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22 gennaio 2008

Luca Cordero di Montezemolo: "Un marziano scapperebbe dall’Italia»


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«Un marziano scapperebbe dall’Italia» Solidarietà dal presidente di Confindustria

«In questi giorni se un marziano atterrasse da Marte ed avesse la sventura di leggersi le prime due pagine dei giornali italiani scapperebbe via».

Da Teramo, Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, interviene dopo le polemiche sulla mancata visita di Papa Benedetto XVI all’Università La Sapienza, esprimendo così la propria solidarietà al Pontefice e manifestando il proprio disappunto per quanto accaduto. Il suo è un giudizio severo. Poi invita a cambiare toni e atteggiamenti per evitare al Paese continue figuracce internazionali.

«Non vorrei che ci abituassimo a questa situazione che non va bene.
Quando vedo che all’Università di Roma, dove Luciano Lama fu contestato – ha aggiunto Montezemolo – Sua Santità è costretto a dire che è meglio che non venga, ed ha fatto bene perché saremmo andati sui giornali di tutto il mondo, mi dispiace come italiano». Poi fa trasparire la propria amarezza, concludendo: «È una sconfitta, una sconfitta per i laici».

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008

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VICINI A BENEDETTO

Un vigile del fuoco: «È singolare che i 67 professori si siano documentati su Wikipedia...
Manipolato il pensiero su Galileo»

L’affetto del popolo dell’Angelus

In piazza anche chi di solito non c’è: «Oggi non potevamo mancare». Tanti gli studenti

DA ROMA MIMMO MUOLO

«Ho 67 anni e non ero mai venuto in piazza San Pietro per l’Angelus. Ma oggi non si poteva mancare».
Massimo De Antoni, 67 anni, romano, è uno dei tanti che hanno raccolto l’appello del cardi­nale Camillo Ruini a stringersi in­torno al Papa, dopo la sua forzata ri­nuncia a visitare l’Università 'La Sa­pienza'. È arrivato con un buon an­ticipo sull’orario della preghiera ma­riana di mezzo­giorno, insieme con due amici, i coniugi Roberto Gobbo e Lucia Federici.

«È im­pensabile – dice – che Benedetto VI possa entrare nella Moschea Blu di Istanbul e non nell’Ateneo della sua città. Sono qui per di­re no alla prepo­tenza».

Di voci come la sua piazza San Pietro bruli­ca, in questa domenica di straordi­naria normalità. Ci sono gli 'esor­dienti' assoluti all’Angelus, ci sono quelli che vengono una volta ogni tanto e naturalmente anche i fede­lissimi dell’appuntamento festivo con il magistero e la preghiera del Pontefice. Ma oggi i tre gruppi sono uniti da una motivazione comune: «Vogliamo dimostrare la comunio­ne di spirito e di stima al Santo Pa­dre e far vedere ai cosiddetti 'tolle­ranti' qual è la vera tolleranza». Fabrizio e Verena, marito e moglie da quattro anni, riassumono così la molla principale che li ha spinti ad essere presenti.
Nel passeggino ros­so accanto a loro dorme placido En­rico Maria, cinque mesi appena compiuti. Un giorno gli diranno che era forse il più giovane dei 200mila di piazza San Pietro. «E noi siamo qui anche per lui – dice la mamma – per­ché possa crescere in un mondo in cui a nessuno sia tolto il diritto di parlare».
In effetti il popolo dell’Angelus è dav­vero composito, multietnico (perché molti sono anche i non italiani), e­stremamente rappresentativo di tutte le età, le condizioni so­ciali, i gradi di cultura. Tantissi­mi, naturalmen­te, i giovani. Gio­vanni, Annama­ria e Paola sono tre colleghi che lavorano nella Marina Militare, in u­na caserma sulla via Cassia. «Quello è successo ci ha profondamente rat­tristato. Oggi non si poteva manca­re ». E poi c’è un piccolo esercito di studenti. Da Milano, ad esempio, ar­riva Francesco Carbonchi con una quindicina di amici che studiano nelle Facoltà di Fisica e di Medicina dell’Università Statale. «Davvero non capiamo come si possa negare il di­ritto a un uomo come Benedetto X­VI di parlare in un ateneo. Dopo quello che ha detto oggi, poi, ci sem­­lettera bra ancora più incredibile. La scien­za, se davvero è scienza, non può te­mere il confronto con la fede e do­mani tornando in Università porte­remo a tutti il messaggio che abbia­mo ascoltato qui dalla voce del Pa­pa: rispetto per le idee degli altri, confronto e dialogo».
Anche Marcella Fioravanti di Tar­quinia sottolinea: «Benedetto XVI ha parlato con una serenità e una chia­rezza che davvero sono di per sé la migliore smentita di tutte le false ac­cuse che gli sono state rivolte dal pic­appositamente colo gruppo dei suoi contestatori». La giovane insegnante di italiano al­le scuole medie aggiunge: «Le sue parole, però, sono un monito anche a noi cattolici. Di fronte a queste sfi­de culturali non possiamo essere gri­gi o tiepidi. Bisogna dire la verità e dirla tutta, non vergognandosi di an­nunciare il Vangelo anche con l’in­telligenza, oltre che con il cuore».
È la stessa esigenza che avvertono due giovani dottorandi in ingegne­ria, Giovanni, 26 anni di Firenze, e Salvatore, 27 anni di Napoli, giunti dalle loro città. «Quello che mi affascina del Papa – afferma il primo – è la sua capacità di usare la ragione in tutti gli ambiti dell’esperienza umana. Sono qui, dunque, per imparare la sua meto­dologia, che ha molto da insegnare anche a molti sedicenti scienziati». «Ciò che è successo alla 'Sapienza' – aggiunge Salvatore – denota una mancanza di passione per la ricerca della verità. E quando questa pas­sione manca, si finisce per manipo­lare tutto. Infatti i 67 firmatari della hanno manipolato il pensie­ro del Papa su Galileo Galilei».
Il grave infortunio in cui sono incorsi i professori contestatari non è pas­sato inosservato. «È davvero singo­lare che chi parla tanto di scienza, poi si documenti sul pensiero del Papa usando Wikipedia», afferma Michelangelo Mariotti, romano, vi­gile del fuoco in pensione. E Maria Antonietta Pesciarelli, che è venuta con il marito Giovanni Lolli, rincara la dose: «Mi sono laureata in Fisica alla 'Sapienza'. Ma se questo è il comportamento di certi miei colle­ghi, un po’ me ne vergogno. Oggi, invece, il Papa ci ha dato una lezio­ne di stile e di vita».
C’è poi chi punta il dito verso i veri responsabili della mancata visita: «Abito a San Lorenzo, conosco be­ne i frequentatori del Centro Socia­le, sono loro che hanno fatto di tut­to perché il Papa non andasse alla 'Sapienza'», dice il signor Franco, 72 anni, che ha voluto essere pre­sente nonostante un grave handi­cap alle gambe.
Tuttavia non c’è astio nelle sue pa­role, come in quelle di tutti gli altri. «Non siamo qui contro qualcuno – sottolinea Debora, un’insegnante e­lementare giunta insieme alla mam­ma, Annamaria Torroni –. Vogliamo semplicemente testimoniare la no­stra volontà di dialogo e il nostro ri­spetto verso tutti, compresi quelli che hanno idee diverse dalle nostre. Proprio come ha detto il Papa».
«A Roma e in tutta Italia – conferma Maria Laura, un avvocato che lavo­ra in una grande azienda della capi­tale – la stragrande maggioranza di persone non approva il trattamento non ragionevole che è stato riserva­to al Pontefice e ha, invece, il vivo de­siderio di ascoltare la sua voce. Per questo siamo qui».
Le sue ultime parole vengono co­perte dal fragore degli applausi che accompagnano il Pontefice mentre saluta e rientra nel suo apparta­mento. La piazza ora è un mare di striscioni e bandiere che come vele si gonfiano al vento.

