04 novembre 2008

Assemblea dei vescovi francesi, Card. Vingt-Trois: "Con il Papa una Chiesa giovane" (Sir)


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FRANCIA: ASSEMBLEA DEI VESCOVI; CARD. VINGT-TROIS, “CON IL PAPA UNA CHIESA GIOVANE”

Si è aperta questa mattina a Lourdes con la prolusione del cardinale presidente André Vingt-Trois, la 47ma Assemblea plenaria dei vescovi francesi. Partecipano ai lavori 112 vescovi diocesani, 17 vescovi emeriti, tre vescovi dei territori d’oltre mare e il nunzio apostolico.
All’Assemblea – che si concluderà domenica 9 novembre – i vescovi rifletteranno su tre principali argomenti, che sono stati al centro di altrettanti gruppi di lavoro: “L’indifferenza religiosa e la visibilità della Chiesa”, la bioetica e “Far vivere le nostre Chiese”.
In programma anche una riflessione sui “fondamenti del dialogo interreligioso”. Nella prolusione – pronunciata questa mattina – il card. Vingt-Trois ha evocato il viaggio apostolico di papa Benedetto XVI in Francia, che – ha detto l’arcivescovo – ha rappresentato “un grande momento della vita della nostra Chiesa”.
Ed ha aggiunto: ”Gli incontri di Parigi e Lourdes hanno dimostrato agli osservatori attenti ed imparziali che l’immagine data troppo spesso di una Chiesa in decadenza e priva di futuro, non corrisponde alla realtà.
Abbiamo visto una Chiesa dove hanno un posto centrale i giovani, gli adolescenti, gli studenti, i giovani professionisti e le giovani famiglie con i loro figli”. Bene pure “gli echi positivi” del viaggio apostolico registrati “ben oltre gli ambienti ecclesiali”.

© Copyright Sir

Radici Cristiane dell'Europa e Islam: "botta e risposta" fra Tariq Ramadan e Padre Samir (Il Riformista)

Clicca qui (sul blog di Paolo Rodari) per leggere l'articolo dello studioso musulmano Tariq Ramadan sul Riformista e l'intervista di risposta di Padre Samir Khalil Samir.

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COMUNICATO STAMPA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO , 04.11.2008

Inizia questa mattina, 4 novembre, e durerà fino a giovedì 6 novembre il 1° Seminario organizzato dal Forum Cattolico-Musulmano (Catholic-Muslim Forum), istituito dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e da esponenti musulmani a seguito della Lettera aperta indirizzata il 13 ottobre 2007 a Sua Santità Benedetto XVI e ad altri Capi di Chiese e Comunità ecclesiali da 138 personalità musulmane e della risposta data il 19 novembre 2007, a nome del Santo Padre, dall’Em.mo Cardinale Segretario di Stato.

Il Seminario ha per tema "Amore di Dio; amore del prossimo", che sarà sviluppato secondo due linee di approfondimento: il primo giorno sarà dedicato ai "fondamenti teologici e spirituali", mentre il secondo giorno sarà centrato su "dignità della persona umana e mutuo rispetto". Su ciascuno di questi due sotto-temi sarà presentata una relazione da parte cattolica ed una da parte musulmana, che saranno di base per i successivi dibattiti.

Per il terzo giorno è prevista l’Udienza del Santo Padre ai partecipanti al Seminario. Nel pomeriggio, alle ore16.30, presso la Pontificia Università Gregoriana, avrà luogo una sessione pubblica durante la quale sarà resa nota la Dichiarazione comune approvata al termine delle sessioni. Inoltre, interverranno sul Seminario un rappresentante musulmano ed uno cattolico, i quali potranno rispondere ad eventuali domande attinenti allo stesso Seminario.

Parteciperanno all’incontro, per ciascuna parte, 29 persone tra esperti, autorità religiose e consiglieri.

Bollettino Ufficiale Santa Sede

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Un esempio di come si crea confusione nella mente dei semplici: il Gesù del cardinale Martini

Ernesto Galli Della Loggia: "Le spalle al Cristianesimo - Le uccisioni dimenticate" (Corriere)

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IDEE. Parla Samir Khalil: a giorni partecipa all’incontro con alcuni esponenti musulmani che firmarono la «lettera dei 138» al Papa

L’alfabeto della convivenza

DI GIORGIO PAOLUCCI

Un incontro per conoscersi di più. E per trovare forme di convivenza efficaci tra i seguaci delle due fedi religiose che insieme totalizzano più della metà della popolazione del pianeta. Dal 4 al 6 novembre una delegazione della Chiesa cattolica incontrerà a Roma alcuni tra i firmatari della lettera scritta un anno fa da 138 esponenti musulmani a Benedetto XVI e ai rappresentanti di altre confessioni cristiane.
Samir Khalil Samir, gesuita di origini egiziane e con passaporto italiano che vive e insegna all’università di Beirut, uno dei massimi conoscitori di cose islamiche, farà parte della delegazione vaticana.

Padre Samir, il tema principale dell’incontro è «amore di Dio, amore del prossimo». Quali implicazioni pratiche può avere la discussione su un tema così impegnativo?

«L’argomento rappresenta una vera sfida per entrambe le comunità. Mi sembra molto calzante la frase della lettera di San Giacomo: 'A che serve dire che ami Dio che non vedi, se non ami i tuoi fratelli che vedi?'. L’amore non è una teoria, si esprime in atti concreti. Nel dialogo che avremo nei prossimi giorni dovremo affrontare con coraggio le difficoltà che cristiani e musulmani incontrano nel testimoniare che la loro religione si esprime nell’amore».

Invece spesso si usa la religione per giustificare il ricorso alla violenza.

«Oppure si formulano generiche condanne della violenza, ma se ne ammette la liceità quando si pensa di difendere Dio e la verità. Dio si difende con la buona testimonianza della fede, con la ragione e con le parole, non con la sopraffazione. Parlare al cuore dell’altro, dove stanno le esigenze elementari che accomunano ogni uomo, suscitare in lui la parte migliore di sé: ecco il modo migliore per disarmarlo. Il ricorso alla violenza, invece, eccita nell’altro ciò che ha di peggiore, provoca una reazione istintiva, e l’altro risponderà alla violenza con la violenza. E così si innesca una dinamica che non serve a risolvere le ragioni del conflitto ma le rende più acute, allontana i contendenti anziché avvicinarli. Come dimostra tristemente quello che accade da decenni in Medio Oriente».

Una delle piste di lavoro previste negli incontri dei prossimi giorni riguarda la «dignità umana e il rispetto reciproco». Sarà inevitabile affrontare il nodo dei diritti umani e del loro rispetto, non crede?

«L’affermazione della dignità umana, per non restare qualcosa di teorico, implica il rispetto dei diritti umani. Che riguardano, ad esempio, il rapporto tra uomo e donna, tra i fedeli di differenti religioni, tra credenti e non credenti.
Alla radice di tutto c’è l’uso corretto della ragione naturale: grazie ad essa l’uomo può operare le sue scelte usando la libertà e facendola prevalere sull’istinto. E la libertà di coscienza è fondamento di tutte le altre libertà, è qualcosa che 'viene prima'».

Ma in molti Paesi islamici chi cambia religione rischia la morte o comunque gravi conseguenze.

«Col mondo musulmano c’è un problema derivante dal fatto che, partendo dal principio che l’islam è la migliore delle tre religioni rivelate e che le religioni rivelate sono migliori di qualunque altra scelta religiosa o filosofica, si afferma che chi ha già conosciuto il meglio non può 'tornare indietro': farebbe qualcosa che è contro natura. Da qui deriva la condanna di chi vuole abbandonare la fede islamica. È necessario approfondire tutti insieme che la libertà è un dono fatto da Dio all’uomo perché la eserciti, e questo esercizio può arrivare fino al punto di scegliere una strada diversa da quella in cui si è nati, o perfino di rifiutare Dio. Se non avesse la possibilità di scegliere, l’uomo sarebbe un animale. Dunque, se Dio accetta anche di essere rifiutato pur di non privare l’uomo della libertà, come può l’uomo pretendere di togliere a un suo simile l’uso della libertà che ha ricevuto in dono?
Sarebbe come sostituirsi a Dio».

C’è chi guarda con un po’ di scetticismo agli incontri di dialogo islamo­cristiano, temendo che si riducano ad appuntamenti per specialisti che non hanno riverberi concreti nei rapporti tra le due comunità. Che ne pensa?

«Bisogna chiarire preliminarmente che quello che si terrà tra pochi giorni non sarà un 'vertice' a livello specificamente teologico. Le differenze tra le due fedi sono evidenti e non possono essere cancellate. Il problema che vogliamo affrontare è piuttosto come poter vivere meglio insieme, sia nei Paesi islamici sia in Occidente, dove le comunità musulmane crescono numericamente e si sono radicate. Dobbiamo chiederci come trovare una base comune per costruire insieme una società dove ognuno possa praticare la propria fede nella libertà e nel rispetto dell’altro, e dove l’appartenenza religiosa non diventi un fattore discriminante per essere considerati cittadini a pieno titolo del Paese in cui si vive».

In che misura i 138 saggi musulmani firmatari della lettera-appello al Papa e ad altri leader cristiani sono realmente rappresentativi dell’islam?

«Tra loro ci sono sunniti, sciiti, ismailiti, sufi.
Provengono da 43 nazioni.
C’è una pluralità di voci, che di per sé è un dato significativo. Ma pretendere che parlino con una sola voce sarebbe come snaturare una delle caratteristiche dell’islam, che è appunto quella di non avere un’autorità unanimemente riconosciuta. Questo non preclude la possibilità di fare un pezzo di cammino insieme e di raggiungere un consenso almeno su alcuni aspetti che verranno messi sul tappeto.
L’obiettivo, migliorare le possibilità di convivenza, è troppo importante. Non solo per cristiani e musulmani, ma per l’umanità intera».

© Copyright Avvenire, 1° novembre 2008

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LA FIGURA DI EUGENIO PACELLI, PAPA PIO XII

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Il magistero di Pio XII e la comunicazione

Sulle onde della radio navigava la voce della Chiesa

Il 3 novembre presso il Braccio di Carlo Magno in Vaticano è stata presentata in anteprima la mostra "Pio XII. L'uomo e il pontificato" che sarà aperta dal 4 novembre al 6 gennaio. Ha introdotto l'incontro con i giornalisti monsignor Walter Brandmüller, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche che ha organizzato la mostra. A illustrare temi e contenuti dell'esposizione, moderati da don Cosimo Semeraro, segretario del comitato, sono intervenuti Giovanni Morello, Andrea Tornielli, Matteo Luigi Napolitano e Philippe Chenaux. Pubblichiamo stralci di uno degli articoli del catalogo (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2008, pagine 237, euro 24).

