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22 gennaio 2008

Oddone Camerana: "Finiamola di mettere la scienza contro la fede" (Osservatore Romano)


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Finiamola di mettere la scienza contro la fede

Oddone Camerana

Ancora pochi giorni fa si discuteva senza molto risultato se fede e scienza fossero mondi separati e contrapposti e se il conflitto tra le due supposte sfere fosse insanabile. In nome di questa diversità teorica e nella paura che se ne parlasse con distensione, Benedetto XVI, invitato alla Sapienza, il Vaticano e le sue gerarchie venivano accusate di aver accettato la proposta perpetuando la loro strategia di atti di ingerenza nella vita politica. Non è la prima vota per altro che la Chiesa cattolica viene rimproverata di voler dettare l'agenda della politica invece di occuparsi delle cose spirituali.

Vecchia polemica, riesumata approfittando scortesemente di un gesto gentile da parte del Pontefice di scendere a esprimere di persona e a viva voce il suo parere in materia di scienza, chiarendo così al corpo accademico e agli studenti intervenuti come la ragione non contrasti con la rivelazione, quel sapere alla cui comprensione un atteggiamento di fede fornisce una più larga accoglienza.

Stando così le cose ci si può chiedere: ma di quali mondi separati stiamo parlando? Di quali ingerenze? E a quali cose spirituali ci si riferisce?
Per cercare di capire, bisogna fare un passo indietro a quando "tutto è incominciato".
Per millenni siamo vissuti nella rappresentazione della menzogna e nel nascondimento sulla verità dell'innocenza della vittima, accusata dei mali della "città". Lasciando che venisse linciata ci siamo accorti di ritrovare una provvisoria unità. Le comunità si raggruppavano religiosamente intorno al sacerdote che, celebrando il sacrificio simbolico risolveva la crisi: nascevano i primi interdetti da rispettare per fare in modo che la crisi non si ripetesse.
"Come si faceva a non credere che la vittima non avesse commesso il crimine di cui la si accusava, se bastava linciarla perché ordine e pace tornassero?" si è pertanto chiesto René Girard. La vittima non è stata soltanto ritenuta riconciliatrice, ma, grazie al miracolo dell'unanimità ritrovata che aveva reso possibile, è stata anche divinizzata in segno della riconoscenza dovuta alla prodigalità infinita - come prosegue Charles Remond nel suo Vocabulaire de Girard - di cui era dotata, prodigalità capace di dare origine ai miti, ai riti, al religioso, al sacro, al culto dei morti, ai primi distinguo concettuali, al linguaggio stesso.
Tutto ciò nonostante una menzogna di fondo.

Sennonché se oggi come oggi siamo in grado di capire che l'accusa rivolta a re Edipo non risolve più la peste che circola tra i tebani e che la lapidazione dell'adultera non è in grado di placare le liti scoppiate in terra di Giuda; se oggi come oggi tendiamo - non sempre, a dire il vero - a stare dalla parte dell'innocente, ciò non è dovuto a un miracolo, a una magia o, meglio ancora, al fatto che siamo diventati buoni o perché così ci conviene, bensì all'antropologia evangelica, la prima scienza dell'uomo che ha messo in luce gli aspetti propri della credenza menzognera descritta.

Ed è a partire da quando smettono di cercare persone innocenti credute colpevoli che gli uomini cominciano a cercare le cause vere dei fenomeni e a lasciare quelle false. E questo è dovuto alla ragione cristiana che ha dato inizio all'irresistibile corsa della scienza dell'uomo.
Ricerca delle cause vere... Chi ci aveva pensato prima? Quando Gesù ferma i lapidatori, rivolgendo loro le note parole, che cosa dice se non di smetterla di credere nella favola secondo la quale uccidendo la poveretta avrebbero risolto se non momentaneamente le loro beghe intestine?
Il fatto è che la rivelazione cristiana è anche e chissà quanto una rivoluzione della ragione e perciò una rivoluzione scientifica, intendendo scienza non come dottrina, ma come risultato dei processi della ragione.

Finiamola dunque di cercare di mettere la scienza contro la fede e di parlare di "cose spirituali" come se non fossero reali. Solo così smetteremo di accusare Gesù riavviando, ogni volta che lo facciamo, il processo a Gesù stesso, un processo alla scienza.

(©L'Osservatore Romano - 23 gennaio 2008)

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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Intervista al cardinale Bagnasco, presidente della Cei

Dai cattolici più coraggio e coerenza nel dibattito pubblico

Marco Bellizi

Nel dibattito pubblico i cattolici devono svolgere il loro ruolo con maggiore capacità di persuasione che viene, anzitutto, dalla testimonianza di vita. Le loro argomentazioni peraltro, oltre a trarre origine dal Vangelo, nascono anche dal semplice senso comune della vita. Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), all'indomani dell'apertura della riunione del Consiglio permanente, spiega a "L'Osservatore Romano" alcuni temi della sua prolusione. Il cardinale torna a parlare anche della legge sulla tutela della maternità con una affermazione estremamente chiara: per la Chiesa l'aborto è e rimane un "crimine".

La vicenda della mancata visita del Papa alla Sapienza ha posto di nuovo con evidenza la questione del rapporto fra laici non credenti e cattolici. Crede che si possa parlare di un clima mutato in Italia nel rapporto fra Chiesa e società?

Il rapporto tra Chiesa e società in Italia è un rapporto di grande stima e di estrema vicinanza popolare. Non sono episodi, pure gravi e incredibili, come quello della mancata visita del Papa alla Sapienza che possono pregiudicare un'intesa e una positiva collaborazione, che sono e restano nei fatti.

Pur essendo stata la dimostrazione di una parte ridotta della popolazione universitaria, questa contestazione ha portato alla fine alla necessità di annullare la visita. Perché tutto questo è accaduto?

È necessario recuperare una forte cultura della legalità e il senso vero del dialogo e della democrazia, per cui ognuno nel rispetto effettivo degli altri possa esprimere in modo sereno le proprie idee.

Nella sua prolusione alla riunione del Consiglio permanente della Cei lei fa riferimento anche della perduta capacità di costruire insieme lo sviluppo del Paese. Cosa si può chiedere ai cattolici per favorire una ripresa dell'Italia sotto questo aspetto?

