8 aprile 2007

Rassegna stampa dell'8 aprile 2007


Ecco una prima parte degli articoli che i quotidiani di oggi dedicano al Santo Padre.
Successivamente verranno inseriti altri commenti...
Ancora Buona Pasqua a tutti.

Raffaella


Messaggio a Khamenei

Marinai prigionieri, l'intervento del Papa

CITTÀ DEL VATICANO — Anche Benedetto XVI è intervenuto, con una lettera indirizzata alla guida suprema iraniana Alì Khamenei, per contribuire a risolvere la crisi dei marinai britannici tenuti prigionieri a Teheran. A liberazione ormai avvenuta, la Santa Sede ha confermato il passo diplomatico compiuto da papa Ratzinger a scopi — è stato spiegato — «esclusivamente umanitari». Poche ore prima che avvenisse il rilascio dei marinai, mercoledì scorso, la lettera del Pontefice era stata consegnata nelle mani di Khamenei. Nel messaggio — secondo quanto indicato in Vaticano — il Papa si diceva fiducioso che una soluzione sarebbe stata trovata, con una prova di buona volontà. Auspicava inoltre che i marinai britannici potessero fare ritorno a casa per Pasqua: ciò sarebbe stato un significativo gesto religioso da parte di Teheran, spiegava ancora Benedetto XVI.

Corriere della sera, 8 aprile 2007


IL CASO
La missiva di Benedetto XVI alla guida spirituale iraniana: "Consentite ai militari di trascorrere la Pasqua in famiglia"

"Liberate i marinai catturati" e il Papa scrisse a Khamenei

MARCO POLITI

CITTÀ DEL VATICANO - Papa Ratzinger è intervenuto personalmente presso il leader iraniano Ali Khamenei, esortando le autorità di Teheran a liberare i 15 marinai britannici, catturati dai pasdaran. Già martedì scorso aveva cominciato a circolare negli ambienti diplomatici londinesi la voce di un interessamento della Santa Sede, ma in Vaticano avevano negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda degli ostaggi. «Abbiamo voluto mantenere fino all´ultimo la massima discrezione», ha dichiarato a Repubblica un esponente di Curia.
Ieri, però, è giunta la conferma ufficiale. Benedetto XVI ha scritto una lettera all´ayatollah Khamenei, in cui esprimeva la sua fiducia nella possibilità che gli «uomini di buona volontà» avrebbero potuto trovare una soluzione alla crisi.
È la formula tipica dei pontefici, specialmente quando fanno appello a governanti di altre religioni o ideologie. Lo stesso linguaggio fu usato da Giovanni XXIII, quando spinse Stati Uniti e Unione Sovietica a trovare un accordo per superare la crisi di Cuba.
«Abbiamo agito per fini esclusivamente umanitari» spiegano in Vaticano. Nella lettera, di cui ieri mattina ha riferito il quotidiano inglese Guardian, Benedetto XVI ha chiesto alla massima guida spirituale iraniana di fare quanto in suo potere per restituire alle loro famiglie i quindici militari britannici. Il Papa aveva accennato al periodo speciale di Pasqua, spiegando che la liberazione sarebbe stata considerata come un gesto religioso di buona volontà da parte dell´Iran.
Non è sfuggito agli osservatori che quando mercoledì scorso il presidente iraniano Ahmadinejad ha annunciato la liberazione degli ostaggi, ha usato espressamente un linguaggio religioso, parlando di "perdono" e sottolineando che la decisione era stata presa nel contesto di festività particolarmente importanti per l´islam e il cristianesimo: «In occasione della ricorrenza della nascita del grande Profeta (Maometto)...e in occasione della morte di Cristo».
L´intervento del Papa rivela che il premier Blair ha attivato tutti i canali possibili per risolvere diplomaticamente la vicenda. In pari tempo è una dimostrazione dell´ottimo posizionamento della Santa Sede nello scacchiere mediorientale: un´eredità della tenacia con cui Giovanni Paolo II ha contrastato fino all´ultimo l´invasione dell´Iraq da parte di Bush. Il mondo islamico considera complessivamente il Vaticano un ponte credibile nelle relazioni con l´Occidente. D´altronde la squadra Bertone (segretario di Stato) e Mamberti (ministro degli esteri vaticano) sta lavorando molto bene nel mantenere i rapporti con i leader arabi ed islamici in vista di uno svelenimento generale dei conflitti in Terrasanta, Libano, Iraq e della stessa crisi che coinvolge l´Iran.
Benedetto XVI, contrario alla corsa alle armi nucleari di Teheran, ha tuttavia sempre ricordato alle superpotenze che non stanno rispettando l´impegno al disarmo atomico e ha sottolineato in ogni occasione che va risolta pacificamente la crisi tra Iran e Nazioni Unite. Nel dicembre scorso il presidente Ahmadinejad aveva trasmesso al Papa una sua lettera, auspicando collaborazione tra le diverse religioni e lamentando l´equilibrio internazionale «ingiusto» ai danni di Teheran.