di Philippe Levillain

Il 12 febbraio 1931, il cardinale Pacelli, segretario di Stato da appena un anno, assistette all'invio del primo radiomessaggio di Pio xi. Poté costatare subito che il Sommo Pontefice si serviva sempre più di frequente di quello strumento, potendo contare sull'accresciuta regolare potenza della stazione emittente, munita a partire del 1938 di due antenne direzionali con dieci frequenze. Ciò avvenne a tre riprese, in occasione dei Congressi eucaristici internazionali e nazionali, e una volta per celebrare la festa di san Michele (radiomessaggio Mentre milioni diretto a tutti i cattolici e al mondo intero il 29 settembre 1938). Tutti questi interventi destinati a Budapest, a Québec o agli Stati Uniti erano fatti in italiano.
L'annuncio della scelta del conclave in favore del cardinale Pacelli del 2 marzo 1939 fu ritrasmesso in diretta dalla Radio Vaticana, e la prima benedizione apostolica di Pio XII fu commentata in nove lingue. Il giorno successivo alla sua elezione, il 3 marzo 1939, il Papa si servì per la prima volta della trasmissione radiofonica su onde corte. La Dum gravissimum comunicava a credenti e a non credenti la supplica che il Sommo Pontefice rivolgeva a Dio per la salvaguardia della pace. Pio XII ricordava che Pio xi aveva offerto la vita a sostegno della sua personale preghiera. Il tono del messaggio era segnato da una gravità iscritta nel generale clima di inquietudine. Ma il riferimento al suo predecessore consolidava l'ardente vigilanza del Santo Padre. È l'appello di un Papa che ci voleva.
Lungo l'intero arco della seconda guerra mondiale Pio XII si presentò, attraverso tutti i suoi radiomessaggi, come un padre sollecito delle famiglie (padri, madri, fanciulli, anziani), collocandosi al centro anche della vita sociale e economica annientata dalla guerra. La configurazione dei radiomessaggi si consolidò col tempo. Nel marzo del 1939, Pio XII è vigilante e riservato. Al riguardo la sua situazione è differente rispetto a quella di Benedetto xv, che nel suo Discorso concistoriale dell'8 settembre 1914, all'atto di manifestare anch'egli la sua supplica a Dio e di ricordare, inoltre, quella del suo predecessore Pio x, denunciava con vigore l'abisso in cui gli scontri, crescenti dopo il 18 luglio 1914, conducevano l'umanità e il mondo.
L'inflessione dei radiomessaggi verso l'angoscia e verso la speranza di un influsso morale e spirituale, collocando la croce al centro della supplica, si rivela bruscamente nel radiomessaggio del 24 agosto 1939, il giorno successivo alla firma del Patto tedesco-sovietico. Pio XII percepì senza illusione che esso apriva a Hitler il campo di battaglia europeo. "Un'ora grave, disse il Papa, suona nuovamente per la grande famiglia umana". L'appello insiste sulla paternità spirituale del Vicario di Cristo, che invoca la ragione in vista del trionfo della giustizia e una teologia morale dell'azione politica: "La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono". "Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo".
Il richiamo a un successo sempre possibile del negoziato è compiuto nel tentativo di introdursi nei cuori mediante l'evocazione di mali individuali e collettivi ineluttabili: "Noi li supplichiamo per il sangue di Cristo, la cui forza vincitrice del mondo fu la mansuetudine nella vita e nella morte. E supplicandoli, sappiamo e sentiamo di aver con Noi tutti i retti di cuore; tutti quelli che hanno fame e sete di Giustizia - tutti quelli che soffrono già, per i mali della vita, ogni dolore. Abbiamo con Noi il cuore delle madri, che batte col Nostro; i padri, che dovrebbero abbandonare le loro famiglie; gli umili, che lavorano e non sanno; gli innocenti, su cui pesa la tremenda minaccia; i giovani, cavalieri generosi dei più puri e nobili ideali. Ed è con Noi l'anima di questa vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano. Con Noi l'umanità intera, che aspetta giustizia, pane, libertà, non ferro che uccide e distrugge. Con Noi quel Cristo, che dell'amore fraterno ha fatto il Suo comandamento, fondamentale, solenne; la sostanza della sua Religione, la promessa della salute per gli individui e per le Nazioni".
Occorre ricordare che l'esercizio del magistero della parola non ha niente di incantatorio e che la Santa Sede segue una linea diplomatica attiva. I radiomessaggi, diffusi in quattro lingue (italiano, tedesco, francese e inglese) conferiscono alla sua attività una credibilità inimmaginabile sino ad allora: quella di un'opinione pubblica risvegliata dall'ascolto diretto della voce del Papa.
Molto presto, scoppiata la guerra, il regime nazista interviene per troncare gli interventi del Pontefice. Ma le stesse possibilità offerte alla voce del Papa di trovare ascolto in altri Paesi accrescono oltremodo l'influenza che la Santa Sede può giocare nel disordine politico e diplomatico generato dal furore espansionista di Hitler, dato che il Patto tedesco-sovietico prevedeva lo smembramento della Polonia. Nell'assillo della guerra segnata da devastazioni troppo prevedibili, la diplomazia vaticana esercitò delle pressioni sul governo polacco perché facesse delle concessioni territoriali. L'ambasciatore della Francia presso la Santa Sede, come riferisce Chenaux, espresse l'augurio "di una parola o di un gesto pubblico in favore della nazione cattolica minacciata". Gli venne risposto che il Papa aveva già parlato - il radiomessaggio del 24 agosto - e che nel Reich era in gioco la sorte di quaranta milioni di cattolici.
Si tocca qui uno dei paradossi dell'intervento della voce del Sommo Pontefice nella vita internazionale: il potere di amplificare il magistero mediante la parola generò progressivamente il dovere della parola, che colpisce più della lettura di un'enciclica e di un'esortazione apostolica. La grande difficoltà di Pio XII di fronte alle facoltà straordinarie che gli conferiva la radio consistette nell'equilibrare gli sforzi diplomatici della Santa Sede con il supporto circostanziato del messaggio della pace e dell'amore proprio della Chiesa cattolica e del ministero del Pontefice.
In termini di magistero, per l'immagine della Santa Sede durante la guerra, e più precisamente nell'evoluzione della seconda guerra mondiale, non fu tanto evidente come lo è oggi che esso non disponeva di alcuna arma prescrittiva e che il suo potere di giudizio era isolato perché distaccato dall'ordine del sapere. D'altra parte, l'azione della Santa Sede non era priva di campi in cui esprimersi.
Fu appunto il caso dei prigionieri di guerra (situazione cui Pio XII pensò dal 1939, preoccupandosi della famiglia), l'area degli aiuti materiali e della raccolta di certe informazioni. Se l'anno 1939 fu quello di una strana guerra con l'invasione della Polonia il settembre 1939, su cui la Santa Sede non si espresse, l'anno 1940 spinse Pio XII ad alzare la voce. Così si concateneranno i "radiomessaggi sovversivi", per riprendere l'espressione di Andrea Tornielli, diffusi regolarmente alla vigilia di Natale a partire dal 1940 e dei quali il più celebre è quello del 24 dicembre 1942. Essi svilupperanno gradualmente la teologia politica del Sommo Pontefice nel contesto di un conflitto, nel quale tutte le parti impegnate volevano che il loro sforzo aprisse un nuovo ordine. Pio XII disponeva di una saggia competenza giuridica che gli assicurava le prospettive pratiche della teologia morale, fondanti la giustizia e la carità. Sviluppò chiaramente questo punto di vista aperto al futuro attinente il necessario ricorso alla voce della Chiesa.
"Il 24 dicembre 1940 - scrive Tornielli - il Papa rivolge un importante discorso al collegio cardinalizio e alla Curia romana, chiedendo al mondo di ascoltare la voce della Chiesa. Solo così "l'intera umanità, come ciascuna Nazione in particolare, uscirà dall'odierna dolorosa e sanguinosa scuola più saggia, sperimentata e matura; saprà distinguere con limpidi occhi la verità dall'apparenza ingannatrice; e aprirà e tenderà l'orecchio alla voce della ragione, piacevole o meno, e lo chiuderà alla vuota retorica dell'errore; si formerà un convincimento della realtà, che prenderà sul serio l'attuazione del diritto e della giustizia, non solo quando si tratterà di esigere l'adempimento delle proprie ma anche quando si dovranno soddisfare le giuste richieste altrui"".
Nuovo ordine. Occorre rilevare che a differenza di Benedetto xv, nel sottolineare tale formula, Pio XII accetta implicitamente la guerra e malgrado i suoi sforzi più o meno costruttivi dei primi mesi, le assegna questo scopo politico e insieme spirituale. Denunciando la forza e l'uso della violenza per imbavagliare ogni concezione d'una verità diversa dalla propria sovranità, il Sommo Pontefice si colloca necessariamente dalla parte degli Stati guidati dalla libertà - leggiamo: i democratici - mentre domanda agli altri di sottoscriverla, di convertirsi, perché è l'unico esito della vittoria.
Il radiomessaggio del Natale 1942 è il più celebre inviato da Pio XII; lo lesse ai suoi stretti collaboratori prima di pronunciarlo. "Con sempre nuova freschezza indirizzato a tutti i popoli del mondo" - popoli e non nazioni - è il testo più lungo, più articolato, più biblico e più pragmatico di tutti quelli redatti e pronunciati da Pio XII in tale tragica sequenza della storia del mondo.
Le prime parole rimangono ancora oggi stupende: "Nuova freschezza di letizia e di pietà". Il ritorno al Natale come luce "in mezzo alle tenebre" è rapportato al Verbo e al suo messaggero. Il Sommo Pontefice contempla la storia sub specie Veritatis et Aeternitatis.
"Il motto Misereor super turbam è per Noi una consegna sacra, inviolabile, valida e impellente in tutti i tempi e in tutte le situazioni umane, com'era la divisa di Gesù; e la Chiesa rinnegherebbe se stessa, cessando di essere madre, se si rendesse sorda al grido angoscioso e filiale, che tutte le classi dell'umanità fanno arrivare al suo orecchio. Essa non intende di prender partito per l'una o l'altra delle forme particolari e concrete, con le quali singoli popoli e Stati tendono a risolvere i problemi giganteschi dell'assetto interno e della collaborazione internazionale, quando esse rispettano la legge divina; ma d'altra parte, "colonna e base della verità" (1Timoteo, 3, 15) e custode, per volontà di Dio e per missione di Cristo, dell'ordine naturale e soprannaturale, la Chiesa non può rinunziare a proclamare davanti ai suoi figli e davanti all'universo intero le inconcusse fondamentali norme, preservandole da ogni travolgimento, caligine, inquinamento, falsa interpretazione ed errore; tanto più che dalla loro osservanza, e non semplicemente dallo sforzo di una volontà nobile e ardimentosa, dipende la fermezza finale di qualsiasi nuovo ordine nazionale e internazionale, invocato con cocente anelito da tutti i popoli. Popoli, di cui conosciamo le doti di valore e di sacrificio, ma anche le angustie e i dolori, e ai quali tutti, senza alcuna eccezione, in quest'ora d'indicibili prove e contrasti, Ci sentiamo legati da profondo e imparziale e imperturbabile amore e da immensa brama di portare loro ogni sollievo e soccorso che in qualsiasi modo sia in Nostro potere".
La costruzione del radiomessaggio è paragonabile a quella di una cattedrale, il cui centro (l'altare) e la cui guglia impongono una duplice visione, quella della Parola legata all'Eucaristia e quella dell'elevazione tramite la Parola legata alla Speranza. Con audacia Pio XII fa riferimento a "Iddio prima causa ed ultimo fondamento della vita individuale e sociale" prima di parlare di guerra, così come la considera la Santa Sede, e di descrivere "l'Ordinamento giuridico della società e i suoi scopi", nell'anno più nero della Seconda Guerra mondiale.
"Chi consideri con occhio limpido e penetrante la vitale connessione tra genuino ordine sociale e genuino ordinamento giuridico, e tenga presente che l'unità interna nella sua multiformità dipende dal predominio di forze spirituali, dal rispetto della dignità umana in sé e negli altri, dall'amore alla società e agli scopi da Dio ad essa segnati, non può meravigliarsi sui tristi effetti di concezioni giuridiche, le quali, allontanatesi dalla via regale della verità, procedono sul terreno labile di postulati materialistici; ma scorgerà subito la improrogabile necessità di un ritorno ad una concezione spirituale ed etica, seria e profonda, riscaldata dal calore di vera umanità e illuminata dallo splendore della fede cristiana, la quale fa mirare nell'ordinamento giuridico una rifrazione esterna dell'ordine sociale, voluto da Dio, luminoso frutto dello spirito umano, anch'esso immagine dello spirito di Dio. Su questa concezione organica, la sola vitale, in che la più nobile umanità e il più genuino spirito cristiano fioriscono in armonia, sta scolpita la sentenza della Scrittura, illustrata dal grande Aquinate: Opus iustitiae pax, che si applica così al lato interno, come al lato esterno della vita sociale. Essa non ammette né contrasto, né alternativa: amore o diritto, ma la sintesi feconda: amore e diritto".
Questo radiomessaggio è rimasto nella storia perché il suo assillo non ha raggiunto le considerazioni, ricostruite dopo la seconda guerra mondiale in virtù d'una strana storiografia della speranza delusa. Il rimprovero emerge nel contesto degli anni 1960 - nonostante il Vaticano ii e la dichiarazione Nostra aetate sulle religioni non cristiane - denunciando nel messaggio di Pio XII troppi sottintesi quanto al suo commento di fronte alle atrocità sociali. L'espressione del voto si snoda come in un rosario. Nel film Amen realizzato da Costa Gavras nel 2002 - ispirato alla pièce teatrale Il Vicario di Hochhuth - don Fontana chiude la radio e non ascolta il radiomessaggio del 1942.

Per conoscere il pontefice e l'uomo

Lasciando la Germania nel 1929, il neocardinale Eugenio Pacelli tornò ad abitare a Roma nella casa costruita dal fratello in via Boezio. Qui rimase alcuni mesi anche dopo la nomina a segretario di Stato. Trasferitosi nel palazzo apostolico, Pacelli lasciò a casa tutte le carte personali che lo riguardavano: minute, lettere al fratello Francesco e ai familiari, fotografie ricordi. Alcuni di questi documenti, tratti dall'archivio privato della famiglia Pacelli, fanno parte della mostra allestita al Braccio di Carlo Magno.
Obiettivo degli organizzatori e dei curatori è stato infatti quello di restituire ai visitatori non solo il Pacelli ufficiale, ma il suo intero percorso di vita dall'infanzia alla morte, andando a scandagliare anche gli aspetti meno conosciuti del personaggio.
L'esposizione è articolata in nove sezioni. Inizia con una finestra aperta sull'ambiente familiare del piccolo Eugenio Pacelli, sulla sua casa e sulle scuole da lui frequentate. È uno sguardo gettato anche sulla Roma di Leone XIII e giunge fino all'ordinazione sacerdotale del 2 aprile 1899.
Da qui si dipana la carriera ecclesiastica di Pacelli con le sezioni dedicate alla sua attività diplomatica, alla Segreteria di Stato, ai suoi viaggi internazionali.
Gli anni del pontificato sono scanditi dai grandi temi che ancora oggi richiamano l'attenzione degli storici: la seconda guerra mondiale e la difesa della pace, l'attività in favore dei prigionieri di guerra, il sapiente e lungimirante uso dei radiomessaggi come mezzo di comunicazione del suo magistero. Attenzione speciale, naturalmente al Defensor civitatis e alla sua opera di aiuto agli ebrei perseguitati dal nazismo, ma anche a quanto Pio XII si adoperò per salvare le opere d'arte dalle distruzioni dei bombardamenti.
Le ultime sezioni sono dedicate al dopoguerra, agli anni della guerra fredda, alla Chiesa del silenzio, alla costruzione dell'Europa. Anni in cui il pontificato di Pio XII ha mostrato una lungimiranza troppo spesso ignorata.
Fotografie, oggetti personali, opere d'arte, documenti, scandiscono l'intero itinerario che porta fino alla morte il 9 ottobre 1958 e al ricordo riconoscente che di lui ebbe l'intera comunità internazionale.

Il vero volto di Papa Pacelli

Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ha voluto dare la sua adesione con una lettera - pubblicata integralmente nel catalogo - della quale riportiamo i passi principali: "In occasione dei cinquant'anni dalla morte di Pio XII sono state promosse diverse iniziative tese a richiamare, sotto molteplici punti di vista, la memoria di questo grande Pontefice. Tra le tante manifestazioni assume particolare rilievo la mostra "Pio XII: l'uomo e il pontificato", organizzata dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche con l'intento di ricostruire, grazie al supporto di immagini, documenti e vari oggetti, il percorso umano e spirituale di Papa Pacelli. Dalla sua nascita nella Roma di Pio ix, alla sua formazione umana e religiosa che coincide con la fine del xix secolo; all'avvio del suo servizio nella Segreteria di Stato agli inizi del Novecento, con la rapida progressione di ruoli che ebbe ad assumere nella diplomazia pontificia, sino alla missione di Nunzio Apostolico a Monaco di Baviera, poi a Berlino. Quindi la nomina a segretario di Stato di Papa Pio xi e, infine, la sua elezione al Soglio Pontificio.
Nell'allestire l'esposizione si è cercato di far emergere i diversi aspetti che segnano la personalità di questo Papa. Non solo la sua ieratica immagine ufficiale, consegnata agli archivi della storia, ma qualcosa di più singolare e profondo, anzi, si potrebbe dire, qualcosa di più completo che ne evidenzi la vera personalità, e cioè quel suo vero volto che poterono apprezzare coloro che lo conobbero direttamente e con lui ebbero la fortuna di collaborare. Si tratta insomma di un percorso espositivo che mira a far luce appieno sul carattere, a percepire in profondità i suoi sentimenti e il modo con cui espletava gli alti incarichi che successivamente ricoprì nel corso della sua lunga esistenza. Tutto ciò grazie al contributo di immagini inedite o poco conosciute, come pure di suoi scritti di carattere sia personale che ufficiale. La mostra contribuisce così a far meglio conoscere un Pontefice che a giusto titolo va annoverato tra i più grandi personaggi del xx secolo. (...) Formulo l'auspicio che anche questa iniziativa serva a far apprezzare, specialmente alle nuove generazioni, la straordinaria figura di questo Papa, che seppe preparare, con profetica intuizione dei segni dei tempi, il cammino della Chiesa nell'epoca contemporanea".

Nessuna apologetica ma solo verità storica

"Attraverso la mostra commemorativa in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte vogliamo mettere in dovuta evidenza la persona e l'operato di Eugenio Pacelli-Pio XII su esplicita richiesta di Papa Benedetto XVI. Questa iniziativa ci è parsa tanto più opportuna in quanto a partire dall'anno 1963 - con la messa in scena del dramma teatrale Il Vicario di Rolf Hochhuth - venne scatenata una campagna diffamatoria ben orchestrata contro la memoria del pontefice". Con queste parole ha introdotto il suo intervento monsignor Walter Brandmüller, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, che ha aperto la presentazione in anteprima alla stampa della mostra al Braccio di Carlo Magno.
"Il cinquantesimo anniversario della morte di Pio XII - ha continuato Brandmüller - ha motivato il Pontificio Comitato a rendere giustizia a un grande Papa che già in vita godeva dell'ammirazione dei contemporanei indipendentemente dalle loro convinzioni religiose. Ciò non significa fare apologetica. Basta piuttosto far conoscere la verità storica, poiché le accuse lanciate contro Papa Pacelli non possono richiamarsi alla seria ricerca storica, la quale in modo sempre più convincente ne dimostra l'infondatezza. Dare il proprio contributo a quel ripensamento in corso per noi non significa soltanto rispondere alle richieste di una storiografia priva di pregiudizi, ma anche esprimere doverosa riconoscenza a Pio XII, che - lungimirante - nel 1954 creò il "suo" Comitato Storico".
Dopo aver ringraziato il curatore della mostra, Giovanni Morello, i curatori del catalogo, lo stesso Morello, Philippe Chenaux e Massimiliano Valente, e quanti hanno contribuito alla realizzazione della esposizione, monsignor Brandmüller ha annunciato che, significativamente, la mostra sarà allestita, nei primi mesi del 2009, anche a Berlino e Monaco, dove il nunzio Pacelli svolse la sua attività di diplomatico pontificio.
"È la nostra speranza - ha concluso - che la mostra "Pio XII. L'uomo e il pontificato" possa illustrare non soltanto la grande importanza storica di Papa Pacelli, ma in generale la dimensione spirituale, anzi soprannaturale del pontificato Romano".

