28 settembre 2008

"Summorum Pontificum", un anno dopo: l'analisi di Don Pierangelo Rigon. «Rito in latino, una messa per tutti»


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UN ANNO DOPO IL MOTU PROPRIO DI BENEDETTO XVI. L’analisi di un sacerdote vicentino che ha partecipato al dibattito sulla liberalizzazione della messa Tridentina

«Rito in latino, una messa per tutti»

«Il Papa non intendeva riportare le lancette al 1962, cioè all’anno del vecchio Messale»

Don Pierangelo Rigon
Ancignano

Poco più di un anno fa, esattamente il 14 settembre, entrava in vigore il motu proprio di Benedetto XVI sulla liberalizzazione della cosiddetta Messa tridentina, di San Pio V, o più semplicemente ma con imprecisione, “Messa in latino”. La Messa nella quale, dice e scrive ancora qualcuno con senso di ripulsa, “il sacerdote volge le spalle ai fedeli”.
Anche a Vicenza, nella chiesa di San Rocco, a partire dalla prima domenica di ottobre, i fedeli che lo desiderano potranno, con serenità, partecipare alla Sacra Liturgia celebrata in questa particolare forma storica.
La scelta di mons. Nosiglia si colloca sulla scia di molte altre analoghe da parte di tanti vescovi nelle più diverse parti del mondo, ma è facile prevedere che le discussioni intorno a questo tema, anche in casa nostra, continueranno ancora per molto.
Qual è stato, ma più ancora quale sarà l'impatto pastorale, liturgico, ecclesiale in genere, di un tale evento, lo dirà la storia.
Noi siamo appena alle cronache, all’ascolto di chi ha gridato al tradimento dello spirito innovatore del Concilio Vaticano II o di chi ha annunciato, con gioia, che è solo l’inizio del pieno ritorno allo status quo ante.
A mio modesto avviso, il Papa non intendeva riportare le lancette dell'orologio della Chiesa e del mondo al 1962, cioè all'anno dell'ultima edizione - da parte del beato Giovanni XXIII - del vecchio Messale. Il suo desiderio, lo dice espressamente, era quello di riappacificare gli animi, di consentire la piena comunione di quanti si erano allontanati dalla Chiesa cattolica anche, ma non solo, a motivo del cambiamento del rito. Per intenderci, i seguaci del vescovo Lefebvre.
Questo nobile e generoso gesto non sembra aver sortito, purtroppo, almeno per ora, il desiderato effetto, almeno in questa direzione. Non c'è solo, infatti, la richiesta legittima del'antico rito a fare da sfondo alla complessa questione del tradizionalismo estremo di costoro. C'è pure l'aperto rifiuto del Concilio Vaticano II in blocco. C'è addirittura, nelle frange più estreme, la contestazione dell'autorità pontificia spinta fino al sedevacantismo che fa ritenere illegittimi tutti i Papi eletti dopo Pio XII.
Il motu proprio, però, se non ha accontentato questi “insaziabili”, come ha di recente pittorescamente definito il card. Hoyos coloro che vorrebbero molto e molto di più, come ad esempio che la basilica papale di Santa Maria Maggiore sull’Esquilino, a Roma, fosse riservata esclusivamente alla celebrazione secondo l’antico rito, ha recuperato alla Chiesa molti altri.

Quanti sentivano impoverita la preghiera della Chiesa in mancanza di esso, quanti lo aspettavano senza nostalgie risibili ma quale opportunità e dono e anche - perché no? - quegli uomini e donne di cultura che, pur non praticanti assidui, avevano osservato il declino e poi il rifiuto aperto di una magnifico edificio costruito con la pazienza dei secoli in un mirabile fondersi di arti diverse: l’architettura, la musica, il linguaggio, in generale “lo stile" (che oggi si preferisce chiamare “ars celebrandi").

