconti.
Il primo decreto emesso dalla Congregazione per la dottrina della fede, il 27 maggio 2005 (un mese dopo l’elezione di Benedetto XVI), è stata la condanna di padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del cuore immacolato di Maria, per abusi sessuali, abusi nella confessione e nella direzione spirituale. La causa era ferma da anni di fronte all’ex Sant’Uffizio.
Il Papa ha voluto inviare un messaggio chiaro ai vertici della Chiesa italiana: tolleranza zero, non c’è più spazio per coperture e reticenze.
Da quel momento si è voltato pagina, come testimoniano le drammatiche cronache dei mesi successivi: da padre Fedele Bisceglie di Cosenza a don Lelio Cantini di Firenze.
Abusi sessuali e malversazioni finanziarie sono i principali reati contestati a sacerdoti. In realtà si tratta di una piccolissima percentuale sul totale degli oltre 50 mila preti italiani. Ma sono casi che riempiono le cronache giudiziarie con un’inedita frequenza.
Il 7 marzo 2007 cambia la guida della Chiesa italiana. Angelo Bagnasco prende il posto del cardinale Camillo Ruini. E poche settimane dopo le cronache giudiziarie danno ampio risalto alle inchieste che chiamano in causa due fedelissimi di Ruini: l’arcivescovo di Siena, Antonio Buoncristiani, e il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago. Il primo era stato inviato a suo tempo dal cardinale a commissariare Famiglia cristiana, ritenuta poco organica con la Cei. Il secondo è il braccio destro dell’ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli.
Enfant prodige della Chiesa italiana, Maniago è stato ordinato vescovo a soli 44 anni, su indicazione del cardinale Ruini. Ora è finito sotto accusa per festini a luci rosse e malversazioni nella gestione dei beni della diocesi. Gli innocentisti gridano al complotto. I colpevolisti annunciano una “mani pulite” della Chiesa italiana. Le indagini della magistratura sono ancora in corso e le accuse restano tutte da provare.
La Chiesa italiana è divisa: c’è chi agita lo spettro degli scandali di pedofilia come negli Stati Uniti e c’è chi accusa la stampa di aver ordito una campagna denigratoria.
Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo, una delle congregazioni religiose più attive e ricche di vocazioni tra quelle sorte negli ultimi trent’anni, invita a considerare entrambi gli aspetti: “Al primo posto dobbiamo mettere l’urgente necessità di una riforma della Chiesa. Al secondo posto c’è l’indubbio attacco sferrato alla Chiesa da parte di quei poteri che puntano a ridurla a una forza solo spirituale, priva di incidenza nella storia”.
Camisasca cita la denuncia fatta da Ratzinger poche settimane prima di essere eletto Papa: “Nelle meditazioni per la via Crucis del Venerdì santo 2005 il futuro Benedetto XVI ha lamentato la sporcizia che vi è nella Chiesa. La veste e il volto così sporchi della Chiesa ci sgomentano, ha scritto Ratzinger. Parole molto forti che danno idea di quanto sia chiara nella mente del Papa l’urgenza di una riforma della Chiesa. Benedetto XVI ha voluto dare un altro segnale molto forte in questa direzione: presto sarà beatificato Antonio Rosmini che denunciò le cinque piaghe della Chiesa e venne messo all’indice”.
La riforma della Chiesa per Camisasca deve partire dall’alto: “Si sente l’urgenza di porre mano a una riforma delle procedure con le quali vengono designati i vescovi. La Chiesa ha urgente bisogno di pastori: vescovi che siano capaci di prendersi cura dei propri sacerdoti, che li aiutino a discernere la propria vocazione e che seguano attentamente i seminari dove vengono formati i futuri preti”.
Una nuova tensione morale, insomma, “che coinvolga tutta la comunità cristiana senza occultare o minimizzare le mancanze e le difficoltà che oggi si presentano. Una Chiesa reticente sui propri peccati offre maggiori argomenti ai propri accusatori”.
D’altro canto il sacerdote invita a non sottovalutare “l’evidente attacco mediatico sferrato contro la Chiesa in generale e quella italiana in particolare”.
La principale ragione sta, a suo avviso, nelle posizioni assunte da Papa Benedetto XVI. Anche in questo senso si può fare un paragone con quanto accaduto negli Stati Uniti: la Chiesa americana è stata duramente attaccata sulla pedofilia per impedirle di alzare la voce contro il conflitto in Iraq voluto dall’amministrazione Bush.