(©L'Osservatore Romano - 3-4 novembre 2008)

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UNA NUOVA CURIA

TAGLIO DEI MINISTERI

Alcuni potrebbero essere accorpati, diminuendo gli uffici e le «aree di improduttività»

Nuova strategia contro i fannulloni

Cartellino segnatempo C’è malumore tra i prelati contrari a un rigido controllo dell’orario

Effetto Brunetta in Vaticano

GIACOMO GALEAZZI

CITTA’ DEL VATICANO

Effetto Brunetta in Curia, negli uffici vaticani arriva il cartellino. Nei Sacri Palazzi si striscia la tessera magnetica in entrata e in uscita. Timbrano tutti con un «badge» elettronico blu: minutanti, capi ufficio, laici, ecclesiastici e religiose. Di tornelli, almeno per ora, non si parla. E dal primo gennaio saranno in funzione anche le schede di valutazione per misurare il rendimento e collegare le retribuzioni al merito.
In Vaticano, dunque, entra la meritocrazia e, in applicazione del nuovo regolamento, sono stati predisposti gli «orologi» e le schede di valutazione.
«Si è sparsa la voce, le cose buone viaggiano veloci - esulta il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta -. Il nostro sano riformismo è stato ripreso anche in Vaticano».
Le schede di valutazione, spiega il portavoce papale padre Federico Lombardi, «erano state richieste anche dall’Associazione dei dipendenti laici del Vaticano».
Il «segnatempo», invece, suscita malumori, specialmente tra le tonache. Il cartellino è un problema, infatti, per alcuni prelati che ritengono che un controllo troppo rigido dell’orario di lavoro, specialmente dei due ritorni pomeridiani a settimana, limiti la «necessaria flessibilità» e non si concili con le loro attività pastorali fuori del Vaticano. Alcuni monsignori obiettano che nel 1960 Giovanni XXIII abolì il «segnatempo» proprio perché non consono agli ecclesiastici.
Il cartellino versione 2008 è una scheda blu a banda magnetica voluta dai Servizi economici del Governatorato della Città del Vaticano che sostituisce tutte le tessere in uso nel piccolo Stato, da quelle per accedere ai distributori di benzina o allo spaccio, ai tesserini identificativi di alcuni uffici, tra i quali anche la Radio Vaticana. In un primo tempo si pensava di poterlo usare anche come documento di identità per quei dipendenti che sono anche cittadini vaticani, ma per ora si è dovuta abbandonare l’idea, per motivi tecnici. Sulla scheda di valutazione, in copertina, ci sono i dati identificativi del lavoratore, e all’interno quattro paragrafi (dedizione, professionalità, rendimento, correttezza). Per ognuna delle quattro voci si può barrare su «ottimo», «buono», «sufficiente» o «insufficiente». Le «classi di merito» aumenteranno le retribuzioni. Attualmente lo stipendio-base dei dipendenti vaticani va dai 1.300 euro del primo livello ai circa 2.300 euro del decimo livello, cui vanno aggiunti gli scatti di anzianità, le integrazioni e le indennità.

Ma sullo sfondo c’è una riforma più complessiva. Paolo VI, che ha creato cardinale Joseph Ratzinger, bollò la macchina d’Oltretevere come «una burocrazia pretenziosa e apatica, solo canonista e ritualista, una palestra di nascoste ambizioni e di sordi antagonismi».

E da tempo anche il segretario di Stato Tarcisio Bertone non fa mistero di voler riformare la Curia per renderla più snella e meno elefantiaca e ritiene che «a vent’anni dall’ultima riforma è opportuno valutare l’organizzazione dei dicasteri per riflettere su come rendere le strutture esistenti sempre più funzionali alla missione della Chiesa e poi decidere se tutto debba essere mantenuto». Altri dicasteri, come accaduto a quello dell’Immigrazione (finito in «Giustizia e Pace»), potrebbero essere accorpati, con la diminuzione di numero degli uffici curiali e delle «aree di improduttività».

Una volontà di sfrondamento, concretizzata nell’istruttoria anti-sprechi «top secret» consegnata a Benedetto XVI dal cardinale Attilio Nicora, giurista e amministratore del patrimonio vaticano.

E’ stato Benedetto XVI a dare mandato al cardinale Bertone di introdurre criteri di maggiore efficienza e premi alla produzione per i dipendenti, come già sperimentato all’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), il braccio economico della Curia. La nuova «tessera unica» grazie a un microchip assomma le funzioni di segnatempo e parcometro consentendo anche l’accesso al nuovo parcheggio «Santa Rosa» e l’uscita direttamente su piazza Risorgimento. E, democraticamente, unirà dipendenti laici e prelati. Ma in Segreteria di Stato, la «stanza dei bottoni» d’Oltretevere, niente cartellino.

© Copyright La Stampa, 4 novembre 2008 consultabile online anche qui.

Malumore fra i prelati? Ohoooh! :-)
Se veramente i monsignori hanno "esigenze pastorali" potranno farlo presente senza alcun problema.
Benedetto XVI si mostra sempre molto disponibile con i sacerdoti ligi al proprio dovere e impegnati nell'aiuto ai fedeli.
Dubito che si mostri altrettanto aperto verso chi si lamenta con i media esigendo, ovviamente, l'anonimato (sentito al Tg2 di ieri sera) e "bivacca" negli uffici.
Forza e coraggio, quindi
:-)
R.

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Clicca qui per leggere l'articolo de La Croix nella versione originale (francese)

Leggiamo ora la traduzione a cura di www.finesettimana.org

Le tappe di un cammino islamo-cristiano ancora da tracciare

di Martine De Sauto

in “La Croix” del 27 ottobre 2008 (traduzione www.finesettimana.org)

Dei pionieri avevano aperto la strada, ma il dialogo islamo cristiano è cominciato davvero dopo il Vaticano II, ed amplificato da Giovanni Paolo II. Benedetto XVI si iscrive in questa logica, ma con maggiore chiarezza e fermezza.

Nel settembre 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, il dialogo tra islam e cristianesimo sembrava messo male.
I musulmani, compreso i più moderati, si erano interrogati su quella che percepivano come una rottura dopo le iniziative di dialogo prese da Giovanni Paolo II. E, tra i cattolici, c'era chi parlava di un cambiamento di rotta.
Da allora, ricorda però Maurice Borromans (1) “molte cose sono successe”. Tra due comunità di più di un miliardo di fedeli, le poste in gioco sono troppo importanti per lasciar cadere le possibilità d'incontro.
Per secoli, i rapporti tra cristiani e musulmani, segnati dalla storia, sono stati vissuti piuttosto come scontro. A partire dal XIX secolo, lo sguardo dei cristiani sull'islam comincia a modificarsi.
Missionari protestanti e cattolici instaurano delle relazioni di amicizia e di servizio con i musulmani. Parallelamente, l'emiro Abd El Kader, che diventa famoso per aver preso nel 1860 la difesa dei cristiani di Damasco, contribuisce a cambiare l'immagine dei musulmani. Alla fine del secolo, Charles de Foucauld incarna a sua volta il rispetto evangelico della fede dei musulmani.
Nello stesso periodo, le Chiese cercano di favorire una migliore conoscenza dell'islam. Fin dagli anni 20, vengono dispensati nelle università pontificie dei corsi di islamologia e, nel 1937, tre giovani domenicani – Georges Anawati, Jacques Jomier e Serge de Braurecueil – accettano, su richiesta del padre Marie-Dominique Chenu, di impegnarsi nello studio dell'islam e della cultura araba in paese musulmano. Inizieranno, in Egitto ed in Afghanistan, un dialogo teologico e spirituale con i musulmani e permetteranno la nascita, nel 1945, dell'Istituto domenicano di studi orientali del Cairo.
I Padri Bianchi creano fin dal 1926 in Tunisia una casa di studi e di ricerca che permetterà la nascita del PISAI, l'Istituto pontificio di studi arabi ed islamici, di cui padre Borrmans sarà fino a questi ultimi anni una figura essenziale. Sul campo, le cose sono in movimento. Dei religiosi in missione si impegnano per la difesa dei diritti del musulmani. In Algeria,la solidarietà si esprime attraverso monsignor Duval. Allo stesso tempo, in Francia, dei cristiani si preoccupano dei lavoratori immigrati maghrebini.
Un passo decisivo viene fatto alla fine del Concilio Vaticano II, con la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra aetate) promulgata da Paolo VI, il 28 ottobre 1965, che afferma che “la Chiesa cattolica guarda con stima i musulmani che adorano il Dio uno.
(...) Se numerosi dissensi e inimicizie si sono manifestati tra cristiani e musulmani, il concilio li esorta a dimenticare il passato, (...) a promuovere insieme la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.” Vengono create delle istituzioni per organizzare il dialogo e facilitarne la prosecuzione. A cominciare dal segretariato pontificio per le relazioni con i non-cristiani, che nel 1987 diventerà il Consiglio per il dialogo interreligioso. In Francia l'episcopato istituisce nel 1973 un Segretariato per le relazioni con l'islam (SRI). Praticamente ogni conferenza episcopale d'Europa fa la stessa cosa. Il COE, che ha anch'esso gettato dei ponti verso l'islam, dispone di un ufficio specializzato a Ginevra. Le pubblicazioni seguono. La riflessione teologica si sviluppa con uomini come Robert Caspar. Nel 1967 viene tra l'altro creato in seno all'Istituto cattolico di Parigi un
Istituto di scienze e di teologia delle religioni (ISTR) che si interessa al dialogo islamo-cristiano.
Altri seguiranno. E numerose facoltà di teologia anglicane e protestanti faranno lo stesso. Le Chiese cristiane del Maghreb e del Medio Oriente elaborano dei testi per una spiritualità dell'incontro. Il Gruppo di ricerca islamo-cristiano (Gric), che riunisce professori universitari di diversi paesi, nasce
in Tunisia nel 1977. Diverse organizzazioni non clericali vedono anch'esse la luce, come il Gruppo di amicizia islamo-cristiana (Gaic), che organizza ogni anno in Europa una settimana di incontri islamo-cristiani.
Gli anni 1960-1970 sono contrassegnati da un clima irenico. Giovanni Paolo II si mostra più realista. Fin dal 1985 a Casablanca davanti ad 80 000 giovani marocchini, esprime l'augurio di una collaborazione in vista di un dialogo delle culture, delle spiritualità e di una lotta comune per lo sviluppo. Insiste sull'esigenza di una “reciprocità” a favore delle minoranze cristiane. La sua visita all'università di Al-Azhar del Cairo, la più prestigiosa dell'islam sunnita, poi alla moschea degli Omeyyadi a Damasco, i suoi discorsi in diversi paesi musulmani permettono di aprire la strada del dialogo, di arricchirne il contenuto teologico e pastorale. Parallelamente proseguono gli incontri ufficiali tra Chiese ed esperti musulmani. Certe istituzioni musulmane, come l'università di Tunisi o l'accademia reale di Giordania, prendono anch'esse delle iniziative.
“Benché il dialogo abbia acquisito una certa popolarità, constata tuttavia il gesuita Christian Van Nispen (2), da una ventina d'anni si sono manifestati dei fenomeni di fatica, se non di diffidenza.”
E, effettivamente, ben prima che l'11 settembre ravvivasse i pregiudizi reciproci e la mutua diffidenza, lo scetticismo domina le comunità cristiane.
L'aumento degli estremismi in Medio Oriente, l'assassinio di religiosi cristiani in Algeria, la persecuzione di minoranze non musulmane nel Sudan ed in Nigeria, l'esodo dei cristiani dalla Palestina e dall'Iraq sottolineano i limiti del dialogo ed il peso dei contesti sociopolitici.

Anche il dialogo teologico procede con fatica. Tenuto conto delle difficoltà, Benedetto XVI riprende il problema su basi nuove.

Pur restando fedele allo spirito di Nostra aetate, incoraggiando a proseguire l'opera, inscrive il dialogo in una prospettiva diversa, mettendo l'accento su due punti: il dialogo delle culture, indispensabile al bene dell'umanità, piuttosto che il dialogo teologico, e la libertà di coscienza e di pratica religiosa.

(1) Padre Bianco, autore in particolare di Dialogue islamo-chrétien à temps et contretemps, Éd.
Saint-Paul, p. 254, € 18,50.
(2) (2) Chrétiens et musulmans. Frères devant Dieu, Éd. de l'Atelier, p. 188, € 15.

Clicca qui per accedere all'indirizzo diretto della traduzione.

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Scienza e religione al di là degli stereotipi

Il big bang il gesuita e l'ebreo

Due astronomi a colloquio con Riccardo Chiaberge

di Lucetta Scaraffia

Il rapporto fra scienza e religione sembra farsi sempre più difficile, addirittura fonte di aperti conflitti che nascono più spesso da malintesi che da vere ragioni di contrapposizione, tanto che alcuni scienziati, in tutto il mondo, ne hanno fatto addirittura un genere letterario.
In un clima così teso arriva invece con intento distensivo il libro di Riccardo Chiaberge La variabile Dio (Milano, Longanesi, 2008, pagine 195, euro 14,60) che affronta questo tema da un punto di vista originale: un lungo colloquio con importanti scienziati, George Coyne, che è stato direttore della Specola Vaticana, e Arno Penzias, l'astronomo che ha captato il rumore del big bang. L'incontro si è svolto in distesa amicizia e stima reciproca, "tutto l'opposto di quel clima di crociata e di muro contro di muro che sembra dominare da qualche anno intorno a questi temi".
I due scienziati, entrambi settantacinquenni, hanno parlato del rapporto con la religione nel loro percorso biografico - Coyne gesuita, Penzias ebreo scampato alla Shoah - e nella loro passione scientifica. E se Penzias dice di guardare a un mondo in cui Dio non interviene, Coyne insegue Dio nella sua ricerca sull'universo: "Sto cercando di capire un universo creato da Dio che mi ama". Ma se non sono molti gli scienziati a dichiararsi religiosi - scrive Chiaberge - sono quasi la metà quanti pensano che avere una fede non impedisca affatto di essere un ottimo ricercatore, convinti cioè che si tratti di due campi esistenziali separati, che possono non interferire l'uno con l'altro.
Chiaberge passa poi ad affrontare i due nodi strategici della contrapposizione fra scienza e fede: il processo a Galileo e l'evoluzionismo. Mentre per il processo a Galileo sembra addirittura che l'ebreo Penzias sia più indulgente del gesuita Coyne nel suo giudizio sull'operato della Chiesa di Roma, vedendo nel processo allo scienziato non tanto una condanna delle sue teorie, quanto dell'uomo che ne aveva fatto un uso contrario alle disposizioni della gerarchia ecclesiastica - un processo quindi più politico che scientifico - per quanto riguarda l'evoluzionismo vediamo i due scienziati schierati entrambi, senza remore, su una posizione favorevole.
Posizione che si contrappone quindi nettamente a quelle dei creazionisti, ai quali Chiaberge dedica un interessante capitolo frutto di una visita al Creation Museum del Kentucky. Coyne sostiene che anche l'idea dell'Intelligent Design "sminuisce Dio, lo degrada ad un ingegnere", mentre invece - continua il gesuita - "la scienza moderna pone una sfida, una sfida stimolante, alle credenze tradizionali intorno a Dio. Dio nella sua infinita libertà crea continuamente un mondo che riflette questa libertà a tutti i livelli del processo evolutivo verso una complessità sempre più grande. Dio lascia che il mondo sia quello che sarà nella sua continua evoluzione. Non interviene, ma piuttosto asseconda, partecipa, ama".
Ma questo libro dai molti meriti, che tra l'altro - ed è un pregio non secondario - riesce a far capire in termini semplici complicate teorie astrofisiche sull'origine e la natura dell'universo, non arriva a individuare il punto su cui si fonda la vera differenza fra i cattolici e gli evoluzionisti radicali: cioè il posto dell'essere umano nella natura. I cattolici, e i credenti in generale, non accettano infatti una teoria che vuole l'uomo parte della natura a tal punto da negare la differenza, l'eccezione, della specificità umana. Da questa diversa concezione di essere umano, ovviamente, deriva una diversa valutazione etica dell'intervento scientifico nei momenti di inizio e di fine della vita.
Molto parziale è anche la lettura che Chiaberge fa del Vaticano ii, secondo lui molto aperto nei confronti della scienza e che nei decenni successivi sarebbe stato tradito da una nuova ostilità dimostrata dalla Chiesa: l'autore sembra non pensare che nei decenni che seguono il concilio è cambiato completamente il rapporto fra la scienza e la società, e si sono aperti nuovi e complessi problemi, ai quali, sicuramente, i padri conciliari non avrebbero potuto dare risposte diverse da quelle date dalla Chiesa di oggi. Ma nonostante queste incomprensioni il libro rimane un tentativo interessante di conciliazione fra mondi culturali che vengono spesso contrapposti. Un tentativo del quale bisognerà tenere conto.

