31 agosto 2008

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VIOLENZE ANTI-CRISTIANE IN INDIA: RACCOLTA DI ARTICOLI

Il cardinale Bagnasco sulla situazione internazionale

Tra i fantasmi del passato e le nuove persecuzioni

di Marco Bellizi

I fantasmi di un passato ancora troppo vicino, quello della guerra fredda, e l'indifferenza di un Occidente che non riesce a indignarsi per quanti vengono perseguitati e uccisi in terre dove la libertà religiosa è costantemente minacciata; una cristianofobia sempre più evidente ma trascurata.

Gli eventi raccontati nelle cronache di questi giorni mostrano le contraddizioni di un mondo occidentale alle prese, da una parte, con la riformulazione dei concetti di laicità e tolleranza, e che, dall'altra, non è capace di difendere quegli stessi concetti al di fuori dei suoi confini geografici.

Gli interventi che si sono susseguiti in questi ultimi giorni, voci molto autorevoli, fotografano con chiarezza questa realtà. Dopo l'intervento del segretario per i Rapporti con gli Stati, l'arcivescovo Mamberti, a proposito dei pericoli della cristianofobia, ieri il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha parlato, a proposito della crisi in Caucaso che ha messo in seria difficoltà le relazioni tra Est e Ovest, di "fantasmi che speravamo sepolti per sempre". Il porporato, nell'omelia per la solennità della Madonna di Guardia, ha poi ricordato le altre situazioni, dimenticate ma non risolte, di guerre locali, di conflitti e di ingiustizia, presenti in tante parti del mondo.

Di queste realtà, ha detto il cardinale Bagnasco, i mezzi di comunicazione di solito non parlano, ma "i missionari là vivono ogni giorno, insieme alle popolazioni colpite, insieme alla povera gente, che è sempre più esposta, soffre e muore".

A proposito dell'India, delle "persecuzioni sanguinose contro i cristiani nel mondo", il presidente della Cei ha osservato come non si siano sentite "particolari reazioni di sincero sdegno, di condanna e di richiamo".

Come se l'Occidente, pronto in altre occasioni a mobilitare l'opinione pubblica, abbia una certa reticenza nel difendere quanti portano nel mondo i concetti di carità e solidarietà che gli appartengono, i valori promossi e alimentati dalla cultura oltre che dalla fede cristiane.

La Chiesa - ha ancora ricordato il cardinale - "da sempre annuncia che tutti siamo uguali e fratelli" e "interviene là dove c'è bisogno della promozione umana e sociale"; essa "è aperta a tutti e non discrimina in base a nulla, tanto meno in base alla fede", mentre "l'adesione alla fede cristiana è un atto libero di ognuno". Il presidente della Cei ha aggiunto: "Per i troppi nostri fratelli che vivono la brutalità delle guerre" occorre offrire sia "i nostri sacrifici" che "le rinunce a piccoli benesseri". E ha auspicato: "Speriamo che l'opinione pubblica, sempre così pronta a essere visibile e rumorosa in occasioni simili, si mostri altrettanto presente ed efficace".
Di fronte alle accuse di proselitismo, il cardinale ha osservato come ai cristiani non si possa certo chiedere di negare l'aiuto umano, "per non suscitare negli altri simpatia, benevolenza, vicinanza". Tuttavia, ha affermato il cardinale citando Tertulliano, "la Chiesa non ha paura delle persecuzioni, comunque si presentino". Come uomini di Chiesa, ha spiegato, "non possiamo non alzare la voce, come ha fatto il Santo Padre Benedetto XVI, e dire che è ingiusto, e che la libertà religiosa e di culto è un diritto per tutti nel rispetto della sicurezza sociale". La libertà religiosa, sancita dalla Carta dei diritti universali - ha ricordato infine il porporato - "dovrebbe ormai appartenere alla coscienza dell'umanità". Ma "così non è" - ha affermato - "perché non tutto ciò che è scritto sulle Carte è scritto anche nelle menti e nei cuori".

(©L'Osservatore Romano - 31 agosto 2008)