“Oggi le parole di Ratzinger, che ripropone la forza dell’avvenimento cristiano contro la dittatura del relativismo, danno molto fastidio. Così come il continuo richiamo del Papa ai valori non negoziabili: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà di educazione. Giovanni Paolo II proponeva con forza il medesimo messaggio ma la stampa e l’opinione pubblica sembravano concentrarsi più sul suo carisma mediatico che sulle sue parole esigenti. Con Ratzinger, invece, la reazione della cultura laica e dei mass media non si è fatta attendere”.

Analoga convinzione esprime lo storico Giovanni Miccoli, autore di un recente saggio che mette a confronto il pontificato degli ultimi due papi (In difesa della fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Rizzoli): “Il messaggio di Benedetto XVI si caratterizza per una decisa contrapposizione ad alcuni aspetti essenziali della civiltà odierna. In primo luogo la tradizione illuministica. A essa Ratzinger riconosce il merito di alcune acquisizioni importanti come il rispetto dei diritti dell’uomo. Ma gravissimo torto dell’illuminismo per Ratzinger è quello di aver misconosciuto le radici cristiane, escludendo Dio dalla coscienza pubblica e imponendo il relativismo etico”.
Secondo Benedetto XVI, spiega Miccoli, “l’uomo contemporaneo è minacciato da una cultura che fa della libertà la misura di tutto, aprendo la strada a conflitti devastanti, come nel caso dell’aborto o dell’eutanasia”.
A questo, osserva lo storico, si aggiunge “un’enfatizzazione del ruolo del magistero che richiede obbedienza da parte dei fedeli senza possibilità di essere messo in discussione”, come su temi quali il celibato ecclesiastico e l’omosessualità. La Chiesa di Ratzinger insomma non accetta compromessi con il mondo contemporaneo. E non fa sconti a chi non rispetta le regole.

© Copyright Panorama n. 40/2007

Alcuni aspetti di questo articolo sono molto discutibili (tutti, anche i vescovi, sono innocenti fino a condanna definitiva), tuttavia e' apprezzabile che finalmente Ingrao si sia accorto della "linea dura" del Papa contro la corruzione nella Chiesa.
Peccato che arrivi tardi...il blog ne ha gia' discusso (e portato prove e fatti) mesi fa
.
Raffaella

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CONSIGLIO DI LETTURA: IL SITO DI FRANCESCO

UN GATTO RACCONTA IN UN LIBRO LA STORIA DI JOSEPH RATZINGER
Prefazione di don Georg, si intitola 'Joseph e Chico'

Roma, 1 ott. (Apcom) - "Quante cose vengono scritte e dette tutti i giorni sul Papa! Ma qui voi, cari ragazzi, trovate una biografia diversa dalle altre perché a raccontarla è un gatto, e non capita tutti i giorni che un gatto consideri il Santo Padre suo amico e si metta a scrivere la sua storia": è questa la prefazione di don Georg Gaenswein, segretario particolare del Papa, in un libro molto particolare: "Joseph e Chico. Un gatto racconta la vita di papa Benedetto XVI" (di Jeanne Perego con illustrazioni di Donata Dal Molin Casagrande - Edizioni Messaggero Padova).

"La storia del mio amico inizia il 16 aprile 1927 in una notte freddissima - racconta Chico -. Alle 4.15 di quel mattino nella casa al numero 11 della piazza principale di Marktl sull'Inn, qui in Baviera, nacque Joseph Aloisius Ratzinger". Chico racconta l'infanzia del piccolo Joseph, i primi studi, gli anni del seminario, la guerra e la prigionia, la laurea all'università e l'ordinazione sacerdotale a Frisinga, il 26 giugno 1951, cui seguirono gli anni dell'insegnamento e il trasferimento nella casa di Pentling.

"Ecco perché ci siamo conosciuti - racconta il gatto Chico - sai come ho fatto a capire che lui è un grande amico di noi gatti? Perché nel suo giardino ha fatto mettere una scultura che rappresenta un gatto. Se ci fosse stata una statua di un cane mi sarei guardato bene dal mettere una zampa in quel giardino! Ora Joseph Ratzinger non è più solo il mio amico, ma anche il grande amico e la guida di tutti i cattolici!".