Repubblica, 8 aprile 2007

Visto? E' solo uno dei frutti della lectio di Ratisbona: fede e ragione unite per il bene del prossimo!


Per la liberazione dei marinai inglesi
Anche il Pontefice era intervenuto


Paolo Di Giannetti

Roma
Anche Benedetto XVI era intervenuto personalmente, con una lettera indirizzata alla guida suprema iraniana Ali Khamenei, per contribuire a risolvere la crisi dei marinai britannici catturati nello Shatt el Arab e tenuti prigionieri a Teheran. A liberazione ormai avvenuta, la Santa Sede ha confermato ieri il passo diplomatico compiuto da Papa Ratzinger a scopi – è stato spiegato – «esclusivamente umanitari».
Poche ore prima che avvenisse il rilascio dei marinai, mercoledì scorso, la lettera del pontefice era stata consegnata nelle mani di Khamenei. Nel messaggio – secondo quanto indicato ieri in Vaticano – il Papa si diceva fiducioso che una soluzione sarebbe stata trovata, con una prova di buona volontà. Auspicava inoltre che i marinai britannici potessero fare ritorno a casa per Pasqua: ciò sarebbe stato un significativo gesto religioso da parte di Teheran, spiegava ancora Benedetto XVI.
L'impatto della lettera di Ratzinger nella soluzione della crisi non è valutabile. Tuttavia, nella conferenza stampa tenuta per annunciare il rilascio dei 15 marinai britannici , il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad aveva spiegato che la decisione di «perdonare» il loro sconfinamento in acque territoriali iraniane era stata presa anche in occasione dell'anniversario della nascita di Maometto e della pasqua di Cristo.
Dopo la crisi provocata in tutto il mondo islamico dal discorso di Benedetto XVI su Maometto e l'Islam, tenuto a Ratisbona lo scorso autunno, i rapporti tra Teheran e Santa Sede si erano rasserenati a fine 2006. Anzi, l'Iran era stato tra i primi paesi musulmani a considerare «l'incidente» chiuso, e a parlare di equivoci e incomprensioni ormai chiariti.
Nel dicembre scorso poi, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad aveva scritto al Papa per chiedere, in nome della «cooperazione tra le differenti religioni», un aiuto diplomatico nella vicenda del programma nucleare iraniano osteggiato dall'Onu. Si trattava di una missiva tutta in chiave spirituale, in cui però il presidente iraniano parlava della necessità di porre rimedio alle «ingiuste relazioni» esistenti tra i Paesi del mondo.