30 agosto 2008

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VIOLENZE ANTI-CRISTIANE IN INDIA: RACCOLTA DI ARTICOLI

Il santuario di Bonaria meta del Papa in Sardegna

Dove i marinai sostano per conoscere la direzione del vento

di Mario Ponzi

Quella sottile trama mariana che permea il magistero di Benedetto XVI - sottolineata tra l'altro dall'arcivescovo Fernando Filoni, sostituto della Segreteria di Stato, nell'intervista rilasciata al nostro giornale all'indomani della visita del Papa a Santa Maria di Leuca e a Brindisi - si arricchisce di un'altra maglia preziosa.
Com'è noto, il prossimo 7 settembre, prima domenica del mese, il Pontefice si recherà a Cagliari per venerare il simulacro di Nostra Signora di Bonaria. Concluderà così le celebrazioni dell'anno centenario della proclamazione della Madonna quale "Patrona massima" della Sardegna.
Furono inaugurate il 13 settembre del 2007, lo stesso giorno in cui, cento anni prima, Papa Pio x aveva attribuito il titolo alla "Signora dei sardi".
La storia di questa statua mariana, sulla quale da oltre sette secoli si appuntano ansie, preoccupazioni e speranze delle genti del mare della Sardegna, non sembra dissimile dalle tante altre che si tramandano in ogni angolo della terra, laddove nel cuore della tradizione religiosa un posto speciale è riservato alla Madre di Dio. Fiumi di parole sono stati tuttavia raccolti, in questi anni, in pregevoli volumi - l'ultimo, fresco di stampa, è stato curato dal comitato per il centenario della Basilica santuario - per raccontare questa storia, con dovizia di particolari. Non ci sarebbe dunque nulla di nuovo da aggiungere che non sia stato già in qualche modo detto o scritto. Quel che colpisce, però, è che tra le righe dei diversi autori che si sono cimentati nella narrazione - rigorosamente sardi per la quasi totalità - traspare una devozione mariana radicata veramente nell'anima della popolazione sarda, al punto da costituire il tessuto vivificante del suo profondo sentimento religioso.
Vale la pena ricordare un episodio, lontano nel tempo, ma estremamente significativo a questo proposito. Negli annali dell'isola si legge, infatti, che il 7 marzo del 1632 nella cattedrale di Cagliari si riunirono i tre ordini (si chiamavano allora "stamenti") del parlamento sardo istituito nel 1421. I loro componenti in quell'occasione giurarono, a nome degli abitanti dell'isola, di rimanere fedeli alla verità dell'Immacolata Concezione di Maria. E questo accadeva esattamente 222 anni prima della proclamazione del dogma.
Ancora oggi questa venatura mariana caratterizza profondamente la fede ultramillenaria delle popolazioni sarde. Lo scorrere del tempo, il confronto quotidiano con atavici problemi mai risolti, lo stordimento nel frastuono di un modernismo che non riesce a scalfire radici antichissime - che, seppur lacerate, continuano a proporsi come linfa vitale per le nuove generazioni - non affievoliscono la genuinità dell'affetto che lega i sardi alla "Signora della Buona Aria". Non c'è imbarcazione che salpi dal porto di Cagliari senza avere a bordo almeno un'immagine di questa Madonna.
Forse non si compie più il rito antico di recarsi presso il santuario, prima di prendere il largo, per impetrare la protezione della Vergine o per conoscere la direzione del vento che spira fuori dal porto, secondo le indicazioni di una misteriosa navicella che pende dal soffitto in un angolo del santuario. Certo è che nel cuore di ogni marinaio quel rito si rinnova ogni qualvolta la prua punta al mare aperto.
Dal mare giunse più di settecento anni fa quel bellissimo esemplare di scultura lignea, ricavato da un tronco di carrubo - un metro e cinquantasei di altezza - che raffigura la Vergine con in braccio il bambinello. Attorno a questa statua è stato poi edificato quello che oggi è il santuario di Bonaria.
Ed ora la storia. Una storia che, tra l'altro, si intreccia a filo doppio con quella dei religiosi Mercedari, la cui presenza sul colle di Bonaria risale al 1300 circa. Vi furono portati dal nobile sardo Carlo Catalano il quale, durante una missione in Spagna, aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare l'opera di questi padri impegnati ad affrancare dalla schiavitù i cristiani: raccoglievano elemosine ed altri generi di merci per barattarne la libertà.
Nel 1335 il re Alfonso d'Aragona donò loro la chiesetta che aveva fatto edificare sul colle di Bonaria per ringraziare Dio della vittoria riportata sui pisani, che dell'isola avevano il controllo. E si deve proprio allo zelo di uno storico mercedario, padre Francesco Sulis, se è giunta sino a noi l'eco di quell'evento che ha segnato il cammino della fede nell'isola dei quattro mori.
Nel suo scritto, che risale al 1867, si parla di una nave spagnola che, diretta in Italia, si trovò nel mezzo di una furiosa tempesta quando era in vista delle coste sarde. Si trattava di una imbarcazione di piccola stazza e le onde gigantesche l'avrebbero certo inghiottita se il comandante non avesse fatto gettare in mare il carico e quant'altro fosse in quel momento inutile alla navigazione. Gettato l'ultimo oggetto, una cassa enorme, il mare si placò. Tra l'altro i marinai si accorsero che proprio quella cassa era l'unico oggetto non affondato. Cercarono invano di recuperarla. Anzi la cassa cominciò a navigare autonomamente e sulla scia trainò la stessa nave verso la costa, senza che nessuno riuscisse a governarla. Approdò ai piedi del colle di Bonaria, dove frattanto si era radunata una piccola folla di curiosi che aveva assistito da lontano all'odissea della nave in mare. Ancora una volta vanamente tentarono di trascinare a riva e aprire quella cassa misteriosa. Sino a quando, chiamati da un giovanetto, giunsero sulla spiaggia alcuni padri Mercedari del vicino convento. Fu per loro un gesto quasi naturale portare a riva la cassa. Solo allora notarono che su di essa era inciso lo stemma del loro ordine. La trasportarono sino al convento sul colle e l'aprirono altrettanto facilmente. Dentro vi era la statua della Madonna con il bambino. La mostrarono alla gente, trasformatasi via via in folla. Il Sulis racconta che caddero tutti in ginocchio: fu il primo atto di venerazione verso Nostra Signora di Bonaria.
Numerose le vicende che si sono poi susseguite sino ai nostri giorni: dal ripetersi di numerosi prodigi, al crescere della devozione popolare, dall'edificazione di un tempio sempre più degno per ospitare il simulacro, sino alle proclamazioni pontificie il cui centenario ci si appresta a celebrare.
Sta di fatto che, soprattutto la gente del mare, ha con Nostra Signora di Bonaria un rapporto tutto particolare. Divenuto ancor più stretto da quando sulla volta dell'altare maggiore dell'antica basilica comparve una navicella d'avorio appesa ad una cordicella, proprio di fronte alla statua della Madonna. Sembra fosse un ex voto portato da una anonima pellegrina - "da sì lungo tempo che non se n'ha memoria" notavano gli antichi storici - come ringraziamento per uno scampato naufragio. La navicella sembra indicasse, con la posizione della prora, la direzione del vento appena fuori dal porto. I marinai usavano passare proprio da lì per verificare le condizioni del vento prima di ogni uscita. La navicella dava sempre indicazioni precise. Nessuno sembra l'abbia mai vista muoversi, ma è certo che mutasse la sua posizione con il mutare della direzione del vento in mare.
La navicella è tutt'oggi appesa sulla volta dell'altare maggiore del santuario. Indica ancora la direzione del vento? Forse. Di sicuro racconta la storia di una devozione sincera. Quella del popolo del mare sardo.

(©L'Osservatore Romano - 31 agosto 2008)

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Oggi le conclusioni del Meeting di Rimini. Intervista con mons. Fisichella

La risposta della Chiesa alle grandi domande dell’uomo di ogni tempo. Ne ha parlato ieri al Meeting di Rimini mons. Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e rettore della Pontificia Università Lateranense. Occasione la presentazione del libro “Per un umanesimo del Terzo Millennio. Il Magistero sociale della Chiesa” di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino. E in quest’ultima giornata della kermesse riminese, il videomessaggio per il Meeting del presidente della commissione europea, Josè Manuel Barroso che non ha potuto essere presente a causa dell’acuirsi della crisi in Georgia. La guerra può essere evitata, il cuore del suo messaggio, e l’Europa può giocare un ruolo importante. Nel pomeriggio l’incontro finale: “Uomini senza patria”. Annunciato anche il titolo del Meeting 2009: "La conoscenza è sempre un avvenimento". Il servizio della nostra inviata al Meeting, Debora Donnini:

“Perché il dolore, perché la morte?”. La Chiesa non può sottrarsi a rispondere alle domande dell’uomo, in ogni tempo - afferma mons. Fisichella. E la risposta entra anche nelle questioni che dominano l’attualità. Punto centrale è che non esiste libertà senza verità e amore. L’Amore non è la passione di un fine settimana. Mons. Fisichella:

"Solo nella misura in cui si ama, tenendo come principio quell’amore che è crocifisso, là dove tutto viene dato, là dove niente viene tenuto per sé, ma là c’è un Dio che dà tutto se stesso, senza nulla chiedere in cambio, perché l’uomo neanche avrebbe potuto corrispondere alla grandezza di quell’amore, solo nel momento in cui si ama in quel modo, allora, saremo capaci di essere protagonisti della nostra esistenza".

Così a proposito della vicenda di Eluana Englaro, mons. Fisichella sottolinea: non entro nello spazio delle coscienze, ma non capisco l’accanimento nel voler difendere la libertà in relazione alla morte. L’arte è contemplazione della bellezza, non la gratuità di un insulto alla fede, afferma poi a proposito della rana crocifissa esposta al Museion di Bolzano.

Siamo nel mondo ma non del mondo. E’ dunque necessario essere presenti, dare risposte. Se non fossimo credibili - dice mons. Fisichella – il mondo non ci insulterebbe. E che la fede sia vera e viva è testimoniato anche dal sangue versato da tanti martiri, non solo ieri, ma oggi come ci raccontano quotidianamente le cronache. E noi siamo cristiani perché apparteniamo a Cristo, senso della vita in grado, appunto, di rispondere alle domande più profonde.
Forte stamani la testimonianza di Salih Osman, avvocato sudanese della regione del Darfur, imprigionato dal regime di Khartoum, insignito del premio Sacharov 2007. L’unione dei popoli europei ha dimostrato quanto questo sia importante per evitare la guerra. Deve essere un esempio di integrazione per gli altri popoli. E’ il messaggio trasmesso da un video dal presidente della Commissione europea, Barroso che ai giovani dice: Dobbiamo difendere l’Europa, e questo spetta a voi.
Sul fronte delle mostre, il primato della più visitata è stata quella dedicata allo scrittore Giovanni Guareschi, nel centenario della sua nascita. “Non muoio neanche se m’ammazzano”, il titolo dell’ esposizione che ripercorre la vita dell’autore di don Camillo e Peppone. Quella di uno scrittore capace di mostrare agli uomini quanto sia grande e bello il loro destino, basta che abbiano l’umiltà di aprirsi al soffio eterno del Creatore.