Con un linguaggio colorito e divertente l'autrice Jeanne Perego fa raccontare a questo simpatico micio la vita del giovane Joseph fino alla sua elezione a Pontefice il 19 aprile 2005. Quando il 19 aprile 2005 Joseph Ratzinger è diventato Papa - spiega l'autrice - ero a Frisinga, uno dei luoghi in cui egli ha studiato e insegnato e dove è stato ordinato sacerdote. Lì mi è venuta l'idea di scrivere una guida ai luoghi di origine di Joseph Ratzinger e da quel lavoro è nata l'idea di questo libro: una biografia di Ratzinger per i ragazzi. Si trattava allora di trovare una chiave narrativa adatta ai miei futuri lettori e mi è venuto in mente il gatto, Chico, che la stampa di tutto il mondo aveva etichettato come 'il gatto del Papa'. Sono andata a conoscerlo in un appuntamento con i suoi simpatici e gentilissimi padroni, quelli veri, che mi hanno raccontato la relazione tra il Papa e quel gattone rossiccio.

Nota Sir: i giochini mediatici sono inutili perchè la Chiesa non si può fare “intimidire”


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CHIESA IN ITALIA: ATTACCHI MEDIATICI, “UN GIOCO INUTILE” E “RESPINTI AL MITTENTE”

Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana.

Il Papa invita ad “allargare gli orizzonti”, ma forse è più semplice rimpicciolirli. Alcuni scomposti attacchi contro la Chiesa sui giornali o in tv, rinnovati in questi giorni, fanno pensare proprio a questo, ad un riflesso di chiusura, ad un pervicace rifiuto, a vecchi quadri (i soldi, il sesso) in fin dei conti ideologici. Ci sia un “disegno”, come qualcuno ritiene o sia semplicemente un ciclo anti-cattolico che si ripropone appunto periodicamente, quasi come stracco riflesso condizionato di un certo modo di fare comunicazione o di costruire l’agenda della pubblica discussione, su questi episodi bisogna riflettere.
Nel merito – in particolare alla paginata di “Repubblica” sulle presunte ricchezze e i privilegi della Chiesa in Italia – hanno autorevolmente risposto le cifre e le leggi. Basta questo per considerare la questione chiusa.
Ma sul metodo non si può non pensare che qualcuno pensi di “intimidire”, di lanciare, per articolo giornalistico interposto, messaggi più radicali. Quasi che, tentando di mettere nell’angolo l’interlocutore, si voglia evitare il confronto. E non si tratta di un confronto di poco conto: si tratta della questione del nostro presente e del nostro futuro, del senso non solo della vita individuale, del destino di ciascuno di noi, ma del nostro orizzonte di sviluppo sociale e civile. È il tema dei “valori non negoziabili”, di quello che compagina la nostra società, il nostro ethos collettivo, come si dice con una espressione un po’ tecnica, ma chiara.
Ebbene il Papa - tanto Benedetto XVI, quanto il suo grande predecessore - non ha nessuna remora a dire le cose come stanno, ad indicare con pazienza e con pervicacia, una bussola, che ha in fin dei conti il nome stesso di Dio: “Deus caritas est”. Una presenza di amore nella vita individuale e collettiva, che diventa inevitabilmente anche analisi, giudizio e dunque proposta, che implica dei “sì” e dei “no”.
Questo può dare fastidio e può spiegare gli attacchi che periodicamente si ripropongono nei media. Ma è un gioco alla fine inutile. È evidente che la Chiesa non si può fare “intimidire”: proprio perché, quando parla, non parla per un proprio vantaggio, né per un tornaconto in termini di potere o di denaro, ma semplicemente per coerenza con la propria missione.

Il rischio di un certo vecchio laicismo allora è quello dello stallo, dell’inutile conflittualità, della somma zero, di una deriva nichilista della cultura e del dibattito pubblico.
Per questo, il Papa rinnova il suo appello ad aprire, ad allargare i cuori e la razionalità, cosicché ci sia spazio per tutti gli uomini di buona volontà, per tutte le azioni positive.


Di questo, di questa responsabilità collettiva c’è oggi tanto bisogno. Questa è la strada di un cattolicesimo di popolo che si spende nella vita quotidiana e respinge al mittente, con serenità e fermezza, ogni provocazione ideologica.

