30 settembre 2008

Garelli: "Il senso del sacro val bene la messa in latino?" (La Stampa)


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Il senso del sacro val bene la messa in latino?

FRANCO GARELLI

Chiunque guardi ai fenomeni religiosi d’oggi non può non stupirsi del grande investimento che il Vaticano e il Papa continuano a fare sul ritorno della messa in latino. È recente il grido d’allarme del centro della cattolicità per i vescovi italiani che ostacolano l’antico rito, che fa seguito al monito di Benedetto XVI all’episcopato di Francia perché sulla questione della liturgia non si strappi ulteriormente «la tunica senza cuciture del Cristo». Nel mirino non c’è, dunque, solo la riottosa Francia, ma anche l’episcopato italiano tradizionalmente più elastico verso i cambi di registro della Santa Sede; e pure la Chiesa tedesca, da cui Ratzinger proviene e dove oggi più forte spira il vento della tradizione.

Viene da chiedersi se la questione del latino sia davvero così decisiva per una Chiesa cattolica che è alle prese con le molte sfide cui la espone l’annuncio cristiano nella società pluralistica. Non si stanno affrontando nella cattolicità due diverse visioni di Chiesa? Quanto i fautori del ritorno al latino fanno i conti con le concrete situazioni in cui operano i vescovi e il clero?

Dietro il motu proprio del Papa sulla reintroduzione del latino vi sono certamente varie preoccupazioni e intenti. Anzitutto creare un ponte nei confronti dei cattolici più tradizionalisti (e in particolare dei lefebvriani), per ristabilire la comunione con una quota di credenti che hanno rotto con la Chiesa di Roma a seguito delle aperture del Concilio Vaticano II.

La Santa Sede inoltre dichiara di ricevere sempre più proteste di fedeli delusi di non trovare nelle chiese locali la possibilità di assistere alla messa in latino, che si sentono quindi ai margini di comunità che non rispettano la loro sensibilità religiosa.

Ma l’argomento forse più forte a sostegno del ritorno alla liturgia del passato è individuabile nel giudizio che «il rito moderno ha distrutto il senso del sacro».

La riforma liturgica ha certamente dato adito a esagerazioni e abusi, con alcuni riti rivolti più alla centralità dell’uomo che a quella di Dio, più orizzontali che verticali; con il chiasso delle chitarre che annulla il senso del mistero; con omelie centrate più su considerazioni di ordine sociologico o politico che sul discernimento della parola di Dio.

Di qui l’idea che la liturgia pre-conciliare possa restituire quel clima di mistero che si è perso in celebrazioni concepite etsi Deus non daretur.

A rilievi come questi non sono insensibili i vescovi delle diverse nazioni, anche se preoccupati sia della realizzazione pratica del motu proprio papale sia di alcune convinzioni che lo accompagnano. Non c’è il rischio di confondere l’eccezione con la regola, di scambiare cioè la possibilità concessa ad alcuni gruppi di fedeli con il declassamento della riforma liturgica approvata dal Concilio? Certo la Chiesa non può vivere senza un fecondo richiamo alla tradizione e alla memoria.

Ma perché ritenere che solo il gregoriano o la messa di Pio V siano capaci di aprire al senso del mistero e della trascendenza? Ancora, questi orientamenti non esprimono l’idea di una cattolicità elitaria ed eurocentrica, a fronte di sentimenti cattolici in molte aree del mondo che non hanno le stesse basi culturali e spirituali né alcuna familiarità col latino? Infine, come far fronte alle domande della vecchia liturgia in una situazione ecclesiale sempre più carente di vocazioni, in cui i preti (molti dei quali non hanno più una formazione classica) dovrebbero moltiplicare le messe per celebrarle sia nella lingua nazionale sia in quella antica?

Pur apprezzata da non pochi «dotti inquieti» (anche di matrice laica), la messa in latino ci riporta al diverso modo di interpretare il rapporto chiesa-mondo presente nella cattolicità. Ancora una volta emerge la tensione tra l’essere un piccolo gregge nel mondo o mirare a un adattamento che non perda la sostanza della proposta religiosa.

© Copyright La Stampa, 30 settembre 2008 consultabile online anche qui.

Proviamo a rispondere alle domande di Garelli.

Ma perché ritenere che solo il gregoriano o la messa di Pio V siano capaci di aprire al senso del mistero e della trascendenza?

E questo chi l'ha detto? Mi si trovi il testo in cui Papa Benedetto XVI afferma una cosa del genere!
Guardiamo i fatti, non le teorie di certi media e certi vescovi.
Papa Benedetto non HA MAI celebrato Messa secondo il rito tridentino (volgarmente chiamata messa in latino).
Da quando e' Papa ha SEMPRE detto Messa utilizzando il Messale approvato da Paolo VI.
Sfido chiunque a mostrarmi le immagini in cui Benedetto XVI celebra con il Messale di San Pio V riformato da Giovanni XXIII.
E non si tiri fuori la celebrazione nella Cappella Sistina perche', anche in quel caso, si utilizzo' il Messale "conciliare" tanto e' vero che la lingua utilizzata fu l'italiano. Ergo: non poteva essere una celebrazione tridentina.
Tutte le Messe celebrate dal Papa adottano il Messale di Paolo VI e le lingue utilizzate sono molte, latino compreso.
Vogliamo forse osare dire che in queste celebrazioni non c'e' il senso del sacro? Sarebbe un'eresia.
Guardiamo alle Messe celebrate in Francia. Il Messale usato e' quello di Paolo VI, i canti in francese e latino, la liturgia splendida.
Non c'e' il senso del sacro? Suvvia!
Non e' quindi vero che "solo il gregoriano o la messa di Pio V siano capaci di aprire al senso del mistero e della trascendenza".
Una liturgia curata e ben fatta, come quella che il Papa ci mostra, prescinde dal Messale utilizzato tanto e' vero, RIPETIAMOLO, che Benedetto XVI non ha mai celebrato con il rito tridentino
.

Ancora, questi orientamenti non esprimono l’idea di una cattolicità elitaria ed eurocentrica, a fronte di sentimenti cattolici in molte aree del mondo che non hanno le stesse basi culturali e spirituali né alcuna familiarità col latino?