Ma ascoltiamo mons. Rino Fisichella nell'intervista del nostro inviato Luca Collodi:

D. - Mons. Fisichella, secondo lei, la modernità porta in sé un progetto di ateismo?

R. – Ma, forse, un progetto ... ma certamente, le conseguenze sono state anche quelle. La modernità si è mossa ai suoi inizi con l’intento di riscoprire la grandezza dell’uomo, e quindi di porre l’uomo al centro. Il grande problema che si è posto storicamente è che una volta posto l’Uomo al centro, questa modernità ha voluto eclissare Dio. E quindi, inevitabilmente, si è scaturiti verso una forma di ateismo. Quello che viviamo, purtroppo, è che gli intenti della modernità non sono poi giunti fino alla fine nell’intento originario che si era dato, e quindi questo Uomo, lasciato solo a se stesso, in balìa di se stesso, si è ritrovato anche rinchiuso in una forma di solitudine che, di fatto, è quella che oggi è constatabile e che lo porta anche a ricercare da sé l’esigenza di Dio.

D. – In questi tempi moderni, non è difficile sentire testimonianze di persone, dell’Uomo moderno, che affermano di non credere ai preti ma di credere in Dio. La Chiesa ha gli strumenti per capire la modernità?

R. – La storia della teologia, anche la letteratura teologica e anche filosofica, è ricolma di testi che hanno affrontato il tema della modernità che, detto per inciso, è un tema molto complesso. Noi stiamo andando verso la fine della modernità: qualcuno parla già del nostro ingresso nella post-modernità. Ma è difficile dare un giudizio su un fenomeno così complessivo, che è un fenomeno storico, culturale, politico, cioè raggruppa in sé molte, molte dimensioni. Noi non abbiamo soltanto quindi gli strumenti per comprendere che cosa sia stata e che cosa è la modernità; quello di cui abbiamo bisogno, però, è la capacità di poter comunicare con l’Uomo di oggi, la capacità, cioè, di poter entrare all’interno del suo linguaggio che è un linguaggio estremamente diverso dal nostro. Molte volte noi ci troviamo con un linguaggio che il giovane di oggi non comprende sia perché spesso manca di quelle che sono le cognizioni basilari, ma sia anche perché il nostro è un linguaggio per gli esperti, è un linguaggio per gli addetti ai lavori. Noi dobbiamo fare la grande fatica di poter immetterci all’interno di una situazione diversa che non è la nostra, è il nostro ingresso nel mondo, la grande sfida è questa: entrare pienamente in questo mondo per poter dare una risposta di senso. Io penso che solo in questo modo riusciamo non soltanto a cogliere realmente la realtà ma a far comprendere anche a quanti dicono che credono in Dio ma non credono nei sacerdoti, non credono nella Chiesa, quello che è la realtà della Chiesa. Purtroppo, spesso avviene che noi non siamo capaci a comunicare, a trovare le parole giuste ma molte volte succede anche che le persone che non vogliono la Chiesa non la conoscono. Nel momento in cui la conoscessero nella maniera giusta, per quello che veramente è, penso che probabilmente arriverebbero a coniugare il binomio senza il quale, tra l’altro, non si può conoscere veramente Dio.

© Copyright Radio Vaticana

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Essere e tecnica da Heidegger a Conrad