È importante che i cattolici portino il contributo di valori spirituali ed etici nel dibattito pubblico. Questo compito deve essere peraltro interpretato con maggiore persuasione e capacità di argomentare rispettosamente le proprie convinzioni, sapendo che esse nascono sia dal Vangelo come anche dal senso comune della vita. Per questo i cattolici non vogliono imporre una visione religiosa, ma proporre dei valori universali. Beninteso, l'argomentazione più credibile nasce sempre dalla testimonianza della vita.

La crisi della politica italiana, di cui si parla, è spesso considerata crisi dei valori. Che ruolo hanno gli ideali nella politica? Ha ancora senso parlare di "questione morale"?

Non esiste politica senza alti ideali spirituali e morali. La politica infatti ha come scopo la giustizia che è anzitutto una virtù morale. Essa richiede pertanto da parte di tutti coloro che si occupano di politica un alto senso della persona umana, della vita e della famiglia.

Sviluppo economico e solidarietà spesso appaiono come elementi antitetici. È solo un'apparenza?
Si può realmente sperare in una via diversa di sviluppo?


È bene far crescere sempre di più il rapporto dinamico ed imprescindibile tra economia e solidarietà. Ciò comporta innanzitutto che il senso del bene comune prevalga sugli interessi individuali.

"Morti bianche", bassi salari e stipendi: esiste in Italia un'emergenza lavoro che interpella la Chiesa?

La Chiesa è interpellata da tutti i problemi dell'uomo, perché la fede salva, illumina e ispira tutta la vita. Grazie alla sua particolarissima vicinanza alla gente nelle parrocchie e nei gruppi, la Chiesa condivide i problemi anche economici che colpiscono, che assediano i singoli e le famiglie. In particolare mi riferisco a due emergenze: le famiglie con bambini che faticano ad arrivare alla fine del mese e le persone sole che vivono il dramma di un certo isolamento.

La Chiesa fa spesso appello ai valori cristiani dei politici credenti. C'è anche un'emergenza legata ai comportamenti civici del semplice cittadino?

La responsabilità di un Paese non riguarda solamente le istituzioni, ma tutti i singoli cittadini. Il cristiano trova nella propria fede un motivo ulteriore per partecipare cordialmente e attivamente alla vita pubblica.

Dopo la moratoria sulla pena di morte, la moratoria sull'aborto. Come si pone e si porrà in futuro la Chiesa in Italia nei confronti di quest'ultima iniziativa?

La Chiesa ribadisce come sempre che l'aborto è un crimine, come ricorda anche il Concilio Vaticano II. In questo momento storico si auspica realisticamente almeno l'applicazione più incisiva di quelle parti della legge che tutelano la maternità e inoltre che si prendano in seria considerazione i risultati della ricerca scientifica.

In riferimento all'enciclica Spe salvi lei parla della "restaurazione del paradiso perduto non più attraverso la fede ma attraverso lo sviluppo scientifico". L'uomo moderno crede cioè di raggiungere l'immortalità senza Dio? O semplicemente ha perso la speranza dell'immortalità?

Ritengo che sia necessario, come ci insegna anche il Papa nella Spe salvi, annunciare in modo più esplicito e sistematico il vero destino dell'uomo: la vita eterna, che è quella pienezza di felicità, senza fine, che il cuore di ognuno in ogni epoca coltiva. Una pienezza assoluta che - occorre ricordarlo - non è nelle mani dell'uomo, che assoluto non è e non sarà mai.

Sui temi moralmente più impegnativi, lei ha detto che occorre fare ricorso al voto di coscienza, libero da qualsiasi mandato elettorale. Ma quale dovrebbe essere il comportamento di un politico cristiano di fronte alla possibilità che tale voto di coscienza possa aprire altri scenari negativi? In altri termini, esiste una gerarchia nella priorità dei valori cristiani da difendere?

Benedetto XVI ha spesso ricordato che esistono valori non negoziabili che sono costitutivi della persona umana e che pertanto non ammettono compromessi o mediazioni. In questo caso non solo sarebbero negati, ma verrebbe meno il fondamento stesso della dignità della persona umana, che sarebbe consegnata alle opinioni dominanti, secondo gli interessi e le utilità del momento.

(©L'Osservatore Romano - 23 gennaio 2008)

21 gennaio 2008

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"Benedetto sei la nostra Sapienza": il significato di affettuosa e solidale testimonianza dell'Angelus di domenica 20 gennaio sta in una delle scritte apparse sui tantissimi striscioni innalzati in piazza San Pietro. Una grandissima folla di persone, giunte da ogni parte della città ma anche da altre regioni d'Italia, si è data appuntamento sotto la finestra del Papa per unirsi a lui nella preghiera mariana. È stata la risposta soprattutto di Roma all'invito del cardinale vicario Camillo Ruini, che - all'indomani dei noti avvenimenti della "Sapienza" - aveva convocato la comunità dell'Urbe per una testimonianza di solidarietà e di affetto al Pontefice.
Uno scrosciante applauso ha accolto Benedetto XVI quando a mezzogiorno si è affacciato dalla finestra dello Studio privato per la preghiera mariana; numerose le volte in cui gli applausi lo hanno interrotto, soprattutto quando al testo scritto ha aggiunto a braccio riflessioni personali e parole di gratitudine, esortando alla fraternità, all'amore per la verità e per la libertà nell'impegno comune per una società fraterna e tollerante.
La folla che gremiva piazza San Pietro ha potuto seguire l'avvenimento anche grazie a cinque maxischermi: due posti ai lati del sagrato della Basilica, altri due alla fine del colonnato del Bernini e uno all'ingresso della piazza.
Tantissimi i giovani, soprattutto studenti universitari di tutti gli atenei romani, sia statali sia pontifici. Rappresentavano movimenti ecclesiali, aggregazioni laicali, gruppi parrocchiali. Con loro docenti, intere famiglie, sacerdoti e religiose che si sono dati appuntamento per manifestare a Benedetto XVI la loro vicinanza. La Chiesa di Roma ha voluto in questo modo esprimere l'amore e la gratitudine verso il Papa che è nel cuore di tanta gente.
Tra i numerosi presenti lo stesso cardinale Ruini, il vescovo Giuseppe Betori, segretario generale della Conferenza episcopale italiana; responsabili di gruppi e associazioni ecclesiali; operatori del mondo della cultura e dell'informazione, tra i quali il direttore del nostro giornale Giovanni Maria Vian. Molti anche i politici - esponenti del governo e dell'opposizione - che hanno partecipato alla preghiera mariana.
Tra bandiere, stendardi e palloncini colorati, uno dei tanti cartelloni recitava: "Sono laico anch'io credendo in Dio". In una città sempre più multietnica, hanno voluto far sentire la loro voce anche uomini e donne di altre nazionalità residenti in Italia. Bandiere del Brasile e del Pakistan sventolavano tra le altre. "Chi è contro il Papa è contro l'umanità", recitava uno striscione esposto dalla comunità cristiana pakistana. "Quanto accaduto ha avuto grande risonanza in Brasile: tutti i giornali ne hanno parlato, mi sembrava giusto oggi confermare il nostro affetto verso il Papa, che nel nostro Paese è amato e rispettato", ha commentato un brasiliano presente con i suoi figli.
Ai fedeli romani hanno voluto unirsi anche numerosi milanesi che in piazza Duomo, nel capoluogo ambrosiano, hanno seguito l'Angelus attraverso un maxischermo. Appena il Papa ha iniziato a parlare, la sua voce, diffusa attraverso gli altoparlanti, è stata coperta dagli applausi.