E allora? La maggiorparte delle Messe vengono celebrate utilizzando il Messale di Paolo VI. Questa e' la liturgia "ordinaria" e nessuno contesta questo dato di fatto.
NESSUNO e' obbligato ad assistere alla Messa tridentina.
I fedeli continuano e continueranno ad assistere a liturgie celebrate nella loro lingua madre.
Ma perche' escludere gli altri? Perche' lasciare alle porte quei fedeli cattolici che desiderano partecipare alla Messa tridentina?
Perche' queste persone devono essere escluse? Che senso ha?
Non c'e' forse posto per tutti nella Chiesa? Non trovo giusto affermare che c'e' posto per tutti tranne per coloro che amano il latino.


Infine, come far fronte alle domande della vecchia liturgia in una situazione ecclesiale sempre più carente di vocazioni, in cui i preti (molti dei quali non hanno più una formazione classica) dovrebbero moltiplicare le messe per celebrarle sia nella lingua nazionale sia in quella antica?

Enno'! Questa e' una scusa!
I preti non hanno piu' una formazione classica? Questo si' che e' gravissimo (altro che il motu proprio!).
Il latino va insegnato nei seminari perche', piaccia o no, e' la lingua universale della Chiesa Cattolica.
Non e' concepibile che vengano ordinati uomini che non sanno una parola di latino. Che cosa accadrebbe se venissero nominati vescovi?
Occorre studiare e rimboccarsi le maniche.
E poi parliamoci chiaro: quanti sacerdoti possono essere coinvolti in una citta' nella celebrazione della Messa tridentina? Uno? Due? Tre? Sono cosi' tanti?
Il punto e' un altro: ci sono molti ostacoli e molti vescovi mettono i bastoni fra le ruote non solo ai fedeli ma anche ai parroci.
Se e' vero che molti giovani preti sarebbero disposti a studiare il rito tridentino, mi pare che la questione potrebbe risolversi in fretta.
Occorre comprensione reciproca. Si dovrebbero evitare i "fondamentalismi" di chi impedisce le celebrazioni e di chi pretende la luna
.
Lasciamo che il motu proprio sia applicato secondo le norme stabilite dal Papa (non dai vescovi) e vediamo che cosa succede. I tre anni di prova non sono ancora partiti e siamo in ritardo di quasi tredici mesi. Si rifletta sul fatto che le richieste arrivano soprattutto dai paesi piu' secolarizzati: Germania e Francia.

Ancora una volta emerge la tensione tra l’essere un piccolo gregge nel mondo o mirare a un adattamento che non perda la sostanza della proposta religiosa.

Adattamento?
Mamma mia...ecco il punto.
Rileggiamo San Paolo:


"Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
(Rm 12, 2)

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Con fedeltà al servizio del Papa e della Sede apostolica

"È come se un cammino lungo, ricco di storia, giungesse a piena maturazione per ripartire con nuovo slancio e con spirito rinnovato verso un futuro che, ce lo auguriamo, sia altrettanto ricco. Guardiamo avanti, ma in piena fedeltà al passato". Mentre scorrono le immagini di un video in cui passato e presente si fondono in perfetta armonia, rendendo visibile questa volontà di progredire pur restando ancorati alle proprie radici, Domenico Giani, comandante della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, sintetizza così lo spirito che anima il profondo rinnovamento del Corpo. Un rinnovamento sancito significativamente nel giorno della festa del patrono san Michele Arcangelo, dall'entrata in vigore del nuovo regolamento.
L'ingresso nell'Interpol, la partecipazione a pieno titolo alla rete di focal points creata dall'organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (osce), l'istituzione di reparti speciali antiterrorismo e antisabotaggio sono tra le principali novità contenute nel regolamento, riscritto dopo circa sessant'anni.
Quest'anno dunque la tradizionale celebrazione della festa di san Michele per la famiglia dei gendarmi ha assunto un significato tutto particolare. Non a caso, diversamente da quanto accaduto negli anni passati, si è svolta a Castel Gandolfo, presso il Padiglione del Parco Antico delle Ville Pontificie.
E il Papa, sensibile alla loro quotidiana missione - "I miei Angeli" li ha definiti questa estate a Bressanone -, non ha mancato di essere tra di loro in questa circostanza e di rivolgere loro la sua parola.
"È per me una grande gioia - ha detto concludendo quella che è stata realmente una festa di famiglia - vedere per la prima volta riunito tutto intero il Corpo della Gendarmeria dello Stato Pontificio e avere così per la prima volta l'occasione di dire a tutti, e pubblicamente, il mio sincero e cordiale ringraziamento per il vostro servizio, realizzato con tanta competenza, con tanta fedeltà e discrezione".
"Sul vostro nuovo stendardo sono rappresentati un ramo di ulivo e un ramo di quercia, simboli della pace e della forza. E così interpreta anche la figura di san Michele: la forza di Dio contro la forza del male. E proprio essendo forza di Dio contro il male diventa forza di pace. Mi auguro che voi possiate essere sempre in conformità con il vostro santo patrono, forza della pace, forza del bene per tutti noi. Per questo vi imparto volentieri la mia benedizione apostolica".
Come si conviene a una famiglia forgiata dalla fede la giornata di festa è iniziata ai piedi dell'altare. La preghiera, veramente corale, è stata presieduta dal cardinale Giovanni Lajolo, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Monsignor Giulio Viviani, cappellano della Gendarmeria, all'inizio della messa ha rivolto al celebrante un breve indirizzo d'omaggio. Durante l'omelia, il cardinale si è soffermato in particolare sul concetto dell'adesione interiore alla volontà del Padre che si esprime, poi, nell'attuazione volontaria e volenterosa.
Il cardinale ha preso spunto dalla parabola del Divin Maestro proclamata nel Vangelo di Luca, laddove si racconta dei diversi atteggiamenti dei due fratelli chiamati a lavorare nella vigna del padre: l'indolenza da una parte e l'azione, dopo il pentimento, dall'altra. "Cercando di applicare a noi stessi - ha spiegato - nel concreto della nostra propria vita" questi diversi atteggiamenti dei due fratelli, "forse dopo la prima reazione nel porci, ovviamente nella categoria del secondo figlio, che fa, anche se non prontamente la volontà del Padre, a ben pensarci non possiamo del tutto staccare da noi stessi nemmeno l'immagine del secondo fratello". A impedirlo è il nostro "egocentrismo - ha aggiunto -, il porre sull'altare del nostro intimo noi stessi, l'idolo del nostro io".
Ma c'è un terzo fratello proposto dalla liturgia celebrata, al quale riferirsi "per plasmare la nostra vita: Cristo. Egli - ha detto il cardinale concludendo l'omelia - è il nostro vero fratello, non solo un'immagine di parabola" ma il fratello vero attraverso la cui imitazione "possiamo ottenere il perfetto adeguamento della nostra vita alla volontà del Padre" e così "la nostra vita può non solo imitare, ma può inserirci nella sua vita; Cristo ci assume nella sua vita di Figlio obbediente".
Al termine della messa il cardinale ha benedetto e consegnato al Corpo il nuovo stendardo, realizzato grazie alla collaborazione dell'arciprete della Basilica di San Paolo, il cardinale Cordero Lanza di Montezemolo, esperto di araldica. Raffigura, come spiegato dal Papa, due rami, uno di ulivo e uno di quercia, che si intrecciano. È sormontato da una statuetta di san Michele Arcangelo realizzata dal laboratorio marmi dei Musei Vaticani.
Le varie fasi della cerimonia sono state sottolineate dalle note della banda della Gendarmeria, di recentissima istituzione. A reparti schierati il comandante Domenico Giani ha poi salutato i numerosi intervenuti. Dopo aver ringraziato i superiori, "artefici di questo nuovo corso", i gendarmi in servizio, quelli che lo hanno concluso, e rivolto il suo pensiero a quanti sono scomparsi, il comandante ha parlato alle nuove leve. "Considero - ha detto - un privilegio poter lavorare con molti giovani. Vengono tra di noi in un periodo tra i più delicati della loro esistenza e sono chiamati a svolgere una missione più che un servizio. A loro guardiamo con particolare attenzione e con tanta fiducia. Non dimentichiamo quanto il Santo Padre stesso guardi proprio ai giovani come speranza per il futuro della Chiesa e del mondo.
Nel suo recente viaggio apostolico in Francia ha manifestato questa sua ansia parlando al Presidente Nicolas Sarkozy.
"I giovani - ha detto durante l'incontro all'Eliseo - sono la mia preoccupazione più grande. Alcuni di loro faticano a trovare un orientamento..., soffrono di una perdita di riferimenti nella propria famiglia..., sperimentano i limiti di un comunitarismo religioso condizionante..., spesso devono affrontare da soli una realtà che li supera". È dunque necessario "offrire loro un solido quadro educativo - ha precisato il Papa - e incoraggiarli a rispettare e ad aiutare gli altri cosicché arrivino serenamente all'età matura". È su questa linea che intendiamo accogliere e lavorare con e per i nostri giovani".