Quella strana «passione» per le macchine

di Oddone Camerana

Diceva il filosofo Martin Heidegger: "La tecnica, la cui essenza è l'essere stesso, non permetterà mai all'uomo di dominarla. Questo vorrebbe dire che l'uomo è padrone del suo essere". In altre parole Heidegger ci ha messo in guardia di fronte al fatto che l'essere si esprime nella tecnica.
L'abbinamento tra essere e tecnica è stato ripreso da René Girard là dove lo studioso francese risale a Eraclito e assegna alla rivalità, al pòlemos, un posto centrale nello sviluppo dei rapporti umani. Se questi entrano in crisi violenta tra di loro perché il desiderio di molti converge sul medesimo oggetto indivisibile, è la tecnica a risolvere il conflitto - il primo conflitto che si conosca - assumendo così essa il ruolo trascendentale di "essere" che le assegna Heidegger. Nella sua forma primordiale si tratta qui di quella tecnica che si manifesta nella produzione di un vero e proprio "prodotto", quello prodigioso, magico e tremendo del meccanismo del capro espiatorio. Meccanismo "tecnico" questo, complesso e ingegnoso di espulsione di ciò che, in quanto rigettato, si rende capace di convertire il male del conflitto nel suo opposto benefico di una pace, ancorché di durata temporanea.
Di qui il bisogno infinito di richiamare in vita lo stesso "prodotto" miracoloso, ripetendone preventivamente nel rito le circostanze originarie di formazione. Lo stabilizzarsi millenario di questo miracolo sarebbe all'origine della cultura stessa, di tutte le culture fondate in quanto tali sul rito di espulsione della violenza attraverso il nascondimento della violenza stessa. "Nella cultura tutto è rito: la metallurgia, la fabbricazione del pane..." scrive René Girard in "La pietra scartata" (1993). Anche l'industria manifatturiera, se ne può dedurre. La quale, ancorché sia in grado di produrre in grande quantità beni la cui penuria susciterebbe altri conflitti, oltre a quelli che già nascono per altri motivi, e di accontentare il desiderio di molti, non sfugge al vizio di origine che la vede compromessa con la violenza culturale da cui proviene.
È per questo che, restando sul piano dell'essere, viene considerata distruttiva e senza senso. O carica di un senso il cui significato è in funzione del punto di vista dei dominatori, i quali sarebbero perciò costretti a cercare "i mezzi per la propria sicurezza nel cuore stesso del terrore" (René Girard, "Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo", 1983). La tecnica ha dunque qualcosa di religioso. "Le religieux, dans son ensemble, est donc une technique de détournement de la violence" (Charles Ramond, "Le vocabulaire de Girard").
A riflettere sui destini della tecnica si era dedicata una volta anche la letteratura industriale o il romanzo del lavoro.
Composizioni così definite in considerazione del luogo, le fabbriche, dove le vicende si svolgevano e in omaggio alle persone che vi erano rappresentate. Fu un nobile terreno di scontro che vide all'opera grandi narratori come Charles Dickens ed Emily Brontë, attenti, questi, all'aspetto sociale e umano dell'industria. O come Nathaniel Hawthorne e Hermann Melville, sensibili a quel tanto di ineluttabile e di ignoto che era più visibile nella tecnica ai suoi esordi.
O come Samuel Butler, le cui utopie negative sulla lenta ma incessante confusione tra uomo e macchine avevano anticipato il sorpasso di queste ultime fattesi intanto capaci di comandare i loro antichi padroni fingendo di esserne al servizio. Nonostante le pagine di questi e di altri romanzieri e nonostante la rappresentazione degli orrori della civiltà occidentale messi in luce da Joseph Conrad, ambientandola nella wilderness africana, la rivoluzione industriale ha proceduto il suo cammino. E si è realizzata fino a raggiungere i traguardi della arrendevolezza ai macchinari informatizzati e alla smaterializzazione del lavoro che per certi aspetti colpisce la classe operaia di oggi.
Nel frattempo con l'esaurirsi della letteratura industriale, gli edifici sopravvissuti delle fabbriche dell'ottocento e del primo novecento sono diventate "archeologia" e il loro aspetto di cattedrali della produzione è emerso con evidenza. Da quel momento il sacro sinistro della tecnica non è più un mistero per nessuno diventando anche una forma di moda culturale. Ha continuato a macinare riti, e chi è vissuto nel mondo della fabbricazione industriale, assistendo all'ultima rivoluzione del lavoro, ha potuto vedere il realizzarsi del fenomeno previsto da Melville e Hawthorne, quello relativo alla caduta delle rigidezze mentali sull'organizzazione del lavoro.
Nel 1986 l'ingegnere Vittorio Ghidella, sotto la cui guida c'era stata la trasformazione dei vecchi stabilimenti Fiat in gioielli della produzione, dovette lasciare FiatAuto. In pensiero di fronte al possibile declino delle fabbriche molti si erano chiesti: "E adesso? che cosa succederà delle fabbriche?". "Le fabbriche" fu loro risposto, "vanno avanti da sole". Era la voce di chi sapeva bene come la tecnica fosse in grado di procedere in autonomia e avesse dentro di sé le soluzioni che occorrevano agli stabilimenti per sopravvivere senza bisogno di suggerimenti.
Potenza della tecnica che indicava le parole con cui difendersi e trovava anche quelle per valorizzarsi. Un esempio di quest'ultimo fenomeno è contenuto in un'affermazione pubblicitaria usata in quegli anni. "Fiat Uno. Che passione!" era questo il messaggio della campagna a sostegno del modello che segnò il ritorno della fabbrica torinese al successo dopo gli anni di piombo.
Al comitato di persone invitate a giudicare detta campagna, non sfuggì l'avvenuta trasformazione subita dal termine "passione". Da parola appartenente alla liturgia che richiamava e richiama la morte di Gesù, a parola ritenuta adatta a definire positivamente i tormenti suscitati dal desiderio di possedere quel particolare modello automobilistico. La metamorfosi era avvenuta e non restò che prenderne atto.
Erano passati pochi anni da quando negli stabilimenti di produzione torinesi la piaga dell'assenteismo in fabbrica era stata, se non debellata del tutto, fortemente ridotta.
Ragionando sulla correlazione esistente tra l'alto numero dei piccoli infortuni e l'alto numero di assenze, si era arrivati all'ipotesi che si potesse intervenire attraverso provvedimenti in area antinfortunistica. Si trattava di lanciare una campagna propagandistica all'interno della fabbrica sollecitando l'uso tassativo delle protezioni previste (caschi, guanti e altre apposite attrezzature).
Campagna di tipo ideologico, incentrata sul presunto potere di persuasione trasmesso da cartelli, poster, volantini eccetera, i quali avrebbero raffigurato l'uso corretto delle protezioni stesse in una cornice di atteggiamenti "eroici", intelligenti, moderni, comunque positivi. Accortisi che "il prodotto" da far "consumare" ai destinatari del messaggio non era nient'altro che un comportamento di obbedienza a una nuova imposizione aziendale o padronale, si preferì, dato il clima politico, di abbandonare l'idea, affrontando il problema da un'altra prospettiva: quella tecnica. Posto che la causa dei piccoli infortuni e quindi dell'assenteismo risiedeva nella natura delle macchine, era con queste che bisognava cercare di trattare.
Fu così che si decise di "negoziare" con esse, di "parlare" con le tecnologie di produzione più o meno robotizzate. Si era intuito che con le macchine bisognava e si poteva cercare di "colloquiare" considerandole, alla maniera di Heidegger, se non proprio espressioni dell'essere, quanto meno delle "persone", in altri termini delle creature. E fu così che, messa da parte la campagna sopraddetta, si diede il via all'aumento del numero dei punti di medicazione e di sale mediche a cui ricorrere al minimo incidente causato da una macchina.
Affrontati in modo dialettico, gli strascichi dei piccoli infortuni si ridussero notevolmente facendo precipitare le alte percentuali di assenteismo a livelli cosiddetti fisiologici. Senza volerlo era stato scritto una specie di apologo della storia delle relazioni uomo-macchina, il cui insegnamento faceva presente come la tecnica proceda allo stesso modo della natura. Per raggiungere i loro fini, scelgono entrambe la via più breve, la più economica e la più veloce alla quale non c'era che da adattarsi.
Ma è nella tecnomedicina e nella biologia che la centralità, l'indipendenza, l'autonomia e l'egemonia dalla tecnica si rivelano con maggiore evidenza. Rendendo possibile di mantenere in vita artificialmente persone che altrimenti è probabile avrebbero finito di vivere, la tecnica domina anche la morte. Molti scienziati e medici fanno presente come la permanenza della libertà di scelta sia in ogni modo garantita e per questo respingono l'idea di una tecnologia che impone l'obbligo di utilizzarla.
Sarà così, ma se non si tratta di obbligo, bensì di libertà di scelta, questo non toglie che la tecnica imponga di scegliere tra due violenze. Si è così tornati ai due torti di fronte ai quali veniva a trovarsi l'eroe della tragedia classica. Nelle Coefore di Eschilo, Oreste deve decidere se uccidere la madre Clitemnestra o disubbidire all'obbligo di vendicare il padre Agamennone.
Qualcosa di "esterno" a lui glielo impone. Fatta la scelta matricida, subisce la persecuzione delle Erinni. Violenza contro violenza. Quanto all'assoluzione salvifica proposta dall'Areopago, il tribunale convocato da Atena, non è meno violenta. Ritenendo Oreste non colpevole perché la figura del maschio e padre prevale su quella della femmina e madre, il tribunale ottiene che le Erinni siano trasformate in Eumenidi. È un passo avanti, un risultato di pace, sennonché è stato raggiunto grazie alla ripresa sotto altra forma della via dei persecutori. Una via in fondo alla quale c'è sempre qualcuno che paga.
I torti con i quali Oreste ha dovuto confrontarsi, cambiate le cose e i riferimenti, si ripresentano oggi nella scelta tra la durezza di tenere in vita forzatamente il paziente in stato vegetativo e quella di farlo o lasciarlo morire. Una scelta tormentata dalla confusione di non sapere dove stia di casa la violenza. Uno stato dentro il quale si è infilata surrettiziamente la tecnica nella sua dimensione rappresentata dal "possibile", nuova trascendenza dei nostri giorni.
In questa prospettiva uno si chiede come ci si debba regolare nei riguardi della tecnica e soprattutto della tecnoscienza. Non è facile rispondere, considerato che esse sono in grado di indicare da sole soluzioni seducenti: le loro. Il fatto è che non sappiamo da dove vengono e non lo sapremo mai. Quel tanto di ignoto che le accompagna, che ci supera, che ci appare estraneo e che ci affascina, ci mette però anche in guardia circa la loro provenienza e circa la presunta possibilità di farci scoprire ad esempio che cosa è la vita. La Passione che ha reso inoperante la tecnica primordiale del ricorso alla vittima per il controllo automatico della violenza dovrebbe renderci prudenti e responsabili verso tutto ciò che sa di tecnico che sembra avviato ad essere sacralizzato al posto della vita stessa.

(©L'Osservatore Romano - 30 agosto 2008)

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VIOLENZE ANTI-CRISTIANE IN INDIA: RACCOLTA DI ARTICOLI

Monsignor Rezza ripercorre la millenaria storia del Capitolo Vaticano

Professionisti della preghiera all'ombra di Pietro

di Nicola Gori

Sub umbra Petri: potrebbe essere il motto dell'antica e nobile istituzione del Capitolo Vaticano, che dall'xi secolo è al servizio dei Papi e della basilica di San Pietro. È una presenza costante e fedele, che affonda le radici nelle prime comunità di monaci che vivevano intorno alla tomba dell'Apostolo. Nel corso dei secoli sono cambiati gli abiti, le vesti corali, le forme e i segni esteriori, ma non è mai venuta meno la dedizione alla liturgia quotidiana e alle opere di assistenza e di carità. La vicinanza con il Successore di Pietro fa di questa realtà un unicum con la Chiesa universale. Immergersi nell'Archivio del Capitolo è come compiere un viaggio nella memoria, dove le vicende ecclesiali, sociali e storiche di ogni epoca hanno lasciato un segno e una loro testimonianza. Abbiamo chiesto a monsignor Dario Rezza, camerlengo del Capitolo Vaticano, di ripercorre la storia e di descrivere la situazione attuale di questa istituzione.