La Gazzetta del sud, 8 aprile 2007


OGGI L'«URBI ET ORBI»

Terrorismo, fame e povertà L'appello del Papa al mondo

CITTA' DEL VATICANO — Ha raggiunto dimensioni record il gigantesco tappeto di fiori che venti floricoltori olandesi hanno preparato per le scenografia della messa pasquale che Benedetto XVI celebra stamane sul sagrato della piazza San Pietro prima d'impartire la benedizione «urbi et orbi», alla città ed al mondo.
Domineranno i colori pontifici, il bianco ed il giallo con le sfumature arancioni tradizionali olandesi, in un trionfo di tulipani, narcisi, giacinti, rose, azalee, ginestre, viole, garofani e gigli, gerbere ed iridi, distribuiti a migliaia su dieci terrazze artificiali, sull'altare e sulla loggia delle benedizioni.
La pace nel mondo, il terrorismo, i punti nevralgici della scena internazionale con una attenzione particolare al Medio Oriente e all'Africa dimenticata insieme ai suoi flagelli di povertà, fame, malattie, sfruttamento e conflitti saranno al centro del messaggio pontificio dopo l'annuncio della Resurrezione. L'indulgenza plenaria verrà assicurata dalla benedizione solenne ad una folla di fedeli che si preannuncia straordinaria — ieri la fila per raggiungere i musei vaticani ha superato il chilometro — ma anche ai milioni di telespettatori che la riceveranno per radio o per mondo mondovisione, a condizione di un «sincero pentimento», come stabilisce la formula letta dal cardinale protodiacono.
A conclusione della settimana santa il pontefice si trasferirà per alcuni giorni nella sua residenza sul lago di Castelgandolfo, dove terminerà i discorsi per il viaggio in Brasile del prossimo maggio, per le più vicine celebrazioni per i suoi 80 anni, che compirà il 16 aprile, e per la pubblicazione del motu-proprio che torna a liberalizzare la messa in latino di S. Pio V.
Decisione, questa, che spiegherà personalmente soprattutto in risposta alle resistenze dei vescovi francesi ed alle possibili interpretazioni «politiche» oltralpe e non solo di questo ritorno al passato.
Ieri notte Benedetto XVI ha celebrato la tradizionale lunghissima Veglia Pasquale, la «madre di tutte le veglie», secondo S. Agostino, aperta dal suggestivo rito della benedizione del fuoco, dell'accensione del cero nella basilica buia e del canto dell'Exultet, uno dei più belli ed antichi inni gregoriani.
Il papa ha amministrato il battesimo a due bambini e alle loro madri cinesi e ad altre quattro catecumene originarie di Cuba, del Camerun e del Giappone. Al battesimo ha consacrato la sua omelia per sottolineare che, grazie a questo sacramento dell'iniziazione cristiana, i fedeli non sono più soli neppure nella morte. «Nel battesimo, ha affermato, insieme con Cristo abbiamo già fatto il viaggio cosmico fin nelle profondità della morte». Ed ha invitato i fedeli a pregare perché il Signore dimostri «anche oggi che l'amore è più forte dell'odio e più forte della morte» e perché «discenda anche nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno e prenda per mano coloro che aspettano portandoli alla luce».

Corriere della sera, 8 aprile 2007


VENERDÌ SANTO

«Accanto ai sofferenti con un cuore di carne»

I dimenticati di oggi nella Via Crucis guidata da Benedetto XVI«L’intenzione più profonda della preghiera che ripercorre il Calvario è aprire gli occhi sul dolore di chi ci sta accanto» Il Papa ha portato la Croce durante la prima
e l’ultima delle quattordici stazioni


