21 ottobre 2007

INTERVISTA DEL PAPA SUL CONCILIO: IL COMMENTO DI ALCUNI STORICI


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di GIAN GUIDO VECCHI

È un po' come il mesotes di Aristotele, il «giusto mezzo» che non è affatto una facile via di mezzo, anzi: indica piuttosto l'arte del kybernetes, il timoniere che «governa » la nave e riesce a tenere la barra diritta e ferma nella tempesta. Brutta faccenda, specie se la nave in questione è quella della Chiesa sballottata qua e là, «negli anni intorno al 1968», dagli entusiasmi rivoluzionari che seguirono il Concilio Vaticano II (1962-1965). In quella bufera finirono un po' tutti, «io stesso ero, in quel contesto, quasi troppo timoroso rispetto a quanto avrei dovuto osare», ha spiegato Benedetto XVI nell'intervista a padre Johannes Nebel che apre Il mondo della fede cattolica di Leo Sheffczyk.
«La bufera c'è stata, altroché, e forse non siamo ancora liberi dalla confusione», sorride il professor Lorenzo Ornaghi, rettore della Cattolica. Il Papa elogiava proprio «la chiarezza » che Sheffczyk aveva saputo mantenere allora.
È questo il punto, osserva Ornaghi: «Nell'intervista di Benedetto XVI c'è un richiamo importante all'identità della fede, e soprattutto alla comprensibilità. L'elemento di confusione che ancora scontiamo nasce da quella che nel '68 voleva essere una rivoluzione culturale, dalla frattura con le idee precedenti, e si riflette nella stessa contaminazione del linguaggio: le nostre parole sono opache, aiutano poco a capire, non sono più capaci di andare all'essenza dei problemi. Ma la vitalità della fede significa parlare agli uomini della nostra epoca e, quindi, farsi capire da loro».
Benedetto XVI, nel 2005, disse che negli anni successivi al Vaticano II «due ermeneutiche contrarie hanno litigato tra loro» e fu una di esse, quella sessantottina che interpretava il Concilio come «discontinuità e rottura », a «creare confusione». L'altra, quella che «ha portato e porta frutti», è l'ermeneutica «della riforma», del «rinnovamento nella continuità». Non è vero che ci sia stata una frattura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare, e non è vero che non sia cambiato niente: il giusto mezzo, appunto. «Eh, no! Fosse così, le "ermeneutiche" dovrebbero essere almeno tre...», ride Paolo Prodi, docente di Storia moderna a Bologna. Proprio qui l'Istituto di scienze religiose divenne il punto di riferimento dei «progressisti». Ma le «ermeneutiche » non persuadono Prodi: «Che ci sia stata un tensione abbastanza forte è poco ma sicuro, io stesso mi staccai dall'Istituto, però il mio modo di pensare rifugge dall'idea che ci fossero due interpretazioni, questo o quello, la realtà è più complessa di un dilemma. Le rivoluzioni nella storia scalfiscono solo la superficie, non ci ho mai creduto, anch'io vedo continuità. Penso tuttavia che le riforme annunciate, l'"aggiornamento" voluto da Papa Roncalli, si siano stemperate negli anni». Del resto, il punto non è questo: «Vede, io tendo a storicizzare il Vaticano II: ha affrontato e chiuso i conti con l'età moderna, bene. Ma il problema è che l'età moderna è finita da un pezzo».
È insomma il momento che il Concilio, calmati gli animi, diventi materia per gli storici. Lo dice pure il professor Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio: «Ricordo sempre quanto mi diceva padre Yves Congar, grande teologo e cardinale: quando si parla del Concilio bisogna sempre incrociarlo con lo spirito del '68. Il Vaticano II è arrivato attraverso la stampa e la tv, l'opinione pubblica lo ha vissuto in diretta. Quindi si è creata un'immagine mediata dalle semplificazioni dei giornali. Ma il '68, quella bufera occidentale, è passata da quarant'anni. Il Concilio resta un fatto epocale, ma bisogna ritornarci attraverso la storia, con serenità».
Ma non basta. La storica Lucetta Scaraffia nota qualcosa di decisivo: «Oggi c'è la tendenza a credere che sia solo un susseguirsi di dogmi. Ma il tradimento del Concilio, semmai, è l'aver voluto concepire come un dogma qualcosa che non lo era: è stata una discussione nella Chiesa.
Il Papa, come intellettuale, ha molto chiaro che la Chiesa è un laboratorio di cultura, che interpretare la tradizione significa discutere e questa continua discussione è la vita stessa della Chiesa: il confronto onesto, non gli scontri motivati dal potere ».
Qui sta l'essenziale: «In un'età che tende a rifiutare la visione del mondo cattolica, lui la ripropone dal punto di vista culturale. Non enuncia dogmi ma dà valore alla ragione. È una sfida alta, richiede di saper sostenere un'argomentazione razionale. All'esterno non è molto capito, per gli stessi cattolici non è facile essere all'altezza. Ma in un mondo dove ci si scontra e non si parla, è una fortuna avere come Papa uno dei più grandi intellettuali del secolo».