«Sapete perché questo Papa dà tanto fastidio a cer­ti cultori del laicismo più spinto? – conclude Angela Donati, medico, 70 anni, di Roma – Perché invita a ri­flettere, a pensare, a interrogarsi sul­la verità. E questo è estremamente pericoloso per chi fa dell’ateismo mi­litante il vero immutabile dogma».

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008


AREZZO

Il vescovo Bassetti in preghiera per il Papa «La Chiesa, un riferimento per la gente»

Non era in piazza San Pietro per l’Angelus del Papa. Ma è come se ci fosse stato. Il vescovo di Arezzo-Cortona­Sansepolcro, Gualtiero Bassetti, ha speso l’intera domenica ad affermare la «vicinanza al Santo Padre a cui è stato impedito di poter essere in mezzo agli studenti La Sapienza». Monsignor Bassetti ha recitato l’Angelus insieme alla comunità di Olmo: «Preghiamo con il Papa. Preghiamo per lui e per la sua missione».
Di fronte ai ragazzi, il vescovo ha aggiunto: «Fede e ragione non sono in antitesi. È questo il grande insegnamento del Santo Padre. Ma proprio questo fa paura a una frangia laicista che, priva di argomenti seri, si limita soltanto ad attacchi illogici e a episodi di intolleranza. La Chiesa italiana è vicina alla gente, è davvero un punto di riferimento fondamentale in questo periodo in cui si assiste a un vuoto della politica. Però la forte fiducia che si nutre nei confronti della Chiesa è guardata con sospetto da alcuni e una minoranza cerca di minare questa fiducia ricorrendo ad estremismi che non fanno presa e, grazie a Dio, non compromettono le radici cristiane della nostra terra».

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008


A Verona Più di mille fedeli nella cattedrale Preghiere e applausi per il Pontefice

DA VERONA LORENZO FAZZINI

Oltre un migliaio di veronesi si è «stretto» idealmente intor­no a Benedetto XVI durante l’Angelus di domenica. In riva all’A­dige una Santa Messa festiva e la di­retta- video su maxischermo della preghiera mariana da Roma sono stati gli eventi di fraternità con il Pontefice. L’iniziativa scaligera era stata lanciata pochi giorni fa dalla parrocchia della cattedrale e dal mo­vimento ecclesiale di Comunione e liberazione; all’appello hanno ri­sposto più di mille fedeli, che do­menica hanno riempito le navate del duomo cittadino per l’eucaristia delle ore 11, cui è seguita la preghiera in diretta video – nel presbiterio era stato collocato un maxischermo – con piazza San Pietro. All’indomani della forzata rinuncia di Benedetto XVI, la Curia della diocesi di San Ze­no aveva diffuso un comunicato, a firma del vicario generale monsi­gnor Giuseppe Pellegrini, in cui si chiedeva a tutte le parrocchie di te­nere un momento di riflessione e preghiera su quanto accaduto nei confronti di Benedetto XVI. Anche il vescovo monsignor Giuseppe Zen­ti, impegnato in un viaggio missio­nario in Thailandia, ha fatto perve­nire la sua vicinanza al Pontefice. Durante la celebrazione, dopo l’o­melia del parroco monsignor Anto­nio Finardi, si è tenuto un momen­to di raccoglimento comunitario: «Abbiamo voluto che ciascuno of­frisse la propria preghiera per il Pa­pa » ha spiegato il sacerdote. Gli ha fatto eco Francesco Rossignoli, re­sponsabile diocesano di Comunio­ne e liberazione: «È paradossale che un Papa, strenuo difensore della ra­gione, sia stato rifiutato da un pre­concetto ideologico di una mino­ranza di studenti». Anche l’assem­blea veronese si è sciolta in un lun­go applauso di incoraggiamento verso Benedetto XVI: una sua foto­grafia è stata anche apposta sul pre­sbiterio, quasi a rammentare una vi­cinanza spirituale con la città che lo ha accolto nell’ottobre del 2005. Pre­sente in forma privata anche il sin­daco Flavio Tosi: «Da sindaco, a no­me di tutti i veronesi, ho voluto di­mostrare vicinanza al Pontefice».