(©L'Osservatore Romano - 21-22 gennaio 2008)

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Il cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana

Preoccupazione per la situazione dell'Italia
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Si è aperta lunedì pomeriggio la riunione del Consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei). Pubblichiamo ampi stralci della prolusione del presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco:

Venerati e Cari Confratelli,

all'inizio del nostro Consiglio Permanente vogliamo rinnovare al Santo Padre Benedetto XVI la nostra incondizionata e cordiale condivisione, insieme all'ammirazione per il suo diuturno servizio pontificale a bene della Chiesa tutta (...)

Questa comunione affettiva ed effettiva la rinnoviamo a pochi giorni da un grave episodio di intolleranza che ha indotto il Santo Padre a soprassedere rispetto alla visita da tempo programmata alla Sapienza. Università che da oltre settecento anni vive in quella Roma dove Vescovo è il Papa.

Il clima di ostilità, creato da una minoranza assolutamente esigua di docenti e studenti, ha infine suggerito questa amara soluzione, essendo venuti meno - come ha scritto il Cardinale Tarcisio Bertone al Rettore - "i presupposti per un'accoglienza dignitosa e tranquilla".

Una rinuncia quindi che, se si è fatta necessariamente carico dei suggerimenti dell'Autorità italiana, nasce essa stessa da un atto di amore del Papa per la sua città. Tutt'altro, dunque, che un tirarsi indietro, come qualcuno ha pur detto, ma una scelta magnanime per non alimentare neppure indirettamente tensioni create da altri e che la Chiesa certo non ama, pur dovendole spesso suo malgrado subire.

Grande è stata la sorpresa e ancor più grande la tristezza dinanzi a quanto accaduto, in particolare per quella considerazione che da sempre la Chiesa nutre nei confronti dell'istituzione universitaria - basterebbe pensare a come e dove sono nate le Università - e che il discorso del Santo Padre preparato per l'occasione è stata riproposta con argomentazioni assolutamente pregnanti e originali. La risposta che Benedetto XVI ha dato alla domanda sulla "vera, intima origine dell'Università", la risposta - dicevo - è da iscriversi idealmente sul frontespizio di ogni ateneo: soddisfare "la brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuole sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole la verità". È con questa vocazione squisitamente propria dell'università che deve in ultima istanza confrontarsi anche chi si è sottratto all'incontro col Papa. Di qui il rammarico - non solo nostro, ma generale - nel dover constatare che il "luogo" privilegiato dello studio e del confronto tra intelligenze libere - qual è l'Università, che per questo diventa scuola di vita - si sia precluso di fatto ad una presenza di universale autorevolezza e ad un apporto accademico altissimo, cui ambiscono Università di tutto il mondo.

Questi d'altra parte sono gli esiti del settarismo illiberale, antagonista per partito preso, che, assumendo per pretesto la nota e ormai ben indagata vicenda di Galileo, hanno superficialmente manipolato la posizione a suo tempo espressa da Joseph Ratzinger, facendone una bandiera impropria per imporre la loro chiassosa volontà.

Come cittadini e come Vescovi d'Italia non possiamo non essere preoccupati. Seppur ci conforta che l'assenza forzata all'incontro è presto diventata una presenza assai più dilatata del previsto.

L'importante discorso non solo è stato letto alla Sapienza, ma è stato anche pubblicato su numerosi giornali, guadagnando allo stesso un ascolto incomparabile. La straordinaria folla di fedeli e di cittadini che ieri, domenica, sono convenuti su invito del Cardinale Vicario in Piazza San Pietro per la recita dell'Angelus, è la testimonianza fedele dei sentimenti forti che albergano nel popolo italiano. Il che ci induce, nonostante tutto, a guardare avanti e ad avere fiducia (...)

