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13 dicembre 2007

Vaticano: sorpresa a San Pietro, presepe ambientato a Nazaret


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VATICANO/ NOVITA' A SAN PIETRO,IL PRESEPE E'AMBIENTATO A NAZARETH
Mostra con presepi trentini, ricavato in beneficienza

Città del Vaticano, 13 dic. (Apcom) - Novità in Vaticano per le feste natalizie di quest'anno. Il Presepe che la Santa Sede sta allestendo in piazza San Pietro e che verrà scoperto e inaugurato la sera del 24 dicembre dal Papa, viene infatti ambientato non a Betlemme, ma a Nazareth. Con una scelta originale, la mangiatoia di Gesù è stata collocata addirittura nella casa di Giuseppe, ispirandosi al racconto del Vangelo di Matteo che descrive il "sogno" di Giuseppe e la sua decisione di accettare quel Figlio.
La casa - informa una nota del Governatorato del Vaticano - è stata interpretata come un edificio dimesso dove Giuseppe ha ricavato sia la propria dimora che la bottega da falegname e l'intero insieme compositivo si sviluppa su tre ambienti: la Natività, che domina il centro della rappresentazione, è collocata in un patio coperto. All'interno della casa, su un ballatoio, sono stati collocati gli angeli che assistono alla nascita di Gesù. Questi non vogliono solo evocare l'Annunciazione di Maria e il colloquio avuto con Giuseppe, ma hanno anche la funzione di annunciare l'evento e di assistere e proteggere il neonato, la Chiesa e la vita umana. Sul lato destro della Natività è ricreata la bottega da falegname, allestita con i suoi tipici strumenti. Sul lato sinistro è stata invece ricostruita una locanda, luogo dai diversi significati: momento di vita collettiva, contrapposizione della vita materiale a quella spirituale, e, infine, riferimento al viaggio di Maria e Giuseppe verso l'Egitto, reso ancora più intenso dalla strada che sale verso i confini della città.
Le statue che saranno posizionate all'interno del Presepe sono a grandezza naturale e sono state donate dal Trentino Alto Adige. Di queste, 3 verranno donate definitivamente alla Santa Sede. La tradizione presepistica trentina sarà esaltata anche da una mostra allestita nel Braccio Carlo Magno. Nella prestigiosa sede espositva del Vaticano sarà infatti allestita una rassegna di manufatti dedicati alla Natività provenienti da tutto il Trentino: presepi a tutto tondo, in grandezza naturale, tele dipinte da pittori del Rinascimento trentino, prestate dal Museo di arte antica medievale e moderna del Castello del Buonconsiglio, dalla Soprintendenza per i Beni storico-artistici e da alcune Parrocchie trentine. All'ingresso della mostra otto maestri del legno realizzeranno, dal vivo, opere dedicate alla Natività durante tutto il periodo della rassegna, che si apre il 18 dicembre e termina il 2 febbraio. Le creazioni degli scultori saranno poste in vendita all'asta e il ricavato andrà a sostegno di due iniziative di solidarietà in Africa.


Collocato nella casa di Giuseppe dove avvenne la Nativita'

(ANSA) - CITTA' DEL VATICANO, 13 DIC - Sara' ambientato nella casa di Giuseppe, a Nazareth, e non a Betlemme, il presepe che sara' allestito in Piazza San Pietro. Sara' inaugurato da Papa Benedetto XVI il 24 dicembre. Il presepe, ancora in costruzione, si ispira infatti al vangelo di Matteo, dove viene descritta la 'Nativita'' come avvenuta nella casa di Giuseppe.

23 ottobre 2007

La visita del Papa a Napoli: il commento de "Il Mattino" e l'attenzione del Presidente Napolitano


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Il capo dello Stato in città, visiterà Capodimonte e Donnaregina. In serata al ricevimento offerto da Sepe

Napolitano, sì al monito del Papa

«Attenzione e interesse per le parole del Pontefice». Il Presidente chiude il Forum della pace

LUIGI ROANO

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è arrivato ieri sera, poco dopo le 22, a Villa Rosebery per la terza visita istituzionale nella sua città. Il capo dello Stato stasera presenzierà all’atto finale del Meeting della pace con i capi religiosi di tutto il mondo nella maestosa cornice di piazza del Plebiscito. Napolitano arriva a poche ore dalla visita del Papa e dall’appello che il Santo Padre ha rivolto alla città e ai governanti: «Napoli ha certo bisogno di interventi politici», le parole del Pontefice.
Napolitano ha confidato ai suoi collaboratori di avere seguito «con attenzione e interesse» la visita del Papa e le sue parole su Napoli. L’appello di Benedetto XVI è sicuramente condiviso dal Presidente. Fu lo stesso capo dello Stato, esattamente un mese fa, nell’ultima visita, a incitare i politici. Lo fece da una scuola della Sanità davanti a una platea di studenti che lo sottoposero a molte domande: «Le istituzioni non debbono essere una passerella - disse - siamo in un periodo della nostra vita pubblica in cui purtroppo anche la smania dei mezzi di comunicazione, il comparire, finisce per prevalere sui contenuti». Napolitano resterà a Napoli 24 ore, stasera sul tardi ripartirà alla volta di Roma per tornare al Quirinale, ma come sempre accade quando è nella sua città saranno ore molto intense. Alle 10.40 il Presidente sarà al Museo di Capodimonte per l’inaugurazione della mostra del cinquantenario dell’apertura al pubblico del museo. Ad accoglierlo ci saranno i vertici degli enti locali e il vicepremier Francesco Rutelli. Napolitano taglierà il nastro a una mostra che si terrà fino al 20 gennaio, una festa di compleanno del museo con opere di artisti, dal Seicento al Novecento, da Caravaggio a Picasso. Il Presidente nel corso del suo giro - nella sala Tiziano - saluterà i dipendenti del sito. Alle 11.40 lascerà Capodimonte e alle 12 è previsto l’arrivo al Museo Diocesano di Largo Donnaregina dove verrà accolto dal cardinale Crescenzio Sepe e il Vicario episcopale per la Cultura monsignor Dovere. Anche questa è una inaugurazione perché il museo aprirà i battenti per la prima volta oggi. Napolitano si tratterrà meno di un’ora perché alle 13 è previsto il ritorno a Villa Rosebery dove ci sarà una colazione a carattere privato. Un tour de force, quello che aspetta Napolitano. Il Presidente alle 19 sarà in Prefettura, dove consegnerà la medaglia d’oro al valor civile a Marco Siviero, il giovane che per salvare la mamma ha perso una gamba. Alle 19.30 il Presidente si sposterà in piazza del Plebiscito per partecipare alla cerimonia conclusiva del Meeting per la pace. La giornata napoletana del capo dello Stato proseguirà alle 20.45 a Palazzo Reale dove parteciperà al ricevimento finale offerto dal cardinale Sepe. Solo intorno alle 22 Napolitano ripartirà alla volta di Roma per fare ritorno in Quirinale. Non sono previsti discorsi ufficiali del Presidente, però Napolitano potrebbe trovare il modo di intervenire su Napoli e il grande evento internazionale del Meeting della pace che ha messo la città in vetrina a livello internazionale. Il capo dello Stato segue con grande partecipazione le sorti di Napoli e sa che ogni sua parola si può trasformare in un incitamento per i suoi concittadini. Il mese scorso, quando salutò i ragazzi della scuola della Sanità che gli chiesero di essere vicino a Napoli, fece una promessa solenne: «Io sono nato qui, ho studiato qua, sono stato per una vita eletto deputato proprio alla Sanità e quindi potete immaginare con quale animo farò del mio meglio, ripeto, semplicemente per darvi una mano».