"Dovremmo essere capaci di insegnare loro a "essere" ancor prima di "apparire".

Dovremmo insegnare a considerare la stessa divisa che indossiamo, come lo specchio della nostra anima: non tanto segno di potere o di imposizione, quanto piuttosto segno distintivo di quello spirito di servizio che siamo chiamati a offrire al Papa, alla Chiesa, e a quanti sono abituati a vedere in noi i garanti di quella serenità che deve regnare nella casa del Padre".
"E qui mi rivolgo ai nostri anziani, custodi di questi valori: nessun insegnamento vale più dell'esempio, della testimonianza". Poi, annunciata l'entrata in vigore del nuovo regolamento, ha indicato la specificità dell'obbedienza che deve caratterizzare il gendarme. L'esempio, ha detto, è quello di san Benedetto che invitava i suoi monaci ad "ascoltare con l'orecchio del cuore" gli insegnamenti del maestro e la volontà del Padre.
Infine il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ha voluto esprimere il suo personale apprezzamento, e quello dell'intera Segreteria di Stato, per il Corpo. Nel sottolineare il particolare rapporto che lo lega con la Gendarmeria, il cardinale ha raccontato alcuni aneddoti a proposito della sua passata esperienza di docente proprio con i gendarmi più anziani. "Non so se tra i più anziani - si è chiesto il cardinale - c'è ancora qualche allievo della Guardia Palatina a cui ho fatto scuola di religione per diversi anni la domenica mattina, prima della riforma di Paolo vi. E non posso dimenticare poi i corsi di diritto canonico e civile svolti, a seguito della promulgazione del nuovo codice di diritto canonico, ai gendarmi. Si svolgevano di mattina presto, dalle sei e trenta alle sette e trenta. Immaginate voi se poteva esserci o no un po' di sonnolenza. Ma i gendarmi per definizione sono vigilanti e io cercavo di tenerli svegli durante le mie lezioni con qualche aneddoto".
Il ricordo è poi tornato a "quando ho messo piede per la prima volta in Vaticano, negli anni sessanta; ho provato subito ammirazione per la presenza diligente e rassicurante, ai diversi varchi, della Gendarmeria e della Guardia Svizzera. Sarà per la mia predisposizione salesiana, ma ho facilmente stabilito con loro un rapporto di fraternità e di amicizia, ma anche di grande stima". Rievocata "la delicatezza" delle mansioni che svolgono i Gendarmi, "la serietà della loro formazione", la "competenza professionale" raggiunta, il segretario di Stato ha messo in rilievo le qualità che devono rendere questo Corpo veramente speciale: la "disponibilità al sacrificio nello svolgimento del proprio compito, nell'ascetica dello spirito e non solo del corpo, al dono delle proprie capacità intellettive e affettive, con la coscienza che il posto occupato in Vaticano ha valenza anche come fedele seguace di Cristo; come testimone credibile del suo Vangelo".
Infine ha rivolto il suo pensiero alle famiglie dei gendarmi "a mogli e figli che devono essere orgogliose e orgogliosi dei loro mariti e dei loro padri".
A sigillo della stima che il Corpo della Gendarmeria ha suscitato nei superiori il cardinale segretario di Stato ha consegnato, a fine serata, onorificenze conferite da Benedetto XVI: all'ispettore generale Domenico Giani il titolo di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Silvestro Papa; al vice ispettore Raoul Bonarelli il titolo di Commendatore con placca dell'Ordine di San Gregorio Magno. Ai Sovrastanti Maggiori Gianfranco Maritan e Antonio Perfetti il titolo di Commendatore dell'Ordine di San Gregorio Magno.
Alla cerimonia hanno partecipato anche i cardinali Jean-Louis Tauran e Raffaele Farina; l'arcivescovo Piero Marini, i vescovi Renato Boccardo e Marcello Semeraro. Tra le autorità civili erano presenti il direttore delle Ville Pontificie Saverio Petrillo e numerosi membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede. Il Governo italiano era rappresentato dal sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri Gianni Letta. Tra le autorità militari, oltre al nuovo comandante della Guardia Svizzera Pontificia Daniel Rudolf Anrig, erano per l'ispettorato generale di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano il Prefetto Festa e il nuovo Dirigente Generale Callini, rappresentanti della Polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, del Corpo Forestale e della Polizia Penitenziaria.