Per l'inizio del tempo di Avvento, Benedetto XVI ha offerto alla Chiesa universale la sua seconda enciclica: "Spe salvi", che ha suscitato una vasta eco all'interno della comunità cristiana ma anche nell'opinione pubblica generale. Il che, se da una parte dice qualcosa dell'arsura in cui vivono gli uomini d'oggi, dall'altra ci conforta sul fatto che proposte forti sotto il profilo dei contenuti si possono proficuamente fare anche in una temperie rarefatta come l'attuale. Con uno stile felicemente personale, il Papa elabora una proposta sorprendente che va al cuore e alla mente dei fedeli e dei Pastori. Attraverso una tessitura testimoniale, egli conduce un serrato ragionamento in cui storia, filosofia e teologia si intrecciano per decodificare il desiderio di vita buona e felice che c'è nel cuore dell'uomo e di ogni epoca.
Mostrando come, ad un certo punto del cammino dell'umanità, le due grandi idee-forza, la ragione e la libertà, si sono come sganciate da Dio, per diventare autonome e contribuire all'edificazione di un "regno dell'uomo" praticamente contrapposto al Regno di Dio, il Papa evidenzia il diffondersi di una mentalità materialista, che ha fatalmente illuso e deluso. Se per l'uomo moderno la novità sta nella correlazione, anzi nella sinergia, tra scienza e prassi, e l'attesa viene riposta nella successione stupefacente delle scoperte che hanno contrassegnato gli ultimi secoli, ecco che prende piede l'"ideologia del progresso", ossia una "visione programmatica" per la quale la restaurazione del paradiso perduto non si attende più dalla fede, ma appunto dallo sviluppo scientifico (...)
Non credo di sbagliare se dico che è l'Italia, in particolare, ad avere oggi bisogno della speranza (...) Diagnosi più circoscritte circa i punti della crisi pubblica che ci affligge peraltro non mancano e il Presidente della Repubblica, nell'incontro prenatalizio con i dirigenti della politica, non ha mancato di farvi riferimento. A noi Vescovi interessa, se possibile, guardare più in profondità, alla crisi interiore che è in parte causa e radice della stessa crisi pubblica, seppur non ci sfuggono le tante, innumerevoli testimonianze di bene che prendono forma sul territorio (...)

La Chiesa non vuole e non cerca il potere, come pure viene scritto in questa stagione su taluni giornali. Con la sua testimonianza pubblica e grazie alla capillarità della sua presenza vicina alla gente, la Chiesa vuole aiutare il Paese a riprendere il cammino, a recuperare fiducia nelle proprie possibilità, a riguadagnare un orizzonte comune (...)

La Chiesa, ad esempio, dice sì alla famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Per questo si oppone alla regolamentazione per legge delle coppie di fatto, o all'introduzione di registri che surrogano lo stato civile.

Non la muove il moralismo, o peggio il desiderio di infliggere pesi inutili o di frapporre ostacoli gratuiti. Al contrario, abbiamo a cuore davvero il futuro e il benessere di tutti. Conferendo diritti e privilegi alle persone conviventi, apparentemente non si tolgono diritti e privilegi ai coniugi, ma si sottrae di fatto ai diritti e ai privilegi dei coniugi il motivo che è alla loro radice, ossia l'istituto matrimoniale che nessuno - a questo punto - può avere l'interesse a rendere inutile o pleonastico, o a offuscare con iniziative, quali il divorzio breve, che avrebbero la forza di incidere sulla mentalità e il costume, inducendo atteggiamenti di deresponsabilizzazione (...) La struttura della famiglia non è paragonabile ad una invenzione stagionale e questo per almeno due motivi. Il primo è relativo alla indubitabile complementarietà tra i due sessi; il secondo, riguarda il bisogno che i figli hanno, e per lunghi anni, di entrambe le figure genitoriali, quanto meno per il loro equilibrio psichico e affettivo (...)

La Chiesa, mentre fermamente si oppone alle discriminazioni sociali poste in essere a motivo dell'orientamento sessuale, dice anche la propria contrarietà all'equiparazione tra tendenze sessuali e differenze di sesso, razza ed età. C'è un gradino qualitativo che distanzia le prime dalle seconde, e non è interesse di alcuno misconoscere la realtà che appartiene alla struttura dell'essere umano in quanto tale (...)

È ancora per dire sì alla dignità della persona che la Chiesa denuncia la logica relativistica che domina nei consessi internazionali, per la quale l'"unica garanzia di una umana convivenza pacifica tra i popoli, (è) il negare la cittadinanza alla verità sull'uomo e sulla sua dignità nonché alla possibilità di un agire etico fondato sul riconoscimento della legge morale naturale": sono parole di Benedetto XVI, pronunciate alle Organizzazioni non governative cattoliche che erano andate a visitarlo il 1° dicembre scorso (...)

Una vasta eco ha avuto nel mese di dicembre la moratoria contro la pena di morte votata nell'assemblea dell'Onu da 104 Paesi. Com'è noto, per raggiungere questo risultato, molto ha lavorato l'Italia, che infatti è stata riconosciuta come la vera artefice dell'importante pronunciamento. Ci piace qui rilevare come questo obiettivo, al nostro interno, sia stato perseguito sia dalla società civile che dai responsabili politici, in una fruttuosa complementarietà che ha procurato all'iniziativa diplomatica il più vasto consenso popolare.