© Copyright Il Mattino, 23 ottobre 2007


La scossa di Ratzinger, ora tocca alla politica

La società civile: servono fondi e progetti. Sepe: il Papa ha voluto toccare con mano il nostro impegno

Un messaggio chiarissimo: contro la camorra e il degrado servono scuola e lavoro. Parole ripetute mille volte che, scandite dal Papa in piazza del Plebiscito, hanno un significato nuovo e fortissimo. Benedetto XVI guarda a Napoli con premura e attenzione e ha chiesto l’impegno di tutti. È come se il Vaticano volesse tenere sotto controllo la città.
«Il Papa ha voluto valutare da Papa la realtà napoletana - ha spiegato il cardinale Sepe durante un intervento a radio Kiss Kiss - Benedetto XVI ha potuto vedere con gli occhi e toccare con mano cosa fa la Chiesa di Napoli. Una Chiesa viva e dinamica, incarnata nel territorio». Il governo, attraverso il vicepremier Massimo D’Alema insiste sul valore universale delle parole del Pontefice in relazione al meeting interreligioso: «Il messaggio lanciato è molto importante. Queste giornate napoletane rilanciano con grande forza i temi della pace, del disarmo e del rifiuto della violenza». La scossa locale del messaggio di Ratzinger però è stata molto forte. «Il Papa ci ha fatto riflettere su un tema - spiega Anna Rea, segretario regionale della Uil - anche le cose più normali e ovvie da noi sono straordinarie. E le colpe sono stratificate. Penso al piano scuole aperte: non funziona perché non ci sono fondi e non ci sono progetti. Manca la politica». Sulla stessa linea Pietro Cerrito, leader Cisl: «Scuola e lavoro sono temi che dipendono direttamente dal governo centrale dal quale ci attendiamo risposte che ancora non sono arrivate. Ma anche a livello locale ci sono problemi. L’assessore regionale alla formazione, Corrado Gabriele, fino ad oggi non sta brillando se non per propaganda». «Ma il messaggio è rivolto a tutti - aggiunge invece Michele Gravano - non solo ai politici. Significativo che si torni a parlare di cambio di mentalità». Chiamato in causa anche il mondo della formazione legge nelle parole del Papa una strada imprescindibile. «Dovremmo esserne tutti convinti - afferma Pasquale Ciriello, rettore dell’Orientale - la repressione risolve le emergenze, l’educazione funziona a lungo termine». Ma le colpe dei politici tornano nelle parole dell’economista Riccardo Realfonzo: «Il Papa ha condannato anche la precarietà. Un tema vero di cui, in questi giorni di dibattito, grandi partiti come il Pd ha dimenticato il significato. Non si parla delle emergenze sociali». Politici praticamente assediati e non mancano voci autocritiche. «C’è un problema di classe dirigente - spiega il capogruppo regionale del Nuovo Psi, Massimo Grimaldi - serve una vera alternativa per dare speranze ai giovani». Un plauso a Sepe arriva, infine, dal presidente del consiglio regionale Sandra Lonardo: «Nella giornata di domenica mi ha colpito soprattutto il modo di organizzare e affrontare le questioni da parte del Cardinale Sepe: una forte personalità e un grande punto di riferimento per la città di Napoli». sa.sa.

© Copyright Il Mattino, 23 ottobre 2007


IL COMMENTO

Le risposte che servono

Sergio Sciarelli

È veramente sorprendente come una così alta personalità, che - per il suo magistero religioso e umano - non vive certo le realtà di Napoli, sia riuscita a cogliere in profondità l’essenza dei problemi che da tempo attanagliano il nostro territorio. Benedetto XVI ha rivolto a tutti un chiaro monito, indicando nella violenza diffusa il male maggiore, al di là delle stesse difficoltà economiche e della conseguente grave situazione occupazionale. Egli ha voluto così centrare nella crisi dei valori la vera radice dei problemi, per richiamare il ruolo decisivo che va svolto dalla politica, dalla scuola e dal mondo del lavoro per reagire alla diffusione di ideali distorti e di comportamenti sempre più lontani dalle norme della civile convivenza. Ma rispetto a questa crisi di valori, che purtroppo si va aggravando, quale reazione e da parte di chi è lecito aspettarsi? Certo la realtà non è incoraggiante perché si passa dalle accuse di brogli in campo politico, come nel caso delle recenti primarie del Partito democratico, alla tolleranza del bullismo e della mancanza di rispetto nella scuola intesa in senso ampio, alla furbizia disonesta di chi, avendo fortunatamente un posto di lavoro, cerca solo di massimizzarne i vantaggi senza rispettare i doveri che gli competono. In queste condizioni occorre una svolta decisa e da qui la speranza che il monito del Papa non rimanga lettera morta, che il suo appello alle coscienze cominci a produrre delle controreazioni in grado di ripristinare valori e comportamenti più corretti. È una sfida che dobbiamo raccogliere tutti, uomini della politica, educatori, imprenditori. Si tratta di rivendicare e onorare il ruolo a cui siamo chiamati senza farci sopraffare dallo scoraggiamento e abbandonarci, come spesso accade, a ricercare solo le responsabilità di altri.
È comprensibile che la prima risposta deve venire dalla politica nelle sue varie funzioni. Una politica che si manifesti sempre in modo autorevole, che si traduca in una sana amministrazione del territorio, che riesca ad incidere sul rispetto dei doveri civici e delle regole del corretto vivere. Accanto ad essa è giusto richiamare il compito fondamentale della scuola, da quella elementare all'università, quale palestra di formazione dei giovani e quale strumento essenziale per la loro qualificazione professionale. Anche nella scuola occorre un maggiore impegno specie degli uomini migliori, capaci di educare i giovani con il loro esempio di docenti e formatori. La scuola deve sapere aiutare le famiglie, soprattutto quelle che da essa si attendono i maggiori sforzi, nella difficile opera di diffusione di valori positivi ed esemplari. Ugualmente importante è il contributo che può e deve venire dal mondo del lavoro. Sono gli imprenditori che devono rivelarsi veri protagonisti, in grado di accogliere le sfide della moderna competizione globale, di accettare dosi maggiori di rischio, di ritrovare nell’associazionismo la forza necessaria per coltivare grandi progetti da trasmettere ai loro collaboratori e ai giovani. Il tema dell’educazione a valori che contrastino quella violenza diffusa, opportunamente condannata dal Papa, non può non richiedere il contributo anche degli organi di informazione, cui compete la responsabilità di sapere cogliere i fermenti positivi e di diffondere specie gli esempi da imitare. Di fronte ai richiami esterni venuti dalla più alta autorità religiosa della Chiesa cattolica, di fronte ad un presidente della Repubblica che, con la sua rinnovata presenza a Napoli, vuole testimoniare con grande discrezione e sensibilità la partecipazione ai problemi della sua città, possiamo e dobbiamo sperare nell’avvio di un percorso virtuoso che sia frutto della comune reazione a cui implicitamente ci ha richiamato il Pontefice nella sua breve ma incisiva presenza a Napoli.

© Copyright Il Mattino, 23 ottobre 2007

Il Papa a Napoli: due editoriali di "Avvenire"


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LA VISITA DI BENEDETTO XVI A NAPOLI / 1

Imparare a riconoscere i traguardi decisivi

CARLO CARDIA

Nella terra dove più forti si sono fatte le tensioni sociali il Papa ha detto parole di speranza e di fiducia per l’uomo e per i giovani. Nella città che si affaccia sul Mediterraneo con un’antica vocazione internazionale Benedetto XVI ha abbracciato molti esponenti della cristianità, ha incontrato i protagonisti della vita religiosa del Pianeta, ricordando che la religione deve portare messaggi di amore per tutti e bandire ogni guerra. Nel luogo dove il bisogno e la volontà di lavorare sono insidiati dal male oscuro della delinquenza organizzata, il Papa ha parlato delle doti naturali della persona, dei talenti che sono stati distribuiti a ciascuno di noi.
In questo modo il magistero universale del Vescovo di Roma si è incarnato in una realtà specifica, nella quale una grande tradizione umanistica e popolare convive con un degrado che è andato aumentando nei tempi più recenti.
Il nucleo delle parole del Papa è ancora una volta spirituale e morale, perché l’uomo deve formarsi e crescere in un quadro di valori e di aspirazioni che guardino in alto, che lo trascendano, diano fondamento più solido alla sua coscienza. Senza una dimensione che ampli il cuore e l’intelletto l’uomo può ripiegare in se stesso, può percepire l’avvilimento interiore, perde la forza e il coraggio di realizzare pienamente le sue potenzialità. A Napoli, poi, il Papa ha tratteggiato i compiti e i doveri di una società che voglia veramente aiutare le donne, gli uomini, i giovani, a compiere scelte di vita generose, per la propria famiglia, per gli altri, che riescano a sconfiggere quelle pulsioni di violenza e di sopraffazione che costituiscono oggi vere tentazioni dell’animo nella quotidianità dell’esistenza. La scuola ha trovato un posto centrale negli interventi del Pontefice. Senza una scuola che trasmetta conoscenza e moralità insieme, nei giovani prende forma lo sconcerto e il disincanto, si fa strada un cinismo che impoverisce la vita e il rapporto con gli altri, si provocano guasti profondi, difficili da superare.
Una scuola che trasmetta solo tecnica, o sia priva di valori forti e convincenti, non aiuta i giovani a crescere, ad impegnarsi con entusiasmo in un progetto di vita. Può invece spingerli ad agire sotto l’influenza di lusinghe ingannevoli, attenti all’interesse immediato, ma incapaci di affrontare le prove della vita perché non abituati a guardare in avanti ai traguardi decisivi dell’esperienza umana. A questi, e ad altri obiettivi, sono chiamati i cattolici che devono impegnarsi per cambiare tutto ciò che va cambiato, per ridare fiducia alle nuove generazioni, per convincerle che quando la realtà che ci circonda non convince può essere modificata, migliorata, con la partecipazione di ciascuno. Sono parole di speranza necessarie in un’epoca nella quale rischia di prevalere la sfiducia nel futuro.
L’intervento del Papa ha avuto il suo coronamento nelle parole rivolte ai rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni di tutto il mondo. La religione deve tutelare e salvaguardare la persona, deve assolvere una funzione universale di pace di concordia tra gli uomini. L’odio motivato con la religione è una assurdità e un controsenso, si fonda sullo stravolgimento della fede, mentre la fede è anzitutto riconoscimento dell’altro, rispetto della sua identità, slancio per vivere e lavorare insieme. Il cristianesimo fa dell’amore per il prossimo una ragion d’essere fondamentale per l’uomo e lo propone a chiunque voglia costruire una società moralmente e materialmente ricca. Ma tutte le religioni sono chiamate ad un dialogo che dia frutti, che estirpi la violenza dall’animo, avvicini gli uomini, faccia loro sentire quella comune ascendenza spirituale che è la garanzia più grande per poter conseguire traguardi meritevoli dell’impegno e dell’entusiasmo di tutti, anzitutto dei giovani.