© Copyright Sir

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LUPUS IN PAGINA

«Repubblica»? Dà i numeri!

di Rosso Malpelo-Gianni Gennari

«Una delle più colossali operazioni di disinformazione degli ultimi tempi, impudente, misero slogan, perversa confusione…».
Così ieri qui su "Avvenire" il prof. Carlo Cardia, apprezzato anche in campo "laico" per le sue competenze specifiche in materia, definiva l'impresa del peggior "palazzo" a firma radicale, per l'occasione offerta alla redazione di "Repubblica" (28/9) ed espressa fin dai titoli: «I conti della Chiesa. I soldi del vescovo. Ecco quanto ci costa». Trionfo del "grillo". Non ne ripeto qui la demolizione già fatta ieri a p. 7 intera, ma faccio una semplice proposta.
"Repubblica" faccia un'inchiesta a suon di cifre - dalle sue parti i matematici danno spesso i numeri - su quanto costa allo Stato un posto letto ed un malato dei suoi ospedali, un alunno ed un docente delle sue scuole, un anziano nei suoi ricoveri, un immigrato nei suoi centri di "accoglienza" - spesso vituperati da "Repubblica" - un assistito dai suoi centri di igiene mentale e di recupero, e via via altre urgenze scoperte cammin facendo, sommi il tutto moltiplicandolo per il numero di "assistiti" in complesso dalla Chiesa italiana, lo confronti con l'"8 per mille" e magari anche con i costi della "casta" politica.

Annoto che così non consideriamo il valore dei beni espropriati alla Chiesa prima e dopo la presa di Roma, quel valore che fino al 1984 dava origine alla "congrua", vista appunto come "compensazione" del passato…Se non ce la fa da sola, "Repubblica" si faccia aiutare come ha già fatto, ma per favore non dai radicali. Loro da decenni i numeri li danno sbagliati… Poi magari se ne riparla…

© Copyright Avvenire, 30 settembre 2007

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CONSIGLIO DI LETTURA: IL SITO DI FRANCESCO

DON GUIDO MARINI NUOVO CERIMONIERE, VA VIA MONS.PIERO MARINI
Cambio di guardia tra i cerimonieri in Vaticano

Città del Vaticano, 1 ott. (Apcom) - E' don Guido Marini il nuovo cerimoniere del Papa. Lo ha nominato Benedetto XVI, sostituendolo a un altro Marini, monsignor Piero Marini che per 20 anni ha servito Giovanni Paolo II. Ora a lui spetterà l'incarico di presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali.
Nuovo Maestro delle Celebrazioni Liturgiche - questa la dicitura ufficiale - è dunque don Guido Marini, del clero dell'arcidiocesi di Genova. Nato 42 anni fa nel capoluogo ligure, dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, ha frequentato il Seminario arcivescovile di Genova, dove ha ottenuto il Baccellierato in Teologia. Ordinato sacerdote il 4 febbraio 1989, ha poi conseguito a Roma il dottorato "In utroque Iure" presso la Pontifica Università Lateranense e, nel 2007, la laurea breve in Psicologia della Comunicazione presso la Pontificia Università Salesiana. Dal 1988 al 2003 è stato segretario particolare degli arcivescovi di Genova: il cardinale Giovanni Canestri (fino al 1995), il cardinale Dionigi Tettamanzi (fino al 2002) ed il cardinale Tarcisio Bertone. Dei cardinali Tettamanzi e Bertone, nonché dell'arcivescovo Bagnasco, è stato Maestro delle Celebrazioni liturgiche, avendo cura particolare nella redazione dei libretti liturgici e costituendo il "Collegium Laurentianum", associazione di volontari per il servizio d'ordine e d'accoglienza della Cattedrale. Dal 2003 al 2005 è stato direttore dell'Ufficio Diocesano per l'Educazione, la Scuola, con specifica competenza sull'Insegnamento della Religione Cattolica. Dal 1996 al 2001 è stato membro eletto del Consiglio presbiterale diocesano.
Nominato cancelliere arcivescovile nel 2005, don Marini è divenuto membro di diritto del medesimo Consiglio presbiterale e, con il compito di segretario, membro del Consiglio episcopale. Dal 1992 insegna Diritto Canonico presso la Sezione di Genova della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale e presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose, dove tiene anche il corso di Teologia dei Ministeri. Nel 2002 è stato nominato canonico della Cattedrale di San Lorenzo, della quale dal 2003 è prefetto. Dal 2004 svolge anche l'ufficio di direttore spirituale del Seminario arcivescovile di Genova. Ha pubblicato diversi volumi di spiritualità ed articoli su riviste. Ha svolto il proprio ministero soprattutto nell'ambito della predicazione, della direzione spirituale, dell'accompagnamento di gruppi giovanili e come assistente spirituale di alcune comunità religiose femminili.