(©L'Osservatore Romano - 3-4 novembre 2008)

Vergognosa omissione dei media: la delegazione ebraica ha espresso solidarietà per il massacro dei Cristiani in India ma nessuno ne ha parlato!


IL PAPA E L'EBRAISMO: LO SPECIALE DEL BLOG

Ennesimo esempio di mancanza di onesta' da parte dei media del nostro Paese.
Si e' parlato molto dell'incontro del Papa con la delegazione ebraica, guidata dal Rabbino Rosen, ricevuta in Vaticano giovedi' 30 ottobre. Si e' blaterato molto sulla richiesta di aprire gli Archivi vaticani affinche' si possa studiare la figura e l'attivita' di Pio XII.
Peccato che la delegazione ebraica abbia espresso solidarieta' al Papa per i massacri dei Cristiani in vari Paesi.
Nessun quotidiano e nessun telegiornale ha parlato di questo aspetto.
E' una vergogna quasi senza precedenti che dimostra quanto i nostri media ragionino "a senso unico".
Come ho appreso di questa solidarieta'? Per caso, leggendo un'intervista a Moishe Smith sulle elezioni americane.
Ringraziamo "Il Giornale" per avere riportato le parole di Smith.
L'intervista e' consultabile per intero qui.
A noi interessa pero' solo un passaggio, che riporto
:

Lei la scorsa settimana era nella delegazione ebraica che è stata ricevuta dal Papa. Com’è stato l’incontro?

«Molto positivo. I media enfatizzano la questione degli archivi di Pio XII. Quello è un problema, ma è sbagliato fissarsi sul punto. Al pontefice, invece, abbiamo assicurato aiuto e solidarietà davanti all’aggressione dei cristiani perseguitati in molti Paesi, a cominciare dall’India».

I media riflettano sulle loro visioni parziali.
R.

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In Africa per sperare: editoriale di padre Lombardi

Il conflitto in Congo è uno dei tanti drammi che affligge l’Africa: ci sono altre guerre, le pandemie, la povertà, la fame. Ma ci sono anche tante ricchezze della società africana che spesso non vengono messe in risalto dai mass media e che invece la comunità cristiana cerca di valorizzare. Un segno importante dell’attenzione costante della Chiesa per questo Continente sarà il viaggio che Benedetto XVI compirà nel marzo dell’anno prossimo in Camerun e Angola. La riflessione del nostro direttore padre Federico Lombardi.

L’annuncio dato dal Papa di un suo prossimo viaggio nel continente africano, nel marzo 2009, è una notizia importante. Giovanni Paolo II, che aveva dedicato all’Africa una grandissima e appassionata attenzione – tanto da essere definito dal cardinale Thiandoum: “Giovanni Paolo II l’Africano” – negli ultimi anni del pontificato non aveva potuto più recarsi nel Continente: gli ultimi brevi viaggi erano stati nel '98 in Nigeria e nel 2000 in Egitto e nel Sinai. Benedetto XVI ha già toccato vari Paesi d’Europa, le Americhe, l’Oceania e in certo senso anche l’Asia con il viaggio in Turchia, ma non aveva ancora visitato alcun Paese africano. Certamente, l’Africa con i suoi gravi problemi è stata spesso presente nelle sue parole e sempre nel suo cuore, ma un viaggio ha sempre un significato fortissimo di partecipazione, di presenza, di contatto diretto.
Inoltre, il prossimo anno 2009 sarà l’anno dell’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa e il viaggio del Papa avrà un ruolo fondamentale nella sua preparazione, cosicché l’intera Chiesa orienterà il suo sguardo verso l’Africa. La solidarietà spirituale e fattiva della comunità universale dei credenti accompagnerà il rinnovato impegno di crescita delle comunità cattoliche dell’Africa che - come quella dell’Angola - contano ormai cinque secoli di vita, hanno una loro storia e tradizione sulla cui base guardare al futuro.
Tutti abbiamo negli occhi immagini drammatiche di conflitti e di povertà, ma c’è anche una straordinaria vitalità positiva nel Continente che va liberata, incoraggiata, sostenuta e orientata, perché gli africani possano costruire l’Africa nella dignità e nella speranza. Un messaggio di speranza: è certamente questo che Papa Benedetto porterà alla terra africana.

© Copyright Radio Vaticana

03 novembre 2008

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Il primo incontro del forum cattolico-musulmano

Una scelta per il futuro

di Francesco M. Valiante

Quando cristiani e musulmani si siedono intorno a un tavolo per parlare di "amore di Dio" e "amore del prossimo", la posta in gioco va al di là di un semplice rapporto di buon vicinato: riguarda infatti il futuro dell'umanità. E non soltanto perché alle due religioni appartengono rispettivamente oltre un terzo e un quinto della popolazione del pianeta. Ma perché le nuove dinamiche del mondo, riportando il fatto religioso al centro del dibattito pubblico, globalizzano oggi anche doveri e responsabilità dei credenti.
Tanto da convincere molti a ritenere il dialogo non più una "scelta stagionale" ma una "necessità vitale", come già tre anni fa aveva visto acutamente Benedetto XVI a Colonia, in uno dei primi incontri del suo pontificato con una comunità musulmana. "Sembra che i credenti siano condannati al dialogo" ha ribadito lo scorso ottobre il cardinale Tauran parlando a un congresso internazionale a Castel Gandolfo.
Il destino di quello che André Malraux aveva profetizzato come il "secolo religioso" passa dunque per questa sfida. Lo hanno compreso un anno fa i 138 esponenti dell'islam autori della lettera aperta indirizzata al Papa e ad altri capi di Chiese e comunità ecclesiali il 13 ottobre 2007. In essa si avvertiva, appunto, che "se musulmani e cristiani non sono in pace, il mondo non può essere in pace". Da quella lettera - e dalla successiva risposta del cardinale segretario di Stato Bertone a nome del Pontefice - è cominciato il cammino che porterà domani al primo incontro del forum cattolico-musulmano, in programma a Roma da martedì 4 fino a giovedì 6 novembre.
All'appuntamento partecipano due delegazioni composte da 29 persone per parte tra autorità religiose, esperti e consiglieri. A guidare quella cattolica è il cardinale presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, mentre a capo di quella musulmana c'è il Gran Mufti della Bosnia ed Erzegovina Mustafa Ceric. Del tema del seminario - "Amore di Dio, amore del prossimo" - verranno approfonditi i "fondamenti teologici e spirituali" durante il primo giorno, mentre il successivo sarà dedicato a "dignità della persona umana e mutuo rispetto". La giornata conclusiva prevede l'udienza di Benedetto XVI ai partecipanti e, nel pomeriggio, la sessione pubblica alla Pontificia Università Gregoriana.
Motivi e contenuti del colloquio - lo rivela la scelta del tema - sono legati alla lettera dei 138 e alla risposta di Benedetto XVI. L'intento di fondo dell'iniziativa musulmana era di mostrare che "i due comandamenti più grandi" dell'amore per Dio e dell'amore per il prossimo rappresentano di fatto un terreno comune alle tre religioni che considerano Abramo come padre della fede. La lettera ha segnato senza dubbio un elemento significativo nella situazione creatasi dopo le strumentalizzazioni e le incomprensioni seguite al discorso di Benedetto XVI all'università di Ratisbona. Non meraviglia perciò che il Papa ne abbia apprezzato "lo spirito positivo", come ha rivelato appunto il cardinale Bertone nella risposta inviata al principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal, presidente dell'Aal al-Bayt Institute for Islamic Thought, il 19 novembre dello scorso anno. "Senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani - ha assicurato il porporato - possiamo e quindi dobbiamo prestare attenzione a ciò che ci unisce".
Da questo scambio di lettere sono scaturiti una serie di contatti tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e i firmatari musulmani, le cui delegazioni si sono riunite il 4 e il 5 marzo di quest'anno. Decidendo, di comune intesa, la costituzione di un forum cattolico-islamico e l'organizzazione dell'incontro a Roma.
Va comunque ricordato che il confronto tra cattolici e musulmani non è certo una novità. Su una vicenda plurisecolare di scontri e incontri, a partire dal Novecento - e soprattutto dopo il Vaticano ii - si è innestata una storia diversa. Fatta di nuove contrapposizioni e incomprensioni, ma anche di avvicinamenti e contatti che sono diventati periodici e sempre più frequenti. Come dimostra il calendario degli incontri che nell'ultimo anno il dicastero vaticano ha avuto con istituzioni e organizzazioni islamiche in diverse parti del mondo. Significativo, per esempio, quello del febbraio scorso al Cairo per la sessione del comitato misto per il dialogo, costituito nel 1998 dal Pontificio Consiglio con al-Azhar, uno dei più antichi istituti accademici religiosi musulmani - fondato nel x secolo - e oggi la più prestigiosa istituzione teologica dell'islam sunnita nel mondo. Da parte loro, i musulmani non hanno fatto mancare segnali nuovi e importanti di apertura. Come il congresso sul dialogo interreligioso convocato quattro mesi fa a Madrid dal re dell'Arabia Saudita Abdallah bin Abdulaziz Al Saud, il custode dei luoghi santi della Mecca e Medina.
Sono fermenti che autorizzano a guardare all'incontro di domani con ragionevole speranza. Anche se è d'obbligo una sana dose di realismo. L'intensa attività che lo ha preparato sembra già una buona base di partenza. Ma restano sul tavolo nodi cruciali, legati soprattutto alle grandi questioni della dignità e del rispetto della persona umana. Da più parti si reclama un impegno forte e risolutivo su questi temi. In nome soprattutto di quella libertà religiosa piena ed effettiva che continua a essere un punctum dolens nei rapporti tra cristiani e musulmani. Lo ha chiesto, da ultimo, il Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, dedicando agli aspetti più attuali del dialogo con l'islam una delle proposizioni presentate al Papa. Il cui testo significativamente inizia con una citazione della Nostra aetate, la dichiarazione del Vaticano ii su Chiesa e religioni non cristiane che già 43 anni fa, nel condannare "qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di religione", si era riferita espressamente alla frase dell'apostolo Giovanni "chi non ama, non conosce Dio". Avevano visto giusto i padri conciliari: cristiani e musulmani oggi possono incontrarsi sulla base comune dei "due comandamenti più grandi" dell'amore.

(©L'Osservatore Romano - 3-4 novembre 2008)

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Esponenti vaticani e i 138 saggi musulmani insieme dal 4 al 6 novembre

L’incontro tra esponenti vaticani e i rappresentanti del gruppo dei 138 saggi musulmani, firmatari della lettera “Una Parola comune tra Noi e Voi”, “rappresenta un capitolo nuovo in una lunga storia” di dialogo tra mondo cattolico e mondo musulmano.
Così il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, presenta in un’intervista al quotidiano francese “La Croix” l’incontro che si terrà dal 4 al 6 novembre in Vaticano. “Bisogna evitare – ha detto il cardinale – di dare l’impressione che questo incontro segni l’inizio di un dialogo nuovo islamo-cristiano: in realtà noi dialoghiamo da 1.400 anni!”.
Riguardo poi agli orientamenti dati da Benedetto XVI, il cardinale ha detto: “Questo dialogo non consiste nel trovare il più piccolo denominatore comune, per dire che siamo tutti simili. Richiama piuttosto l’esigenza della verità, che per noi è Gesù Cristo, unico mediatore”. “Il dialogo – ha proseguito il card. Tauran – non può realizzarsi se non al di fuori di ogni ambiguità. Bisogna guardare l’altro, ascoltarlo, stimarlo. Poi affermare la propria identità”. “Il dialogo interreligioso è sempre una chiamata ad affermare la nostra identità. Ciò non ha come scopo la conversione, ma la conoscenza reciproca”.
Nell’intervista, il cardinale esprime la speranza che, durante il summit in Vaticano, si possa affrontare anche la questione della libertà religiosa. “Bisognerà vedere – ha detto – come i partecipanti vorranno affrontarla”. La questione – ha spiegato il cardinale – “si iscrive nella domanda di reciprocità” secondo cui “ciò che è bene per me è bene per te”. “In altre parole – ha aggiunto Tauran – se un musulmano ha la possibilità di avere un luogo di culto in Europa, è normale che sia vero l’inverso nelle società a maggioranza musulmana”. “Ma attenzione – ha aggiunto Tauran – il rispetto del principio di reciprocità non è preliminare al dialogo, non risponde alla logica del «do ut des» (io do perché tu dai). Sarebbe anticristiano. Credo che essendo chiari, si possa arrivare a poco a poco, a cambiare i comportamenti”.

Alla vigila dell’incontro in Vaticano, abbiamo intervistato l’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini, vicepresidente del Coreis (Italia), membro della delegazione islamica che parteciperà all’incontro. L’imam figura tra i 138 firmatari della lettera “Una Parola comune tra Noi e Voi”.

Con quali aspettative andrà all’incontro in Vaticano?

“Sono molte. Tra la principali c’è quella di rinnovare una profonda convergenza nella fratellanza tra credenti cristiani e musulmani nel Dio unico, che sappia manifestarsi con chiarezza e con forza nel rispondere alle sfide intellettuali della società contemporanea che ha sempre più bisogno di referenti credibili, autorevoli e disponibili che rappresentino la vera religiosità e sappiano anche ispirare azioni concrete di coesione sociale e coesistenza pacifica in tutte le regioni del mondo”.

Quanto margine di dialogo è possibile realmente tra cristiani e musulmani?

“Il margine del dialogo è possibile e la sua quantità di ampiezza è determinata dalla qualità delle intenzioni e della sensibilità degli interlocutori. Credo di poter garantire, almeno per me stesso ma anche per il Comitato promotore e i primi 138 firmatari della lettera «Una Parola comune tra Noi e Voi», che le nostre intenzioni di salvaguardare il sacro dalle volgarizzazione e dalle contaminazioni dissacranti, sia di fondamentalismo sia di spiritualismo vacuo, sono molto rigorose. Così come siamo altrettanto determinati nel trovare insieme soluzioni concrete, non per fare – come è stato detto – un ballo in maschera, ma per costruire o continuare a costruire la cura di quel patrimonio spirituale, intellettuale, culturale e umano che abbiamo ricevuto in deposito da Dio”.

Come procederanno i lavori?

“Il primo e il secondo giorno, i lavori saranno a porte chiuse tra 24 sapienti musulmani internazionali e 24 rappresentanti autorevoli della Chiesa cattolica. Il primo giorno ci si confronterà sul tema dell’amore per Dio e il secondo giorno sull’amore per il prossimo. Quindi, prima, cercheremo di convergere in una sintonia sul principio dell’amore e dell’amore per Dio, rispettando le diverse dottrine e teologie. Poi cercheremo, partendo dai lavori del primo giorno, di trovare delle declinazioni, delle traduzioni nella pratica e nel vissuto del mondo contemporaneo. Giovedì mattina, saremo ricevuti in udienza da papa Benedetto XVI e poi, nel pomeriggio, ci sarà una breve sessione pubblica all’Università Gregoriana”.

Un auspicio finale...

“L’auspicio è contenuto nel messaggio che Giovanni Paolo II ha voluto promuovere. Quello che la dignità sacrale dell’uomo possa essere realizzata, difesa e promossa dai testimoni e dagli interpreti del cristianesimo e dell’Islam”.