© Copyright Corriere della sera, 21 ottobre 2007

Le donne sono sempre le migliori :-)


IL COMMENTO

Alle radici di quell'autocritica

L' intervista di Benedetto XVI sulla figura del cardinale Scheffczyk dice qualcosa sul collega teologo, elevato al cardinalato da Giovanni Paolo II accogliendo un suggerimento di Joseph Ratzinger (notizia di rilievo anche per capire il funzionamento della curia wojtyliana). E dice anche qualcosa sul modo in cui Papa Ratzinger legge la stagione post-conciliare, di cui è stato ed è protagonista, e la sua funzione all'interno di quella fase.
Per mestiere e per scelta Ratzinger ha preso posizione a più riprese sulla stagione che è seguita al Vaticano II. Fin dalla chiusa dei suoi 4 volumi di cronache conciliari egli dichiarava alcune preoccupazioni dopo un evento nel quale aveva avuto un ruolo, con i lavori sulla collegialità, firmati insieme a Karl Rahner, e su altri punti nodali. I teologi, che dalla repressione antimodernista di inizio Novecento fino alla persecuzione della
nouvelle théologie degli anni Cinquanta, avevano molto sofferto tutte le volte che avevano affrontato temi nuovi o difficili, avevano fatto per soli tre intensi anni un'esperienza inedita di collaborazione fianco a fianco con i vescovi, con le conferenze, con l'autorità e in certo modo perfino con il Papa. La fine oggettiva di quel momento, dunque, poneva nuove sfide a entrambi per quella che non poteva essere una semplice «applicazione» del Vaticano II, ma voleva essere una vera «recezione». Com'è noto Ratzinger visse quel passaggio, in un primo momento, condividendo lo sforzo della rivista Concilium, che voleva fornire su scala internazionale spunti di riflessione, analisi, strumenti. Ma l'esperienza accademica di Ratzinger a Tubinga, di cui parla estesissimamente l'autobiografia che scrisse da cardinale, lo disilluse progressivamente, spingendolo verso un'analisi sempre più cupa di ciò che accadeva sotto Paolo VI. In un crescendo di severità le difficoltà e le turbolenze diventarono, fra il 1965 e il 1985, problemi, confusioni, pericoli. Tesi e temi che, come sempre, Ratzinger non ha affidato alle confidenze, ma alla pubblica disputa e che sono rimaste un leitmotiv della sua predicazione da Papa. L'intervista uscita sul Corriere ribadisce e aggiunge alcuni dettagli di un certo rilievo, a partire dalla collaborazione con Scheffczyk. Perché il Papa di oggi, parlando del lavoro della commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca, spiega che era «confusa e irrequieta» non solo l'attività di qualche teologo, ma aggiunge che «la stessa posizione dottrinale della Chiesa non era più sempre chiara». E non si limita a criticare la Chiesa di Paolo VI negli anni del sinodo di Würzburg, ma si rimprovera una eccessiva prudenza nel cogliere il punto di conflitto fra tesi troppo audaci e «il dogma ». Questa autocritica conservatrice meriterebbe un più puntuale approfondimento d'archivio, perché di quelle discussioni tedesche si conoscono molti passaggi e anche gli strascichi meno eleganti (come quegli accenti grevi che appaiono nel secondo tomo delle memorie di Hans Küng).
Ma, a mio parere, il passaggio più interessante anche per l'oggi è l'interpretazione che il Papa dà del suo impegno, anzi del suo «combattimento»: un combattimento «per la vitalità della fede nella nostra epoca, per la sua espressione e comprensibilità da parte degli uomini di questo tempo, nella fedeltà di fondo alla sua profonda identità». Un'affermazione che — per come è — potrebbe suscitare molte domande: il Vaticano II, infatti, appare solo un antefatto, non il modo col quale la Chiesa, e non un gruppo di teologi, aveva coniugato vitalità, comunicazione e fedeltà: ma forse sarebbe un eccesso ermeneutico evincere tanto da un argumentum ex silentio. Così come si potrebbe considerare comparativamente l'attenuazione di una certa verve polemica sul Concilio e il suo post, rispetto ad altre interviste degli anni Ottanta e Novanta. Certo quella triade — vitalità, comunicazione, fedeltà — offre una chiave di lettura di questa fase del pontificato, delle sue ultime oscillazioni, delle più recenti scelte.