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008


Milano, la diretta riscalda piazza Duomo

DA MILANO

ANNALISA GUGLIELMINO

Il raggio di sole dritto sul­la finestra del Papa, di colpo illumina anche piazza del Duomo, avvolta da una giornata un po’ gri­gia. Stretti nei cappotti, i mi­lanesi che a migliaia atten­dono da più di un’ora ai pie­di della cattedrale, con le mani in tasca o nei guanti per scaldarsi, si sciolgono in un applauso all’unisono con quello scoppiato in piazza San Pietro.
L’Angelus del Papa a Milano. E i milanesi a chiedersi «per­ché non metterlo tutte le do­meniche, il maxischermo». Che è stato un tramite solo fisico, domenica, con Bene­detto XVI e il popolo di piaz­za San Pietro. Perché poi lo spirito era tutto lì a Roma, ut unum sint, lo dice pure il motto contenuto nelle pa- role di Benedetto XVI.
Il gelo della mattina in realtà passa subito. Già all’inizio della diretta. Le prime im­magini Rai rompono il si­lenzio della piazza poco do­po le undici, accolte dal bru­sio dei primi arrivati. Fami­glie intere, universitari, gio­vani, anziani. Da soli o in comitiva, come chi è arriva­to con gli amici di gruppi, as­sociazioni e movimenti. Una croce levata in alto all’appa­rire del Pontefice. I bambini issati sulle spalle, alcune per­sone inginocchiati sulla pie­tra del sagrato, striscioni, le bandiere con i colori e lo stemma pontificio. Così che per piazza del Duomo men­tre passano le immagini del­la folla di Roma è come rive­dersi nello schermo. Come essere lì, per quelli che non sono riusciti a partire. Ma chiedendo un po’ in giro, non c’è quasi nessuno che non abbia almeno un amico o un figlio che non sia parti­to in nottata, per rientrare la stessa domenica. Mille e più chilometri in macchina, an­data e ritorno, per quel quar­to d’ora di preghiera e festa di popolo in Vaticano.
Qualcuno racconta anche che molti si sono ritrovati tutti insieme in chiesa, e dopo la Messa sono rima­sti davanti ai televisori del­la parrocchia. In piazza, però, non manca nulla. Il «grazie» sui volantini dei giovani di Azione cattolica. La partecipazione della Co­munità di Sant’Egidio, la mobilitazione dei ragazzi di Comunione e liberazio­ne, tra i più numerosi, sia nel viaggio verso Roma, sia a Milano. E i giovani del Cammino neocatecume­nale, tantissimi in piazza del Duomo, come gli scout. Appartenenti a gruppi o no, ci sono studenti di informa­tica, fisica, giurisprudenza. Dell’università Satatale, del­la Bocconi, della Cattolica, del Politecnico. Matematici «per nulla impertinenti», si dicono. Anzi. Il primo gran­de applauso di Milano par­te proprio quando dallo schermo monsignor Rino Fisichella parla di scienza e fede, e di come «nella storia cattolici e non cattolici ab­biano collaborato insieme al progresso umano».
Nella folla ci sono anche i rappresentanti delle istitu­zioni locali e nazionali, co­me il parlamentare Mauri­zio Lupi e l’onorevole Igna­zio La Russa, tra i primi ad aggirarsi in piazza al matti­no, a dire insieme che «Mi­lano e l’Italia non sono la Sa­pienza ». Il vicesindaco Riccardo De Corato e la parlamentare Va­lentina Aprea a sottolineare la «risposta di piazza all’al­tezza della tradizione mila­nese ». Quella tutta ambro­siana che ha provveduto perfino ad accelerare di qualche minuto la fine della Messa in Duomo, per per­metterà ai fedeli di uscire sul sagrato appena in tempo per l’Angelus.
E finalmente il sorriso di Be­nedetto XVI. Silenzio totale nella piazza più grande di Milano. Rotto solo dagli ap­plausi per quelle parole pa­cate: «Ho soprasseduto mio malgrado» e «Siate sempre rispettosi delle opinioni al­trui »: gli altoparlanti non fanno in tempo a trasmette­re l’entusiasmo della piazza di Roma che in quella di Mi­lano è già tutto un battima­ni. Poi il Papa saluta, le im­magini s’interrompono e in­sieme alla diretta svanisce il raggio di sole che per un po’ ha scaldato Milano.