© Copyright Sir

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Islam/ Al via domani incontro in Vaticano tra opinioni diverse

Defezione tra musulmani per salute, tra cattolici Samir e Troll

Città del Vaticano, 3 nov. (Apcom)

Ultimi ritocchi, in Vaticano, per l'incontro di tre giorni con un gruppo di intellettuali musulmani che avrà inizio domani e si concluderà con un'udienza del Papa, giovedì, ed una sessione pubblica presso la Pontificia università Gregoriana dedicata alla sigla di una dichiarazione congiunta.
La lista di partecipanti al seminario cattolico-musulmano non sono ancora noti.
A quanto si apprende, tuttavia, la delegazione islamica, guidata dal mufti della Bosnia-Erzegovina Mustafa Ceric, ha perso, "per ragioni di età e di salute", sei membri: il siriano Shaykh Said Ramadan al-Buti, il mufti egiziano Ali Gumua, il direttore dell'Isesco Abd al-Aziz Uthman Al Twaijri, il principe della Nigeria Bola Ajibola, il predicatore yemenita Shaykh Habib Ali al-Jiffri e lo sceicco Ezzedin Ibrahim, consigliere per gli Affari religiosi del presidente degli Emirati Arabi Uniti. E' prevista, invece, la presenza del controverso islamologo Tariq Ramadan.

I cattolici, guidati dal card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, avrà tra i suoi membri i gesuiti Samir Khalil Sami e Christian Troll (ma non i confratelli Thomas Michell e Daniel Madigan) e il preside del Pontificio istituto di studi arabi e islamistici (Pisai) Miguel Angel Ayuso Guixot (ma non il nunzio apostolico in Egitto Michael Fitzgerald).

Le opinioni sull'incontro sono disparate. "La cosa importante è che malgrado tutte le difficoltà, malgrado le crisi che a volte avvengono, ci parliamo", spiega il card. Tauran.
"I rapporti tra cattolici e musulmani dipendono molto dalle situazioni politiche nei paesi nei quali l'islam è religione maggioritaria", spiega: "Quando dei leader delle società occidentali fanno opzioni politiche che i musulmani giudicano contrarie ai loro interessi, dicono: sono i cristiani che ci attaccano, sono i cristiani che ci provocano. Questo rende tesi i rapporti". "Ci auguriamo che le iniziative di dialogo con il mondo musulmano, nella scia aperta da Giovanni Paolo II e continuata da Benedetto XVI, contribuiscano ad affermare sempre più decisamente che nel nome di Dio non si può uccidere e odiare, ma sempre amare e rispettare ogni persona umana", ha detto di recente il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, citando, in particolare, le persecuzioni di cristiani in India e Iraq. "Il problema - per padre Samir - è mettersi d'accordo davvero su cosa sia un luogo di culto, da non confondersi con un luogo di guerriglia e di lotta". Il gesuita denuncia il "disprezzo", nel mondo musulmano, "verso gli apostati - come quando è avvenuto il battesimo di Magdi Cristiano Allam - che vengono visti come dei traditori, invece che cercatori della verità". Tariq Ramadan, da parte sua, sottolinea: "Non si tratta di creare una nuova alleanza tra religioni contro l'ordine 'secolarizzato' o 'immorale', ma piuttosto di contribuire in maniera costruttiva ai dibattiti in modo che le logiche economiche o di guerra non distruggano ciò che resta di umanità negli esseri umani. Il nostro dialogo costruttivo riguardo ai valori e le finalità comuni è molto più importante e imperativo delle nostre rivalità sul numero di fedeli, il proselitismo e la competizione sterile sul possesso esclusivo della Verità".
Queste iniziative di dialogo islamo-cattolico sono nate dopo la controversa lezione tenuta da Ratzinger all'università bavarese di Regensburg (Ratisbona) nel 2006. Per Ramadan le parole di Ratzinger "avranno avuto senza dubbio conseguenze più positive che negative nel lungo termine".
Dopo una prima, critica lettera scritta da alcuni accademici, imam e intellettuali musulmani di vari paesi subito dopo Ratisbona, al Papa e ad altri leader cristiani arrivò una seconda missiva che proponeva di promuovere insieme, cristiani e musulmani, la pace mondiale. Inizialmente firmata da 138 intellettuali (si aggiunsero, poi, molte altre adesioni), l'iniziativa va sotto il nome di 'Una parola comune'. I promotori furono ricevuti a marzo scorso in Vaticano per un primo incontro con Tauran e il suo entourage. In quell'occasione fu fissato un più ambizioso confronto, quello della prossima settimana. Un comunicato congiunto pubblicato allora stabilì che all'incontro partecipino ventiquattro esponenti musulmani e ventiquattro cattolici. Il tema affrontato è 'Amore di Dio, amore del prossimo'. Il primo giorno si discuterà della questione dei fondamenti teologici e spirituali, il secondo giorno di dignità umana e rispetto reciproco. All'incontro si discuterà anche di un Forum cattolico-musulmano per affrontare insieme questioni di rilievo per entrambe le religioni.

© Copyright Apcom

Non deve stupire che alcuni "esperti" cattolici siano stati esclusi dal forum. Vi invito a rileggere questo articolo di Magdi Allam del 28 settembre 2006:

Se l'Occidente decide di autocensurarsi di Magdi Allam

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A colloquio con monsignor Erwin Gatz, rettore della chiesa e della confraternita di Santa Maria in Campo Santo Teutonico

Joseph Ratzinger, il confratello divenuto Papa

di Nicola Gori

Un lembo di terra tedesca in Vaticano. Una tradizione risalente all'VIII secolo, che richiama nientemeno che l'intervento di Carlo Magno. È la chiesa e il complesso sacro di Santa Maria in Campo Santo Teutonico. Dimora e punto di riferimento dei fedeli di lingua tedesca in Roma. Occasione e luogo di aggregazione ecclesiale e identitario per quanti emigravano nella città eterna per motivi di fede, di studio e di lavoro, che volevano mantenere il legame con le origini germaniche. Per assicurare il culto in lingua tedesca e per occuparsi del cimitero, venne fondata una confraternita che annovera tra i suoi membri illustri personaggi. Tra questi, anche Benedetto XVI, il quale fin dal suo arrivo a Roma come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha frequentato il collegio e la chiesa di Santa Maria. Abbiamo chiesto a monsignor Erwin Gatz, rettore del collegio e della chiesa, di ripercorrere la storia e di illustrarci l'attività attuale di questa realtà.

La chiesa di Santa Maria in Campo Santo Teutonico è uno degli edifici di culto tra i più antichi del Vaticano. Qual è stata la sua origine?

Sull'area dove sorge l'attuale chiesa di Santa Maria in Campo Santo Teutonico si trovava il circo di Nerone. Nel 799 si parla per la prima volta di una schola Francorum che aveva sede in quei locali. Per ricordare il legame con i franchi, su una parte dell'edificio si nota ancora un'immagine in maiolica raffigurante Carlo Magno quale fondatore. Prima di parlare della chiesa, vorrei ricordare che nel Quattrocento la popolazione romana era diminuita notevolmente e non superava le 20.000 persone. Se si pensa che anticamente, anche se non si hanno stime esatte, la popolazione romana era costituita da circa 700.000 unità, allora si vede che gli abitanti dell'urbe erano sensibilmente ridotti di numero e vivevano su un terreno di rovine. Solo con il ritorno dei Papi da Avignone, la città ha avuto una nuova crescita demografica ed economica. Nel XV secolo, a seguito dello sviluppo e della diffusione dei commerci, molti artigiani provenienti dal nord Europa giunsero a Roma. Molti di questi appartenevano alla comunità tedesca, tanto che si decise di dare vita a tre confraternite: una detta dei poveri morti, una dei fornai e una dei calzolai. Alla confraternita dei poveri morti, fondata nel 1454, della quale facevano parte anche dei fiamminghi, si deve l'edificazione della chiesa in Campo Santo Teutonico sul colle Vaticano. L'edificio venne innalzato nel XV secolo accanto al cimitero già esistente. Con l'aumentare del numero degli iscritti, nel 1597 la confraternita dei poveri morti venne riconosciuta ufficialmente con il nome di "Arciconfraternita di nostra Signora sul Campo Santo tedesco presso San Pietro".

Come lei ha detto, la Confraternita dei poveri morti venne fondata nel 1454. Con quali finalità è stata istituita e quali sono oggi le sue attività?

Suoi scopi principali erano prendersi cura del cimitero e promuovere il culto in lingua tedesca. Tutti i membri della confraternita, a prescindere dalla loro situazione economica, hanno il diritto di esservi sepolti. Condizione essenziale per l'iscrizione alla confraternita è l'essere cattolici di lingua tedesca e avere residenza in Roma. Attualmente, vi sono un centinaio di iscritti che vivono in città, in quanto non vengono accolte persone che abitano fuori Roma, perché non possono partecipare alle celebrazioni. Per quanto riguarda la chiesa, è molto frequentata, non solo dai nostri confratelli, ma anche dai pellegrini di lingua tedesca provenienti dalla Germania, dall'Austria e anche italiani dell'Alto Adige. Ogni anno vi sono almeno 500 gruppi che celebrano la messa nella nostra chiesa. I fedeli di area germanica che abitano a Roma sanno che garantiamo ogni domenica alle nove la messa in lingua tedesca. Dal lato economico, è la confraternita che mantiene la chiesa, grazie a qualche rendita di proprietà immobiliari in città. Nello stesso palazzo della confraternita esiste anche un collegio fondato nel 1876 per ospitare sacerdoti e studiosi.

Nel 1997 vennero celebrati i 1.200 anni dalla fondazione della "schola Francorum". L'8 dicembre 1997 la celebrazione venne presieduta dall'allora cardinale Joseph Ratzinger. Quale il suo legame con la chiesa e il collegio?

Quando l'allora cardinale Ratzinger giunse a Roma nel febbraio 1982, dopo essere stato nominato, nel novembre 1981, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il suo appartamento non era ancora pronto. Venne ospitato nel nostro collegio per tre o quattro mesi. In qualità di rettore, gli chiesi se poteva celebrare da noi una messa alla settimana e lui si disse disponibile. Scelse il giovedì mattina. Ogni giorno ha continuato a celebrare nella nostra chiesa fino a quando è stato eletto Papa. Lo invitai anche a entrare nella confraternita. Oggi è uno dei suoi membri più illustri. Dopo di lui sono entrati a farne parte anche i cardinali Walter Kasper e Paul Josef Cordes. Eletto Pontefice, Benedetto XVI venne a farci visita ufficialmente il 24 maggio 2005.

Che legame esiste tra la Germania e il complesso del Collegio Teutonico?

Il complesso è gestito da un consiglio di amministrazione di cui sono il presidente. All'interno di esso, vi sono gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede della Germania e dell'Austria e un rappresentante dei fiamminghi. Il legame con i Paesi di lingua tedesca si evidenzia anche nella nomina del rettore del collegio, in quanto è la presidenza della Conferenza episcopale dei vescovi della Germania, d'accordo con quella dell'Austria, a presentare alla Santa Sede la nomina formale.

Del complesso fa parte un'importante biblioteca. È aperta al pubblico? E quali sono i testi vi si possono trovare?

Abbiamo in effetti una biblioteca scientifica, nella quale sono conservati prevalentemente testi di storia della Chiesa e archeologia cristiana. Il collegio, del resto, è famoso per essere stato la culla dell'archeologia cristiana. Questa disciplina si è sviluppata nel XIX secolo, poi è stata approfondita con il ritrovamento e l'esplorazione delle catacombe. Il nostro collegio ha contribuito molto a queste ricerche, in quanto molti celebri studiosi della materia hanno vissuto in parte qui da noi. Anche io come studioso ho approfittato della vicinanza del Collegio Teutonico agli archivi vaticani per cercare materiale per le mie ricerche. La mia specializzazione è in storia ecclesiastica dell'Europa centrale. Tra l'altro ho scritto: un Lexicon biografico su tutti i vescovi del Sacro Romano Impero di lingua tedesca con 5.500 voci, la cui redazione è durata un quarto di secolo; una storia della Chiesa e un Lexicon su tutte le diocesi del Sacro Romano Impero dei Paesi di area germanica. La biblioteca è accessibile al pubblico dal lunedì al giovedì dalle 15.30 alle 19.30.

(©L'Osservatore Romano - 3-4 novembre 2008)

Benedetto il predicatore: 27 omelie di Papa Ratzinger raccolte in un unico volume a cura di Sandro Magister (Ravasi)


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Benedetto XVI, "Omelie. L'anno liturgico nelle omelie di Benedetto XVI", a cura di Sandro Magister, Scheiwiller Libri 2008

Dal pulpito

Benedetto il predicatore

Le 27 omelie di papa Ratzinger, raccolte in un unico volume, oltre a raccontare un anno liturgico svelano le fonti da lui predilette e costituiscono un valido modello per le funzioni domenicali

di Gianfranco Ravasi

Era probabilmente una modesta sinagoga di villaggio. Là, di sabato, un uomo si era alzato a leggere un brano del libro del profeta Isaia. Nel silenzio degli astanti, aveva riavvolto il rotolo, l'aveva consegnato e si era seduto: «Nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su li lui». Allora egli parlò e quella fu una delle più brevi prediche mai sentite: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato!». La bagarre che era seguita a un primo stupore ci fa capire che quel predicatore era riuscito a smentire lo stereotipo che, in modo folgorante, lo scettico Voltaire aveva formalizzato: «L'eloquenza sacra è come la spada di Carlo Magno, lunga e piatta », stereotipo che Montesquieu aveva già acclarato quando affermava che «quel che manca in profondità, gli oratori lo compensano in lunghezza». Tutti sanno di chi fosse quell'omelia così breve e così provocatoria: ce la riferisce l'evangelista Luca ( 4, 20-21) e riguarda quel Gesù che, tempo dopo, fu accostato dalla polizia dell'alto clero di Gerusalemme con un ordine d'arresto. Le guardie,però, –racconta l'evangelista Giovanni ( 7, 45-46) – tornarono dai capi dei sacerdoti e dai farisei a mani vuote: «Perché non lo avete condotto qui? »; ed essi risposero: «Mai un uomo ha parlato così!». Anche il recente Sinodo dei Vescovi ha intonato l'ormai consueta e purtroppo fondata lamentela sulla scarsa qualità dei sermoni domenicali (si spera anche in forma autocritica...), ha auspicato persino l'elaborazione di un "direttorio" e ha elencato una minima base metodologica: «Che cosa dicono le letture bibliche proclamate? Che cosa dicono a me (predicatore) personalmente? Che cosa devo dire alla comunità, tenendo conto della situazione concreta?».
Ebbene, se si vuole un paradigma omiletico, eccone ora uno a disposizione degli oratori sacri, ma soprattutto degli uditori, spesso vittime innocenti di sermoni plumbei, «tormento dei fedeli », come li definiva Carlo Bo (e certo non nel senso di parole capaci agostinianamente di inquietare le coscienze...). Sono le 27 omelie pronunziate dal papa Benedetto XVI nell'arco dell'ultimo anno liturgico – che, come è noto, inizia verso la fine di novembre con l'Avvento –in contesti molto diversi, dalla Basilica di S. Pietro all'Australia, da Genova a Parigi, da Brindisi a Cagliari e così via.

Chi è abituato a leggere i testi di questo pontefice scopre subito il suo marchio stilistico e teologico inconfondibile.