© Copyright Corriere della sera, 21 ottobre 2007

Voi avete capito? Secondo me Melloni voleva fare un complimento al Papa, ma non se sono sicura...:-)
R.

2 commenti:

mariateresa ha detto...

Il linguaggio di Melloni, cara, è spesso biforcuto così che anch'io a volte mi chiedo "ma che caspita ha detto??"
In questo caso direi che è compiaciuto non certo dal tono critico di papa Benedetto su alcuni sviluppi del Concilio ma che il tono sia pacato e non di stroncatura come Melloni dice avveniva in alcune interviste degli anni 80 e 90. Non so, io ho letto Rapporto sulla fede dove di questo problema si parla diffusamente è mi è parso che fosse molto pacato ugualmente soltanto era un'intervista dove il cardinale Ratzinger poteva parlare diffusamente e liberamente e quindi molte erano le questioni trattate e molto spinose. Comunque c'è il prof. Melloni soave in questo articolo, sì, non c'è dubbio.
PS: Ti segnalo l'esperienza che Luigi Accattoli ha avuto a Napoli come risulta dal suo blog: era veramente un'impresa eroica stare in piazza....
certo io per ascoltare papa Benedetto starei sotto anche a una pioggia di rane morte, ma insomma non tutti hanno questa disponibilità . Ecco cosa dice Accattoli:

"sto scrivendo per il mio quotidiano e interrompo un attimo per lasciare un saluto a tutti voi! Poca gente, è vero, ma quei ventimila sono stati davvero bravi a resistere con quel tempo. La neve scesa sul Vesuvio nella notte, vento gelido, pioggia di traverso. Sono stato mezz’ora nella piazza e sono dovuto scappare perché non vedevo niente, occupato tutto il tempo a pulire gli occhiali dall’acqua. – perché non fare la messa al coperto? Perché nessuna chiesa poteva contenere comunque quei ventimila. – Quanto alla cattedrale vuota: avviene sempre così, certo per motivi di sicurezza, quando si tratta di una visita privata com’era ieri. Luigi"

Eufemia Budicin ha detto...

Che Melloni critichi Kung per le sue affermazioni piuttosto razziste, mi sembra positivo. Kung accusa il papa, secondo l'intervista riportata dal MFThk. di essere bavarese e perciò schiavo del Vaticano, mentre lui essendo svizzero è cittadino del mondo. Ultimamente gli svizzeri mi pare si stiano pentendo di questa loro presunta apertura. Proprio la Svizzera per ultima ha concesso il diritto di voto alle donne, per non parlare di come centellina la cittadinanza agli immigrati.