DAL SITO DELLA SANTA SEDE:

NOMINA DEL MAESTRO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE PONTIFICIE

Il Santo Padre ha nominato Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie il Rev.do Don Guido Marini, del clero dell’Arcidiocesi di Genova.

Rev.do Guido Marini

Il Rev.do Don Guido Marini è nato a Genova il 31 gennaio 1965. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, ha frequentato il Seminario Arcivescovile di Genova, dove ha ottenuto il Baccellierato in Teologia.

Ordinato sacerdote il 4 febbraio 1989, ha poi conseguito a Roma il Dottorato "In utroque Iure" presso la Pontificia Università Lateranense e, nel 2007, la laurea breve in Psicologia della Comunicazione presso la Pontificia Università Salesiana.

Dal 1988 al 2003 è stato Segretario particolare degli Arcivescovi di Genova: il Cardinale Giovanni Canestri (fino al 1995), il Cardinale Dionigi Tettamanzi (fino al 2002) ed il Cardinale Tarcisio Bertone.

Dei Cardinali Tettamanzi e Bertone, nonché dell'Arcivescovo Mons. Bagnasco, è stato Maestro delle Celebrazioni liturgiche, avendo cura particolare nella redazione dei libretti liturgici e costituendo il "Collegium Laurentianum", associazione di volontari per il servizio d'ordine e d'accoglienza della Cattedrale.

Dal 2003 al 2005 è stato Direttore dell'Ufficio Diocesano per l'Educazione, la Scuola, con specifica competenza sull'Insegnamento della Religione Cattolica.

Dal 1996 al 2001 è stato Membro eletto del Consiglio Presbiterale Diocesano. Nominato Cancelliere Arcivescovile nel 2005, è divenuto Membro di diritto del medesimo Consiglio Presbiterale e, con il compito di Segretario, Membro del Consiglio Episcopale.

Dal 1992 insegna Diritto Canonico presso la Sezione di Genova della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale e presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose, dove tiene anche il corso di Teologia dei Ministeri.

Nel 2002 è stato nominato Canonico della Cattedrale di San Lorenzo, della quale dal 2003 è Prefetto. Dal 2004 svolge anche l'ufficio di Direttore Spirituale del Seminario Arcivescovile di Genova.

Ha pubblicato diversi volumi di spiritualità ed articoli su riviste.

Ha svolto il proprio ministero soprattutto nell'ambito della predicazione, della direzione spirituale, dell'accompagnamento di gruppi giovanili e come assistente spirituale di alcune comunità religiose femminili.


NOMINA DEL PRESIDENTE DEL PONTIFICIO COMITATO PER I CONGRESSI EUCARISTICI INTERNAZIONALI

Il Papa ha nominato Presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali S.E. Mons. Piero Marini, Arcivescovo tit. di Martirano, finora Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie

A "Gesu' di Nazaret" il Gran Premio Capri San Michele 2007

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Ranjith successore di Arinze al Culto divino

di Andrea Bevilacqua

È il prossimo 1º novembre che il cardinale nigeriano Francis Arinze, prefetto della congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, compie 75 anni. Raggiunta l'età pensionabile, oltre le mura vaticane si è aperto il toto successore. Ratzinger pare sia intenzionato a inserire al suo posto l'attuale segretario del Culto Divino, ovvero il cingalese Malcolm Ranjith, che dopo la nomina di William Levada a capo dell'ex Sant'Uffizio fu il secondo colpo assestato alla curia da parte del pontefice.
Ranjith, infatti, spedito nel 2003 dal cardinale Sepe (dal 2001 il presule cingalese era segretario aggiunto di Propaganda Fide) in Indonesia e Timor Orientale quale nunzio apostolico, venne prontamente richiamato da Ratzinger nell'autunno del 2005 a Roma per sostituire Domenico Sorrentino alla segreteria del Culto. Sorrentino, più vicino alla scuola dei cosiddetti bugninisti, non era ritenuto adatto dal pontefice per interpretare al meglio quella sorta di controriforma liturgica che egli già dal 22 dicembre del 2005 (discorso alla curia romana) aveva fatto capire di voler inaugurare e per questo motivo venne fatto vescovo di Assisi. «Occorre - disse il papa il 22 dicembre 2005 - una corretta interpretazione del Vaticano II», un concilio che non segnò una rottura col passato quanto un «rinnovamento nella continuità».