Era in qualche modo inevitabile che, votata la moratoria contro la pena di morte comminata dagli Stati come sanzione ai delitti più gravi, si ponesse l'attenzione ad un'altra gravissima situazione di sofferenza del nostro tempo qual è, con l'aborto, l'uccisione di esseri innocenti e assolutamente indifesi. È vero che concettualmente non c'è perfetta identità tra le due situazioni, ma solo una stringente analogia, che tuttavia non fa certo derivare la condanna dell'aborto da quella della pena di morte, giacché il delitto di aborto è, come avverte il Concilio Vaticano II (GS n. 51), abominevole di per sé, ed è un'ingiustizia totale.
Come non valutare benefica la discussione che, nel nostro Paese, si è aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c'è e quella che fatichiamo tanto a riconoscere? (...)
Da parte della Chiesa non esiste alcuna "intenzionalità bellica" (...) Chiediamo, almeno come cittadini di questo Paese, che si verifichi ciò che la Legge - intitolata alla "tutela della maternità" - ha prodotto e ciò che invece non si è attivato, soprattutto in termini di prevenzione e di aiuto alle donne. Inoltre, come si può, solo per questa legge, deliberatamente ignorare il portato delle nuove conoscenze e i progressi della scienza e della medicina e non tener conto che oltre le 22 settimane di gestazione c'è già qualche possibilità di sopravvivenza? Per questo occorre razionalmente non escludere almeno l'aggiornamento di qualche punto della legge, pur continuando noi vescovi a dire che non ci può mai essere alcuna legge giusta che "regoli" l'aborto (...)
Grande impressione ha suscitato a ridosso delle feste natalizie il rogo che nell'acciaieria torinese della ThyssenKrupp ha procurato la morte - immediata o successiva - di ben sette operai, alcuni dei quali ancora giovani. Il confratello Arcivescovo di Torino, Cardinale Severino Poletto, ha pronunciato nelle omelie delle quattro Messe esequiali parole doverosamente severe, alle quali noi cordialmente ci associamo. Sono drammi che le nostre comunità parrocchiali conoscono uno ad uno, e a cui i nostri sacerdoti sono vicini. E bisogna dire che anche il cordoglio politico non è mancato e non manca. Le organizzazioni imprenditoriali e le singole aziende devono fare un passo avanti in quell'autodisciplina rigorosa e metodica che nel rispetto coscienzioso delle leggi potrà dare risultati importanti. Dal canto suo, la politica non può più limitarsi alle parole o ai provvedimenti che nascono evasivi. Bisogna che ciascuno, per la sua parte di responsabilità, senta che la popolazione è stanca di promesse e misura qui, più che in altri campi, l'affidabilità e credibilità del sistema Paese.
Affidabilità e credibilità sono vistosamente in gioco anche nella vicenda delle immondizie che da troppo tempo sta affliggendo Napoli e la Campania senza che l'opinione pubblica locale e nazionale riesca a capire come stiano effettivamente le cose: fino a dove c'entra la malavita organizzata e le complicità di cui essa gode, e dove comincia la mala-politica, la latitanza amministrativa, il palleggiamento delle responsabilità, l'ignavia delle istituzioni. Il confratello Arcivescovo di Napoli, Cardinale Crescenzio Sepe, insieme ai Vescovi della Campania, hanno preso posizione ferma, e noi non possiamo che essere solidali con loro.
Altro versante problematico, nel quale la Chiesa sa di dover dire il suo sì agli italiani, è quello della moralità sociale e della legalità pubblica che sono dimensioni proprie della cittadinanza rispetto ai vincoli collettivi. Situazioni specificatamente delicate si presentano - com'è noto - in alcuni territori del Paese, quelli più interessati dalla malavita organizzata, dalla 'ndrangheta e dalla mafia, fenomeni che da tempo tendono peraltro a ramificarsi all'esterno, in regioni un tempo immuni e anche - come s'è visto l'estate scorsa - all'estero. Non possiamo, a questo riguardo, non apprezzare ciò che sta avvenendo per iniziativa delle associazioni di volontariato, chiamate Addiopizzo o in altro modo, e anche di importanti associazioni di categoria (...) Un analogo appello accorato era prima venuto dai confratelli della Calabria. A questi Vescovi e alle loro Chiese va la solidarietà convinta della nostra Conferenza, insieme all'impegno per una accorta vigilanza in ogni regione d'Italia.
Nel 60° anniversario della Carta Costituzionale che, specialmente nella sua prima parte, è così antropologicamente significativa - e dunque vera nel senso di non superata - e in un momento della vita sociale così delicato e con varie sfide aperte, non possiamo come Vescovi non rivolgerci all'intera classe politica per esprimerle la nostra considerazione e il nostro incoraggiamento.
Nessuno si stupisca se in questo quadro diciamo una parola ai politici di ispirazione cristiana, a coloro che tali sono e così si sono presentati al corpo elettorale, al quale devono rispondere (...) Sui temi moralmente più impegnativi, assecondare nelle decisioni una logica meramente politica, ossequiente cioè le strategie o le convenienze dei singoli partiti, è chiaramente inadeguato. Lo è per una coscienza schiettamente morale, ma lo è ad un tempo per una coscienza anche religiosamente motivata (...) Quando si tratta di avviare proposte legislative che vanno in senso contrario all'antropologia razionale cristiana, i cattolici non possono in coscienza concorrervi. Non c'è chi non veda infatti che una cosa è operare perché un male si riduca, altra cosa è acconsentire, in partenza, che leggi intrinsecamente inique vengano iscritte in un ordinamento. E non si tratta, qui, di un'imposizione esterna, ma di una scelta da operare liberamente in una coscienza "già convenientemente formata" (GS n. 43). Rispetto alla quale non possono esistere vincoli esterni di mandato, in quanto la coscienza è ambito interno, anzi intrinseco, alla persona, e dunque obiettivamente non sindacabile (...)
Sul fronte sociale, le testimonianze che direttamente raccogliamo nei nostri contatti con la gente ci avvertono che nell'anno appena trascorso si sono aggravate le condizioni economiche di molte famiglie (...)

Ogni nuovo figlio, oltre che una speranza di vita, rappresenta purtroppo un rischio in più di impoverimento. "Di fatto - sottolineava in conclusione la stessa Caritas - l'Italia incoraggia le famiglie a non fare figli".

Rispetto a questo contesto, l'azione di governo attraverso la legge finanziaria ha dato risposte assai parziali come il bonus - pure importante - per gli incapienti. A fronte di misure positive volte alla generalità dei contribuenti, quali gli sconti per i proprietari di abitazione e per gli affittuari a basso reddito, è urgente una strategia incisiva d'intervento strutturale volta al sostegno della famiglia nei suoi compiti di allevamento e cura dei figli (...) Le cifre relative alla povertà segnalano come sia necessario porre mano con urgenza - anche in riferimento alla continua, allarmante crescita dei prezzi - a una politica di rinforzo degli stipendi più bassi e delle pensioni minime, e in questo contesto esprimere un sostegno alle famiglie non limitato ai soli redditi, ma mirata ai carichi familiari (...)

(©L'Osservatore Romano - 21-22 gennaio 2008)

IL TESTO INTEGRALE DELLA PROLUSIONE DEL CARDINALE BAGNASCO

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Grazie a Gemma ed Eufemia, leggiamo:

In libertà

Pubblichiamo qui accanto l’intervista che ci ha rilasciato il professor Luciano Maiani, tra i più noti firmatari della lettera contro la visita del Papa alla 'Sapienza' nonché presidente designato del Cnr e, proprio per questo, al centro per giorni di comprensibili polemiche. Da giornalisti, non ci sfugge la valenza della rilettura che ora Maiani propone della vicenda, riassumibile nell’immagine – indubbiamente chiara – di una strumentale «bagarre» inscenata, tra «arroganza e intolleranza», nei confronti di Benedetto XVI e culminata in una «sconfitta» per «mondo accademico, studenti e politica». È un’interessante e libera riflessione critica e autocritica. Che, immaginiamo, con altrettanta libertà e autonomia verrà valutata.