(mario ponzi)

(©L'Osservatore Romano - 29-30 settembre 2008)

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Il cardinale Scola ricorda Giovanni Paolo I nel trentesimo anniversario della morte

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In occasione del trentesimo anniversario della morte di Giovanni Paolo I, il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, ha celebrato ieri nella basilica patriarcale di San Marco una messa in suffragio del compianto pontefice della quale pubblichiamo qui di seguito l'omelia:

"Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Marco, 9, 33). Il Signore ha appena preannunziato ai Suoi la Sua passione, morte e risurrezione. Egli si sta decisamente incamminando verso questo evento drammatico e misterioso. E i discepoli? Rispondono con il loro silenzio imbarazzato di fronte alla Sua domanda perché erano perduti in una radicale superficialità. Discutevano "su chi fosse il più grande" (Marco, 9, 34). Sono lontani dalla logica dell'offerta implicata dalla loro vocazione e missione di apostoli. Questa domanda un "essere presi a servizio" del Regno di Dio (non un semplice servire). Allora Gesù, constatando che la predizione della Sua passione, morte e risurrezione era stata espressa invano, preso tra le sue braccia un bambino (in aramaico una stessa parola significa "bambino" e "servitore") "lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: "Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato"" (Marco, 9, 36-37).
Un bimbo, l'essere umano più indifeso, che per natura chiede di essere ricevuto e curato, diventa così l'efficace simbolo del Figlio di Dio: che "non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo" (Lettera ai Filippesi, 2, 6-7). E l'abbassamento del Verbum-caro rivela lo sconfinato amore del Padre. L'onnipotenza di Dio si dimostra nell'impotenza del Crocifisso. Per libero amore, in Cristo Gesù, Dio si fa servo a favore di noi peccatori, per guarirci della nostra volontà di potenza. Servo, cioè oggettivamente umile come un bambino: "Chi accoglie uno di questi bambini accoglie me e, attraverso di me, il Padre" (Marco, 9, 37).
"Quando io dico: Signore io credo; non mi vergogno di sentirmi come un bambino davanti alla mamma; si crede alla mamma; io credo al Signore, a quello che Egli mi ha rivelato" (Giovanni Paolo I, Udienza generale, 6 settembre 1978). Questa infanzia dello spirito che, come diceva san Leone Magno, non ha nulla in comune "con le goffaggini infantili" (Leone Magno, Sermo vii, 2) ci riporta direttamente alla figura dei poveri di Javhè ben incarnata nell'umile ragazza di Nazaret. Il riferimento a Maria, madre di Gesù e madre nostra, si addice in modo singolare a Papa Luciani. Egli non si limitò ad affermare che Dio è padre ma genialmente, fin dalla prima Omelia qui in San Marco - e quindi assai prima del celebre Angelus - parlò, con linguaggio nuziale, anche di Dio come madre. Albino Luciani ebbe una coscienza acuta dell'assoluta necessità del rapporto di paternità/maternità/figliolanza come condizione imprescindibile per l'educazione. Tutto il suo ministero, da Belluno fino al soglio di Pietro, ne è documento mirabile. E tutti noi percepiamo che nella vorticosa transizione dell'odierna società l'educazione è la prima indispensabile risorsa. Ma l'educazione è un'arte, non una tecnica. Poggia sulla cura amorosa del rapporto tra generazioni. Se non si genera a casa, a scuola, nella società non si educa.
Da qui ha origine la sapienza di Albino Luciani, dottrinalmente rocciosa e non priva di severità, ma sempre proposta con l'umile consapevolezza di chi sa di doverla continuamente invocare dall'alto e custodire come il bene più prezioso ("se la ricercherai come l'argento e per essa scaverai come per i tesori" [Prima Lettura, Proverbio 2, 4]). Indefessa fu la sua ascesi tesa al cambiamento di sé, attraverso un continuo lavoro di approfondimento delle ragioni del credere, che egli seppe comunicare al popolo come impareggiabile catechista. Ascesi, cioè pratica di obbedienza in prima persona. Profondamente segnato dalla sua origine, tutto operò per il popolo santo di Dio con appassionata dedizione per i più semplici.
Nell'Udienza generale del 27 settembre 1978 (poche ore prima di morire), dedicata alla carità, Giovanni Paolo I disse: "Amare vuol dire andare verso l'oggetto amato con la mente, col cuore. Lo dice anche l'Imitazione di Cristo: chi ama "currit, volat, laetatur", chi ama corre, vola, è lieto, gode. Allora, amare Dio vuol dire andare verso Dio col cuore. Viaggio bellissimo". Leggiamo in quest'ottica il transito di Albino Luciani che ormai è nella luce della santità canonica. Vediamo ora la sua morte, giunta in maniera repentina e del tutto inaspettata, come la conclusione di questo viaggio bellissimo, come la corsa di un uomo dal cuore di fanciullo che trova la sua pacificazione tra le braccia del padre. Del resto la Chiesa con sapienza ci farà, fra poco, pregare così: "La fiamma di carità ... alimentò incessantemente la vita di Giovanni Paolo I e lo spinse a consumarsi per la tua Chiesa" (Orazione dopo la comunione): è questa la cifra sintetica del suo brevissimo, ma straordinariamente intenso pontificato.
E cosa tocca a noi ora qui convenuti per la trentennale memoria del Servo di Dio? Nella sua Lettera a Gesù, l'ultima del celebre Illustrissimi, Albino Luciani afferma: "Ho scritto, ma mai sono stato così malcontento di scrivere come questa volta. Mi pare di avere omesso il più che si poteva dire di Te, di aver detto male ciò che si doveva dire molto meglio. C'è un conforto, questo: l'importante non è che uno scriva di Cristo, ma che molti amino e imitino Cristo. E, per fortuna - nonostante tutto -, questo avviene ancora".
Con l'ausilio della Vergine Nicopeia chiediamo di saper seguire solerti Gesù contemplando il volto di Albino Luciani per trarre conforto dai suoi insegnamenti.