Conosciamo tutti assai bene tutte le obiezioni davanti a richieste che partono da simili presupposti: il mondo cambia; occorre parlare la lingua di oggi; i nostri contemporanei non conoscono più determinati segni e così si sentono spaesati in un simbolismo ben diverso da quello propagandato, mettiamo, dei rituali sportivi o del divertimento; le chiese non sono musei.
Anche papa Ratzinger conosceva e conosce queste obiezioni ma, da uomo intelligentissimo quale tutti riconoscono essere, non si è lasciato incantare da queste sirene: ha studiato, si è confrontato, ha pregato ed infine, con coscienza libera ed illuminata, ci ha dato il motu proprio che passerà alla storia con il nome di “Summorum Pontificum".
Si è appena svolto, a Roma, un convegno organizzato da un gruppo ecclesiale denominatosi “Giovani e Tradizione” e con il Patrocinio della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”. L’assise, alla quale sono stato ben felice di poter partecipare, intendeva fare un bilancio del motu proprio ad un anno di distanza, un primo tentativo, dunque, di cogliere nella possibilità concessa da papa Benedetto una vera “ricchezza spirituale per tutta la Chiesa”.

Purtroppo le ideologie, anche teologiche, pastorali e liturgiche, non permettono ancora di parlare dell’uso del Messale del 1962 con sufficiente lucidità e apertura mentale. La rigidità di certi schemi che vorrebbe opporre conciliaristi e anticonciliaristi impediscono la serenità di un dialogo sicuramente fruttuoso tra le diverse anime del cattolicesimo.

Ci sono oltranzisti da entrambe le parti: chi considera la Chiesa solo a partire dal 1965 (anno di chiusura del Concilio Vaticano II) e ha stabilito che non ci può essere nulla di stabile, tanto meno le norme liturgiche lasciate al fluttuare della fantasia dei “presidenti di assemblea”; chi vorrebbe cancellare con un colpo di spugna gli ultimi quarant’anni di storia della Chiesa e del mondo e si attarda a discutere sulla lunghezza dei manipoli, rendendo, proprio così, un infelice servizio alla bellezza e alla bontà dell’antico rito riportato agli onori delle cronache.
Naturalmente, sia chi si trova da una parte che chi sta dall’altra qualifica la sua come una vera e propria “missione” di amore alla Verità e alla Chiesa. Alle volte si ha l’impressione di un guazzabuglio che disorienta i nostri fedeli e certo non li aiuta a trovare, nella preghiera pubblica, cioè nella Liturgia, un autentico alimento per la propria vita interiore.

Proprio lì, al Convegno romano cui facevo cenno, si diceva che dobbiamo imparare da Benedetto XVI la pazienza e la testimonianza dei piccoli gesti.

Mons. Guido Marini, nuovo maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, di certo in accordo con il Santo Padre, ha dato disposizione perché sugli altari nei quali celebra il Papa la croce stia al centro (e non importa se impedisce alla gente di vedere la faccia di chi presiede, non è poi così importante!), nella Cappella Sistina ha fatto rimuovere l’altare provvisorio e ha così ridato lustro all’orientamento tradizionale della preghiera cristiana, al momento della S. Comunione dei fedeli ha fatto porre un inginocchiatoio perché si riscopra, insieme con la comunione sulla lingua, il senso di un altissimo rispetto dovuto all’Eucaristia e progressivamente illanguidito nella coscienza di molti che vi si accostano con atteggiamenti vicini al sacrilegio, sia pur, si presume, non cosciente e quindi formalmente non colpevole.

La parola “tradizionalisti” ha un’accezione negativa e spesso, dopo lo scisma provocato dalle illecite ordinazioni episcopali del 1988, si sovrappone addirittura a “scomunicati” e allora, pian pianino, stanno prendendo piede i “benedettiani”. Il termine, di nuovo e felice conio, indica quelle persone che intendono dare attuazione ai desideri del Papa che oggi guida la Santa Chiesa Cattolica intorno alla Liturgia.

Sono idee note, perché l’allora card. Ratzinger le aveva espresse in numerose interviste fattegli, in varie pubblicazioni apparse, soprattutto in quel saporoso volume dal titolo Introduzione allo spirito della Liturgia.
Ora il card. Ratzinger è papa Benedetto XVI; l’illustre e raffinato teologo, il solerte prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è il Vicario di Cristo in terra, il Pastore di tutto il gregge.
Quelle che potevano essere considerate, e che tanti con un po’ di sufficienza orgogliosa consideravano, opinioni autorevoli ma private, divengono chiare indicazioni per tutti i fedeli cattolici.