© Copyright Avvenire, 23 ottobre 2007


LA VISITA DI BENEDETTO XVI A NAPOLI / 2

L’amore e la ragione in quel bacio alla reliquia

DAVIDE RONDONI

È stato un bacio lungo. Come se per un attimo non volesse staccarsi. Dal calore secolare di quel sangue, che è anche il calore popolare di una devozione. Il papa teologo, il papa filosofo, che sta sfidando i grandi intellettuali e la mentalità dominante sull’uso retto della ragione era lì inchinato, a baciare, per un attimo a non staccarsi dalla reliquia. Dal cuore fedele di Napoli. Dalla presenza carnale del Santo. Il Papa della ragione, il grande colto che ogni cenacolo intellettuale del mondo invidia a noi cattolici, e dopo le diffidenze sta stimando come voce libera e aperta, il Papa che ama ragionare finemente, se ne stava lì come ho veduto mille volte fare mia nonna, le nostre nonne. Come ho fatto anch’io, che so ragionare poco, ultimo dei cattolici e dei peccatori. Il suo bacio di Papa, il suo onore di Papa, per così dire al pari del bacio delle nostre nonne, della nostra devozione e del nostro povero affidamento. Si è visto, non ha voluto staccarsi subito. Non ha voluto dare un omaggio formale, un bacio freddo. C’era tutto il suo affidamento di uomo, e di Papa, nel ripetere con forza il gesto che dal 1389 compiono tutti i semplici pellegrini, quelli con una grande fede, e quelli con una fede così così, quelli con l’anima linda e quelli con l’anima in tempesta. Il bacio al sangue del martire.
Gesto irrazionale da parte del Papa che parla di ragione? Gesto 'bigotto' da parte del Papa che ha con lungimiranza civile invitato a puntare su scuola e lavoro per rispondere alle sfide e ai pericoli sociali ?
Due Papi? Due volti diversi? O forse uno solo, il volto del mendicante, che riconosce la grandezza della Presenza all’origine del miracolo e di tutti i miracoli
. Che lo riconosce con piena ragione, con la ricca disponibilità delle sue risorse intellettuali. Le quali lo rendono semplice, e quasi bambinesco, umilmente attaccato con il bacio a quella reliquia. Che è segno, traccia, poco sangue che si è arricchito del sangue e della presenza carnale dei cristiani di Napoli, segno di un sangue del passato e di una umana presenza che giunge fino ad oggi. Fino al medico Moscati, e a quelli che come lui ancora incontrano senza riserve il bisogno dei vicoli, e rispondono alla grande domanda di senso che viaggia nei vicoli del cuore di ogni uomo, ricco o povero che sia. Il bacio del Papa teologo, il suo omaggio dato al miracolo amato dal popolo è un grande segno della Chiesa intesa come vita, come movimento di ragione e di cuore che tocca la concreta storia e riconosce l’azione del mistero. L’uso alto, aperto, radicale e sensibile della ragione trova nel gesto del bacio, non una smentita, ma il suo fuoco, il fiore di adesione al mistero che della ragione è culmine. Un ragionare che non sbocciasse in amore sarebbe un’arida analisi, sarebbe una comprensione monca. E non un amor qualsiasi. Non un amore a vanvera. Ma il bacio, l’omaggio dato a una presenza che nutre la storia con il richiamo al sacrificio e con la speranza. Per questo non voleva staccarsi. Affidando sé, le sue preoccupazioni di Papa, cose che ci fanno tremare i polsi, come ogni uomo affida le proprie, e tutte ci fanno tremare i polsi. È stato un bacio che resta come un segno forte in quest’epoca dura. Un bacio dato per un empito della ragione, per un riconoscimento, pieno di mendicanza e di tutta la nostra alta statura d’uomini.

© Copyright Avvenire, 23 ottobre 2007

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Lupus in pagina

di Rosso Malpelo - Gianni Gennari

Malizie con firma, e competenza senza

Sul Papa a Napoli ieri varietà: malizie e ostilità spesso baciate, e incompetenze sfuse.
"Repubblica" strilla l'evento in prima: «Lite al tavolo di Ratzinger»! Al centro lo scambio di battute tra il patriarca degli Armeni di Cilicia e un rabbino capo di Israele durante il pranzo, e il resto a p. 11 con taglio puntato sul "rovescio" della medaglia: «Parole belle"», ma tempo bruttissimo, fedeli infreddoliti e coraggiosi, ma pochi, non è più la «stagione di papa Wojtyla (che) cantava O Sole mio», e «file di sedie desolatamente vuote». Libertà, ovviamente. (Politi...Politi..Politi...nota di Raffaella!)
Lo è anche notare il contrappunto con Mario Soares, «ateo e agnostico ex presidente del Portogallo» che invece sul "Mattino" (p. 1) è stupito «per l'enorme folla». Alle stranezze provvede sulla "Stampa" (p. 17) Fabio Martini: prima scrive che «il cardinale Bertone si isola con Romano Prodi» a colloquio e poi " alla faccia dell'isolamento " racconta per filo e per segno quello che si sono detti dando anche notizia che «in Vaticano» ai tempi del cardinale Ruini il giudizio era «sfavorevole», ma oggi «il cattolico Romano Prodi è considerato un "amico"». Forse "convertito" di recente? Ci si mette anche il "Corsera": «Il Papa parla di precariato e di futuro difficile per i giovani"(proprio) all'indomani della manifestazione di Roma»! Ognuno fa come vuole. "Liberazione" l'altro ieri annotava che furbescamente il Papa ne aveva parlato "alla vigilia".
E sul "Corsera" (p. 25) il culmine in un boxino: Benedetto XVI «rimane nella cappella del Santo per 7 minuti in adorazione delle reliquie». Adorazione? Questa sì è competenza! Per fortuna anonima.

© Copyright Avvenire, 23 ottobre 2007

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RIFLESSIONI

Nel sentiero della pace

Màrio Soares *

Sono rimasto molto colpito dalla celebrazione eucaristica di ieri mattina presso la Basilica di San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito; non solo per l’enorme folla che si è unita a noi, ma anche per le eminenti personalità, provenienti da tutti gli orizzonti religiosi del mondo, che lì si trovavano. È stata una mattina di forti piogge, vento e tuoni, che però non hanno avuto sufficiente forza per far disperdere chi è venuto ad ascoltare la solenne omelia di Sua Santità il Papa Benedetto XVI e le sue coraggiose parole sulla violenza che tende a farsi mentalità diffusa «insinuandosi nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del centro e nelle periferie nuove e anonime, col rischio di attrarre specialmente la gioventù».
Mi sembra che il Papa non abbia nascosto i problemi, e forse è proprio a partire da una lettura oggettiva della realtà che può nascere un messaggio di speranza. Questa è stata, come si sa, la seconda volta - da quando Sua Santità Giovanni Paolo II inaugurò nel 1986 ad Assisi i celebri incontri interreligiosi da allora in poi organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio - che il Papa - questa volta Benedetto XVI - torna a farsi presente. Accolto entusiasticamente dal popolo napoletano. Nel suo significativo discorso rivolto ai rappresentanti religiosi presso il Seminario arcivescovile a Capodimonte, il Papa ha invocato lo «Spirito di Assisi», e si è pronunciato contro la violenza - che purtroppo oggi è diventata una pratica comune, incoraggiata anche dai mass media - invocando la pace e facendo appello al dialogo interreligioso come una delle vie prioritarie per una cultura di pace. Mi felicito con la Comunità di Sant’Egidio, e specialmente con il suo fondatore, Andrea Riccardi, per l’esito felice di questa iniziativa che non poteva cominciare in modo migliore, e per il sostegno espresso in modo esplicito da parte del Papa verso queste iniziative di pace, così importanti. Come laico e agnostico, partigiano di un dialogo multiculturale e multireligioso, e anche in qualità di Presidente della commissione per la libertà religiosa del Portogallo, sono rimasto molto soddisfatto per aver potuto incontrare personalità così rappresentative delle principali religioni del mondo, che partecipavano a questo incontro, considerando che, come ha sottolineato Sua Santità «mai le religioni possono diventare veicoli di odio; mai, invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare il male e la violenza. Al contrario, le religioni possono e devono offrire preziose risorse per costruire un’umanità pacifica, perché parlano di pace al cuore dell’uomo».
Mário Soares
* ex presidente del Portogallo

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007

22 ottobre 2007

Il Papa a Napoli: lo speciale de "Il Mattino" (2)


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Card. Sepe: il Papa ha parlato al cuore della nostra gente

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La visita del Papa a Napoli: lo speciale de "L'Eco di Bergamo"

Lo chef del Papa fa incetta di medaglie

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Repubblica (Napoli) ha visto una città completamente diversa da quella descritta da Politi...