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008

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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Cari amici, il professor Lucio Coco e' stato cosi' gentile da inviarci una sua riflessione sul discorso che il Papa non ha potuto pronunciare alla Sapienza.
Grazie ancora al professore per la sua gentilezza e simpatia
.
Raffaella

Che cosa avrebbe detto questo Papa in quelle aule universitarie che non solo quel mondo ma anche questo secolo non vuole sentirsi dire. Li avrebbe esortati a purificare la ragione attraverso la fede; ovvero avrebbe suscitato in loro il dubbio, l’interrogazione su Dio, come nella notte oscura dell’Innominato: “E se questo Dio ci fosse…”.
Li avrebbe esortati a non fare dell’io, nelle ricerche come nella vita, un nuovo idolo e questo non per deprimerlo, ma per mettergli accanto Dio; per fargli sentire che l’uomo non è solo in questa sua avventura sulla terra; gli avrebbe sussurrato nelle orecchie la parola Amore, Carità.
Avrebbe forse acceso in loro la fiammella della speranza che quegli ascoltatori continuano a negarsi rendendo così le loro vite aride e tristi; la speranza che dà all’anima più forza di qualsiasi dimostrazione matematica, la speranza che fa passare dalla fisica alla metafisica, a quelle cose che non si vedono che nessun esperimento potrà mai provare o trovare...

Quello che spero è che dopo questi fatti il suo messaggio possa risuonare più forte nelle nostre coscienze.

Prof. Lucio Coco

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BENEDETTO XVI, IL POPOLO DI SAN PIETRO, LA NECESSITÀ DI CAPIRE

Parole e gesti che indicano la via

MARCO TARQUINIO

Parole e gesti d’insultante intolleranza contro Benedetto XVI hanno alimentato il caso 'La Sapienza'. Parole e gesti del Papa e di un intero popolo, che domenica gli si è stretto attorno a San Pietro e in tutta Italia, hanno indicato la via per chiuderlo.
E lo hanno fatto nella maniera propria dei cristiani, che con le ragioni di un amore e di una sapienza più grandi – e senza mai rinunciare a testimoniare e ad agire secondo giustizia – sanno superare anche l’ingiustizia.
Parole e gesti, un binomio inscindibile. Nel bene e nel male. Insieme sono stati usati per creare l’insopportabile clima che ha indotto Papa Ratzinger, come egli stesso ha ribadito, a «soprassedere mio malgrado», rinunciando a intervenire alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico dell’antica e grande università romana.

Insieme hanno lanciato, ancora una volta, il forte messaggio di rispetto e dialogo nella chiarezza che è «missione della Chiesa» e cifra indelebile di questo pontificato. Un messaggio che è arrivato al cuore e all’intelligenza di tutti coloro che hanno saputo ascoltarlo – cattolici o «uomini di buona volontà» – e anche di qualche commentatore e titolista di giornale senza pregiudizi laicisti.

Di quelli, cioè, che hanno letto davvero il 'discorso mai pronunciato' scritto da Benedetto XVI per l’incontro con la comunità di studio e di ricerca della 'Sapienza'. Che hanno guardato e compreso il gigantesco abbraccio delle persone riunite in folla strabocchevole per l’«Angelus» a San Pietro. E che prima di dire la loro – a differenza di alcuni altri altezzosi colleghi – hanno atteso, ascoltato e capito le parole e il gesto rappacificante del Papa.
Parole e gesti, che non possono essere e­quivocati. O ridotti a pretesti e contesti di piccola politica. O, addirittura, tradotti nel loro esatto contrario. Com’è regolarmente accaduto, purtroppo. Per esempio, là dove ieri ( l’Unità) s’è invece preteso di far sape­re a tutta pagina che «il Papa si converte al­la tolleranza». O là dove ( La Stampa) s’è ti­tolato, con tono irrisorio, «'Dialogo e ri­spetto', Ratzinger scioglie l’adunata».
Tutto è stato perdonato da Benedetto e dal popolo che gli si è raccolto intorno, verreb­be da annotare, ma nulla è stato sciolto.
Certo non è stato sciolto il saldo e libero le­game tra il Papa e i credenti che solo chi non sa – o ha dimenticato – può immagi­nare e descrivere per amor di polemica co­me un’«adunata». E probabilmente resta largamente da sciogliere – per manifesta e radicale indisponibilità ad accettare storia e realtà italiana – anche l’equivoco che nu­tre da sempre certa propaganda e certa militanza anticlericale. Quello per cui i cat­tolici dovrebbero, appunto, obbligatoria­mente 'convertirsi' a una sorta di religio­ne civile di stampo relativista. Razionalità, ricerca del dialogo e rispetto delle opinioni altrui dovrebbero cioè, per costoro, essere intesi come sinonimi di rinuncia e resa. Ri­nuncia non immediatamente e formal­mente a Dio (che andrebbe 'solo' rinchiu­so in una sfera individuale e comunitaria rigorosamente privata), ma a un’armonica visione dell’uomo e della sua dignità. E dunque resa – secondo l’allarmata imma­gine usata da Papa Ratzinger nel discorso per la 'Sapienza' – «davanti alla questione della verità» e, per questa via, rassegnazio­ne alla logica degli «interessi» contingenti e delle mere «utilità».
Eppure le parole e i gesti di Benedetto XVI, insieme alle parole e ai gesti di tutti coloro – cattolici e no – che anche domenica si sono raccolti intorno a lui senza calcoli e retropensieri, sono assolutamente nitidi.
Eppure l’invito a un dialogo libero e re­sponsabile, realmente pensoso del destino dell’uomo e del mondo, è di una forza coinvolgente. Che motiva e che disarma.
Che non alza steccati. Che chiede quello che già dà: profondità e rispetto.