Da Roma Salvatore Mazza

Il nostro «non è un Dio lontano». Il nostro Dio «ha un cuore». «Anzi, ha un cuore di carne, si è fatto di carne per poter soffrire con noi». Per dare anche a noi «un cuore di carne per essere vicini ai sofferenti».
Lo scenario è sempre lo stesso. Quello consueto e irripetibile del Colosseo. Quando Benedetto XVI pronuncia la sua breve riflessione conclusiva della Via Crucis, l'anfiteatro è illuminato solo da torce e padelloni, mentre i fari sono tutti puntati sul bastione dal quale il Pontefice parla. Non segue un testo scritto, Papa Ratzinger. Come un anno fa, improvvisa. Per sottolineare, ancora una volta, la necessità di contemplare l'enorme mistero della Via della Croce come al mistero della via della misericordia di Dio. A mettere in evidenza come, questa via, debba essere la nostra via. «Nel volto di Cristo sofferente - dice, prima di benedire le migliaia di fedeli presenti - vediamo tutti i sofferenti del mondo. La Via Crucis ci aiuta ad aprire i nostri cuori», così che diveniamo «capaci di vedere col cuore». Perché - come ricordavano i Padri della Chiesa - il peccato più grande è proprio l'«insensibilità e la durezza di cuore».
Salendo ieri sera lungo l'antica strada romana che, dal Colosseo, giunge alle pendici del colle Palatino, la Via Crucis s'è snodata lungo le quattordici stazioni scandita dalle meditazioni dettate, quest'anno, dal biblista Gianfranco Ravasi e seguita in diretta da 67 televisioni di 41 Paesi di tutto il mondo. Benedetto XVI, come già nel 2006, ha portato la Croce nella prima e nell'ultima stazione, mentre nelle altre si sono alternati, insieme con il cardinale vicario Camillo Ruini, alcuni giovani provenienti da Cina, Repubblica Democratica del Congo, Angola, Corea e Cile, una famiglia italiana e due religiosi francescani della Custodia di Terra Santa.
Una strada, quella della Via Crucis, che è «un viaggio nel dolore, nella solitudine, nella crudeltà, nel male e nella morte», ha re citato la preghiera iniziale, ma soprattutto è insieme «un percorso nella fede, nella speranza e nell'amore, perché il sepolcro dell'ultima tappa del nostro cammino non rimarrà sigillato per sempre». Una strada con quattordici soste, dove frustate e gesti di tenerezza, crudeltà e misericordia, odio e amore si intrecciano il quello che monsignor Ravasi definisce lo scenario di una «tarda mattinata primaverile di un anno tra il 30 e il 33 della nostra era».
Lo scenario di una vicenda «aspra e cruda», dalla penombra dell'Orto degli Ulivi, che accompagna l'agonia e il tradimento di Gesù, alla deposizione nel Sepolcro, ultima attesa prima di una Pasqua che cambierà per sempre la storia. Una vicenda che nella salita al Calvario ci mostra i tanti Golgota di oggi, dove la folla che gode o soffre per lo scempio di Cristo non sembra alla fine tanto diversa da quella che alimenta o combatte le piaghe sociali del XXI secolo. Ma dove alla fine, annota Ravasi, «la Croce e il sepolcro non sono stati l'estuario ultimo» della storia di Gesù di Nazareth, «bensì lo è stata la luce della sua Risurrezione e della sua gloria».
Nel continuo salto temporale proposto nelle sue meditazioni, così, Ravasi vede nel Cristo chino in preghiera, solo e angosciato prima dell'arresto, tutte le solitudini in «attesa davanti a una parete spoglia o a un telefono muto, dimenticati da tutti perché vecchi, malati, stranieri o estranei». E così Pilato, che «incarna un atteggiamento che sembra dominare ai nostri giorni, quello dell'indifferenza, del disinteresse, della convenienza personale». Pilato sulla cui faccia brilla non tanto l'immoralità, quanto la «pura amoralità», quella che «paralizza la coscienza». E poi la compassione delle donne, un mondo di madri, di figlie, di sorelle che è immagine di tutte le donne, emarginate. E infine la folla, «Ritratto della superficialità, della curiosità banale». Un ritratto «nel quale si può identificare anche una società come la nostra che sceglie la provocazione e l'eccesso quasi come una droga per eccitare l'anima ormai intorpidita».