Il Capitolo Vaticano venne istituito nel 1053 da Leone IX. Quali furono i compiti affidatigli?

A questa domanda è arduo dare una risposta certa e definitiva. Infatti la bolla di san Leone ix del 1° aprile 1053, che gli storici considerano tradizionalmente l'"atto di fondazione" del Capitolo Vaticano, non ci dice nulla in proposito. Il Papa si limitò in quella circostanza a confermare ai canonici e alla basilica di San Pietro i possessi e i privilegi elargiti dai suoi predecessori ai quattro monasteri vaticani che, nei secoli precedenti, avevano garantito una presenza orante continua all'interno della basilica. È certo, comunque, - e il tenore della bolla del 1053 ce lo conferma - che per tutto il medioevo, e per gran parte dell'età moderna, il servizio richiesto dai Papi ai canonici oltre al ministero, direi centrale, della preghiera - "professionisti della preghiera" ci ha definiti giustamente Benedetto XVI in un recente incontro avuto con i membri del Capitolo - e della cura d'anime, si estendeva fino a comprendere anche l'amministrazione dei beni e delle sostanze della basilica: elemento nient'affatto secondario e, come si può ben capire, di grande responsabilità.
L'atto di Leone IX del 1053 non fu comunque un provvedimento isolato, bensì fece parte di un più vasto disegno di riforma del clero romano che giunse poi a compimento sotto la figura eminente, e per molti aspetti epocale, di san Gregorio vii, Pontefice dal 1073 al 1085.

Da una struttura monasteriale, il Capitolo è passato ad assumere una struttura canonicale e di servizio della basilica di San Pietro. Quali aspetti particolari della sua origine monastica sono ancora presenti oggi?

Il passaggio da una struttura monasteriale a quella capitolare è avvenuto progressivamente con il venir meno della vita comune. Il mutamento dell'abito risale invece agli inizi: già negli Statuti di Niccolò iii del 1279, la magna charta del Capitolo Vaticano, vennero stabiliti la foggia e il colore dell'abito canonicale. Ma, al di là di tali trasformazioni esteriori, è stato conservato intatto per secoli l'impegno della preghiera corale nei vari tempi della giornata. Fin verso la metà del secolo scorso ciò ha comportato un impegno quotidiano, attualmente domenicale, festivo e legato ad altre ricorrenze tradizionali, per esempio le commemorazioni dei santi Pontefici, ai quali sono dedicati altari nella basilica. Ma è in atto quotidianamente l'adorazione del Santissimo Sacramento per l'intera giornata, mentre alcuni canonici prestano il loro servizio nelle celebrazioni liturgiche secondo le necessità.

Il Capitolo è percepito dai fedeli essenzialmente come una struttura al servizio della liturgia. Questa sensazione corrisponde alla verità?

Il servizio liturgico è certamente la cura fondamentale del Capitolo: una particolare attenzione viene rivolta al canto gregoriano e alla celebrazione in cantu in lingua latina della messa capitolare festiva e di quella quotidiana del pomeriggio. Inoltre affluiscono da ogni parte del mondo corali che si affiancano alla Cappella Giulia della Basilica Vaticana. Soprattutto alla celebrazione della messa domenicale solenne c'è grande partecipazione di fedeli.

Come è strutturato attualmente il Capitolo?

Il Capitolo è composto dall'arciprete, dal vicario capitolare e da 34 canonici. Ad essi si aggiungono i sacerdoti coadiutori. Tutte le nomine sono di pertinenza del Pontefice.

Nel corso della storia, i canonici si sono occupati anche delle opere di carità. Questa tradizione è stata mantenuta?

Questa tradizione assistenziale e caritativa del Capitolo di San Pietro non è mai venuta meno: in passato in forme istituzionali, più recentemente attraverso fondazioni e sussidi per determinati scopi. Alcune opere sono sorte per iniziativa di singoli canonici e hanno poi coinvolto la mensa capitolare nella loro gestione.
Vorrei ricordare, in particolare, un sodalizio sorto per provvedere a sacerdoti anziani, infermi e poveri - senio, morbo, inopia laborantibus - denominato i "Centopreti", che è rimasto dalla sua fondazione, nella metà del XVIi secolo, fino ai primi decenni del 1900 sotto la gestione del Capitolo Vaticano. La costruzione dei muraglioni del Tevere, avvenuta dopo il 1870, stravolse la facies più caratterizzante del luogo dove erano le case lungo il fiume e il cosiddetto palazzo dei "Centopreti", al quale si appoggiava la fontana - poi situata in piazza Trilussa - che allora faceva da pregevole sfondo alla via Giulia. Oggi il grosso edificio con archi e galleria, detto ancora dei "Centopreti", sul Lungotevere dei Tebaldi, all'angolo con via dei Pettinari, ospita anziani sacerdoti, anche se non è più amministrato dal Capitolo.
Per disposizione testamentaria di due canonici, Vincenzo Carcarasi e Domenico Rainaldi, morti rispettivamente nel 1690 e nel 1711, furono istituite delle doti per le fanciulle povere, dall'età dei quattordici anni fino al matrimonio o al compimento del quarantacinquesimo anno. Tale opera assistenziale è proseguita a lungo, sia pure con le modifiche richieste dai tempi mutati.
Oggi l'opera assistenziale e caritativa viene effettuata attraverso sussidi a sacerdoti che ne hanno bisogno o sono infermi, con un Fondo istituito dal canonico Ennio Francia, scomparso nel 1995. A contributi per la mensa dei poveri e a altre opere - ma la carità non va strombazzata - si provvede con un settore speciale del bilancio annuale.

Che vincolo esiste tra il Capitolo e l'ospedale di Santo Spirito in Sassia?

Un rapporto, per così dire, dialettico tra il Capitolo di San Pietro e l'ospedale è testimoniato fin dai tempi della fondazione del nosocomio romano per opera di Innocenzo iii, Pontefice dal 1198 al 1216. E che ciò accadesse era inevitabile data la vicinanza, anche solo meramente spaziale, esistente tra i due enti. Ho definito volutamente dialettico tale rapporto in quanto, come hanno dimostrato studi recenti e come le nostre ricerche storiche sul Capitolo tenteranno in futuro di approfondire, non si trattò sempre di una relazione esente da contrasti. Tuttavia, tanti fattori contribuirono in passato ad incrociare i destini delle due istituzioni, non da ultimo il fatto che molti cardinali arcipreti della basilica furono investiti anche del ruolo di protettori dell'ospedale e, in seguito, fu proprio tra i canonici di San Pietro che vennero eletti molti dei suoi precettori. Che un simile stretto legame fosse già stato pensato ed incentivato fin dalle origini dal papato stesso si ricava poi facilmente se si pensa alla decisione presa dal medesimo Innocenzo iii nel 1208 d'istituire per la prima domenica successiva all'ottava dell'Epifania una solenne processione attraverso la quale i canonici - alla presenza del Papa e dei cardinali, e circondati dalla pia devozione dei fedeli - avrebbero dovuto condurre la sacra immagine del Volto Santo, comunemente noto come la Veronica, dalla basilica, dove si conservava ab immemorabili, fino al Santo Spirito.