Non è più il tempo delle diatribe, ma della accettazione, anche, di questo chiaro “segno dei tempi”. A noi è dato di vivere questo tempo, nel quale possono convivere l’antica maniera di celebrare il Divino Sacrificio dell’altare, con la nuova ritualità espressa dalla Riforma seguita al Concilio Vaticano II.

Non sappiamo che cosa potrà accadere in futuro: se tale fase possa venir superata con una “riforma della riforma” che accontenti tutti producendo un nuovo rito o se la distinzione tra Liturgia ordinaria e straordinaria si consolidi in permanenza.

Noi possiamo essere solo contenti perché, come ha detto Benedetto XVI ai vescovi di Francia, tutti devono potersi sentire a casa loro, nella Chiesa.

Sì, proprio tutti! Anche quelli che amano il latino, il canto gregoriano, la preghiera verso oriente (o versus Deum), il prolungato silenzio della celebrazione, la fissità dei gesti a indicare un patrimonio di fede che non sopporta creatività arbitrarie e protagonismi clericali.

Che anche nella nostra amata Chiesa di Vicenza vi sia la possibilità di utilizzare serenamente il Messale di Giovanni XXIII è davvero un segno di maturità e di libertà. A mons. Vescovo, dunque, l’attestazione della gratitudine per questo gesto di bontà e di accoglienza di tutto ciò che può esservi di buono e di bello nella grande Tradizione ecclesiale.

© Copyright Il Giornale di Vicenza, 28 settembre 2008 consultabile online anche qui.

Ma che bello questo articolo!!!
Ecco lo spirito giusto: niente "fondamentalismi" ne' da una parte ne' dall'altra, niente ideologie ammuffite, ma grande apertura mentale.
Mi piace molto il termine "benedettiani" :-)

R.

11 commenti:

euge ha detto...

Hai ragione Raffaella finalmente qualcuno che ha le idee chiare e soprattutto non si nasconde dietro a luoghi comuni e false libertà.
Peccato che sono pochi coloro in gradi di capire che il rito tridentino è alla portata di tutti e soprattutto un rito che fa parte del patrimonio culturale della chiesa e per l'ennesima volta replico un rito MAI ABROGATO dal Concilio Vaticano II.
Ci vuole tanto a capirlo?

areki ha detto...

Si è pensato adattando la liturgia alle condizioni attuali del mondo contemporaneo... e qui si è fatto l'errore fondamentale. L'uomo ha bisogno di rituali speciali, di un linguaggio specifico (si pensi al gergo impenetrabile dei giovani o degli SMS), l'uomo ha nostalgia del sacro... togliere tutto questo dalla Liturgia l'ha resa più povera e banale. Lo si è fatto in buona fede... sbagliare è umano, ma perseverare è.....
Ringrazio il Signore che grazie a questo Papa mi sta facendo capire tutto questo....

areki ha detto...

Concordo con l'articolo.
Soprattutto concordo con le conclusioni in esso contenute. Tuttavia vorrei umilmente sottolineare che i maggiori ostacoli al Summorum Pontificum in questo momento non provengono da tradizionalisti esagerati (che comunque non hanno nessuna forza) ma da persone che considerano il rito gregoriano come "tabu'" e quindi vivono in quella che il Santo Padre ha definito l'ottica della discontinuità, cioè considerano superato e negativo tutto ciò che precede la riforma liturgica del 1970 (perchè il punto non è il Concilio, ma la riforma ad esso seguita). Tengo a precisare che non ho nulla contro il Novus Ordo (celebro da 21 anni la Santa Messa con esso), però riconosco che esso presta il fianco ad uno stile celebrativo a volte spensierato, fonte di abusi e di adattamenti liturgici che il più delle volte lo fanno scadere. Sarei contento che un po' di gregoriano e di latino tornasse anche nel Novus Ordo, mentre prego che aumentino le comunità in cui si celebra, magari una volta a settimana col Vetus Ordo. Questo mio intervento vuol essere un contributo al dibattito.
Mi pare che ancora in pochi si siano accorti dello stato in cui versa la liturgia e della mancanza assoluta di senso del sacro....

Gianpaolo1951 ha detto...