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008

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l’analisi

Le parole di Maiani? Un mea culpa solo a metà

DI ASSUNTINA MORRESI

«Abbiamo perso tutti», ha dichia­rato il professore Luciano Maia­ni, uno dei sessantasette firma­tari della lettera che dichiarava 'incongrua' la scelta di invitare il Papa alla Sapienza di Roma.
Lo ha fatto in un’intervista pubblicata dome­nica su questo giornale, specificando che quel­la era una lettera interna al corpo docente del­l’Università, e che tale doveva rimanere. Inve­ce, secondo Maiani, la pubblicazione - due me­si dopo la sua stesura - della lettera stessa da parte dei media l’avrebbe trasformata da un momento di dialettica interna ad un proclama contro il Pontefice, scatenando il putiferio che tutti sappiamo.
Una strumentalizzazione, in­somma, secondo il professore che nel frat­tempo, ha visto bloccata al Senato la ratifica della sua nomina a Presidente del Cnr.
Piena­mente condivisibile il giudizio di Maiani: han­no perso tutti, in questa occasione. Non certo il Papa, ma «il mondo accademico, gli studen­ti, la politica», per dirlo con le sue stesse paro­le. In particolare, hanno perso non solo colo­ro che hanno innescato la miccia, ma anche chi, per sciatteria, ha sottovalutato gli eventi e non si è mosso in tempo utile per evitare il pes­simo finale.

La tesi dell’intervista, però, e cioè una stru­mentalizzazione della lettera da parte della stampa, ci appare quanto meno opinabile, e si­curamente molto debole. Ferma restando la piena libertà di opinione di ciascuno - e ci man­cherebbe - i 67 hanno dichiarato all’inizio del­la loro missiva la propria totale condivisione di una precedente lettera, scritta dal professor Marcello Cini, sempre a proposito dell’inizia­tiva del Rettore di invitare Benedetto XVI.

Quel­la firmata da Cini, oltre che una protesta nei confronti del proprio Rettore, era una pesan­te, e superficialmente argomentata - ancorché legittima, s’intende - presa di posizione nei confronti dell’attuale pontificato, un atto di ac­cusa espresso con toni e parole che hanno ben poco a che fare con il dialogo tanto invocato da Maiani nella sua intervista.

Difficile cioè ravvisare una qualche volontà di rispettoso dialogo in chi condivide l’opinione che il pon­tefice «non potendo più utilizzare roghi e pe­ne corporali» ha imparato ad usare il cavallo di Troia per «mettere in riga» il mondo acca­demico, e che l’invito al Papa sia un’iniziativa «lesiva dell’immagine della Sapienza nel mon­do », tanto per citare due delle numerose per­le della lettera del professor Cini.

Perché non sconfessare allora l’approccio del professor Ci­ni? Se poi è vero che - assodato che il Papa non avrebbe tenuto una lectio magistralis, ma sa­rebbe semplicemente intervenuto con un di­scorso - la protesta dei docenti era rientrata, perché non sono state rilasciate dichiarazioni pubbliche in proposito? Subito, appena i me­dia hanno reso pubblica la lettera dei 67?

Al contrario, abbiamo tutti continuato a sen­tire e leggere le stesse argomentazioni, senza alcuna presa di distanza da parte di chicches­sia. Non si può parlare di strumentalizzazione da parte della stampa, allora. Semmai di con­ferme. Sarebbe bastato che gli stessi firmatari avessero dichiarato: «Questa lettera è acqua passata, è tutto rientrato, aspettiamo Bene­detto XVI e saremo lieti di ascoltare quanto a­vrà da dirci», e tutto si sarebbe risolto diversa­mente. Ma a leggere le dichiarazioni rilasciate nei giorni successivi, riesce veramente diffici­le pensare che questo fosse realmente l’inten­dimento dei 67 docenti.

Nessuna strumenta­lizzazione, quindi, piuttosto ripensamenti par­ziali e tardivi, maliziosamente accostati da qualche commentatore alla fresca nomina, da ratificare, del professor Maiani a presidente del Cnr. Ma forse anche stavolta Parigi val be­ne una Messa.

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008


LA LETTERA

«Non sono io quel Boffi citato dal professor Maiani»

Ringrazio Luciano Maiani per avermi citato nella sua intervista di domenica scorsa, ma il merito degli incontri tra scienziati e teologi alla Pontificia Università Lateranense è dell’amico matematico e omonimo Giandomenico Boffi, al quale mi unisce la comune passione per un dialogo scienza-fede senza gli accecamenti ideologici che ispirano la lettera di Marcello Cini e la maldestra citazione della frase di Feyerabend nella lettera dei 67 colleghi romani. Si poteva, e si può, manifestare la propria contrarieta’ a una lectio magistralis del Papa in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico.
Ma anche la forma del dissenso diventa sostanza quando manca il 'rispetto delle opinioni altrui' che è alla base di un’autentica laicità.