(©L'Osservatore Romano - 29-30 settembre 2008)

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Tra Bach e Haydn spunta anche Benedetto XVI

di Pietro Acquafredda

Un’edizione ricca di primati, al cadere del fatidico settimo anno, si annuncia per il Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra (dal 12 ottobre al 30 novembre), ospitato nei principali luoghi di culto, e che ha come orchestra «residente», i gloriosi Wiener Philharmoniker, al cui concerto ( Basilica di San Paolo fuori le Mura, lunedì 13 ottobre) parteciperà Benedetto XVI; e sarà la prima volta di un papa al festival. Per la cronaca, Benedetto XVI, da cardinale è stato uno dei più assidui frequentatori del festival, per la sua ben nota passione musicale, in nome della quale già una volta è uscito dal Vaticano in occasione di un concerto all’Auditorium. I Wiener, sotto la direzione di Christoph Eschenbach, eseguiranno la Sinfonia n.6 di Anton Bruckner. Ma il festival si inaugurerà il giorno prima con Bach. Con la sua Arte della Fuga, nella trascrizione strumentale ad opera di Hans-Eberhard Dentler, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Sempre di Bach il programma che chiude il festival, il 30 novembre (Sant’Ignazio): L’Offerta musicale nella revisione e strumentazione del medesimo Dentler.
Assoluta novità della settima edizione, la presenza di una rassegna organistica, incastonata fra la prima e seconda tranche del festival (17 al 20 novembre), con la partecipazione di nomi di primo piano del panorama internazionale (Jean Guillou, Simon Preston), e che si concluderà con un concerto-monstre (San Paolo entro le Mura) di nove organi e relativi organisti, per un brano scritto da Guillou, dal titolo La rivolta degli organi.
Terminata la rassegna organistica, il festival riprende il 22 novembre (festa di Santa Cecilia) con lo sbarco a Roma di un’orchestra e coro americani, diretti da Candace Wicke (la prima volta di una donna direttrice al festival romano) nel Requiem di Stephen Edwards. Il 26 novembre, San Pietro, ospita nel corso di una solenne celebrazione liturgica, officiata dal cardinale Angelo Comastri, il Coro della Radio di Berlino e l’Orchestra giovanile delle Americhe. In programma una Messa ('Harmoniemesse) di Haydn. Il 27 tornano i Wiener (San Giovanni in Laterano) in una formazione assai ridotta (quartetto d’archi)per l’esecuzione delle celebri Ultime sette parole di Gesù sulla croce. L’ingresso ai concerti è gratuito, ma occorre munirsi di un coupon di ingresso.
Info: 06.68899531

© Copyright Il Giornale, 30 settembre 2008 consultabile online anche qui.

I Wiener conquistano il papa. Con la sesta di Bruckner (Magister)

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COMUNICATO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI, 29.09.2008

"Più che un semplice tema mi pare che il Papa ci ponga di fronte a un vero e proprio programma di lavoro". E’ il primo commento dell’Arcivescovo Mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, a quanto Benedetto XVI propone come traccia di riflessione per la 43ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che ha per titolo: "Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia".

Quest’oggi, giorno della festa degli Arcangeli Gabriele, Raffaele e Michele, come da tradizione, viene solo annunciato il titolo del tema della 43ª Giornata, mentre il messaggio del Papa sarà diffuso successivamente, il prossimo 24 gennaio, festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.
A parere di Mons. Celli quello del Papa è "un compendio degli impegni e delle responsabilità che la comunicazione e gli uomini della comunicazione sono chiamati ad assumersi in prima persona in un tempo così fortemente segnato dallo sviluppo delle nuove tecnologie mediatiche che, di fatto, creano un nuovo ambiente, una nuova cultura".
"In un certo senso - continua il Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali - si potrebbe dire che il Papa chiede oggi agli operatori della comunicazione quanto ha chiesto durante l’incontro con il mondo della cultura a Parigi, quello, cioè, di assumere un atteggiamento veramente filosofico: guardare oltre le cose penultime e mettersi in ricerca di quelle ultime, vere".
"Appare evidente un senso di fiducia del Papa nei confronti delle possibilità dei media", aggiunge Mons. Celli, che ritiene "i media possano dare un grande aiuto nel favorire un clima di dialogo e di fiducia. Porre l'accento sul fatto che ai nuovi mezzi devono corrispondere nuove relazioni, significa toccare nel profondo il rapporto sul quale la comunicazione vive e si sviluppa; l'aggiornamento degli strumenti non segna semplicemente un passo avanti in senso tecnico, ma crea sempre nuove condizioni e possibilità perché l'uomo utilizzi e investa queste risorse per il bene comune e le ponga alla base di una crescita culturale ampia e diffusa".
A questo proposito, Mons Celli che in questi mesi ha incontrato molti operatori dei media e molti Vescovi, aggiunge che "se consideriamo che chi opera nei media è anzitutto un operatore culturale, non può non tornare alla mente quanto il Papa ha detto concludendo il suo discorso a Parigi agli intellettuali: ‘Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi’".
E dopo questo annuncio del tema del messaggio dell’anno prossimo cosa farà il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni? "Prenderà quanto mai sul serio quanto ci invita a fare il Papa. Proprio per questo, a marzo del prossimo anno, abbiamo in programma di incontrare i Vescovi responsabili della comunicazione in un seminario di studi organizzato in collaborazione con i Docenti universitari esperti di media e di comunicazione per giungere alla formulazione di una più precisa e moderna pastorale dei mezzi di comunicazione sociale".