@ Areki

Che Dio La preservi!!!
Purtroppo sono pochi i sacerdoti che la pensano come Lei…
Sia lodato Gesù Cristo!

don Marco (perplesso) ha detto...

Giusto per non tirare in ballo lo Spirito Santo.... o è sempre presente 1563 - 1963 o non lo è. Qualcuno lo dica chiaramente, si sta girando intorno con graduale e perniciosa lentezza come l'acqua che corrode lentamente i ponti.... si vuole arrivare a dire che il V: II è da annullare?? Lo si dica. Vuol dire che il nostro orologio è fermo al 1500.Ora le mie perplessità cominciano ad aumentare, mi par di capire che il Vaticano II sia un errore della storia, ma anche Trento qualche pasticcino lo ha confezionato.
Si giochi a carte scoperte e si dica la verità.....dove si vuole andare a parare???

brustef1 ha detto...

Ma lo Spirito Santo non è mica la mutua, che si dispensa gratis a tutti! Non credo che aleggiasse, per esempio, sul capoccione di Alessandro VI Borgia, così come credo non abbia assistito un bel po' di padri conciliari del CVII, visti i risultati. Condivido in pieno le analisi di don Rigon e di Areki

daniele ha detto...

A me pare che la risposta sia piuttosto semplice. Lo Spirito Santo assiste sempre la Chiesa: lo ha fatto dopo il Concilio Vaticano II ma lo ha fatto anche prima e nella stessa misura. Non è un mistero che da quarant'anni a questa parte esiste una tendenza diffusa, da parte di alcuni, a "far finta" che la Chiesa cominci nel 1962, come appare evidente da certi documenti o da certi scritti nei quali si cita solo il Concilio Vaticano e ciò che segue. Prima, tabula rasa. Dalla stessa erronea interpretazione dell'evento conciliare nasce la posizione ipertradizionalista che "blocca" la Chiesa al 1962, negando qualunque valore al Magistero posteriore. Si tratta, in entrambi i casi, di una posizione non conforme alla dottrina cattolica, che rigetta tanto il progressismo quanto il passatismo a favore della Tradizione, cioè della continuità tra passato e presente. Quindi non c'è alcun dubbio che lo Spirito che assiste oggi il Papa e assisteva nel 1962-65 i Padri è qualitativamente lo stesso che assisteva i Padri di Trento o di Costantinopoli o di Nicea.

Detto questo, occorre ricordare che lo Spirito Santo assiste infallibilmente la Chiesa solo quando essa si pronuncia su questioni di fede o di morale. Il Concilio Vaticano II non ha cambiato - né poteva farlo - nessuna delle dottrine appartenenti al deposito della fede, ma, come si addiceva a un Concilio che voleva essere per sua stessa intenzione pastorale, l'ha approfondita e spiegata in una maniera che pareva più adeguata al mondo contemporaneo. Quindi non c'è alcun contrasto tra la dottrina del Concilio Vaticano II e la dottrina cattolica preesistente, come ha messo ben in evidenza il Santo Padre parlando di ermeneutica della continuità.

Per quanto invece riguarda i provvedimenti disciplinari, le decisioni di un Concilio, ancorché rispettabilissime, non sono infallibile e non rappresentano necessariamente la soluzione migliore. Per esempio oggi nessuno ammette l'opportunità di certe prescrizioni disciplinari emesse dai Concilii del medioevo. La parte non dottrinale dell'insegnamento magisteriale, in altre parole, può essere legittimamente messa in discussione. Il che non si traduce, naturalmente, nella mancanza di obbedienza nei confronti della legittima autorità, ma nell'auspicio che tale autorità possa rivedere - nei modi che riterrà più opportuni - alcune cose che paiono meno opportune.

I riti liturgici rientrano in questa fattispecie: come prima del Concilio era lecito agli studiosi elaborare ed applicare riforme che - fatta salva la sostanza del sacrificio e dei sacramenti - favorissero la ricezione da parte dei fedeli, così oggi, a distanza di quarant'anni, è lecito fare lo stesso. Non significa affatto rinnegare il Concilio Vaticano II, ma, nel caso, di riprendere in esame quei suoi provvedimenti che - non riguardando la fede o la morale - possono cambiare.