Cosa conserva l'Archivio del Capitolo?

Bisogna premettere, innanzitutto, che dal 1940 gran parte della documentazione storica dell'Archivio Capitolare e la sua importante biblioteca furono trasferite in deposito temporaneo alla Biblioteca Apostolica Vaticana per contingenti necessità di conservazione e di studio. Il ricchissimo patrimonio archivistico del Capitolo si trova ancora al presente suddiviso in parti diseguali, quanto a consistenza, tra i locali che ospitano l'Archivio all'interno del palazzo capitolare e la Biblioteca suddetta. Presso la sede originaria si conservano, tra le altre cose, i libri degli stati d'anime e la serie dei diari della basilica, importantissimi per ricostruire l'attività liturgica che si svolse all'interno del tempio vaticano nel corso di tanti secoli.
Quanto al nucleo principale dell'Archivio, conservato come s'è detto presso la Biblioteca Vaticana, non ho remore a ripetere quanto abbiamo già scritto di recente, ovvero che si tratta di uno dei più ricchi archivi capitolari d'Italia e forse del mondo. E ciò appare evidente se solo si considera la posizione privilegiata della basilica di San Pietro - vero e proprio fulcro, non solo simbolico, della cristianità - e il ruolo che nella sua gestione i Papi riconobbero da sempre al Capitolo. Per limitarmi qui ad alcuni cenni citerò le numerosissime Bolle e i diversi atti con cui tanti romani Pontefici, fin dall'epoca più remota, governarono e beneficiarono la basilica; l'interessantissima serie dei libri censuali, ovvero gli antichi registri contabili di San Pietro, che con i loro esemplari più vetusti risalgono al secolo xiv; e la documentazione raccolta a formare la serie denominata delle abbazie, in cui si conservano tante memorie storiche relative a fondazioni monastiche situate in diverse regioni d'Italia e in stretta relazione col Capitolo Vaticano.
Stiamo ora procedendo, con la competente collaborazione della Biblioteca Vaticana, alla digitalizzazione della parte più antica del fondo archivistico. Ho avuto già modo di esprimere la commozione provata nel veder risorgere dal letargo di secoli antiche pergamene, dispiegate ora con estrema cura e con tutte le precauzioni necessarie, e nel poter leggere e interpretare la scrittura di originali documenti pontifici e chartae risalenti ai secoli tra il v e l'xi, ancor prima della istituzione del corpo canonicale. Ciò permetterà di conservarli con maggiore garanzia e faciliterà di molto l'opera degli studiosi che vorranno servirsi di questi documenti importanti per la storia della Roma altomedievale.

I canonici vaticani partecipano alle celebrazioni presiedute dal successore di Pietro. Come vivete questa vicinanza con il Papa?

I canonici partecipano in particolare alle cappelle papali che hanno luogo nella basilica. Ma la vicinanza al successore di Pietro è vissuta in forme più sostanziali, nella preghiera e con il richiamo continuo al suo insegnamento nelle omelie che vengono tenute in basilica durante le celebrazioni domenicali e quotidiane. C'è, cioè, un vincolo di fedeltà, di affetto e d'impegno che deriva dal fatto di vivere sub umbra Petri.

Che legame esiste tra il Capitolo e la città di Roma?

Un intero quartiere di Roma, il rione Borgo, ha avuto legami stretti con il Capitolo nell'ambito del ministero parrocchiale. Dopo il primo volume della storia del Capitolo Vaticano, che abbiamo pubblicato agli inizi di quest'anno, nel secondo e terzo volume previsti avremo modo di approfondire questo rapporto sia dal punto di vista urbanistico che demografico e sociologico, sulla base di una documentazione inedita, che sarà fonte preziosa per qualsiasi ricerca di carattere storico al riguardo.
Va inoltre ricordato che alcuni diaristi della basilica, oltre a descrivere tutte le cerimonie liturgiche che vi si svolgevano, hanno allargato il campo delle loro annotazioni con riferimenti ad eventi che hanno riguardato la città di Roma. Basta ripercorrere le pagine del diario del settembre 1870 per scoprire episodi di quelle giornate convulse, che gettano nuova luce su eventi ben noti, dei quali a volte si coglie nello stesso linguaggio graffiante una visione diversa.
Non vanno dimenticati i decreti capitolari e una vasta documentazione aggiuntiva del cosiddetto "ufficio degli eccetti", riguardante le chiese filiali del Capitolo nell'urbe. Sono come tanti tasselli che impreziosiscono la conoscenza della città.

Esiste una gerarchia all'interno del Capitolo?

Oltre all'autorità dell'arciprete e del vicario, vige il principio di decananza: ma più che di gerarchia si deve parlare di servizio in campo liturgico, amministrativo, archivistico, al quale vengono eletti a turno i canonici, secondo le modalità e i tempi stabiliti dalle costituzioni capitolari.
Vorrei concludere sottolineando come la millenaria storia del Capitolo di San Pietro in Vaticano - che stiamo cercando di ricostruire sull'ampia documentazione che abbiamo nell'Archivio - presenta molteplici campi di interesse, coinvolgendo il settore di ricerca archivistica propriamente detto, il settore liturgico, giuridico storico, musicale, sociale. Ci serviremo perciò della competenza di diversi collaboratori che per la loro specializzazione sono in grado di fornire una visione sintetica, ma aperta ad ulteriori approfondimenti sulle varie tematiche.

Quando è previsto il completamento di questa imponente opera di ricostruzione storica?

È difficile prevedere i tempi. Comunque sono in preparazione, per una pubblicazione già nel prossimo anno, il secondo volume della storia, sul patrimonio del Capitolo, una rassegna prosopografica dei canonici di maggior rilievo per rinomanza culturale, una selezione di mottetti musicali di maestri della Cappella Giulia. Confido che si propongano anche sponsor che permettano di realizzare pienamente e di portare a termine un'impresa di così vasto respiro.

(©L'Osservatore Romano - 30 agosto 2008)

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VIOLENZE ANTI-CRISTIANE IN INDIA: RACCOLTA DI ARTICOLI

Riceviamo e con molto piacere pubblichiamo questa intervista a Mons. Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti sul VI Congresso Mondiale della Pastorale per gli Zingari.
R.

INTERVISTA ALLA RADIO VATICANA, dell’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti sul VI Congresso Mondiale della Pastorale per gli Zingari

(Freising, Germania, 1 – 4 Settembre 2008)

“I giovani zingari nella Chiesa e nella società” è il tema del VI Congresso Mondiale della Pastorale per gli Zingari che si apre lunedì 1° settembre a Freising, in Germania, per iniziativa del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e grazie alla collaborazione della Conferenza episcopale tedesca. Il titolo scelto per l’incontro prende spunto dal Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato 2008.
Oltre 150 i partecipanti, in rappresentanza delle 25 nazioni in cui esistono strutture adeguate per la cura pastorale degli zingari. Tra i relatori anche zingari impegnati attivamente nelle loro associazioni. Sul tema del congresso, che si chiude giovedì 4 settembre, la Radio Vaticana ha intervistato il segretario del dicastero, l’arcivescovo Agostino Marchetto.