Da qui ecco l'«avversione» del pontefice alla scuola il cui capostipite fu Annibale Bugnini (regista delle riforma post conciliare) spedito da Paolo VI in Iran proprio per le sue visioni ultramoderniste in campo liturgico. E da qui, ancora, ecco la sostituzione di Sorrentino e l'arrivo di Ranjith al quale il papa affidò anche la preparazione del motu proprio Summorum Pontificum dedicato alla liberalizzazione dell'antico rito di san Pio V così come papa Giovanni lo rivide nel 1962. Un motu proprio che segna la volontà del pontefice di riparare ai numerosi abusi che la Chiesa ha dovuto subire in campo liturgico negli anni del post Concilio.

Malcolm Ranjith, dunque, dovrebbe essere il candidato naturale alla successione del cardinale Arinze, anche se i giochi sono ancora aperti in quanto c'è, tra coloro che oltre il Tevere hanno maggiormente avversato il motu proprio, chi vuole fare di tutto per non farlo salire così in alto. Nei prossimi giorni, la «riparazione» di Ratzinger dedicata al comparto liturgico vedrà l'assestamento di un nuovo colpo con l'arrivo di monsignor Guido Marini - fino a oggi cancelliere della curia e maestro di cerimonie dell'arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, alla guida dell'ufficio delle cerimonie papali al posto di un altro Marini, monsignor Piero.

Guido Marini (figura minuta e scarna nell'aspetto) è uno scrupoloso esperto di liturgia che il papa ha voluto a Roma dalla città, Genova, che per anni è stata sede arcivescovile del grande e indimenticato cardinale Giuseppe Siri il quale, definito dai più un «conservatore», altro non fu che un fedele custode della tradizione della Chiesa e, insieme, un forte avversario di ogni inquinamento mondano nella Chiesa, soprattutto in campo liturgico. Guido Marini è dunque un monsignore esperto di liturgia e un fedele discepolo del cardinale Siri ed è soprattutto per questo motivo che Benedetto XVI lo ha voluto al suo fianco a Roma. Di certo, con lui, spariranno nelle celebrazioni papali mitrie colorate e stole degne del migliore Arlecchino (vedi inaugurazione dell'Anno Santo del 2000) e si tornerà a quel rigore e a quella austerità degna delle celebrazioni del successore di Pietro.

Il cardinale Siri, nella sua Genova, teneva particolarmente che le celebrazioni eucaristiche fossero contornate dai canti gregoriani, da abiti e paramenti liturgici adatti, da un rigore insomma degno delle azioni che si andavano a compiere. Questa stessa attenzione sarà chiesta al nuovo cerimoniere papale. È per questo motivo che il pontefice ha deciso di chiamarlo a Roma, in uno dei posti più delicati e decisivi della curia romana. Da come il papa celebra la messa, infatti, tutta la Chiesa (e soprattutto tutti i vescovi e i sacerdoti nel mondo) possono attingere utili indicazioni. Insomma è sempre vero che lex orandi è lex credendi.

© Copyright Italia Oggi, 29 settembre 2007

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"Sono vicino alla gente, invito a trovare una soluzione pacifica"

L´ansia del Pontefice "Gravissimi eventi"

"Assicuro la mia solidale e intensa preghiera, chiedo alla Chiesa intera di fare altrettanto"