Politi ed i baristi napoletani...

Premessa alla lettura dei giornali di oggi

INTERVISTA DEL PAPA SUL CONCILIO: IL COMMENTO DI ALCUNI STORICI

INTERVISTA AL PAPA SUL CONCILIO VATICANO II

Il Papa ai leader religiosi: mai le religioni possono diventare veicoli di odio

Occorre assicurare ai giovani le condizioni indispensabili per sviluppare i propri talenti naturali

Riflessioni sulla Santa Messa di stamattina...

Napoli ha bisogno di credenti che ripongano piena fiducia in Dio, e con il suo aiuto si impegnino per diffondere nella società i valori del Vangelo

Il Papa a Napoli: "L'amore può vincere la violenza"

Napoli accoglie il Papa sotto una pioggia battente

Il Papa ed il Concilio: un'intervista del Santo Padre a Johannes Nebel (novembre 2006)

Il Papa: « Io, troppo timoroso con i progressisti»

Il Papa, la Chiesa e la politica: ipocrisie e doppiopesismi (ovvero: il Papa può parlare ma solo quando ci conviene...)

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

CONSIGLIO DI LETTURA: IL SITO DI FRANCESCO


La città ringrazia il Papa

La visita ufficiale del Papa si è conclusa con un forte messaggio lasciato a Napoli e ai napoletani. Lavoro e politiche per i giovani, ma soprattutto responsabilità da parte dei politici, sono gli strumenti necessari per il riscatto. Un richiamo alla classe politica, e una speranza in più per una città che con entusiasmo ha risposto all’appello del Pontefice. In ventimila hanno accolto papa Ratzinger in piazza del Plebiscito, nonostante il gelo e la pioggia incessante. Con striscioni e manifesti hanno ringraziato il Papa per la sua visita, ma anche per il monito che ha lanciato. Durante la messa per il freddo alcuni fedeli sono stati colpiti da un principio di assideramento, ed è stato necessario l’intervento delle ambulanze. Colto da malore anche l’ex arcivescovo, il cardinale emerito Michele Giordano.


Napoli ringrazia: arrivederci Benedetto XVI

Grande entusiasmo al Plebiscito nonostante la pioggia e il vento gelido. Alcuni fedeli soccorsi in ambulanza


PAOLO RUSSO

Scritto con un pennarello indelebile su un foglio giallo, davanti al Duomo: «Grazie Ratzinger, torna presto». Alla fine della domenica di Benedetto XVI, tra la folla che saluta, spuntano quattro parole che raccontano la visita e scuotono una città. Lasciano il segno le parole del Papa, e lascia il segno anche quella frase apparentemente rituale. Dice: ritorna Ratzinger, noi ci proviamo, ma tutti e anche i politici, hanno le loro responsabilità. Un messaggio forte su scuola e lavoro, una premessa contro la violenza. All’inizio, subito qualche brivido. Folate di grecale prima della pioggia. Alle 8.20 l’elicottero della polizia prova l’atterraggio al molo Angioino. Pollice in alto del pilota, si può. Via radio la conferma: il Papa può atterrare, ma soprattutto può partire da Città del Vaticano. Quarantacinque minuti esatti di volo: il muso nero dell’elicottero bianco dell’Aeronautica militare sbuca dalle nuvole di Posillipo alle 9.15 e atterra controvento. Un atterraggio dolce. Sullo sfondo il Vesuvio innevato, sul molo è già arrivata la papamobile con il portellone posteriore spalancato. Si fermano le eliche ed ecco che sulla scaletta compare il primo lembo del cappotto bianco di Benedetto XVI. Non c’è il sole, la folla preme dietro l’angolo: il Papa è qui, «uno-di-noi» come cantano in stile stadio i papa boys. Mai stata in dubbio la visita, gli allerta della protezione civile consigliavano il viaggio in auto, ma alla fine l’arrivo e la partenza, meteorologicamente, sono stati due momenti di tregua in una giornata da 7 gradi sul livello del mare e raffiche di vento fino a 30 chilometri orari. Tra le 9.15 e le 17.15, al gelo si è aggiunta la pioggia, unica nota poco napoletana nella festa di Napoli. Otto ore cominciate alla stazione marittima già alle 6 del mattino, quando poco alla volta i ragazzi della pastorale hanno riempito la prima «piazza». Sotto la pioggia, il primo chilometro in papamobile, salutando i ragazzi in t-shirt gialla diventata nel frattempo k-way, spalancando la marea di ombrelli colorati in piazza Plebiscito. Brutta giornata per le foto, per le bandierine, per gli strisconi che intanto si sono arrotolati, per le sedie che appena ti alzi si bagnano. Decine rimarranno vuote. Colpo d’occhio comunque eccezionale, pioggia e freddo incessanti, le suore accanto agli immigrati nello stesso settore (S1B), i coristi imbacuccati accanto ad anziani e disabili. C’è chi viene colto da malore. Principi di assideramento, in una decina di casi interviene l’ambulanza. Prima il discorso del cardinale Sepe, concluso con il confidenziale «Santità, a Madonna t’accupagna». Poi il Papa con la sua omelia che scuote i napoletani e i politici. Dopo l’Angelus, poco prima di mezzogiorno, continua a piovere, a tratti quasi nevischio. La papamobile parte e la piazza si svuota lentamente. Restano un prato di ombrelli rotti, giornali, i libricini del programma della messa inzuppati. E restano diciassettemila fiori, alla fine colti dai fedeli e tenuti per ricordo. La papamobile intanto è già arrivata a piazza Dante, poi sul corso Amedeo di Savoia, chilometri di strada segnata dalla pioggia ma senza pozzanghere (niente buche, almeno su questo tragitto) e dalla buona giornata capitata a centinaia di venditori ambulanti di impermiabili e soprattutto ombrelli. Continua a piovere anche al seminario di Capodimonte, e poi giù, fino all’arrivo del Papa al Duomo, dove come per miracolo smette di piovere. Il Papa può ripartire in elicottero al termine della sua storica visita, Napoli lo ringrazia. L’elicottero si alza in volo senza problemi alle 17.10 e sparisce dietro Posillipo. A terra seguono il decollo anche duecento fedeli arrivati al mattino da Capri. Ieri sera non sono ripartiti, il loro traghetto veloce non è partito per il forte vento.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007


«Noi, in viaggio dall’alba con la gioia nel cuore»