1. D.: Perché un Congresso dedicato proprio ai ‘giovani’ zingari?

R.: I giovani di oggi sono coloro che formeranno la società di domani, nelle loro mani è il futuro delle nazioni. Su di essi è concentrata l’attenzione e le attese degli Stati per un domani magari migliore. Pertanto è necessario “investire” sui giovani, cioè offrire loro opportunità di educazione e formazione professionale, di crescita e di sviluppo di quel grande potenziale umano e spirituale che portano in loro. Purtroppo, i giovani zingari sono di solito maggiormente soggetti alle situazioni di svantaggio e di discriminazione rispetto ai loro coetanei gağé (non-Zingari). Quindi, con questo Congresso desideriamo considerare le loro le necessità spirituali e materiali, denunciare e sanare le situazioni di svantaggio che oggettivamente gravano su di loro, e, inoltre, individuare modi più adeguati con i quali sostenere la loro formazione umana, professionale e religiosa. In più, offriremo loro occasione per esprimere le proprie attese e necessità per favorire un’autentica integrazione (che non è assimilazione) e una maggiore partecipazione nei progetti e nelle decisioni e attività che li riguardano.

2. D.: Dal primo Congresso, celebratosi nel ’64, con il sostegno e l’incoraggiamento di Papa Paolo VI, quanto e come è cresciuta la preparazione degli Operatori pastorali in questo settore?

R.: In quell’incontro il Papa esortò i Vescovi e i Congressisti a un maggior impegno per raggiungere più efficacemente il mondo tanto diverso degli Zingari. Posso dire, con soddisfazione, che il numero degli Operatori pastorali a loro favore è cresciuto notevolmente nel mondo. Oggi, in quasi tutti i Paesi europei esiste una struttura pastorale specifica (al congresso di Freising saranno rappresentate 25 Conferenze Episcopali). A livello nazionale vi sono i Direttori Nazionali, i quali svolgono il loro compito in stretta collaborazione con il Vescovo Promotore e sono coadiuvati dagli Operatori pastorali, in maggioranza laici. Il loro numero varia da un Paese all’altro, p.es. in Francia abbiamo un centinaio di Operatori pastorali, mentre in Germania solo in 4 diocesi vi è un sacerdote incaricato di tale pastorale. Ci sono anche Operatori pastorali che vivono con gli Zingari, all’interno di campi sosta, o che formano le cosiddette “comunità ponte” (v. Orientamenti N. 98). Per quanto riguarda la loro formazione, il Pontificio Consiglio organizza regolarmente i Congressi Mondiali, le giornate di studio e di riflessione, mentre le Chiese locali promuovono incontri nazionali, ritiri spirituali, pellegrinaggi. L’anno scorso, poi, il nostro Dicastero ha convocato il Primo Incontro Mondiale di Sacerdoti, Diaconi e Religiosi/e di origine zingara, al quale hanno risposto in una quarantina. Per favorire una migliore pastorale specifica, il Pontificio Consiglio ha pubblicato, l’8 dicembre 2005, Orientamenti per una Pastorale degli Zingari, il primo Documento della Chiesa, nella sua dimensione universale, dedicato alla popolazione zingara e ai nomadi in generale.

3. D.: Negli “Orientamenti”, pubblicati tre anni fa, affermavate che per la Chiesa l’accoglienza degli zingari rappresentava una sfida. E’ una sfida che oggi vi sentite di poter vincere?

R.: Personalmente credo che la Chiesa sia in grado di vincere tale sfida. E questo grazie, in gran parte, alle persone che sono impegnate nella pastorale degli Zingari, ma soprattutto grazie agli Zingari Consacrati. Forse non è a tutti noto che sono ormai un centinaio i Sacerdoti, Diaconi, Religiosi e Suore di origine zingara. Un ragguardevole numero ne conta l’India – una ventina di presbiteri –, a cui seguono l’Ungheria, con una decina di sacerdoti e consacrati, la Slovacchia, la Spagna e la Romania. La Francia è, finora, l’unico Paese in cui il Direttore nazionale della Pastorale per gli Zingari è un loro presbitero, coadiuvato da un altro sacerdote, 3 diaconi permanenti, 2 Suore e una laica consacrata, tutti Zingari.
D’altro canto certamente non tutto dipende dalla Chiesa. Negli stessi “Orientamenti” dicevamo pure che per poter parlare di un’autentica accoglienza, intesa anche in termini di integrazione e di incontro di culture, è necessario un grande cambiamento di mentalità, anche in ambito civile. Accoglienza richiede appunto la considerazione dell’identità e dignità dell’altro, e conseguente impegno per garantirgli una vita dignitosa e il rispetto dei diritti fondamentali. Purtroppo, molto spesso ancora nei nostri rapporti con gli Zingari ci lasciamo guidare da pregiudizi e preconcetti nei loro confronti.

4. D.: Lei ritiene che oggi gli zingari siano vittime di provvedimenti discriminatori in alcuni Paesi?

R.: Sì, purtroppo. Basta pensare alle polemiche suscitate negli ultimi mesi da alcuni provvedimenti legislativi sfavorevoli alle popolazioni zingare. Dai rapporti che ci pervengono dalle Chiese locali costatiamo che un po’ dappertutto gli Zingari sono vittime di discriminazione, disuguaglianza, e altresì razzismo e xenofobia. Consideriamo, p.es. la situazione in Europa: i Rom e Sinti, pur se cittadini di Stati membri e muniti di documenti validi, non possono godere degli stessi diritti dei comuni cittadini. In alcuni Paesi i bambini zingari sono costretti a frequentare scuole speciali per disabili fisici o mentali, mentre non poche donne vengono sottoposte a sterilizzazione forzata. La generale mancanza di fiducia fa sì che ai giovani, pur se ben preparati professionalmente, non è concesso l’ingresso al mondo del lavoro come per gli altri.

5. D.: Qual è la strada che la Chiesa indica per favorire una maggior apertura delle comunità ospitanti nei loro confronti

R.: Prima di tutto, direi, uno sforzo comune per una migliore conoscenza della situazione delle comunità zingare dall’interno, della loro cultura e storia. Il ruolo fondamentale possono svolgere in questo processo le scuole e i mass-media, nonché i mediatori culturali. Occorre, infatti, offrire alla società circostante un’immagine anche positiva degli Zingari per sradicare preconcetti persistenti. È necessario anche lavorare in comune accordo con gli Zingari, non ignorando la loro identità, il loro modo di vita, le tradizioni, la specificità del lavoro e soprattutto, come ho già detto, la cultura. Se non c’è rispetto per la cultura delle popolazioni zingare, sarà difficile giungere a una reale integrazione e dunque, in prospettiva, anche a un accettabile grado di scurezza sociale.

6. D.: Perché a volte l’impegno della Chiesa per l’accoglienza degli Zingari viene scambiato per ingerenza nelle politiche migratorie dei diversi stati nazionali?

R.: È l’indole propria della Chiesa essere profondamente impegnata in ciò che riguarda la vita dei suoi figli e della società in cui vivono, e quindi non rimanere estranea alle questioni sociali, esercitando anche l’advocacy nella difesa dei diritti umani di tutti. La Chiesa si propone di assistere l'uomo sul cammino della salvezza, ma essa ha pure una propria dottrina sociale, con la quale incidere sulla società e sulle sue strutture. è un suo diritto-dovere evangelizzare il sociale, ossia far risuonare la parola del Vangelo nel complesso mondo contemporaneo. Da qui deriva anche il dovere di prendere una posizione ferma e decisa, pur rispettosa delle competenze proprie a ciascuno, nelle situazioni in cui la dignità della persona umana e i suoi diritti sono calpestati, quando gli esseri umani soffrono per ingiustizie, discriminazioni o emarginazioni. Quindi, essa fa il proprio dovere anche quando condanna l’operato o deplora le decisioni degli Stati che offendono od opprimono la dignità umana. Questa sua posizione, purtroppo, è intesa spesso come, appunto, un’ingerenza politica. La Chiesa, invece, al di sopra dei partiti, si mette dalla parte dei più deboli, difende coloro che soffrono e dà voce a quelli che non l’hanno, come diceva Giovanni Paolo II, nel rispetto comunque della legalità e della sicurezza. Accoglienza e sicurezza vanno insieme come abbiamo detto molte volte.