MARCO POLITI

CITTÀ DEL VATICANO - Anche il Papa lancia un appello per una soluzione pacifica in Birmania. Le sue parole all´Angelus di ieri a Castelgandolfo hanno espresso «grande trepidazione per i gravissimi eventi di questi giorni». Alla popolazione birmana il pontefice ha voluto far giungere la sua solidarietà nel momento della «dolorosa prova», che il paese sta attraversando. In Vaticano la protesta pacifica dei monaci buddisti sta suscitando grande partecipazione, anche perché per i prelati la vicenda dimostra quante energie positive può mettere in moto la religione nella sua forma più pura, non inquinata dal fondamentalismo.
E tuttavia Benedetto XVI si è frenato per qualche giorno, evitando di scendere in campo sia per non esporre a rappresaglie la piccola comunità cattolica locale, sia per non irritare la Cina dal momento che le autorità di Pechino vedono come fumo negli occhi qualsiasi intervento politico della Santa Sede nelle vicende interne di uno Stato, per di più ai confini cinesi. All´appello dell´episcopato locale, che chiedeva «vicinanza nella preghiera» si erano unite però pressioni da più parti per un autorevole parola del pontefice.
Nel fine settimana è arrivata in Vaticano anche una missiva dell´ex premier Sein Win, attualmente esule in Occidente, e del segretario del Consiglio nazionale dell´Unione Birmana, Maung Maung con la richiesta a Benedetto XVI di far sentire la sua voce di «leader spirituale del mondo cattolico». Affermando di parlare anche a nome del Nobel Aung San Suu Kyi, i due firmatari esprimevano il desiderio che il Papa parlasse proprio domenica. E´ quello che ha fatto papa Ratzinger, assicurando la sua «solidale ed intensa preghiera», esortando tutta la Chiesa a mobilitarsi spiritualmente per il bene del Paese». L´Avvenire, giornale dei vescovi, ha dedicato un´intera pagina al «grido di libertà» di Aung San Suu Kyi. Ma a Marco Pannella non è bastato: «Mentre i monaci manifestavano - ha polemizzato il leader radicale - le gerarchie cattoliche invitavano a stare a casa».

© Copyright Repubblica, 1° ottobre 2007

E' straordinario come Politi riesca sempre a concludere i suoi articoli riportando una buona parola di Marco Pannella (o di Capparo, o della Bonino o di Turco...). Non che mi interessi l'opinione di questi politici anticlericali pero' mi piacerebbe che Politi riportasse anche altre voci. Capisco che non siano in linea con il suo pensiero, pero' tutto questo essere cosi' di parte sta diventando fastidioso.
Ricordo che anche i leader buddisti hanno chiesto ai monaci di non manifestare piu' anche perche' tutti i mezzi di comunicazione (soprattutto internet) sono fuori uso e non ha proprio senso un altro bagno di sangue. Caro Pannella, e' lodevole la Sua vicinanza ai Buddisti, peccato che non sia cosi' solerte verso i Cristiani perseguitati nel mondo.
Ammiro molto il Papa che, infischiandosene dei calcoli politici, ha voluto manifestare solidarieta' al popolo birmano
.
Raffaella