LA VISITA NEGATA

Intervista al presidente designato del Cnr che ha firmato il testo dei professori contro il Papa

Sapienza, Maiani fa autocritica: sconfitti tutti noi
«È vero, ci hanno strumentalizzato»


DI PAOLO VIANA

«Abbiamo perso tutti». Allarga le braccia, Luciano Maiani. Mostra le foto della 'sua' Sapienza assediata e i titoli dei giornali che hanno spostato le lancette della cronaca agli anni Settanta.

«Abbiamo perso tutti, non parlo del Papa, ma del mondo accademico, degli studenti, della politica» commenta il presidente designato del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Nomina bipartisan e di alto livello scientifico, quella dell’ex presidente (tra l’altro) del Cern e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, ma da quando Maiani ha firmato la lettera dei 67, quella che definiva «incongrua» la scelta di invitare il Papa alla Sapienza, la ratifica è ferma in Parlamento.

Oggi Maiani spiega le ragioni per cui considera la protesta contro Ratzinger una sconfitta.

Perché ha firmato quella lettera?

Perché era una lettera interna, un normale atto di dialettica tra accademici: un gruppo di docenti esprimeva un dissenso al rettore sull’organizzazione dell’iniziativa. Si voleva far passare un messaggio di autonomia della scienza che è stato completamente travisato, diventando un messaggio di arroganza e intolleranza che naturalmente io non condivido. Siamo stati strumentalizzati.

Guardi che, a leggere il testo, la vostra opposizione alla presenza del Papa è fin troppo chiara.

Uno studioso di comunicazione, Mac Luhan, usava dire che il mezzo è messaggio. Bene. Allora chiediamoci perché la lettera di un gruppo di docenti al proprio rettore esca su Repubblica due mesi dopo che è stata scritta, quando il rettore ha già deciso e noi abbiamo preso atto della sua decisione. Con quella pubblicazione, due mesi dopo, è stata trasformata in un proclama contro il Papa, proprio per condurci alle barricate. Sono molto dispiaciuto, abbiamo perso tutti: non parlo del Papa ma degli scienziati, degli studenti, delle autorità accademiche, dell’opinione pubblica, del mondo politico...

Scusi, ma non se l’aspettava, visto il clima?

Poteva essere l’occasione di una discussione sui rapporti fede-scienza, invece è stata una bagarre. Io ho firmato nello spirito dell’indipendenza della scienza dalla religione, ma all’interno di un dialogo, quello che, per fare un esempio, ho sperimentato personalmente con gli incontri alla Università Lateranense tra scienziati e teologi, promossi da Piergiorgio Picozza e Sigfrido Boffi. Quello è il clima giusto per uscire da questa situazione.

Scienza e fede in Italia sono in guerra?

No, ma si è creata una profonda frattura tra scienziati e no, tra credenti e no, estremamente preoccupante. La società italiana deve dialogare con società diverse, come quella islamica, e non ci possiamo permettere una frattura così drammatica. Anche perché, ovunque, fisici e scienziati di religioni diverse, atei compresi, lavorano gomito a gomito.

Crede che sia praticabile un dialogo quando la tensione sale a questi livelli?

Ho letto il discorso del Papa: la ragione è il punto d’incontro. Deve essere anche il punto di partenza per un tavolo che riunisca scienziati e teologi, dove discutere di quale relazione debba esserci tra scienza e fede nel mondo moderno. Il dialogo deve ripartire da qui e va ricolmata la crepa. Serve un lavoro di sherpa, conferenze a vari livelli, per trovare una piattaforma comune, ad esempio intorno al ruolo della ragione, e stabilire una 'confidenza' tra scienziati e uomini di Chiesa, basata sulla consapevolezza che nessuno vuole prevaricare l’altro. Solo a quel punto il rapporto scienza-fede non darà adito a simili gazzarre su Galileo e Giordano Bruno, due patrimoni dell’umanità che non devono essere usati per contrapporci alla Chiesa.

Parla lo scienziato o il presidente designato del Cnr?

Ho collaborato per decenni con scienziati di tutte le opinioni e non ricordo di aver mai avuto un diverbio per motivi confessionali o ideologici. Questo binomio pluralismo­tolleranza deve valere a maggior ragione per chi guida il Cnr, un grande organismo multidisciplinare, multiconfessionale, multiculturale. Ogni discriminazione che privilegiasse una parte sarebbe un pessimo servizio pubblico.

© Copyright Avvenire, 21 gennaio 2008

Bah...mah! Mi dispiace che proprio uno scienziato che ha parlato alla Lateranense abbia poi firmato la famosa lettera.
Ferma restando la grave, gravissima, responsabita' dei media in questa disgraziata (per l'Italia) vicenda, trovo che i firmatari si debbano assumerere fino in fondo le proprie responsabilita'. Non spetta certo a noi stabilire come un documento interno sia finito in mano a Repubblica e, francamente, nemmeno ci interessa
.
R.

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IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