DANIELA DE CRESCENZO

«Ragazzi, Benedetto è già in volo. Speriamo che il vento spiri verso Napoli così arriva più presto»: gli altoparlanti diffondono la cronaca dell’arrivo del Santo Padre. Sul piazzale della stazione marittima, padre Pasquale Incoronato, il responsabile della pastorale giovanile si lancia in un «Tutto il Papa minuto per minuto» al cardiopalma. «Ragazzi eccolo, arriva, arriva» urla nel microfono gareggiando con le sirene delle navi che lanciano il loro saluto. «Si intravedono gli elicotteri della polizia che gli aprono la strada» e poi «sta atterrando, il Papa sta atterrando, il portellone si apre. Coraggio, ragazzi fategli sentire che siamo qui. I fazzoletti, sventolare i fazzoletti, costringetelo a fermarsi». La pioggia batte, il vento infuria, da due ore ormai i giovani chiamati a raccolta da Incoronato e dal responsabile laico dell’organizzazione, Antonio D’Urso, restano al freddo e al gelo. Ma nessuno si tira indietro. Gli scout si riparano nelle ampie incerate, i giovani delle parrocchie, meno pronti ad affrontare le intemperie, si nascondono sotto gli ombrelli. E così quando Benedetto comincia a sfilare sulla papamobile è tutto uno sventolare di foular, un lampeggiare di telefonini e di macchine fotografiche. Pochi minuti e le immagini del Pontefice sono già decine, centinaia, migliaia. Gli applausi scrosciano, i ragazzi urlano: ma non serve. Benedetto sorride, saluta, benedice. Ma non si ferma. Delusi? Non pare proprio. I giovani sorridono soddisfatti. E poi corrono a ripararsi sotto la pensilina per seguire la messa. La carica dei cinquemila era cominciata già sabato sera quando le avanguardie si sono incontrate nella chiesa dei santissimi Pietro e Paolo di Ponticelli. Molti altri, invece, si sono mossi all’alba. In pullman, in treno, a piedi. Sono arrivati da Avella, da Aversa, Salerno, Castellammare, Sessa Aurunca. «Siamo della parrocchia dell’Annunziata di Acerra - racconta Vincenzo - alle quattro ci siamo svegliati, alle 5,15 abbiamo preso la circum. E ora siamo qui, felici di esserci». Da Aversa si sono messi in viaggio i ragazzi della parrocchia di Costantinopoli. Iacopo è il più piccolo, ha 13 anni, resta coperto da un enorme cappuccio e spiega: «È bello essere uniti per uno scopo». Arriva Luisa piena di entusiasmo: «Mi mi piace stare con il Papa, scrivetelo», ordina. Edoardo, cappotto di cammello e orecchino, spiega: «Questo è un incontro con la speranza». Alle sette dal piccolo palco sistemato sul piazzale già organizzano l’animazione. Un frate con i sandali e il saio balla circondato dagli scout che agitano i loro fazzoletti. Sotto, i ragazzi si muovono ritmicamente, ridono, scherzano. La pioggia non è ancora arrivata e la tramontana non li ferma. C’è chi si abbraccia, chi organizza scherzi, chi tiene d’occhio i più piccoli. Alle 8 sono già in ansia. Una ragazzina grida: «Attenti, si stanno ammassando verso le transenne, andiamo se no dopo tanta attesa non vediamo nulla». E tutti si precipitano verso il corrodoio dove Benedetto passerà tra lo sventolio dei loro foular. Molti riescono appena a intravederlo. Ma l’importante è aver vissuto un frammento di storia e un gesto di fede.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007


Improvviso malore in chiesa per il cardinale Giordano

Lieve malore per il cardinale Michele Giordano, arcivescovo emerito di Napoli, che non ha potuto partecipare alla concelebrazione a piazza Plebiscito. Giordano si è sentito male nella chiesa di San Francesco di Paola, poco prima dell’arrivo del Papa. Ha avuto un improvviso sbalzo pressorio. Sono accorsi, con un defibrillatore, i medici del 118 in servizio nelle vicinanze. Il cardinale è voluto rimanere per salutare il Papa, ma subito dopo è stato portato via per accertamenti. In mattinata, in piazza del Plebiscito, spazzata da freddo e pioggia, i medici hanno effettuato 45 interventi d’emergenza tra la folla che partecipava alla messa. Al 118 ha fatto i complimenti l’assessore regionale alla Sanità, Angelo Montemarano.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007


Le anime e i volti della città in preghiera

Attivisti e volontari, gente comune e detenuti: dalla Sanità al Duomo per raccogliere «il seme della speranza»

DONATELLA TROTTA

La giornata del Papa a Napoli, e del popolo di Dio, inizia molto presto. Prima dell’alba, per molti volontari e operatori che devono garantire il funzionamento della macchina organizzativa; poco dopo, per chi vuole testimoniare con la propria presenza affetto e devozione a «Benedetto colui che viene nel nome del Signore», come recitano familiarmente i manifesti azzurri che tappezzano il centro della città con il Vesuvio sullo sfondo. Ma ieri mattina, velato da un manto di nuvole plumbee in una mattinata dai colori e dalle temperature nordici sferzata da un vento gelido, anche il Vesuvio è grigio, e minaccia neve: «Un omaggio della città del sole al papa tedesco», chiosa sorridendo una giovane ed entusiasta scout mentre si incammina con il suo gruppo verso la Stazione Marittima, prima tappa delle otto ore di visita pastorale del Pontefice che arriverà puntuale dal cielo, sul suo elicottero bianco. Sono proprio loro, gli anonimi fedeli del popolo di Dio, a dare colore alla giornata di Benedetto XVI a Napoli, in un arcobaleno di impermeabili e striscioni, girandole variopinte e magliette della Diocesi con il motto del loro Arcivescovo («’A Madonna ce accumpagna»); e, più tardi, anche durante la solenne celebrazione eucaristica in piazza Plebiscito, coperta da un tappeto ininterrotto di ombrelli per tentare di ripararsi (invano) dalla pioggia battente. Sin dalle sette i fedeli confluiscono a gruppi da tutti i quartieri di Napoli, dall’hinterland, dalla provincia e anche da fuori regione, e lungo il percorso della Papamobile i movimenti ecclesiali si radunano per zone: molti Neocatecumenali in piazza Municipio, in piazza Dante i Focolarini, e poi tanti altri, che affollano anche la piazza della Messa: Comunione e Liberazione, Azione Cattolica, il Movimento Cristiano Lavoratori che saluta il Papa con uno striscione di fronte alla Stazione Marittima e con petali di fiori a sommergere il Pontefice al suo arrivo sotto il palco della basilica di San Francesco di Paola, e poi gli attivisti del movimento Punto Cuore dal Rione Salicelle, le Arciconfraternite (in prima fila, i Cavalieri del Santo Sepolcro) e ovviamente la Comunità di Sant’Egidio con il suo logo (l’arcobaleno e la colomba della pace), che accompagna anche l’apertura del 21esimo Meeting interreligioso, per la prima volta a Napoli. Simboli, segni e presenze che resistono nonostante non proprio tutti ce la facciano ad attendere in massa per strada, al freddo dietro le transenne, come i fedeli della Sanità che hanno scelto di salutare il Papa non in piazza, ma sul Ponte di corso Amedeo di Savoia: memori della sua visita da cardinale nel 1998 alla Basilica di Santa Maria della Sanità con il teologo Bruno Forte, proclamato vescovo proprio da Ratzinger. E il Papa teologo risponde a tutti loro, donando - dall’altare sul palco fiorito in bianco e giallo, con l’icona della Madonna del Carmine davanti al Crocifisso - la luce della «fede autentica» e della sapienza dottrinale, riberberata da molti passi della sua intensa omelia. Che ravvisa tra l’altro nella forza debole della preghiera «instancabile», incarnata dai «modelli» delle letture bibliche (la tenacia della vedova del Vangelo e le «braccia alzate» di Mosè dell’Esodo), l’energia nonviolenta e trasformante di un cambiamento ineludibile: «Il seme della speranza è forse il più piccolo, ma può dar vita ad un albero rigoglioso e portare molti frutti», esemplifica in conclusione il Papa citando con affetto la prima Lettera apostolica a Napoli del cardinale Crescenzio Sepe, Il sangue e la speranza. Il giudice Oreste Ciampa, ex presidente di Ac, annuisce. È tra i prescelti per ricevere l’Eucarestia dalle mani del Papa assieme a un gruppo di anziani, ammalati, bambini, seminaristi, catechisti, studenti, suore, extracomunitari di vari continenti, poveri del Binario della Solidarietà, militanti ed esponenti dei movimenti eclesiali, variegati volti del popolo di Dio rappresentato anche, in piazza, da pazienti disabili, qualche detenuto da Poggioreale e Secondigliano e coppie di sposi di tutte le età scelte per portare i doni dell’Offertorio. Commenta Ciampa: «La venuta di Benedetto XVI è uno di quegli avvenimenti che scuotono sempre anche le persone più pigre, e conferma la felice scelta di inviarci il cardinale Sepe, vescovo che sta riorganizzando la speranza; l’auspicio è che una volta data la scossa alla città le energie continuino a defluire nelle azioni di tutti i giorni, di cui abbiamo un forte bisogno nella Chiesa e nella società». Gli fa eco, più tardi a Capodimonte nel Seminario Maggiore «Ascalesi», monsignor Filippo Strofaldi, vescovo di Ischia: «È il colpo d’ali per la nostra Chiesa madre, che con il cardinale Sepe sta dando molti segnali di speranza». La stessa speranza di riscatto di una città ferita, manifestata dalle due ali di folla che in via Duomo, cessata la pioggia al termine della visita del Papa, lo acclamano salutandolo mentre i bambini di Forcella inseguono di corsa la Papamobile che si allontana veloce, alle cinque, verso il Porto. I «piccoli» e «poveri di spirito» del popolo di Dio. Che - dice il Papa - non devono scoraggiarsi. Mai.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007