Antipolitica e democrazia, un editoriale di Navarro Valls


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L´analisi

Antipolitica e democrazia

JOAQUÍN NAVARRO VALLS

Alla fine di giugno di quest´anno, a Vienna, un convegno internazionale ha messo in risalto il problema più importante su cui discutono, oggi, molti Paesi occidentali. Il titolo: Building Trust in Government. L´opinione più diffusa di politologi, sociologi e intellettuali è che proprio nella mancanza di fiducia risiede il vero motivo dell´attuale crisi di consenso di tutte le democrazie europee.
L´autorità e la fiducia, in effetti, sono fattori tra loro strettamente interdipendenti. I cittadini partecipano al processo politico, affidando la loro sovranità ad istituzioni che hanno la legittima autorità sulla base della volontà effettiva dei cittadini che rappresentano. Questo delicato rapporto è il vero fondamento della democrazia. E quando questo rapporto viene meno, allora cominciano a farsi strada crisi profonde, per molti versi simili a quella che si è espressa in Italia nelle polemiche di questi giorni. Tale ribellione popolare non è nuova e neanche è necessariamente grave, anche se offre importanti spunti di riflessione.
Si tratta, in effetti, di un atteggiamento psicologico di perplessità profondamente radicato e sempre presente negli atti e nei comportamenti dei popoli.
Spesso la politica ha saputo utilizzare questi fattori sociali per generare nuovi consensi o per screditare quelli già esistenti. I Sofisti antichi, ad esempio, ad Atene hanno utilizzato il malcontento dei cittadini contro l´aristocrazia come un valido presupposto per finanziare le proprie "scuole", oltre che naturalmente per promuovere la loro cultura. Tutto ciò è abbastanza comprensibile.
E´ chiaro, però, che quando si parla delle nostre società contemporanee il discorso diventa più complesso rispetto al passato. E questo perché effettivamente l´ordine stesso della nostra cittadinanza si fonda su forme di governo di tipo democratico che si reggono sulla solidità imprescindibile della sovranità popolare, la quale, però, resta sempre fragile e manipolabile.
Certamente, il grado di complessità della nostra vita rende estremamente difficile riuscire ad affiancare una conoscenza adeguata degli avvenimenti vissuti tutti i giorni con ciò che accade nel dibattito politico, lasciando spesso gli interessi particolari sguarniti di attenzione. Tutto ciò produce una distanza spesso incolmabile tra la classe politica e i cittadini. Questo sganciamento della vita politica dalla vita reale della gente crea un ambiente favorevole alla demagogia e al disfattismo.
E´ ovvio che ciò accada ed è importante capire i reali motivi che ispirano talvolta una tanto diffusa mancanza di fiducia tra la gente e una conseguente protesta indifferenziata.
Il problema, infatti, inizia quasi sempre da una perdita di speranza che finisce per trascinare un po´ tutto con sé, anche la politica, in un vortice generale di pessimismo.
Gli atteggiamenti antipolitici non sono, infatti, soltanto l´espressione politica più forte della mancanza di ottimismo della gente, ma anche un segnale forte della mancanza di idee e di progetti convincenti da parte della stessa politica.
La democrazia, come ha osservato recentemente Stefano Rodotà, si regge esclusivamente sul coinvolgimento continuo dei cittadini alla vita delle istituzioni. Per questo, le istituzioni stesse devono riuscire a creare ed interpretare questo ruolo attivo dei cittadini, rendendolo rappresentato e reale. Quando questa partecipazione manca, allora la democrazia è incompiuta, entra in crisi, e solo parzialmente riesce a funzionare.
D´altra parte, la fiducia reciproca tra governanti e governati si è accompagnata in ogni tempo allo sviluppo dell´idea di cittadinanza, come ha fatto notare tra gli altri lo storico inglese Walter Ullmann. Questo avviene perché la risposta fiduciosa dei cittadini è legata essenzialmente agli obiettivi veri del messaggio politico, senza i quali difficilmente è possibile che nasca un vero motivo di credibilità tra la gente.
Max Weber ha spiegato dal punto di vista sociologico questa situazione con la sua consueta efficacia, affermando che è molto diverso vivere "di" politica e vivere "per" la politica. Infatti, solo nel secondo caso la politica è mossa "dalla coscienza di dare un senso alla propria esistenza per il fatto di servire una causa".
In effetti, è molto diverso perseguire un obbiettivo o il servirsi di esso. Quello che conta qui è che il consenso può venire soltanto quando i politici danno l´impressione di essere al servizio del bene comune. Allora, sì, la loro funzione non soltanto è percepita come importante da tutti, ma è degna di fiducia e rispetto.
Questo fattore differenzia nettamente il possesso dell´autorità dall´autorevolezza del possessore. Perché il potere, necessariamente connesso alle cariche possedute, appare giustificato esclusivamente quando è uno strumento al servizio di un problema reale, utile ed impellente.
Il filosofo Carl Schmitt ha giustamente affermato che quando la politica perde le proprie finalità finisce per identificare ineluttabilmente il bene e il male con il proprio possesso o meno del potere, creando così un terreno fertile per la corruzione e per la disaffezione generalizzata.
E ciò è perfettamente comprensibile: o la politica ha una sua dignità e autorevolezza, oppure, essendo sullo stesso piano delle altre libertà individuali, è recepita come un abuso intollerabile e da eliminare ad ogni costo.
La dissacrazione qualunquista di questi giorni, che tante volte abbiamo veduto emergere assieme a molte dittature del passato, si genera a causa della perdita completa da parte della politica di almeno un progetto ideale e programmatico, trasformando se stessa in una lotta intollerabile per l´acquisizione del potere. Di cui, alla fine, il popolo reclama la soppressione. Tale eliminazione drastica segna, però, la nascita di un potere ancora maggiore unito alla fine della democrazia stessa.
Sì, perché quando il potere non ha più alcun obiettivo finale eleva se stesso a motivo ultimo di ogni azione. E anche, purtroppo, di ogni distruzione.

© Copyright Repubblica, 1° ottobre 2007