Sigfrido Boffi

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008

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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

«Ricercate sempre verità e bene»

Il Papa davanti alla folla che gremiva San Pietro: ho rinunciato mio malgrado alla visita

DA ROMA SALVATORE MAZZA

Un tappeto di gente da piazza San Pie­tro a via della Conciliazione. Ban­diere e striscioni. Canti e grida di sa­luto, di sostegno e di solidarietà. La compo­sta, e gioiosa, risposta dei fedeli alle roventi polemiche che la settimana scorsa hanno indotto il Papa a «soprassedere, mio mal­grado », a visitare l’Università romana La Sa­pienza.
Una risposta di vicinanza al Ponte­fice, affettuosa e spontanea, che in risposta all’invito del cardinale vicario Camillo Rui­ni ha portato in piazza non solo gruppi, mo­vimenti, associazioni, ma intere famiglie. Tutti lontani da ogni tentazione di rivincita: e lì, solo, per raccogliere l’invito alla «frater­nità » e alla «ricerca della verità e della libertà, nell’impegno comune per una società fra­terna e tollerante».
La domenica straordinaria di piazza San Pie­tro è stata questa. Riassunta nei 200mila ri­trovatisi per l’appuntamento dell’Angelus a stigmatizzare, con la loro sola presenza, la vergogna di una censura vigliacca che, a tut­ti, è apparsa al di fuori del tempo e della realtà. Per questo 'Non sei venuto da noi; noi veniamo da te!”, recitava uno degli striscio­ni alzati dagli universitari, ai quali Benedet­to XVI, al termine, ha rivolto una saluto spe­ciale rispondendo ai loro applausi e ai loro slogan di “ Viva il papa” e “Libertà”, con l’e­sortazione a continuare «a vivere in questo clima di fraternità, nella ricerca della verità e della libertà, nell’impegno comune per u­na società fraterna e tollerante».
L’afflusso in piazza era iniziato già verso le 9.30 del mattino, e un’ora e mezzo più tar­di lo spazio all’interno dei due bracci del colonnato già non bastava più a contenere la gente, mentre il flusso degli arrivi si face­va di minuto in minuto più intenso. Tempo passato tra canzoni e vocii, finiti col fon­dersi in un’unica ovazione quando Papa Ratzinger, sorridente, è apparso finalmen­te alla finestra del suo studio per guidare, co­me ogni domenica, la preghiera mariana di mezzogiorno.
Quando finalmente riesce a prendere la pa­rola, Benedetto XVI non accenna alla vi­cenda dell’università, e dedica la sua rifles­sione alla Settimana di preghiera per l’U­nità dei Cristiani, che quest’anno celebra il suo 100mo anniversario e il tema – 'Prega­te continuamente... – scelto nell’occasione. È solo dopo la preghiera che il Papa, davanti alla folla in piazza san Pietro, venuta ricor­da quanto è accaduto. E tutti ringrazia «di cuore», come ringrazia il cardinale Ruini «che si è fatto promotore di questo mo­mento di incontro». «Come sapete – spiega quindi senza toni po­lemici – avevo accolto molto volentieri il cor­tese invito che mi era stato rivolto ad inter­venire giovedì scorso all’inaugurazione del­l’anno accademico de La Sapienza. Conosco bene questo Ateneo, lo stimo e sono affe­zionato agli studenti che lo frequentano: o­gni anno in più occasioni molti di essi ven­gono ad incontrarmi in Vaticano, insieme ai colleghi delle altre Università. Purtroppo, com’è noto, il clima che si era creato ha re­so inopportuna la mia presenza alla ceri­monia. Ho soprasseduto mio malgrado, ma ho voluto comunque inviare il testo da me preparato per l’occasione».
Richiamando proprio questo testo, il Papa ha poi osservato come «all’ambiente universi­tario, che per lunghi anni è stato il mio mon­do, mi legano l’amore per la ricerca della ve­rità, per il confronto, per il dialogo franco e rispettoso delle reciproche posizioni». Un ambiente da vivere come «ricerca della ve­rità » e come «rispetto per le opinioni altrui» Per questo «come professore, per così dire, emerito che ha incontrato tanti studenti nel­la sua vita, vi incoraggio tutti, cari universi­tari, ad essere sempre rispettosi delle opi­nioni altrui e a ricercare, con spirito libero e responsabile, la verità e il bene».

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008


VICINI A BENEDETTO

Ci sono ragazzi che hanno affrontato 1200 chilometri in macchina. Un insegnante: sarei qui anche se non fossi credente