IN QUESTURA

ELIO SCRIBANI

Occhi sulla città. Oggi che c’è il Papa, il controllo dell’ordine pubblico è un incastro di immagini riprese da quaranta telecamere e diffuse su quattro maxi-schermi al plasma. Due impianti mobili seguono l’evento a bordo di un furgone, spostandosi a seconda delle esigenze, mentre dall’alto vigila una telecamera montata su un elicottero della polizia. Alta tecnologia. È il cuore della sicurezza, centrale operativa della Questura, gli ordini di Maurizio Agricola, capo dell’Upg, e del suo vice, Massimo Castelli. Oggi, il giorno del Papa, non c’è solo polizia in sala operativa. A partire da venerdì, e fino a martedì sera, il team resterà integrato da un ufficiale dei carabinieri, uno della Guardia di Finanza e uno dei vigili urbani. Ciascuno coordina i propri agenti nell’ambito di un rigido coordinamento generale tra le forze dell’ordine. Uomini pronti a tutto. Cinque minuti dopo le 9 arriva l’elicottero che fa da apripista a quello del Papa. Ci siamo. Il velivolo si staglia sul primo schermo, mentre sul quarto compare la stazione marittima. Le 9.10. L’elicottero del santo padre appare sul primo schermo. Un brivido in sala operativa. La sagoma si staglia sul mare, gli altri monitor stringono sui dettagli. Le 9,14. L’elicottero si gira, plana, finalmente atterra. La voce chiarissima dell’operatore irrompe via radio: «Attenzione - dice - massima allerta per tutti». Silenzio assoluto. Zoom sul terzo monitor. Il Papa è sceso dall’elicottero, saluta le autorità, parla con Prodi. Le 9,20. Uomini ai loro posti e occhi puntati sullo schermo. Il Papa sale sull’auto. Ecco l’impatto con la città, un momento di verità e di tensione. Ora piazza Municipio. Ancora la radio, ancora l’allerta: «Per tutti, il corteo è in movimento». La camera mobile, intanto, scava dentro il corteo. Se serve, l’operatore proseguirà a piedi, uno zaino con l’attrezzatura montato sulle spalle. Immagini nitidissime, alta definizione, occhi puntati sullo schermo numero 2. Il corteo supera via Depretis. Eccolo all’altezza di via Medina. Va avanti veloce e gira verso via San Carlo. Il Papa è in piazza, finalmente. Piove a dirotto. L’auto imbocca lenta la corsia centrale, la percorre tra gli applausi e lo sventolio dei fazzoletti, svolta e torna indietro per avvicinarsi alla chiesa. L’immagine resta sul monitor numero due. Il Papa allarga le braccia e saluta la folla. La risposta è un boato. Ora, la messa.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007

Il menù, la disposizione dei posti a tavola ed i camerieri che intonano «’O sole mio»


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L’INCONTRO

Solo acqua liscia e succo d’arancia per Benedetto XVI Unico «strappo»: il limoncello del cardinale

SALVO SAPIO

La pace, il dialogo, la condivisione. Gli ingredienti del meeting interreligioso diventano il sale del pranzo ufficiale organizzato nel cortile del Seminario arcivescovile a Capodimonte. Venticinque tavoli da dieci posti collocati sotto un gazebo con un rigido cerimoniale ad assegnare i posti degli illustri ospiti. Seduti accanto a Benedetto XVI c’erano il Patriarca ecumenico, arcivescovo di Costantinopoli, Bartolomeo I; il fondatore dell’università degli Emirati arabi uniti, Ibbrahim Ezzeddin; il segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese, Samuel Kobia; l’arcivescovo ortodosso di Cipro, Crisostomo II; l’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe; il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi; il catholicos degli Armeni, Aram I; il rabbino capo di Israele, Yona Metzger e l’arcivescovo di Canterbury, primate anglicano, Rowan Williams. Ad un tavolo vicino, con il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, il presidente della Regione, Antonio Bassolino. Dall’altra parte, con il presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, cardinale Renato Raffaele Martino, tra gli altri, i ministri Clemente Mastella e Luigi Nicolais. Un’ora e un quarto per apprezzare le portate che hanno meritato il pubblico plauso del Pontefice. Alla fine, infatti, è arrivato da Benedetto XVI il ringraziamento per il «cibo buono e gustoso» ma, anche e soprattutto, un messaggio augurale per il meeting interreligioso. Parole non formali destinate agli ospiti e al cardinale Sepe, «la riconoscenza per questa splendida accoglienza che è nello stile dell’immutata, tipica simpatia dei napoletani». Di napoletano, però, il menu non aveva moltissimo. Papa Ratzinger non gradisce, infatti, il pesce e per questo sono state bandite le tradizionali pietanze «di mare». Antipasto con fagottini di melanzane con crema al formaggio e mozzarelline di Aversa; primo con stringoli conditi con pomodorini del Vesuvio e cialda di parmigiano; la seconda portata è stato un medaglione di vitello con patate gratinate. Incursione partenopea per i dolci con una bavarese di ricotta e pere accompagnata da delizie al limone, dolce preparato dal pasticciere sorrentino Antonio Cafiero. Il Pontefice non ha bevuto, come suo costume, il vino che accompagnava le portate (Casavecchia e Pallagrello della casa Alois), ha rifiutato il caffè mentre ha voluto assaggiare il limoncello offerto personalmente dal cardinale Sepe. Durante il pranzo, ad accompagnare le pietanze, il Papa ha bevuto acqua minerale (rigorosamente liscia) e una spremuta d’arance. «Tutto si è svolto in un clima che vorrei definire familiare - racconta don Antonio Serra, direttore del Seminario - ed è stato bello condividere idee con commensali di diversa provenienza e formazione». Atmosfera serena e complimenti anche per l’organizzazione del pranzo, curata dalla A&CPrivate Tifata Resort di San Prisco, in provincia di Caserta. «Abbiamo preparato un pranzo per 800 persone divise in più ambienti - spiega il proprietario Giuseppe Esposito - con la curiosità dei 12 menu speciali predisposti per gli ospiti di religione ebraica». Lo stesso Papa, dopo aver scoperto una lapide in ricordo dell’evento, ha voluto personalmente ringraziare lo staff del ristorante casertano. Foto con tutti i camerieri (36 in tutto), le sedici hostess, i sommelier, i tre maitre (Vincenzo Esposito, Luigi Basilisco e Gaetano Avellano), il direttore di sala Giuseppe Lisi, lo chef Raffaele Esposito. «Servire il Papa - afferma Gaetano Avellano - è stata un’esperienza unica, indescrivibile». Emozioni e sorrisi, i tanti che Benedetto XVI ha rivolto ai camerieri che l’hanno salutato intonando «’O sole mio». Che diluviasse era un particolare, la festa è stata vera.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007

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Ventimila in piazza sotto la pioggia per la messa. Benedetto XVI bacia l’ampolla con il sangue di San Gennaro

«Scuola e lavoro contro la camorra»

Il Papa a Napoli: appello per i giovani, elogio di Sepe. E ai capi religiosi: mai più guerre in nome di Dio