Bollettino Ufficiale Santa Sede, 29 settembre 2008

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lupus in pagina

Tra banalità e furberie: «in aeternum»?

di Rosso Malpelo - Gianni Gennari

Pagine banali o complicate, ambedue fragili.
È la stampa, bellezza!
Cominciamo dalle prime. Ieri su 'La Stampa' (p. 1: 'Il neonato dribbla la scomunica') uno sconclusionato pezzo da dilettanti allo sbaraglio che, addirittura a due mani, vuol raccontare una scomunica definita 'ab aeternum' – prodigiosa coppia di errore di latino e di contraddizione in termini – che colpirebbe una famiglia di Pecetto, nel torinese, fin dal 1233 e con tracce nel 1571.
Il racconto non sta in piedi, sia in sé, sia perché nero su bianco proclama e ripete che «dal Vaticano assicurano che le scomuniche 'ab aeternum' non valgono più».

E allora?

Vuoto in pagina riempito da vuoto di cultura.
Prossima al genere, per l’eccitazione con cui racconta l’evento come novità assoluta, sul 'Corsera' (p. 22) la cronaca di una 'Messa all’Ipermercato'.
Tu parli con qualsiasi parroco di città e te ne racconta cento!
È la stampa, bellezza…
Per le pagine complesse, ma furbette, si segnala, ancora 'Corsera' (26/9, p. 53: 'Il nulla che unisce Dio e Darwin').
Emanuele Severino che solenne proclama: 'Disegno intelligente ed evoluzione sono entrambi figli del divenire e del caso'!
Niente Darwin, niente Dio, ma Democrito col suo 'caso' e annessi vari.

Leggi e, a parte il fatto che in realtà Democrito col termine 'caso' indicava il movimento degli atomi nel vuoto, trovi la solita acrobazia di pensiero arrampicato su se stesso, tra filosofia e scienza, Dio e nulla, potenza e atto, e ti viene in mente – ancora senza offesa – la famosa definizione di Victor Hugo: «Il caso è una zuppa fatta dai furbi, ma solo gli sciocchi la mangiano».

© Copyright Avvenire, 30 settembre 2008

:-)
Il blog non ha dato spazio ne' al "bambino scomunicato", ne' alla "Messa fra i carrelli" ne' all'articolo di Severino...sara' un caso?
No...semplicemente non ne valeva la pena e Malpelo conferma la scelta :-)
Cosi' come non vale la pena di parlare di quel vescovo che cita Jovanotti nell'omelia...

R.

Associazione Foe: "La lezione di Benedetto XVI sulla libertà di educazione" (Il Sussidiario)


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SCUOLA/ La lezione di Benedetto XVI sulla libertà di educazione

Associazione Foe

A conclusione del convegno del Centro Studi Scuola Cattolica, il Santo Padre è tornato a parlare di parità scolastica e lo ha fatto col suo consueto stile, pacato e netto; come una lama affilatissima che taglia senza fatica e senza produrre sbavature, ha inquadrato con poche parole la controversa situazione in cui si trova la scuola italiana e, in essa, la scuola cattolica.

Ha sostenuto la parità scolastica ribadendo che «occorre favorire quella effettiva uguaglianza tra scuole statali e scuole paritarie, che consenta ai genitori opportuna libertà di scelta circa la scuola da frequentare»; ha sottolineato che c’è una domanda crescente di educazione di qualità, per cui «la frequenza alla scuola cattolica in alcune regioni d’Italia è in crescita rispetto al decennio precedente»; ha posto l’accento sulle contraddizioni del tempo presente, dato che «proprio nel contesto del rinnovamento a cui si vorrebbe tendere da chi ha a cuore il bene dei giovani e del Paese», la risposta a questa domanda è ostacolata o addirittura apertamente combattuta, per cui «perdurano situazioni difficili e talora persino critiche». Ha, infine, indicato la via da percorrere: «l’approfondimento della cultura della parità non sempre apprezzata, quando non segnata da equivoche interpretazioni».

Sono parole chiare e inequivocabili, ma da quanti saranno ascoltate? Basta molto meno per scatenare la rabbia di quelle forze di conservazione – ormai un’elite, per la verità – che in questi giorni stanno sollevando un gran polverone a causa dei provvedimenti del Ministro Gelmini, sostenute dalla grancassa del mondo dell’informazione.

E dire che ci sono esempi di passione educativa condivisa e di collaborazione fra scuole paritarie e scuole statali che dovrebbero far riflettere. Significativo, al riguardo, è quanto sta avvenendo in Lombardia, dove è partita l’esperienza di “Compiti amici”. Si tratta di un doposcuola per alunni con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), avviato a Milano dalla Cooperativa San Tommaso Moro, in collaborazione con il Sindacato delle Famiglie e con il contributo della Regione. La collaborazione che si è creata tra le scuole coinvolte, che hanno diverso ordinamento (scuole statali e paritarie) e orientamento culturale (scuole della Comunità ebraica e Rinascita, scuola sorta da un’esperienza culturale popolare), può costituire un primo passo, iniziale ma estremamente significativo, verso un progetto in rete delle scuole statali e paritarie da attuarsi con i fondi del diritto allo studio, in una partnership stato-privato riconosciuta dalla Regione Lombardia.

Di diversa caratterizzazione, ma ugualmente significativo, è quanto invece è stato fatto Bologna, dove la Ducati (nota marca motociclistica) ha realizzato, grazie allo spirito di intrapresa ed alla genialità educativa del liceo paritario Malpighi, uno straordinario laboratorio di fisica, “Fisica in moto”, a disposizione di tutte le scuole del territorio. Oltre ad essere uno splendido esempio di rapporto fra scuola ed impresa e di innovazione didattica, il laboratorio è espressione di quella attenzione al bisogno di imparare e di capire che è proprio dei ragazzi. Una sensibilità educativa, insomma, che è davvero una ricchezza per tutti..