«Siamo con te» E tutta la piazza abbraccia il Papa

DA ROMA MARINA CORRADI

Alle otto e mezza della mattina Ro­ma attorno a San Pietro è silenzio­sa. Quasi nessuno in giro. Ma nel­la quiete di Borgo Pio avverti da lontano no­te di chitarra che si avvicinano. Eccoli, i pri­mi: saranno in trenta, molti sono ragazzi. Un manipolo di fedeli dalla parrocchia della Cattedrale di Avezzano. Sono partiti alle sei. Cantando entrano nello spazio immenso della piazza. Mettono giù gli zaini, soddi­sfatti. Eccoci, sembrano dire, e si stanziano su una fetta di sampietrini con pacata de­terminazione – come chi torna a casa pro­pria. Da Pavia sono già arrivati dei neoca­tecumenali. Si vedono, i neocatecumenali, e soprattutto si sentono. Forse i loro canti li sente anche Benedetto XVI, lassù nei suoi appartamenti. Un tam tam di strumenti a percussione accompagna i loro girotondi. La gente che comincia a riversarsi in piazza ne pare come attratta, e guidata. C’è chi però non si ferma, e procede diritto verso la basilica, col passo svelto di chi sa dove deve andare. Nelle Grotte vaticane, davan­ti alla tomba di Giovan­ni Paolo II, c’è già una piccola folla, assorta, zit­ta, di gente con lo zaino in spalla. Anche qui, molti hanno meno di vent’anni. Uscendo ve­di, non lo avevi mai no­tato, su un muro un se­gno ampio, che riuscire­sti a stento a misurare con le braccia aperte: «Spessore delle mu­ra della basilica», c’è scritto. Sarà un metro e mezzo. E il sapere che quelle mura anti­che sono così larghe ti rallegra. La cattedra di Pietro sta poderosamente fondata sulla verticale della tomba del primo apostolo, duemila anni dopo. Nave ammiraglia di lunghissimo corso. Intanto fuori arrivano i ragazzi del Nord che stipati in cinque in u­na macchina calano a Roma. Lucilla, vent’anni, di Cl, studentessa della Univer­sità Cattolica, è partita coi suoi amici alle 4 e 20 del mattino. «C’era una nebbia fittissi­ma, da aver paura, nonostante l’ora erava­mo tutti sveglissimi per la tensione. Abbia­mo acceso gli abbaglianti: peggio, un mu­ro davanti. Solo a Bologna ha schiarito». Milleduecento chilometri di andata e ritor­no nella nebbia, per stare vicini al Papa. E quando finalmente entrano in piazza li ve­di che addentano voraci i panini, nella fa­me dei vent’anni. Poi srotolano gli striscio­ni: «Non sei potuto venire da noi, veniamo noi da te», leggi su quello portato da 50 ra­gazzi abruzzesi. A un ingresso la Cisl distri­buisce bandiere «La vuole piccola o gran­de? », chiede l’addetto agli iscritti. «Picco­la », dicono due pensionate, Gabriella e Car­la. La prima, ex tipografa, è iscritta alla Ci­sl dal ’55, quando aveva 15 anni. Lei e l’a­mica vengono all’Angelus tutte le domeni­che. Non sono abituate a portarsi bandie­re. Però quello che è successo alla Sapien­za, dicono, le ha offese. Sono qui, oggi, an­che per essere vicine al Papa. Qualcuno è più animoso. Il signor Dino Di Ranno, pen­sionato, si infiamma se gli chiedi perché è venuto: «Perché? Perché siamo in un Paese in cui una minoranza numericamente irri­levante come i professori della Sapienza ha più voce sui media di una marea di cittadi- ni pacifici, e cristiani, di cui non si parla mai», sbotta. Il popolo di San Pietro oggi è un popolo come sempre pacifico, coi bam­bini per mano, unica arma i passeggini u­sati come gentili ma decisi mezzi di sfon­damento per farsi strada nella calca. Ma, nei toni composti, si avverte anche una fer­ma, pacata voglia di dire: noi cattolici esi­stiamo, e rappresentiamo milioni di italia­ni. Qualcuno entra con la bandiera italiana sottobraccio. Perché? Domandi. «Perché in un’Italia che non lascia parlare il Papa io non mi riconosco. Porto qui un’altra Italia». Sono venuti quelli della Comunità Sant’E­gidio e la Comunità pakistana cristiana di Tivoli. C’è il gonfalone verde della Regione Lombardia. Ci sono semplici fedeli di Ro­ma: «Sei el core de sta città», hanno scritto. Passano tra la folla facce note di deputati e senatori. La gente non ci fa gran caso. Si a­spetta il mezzogiorno sotto un sole splen­dente. I neocatecume­nali cantano, gruppi di suore pregano, i ciellini discutono i fondi dei quotidiani. Moltissimi sono insegnanti e stu­denti. Mauro Grimoldi è un professore di italia­no e filosofia del liceo don Gnocchi di Carate Brianza. «Per me – dice – certa ostilità al Papa è ostilità a un modo di sta­re di fronte alla realtà, di chiedersi la ragione e lo scopo profondo di ciò che si fa. Credo che sa­rei qui anche se non fos­si credente. Per testimo­niare l’esigenza di uno sguardo sulla vita, che non sia quello della superficialità obbligatoria dei media». È quasi mezzogiorno e la piazza è colma. Ma quando arriva questo Papa? Brontolano dal basso i bambini. Li issano sulle spalle in tempo per vedere la finestra spalancarsi, il velluto rosso steso sul davanzale. Benedet­to XVI si affaccia e scoppia l’applauso che la folla covava da ore. Erano venuti anche per questo: San Pietro ora è una selva di ma­ni che lo salutano. L’Angelus nell’austera bellezza del latino sembra unire la folla, far­ne un’anima sola. Capiscono i polacchi e le suore nere dell’Africa, come nell’eco di u­na antica lingua materna e comune. E poi, quella mite voce d’acciaio che dice «Cari ciovani», e la parola «cordialmente» pare pronunciarla con la kappa. La gente alla pronuncia del Papa sorride, come si sorri­de dell’accento di un vecchio amico stra­niero. Un’inflessione teutonica sopra a pa­role serene. Sventolano gli striscioni e le bandiere. È un’Italia in pace quella di San Pietro, è la folla che esce la domenica sui sagrati dei nostri paesi. Con una civile vo­glia però, oggi, di mostrarsi: c’è anche la no­stra Italia, noi ci siamo.
Senza alcuna arroganza. Con, alle spalle, mura di fondamenta larghe un metro e mezzo. Sono i ragazzi da San Pietro che van­no a piazza Navona e in cinquanta, con le chitarre, si siedono per terra e si mettono a cantare l’Angelus in una lingua africana. So­no giovanissimi, e i loro sedici anni sotto questo sole già primaverile sono molto bel­li. La gente si ferma e fa crocchio attorno ad ascoltare. Li guarda, meravigliata. Alla fine applaudono. Che belle facce, come canta­no bene, dicono stupiti e quasi commossi. Poi, quei ragazzi tornano a casa, dentro la nebbia, contenti della loro bella fatica.