FABIO SCANDONE

È un richiamo alla tenacia, all’impegno, alla responsabilità dei singoli e delle istituzioni che assume la forza di un grido. E che reca con sè il monito e a un tempo la risposta per il riscatto di Napoli, dei suoi cittadini, dei suoi giovani. Perché i morti di camorra che insanguinano la metropoli simbolo del Mezzogiorno d’Italia e il suo hinterland sono anzitutto il segno di «una violenza che tende a farsi mentalità diffusa». Allora non c’è che la triplice via «della scuola, del lavoro e dell’aiutare i giovani» come percorso di un autentico «rinnovamento spirituale» contro la criminalità organizzata, ferita sociale di antica data e nuova ferocia. Scuote la piazza del Plebiscito sferzata dalla pioggia e dal vento, Benedetto XVI. E i napoletani che a migliaia si misurano con i rigori della prima vera giornata di un inverno tardivo riservano al Papa un lunghissimo applauso che appare davvero all’insegna della capacità di coinvolgimento e di calore umano attribuito a questa città. Per Joseph Ratzinger la sua prima volta da Papa a Napoli è una consegna d’impegno per mobilitare le coscienze a una «seria strategia di prevenzione». Ascoltano il pontefice, oltre alle massime autorità della Chiesa partenopea, in testa il suo cardinale arcivescovo Crescenzio Sepe e ai capi delle altre religioni convenuti da tutto il mondo per il meeting internazionale sulla pace della Comunità di Sant’Egidio, i responsabili di governo a livello cittadino, regionale e nazionale. E il papa tedesco che della sua origine bavarese mostra di conservare il tratto rigoroso e insieme gioviale, dedica a Napoli una riflessione di straordinaria intensità quando, nell’Omelia, ne traccia i nodi e i conflitti irrisolti ma insieme le prospettive. Il riconoscimento delle «energie sane, della gente buona e culturalmente preparata e con un senso vivo della famiglia», s’intreccia infatti con la sottolineatura delle «tante situazioni di povertà, di carenza di alloggio, di disoccupazione e sottocupazione, di mancanza di prospettive future». Un universo di degrado umano, sociale e culturale che dà linfa non soltanto «ai deprecabili delitti di camorra» ma a quella violenza generalizzata che Benedetto XVI addita soprattutto come «mentalità diffusa» capace di «insinuarsi nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del centro e nelle priferie nuove e anonime con il rischio - avverte - di attrarre soprattutto la gioventù che cresce in ambienti nei quali prospera l’illegalità, il sommerso e la cultura dell’arrangiarsi». Una analisi che non concede sconti o zone franche. È alle piccole e grandi sopraffazioni quotidiane che corre il pensiero del Papa, ai diritti negati, alla sicurezza messa a repentaglio. Poco prima, del resto, il passo del Vangelo scelto per celebrazione eucaristica, aveva delineato la parabola di una vedova e della sue aspirazioni di giustizia. Ed è in questa chiave, come dovere di risposta alle carenze e al malessere sociale che il pontefice sollecita la continuità delle scelte di fondo quando richiama a quella «seria strategia di prevenzione che punti sulla scuola, sul lavoro e sull’aiutare i giovani a gestire il tempo libero». Ancora più netti risaltano qui il tono e le espressioni del Papa. Scandisce che «è necessario un intervento che coinvolga tutti nella lotta contro ogni forma di violenza partendo dalla formazione delle coscienze e trasformando le mentalità, gli atteggiamenti, i comportamenti di tutti i giorni». E in quel «tutti» pronunciato con accento volutamente calcato risalta l’assunzione di responsabilità individuale e collettiva che Joseph Ratzinger indica a garanzia di una svolta. Così come inequivocabile è l’invito rivolto ai cattolici «per un maggiore impegno in politica», pronunciato dopo la Messa. Con la sottolineatura che «molti sono i problemi e le sfide che stanno davanti a noi». Ventotto anni dopo la prima visita a Napoli di Karol Wojtyla proprio il 21 ottobre del 1979, la voce di un papa sprona la città a tutti i livelli nella consapevolezza, tanto più impegnativa, che non gli interventi di breve momento si rivelano utili per Napoli ma soltanto un orizzonte di lungo periodo. Prova ne sia che alla visita di Giovanni Paolo II «che promosse la rinascita della speranza» si richiama Joseph Ratzinger, e poi all’impegno del suo attuale arcivescovo Sepe citando il passo della sua ultima Lettera pastorale sul «seme della speranza, piccolo ma che può dar vita a un albero rigoglioso». Ragione di più per cogliere l’ultimo e impegnativo appello che papa Ratzinger affida prima di proseguire la sua visita: «Napoli ha certo bisogno di adeguati interventi politici ma prima ancora di un profondo rinnovamento spirituale».

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007


Ratzinger fa l’elogio del cardinale

PIETRO TRECCAGNOLI

Napoli e il suo cardinale, Crescenzio Sepe, hanno conquistato il cuore di Benedetto XVI. È mancato solo lo scioglimento del sangue del patrono della città per rafforzare la sintonia tra due cardinali che sono stati al fianco di Wojtyla per tanto tempo. «Ma il miracolo di san Gennaro è stata la neve sul Vesuvio» ha scherzato Sua Eminenza entrando al San Carlo, per la cerimonia inaugurale del Meeting della Pace della Comunità di Sant’Egidio. «Nonostante il freddo, il calore di Napoli l’ha conquistato» ha aggiunto Sepe. «Lo ha colpito tutta quella gente che lo acclamava nonostante la pioggia. Il Santo Padre conosceva Napoli e i napoletani, sapeva di questo calore, ma oggi lo ha toccato con mano, lo ha visto con i suoi occhi: l’entusiasmo, la volontà, la gioia nel fare le cose lo hanno colpito molto». Sepe, nei panni di padrone di casa, ha vinto la sua scommessa. Con un risultato che è andato al di là delle speranze. Ha concluso il suo saluto al Papa, a piazza Plebiscito con l’affettuoso e collaudato augurio «’A Maronna t’accumpagni». Ma ha anche sottolineato, in quella piazza dove i mille colori di Napoli erano quelli degli impermeabili di plastica e delle facce dei migranti, quanto la città sia complessa e difficile e meriti una particolare attenzione: «Il fenomeno della violenza, ancora più odiosa quando esercitata in forme organizzate, pur essendo un fatto generalizzato, ha trovato a Napoli un terreno fertile». Ha ricordato l’affetto di Wojtyla per la capitale del Sud, e rivolto al papa tedesco, ha concluso: «Napoli è la città della luce e non si fa certo oscurare da qualche nube che attraversa il suo cielo». La messa sembrava una scena del «Giudizio universale» di Vittorio De Sica, mancava solo Pietro De Vico a vendere ombrelli. «Napoli vuole guardare avanti, credere in se stessa, nei propri giovani, nelle proprie importanti risorse, testimoniate da una storia gloriosa». Ma il successo di ieri per l’uomo che organizzò il Giubileo del 2000 è stata l’intensità con la quale Ratzinger lo ha nominato nell’omelia. Ha cominciato salutandolo, con parole solenni: «L’ho inviato alla vostra Comunità conoscendone lo zelo apostolico, e sono contento di constatare che voi lo apprezzate per le sue doti di mente e di cuore». E questa grande legame che in appena un anno il cardinale ha saputo costruire con Napoli l’ha convinto ancor di più della efficacia della scelta. Cita esplicitamente dei passi della lettera pastorale «Il sangue e la speranza». E Ratzinger ha una parola di apprezzamento per Sepe anche durante il discorso tenuto al Seminario arcivescovile. Il loro rapporto molto confidenziale l’ha potuto vedere tutta la folla che li ha acclamati, assieme al segretario di Sua Santità, Georg Ganswein, nei 25 minuti che è durata la risalita verso Capodimonte a bordo della papamobile. «Un omaggio caloroso e rispettoso» ha commentato Sepe. Poi la gioia per la preghiera davanti alle reliquie di san Gennaro. Hanno parlato a lungo. Che cosa si sono detti? «Un segreto pontificio» ha tagliato corto con un sorriso Sepe che al Papa, davanti alle reliquie del vescovo martire, ha illustrato la tradizione e il mistero che i napoletani onorano. E le parole forti di Benedetto XVI contro la camorra? «Dobbiamo impegnarci. Come abbiamo fatto con la visita del Papa, dobbiamo farlo anche per il resto». Una grande giornata. E, off record, ci si può persino consolare con una variazione dell’adagio nuziale: papa bagnato papa fortunato. Sepe, l’arcivescovo del popolo che sa parlare alle istituzioni, al San Carlo, nella saletta alle spalle del palco reale s’è goduto alla fine il meritato successo personale. Davanti al semplice buffet, ha rispolverato il suo portoghese parlando con l’ex-presidente Mario Soares dei suoi anni in Brasile. Poi a salutarlo, insieme al capi ortodossi, al rabbino Metzger, allo scintoista Gijun Sugitai, al buddista birmano U Uttara, sono arrivati pure i capi di Stato della Tanzania e dell’Ecuador, il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro e, di corsa e per ultimo, il premier Romano Prodi che ha parlato fitto fitto con Kassym-Jomart Tokauev, il presidente del Senato kazako. Il giro del mondo, attorno a Sepe.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007