7. D.: C’è nei giovani zingari la consapevolezza di dover collaborare a un migliore inserimento dei loro gruppi etnici nella società?

R.: Decisamente sì. La maggioranza dei giovani zingari ha maturato la consapevolezza di dover e voler svolgere un ruolo di protagonisti nei processi decisionali e politici che riguardano la promozione umana e sociale delle loro etnie. Essi sono convinti che non possono esserci strategie internazionali e nazionali efficaci in questo senso, senza la loro partecipazione nella preparazione e attuazione di queste strategie. Tale consapevolezza – come sostiene una giovane Sinta italiana nella sua relazione al Congresso – si esprime in forme diverse dal passato, più pronte al confronto culturale e politico con la società maggioritaria. Ella ci avverte inoltre che sarà difficile poter parlare di un futuro costruttivo degli zingari se questi non saranno coinvolti pienamente nelle politiche che riguardano la loro esistenza. Si nota anche maggior impegno per la formazione di giovani attivisti/mediatori zingari, i quali possano servire da canali di comunicazione tra le proprie comunità, le istituzioni e la popolazione maggioritaria, oppure da sostegno ai propri coetanei nel proseguire una buona preparazione professionale e per sradicare la diffidenza presente nelle loro comunità, come anche pregiudizi negativi persistenti nella gran parte delle nostre società.

8. D.: Quale messaggio vorrebbe che arrivasse dall’incontro di Freising a tutte le comunità zingare e a quei Paesi ‘ospitanti’ che sono impegnati, talora con difficoltà, nella loro accoglienza.

R.: Prima di tutto un messaggio di solidarietà e di comunione, in un contesto di speranza. È il nostro desiderio assicurare gli Zingari che sono al centro della preoccupazione della Chiesa, in quanto figli dello stesso Padre. Pur se spesso relegati ai margini delle società e discriminati, essi continuano ad occupare il posto che spetta loro, come disse Paolo VI, “nel cuore della Chiesa”. Vogliamo incoraggiare i giovani zingari ad un impegno concreto e duraturo per migliorare le condizioni di vita delle loro comunità, e per difendere la propria dignità e i propri diritti. Allo stesso tempo non si mancherà di ricordare loro anche il dovere di assumere tutti gli obblighi che una partecipazione responsabile alla vita sociale, politica ed ecclesiale comporta.
Un invito, poi, agli uomini di buona volontà e alle comunità ospitanti, ad aprire cammini di fiducia e rispetto, di comprensione e perdono reciproco. Occorre ricordare, appunto, che il rispetto della dignità trascendente della persona umana è il principio supremo che deve governare la convivenza umana, culturale e religiosa. Una raccomandazione, quindi, anche a lasciarsi coinvolgere in una maggiore apertura con gesti concreti di aiuto e sostegno.
Infine, agli Stati, un appello per adottare una normativa che veramente tuteli i diritti delle popolazioni zingare e le protegga dalla discriminazione, dal razzismo ed emarginazione. Inoltre un invito ad un dialogo aperto e costruttivo con le rappresentanze zingare.

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Il Gesù storico e la Passione al centro dell'incontro a Castel Gandolfo tra il Papa e i suoi ex allievi (Radio Vaticana)


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Il Gesù storico e la Passione al centro dell'incontro a Castel Gandolfo tra il Papa e i suoi ex allievi

Si svolge oggi pomeriggio a Castel Gandolfo l’incontro privato del Papa con un gruppo di suoi ex studenti, il cosiddetto Ratzinger Schülerkreis: tra i partecipanti figurano oltre 30 persone, tra cui il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn e due esegeti evangelici, Martin Hengel e Peter Stuhlmacher, docenti emeriti di Nuovo Testamento all'Università di Tubinga, ateneo dove il teologo Ratzinger ha insegnato negli anni ‘60.

Due in particolare i temi al centro dell’incontro: il rapporto tra i Vangeli e il Gesù storico e la comprensione che Gesù aveva del significato salvifico della sua morte. Domani mattina il Papa presiederà una liturgia eucaristica con i suoi ex studenti. Il servizio di Sergio Centofanti.


E’ un incontro ormai tradizionale quello tra Joseph Ratzinger e i suoi ex allievi, iniziato negli anni ’70 durante la docenza all’Università di Ratisbona. Quando Paolo VI nel 1977 nominò il teologo Ratzinger arcivescovo di Monaco e Frisinga i suoi studenti pensavano che l’appuntamento non si sarebbe più tenuto e invece continuò. E così accadde nel 2005: dopo l’elezione al Soglio pontificio si pensava che non fossero più possibili quegli incontri. Ma Benedetto XVI ha chiamato nuovamente a raccolta i suoi ex allievi. Negli anni precedenti si è parlato di islam, evoluzionismo, fede e Bibbia. Quest’anno, i temi al centro dell’incontro saranno il rapporto tra i Vangeli e il Gesù storico e la Passione, anche alla luce del libro del Papa “Gesù di Nazaret’. In questo libro, Benedetto XVI ha presentato il Cristo dei Vangeli come il Gesù reale, come il “Gesù storico” in quanto “questa figura – afferma - è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni” degli ultimi decenni. Tante diverse comprensioni di Gesù, proprio come accadeva alla folla 2000 anni fa:

“Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno. Grandi studiosi ne riconoscono la statura spirituale e morale e l’influsso sulla storia dell’umanità, paragonandolo a Buddha, Confucio, Socrate e ad altri sapienti e grandi personaggi della storia. Non giungono però a riconoscerlo nella sua unicità. Viene in mente ciò che disse Gesù a Filippo durante l’Ultima Cena: ‘Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?’ (Gv 14,9). Spesso Gesù è considerato anche come uno dei grandi fondatori di religioni, da cui ognuno può prendere qualcosa per formarsi una propria convinzione. Come allora, dunque, anche oggi la ‘gente’ ha opinioni diverse su Gesù. E come allora, anche a noi, discepoli di oggi, Gesù ripete la sua domanda: ‘E voi, chi dite che io sia?’. Vogliamo fare nostra la risposta di Pietro: … ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’".

(Omelia del 29 giugno 2007)

La morte di Gesù e la successiva nascita della Chiesa, in una situazione apparentemente fallimentare – rileva il Papa – si spiegano infatti solo a partire da qualcosa di straordinario, “solo a partire dal mistero di Dio”. Un mistero difficile da accettare:

“E’ il dramma del rifiuto di Cristo, che, come in passato, si manifesta e si esprime, purtroppo, anche oggi in tanti modi diversi. Forse persino più subdole e pericolose sono le forme del rifiuto di Dio nell’era contemporanea: dal netto rigetto all’indifferenza, dall’ateismo scientista alla presentazione di un Gesù cosiddetto modernizzato o postmodernizzato. Un Gesù uomo, ridotto in modo diverso ad un semplice uomo del suo tempo, privato della sua divinità; oppure un Gesù talmente idealizzato da sembrare talora il personaggio di una fiaba. Ma Gesù, il vero Gesù della storia, è vero Dio e vero Uomo e non si stanca di proporre il suo Vangelo a tutti, sapendo di essere ‘segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori’ … Dinanzi a Lui non si può restare indifferenti. Anche noi, cari amici, dobbiamo continuamente prendere posizione. Quale sarà dunque la nostra risposta?”

(Udienza generale del 3 gennaio 2007)

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