Chi continua a disprezzare “la cultura della parità”, segnandola con “equivoche interpretazioni”, non si rende conto che produce un danno a se stesso e a tutta la società, perpetuando quel modello statalista che è la vera rovina della scuola italiana. Perché (come scrive Renato Farina in un bell’articolo apparso il 26 settembre su Libero) «in un regime di monopolio tutto scade. Non c’è tensione, mancano progetti veri». I due esempi citati sopra – due fra i tanti possibili – sono invece progetti “veri”.

Basterebbe uno sguardo libero dal pre-giudizio per rendersi conto che il Papa, proponendo la parità, non si preoccupa della salvaguardia della propria “riserva indiana” di scuole, ma ha a cuore, come un buon padre, il bene di tutti i suoi figli, a partire da quelli più piccoli e indifesi: le giovani generazioni.

Le forze della “conservazione” provino a tenerne conto, se non vogliono che la conservazione, nel volgere di un breve periodo, si riveli per ciò che è realmente: la distruzione della scuola, e con essa della società italiana.

© Copyright Il Sussidiario, 30 settembre 2008

29 settembre 2008

Lucetta Scaraffia: "Le religioni sono tornate nel dibattito internazionale" (Osservatore Romano)


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«Aspenia» rilancia il dibattito internazionale

Il tempo delle religioni

di Lucetta Scaraffia

Le religioni sono tornate nel dibattito internazionale.
L'ennesima conferma viene dall'ultimo numero di "Aspenia", rivista dell'Aspen Institute Italia, dedicato al ritorno delle religioni nell'ambito pubblico, sul piano soprattutto della politica globale. Si tratta in sostanza di un aperto riconoscimento del fatto che il xxi secolo - entrate in crisi le ideologie del Novecento - si profila come un tempo delle religioni, tanto da far tramontare la vecchia idea secondo cui il progresso e la modernizzazione avrebbero segnato inesorabilmente la scomparsa della dimensione religiosa. Questo può essere considerato un segnale importante: l'autorevole rivista, infatti, affronta con serietà il problema del rapporto fra religione e politica, sia nei dibattiti tra esponenti politici italiani - tra Giulio Tremonti e Massimo D'Alema, tra Giuliano Amato e Gaetano Quagliariello - sia negli articoli dedicati alla situazione di singole aree del mondo, traendone conclusioni nuove e interessanti.
In sostanza, alle religioni viene attribuito un ruolo primario nella civilizzazione, nell'indirizzare gli esseri umani anche su temi politico-sociali.
Un ruolo che si è fatto decisivo con l'emergere dei temi bioetici nel dibattito politico: non più considerate come agenti di disturbo e portatrici di pensiero unico, le religioni si vedono invece riconosciuto un ruolo positivo nelle dinamiche culturali. A ricevere la maggiore attenzione - e questa è la novità più interessante - è senza dubbio la religione cristiana e, al suo interno, il cattolicesimo.
Questo risulta con evidenza dagli articoli dedicati nella rivista alla conversione di Tony Blair - che si accompagna al sorpasso del numero dei cattolici sugli anglicani in Gran Bretagna - o da quelli dedicati alla ripresa ortodossa della Russia. Una ripresa, secondo il sociologo Roman Lunkin, che per molti aspetti resta tuttavia un enigma: "La popolazione, pur essendo ortodossa fino al midollo, non desidera imparare la legge di Dio".
In questa situazione si collocano i rapporti, costanti e complessi, tra la Chiesa cattolica e il Patriarcato di Mosca, e quelli con la Santa Sede, che stanno molto a cuore al Cremlino.
E se in Francia per ora non si vede un aumento dei cattolici, la svolta imposta da Nicolas Sarkozy con il suo progetto di laicità positiva e il suo rispetto per i credenti - "l'uomo che crede è un uomo che spera" - segna indubbiamente l'inizio di una nuova fase.
Persino in Cina vi sono segnali di ripresa delle fedi, sia come rinascita del confucianesimo sia come adesione al cristianesimo, e forse, secondo Richard Madsen, anche al buddismo tibetano.
In America latina il fattore più interessante è la diffusione del movimento pentecostale, sinora visto con diffidenza dal mondo cattolico. Ma oggi - scrive Marco Vincenzino - cattolici e pentecostali potrebbero allearsi, almeno sul piano politico, per contenere la minaccia del crescente secolarismo. Peccato che in questo panorama manchi un articolo sull'India, oggi purtroppo al centro dell'attenzione mondiale per le crescenti violenze e le ricorrenti intolleranze contro i cristiani.
Il fascicolo si conclude con una serie di saggi - di Adriano Pessina, di Angelo Maria Petroni e di Ignazio Marino - sul ruolo della religione di fronte alle questioni bioetiche. "Il tema del progresso biologico è il primo grande interrogativo intellettuale e politico che si pone dopo la fine dell'ideologia socialista", scrive Petroni, ribadendo come Marino la sua posizione di liberale progressista.
Pessina rivendica invece "il contributo sostanziale che la religione cattolica offre su questi temi", individuato nel ricondurre la discussione "all'esigenza di stabilire la verità, e non solo salvaguardare ogni possibile opzione". Interventi diversi e interessanti, anche se forse non del tutto bilanciati: ma di solito, sulle riviste cosiddette laiche, non viene data la parola ad alcun cattolico.
Particolarmente significativi sono i saggi che analizzano l'operato di Benedetto XVI.
Il rabbino Jacob Neusner lo confronta con il ruolo politico di Wojtyla: "Così come Giovanni Paolo II identificò il punto critico del mondo contemporaneo nella minaccia posta dal comunismo alla dignità umana, allo stesso modo il suo successore Benedetto XVI ha colto il problema del giorno nella minaccia alla dignità dell'umanità rappresentata dalla trivializzazione della vita e dalla corruzione della moralità.

Il Papa santifica l'intelletto e si appella alla ragione e all'intelligenza per affrontare le sfide morali del mondo contemporaneo".