Così, ad esempio, è facile incrociare la voce degli antichi Padri della Chiesa i cui scritti omiletici intarsiano non di rado la pagina ratzingeriana: e non è solo l'amato Agostino o il celebre Giovanni Crisostomo («bocca d'oro»: un nome, un programma) o sant'Ignazio di Antiochia; s'affacciano anche figure di rilievo eppure ignote ai più, come Gregorio di Nissa, Cromazio di Aquileia, Anselmo di Canterbury...
In quelle omelie è costante il radicarsi nel testo biblico proposto dalla solennità in questione, non disdegnando neanche l'approccio filologico semantico. Ad esempio, il participio symballousa
applicato a Maria da Luca (2,19) non è il semplice «meditare», come si traduce, ma il «mettere insieme» le tessere di un mosaico «per scoprire a poco a poco un grande mistero». O ancora la distinzione che s'impone tra bíos e zoé nel linguaggio giovanneo conduce alla consapevolezza che il dono offerto da Cristo non si riduce alla biosfera,ma s'allargaa una conoscenza, a un amore e, quindi, a una vitalità trascendente. Oppure viene afferrato un particolare testuale apparentemente marginale o descrittivo e si scopre che esso è come un cristallo iridescente di significati ulteriori: si legga, ad esempio, la riflessione di apertura dell'omelia del giovedì santo, ove nella frase giovannea «sapendo [ Gesù] che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre...» viene estratto e fatto brillare proprio quel «passare», un
metabaínein/metábasis che custodisce un segreto ammiccamento teologico.
Questo e altro si scoprirà ascoltando il "predicatore" Benedetto XVI nel primo livello della sua meditazione sulla Parola sacra. Ma c'è ovviamente l'altra e dominante dimensione da raccogliere, quella «performativa», essendo l'omelia un annunzio che nasce dalla fede e dalla vita e vuole generare fede e vita. E qui è difficile esemplificare perché dovremmo invitare il lettore a mettersi direttamente in sintonia col testo. Si imbatterà in tante sorprese che interpellano la coscienza, talora partendo da un simbolo, come accade nel Natale con l'evocazione di certe rappresentazioni artistiche tardo-medievali che trasformano la stalla di Betlemme «in un palazzo un po' fatiscente». O come si ha nell'isaiana «nebbia fitta che avvolge le nazioni», applicata dal papa a una globalizzazione illusoria. Oppure è l'"idolo" a entrare in scena, la cui etimologia greca ( «immagine, figura, rappresentazione, ma anche spettro, fantasma, vana apparenza») fa sbocciare un'intensa attualizzazione sulle moderne idolatrie. Fermiamoci qui, in questo ascolto del papa predicatore senza, però, dimenticare che egli ci ricorda un dato fondamentale: l'omelia non è un discorso commemorativo o una lezione, ma è un atto sacro incastonato nella liturgia nella quale è imbandita la mensa della parola di Dio e del pane eucaristico. È per questo che un evento così alto non può essere abbassato a noiosa tiritera teologica, né a strumento retorico votato a più o meno nominabili altre finalità, né a puro sentimentalismo spirituale. A esorcizzare queste devianze si leva la voce di Benedetto XVI, sobria ma non spoglia, sostanziosa ma non meramente teorica.
A delinearne il significato all'interno del suo più generale magistero ci pensa poi il curatore, Sandro Magister – che molti conoscono come giornalista di grande qualità, ma pochi sanno essere anche dotato di una solida attrezzatura teologica accademica – nella ricca ed esemplare prefazione a queste omelie papali.

1 Benedetto XVI, «Omelie. L'anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger, papa», a cura di Sandro Magister, Libri Scheiwiller, Milano, pagg. 280, euro 15,00.

Il libro verrà presentato a Roma (Palazzo Valdina), mercoledì 5 (alle 18) da Giancarlo Cerutti (presidente del Gruppo Sole 24 Ore), con gli interventi di Sandro Bondi (ministro dei Beni culturali), del cardinale Camillo Ruini e del curatore del volume, Sandro Magister.

© Copyright Il Sole 24 Ore, 2 novembre 2008

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Se il Papa richiama all’etica della scienza (Oppes)

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Grazie alla nostra Gemma possiamo leggere l'articolo di Cesare Fiumi per "Il Corriere della sera Magazine" che riconosce il grande coraggio del Papa nell'affrontare in prima persona la piaga della pedofilia nella Chiesa.
E' un articolo importante ed onesto che pero' contiene molti nomi e cognomi.
Ho lasciato quello di Lelio Cantini perche' la dura condanna del Papa e' pubblica e definitiva.
Ho sostituito i nomi delle altre persone citate nell'articolo con le iniziali perche' siamo ancora ai processi di primo grado e non si tratta, quindi, di sentenze passate in giudicato.
Grazie a Gemma per il grande lavoro
:-)
R.

La storia

Di Cesare Fiumi

Quel parroco è indegno: va cacciato

A Firenze, dopo 14 anni di abusi su giovani fedeli, una condanna religiosa che suona troppo blanda: ma Benedetto XVI riapre l’inchiesta e “spreta” il pedofilo.

Lo aveva detto lo scorso luglio, usando parole dure e chiare. Inattese, aveva commentato qualcuno con una punta di fastidio, come se Benedetto XVI avesse dovuto parlare “vergogna”, “misfatti” e “condivisioneper la sofferenza e il dolore delle vittime”, senza però andare oltre.
Senza varcare la soglia della condanna.
E invece a Sydney,alla Giornata Mondiale della Gioventù, il Papa era andato oltre eccome, mandando in frantumi un tabù: dichiarando, davanti ai ragazzi volati fin lì, che i preti pedofili “devono essere portati davanti alla giustizia”. Non solo quella divina, anche alla sbarra degli uomini.
Lo aveva detto e, la settimana scorsa, Benedetto XVI ha fatto, in qualche modo, le veci dei tribunali italiani – scrivendo la parola fine a una vicenda nella quale lo Stato, mai chiamato in causa, non poteva intervenire – e spretando don Lelio Cantini.
Storia abbietta e terribile quella del prete fiorentino della Regina della Pace, oggi 85enne, che per quattordici anni, dal 73 all’87, ha abusato di tanti suoi giovani parrocchiani. Storia venuta alla luce solo nel 2004, quando le vittime hanno infine trovato l’ascolto della Chiesa. Storia dapprima socchiusa con: il classico trasferimento, il divieto di celebrare messa in pubblico; le litanie da recitare alla Madonna. E storia oggi riaperta e conclusa con una sentenza della Congregazione della Fede che al prete non fa sconti e non sparge quella nebbia da incensiere che per troppo tempo ha velato vicende simili. “Abuso plurimo e aggravato nei confronti dei minori, delitto di sollecitazione a rapporti sessuali in occasione della Confessione”, questo e molto altro si legge nella notifica che ha spinto il Papa a cacciare quel prete dalla Chiesa, rendendo pubbliche le motivazioni. Un gesto che infrange certi silenzi curiali che, secondo i giudici, accompagnano ancora le inchieste sui preti pedofili.
Il 2008, su questo fronte, è stato davvero un annus horribilis per la Chiesa italiana. A giugno c’è stata la condanna a 8 anni, in primo grado, di don P. B., già abate di F., reo confesso di 38 casi di violenza sessuale su minori, con strascico di accuse al suo padre spirituale che avrebbe taciuto sapendo. Accuse, più o meno velate, piovute anche a Firenze, sul vescovo ausiliare della città C. M. (“allievo spirituale prediletto” di don Cantini) che infine, dopo la decisione del Papa (“un macigno su chi non ci ha creduto”, dicono le vittime, oggi moralmente risarcite) ha rotto il silenzio. “Sono sbigottito, don Cantini ha tradito la fiducia dei fedeli”.
E prima della sentenza su don B., in aprile, c’era stata la condanna in primo grado a 6 anni e 10 mesi per un parroco ferrarese, accusato di violenza sessuale continuata ai danni di dieci bambine (e anche qui, accuse alla Curia bolognese di essere un “muro di gomma”); poi la condanna in appello a 7 anni e 6 mesi di un parroco di Bolzano (assolto in primo grado), sempre per violenza sessuale continuata su un bambino di 9 anni; e i due anni e 8 mesi, confermati in Appello, a un sacerdote del Varesotto.
Senza contare la storia del parroco di Laglio, don M. S., condannato in primo grado, lo scorso 29 maggio, a 8 annni per violenza sessuale su un minore, in una vicenda che vede indagati, per favoreggiamento personale, il vescovo emerito di C., A. M., e due suoi ex collaboratori: l’attuale vescovo di C. O. C. e monsignor E. B..
Per questo, nell’anno dell’arresto di don C. a Roma e del processo di don G. a Terni, il supplemento di inchiesta – per giunta, in assenza di provvedimento giudiziario – e la “condanna” inflitta dal Papa a don Cantini sono il segno di una svolta attesa e coraggiosa.

© Copyright Corriere della sera Magazine 23 ottobre 2008

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Il comune di Oxford abolisce i riferimenti al Natale. Mons. Ravasi: è il nuovo ateismo stinto nel grigiore inconsistente dell'indifferenza

Il consiglio comunale di Oxford ha deciso di abolire qualsiasi riferimento al Natale: tutti gli eventi del 25 dicembre e dei giorni successivi rientreranno nella cosiddetta “Festività della luce invernale”. L’obiettivo dichiarato dalle autorità del comune britannico è quello di ridimensionare l’eccessiva risonanza assegnata alla più importante festività cristiana a discapito delle altre religioni. Contro questa decisione hanno subito protestato non solo anglicani e cattolici, ma anche ebrei e musulmani. I fedeli islamici e di altre confessioni – ha affermato il Consiglio musulmano di Oxford – “aspettano con trepidazione il Natale”, una festa speciale che “non può essere cancellata con un tratto di penna”. Sulla controversa decisione del comune di Oxford, Amedeo Lomonaco ha raccolto il commento del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, mons. Gianfranco Ravasi:

R. - Il desiderio non è tanto quello, a mio avviso, di riuscire a ristabilire un dialogo in modo tale da non avere prevaricazioni, ma quanto, piuttosto, è quello di stingere fino al punto di estinguere qualsiasi identità propria, qualsiasi storia che sta alle spalle, e non stabilire un vero dialogo. Il vero dialogo lo si costruisce proprio attraverso le identità; quindi, in questo caso, io ritengo che non solo si tratti di una stravaganza, ma alla fine anche di una negazione consapevole - non so fino a che punto - di una grandezza che sta alle proprie spalle, che costruisce il proprio stesso volto. C’è una frase di un grande poeta anglo americano, Elliot, il quale diceva: “Se noi lasciamo cadere le nostre caratteristiche cristiane, alla fine, noi non perdiamo soltanto noi stessi, perdiamo il nostro volto”.

D. – A proposito di identità cristiana, la “Festa della luce invernale” cerca probabilmente di oscurare non solo la cristianità, ma anche il rapporto dell’uomo con Dio. Perché sta avanzando nel mondo questa nuova ondata indifferentista?

R. – Mentre in passato, quando si combatteva la presenza dei segni religiosi, lo si faceva con delle argomentazioni, persino con il desiderio di opporre un sistema del tutto alternativo, ora, invece, tante volte, questa avanzata della negazione è una specie di onda grigia, di nebbia; si vuole introdurre proprio una componente così fluida ed inconsistente che è la caratteristica della secolarizzazione attuale. Dio non viene negato, viene del tutto ignorato e l’impegno pastorale è ancora più complesso perché di fronte ad una negazione, si possono apportare le argomentazioni. Di fronte invece a questa sorta di ‘gioco di società’ incolore, inodore, insapore, c’è, alla fine, l’impossibilità di una reazione. Ora noi non abbiamo più l’ateismo nel senso forte, qualche volta drammatico del passato. Noi ora abbiamo l’indifferenza. Questa indifferenza stempera tutto, stinge, scolora, e alla fine, forse impedisce all’uomo anche di interrogarsi - come fanno tutte le grandi religioni - sui temi fondamentali, temi capitali che vengono invece dissolti nell’interno di un’atmosfera così inconsistente.

D. – Per questa indifferenza, nella multiconfessionale, nella multietnica Gran Bretagna, il mondo della fede è in apprensione. Infatti, tra le voci di protesta, oltre a quelle di anglicani e cattolici, ci sono anche ebrei e musulmani…

R. – E’ suggestivo che questo venga riconosciuto anche dalla altre religioni perché sarebbe anche la loro volta successivamente. Anche loro sarebbero messe, immerse, in questa sorta di bagno che fa perdere le identità, i volti, che fa perdere però anche le grandi ricchezze che questi eventi custodiscono dentro di sé. Per l’Europa, naturalmente, gli eventi sono questi eventi cristiani.

D. – La decisione del Municipio di Oxford, culla della cultura e luogo celebre per la sua università, sembra anche confermare la progressiva e accresciuta distanza di alcuni centri dell’attuale mondo del sapere dalla fede…

R. – Se è vero che la grande cultura ha prodotto, in 20 secoli, la grande testimonianza dell’arte, del pensiero, perfino dell’etica, è vero che, dall’altra parte, siamo di fronte ad una cultura attuale che si ferma soltanto alla superficie. Una cultura che non è più in grado di costruire le grandi visioni ed i grandi sistemi. E forse, queste forme sono più l’espressione quasi di una reazione - direi creata da una forma di eccitazione - più che non l’espressione di un’autentica cultura di una visione del mondo così come è sempre stata offerta nell’interno della grande storia dell’Occidente.

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BENEDETTO XVI - Di tutti i colori

I santi come fiori che non appassiscono

Fabio Zavattaro

La festa di Tutti i Santi, immagine della Gerusalemme celeste; il giorno della Commemorazione dei Defunti. Due date che si susseguono nel calendario della vita, messaggio per il credente chiamato a vivere nella verità della fede il suo essere cristiano. Così se i Santi ci indicano la strada, come ricordava Papa Benedetto il 1° novembre, e ci dicono che la santità non è un qualcosa per pochi eletti ma obiettivo cui tendere tutti – l’immagine dell’orto botanico dove non meraviglia la varietà di piante e di fiori, e del giardino celeste, la Gerusalemme attesa, dove i Santi sono una moltitudine, diversi per cultura, lingua, condizione sociale – il giorno che fa memoria dei defunti suscita e chiede una corretta riflessione sulla vita e sulla morte. Invito a “non essere tristi come gli altri che non hanno speranza”.
Non è un caso, allora, che Benedetto XVI metta in evidenza come sia necessario “anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere”.

A leggere bene questa frase viene alla mente l’attenzione che il mondo e, in particolare, quello scientifico e dei media, pone alla questione della medicalizzazione dell’inizio e della fine della vita. Importante e necessaria la ricerca e le conquiste medico-scientifiche, capaci di aiutare l’uomo a superare mali anche particolarmente gravi.

Troppo spesso però è solo l’aspetto tecnico, della ricerca, che sembra avere il sopravvento rispetto a quel mistero che accompagna la nascita e la morte di un essere umano.
Nelle parole di Papa Benedetto torna con forza il tema della speranza, e si chiede, come nella sua enciclica Spe salvi: “La fede cristiana è anche per gli uomini di oggi una speranza che trasforma e sorregge la loro vita? E più radicalmente: gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderano ancora la vita eterna? O forse l’esistenza terrena è diventata l’unico loro orizzonte?”.
Interrogativi che Benedetto XVI ripropone in questa prima domenica di novembre, in una piazza San Pietro affollata. Interrogativi che vogliono sottolineare la ricerca, il desiderio di “una vita beata, la felicità. Tutti vogliamo essere felici”. Ed ecco l’altra questione che si pone e offre, il Papa, al credente: “Non sappiamo bene che cosa sia e come sia, ma ci sentiamo attratti” dalla felicità.
“È questa una speranza universale, comune agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi”.
Che cosa è, allora, la vita eterna se non una risposta a questa attesa insopprimibile, si chiede il Papa, e che si traduce non in una successione senza fine ma in un immergersi “nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia”.
Immagini, come quella poesia brasiliana in cui raggiunti gli ultimi giorni della sua vita un uomo ripercorre con Cristo la storia della sua vita, passi sulla sabbia in riva al mare. Ti sono sempre stato accanto gli dice il Signore; e quando da quattro le orme diventano due l’uomo si rivolge così al Signore: questo è il momento in cui avevo più bisogno di te e tu mi hai abbandonato. È quando io ti ho portato sulle mie braccia, gli risponde il Signore.
Che cos’è allora la speranza per il credente nelle parole di Benedetto XVI? È la mano del Signore che sorregge: “Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce”.
Immagine suggestiva che aiuta e accompagna chi in questo giorno ricorda il dolore di una separazione, la tristezza per un’assenza che non sarà più possibile colmare. Non soltanto il destino ultimo comune, quella Gerusalemme celeste appunto, ma anche la speranza che accompagna la nostra esistenza, sono elementi che ci aiutano a guardare “alla morte e all’aldilà nella luce della Rivelazione”.
La speranza cristiana, dice Benedetto, “non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri. Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte”. È in queste parole, allora, il messaggio del giorno della Commemorazione dei Defunti, invito a pregare e a sostare presso le tombe nei cimiteri delle nostre città, come anche lui farà scendendo nel pomeriggio della domenica, nelle Grotte Vaticane per pregare dove sono sepolti i suoi predecessori.