Avvenire, 7 aprile 2007

nella basilica vaticana

Davanti all'altare prostrato a terra in segno di adorazione e di ringraziamento

Prostrato completamente a terra davanti all'altare. Così ieri pomeriggio Benedetto XVI nella Basilica Vaticana durante la celebrazione della Passione del Signore, presieduta dal Pontefice prima della Via Crucis al Colosseo. Un atteggiamento che esprime insieme l'infinita riconoscenza e la totale sottomissione verso quel Dio che per amore degli uomini non ha esitato a farsi inchiodare al legno della Croce. Con la meditazione della Passione del Signore e con l'adorazione della Croce, la Chiesa commemora la propria origine dal fianco trafitto di Cristo e intercede per la salvezza di tutto il mondo.

Avvenire, 7 aprile 2007


Le parole di Benedetto XVI, come un padre ai figli

Quel «promemoria» destinato ai giovani

Edoardo Patriarca

La Pasqua è la festa della vita per eccellenza, la vita salvato da Gesù Risorto. Lo è per tutti noi, per tutte le generazioni. Ma senza nulla togliere a noi adulti, la Pasqua è la festa dei giovani per antonomasia. I loro volti raccontano e testimoniano l'eccedenza della vita, i loro occhi brillano di speranza e futuro. L'omelia di Papa Benedetto pronunciata in occasione della celebrazione delle Domenica della Palme e della XXII Giornata mondiale della Gioventù ha anticipato la festa che fra poco andremo celebrare. Un'omelia che nei contenuti, nel linguaggio e nella schiettezza prosegue il lungo magistero dei Giovani di Giovanni Paolo II con una continuità sorprendente. Papa Benedetto parla da padre ai suoi giovani figli, rende loro vicino e prossimo il Gesù della vita, li incoraggia senza nascondere le difficoltà e le insidie. E parla loro con affetto proponendo una sorta di agenda per una vita felice e realizzata. È Gesù che ci ha donato la chiave della vita e ci chiede di seguirlo. I suoi primi discepoli hanno "deciso di lasciare la loro professione, i loro affari, tutta la loro vita per andare con Gesù". Non il criterio dell'autorealizzazione ma piuttosto l'amicizia, il servizio agli ultimi, il coraggio di opporsi alla violenza e alla menzogna e di suscitare riconciliazione e pace fra gli uomini. Papa Benedetto si domanda: «Chi salirà il monte del Signore? (salmo 24 [23])». E propone due condizioni. Coloro che vogliono giungere in alto devono essere persone che sanno scrutare l'orizzonte della vita quotidiana e feriale per cercare il volto del Gesù risorto. Salire è fatica fisica e spirituale, un esercizio esigente delle virtù della resistenza, della capacità di usare bene le proprie energie, di sapersi fermare al momento opportuno per non smarrire il sentiero e per non «consentire di lasciarsi portare qua e là» e «non accontentarsi di tutto ciò che tutti pensano e dicono e fanno». Si sale perché si coltiva qualcosa di grande nel cuore, una aspirazione talvolta inafferrabile eppure vicina e concreta come lo è Gesù tra noi. La seconda condizione è che solo coloro che hanno mani innocenti e il cuore puro possono stare nel luogo santo. Papa Benedetto non va per il sottile. «Mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzione, con le tangenti». Un richiamo forte a costruire una cultura dell'impegno, della pace e della legalità. E Dio sa come il tempo che viviamo abbia bisogno di «mani innocenti», mani che sanno esercitare una testimonianza e un servizio con una integrità personale senza ombra alcuna. Quando è puro il cuore, si domanda Papa Benedetto? «È puro un cuore che non finge e non si macchia con menzogna e ipocrisia. Un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva, perché non conosce doppiezza. È puro un cuore che non si strania con l'ebbrezza del piacere; un cuore il cui amore è vero e non è soltanto passione di un momento». Non si intravede in tutto ciò il profilo di uomo innamorato del bene per gli altri, innamorato della città, innamorato di una politica orientata al bene, innamorato di una cultura improntata sulla responsabilità e sull'esercizio di una cittadinanza attiva e solidale? E poi si accusa la Chiesa di parlare solo di vita e famiglia: una occasione perduta dai media, non certo dai giovani che si avvicinano all'avventura cristiana e hanno la fortuna di incontrare "adulti colorati". Buona e Santa Pasqua.