Napoli e il Papa un abbraccio sotto la pioggia

TITTI MARRONE

Come in un grande rito penitenziale, la visita napoletana di papa Benedetto XVI ha avuto la sua apoteosi in una piazza del Plebiscito gremita da oltre 20mila persone sotto una pioggia battente resa più insidiosa da raffiche di vento siberiano. E tutti, autorità religiose e mondane, pellegrini e Papa boys, hanno affrontato l’attesa, il disagio e ascoltato l’omelia in uno stato d’animo di espiazione collettiva. La regia del padreterno sembrava aver programmato una giornata in perfetto stile Sturm und Drang, Tempesta e Impeto. Quasi in omaggio al papa tedesco, il tempo meteorologico si è come allineato allo spirito del movimento germanico preromantico che invocava le forze della natura a mo’ di manifestazioni della divinità, aggiungendo al freddo una pioggia incalzante fin dal momento dell’arrivo della papamobile nella piazza. Rispetto alle altre due piazze finite sotto i riflettori negli ultimi otto giorni - quella della manifestazione di An a Roma, l’altra romana della sinistra radicale contro il welfare - la piazza napoletana riempita dal Papa ha avuto una peculiarità: da un punto di vista simbolico non poteva esserci giornata più adatta a esprimere il disagio di una città che si sente come esposta alle intemperie, smarrita e priva di prospettive. Una giornata in cui non c’è stato il boato, l’applauso della condivisione spettacolarizzata consapevole di riflettori puntati sull’evento mediatico. Però quando la violenza e la camorra annidate nei comportamenti collettivi sono state evocate dalle parole del Papa, vittime, responsabili e capri espiatori, cittadini e istituzioni, religiosi, osservanti e tiepidi credenti hanno stemperato il disagio nel calore di una preghiera liberatoria. O almeno in una laica speranza possibile. La piazza della penitenza si è riempita alle prime luci dell’alba, in attesa di Benedetto XVI, e tra i primi ad arrivare sono stati i ragazzi di Ponticelli, sorridenti e freschi nonostante il gelo improvviso e la notte passata in preghiera. Srotolando striscioni controvento, si sono sistemati mansueti nei posti loro assegnati: settori come cerchi concentrici che si riempivano rapidamente e da cui s’inalberavano vessilli, immagini sacre, striscioni. Poi è arrivata una delegazione di carcerati, inavvicinabili dietro la loro transenna, poi via via nella piazza si è andato componendo il puzzle di un mondo variegato che catalizza religiosi, credenti, volontari di tutta la Campania: il gruppo della Comunità di Sant’Egidio, quello del movimento laicale di Don Orione, gli scout dell’Agesci, i gruppi venuti in processione dalle varie parrocchie di Napoli e provincia, con in testa quello della chiesa del Carmine, fiero di portare il quadro della Madonna Bruna. A colorare la piazza, con gran colpo di teatro, sono stati quindi i rappresentanti del melting pot di fedi invitati al Forum delle religioni: come la scenografica delegata del Burundi Marguerite Barankitse in peplo amaranto e turbante multicolore, o i prelati ortodossi di rito copto con i copricapi a tamburo, o ancora gli altissimi cavalieri dell’Ordine equestre del Santo sepolcro in liliale mantellina di panno. Più alla spicciolata sono arrivate, per occupare la prima fila, le autorità politiche e amministrative, Prodi, Mastella, Bassolino e Iervolino più tardi per aver ricevuto il Papa alla Stazione Marittima. Ed essendo, come quasi tutti i presenti in piazza, presi alla sprovvista dalla pioggia, ciascuno si è imbozzolato in un impermeabile dai colori pastello distrubuito dai volontari della diocesi, con il solo Bassolino a proteggersi anche con un cappellino blu da jogger previdente. Un brusio si è sollevato dalla piazza quando è stata sorvolata dall’elicottero papale in arrivo alla Stazione Marittima, e il coro sistemato alla sinistra del palco ha intonato «Tu sei Pietro», il canto con testo del vescovo Bruno Forte. «B16 atterrato»: nell’sms a un amico di Claudio, scout dell’Arenella, il Papa ha preso un nome che è una via di mezzo tra una battaglia navale e un Caccia Usa. E mentre i maxischermi ai lati del palco mostravano il corteo papale il servizio d’ordine intensificava la sorveglianza invitando tutti a sistemarsi nel settore assegnato dal biglietto. «Svelti, presto, dietro le transenne»: e la papamobile è arrivata lentissima, con effetto levitazione o scivolamento, e proprio allora il cielo apriva le sue cateratte, le suorine agitavano i fazzoletti, tra i fedeli stipati dietro le transenne si accendevano conflitti sugli sgocciolamenti degli ombrelli e le stecche a rischio accecamento. Come in una penitenza, resistere dalle 8,30 alle 12,15 sotto la pioggia è stato arduo per tutti, e non sono mancati un po’ di parapiglia durante le comunioni, malori per ipotermia, defaillances e qualche abbandono anche da parte di autorità: tra i primi a lasciare il loro posto, l’assessore comunale D’Abundo e l’eurodeputato Andria. Però essere in piazza è stato proficuo anche al di là dell’evento religioso: perché quando papa Ratzinger, il pontefice grande intellettuale, con geometrica precisione ha allineato i mali della città nella sua omelia, ha preso corpo una possibilità: che l’attenzione riservata alla città dalla visita papale funzioni da stimolo generalizzato e sia fatto proprio come militanza anche civile da una Chiesa capace di mobilitazioni di fede come quella vista ieri. A condizione che il motto «rilanciare la speranza» diventi moda contagiosa, capacità veicolata dalla religione al fare concreto della politica, saldandosi a un «piano per la città» finalmente vero, non fatto di un’enunciazione continua che è ormai solo flatus vocis.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007


«Mai la violenza nel nome del Signore»

Il forte richiamo allo «spirito di Assisi»: bisogna continuare a lavorare per la pace le religioni non siano strumento di odio

VITTORIO DELL’UVA

Non è con le armi che si serve Dio. Né lasciando che le religioni «possano diventare veicoli di odio». Il messaggio, nello «spirito di Assisi», di Benedetto XVI arriva, inequivocabile, nella sala blu del seminario arcivescovile di Capodimonte che fu dedicato al cardinale Ascalesi vescovo di Napoli. È diretto ai rappresentanti delle comunità ecclesiali e agli esponenti di altri Credi convenuti per il grande meeting su «un mondo senza violenza», organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. Indica, agitando gli spettri di devastanti scontri confessionali, una delle ferite del pianeta «lacerato da conflitti, dove talora si giustifica la violenza nel nome di Dio». Il Pontefice ha di fronte patriarchi, primati e autorità religiose che vengono anche da terre in cui le forti contrapposizioni di natura politica e sociale possono essere alimentate dai pulpiti. Ma non è soltanto all’Islam, che al suo interno sta covando le più avanzate forme di radicalismo, che va il pensiero pontificio. «Oggi - dice - siamo tutti chiamati a lavorare per la pace e a un impegno fattivo per promuovere la riconciliazione tra i popoli». «Nel rispetto - tiene a sottolineare - delle differenze delle varie religioni». Si va oltre la richiesta, che potrebbe apparire di per sé agnostica, di non stimolare crociate e controcrociate. A tutte le fedi viene chiesto «di offrire preziose risorse per costruire un’umanità pacifica e di parlare di pace al cuore dell’uomo». Ridando vigore all’impegno che fu preso nel 1986 quando «Giovanni Paolo II invitò i rappresentanti religiosi a pregare per la pace sul colle di San Francesco». Ma ancora una volta, la Santa Sede si affida anche alla forza della preghiera richiamando le parole di Papa Wojtyla che «nel 2002 dopo i drammatici eventi dell’11 settembre riconvocò ad Assisi i leader religiosi». «Per chiedere a Dio - ricorda Benedetto XVI - di fermare le gravi minacce che incombevano sull’umanità, specialmente a causa del terrorismo». L’appello ai religiosi ad evitare che «si possa arrivare a giustificare il male e la violenza», carica di per sé il Vaticano della responsabilità di ampliare il solco che durante il pontificato del Papa polacco è stato tracciato. Di questo Benedetto XVI si fa garante affermando che «la Chiesa cattolica intende continuare a percorrere la strada del dialogo per favorire l’intesa tra le diverse culture, tradizioni e sapienze religiose». L’auspicio è che «questo spirito si diffonda sempre più, soprattutto là dove più forti sono le tensioni e là dove le libertà e il rispetto dell’altro vengono negati e uomini e donne che soffrono per le conseguenze dell’intolleranza e dell’incomprensione». È un richiamo alla «civiltà dell’amore» quello che conclude l’intervento del Papa al seminario arcivescovile di Capodimonte e che verrà ripreso nei brevi colloqui con i leader spirituali che siederanno a pranzo con lui sotto una grande tenda, ben protetta dalla pioggia e dal vento, allestita sulla grande terrazza che domina Napoli. Benedetto XVI parla con i rabbini arrivati da Israele e da molti altri Paesi europei, con i protestanti, i metodisti, gli evangelici. Stringe le mani ai buddisti, agli induisti e ai mullah. Al suo fianco, come impone il rispetto delle gerarchie, prende posto il «papa» degli ortodossi, Bartolomeo I patriaca di Costantinopoli, massimo esponente di una Chiesa che con il Vaticano non ha ancora trovato il pieno dialogo «sul piano ecclesiale», ma che ritiene sia tornato il tempo di lavorare con più concretezza al superamento delle divisioni. «Dopo la fase fredda che ha seguito la scomparsa di Giovanni Paolo II, si può riprendere il cammino» è il pensiero, che contiene anche speranza, espresso da Bartolomeo I. Altri sul cammino della buona volontà proprio non riescono ad inciampare anche mentre si dividono il pane. Nel corso del pranzo ufficiale il patriaca armeno Aram I e il rabbino capo di Israele Yova Metzger, indotti a una disputa sulle condizioni del Libano, hanno provocato - con un botta e risposta - qualche momento di gelo e un po’ di imbarazzo.

© Copyright Il Mattino, 22 ottobre 2007