«Libertà e tolleranza». Lezione laica di Ratzinger

di RENATO FARINA

Ieri la piazza più religiosa e, per i maliziosi, più clericale del mondo è diventata una specie di fortino della libertà, una grande culla dove tutti i laici dell'universo potevano riposarsi per preparare la futura pugna. Non ci credete? Be', chi c'era può testimoniarlo: è accaduta la strana alleanza di uomini liberi. Cattolici oppure no, ma ieri stretti intorno a uno strano tedesco che ricorda molto un tale vissuto in Galilea duemila anni fa. Ma anche un certo Socrate. Sia detto senza confondere le essenze: ciascuno è quello che ha scelto di essere. (...) Ma ieri ci si è incontrati al Ratzinger day. Eccoci allora intorno a mezzogiorno vicino al cupolone. Presso l'obelisco c'è ancora il presepe tardivo e l'albero di Natale con gli addobbi dorati: in fondo anche se non è Natale oggi nasce qualcosa di importante in Italia. Che sciocchi quanti hanno parlato di steccati risorgenti tra chi è fedele e chi non ci crede. Questa domenica mezzogiorno è stato il momento di una comunione, anzi - non esageriamo - di un patto in difesa del diritto di esistere con la faccia che si ha, della necessità del rispetto. Piccole cose, persino ovvie. Ma mica tanto oramai. Prima la cronaca o prima i concetti? Qui non si riesce tanto a distinguere tra il significato delle cose, la loro potenza politica, e il susseguirsi dei fatti. Idee e facce, ragionamenti e passioni si mescolano come sempre nella vita, ma ieri di più. Da là sotto, sul selciato, tra mille bandiere e striscioni, si vedeva specialmente il cielo di Roma, lucentissimo e blu. Questo miracolo che è il colore dell'aria a Roma. Tutti a guardare le sue braccia aperte
Centinaia di migliaia di occhi fissi alla finestra. Alle undici e cinquanta si aprono le imposte e viene srotolato il sandalo rosso. A mezzogiorno in punto una macchia bianca e due braccia si sono agitate più lente e più larghe di quelle della gente in piazza. Il Papa è entrato in scena con le braccia aperte, forse non sapeva dove mettere le mani, non ha senso del teatro, ma dell'amore sì. Sono passati alcuni istanti prima che il microfono rilanciasse le cadenze bavaresi del Pontefice. E sono stati momenti unici. Chi scrive è un veterano d'incontri papali. Ieri è stato diverso da ogni altra volta. Non la solita festa, ma neanche la tristezza dinanzi alla malattia di un Papa o a eventi dolorosi dell'umanità. Piuttosto l'attesa e il desiderio. L'aspettativa di un annuncio bello. E questo fremito accomunava i credenti, pratici delle preghiere, e i "miscredenti", impacciati ma non estranei. Ed ecco la voce, la voce del Papa.

Non era quella solita attraversata da accenti d'ironia, aveva qualcosa di spezzato, come di un uomo che stesse per piangere. Per la fatica che gli altri avevano fatto per andare a salutarlo, per la pietà che aveva per quegli uomini-donne-bambini, per chi lo aveva ferito e ancora non capiva il torto fattogli, per il mondo intero, ma anche per se stesso. E a noi giù in piazza, e - forse - a voi in cucina davanti al video, cosa è accaduto? Come una scossa.

È impossibile davanti al Papa e vicino alla memoria di millenni cristiani sottrarsi alla domanda: «Che cosa diavolo ci facciamo in questo mondo?»; mea culpa, togliere la parola diavolo, per favore. Ecco: non siamo soli. Benedetto XVI ha esordito mettendoci con lui: «Fratelli e sorelle». Poi, procedendo ha cambiato, e si è rivolto così agli sguardi che se lo bevevano: «Cari amici!». Ha aggiunto: «Grazie. Vogliamo pregare insieme, non bisogna smettere di pregare». E questi inviti non c'è uno solo cui siano parsi bigotti o moralistici. Era chiaro che in quella richiesta c'è l'essenza del nostro essere uomini, atei o no: dei poveretti che hanno bisogno di tutto, e mendicano il destino a questo cielo di Roma così sorridente. Dalla folla si è levato un coro, partito dalla zona dove si allungava per cinquanta metri lo stendardo di Comunione e Liberazione: libertàaa-libertàaa. È diventato viva-il-Papa; e poi ti vogliamo-bene-Benedetto. È seguito il latino solenne dell'Angelus, le formule mai consumate delle benedizioni pontificie. Il segno della croce. Tanti, tra essi molti con sottobraccio Libero, si capiva essere poco avvezzi a questo gesto: ma si sono inchinati dinanzi a una liturgia antica che nel caos di questa Italia ha il timbro fresco della speranza. «Grazie agli amici!» ha ripreso allora il Papa. Qui è cominciata la parte "politica" dell'incontro: di una politica che è sinonimo di convivenza civile, bene comune, stare insieme rispettandosi, e persino cercando di venirsi incontro e farsi compa-gnia. Se possibile provando a portare i pesi gli uni degli altri. O, se questa è un'utopia, almeno non tirarseli in testa. Ha usato due volte la parola «solidarietà» riferendosi a quella ricevuta, e tre volte ha detto «grazie», una al «cardinal vicario» Ruini. Soprattutto ha fatto intendere che lui non era soltanto quello che stava alla finestra, ma stava anche giù, tra la gente che ha scelto di venire qui. Si è messo tra i cattolici e i laici bambini. Quelli che vedono le cose e le dicono. (Come il sindaco di Missaglia, Brianza con la fascia tricolore e i vigili urbani, mandato qui nella notte dal consiglio comunale al completo). Chi non c'era in piazza e anzi ha condannato per qualsivoglia menata questo Angelus è cattolico-adulto o laico-adulto. Uno che tra i suoi occhi e la realtà mette l'ideologia. E se un Papa è ferito non lo soccorre, ma domanda: a-chi-giova? Uno schifo da scribi e farisei.

Benedetto XVI, con il suo modo di fare timido e ritroso, non ha trattato questo raduno come qualcosa di gradevole ma adesso passiamo ad altro; gli ha dato un peso missionario, è diventato un gesto in cui lui si identifica: bisogna correre insieme, uomini di buona volontà, dove la libertà subisce un torto. Non si è sottratto per falsa modestia alla constatazione di aver subito una persecuzione, non ha minimizzato.

Poteva restare neutro per non dividere i prodiani (ostili al raduno) dai rutelliani (favorevoli: c'erano Rutelli e Fioroni), per non benedire implicitamente tanta parte del centrodestra, Cossiga, Andreotti, la Cisl, l'Ugl e i cristiani riformisti (veltroniani). No. Non è rimasto furbescamente neutro. Era da questa parte. Con chi protesta perché si è impedito a un Papa di parlare. A un Papa! Figuriamoci a chi è un nessuno cosa fanno. Una lezione di democrazia

Non è un tipo che alluda, Ratzinger. Ha raccontato come ha vissuto questi giorni. Ci teneva. Ci ha patito. Prima ha raccontato di sé quasi piegato sulle sudate carte. «Conosco bene questo ateneo, lo stimo, sono affezionato. Avevo accolto volentieri l'invito, mi ero preparato il discorso per giorni dopo il Natale». Poi la violenza subita... «Purtroppo, il clima che si è creato... Ho soprasseduto mio malgrado». In quel mio-malgrado c'è un giudizio chiaro: mi è stato impedito, il danneggiato sono io, ho subito un furto di libertà.