Avvenire, 7 aprile 2007


La donna moderna "protagonista" della Via Crucis

di CATERINA MANIACI

Una Via Crucis nel segno del dolore ma anche della redenzione, che soprattutto si identifica con la donna. Sì, proprio della donna. Lo dichiarano le meditazioni proposte dal biblista Gianfranco Ravasi su incarico del Papa. Il testo ha una composizione che non segue la tradizionale scansione delle tappe della via dolorosa ma opta per un percorso originale. Il valore simbolico del Calvario viene attualizzato e messo in relazione con la storia umana, con i suoi drammi e le sue contraddizioni, l'ultimo atto della vita Cristo tende così a racchiudere i tratti di violenza e di amore che fanno parte dell'uomo. E un ampio spazio è riservato alle donne, al ruolo che queste hanno nella vita di Gesù e alle loro sofferenze, alle violenze che subiscono, a quelle che sono sole nella maternità, alle donne ebree e palestinesi. Questi i temi e le parole risuonati nella cornice solenne del Colosseo, mentre Benedetto XVI ha guidato la seconda Via Crucis del suo pontificato. In realtà la croce è stata portata per due stazioni dal Papa, la prima e l'ultima, dal cardinale Ruini alla seconda stazione e da due frati francescani della Terra Santa alla X e alla XI stazione. Poi è toccato ad una giovane africana della Repubblica del Congo che ha portato la croce alla terza stazione, alla IV e alla V è passata a una famiglia della diocesi di Roma, alla VI e VII stazione è toccato ad un giovane cileno, quindi all'VIII e alla IX stazione la croce passata nelle mani dell'Asia: prima una ragazza della Corea, poi di una giovane cinese. Fatto, quest'ultimo, di grande importanza simbolica, perché è nota quanto stia a cuore, alla Chiesa e a Benedetto XVI, la dolorosa questione della libertà religiosa in Cina e, in particolare, la vera e propria persecuzione che spesso i cattolici hanno dovuto subire. Alla XII e XIII stazione è toccato invece una giovane africana dell'Angola a portare la croce. Come sempre, moltissimi i pellegrini che si sono affollati intorno al Colosseo per unirsi, sia spiritualmente che fisicamente, alla processione all'interno del monumento. Ancora la donna nelle riflessioni di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, nel corso della Celebrazione della Passione del Signore svoltasi ieri pomeriggio nella basilica vaticana. In particolare, un pensiero su Maria Maddalena. Che non è solo una penitente - alimentando infinite leggende antiche e moderne - ma è la prima testimone della Resurrezione, «apostola degli apostoli, come la definisce San Tommaso D'Aquino».

Libero, 7 aprile 2007


Via Crucis seguita in tv da 5 milioni di italiani

di Redazione

«Il nostro Dio non è un Dio lontano, intoccabile nella sua beatitudine, il nostro Dio ha un cuore, anzi ha un cuore di carne, si è fatto carne proprio per poter soffrire con noi nelle nostre sofferenze, si è fatto uomo per darci un cuore di carne e risvegliare in noi l'amore per i nostri fratelli sofferenti». Sono le parole con cui, l’altra sera, Benedetto XVI ha concluso la via Crucis, al Colosseo. Migliaia di persone lo hanno accompagnato lungo il corteo sacro che ha attraversato le strade di Roma. Ormai è quasi notte e, dopo le 14 stazioni della processione, il Pontefice (che ha portato la croce nella prima e nella quattordicesima tappa) si rivolge ai fedeli e spiega il senso della via Crucis e dell’incarnazione. Oltre alle migliaia di fedeli presenti, milioni seguono il rito in tv: le immagini raggiungono 41 Paesi e appaiono su 67 reti. Tanto che il rito, trasmesso in diretta da Raiuno dalle 21.07 alle 23.02, è stato il programma più visto della prima serata, con 5.072.000 spettatori e uno share del 22,63%.

Il Giornale, 8 aprile 2007

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