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Seminario cattolico-musulmano a Roma sul tema “Amore di Dio, amore del prossimo”. Intervista con mons. Celata

Inizia domani a Roma un Seminario cattolico-musulmano sul tema “Amore di Dio, amore del prossimo”: vi prendono parte 29 esperti da parte cattolica e altrettanti da parte musulmana. Nel contesto della tematica centrale verranno approfonditi due sottotemi: “I fondamenti teologici e spirituali” e “Dignità umana e rispetto reciproco”. Giovedì 6 novembre è in programma l’udienza con il Santo Padre. Nel pomeriggio della stessa giornata è prevista una sessione pubblica presso la Pontificia Università Gregoriana, durante la quale sarà presentata la “dichiarazione finale” da un partecipante cattolico e da un esponente musulmano. Ma sull’importanza di questo Seminario ascoltiamo il segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso mons. Pier Luigi Celata, al microfono di Adriana Masotti:

R. – L’importanza del prossimo seminario è data soprattutto dal fatto che esso nasce da una proposta che, per parte musulmana, vede riuniti esponenti di diverse tradizioni islamiche - come sunniti, sciiti – provenienti da Paesi di diverse regioni del mondo. Questo incontro si colloca nel quadro di una situazione generale che vede un’attesa piuttosto diffusa, che da una parte comprende il desiderio di sgombrare il terreno dalla possibilità di riferirsi alle religioni, soprattutto alle grandi religioni monoteiste, per giustificare atti o ideologie di violenza; dall’altra, quest’incontro nasce anche dalla consapevolezza condivisa della responsabilità che le grandi religioni – ancora in particolare il cristianesimo e l’islam, anche per una questione quantitativa, statistica, per il numero dei loro aderenti – hanno nei confronti della grande aspirazione dell’umanità: la pace. Più specificamente, a livello istituzionale, questo seminario si colloca nel quadro del forum cattolico-islamico, costituito dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, con i rappresentanti dei 138 musulmani firmatari della nota lettera aperta al Santo Padre e ad altri capi di Chiese e Comunità cristiane dell’ottobre del 2007. Un forum che vede la sua prima espressione in questo seminario, e vedrà ancora un seguito - secondo gli intenti che sono stati concordati - un prossimo seminario che sarà organizzato fra due anni, di intesa fra le due parti, e a cura questa volta della parte musulmana. Per quel che riguarda il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, quest’iniziativa non è del tutto nuova, viene a collocarsi in una tradizione di ricerca di dialogo, di incontro con i seguaci dell’islam, e in particolare si colloca in una serie di iniziative che su base regolare il Pontificio Consiglio organizza con diverse istituzioni musulmane. Questa fioritura di incontri, iniziative, com’è noto, nasce a seguito della grande apertura che la Chiesa si trovò spinta a fare, sotto la guida del magistero di Paolo VI e del Concilio.

D. – In base a quali criteri, da chi sono stati scelti gli argomenti di riflessione, in che modo si svolgeranno i lavori?

R. – I temi che saranno oggetto di riflessione del prossimo seminario, sono stati scelti di comune intesa dai rappresentanti delle due parti, accogliendo come argomento di base quello che fu proposto dalle 138 personalità musulmane nella loro lettera aperta, e cioè amore di Dio e amore del prossimo. Il tema sarà oggetto di dibattito nelle sessioni previste nei giorni 4, 5 e nella prima parte della mattina del 6 novembre; sarà affrontato questo tema secondo un’articolazione che vede il primo giorno la proposta di approfondire i fondamenti teologici e spirituali. Il secondo giorno, invece, l’attenzione sarà concentrata su una dimensione in un certo modo più applicativa, più concreta, dell’amore del prossimo, e cioè la dignità della persona umana e il mutuo rispetto. Ciascuno dei due sottotemi saranno introdotti con una relazione di uno studioso cattolico e di uno studioso musulmano. Si prevede che, a conclusione dei lavori, possa essere approvata una dichiarazione comune.

D. – Il dialogo tra cristiani e musulmani è avviato ormai da decenni. Ma questo dialogo, finora, ha portato frutti?

R. – E’ difficile individuare esattamente i frutti, calcolarne l’estensione, la portata; ma, guardando con occhio sereno a questi decenni di esperienza - che potremmo definire dialogica – non si possono trascurare certi risultati. Certi muri sono caduti, il dialogo stesso a livello tematico si è evoluto per affrontare argomenti a volte anche immediatamente forse non graditi secondo una sensibilità tradizionale, ma che oggi trovano disponibilità e apertura, sia da una parte che dall’altra. L’esempio dato, se così si può dire, a livello centrale, ha lievitato iniziative analoghe anche a livello delle Chiese locali, delle Chiese particolari; qua e là, nelle differenti regioni del mondo, si possono constatare iniziative molto fruttuose. I frutti si vedono forse più concretamente, perché dove vi erano situazioni di diffidenza, di non riconoscimento, ci sono oggi invece reti di relazioni, di incontri, di collaborazione, anche per affrontare comuni problemi, cercarne insieme la soluzione. Quindi, si può dire, con animo umile, semplice e riconoscente a Dio, che il buon seme, laddove è stato seminato, ha portato frutto.

D. – Che cosa risponde però a chi sostiene che, nonostante tutto, i rapporti con i musulmani rimangono tesi?

R. – E’ vero, vi sono delle situazioni dove sono presenti delle tensioni tra la comunità musulmana e la comunità cristiana; sarebbe però interessante vedere sempre se l’origine di queste tensioni è data da elementi religiosi o piuttosto da influssi e condizionamenti di natura diversa, di tipo sociale, di tipo economico, di tipo ideologico, politico, di strumentalizzazione che si possa fare da una parte e dall’altra. Certamente un dialogo serio deve farsi carico, a un certo punto, anche di queste situazioni che tardano ad evolversi verso quella dimensione di armonia che deve caratterizzare ogni società degna di questo nome, ma la Provvidenza se ci dà del tempo e delle energie, ci vedrà anche impegnati per affrontare queste diverse situazioni.

D. – In alcuni Paesi musulmani sappiamo che i cristiani vivono una situazione difficile, la loro libertà è limitata, quando non addirittura negata. Come si muove la Santa Sede in questi casi, per migliorare la loro situazione?

R. – La Santa Sede agisce a diversi livelli e con diversi strumenti. Anzitutto, la Chiesa locale: la Santa Sede non è mai attiva se non in intesa con la Chiesa locale. Quindi, nell’ambito di questa comunione ecclesiale, le iniziative possono essere le più diverse: per quel che riguarda noi in modo particolare, il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, come abbiamo già fatto per certe regioni, cerchiamo di favorire l’incontro tra rappresentanti delle diverse parti perché abbiano a conoscersi meglio, perché i muri della diffidenza, perché le ferite che vengono dalla storia possano essere lenite, perché conoscendosi meglio si instauri un regime di maggiore fiducia reciproca, perché possano essere affrontate anche questioni concrete, per vedere insieme di trovarne o favorirne le soluzioni migliori. Il dialogo, laddove si riesce a promuoverlo, ha come scopo di portare coloro che vi partecipano a collaborare insieme per il bene delle rispettive comunità e della società tutta intera.

D. – Che cosa ci si può augurare, anche aspettare, da questo Seminario di novembre?

R. – E’ un cammino che inizia. Come ogni cammino, tende ad una mèta, la mèta del dialogo la conosciamo: conoscersi meglio, cercare di comprendersi nelle ragioni dell’uno e dell’altro, vedere quali elementi ci accomunano, perché insieme possiamo dare una risposta - per stare al tema di questo seminario – di amore coerente a Dio, cercando di amarci tra noi. Instaurare quindi un clima, una realtà, uno stile di rapporto che rifletta questo comandamento nuovo, almeno per noi, dell’amore. Un cammino che si avvia alla luce, con la forza di questa grazia che è l’amore di Dio stesso a nostra disposizione, anima la nostra speranza perché possiamo, anche con questo cammino, come facciamo con altri percorsi, promuovere qualcosa che risponda veramente al disegno di Dio a riguardo delle sue creature, al disegno del Padre riguardo i suoi figli, che li vuole uniti in una comune tensione, che sia di rispetto reciproco, che sia di realizzazione nella solidarietà dei nostri destini.

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"La morte prematura di una persona cara è un invito a non attardarci a vivere in modo mediocre, ma a tendere al più presto alla pienezza della vita"

Clicca qui per leggere il testo dell'omelia del Santo Padre.

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DIALOGO ISLAMO-CATTOLICO: CARD. TAURAN SU INCONTRO IN VATICANO, “UN CAPITOLO NUOVO”

L’incontro tra esponenti vaticani e i rappresentanti del gruppo dei 138 saggi musulmani firmatari della lettera “Una parola tra noi” “rappresenta un capitolo nuovo in una lunga storia” di dialogo tra mondo cattolico e mondo musulmano.
Così il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso presenta in una intervista al quotidiano francese “La Croix” l’incontro che si aprirà domani in Vaticano.
“Bisogna evitare – ha detto il cardinale – di dare l’impressione che questo forum segni l’inizio di un dialogo nuovo islamo-cristiano: in realtà noi dialoghiamo da 1.400 anni! Inoltre, a partire dalla dichiarazione ‘Nostra Aetate’ del Concilio vaticano II, si è instaurato un dialogo regolare e fecondo”. Riguardo poi agli orientamenti dati da Benedetto XVI, il cardinale ha detto: “questo dialogo non consiste nel trovare il più piccolo denominatore comune, per dire che siamo tutti simili. Richiama piuttosto l’esigenza della verità, che per noi è Gesù Cristo, unico mediatore”. Il dialogo – ha proseguito il card. Tauran – non può realizzarsi se non al di fuori di ogni ambiguità. Bisogna guardare l’altro, ascoltarlo, stimarlo. Poi affermare la propria identità”.
“Il dialogo interreligioso è sempre una chiamata ad affermare la nostra identità. Ciò non ha come scopo la conversione, ma la conoscenza reciproca”.

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DIALOGO ISLAMO-CATTOLICO: CARD. TAURAN, NO ALLA LOGICA DEL “DO UT DES”

“Il rispetto del principio di reciprocità non è preliminare al dialogo, non risponde alla logica del ‘Do ut des’ (io do perché tu dai).
Sarebbe anticristiano”.
Così il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, spiega in un’intervista al quotidiano cattolico francese “La Croix” l’approccio della Santa Sede verso il principio di libertà di coscienza e di pratica religiosa.
Nell’intervista, rilasciata alla vigilia del Forum islamo-cristiano che comincerà domani in Vaticano, il cardinale esprime la speranza che la questione della libertà religiosa possa essere affrontato durante il summit in Vaticano. “Bisognerà vedere – ha detto – come i partecipanti vorranno affrontarla”. La questione – ha spiegato il cardinale – “si iscrive nella domanda di reciprocità” secondo cui ”ciò che è bene per me è bene per te”. “In altre parole – ha aggiunto Tauran -, se un musulmano ha la possibilità di avere un luogo di culto in Europa, è normale che sia vero l’inverso nelle società a maggioranza musulmana”. “Ma attenzione”, ha aggiunto Tauran: tutto ciò non risponde alla logica del “do ut des”. “Credo che essendo chiari, si possa arrivare a poco a poco, a cambiare i comportamenti”. Bisognerà anche vedere “come far passare queste aperture, reali” che si hanno negli incontri di dialogo “con le elite, alla massa”.

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Intervista di Isabelle de Gaulmyn e Michel Kubler (La Croix) al card. Tauran (originale francese)

Tauran: “Il dialogo obbliga gli uni e gli altri ad essere testimoni della loro fede” (traduzione in italiano)

Una riflessione sulle parole del Papa all’Accademia delle scienze (Doldi)


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EVOLUZIONE E FEDE - Non c’è opposizione

Una riflessione sulle parole del Papa all’Accademia delle scienze

Marco Doldi

Evoluzione da “evolvere”, cioè “srotolare un rotolo di pergamena”, leggere un libro.
Questo il significato di una parola che, per molto tempo, è stata usata in opposizione alla fede. Niente di più erroneo. È questa una convinzione al centro del magistero della Chiesa, da Pio XII sino ai nostri giorni.
Lo ha ribadito con lucidità anche Benedetto XVI, ricevendo, nei giorni scorsi, i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle scienze.
La natura è come un libro, “il cui autore è Dio così come lo è delle Scritture”. Chiede solo di essere letto con onestà e secondo la molteplicità dei saperi: di quello scientifico, ma anche di quello teologico. Chi intraprende questa strada troverà alcune verità straordinarie.
L’inizio della storia e della vita – il principio del rotolo – implica un evento fondamentale, cioè il passaggio dal non-essere all’essere, quel passaggio che la Rivelazione cristiana indica nella Creazione.
Se tanti mutamenti ci sono stati, se le specie si sono evolute, all’inizio di tutto c’è stato un intervento, diverso da ogni movimento o mutazione. “Per svilupparsi ed evolversi – ha detto il Papa – il mondo deve prima essere, e quindi essere passato dal nulla all’essere. Deve essere creato, in altre parole, dal primo Essere che è tale per essenza”.
Ora, il concetto di Creazione non è legato solo agli “inizi della storia” del mondo e della vita. Dio, creando, non fissa le cose una volta per tutte, ma conferisce la possibilità degli sviluppi – le evoluzioni – e li mantiene costantemente. La Creazione non è, per così dire, scappata dalle mani di Dio, ma si è sviluppata secondo il suo progetto. Non è un evento del passato, ma è il governo continuo di Dio sul mondo. In questo processo si situa la comparsa dell’uomo, che ricopre un posto unico nel cosmo.
Proprio perché non c’è fissismo, ma Creazione nell’evoluzione, si può ammettere che la specie umana derivi da un’altra. Precisando che c’è stato un intervento diretto di Dio che, in questa evoluzione, ha fatto dell’uomo non un semplice essere vivente, ma un essere spirituale, comunicandogli l’anima spirituale e immortale. La fede non teme la scienza, anzi la incoraggia ad indagare sempre meglio sulle modalità della evoluzione. Ragione e fede sono alleate nel mostrare che la persona umana non è un prodotto casuale.
Leggere il libro della natura conduce, così, a scoprire una logica, un disegno che prende forma man mano. Sì, davvero, “il mondo lungi dall’essere stato originato dal caos, assomiglia a libro ordinato. È un cosmo. Nonostante elementi irrazionali, caotici e distruttivi nei lunghi processi di cambiamento del cosmo, la materia in quanto tale è leggibile. Possiede una matematica innata”.
Questo passaggio rivela un aspetto centrale nel magistero di Benedetto XVI: la natura, il macrocosmo, e l’uomo, il microcosmo, possiedono una logica interna, accessibile alla ragione. Tale logica è il risvolto, per così dire, del progetto creaturale di Dio. Vengono in mente le parole pronunciate al convegno ecclesiale di Verona nel 2006. Là il Papa ricordava che l’universo è “strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura”.
Questa corrispondenza conduce a domandarsi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte della natura e della ragione. Conduce a domandarsi se sia razionalmente più logico il caso o il disegno creatore.
Così proprio la riflessione scientifica ci riporta verso il Logos creatore. A questo può giungere la ragione umana, quando i suoi spazi sono “allargati” – anche questa è un’immagine cara a Benedetto XVI – sull’orizzonte della Trascendenza. La ragione è orientata alla fede: altro che contrapposizione!
In nome della scienza viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità. L’intelligenza si apre, nel contempo, alle grandi questioni del vero e del bene, cioè del fine della Creazione. Un mondo così meraviglioso, al cui vertice è posto l’uomo, interroga ancora. Perché questo e non il nulla? Quale è il suo scopo?
Domande affascinanti, alle quali occorre, ora, dare piena cittadinanza, perché ricordano che il libro della natura non è solo da decifrare, ma anche da contemplare.