© Copyright Avvenire, 22 gennaio 2008

21 gennaio 2008

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Angelus del Papa: servizio di Stefano Maria Paci e Laura Ceccherini

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ANGELUS DEL PAPA: I VIDEO, LE INTERVISTE, LE FOTO...

SMS E MAIL DI SOLIDARIETA' AL PAPA (RADIO VATICANA)

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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Opporre difese all'arroganza, in gioco la libertà

Da questa vicenda la Chiesa esce non solo indenne, ma addirittura vincitrice

di Paolo Tammi

Il miglior commento alla vicenda del rifiuto di accogliere il Papa alla Sapienza l’ha dato Ernesto Galli della Loggia. Ha scritto: «Una laicità opportunista, nutrita di uno scientismo patetico, arrogante nella sua cieca radicalità, con la quale un’autentica laicità liberale non ha nulla a che fare».

Arroganza, è proprio vero. Lo si nota con amarezza ma anche con un certo senso di liberazione. Adesso, infatti, l’arroganza sappiamo dove abita. Con quali mezzi combatte. E quanto sia lecito, se ancora avessimo dubbi, opporre chiare e lucide difese. In gioco infatti c’è la libertà. Quella libertà di pensare, cercare, parlare, discutere, criticare che il cosiddetto pensiero laico crede di incarnare e per il quale è convinto di dover combattere proprio la Chiesa. La quale invece ne esce non solo indenne ma, per quanto il termine si adatti a questa vicenda dolorosa, ne esce addirittura vincitrice.

Mai come in questa occasione Benedetto XVI ha aumentato la sua popolarità. Mai avevamo visto una simile convergenza di penne laiche su giornali laici a favore del Papa. Poveri professori di fisica! Se avessero letto quel che diceva di sé Einstein, in una lettera a Carl Seeling del 1952: «Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso».

Forse manca loro quella sana curiosità che li avrebbe convinti che ascoltare una parola diversa, fuori dal coro accademico - una parola che tenta di coniugare Dio e ragione, contemplazione e materia quantistica, spiritualità e microscopio - non è poi così male e li avrebbe soprattutto liberati dal dogma (perché dogma è e niente più) secondo cui il Papa, quando parla, lo fa per imporre, invadere, limitare il libero pensiero. E poveri studenti dei collettivi studenteschi!

Sono smemorati peggio del giapponese che esce dalla trincea quarant’anni dopo e non si dà pace ad accorgersi che la guerra è finita. Parlano di ’68 ma forse di quell’anno conoscono solo, sì e no, Sergio Endrigo, che vinse il festival di Sanremo, o al massimo Antoine, che arrivò quinto con la famosa canzonetta «La tramontana». Nella quale candidamente confessa: «Ho perduto la tramontana». Proprio così, hanno perduto la tramontana, e anche i libri di storia, che avranno venduto alle bancarelle.

La storia va avanti, ma loro no. O forse hanno della storia un concetto orientale, ovvero ciclico. Pensano di essere i nuovi guru della contestazione al potere costituito, i nuovi artefici delle barricate, i nuovi ed eterni difensori della libertà. Che una volta si chiamava operaia, adesso si chiama laica. Non sanno invece che una delle cose che purtroppo si reincarna è la stupidità. Insieme a sua sorella, l’ignoranza. Non sanno che la parola «laico» significa «uno del popolo», e che è un termine di origine religiosa. Nei documenti della Chiesa compare molte volte, proprio per indicare quella parte maggioritaria di uomini e donne che si identificano in un popolo che cammina, convinto della sua appartenenza, geloso della sua libertà, partecipe della costruzione di una grande casa comune, la Chiesa. Ma pazienza. Con simili maestri, ci vorrebbe un miracolo.

Ma poiché il miracolo non è laico, non parliamone neppure. Ma una sana malizia (e Dio ci perdoni) non ci esime dal notare che, da quando certe forze hanno rovinosamente perso il referendum sulla fecondazione, non si danno pace. Non c’è verso di far loro capire che le cose sono cambiate, stanno cambiando. E non perché la Chiesa sia «forte», consapevole com’è delle sue debolezze e dei suoi problemi. Ma è cambiata la gente, sono cambiati i giovani. Non si accontentano più di slogan, non gli basta più qualche pugno alzato che minacci la rivoluzione.

Nel pauroso clima di indifferenza alla vita, alla storia, alla ragione stessa, al buon senso, che oggi infetta tanti ragazzi, la Chiesa fa enorme fatica ad evangelizzare. Ma la fatica è di tutti, dei partiti, dello Stato, della scuola, di quei genitori che ancora ci credono. E se una sana battaglia va fatta, la si deve fare tutti insieme. Non con queste buffonate da bassa congrega, che non educano alcuno, anzi confondono, aumentano la depressiva sensazione di un caos totale.

Ciampi, della cui laicità non dubitava nemmeno Emma Bonino, ha detto che con questa vicenda si rischia di riportare indietro di cent’anni l’orologio della storia. Non ne dubitiamo. Lo ringraziamo. E ringraziamo chiunque abbia capito. Perché dal male può sempre rinascere il bene. E anche stavolta ne usciamo convinti che chi lavora con serietà, sobrietà e onestà, continuerà a raccogliere frutti. Perché di gente sana ce n’è ancora tanta.

© Copyright RomaSette, 21 gennaio 2008