Altro che vittoria politica del Vaticano, a lui interessa incontrare le persone più che spedire insegnamenti, la vita degli uomini è così: incontrarsi, litigare, poi bere un caffè, pensare al lavoro, ai figli. E qui la lezione di democrazia, o se si vuole molto semplice, di educazione civica: «Come professore, per così dire, emerito, che ha incontrato tanti studenti nella sua vita vi incoraggio tutti, cari universitari, ad essere sempre rispettosi delle opinioni altrui e a ricercare, con spirito libero e responsabile, la verità e il bene». Rispetto, libertà, responsabilità, verità, bene. Secondo me il Papa non la passa liscia. Da quando in qua in questo mondo il coraggio e la mitezza sono premiati? Noi però siamo contenti che tu ci sia, papa Benedetto, e sei proprio così come sei. Più colto, più timido, più intelligente, più credente di noi. Ma ci chiami amici, sei uno di noi.

© Copyright Libero, 21 gennaio 2008

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Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede! (il discorso che il Papa non pronuncera' alla Sapienza)

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Papa day a San Pietro

Ruini il «regista» tra la folla: più gente di quanto avevo immaginato

Il cardinale: «Dimostrato l'affetto dei fedeli. Prova di forza? Lasciamo stare. È una prova di gioia»

Luigi Accattoli

CITTA' DEL VATICANO — «È una bella giornata di sole, sono molto felice»: il cardinale Camillo Ruini, promotore di questa adunata, è mitemente raggiante nella bella luce del mezzogiorno, in mezzo alla piazza di San Pietro, mentre giornalisti e politici, professori universitari e studenti gli si stringono intorno per salutarlo e complimentarlo.
C'è chi gli grida: «Salvi l'Italia!» E chi semplicemente gli lancia un «bravo, bravo!» Vengono a stringergli la mano il vicesindaco di Roma Maria Pia Garavaglia, la senatrice Paola Binetti e Francesco Rutelli. Con Rutelli il cardinale parla a lungo. «Buona giornata» gli dicono e lui: «Questa è una giornata molto bella, in cui è stato dimostrato l'affetto dei fedeli noi confronti del Papa».
Il cardinale si trova sulla destra dell'obelisco per chi guarda verso la facciata della basilica. E' in una zona libera da striscioni, ma alle sue spalle se ne legge uno sulla sinistra che dice «Le porte degli inferi non prevarranno» e lo sostiene un gruppo di giovani di Bellizzi, Salerno; mentre a destra c'è addirittura una sedicente «comunità cristiana pachistana » che proclama su un cartellone: «Essere contro il Papa è uguale a essere contro l'umanità. Vergognatevi».
Arriva una troupe del Tg1 a fare domande al cardinale: «Questa è la risposta della gente che ama il Papa. Una grande festa, una grande gioia. Qui tutti sono contenti di stare vicini al Santo Padre e il bel tempo ci ha aiutato».

«C'è chi l'ha definita una prova di forza» gli viene obiettato: «Lasciamo stare queste cose! E' una prova di gioia, di affetto e di vicinanza».

Ma avrà un effetto sul rapporto tra laici e cattolici? «Questo fatto — risponde il cardinale vicario — ha certamente avvicinato tutti coloro che sono amici della libertà e del confronto amichevole tra diverse posizioni culturali. E poi — al di là di tutto— c'è la grande unità del popolo italiano che si riconosce nel successore di Pietro». C'è grande ressa intorno a Ruini. Arriva il direttore della Sicurezza vaticana, Domenico Giani, e con i suoi uomini gli fa un po' di spazio. Il cardinale vicario ringrazia ma dice anche di non impedire agli studenti di andargli a parlare. Sono a colloquio con Ruini il direttore di Avvenire Dino Boffo e l'ex direttore dell'Osservatore Romano Mario Agnes, il segretario della Cei Giuseppe Betori e alcuni vescovi ausiliari di Roma: da Enzo Dieci al vicegerente Luigi Moretti. A essi si unirà Rino Fisichella, rettore della Lateranense, staccandosi per un momento — quando parlerà il Papa — dal folto gruppo di studenti e professori di quella università. Insistiamo a chiedere a Ruini se le cose si stiano svolgendo come si era figurato giovedì, quando aveva invitato i romani a partecipare all'«Angelus» di ieri: «Non avevo particolari aspettative, sapevo solo che sarebbe venuta gente ma ora debbo dire che ne è venuta più di quanta ne immaginassi. Io mi ero rivolto ai romani, qui invece ci sono persone venute da ogni parte». Andare in piazza non vuol dire esporsi alla strumentalizzazione?
«Non c'è stata e non poteva esserci nessuna strumentalizzazione», risponde Ruini: «Era un timore veramente fuori della realtà ». Le campane della basilica suonano il mezzogiorno, il Papa si affaccia e tutti gridano e battono le mani. Ruini si unisce a quella coralità con un timido gesto della mano destra, come a salutare Benedetto XVI quasi fosse lì davanti a lui invece che a più di cento metri di distanza. Il Papa dice «ringrazio il cardinale vicario che si è fatto promotore di questo momento di incontro» e ora il cardinale appare commosso. Intorno qualcuno gli grida «Grazie eminenza per aver preso l'iniziativa e averci portato qui» ed egli fa un cenno con la mano aperta e ferma come per dire «non disturbiamo le parole del Papa».
Ma arriva un nuovo applauso e ora anch'egli batte le mani. Il Papa si ritira dalla finestra e il cardinale risponde alle ultime domande dei giornalisti, si lascia fotografare con l'Avvenire in mano e poi compie un largo giro per uscire dalla piazza, seguito sempre da Boffo e Betori, salutando chi gli si avvicina e leggendo cartelli e striscioni. «Il sonno della ragione genera mostri » è scritto su uno di essi, a firma della Gioventù studentesca di Catania. Poco più in là si ferma a leggerne un altro del Rinnovamento nello Spirito, che è quasi una citazione delle finalità per le quali aveva promosso questo appuntamento: «Santo Padre ti amiamo e ti siamo fedeli».

© Copyright Corriere della sera, 21 gennaio 2008, consultabile online anche qui