A questo bisogna aggiungere che la riforma liturgica andò ben oltre la volontà del Concilio. Nella costituzione "Sacrosanctum Concilium", per esempio, si ordina espressamente di mantenere l'uso del latino nei riti occidentali (eccettuate alcune parti della liturgia) e di incrementare l'uso del canto gregoriano. È quindi impossibile ascrivere al Concilio l'attuale forma della liturgia. Tutt'al più possiamo dire che esso ne espresse il desiderio. Come poi tale desiderio fu realizzato, appartiene alla storia della Santa Sede, non del Concilio.

Storicamente la riforma che ebbe luogo negli anni 70 non ha precedenti. Il messale cosiddetto "di S. Pio V" non nacque dal lavoro di una commissione di esperti nel 1570, ma era semplicemente il messale in uso da secoli nella curia romana esteso alla Chiesa universale per eliminare i troppi particolarismi. Questo messale, a sua volta, si era sviluppato gradualmente e senza fratture fin dai primordi della cristianità. Nel 1969, invece, assistiamo per la prima volta a una liturgia costruita a tavolino sulla base di presunti bisogni pastorali del popolo.

A distanza di quarant'anni io credo sia lecito interrogarsi sull'effettiva bontà di tali presupposti (errare humanum est) e, se necessario, apportare i necessari correttivi. Liberarsi con troppa sufficienza di un passato glorioso e secolare non ha mai fatto bene a nessuno, tanto meno a un'istituzione che annovera la Tradizione, cioè la continuità e l'approfondimento della dottrina attraverso i secoli, tra le due fonti della divina Rivelazione (fermo restando che la questione dei riti non riguarda direttamente il dogma).

Questo dunque, a mio avviso, il significato del motu proprio del Papa: sottolineare la perfetta continuità tra il Concilio Vaticano II e ciò che c'era prima (del resto, anche S. Pio V nel 1570 non abolì quei messali che esistevano da più di due secoli) e attirare l'attenzione su un aspetto fondamentale della vita cristiana - il culto divino - che da qualche decennio era oggetto di intollerabili negligenze.

don Marco (ignorante smarrito) ha detto...

bene.... allora del "De Ecclesia" non ci ho capito na virgola.
Anche lo BXVI dice di andare oltre S. Tommaso...... vediamo di trovare la strada, temo di essermi smarrito come Dante...

brustef1 ha detto...

Condivido in buona parte le colte osservazioni di Daniele; dico però, da semplice fedele, che la Provvidenza ha fatto sì che dal CVII scaturissero errori ed effetti perversi, che hanno danneggiato e indebolito la Chiesa. Se questo rientra nel disegno provvidenziale, sarà certamente a fin di bene, la Chiesa si è risollevata da ben più gravi tragedie. Nello stesso tempo, dubito che lo Spirito Santo assista sempre la Chiesa, o meglio, temo che uomini di Chiesa abbiano ignorato il suo soffio anche quando si sono espressi in questioni di fede poi rivelatesi erronee

areki ha detto...

Ringrazio di cuore Daniele per il competente e profondo intervento postato. Sono totalmente daccordo con Te. Penso che sia ora far girare sempre di più idee come quelle che molti in questo forum manifestano, penso che sia anche un servizio al Concilio Vaticano II e a quanto effettivamente a voluto insegnare. Preghiamo che il Signore illumini tutti

Anonimo ha detto...

Spiace che don Pierangelo Rigon sbagli nell'indicare che la messa tridentina comincerebbe a essere celebrata a Vicenza "a partire dalla prima domenica di ottobre" (cioè il 5 ottobre p. v.). In realtà la messa sarà celebrata nella chiesa di S. Rocco a Vicenza domenica 12 ottobre 2008 alle 17:30, come annuncia un comunicato della Diocesi di Vicenza che si trova nel sito ufficiale: http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/
cci_new/vis_diocesi.jsp?idDiocesi=222
Evidentemente don Rigon non lo ha letto o non lo conosce? Purtroppo il suo articolo pubblicato sul Giornale di Vicenza con questa indicazione errata rischia di trasformarsi in una disinformazione per i cristiani che desiderano partecipare alla funzione, e dovrebbe essere rettificata.