Nuova e importante è infine l'analisi di Sandro Magister sul ruolo internazionale svolto dal "Papa dell'Occidente", perché capovolge il giudizio comune sugli effetti del discorso di Ratisbona: pericoloso secondo i canoni del realismo geopolitico, il discorso ha fatto invece sbocciare fra Chiesa cattolica e mondo islamico un dialogo che "non c'era mai stato e sembrava impensabile", come dimostrano la lettera dei 138 saggi musulmani e l'accelerazione dei rapporti diplomatici con l'Arabia Saudita.
Un modo diverso di intervenire nella politica internazionale da quello a cui aveva abituato Giovanni Paolo II, ma altrettanto incisivo, confermato anche dallo sviluppo dei rapporti tra Santa Sede e Stati Uniti e, più in generale, dalla trasformazione della diplomazia in "un'arte della speranza".
Molte cose, nel dibattito pubblico, stanno insomma cambiando sul tema delle fedi, e in particolare sul ruolo della Chiesa cattolica.
Anche se non sembra accorgersene chi è rimasto a lamentarsi delle pericolose ingerenze della Chiesa.

(©L'Osservatore Romano - 29-30 settembre 2008)

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Su segnalazione di Gemma leggiamo:

Messa tridentina, a un anno dal motu proprio

Benedetto XVI ha agevolato il rito preconciliare

Santa Maria della Pietà

<< La liturgia di San Pio V non intacca il Vaticano II >>.

di giovanni panettiere

E' passato poco più di un anno dalla entrata in vigore - 14 settembre 2007 - del motu propriu Summorum pontificum che liberalizza la messa tridentina di San Pio V, nell'edizione del beato Giovanni XXIII, risalente al 1962. Un documento varato da papa Benedetto XVI con l'intenzione di far rientrare nella chiesa cattolica gli scismatici lefebriani, da sempre ostili alla teologia del Concilio Vaticano II e, a oggi, ben poco inclini a entrare nei ranghi.
A Bologna la chiesa di Santa Maria della Pietà, in via San Vitale, è una delle poche chiese in cui si celebra secondo il rito antico. Ogni domenica pomeriggio, dal novembre scors, alle 18. Con il parroco don Tiziano Trenti, classe 1962, tracciamo un bilancio di questa esperienza liturgica dal sapore antico in pieno centro.

Don Tiziano, come si è giunti ad avere la messa preconciliare alla Pietà?

"Un gruppo di persone di varia provenienza, accomunate dall'amore per la liturgia antica, aveva chiesto all'arcivescovo la disponibilità di una chiesa dove celebrare a norma del motu proprio. Potendo contare sull'aiuto di due confratelli parroci che condividono la mia sensibilità e dal momento che qui alla Pietà, già da tempo, non si celebravano funzioni nel pomeriggio delle domeniche delle feste, non ho avuto difficoltà a venir loro incontro, secondo l'esortazione del Papa e con la benedizione del cardinale Caffarra".

Questi fedeli sono aderenti al movimento tradizionalista Una voce, da più parte accusato di essere collaterale ai lefebvriani?

"Chi mi ha chiesto di celebrare la unzione di San Pio V non era assolutamente legato a Una voce, nè ad altri particolari movimenti organizzati".

Lei, tenendo conto dell'età media del clero locale, è un prete giovane. Da dove deriva il suo amore per la liturgia preconciliare?

"E' vero, data la mia età, posso dire di non aver mai visto una messa tridentina prima del giorno in cui l'ho celebrata io stesso, un anno fa. Forse questo amore è nato già durante i miei studi storici e artistici, quando a ogni passo mi imbattevo in fatti e oggetti incomprensibili senza un riferimento continuo alla liturgia come veniva celebrata da secoli. Poco alla volta, ho scoperto in questa celebrazione un grande tesoro di grazia, spiritualità e conoscenza, cui mi sembrava irragionevole rinunciare del tutto.."

Quante e che tipo di persone partecipano la domenica al vecchio rito?

"Direi che soprattutto dopo l'estate c'è stato un incremento dei partecipanti. Nelle ultime due domeniche più di sessanta persone. Questo, per una parrocchia del centro, non è poco. Alla liturgia partecipano fedeli di ogni tipo e fa piacere vedere una notevole e difficilmente prevedibile presenza di ragazzi e giovani. Già tre ragazzi che partecipavano abitualmente a questa messa sono entrati in vari seminari".

Presiede lei la celebrazione eucaristica?

"Siamo tre sacerdoti, tutti parroci, io in città e gli altri due in provincia, tutti di età tra i 39 e i 50 anni. Ci alterniamo nella celebrazione e nella presenza in confessionale".

Nell'arcidiocesi, ci sono altre chiese in cui si prega secondo il messale di San Pio V?

"In città, per ora, ci sono quelle della Madonna di Galliera dei padri Filippini. Il primo venerdì del mese e in altri giorni feriali, la messa tridentina viene celebrata anche nella chiesa di Stiatico di San Giorgio di Piano".

A livello internazionale, i tradizionalisti lamentano una certa opposizione di preti e vescovi alla messa antica. Soprattutto in Francia e Italia. Anche sotto le Due Torri, ci sono parroci che fanno muro?

"Non ho riscontrato particolari ostilità, anzi, noto un certo interesse da parte di altri preti giovani. Credo che ci sia la consapevolezza che questa messa non si nata, nè si sostenga 'contro' nessuno, nè tantomeno contro il Concilio Vaticano II. E' un servizio reso, con semplicità, a quelle persone che lo desiderano e che, secondo le indicazioni della Santa Sede, ne hanno diritto".

© Copyright Il Resto del Carlino 23 settembre 2008

FAVOREVOLE

Una delle obiezioni alla messa preconciliare è di essere rito del prete e non dell'intero popolo di Dio. "Il sacerdote non è il protagonista, più o meno creativo, perchè ogni suo gesto è regolato. Non è l'interlocutore unico dell'assemblea: insieme agli altri è rivolto verso il Signore", replica don Tiziano Trenti, parroco della chiesa si Santa Maria della Pietà.

CONTRARIO

"Nonostante gli sforzi per dimostrare il contrario, il Papa con il motu proprio sancisce due chiese, due teologie, due ecclesiologie, due cristologie".. E' inaudito che per lo stesso rito latino esistano ora due messali l'un contro l'altro armati: quello del concilio di Trento contro il messale del Vaticano II", attacca padre Benito Fusco dell'Eremo di Ronzano".

© Copyright Il Resto del Carlino 23 settembre 2008