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La morte ci fa capire che tutto finisce e ci invita a non vivere da mediocri: così il Papa nella Messa in suffragio di cardinali e vescovi defunti nel corso dell'anno

La morte ci dice una cosa importante: che tutti in questo mondo siamo di passaggio, destinati alla felicità eterna nella misura in cui entriamo nel mistero dell’amore di Dio. E’ quanto ha detto il Papa stamani durante la Messa, presieduta nella Basilica di San Pietro, in suffragio dei cardinali e dei vescovi scomparsi nel corso dell’anno. Ieri sera il Papa si era recato nelle Grotte Vaticane per un breve momento di preghiera per i Pontefici defunti. Il servizio di Sergio Centofanti.

Il Papa ricorda con “grande affetto” i vescovi, gli arcivescovi e i porporati defunti nel corso dell’anno: tra questi ricorda i cardinali Stephen Fumio Hamao, Alfons Maria Stickler, Aloisio Lorscheider, Peter Porekuu Dery, Adolfo Antonio Suárez Rivera, Ernesto Corripio Ahumada, Alfonso López Trujillo, Bernardin Gantin, Antonio Innocenti e Antonio José Gonzáles Zumárraga. “Noi li crediamo e li sentiamo vivi nel Dio dei viventi” – ha affermato – sottolineando, sulla scorta del Libro della Sapienza (4,7-15), “che vera anzianità veneranda non è solo la lunga età, ma la saggezza e un’esistenza pura, senza malizia”:

“E se il Signore chiama a sé un giusto anzitempo, è perché su di lui ha un disegno di predilezione a noi sconosciuto: la morte prematura di una persona a noi cara diventa un invito a non attardarci a vivere in modo mediocre, ma a tendere al più presto alla pienezza della vita…Il mondo reputa fortunato chi vive a lungo, ma Dio, più che all’età, guarda alla rettitudine del cuore. Il mondo dà credito ai ‘sapienti’ e ai ‘dotti’, mentre Dio predilige i ‘piccoli’”.

C’è dunque “un contrasto tra ciò che appare allo sguardo superficiale degli uomini e ciò che invece vedono gli occhi di Dio”. Ma queste due dimensioni del reale, quella della provvisorietà e dell’apparenza e quella “profonda, vera ed eterna” – spiega il Papa - “non sono poste in semplice successione temporale, come se la vita vera cominciasse solo dopo la morte”:

“In realtà, la vita vera, la vita eterna inizia già in questo mondo, pur entro la precarietà delle vicende della storia; la vita eterna inizia nella misura in cui noi ci apriamo al mistero di Dio e lo accogliamo in mezzo a noi. E’ Dio il Signore della vita e in Lui ‘viviamo, ci muoviamo ed esistiamo’ (At 17,28)”.

D’altra parte – ha affermato Benedetto XVI – “nella prospettiva della sapienza evangelica la stessa morte è portatrice di un salutare ammaestramento, perché costringe a guardare in faccia la realtà”:

“Spinge a riconoscere la caducità di ciò che appare grande e forte agli occhi del mondo. Di fronte alla morte perde d’interesse ogni motivo di orgoglio umano e risalta invece ciò che vale sul serio. Tutto finisce, tutti in questo mondo siamo di passaggio. Solo Dio ha la vita in sé: è la Vita”.

Per questo - ha aggiunto - l'uomo può arrivare alla vita eterna solo entrando nella logica del dono: come Dio si è donato a noi in Cristo, così noi siamo chiamati a donarci agli altri: è la logica dell’amore che fa passare dalla morte alla vita, nonostante le nostre umane fragilità. “Questa Parola di vita e di speranza – conclude il Pontefice - ci è di profondo conforto dinanzi al mistero della morte, specialmente quando colpisce le persone che a noi sono più care”:

“Se dunque ci ha rattristato doverci distaccare da loro, e tuttora ci addolora la loro mancanza, la fede ci riempie di intimo conforto al pensiero che, come è stato per il Signore Gesù, e sempre grazie a Lui, la morte non ha più potere su di loro (cfr Rm 6,9). Passando, in questa vita, attraverso il Cuore misericordioso di Cristo, sono entrati ‘in un luogo di riposo’ (Sap 4,7). Ed ora ci è caro pensarli in compagnia dei santi, finalmente sollevati dalle amarezze di questa vita, ed avvertiamo noi pure il desiderio di poterci unire un giorno a così felice compagnia”.

© Copyright Radio Vaticana

Un nuovo altare alla Cattedra in San Pietro


Chi ha seguito la Celebrazione presieduta questa mattina dal Papa in suffragio dei cardinali e dei vescovi defunti nel corso dell'anno avra' sicuramente notato che e' cambiato l'altare alla Cattedra in San Pietro.
Quello vecchio (consentitemi: bruttissimo eheheheh) e' stato sostituito da un nuovo altare, di straordinaria bellezza, con alcuni fregi dorati e l'effigie dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
Su segnalazione di Andrea leggiamo questo bellissimo e documentato articolo di "Rinascimento Sacro"
:

Nuovo Altare della Cattedra in San Pietro

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VATICANO, ANCHE I PRELATI TIMBRANO IL CARTELLINO

CITTA' DEL VATICANO

Negli uffici vaticani è arrivato il cartellino. Si timbra in entrata e in uscita con un modernissimo "badge" elettronico a banda magnetica di colore blu.
Timbrano tutti, dai minutanti ai capiufficio, laici o ecclesiastici o religiose che siano. E dal prossimo primo gennaio entreranno in funzione le schede di valutazione per misurare il rendimento e collegare le retribuzioni al merito. In Vaticano dunque entra la meritocrazia, ma Oltretevere non aleggia alcun fantasma del ministro italiano Brunetta: gli "orologi" sono stati predisposti da tempo e le schede di valutazione applicano il regolamento approvato a fine 2007. Le reazioni tra i dipendenti sono diversificate; le schede di valutazione sembrano apprezzate, mentre il "segnatempo" fa problema ad alcuni prelati che ritengono che un controllo troppo rigido dell'orario di lavoro, specialmente dei due ritorni pomeridiani a settimana, non si concili con le loro attività pastorali fuori del Vaticano. E alcuni monsignori affermano che nel 1960 papa Giovanni abolì il "segnatempo" proprio perché non consono agli ecclesiastici. Il cartellino versione 2008 è una scheda blu a banda magnetica voluta dai Servizi economici del Governatorato della Città del Vaticano che sta gradualmente sostituendo tutte le tessere in uso nel piccolo Stato, da quelle per accedere ai distributori di benzina o allo spaccio ai tesserini identificativi di alcuni uffici, tra i quali anche la Radio vaticana. In un primo tempo si pensava di poterlo usare anche come documento di identità per quei dipendenti che sono anche cittadini vaticani, ma per ora si è dovuta abbandonare l'idea, per motivi tecnici. Aria nuova in ufficio, soprattutto nelle speranze dei dipendenti laici, dovrebbe anche portare la "Scheda di valutazione personale" che dal prossimo anno farà parte del fascicolo di ogni dipendente. La scheda, come spiega una nota nel frontespizio, "dovrà essere compilata per ogni anno di servizio svolto entro il 31 marzo dell'anno successivo, e trasmessa al Superiore dell'Ente".

In copertina ci sono i dati identificativi del lavoratore, e all'interno è divisa in quattro paragrafi: DEDIZIONE, PROFESSIONALITA', RENDIMENTO, CORRETTEZZA. Per ognuna delle quattro voci si può barrare su "ottimo", "buono", "sufficiente" o "insufficiente"; seguono sei righe in bianco per le note.

Il quinto paragrafo, la VALUTAZIONE COMPLESSIVA, prevede sempre i quattro giudizi ma specifica che "qualora la valutazione complessiva risultasse insufficiente, essa potrà determinare l'avvio di procedure disciplinari in conformità al Regolamento Generale per il personale". Ogni scheda deve essere firmata dal responsabile dell'ufficio e dal superiore, e la valutazione complessiva deve essere comunicata verbalmente al dipendente, che non deve né firmarla né averne una copia. La scheda dovrà essere inserita nella domanda di assegnazione alla classe di merito, ma sarà "vano inoltrarla" qualora la valutazione complessiva sia insufficiente o sufficiente, o qualora il dipendente abbia subito negli ultimi 5 anni una sanzione disciplinare. Le schede di valutazione dovrebbero aggiungere alle possibilità di carriera verticale, delle chance in "orizzontale", con le "classi di merito" che aumenterebbero le retribuzioni. Attualmente lo stipendio-base dei dipendenti vaticani va dai circa 1.300 euro del primo livello ai circa 2.300 euro del decimo livello, cui vanno aggiunti gli scatti di anzianità, le integrazioni e le indennità.

© Copyright Ansa

CITTA' DEL VATICANO

Anche i preti timbrano il cartellino
E qualcuno si lamenta: "Abolito nel '60"


Tutti hanno il badge, dagli impiegati al capoufficio, anche se e’ un ecclesiastico. E dal gennaio 2009 entreranno in funzione le schede di valutazione per misurare il rendimento e collegare le retribuzioni al merito

CITTA’ DEL VATICANO, 3 novembre 2008 - Forse 'contagiata' dalla crociata del ministro Brunetta contro i fannulloni, da qualche giorno anche la Santa Sede ha fatto installare negli uffici vaticani il cartellino: timbrano tutti, dagli impiegati al capoufficio, anche se e’ un ecclesiastico.
Il ‘’badge’’ verrà gradualmente distribuito ai dipendenti di tutti i dicasteri. E dal primo gennaio 2009 entreranno in funzione le schede di valutazione per misurare il rendimento e collegare le retribuzioni al merito.
Reazioni? Sembra che le schede siano stateaccolte abbastanza bene dai dipendenti, mentre alcuni prelati protestano per un controllo troppo rigido dell’orario che inciderebbe sul lavoro pastorale, specialmente per quanto riguarda i due ritorni pomeridiani a settimana. E qualche sacerdote ricorda con rammarico che il ‘’segnatempo’’ in ufficio era stato abolito nel 1960 da papa Giovanni, perche’ considerato non idoneo agli ecclesiastici.

© Copyright Quotidiano Nazionale online

Nessun effetto "Brunetta" visto che la misura e' stata decisa nel 2007! Qualcuno si lamenta? Impari un semplice dato: siamo nel 2008, non piu' nel 1960!
Consentitemi anche di suggerire ai prelati (soprattuto agli "alti" prelati) di fare un ripasso di latino perche' sentirli parlare, anzi leggere, prima e dopo il Papa fa cadere le braccia...

R.

SANTA MESSA PER I CARDINALI ED I VESCOVI DEFUNTI: DIRETTA A PARTIRE DALLE 11.35

Diretta televisiva su Telepace (canale 802), Skytg24 (canale 100 o 500, servizio active) e Sat2000 (canale 801).
Diretta web sul sito di Telepace a questo link o su quello di Sat2000 qui oppure sul sito del Vaticano a questo link.
Per accedere direttamente clicca qui o vai sul sito di Radio Vaticana.
Diretta audio su Radio Vaticana a questo indirizzo.
CONSIGLI PER SEGUIRE LE DIRETTE CON IL SANTO PADRE

Padre Samir: "Cristiani e Musulmani: riprende il dialogo grazie al Papa ed alla lectio di Ratisbona" (Asianews)


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IL PAPA E L'ISLAM: LO SPECIALE DEL BLOG

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VATICANO - ISLAM

Cristiani e musulmani: riprende il dialogo grazie al Papa

di Samir Khalil Samir

Per due giorni, dal 4 al 6 novembre esperti islamici e cattolici si incontrano in Vaticano, dopo anni di rapporti freddi, dovuti alla crescita del fondamentalismo. Tutto è ripreso grazie al discorso di Benedetto XVI a Regensburg, dove si affermava che la religione abbraccia la ragione ed esclude la violenza. Il tema più urgente: la libertà religiosa, perché ad ogni comunità possa essere garantito il diritto a proclamare e diffondere la sua fede.

Beirut (AsiaNews)

Dal 4 al 6 novembre 25 studiosi cattolici e 25 musulmani si incontrano in Vaticano per studiare le vie di collaborazione fra le due religioni più diffuse nel mondo: 1,4 miliardi per i musulmani; 1,18 miliardi per i cattolici. I rappresentanti di oltre un terzo del pianeta si incontrano sul tema “Amore di Dio e amore del prossimo” Il primo giorno si affronta il tema teologico-spirituale; il secondo giorno, è la volta della “Dignità umana”, in cui si potranno almeno accennare tematiche riguardo ai diritti umani, la libertà di religione, il rispetto religioso, magari alludendo anche alla libertà di convertirsi e di cambiare religione.

Il tema generale è emerso in questi due anni, non senza fatica. Dopo il discorso di Benedetto XVI a Regensburg del 12 settembre 2006, il mondo musulmano ha reagito con violenza e rifiuto alla proposta del papa di riconoscere che il rapporto con Dio implica la ragione ed esclude la violenza.

Molte delle reazioni erano dovute all’ignoranza del discorso e alla conoscenza solo di quanto riportato (spesso in modo distorto) da agenzie di stampa e giornali.

Proprio grazie al discorso di Regensburg, 38 saggi islamici hanno mandato una prima lettera a commento (13 ottobre 2006) e un anno dopo una seconda lettera (sottoscritta da 138 saggi, diventati poi 275) per cercare un terreno comune di collaborazione fra cristiani e musulmani.

A sua volta, il 19 novembre 2007, Benedetto XVI ha risposto alla Lettera dei 138 aprendo a una possibile collaborazione su diversi campi.
Il 12 dicembre 2007, una lettera al card. Bertone del principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal, accetta di aprire il campo alla collaborazione. Il 4 ed il 5 marzo personalità della Curia vaticana e del mondo islamico si sono incontrati per stabilire le procedure e i contenuti di tale dialogo. Al termine le parti hanno annunciato la creazione di un Forum cattolico-islamico “per sviluppare ancora di più il dialogo fra cattolici e musulmani”. Proprio questo Forum si riunisce per la prima volta a Roma dal 4 al 6 novembre prossimo. Il 6 il gruppo avrà anche un’udienza con Benedetto XVI. All’ incontro di questi giorni è invitato anche p. Samir Khalil Samir, che ci offre questa analisi.
Questo incontro fra esperti musulmani e cattolici a novembre è un inizio ed è positivo per il solo fatto che si tiene: il dialogo è meglio dell’indifferenza e del silenzio reciproco. In questi anni vi è stata pure un’importante evoluzione. All’inizio le lettere dei saggi domandavano solo un dialogo diciamo così, teologico. Ma questo rischiava di essere infruttuoso. È stato desiderio del santo Padre e del card. Tauran l’aver sottolineato che il dialogo doveva avere delle sottolineature legate ai problemi della vita quotidiana e ai diritti della coscienza. Su questo è anche d’accordo Tariq Ramadan, uno degli invitati di parte musulmana.

Cristiani e Islam bloccati dal fondamentalismo

Il rapporto fra cristiani e musulmani ha avuto una storia travagliata. Negli anni ’60, dopo il Concilio Vaticano II, vi è stato un forte slancio da parte cattolica. Anche da parte musulmano vi è stata un’apertura sincera e numerosa. Poi sono successe due cose:

a) col tempo il dialogo si consuma se non è sostenuto da una struttura permanente. Il dialogo con gli ortodossi e altre confessioni cristiane è regolare: ci si ritrova ogni anno, vi sono commissioni miste… Con l’islam invece è dipeso dalle circostanze: talvolta vi sono stati capi che lo desideravano, altre volte responsabili che non lo sostenevano…

b) Il secondo motivo è che negli anni ’70 è cominciata l’ondata del movimento fondamentalista, del quale il mondo islamico soffre per primo. Questa avanzata ha frenato tutto perché la sua linea è quella del rifiuto dell’altro[1]. La posizione dei salafiti è in opposizione in molti punti con la modernità e l’occidente che ne è la fonte; questo ha portato a un rallentamento del dialogo.

Vale la pena sottolineare che questa ripresa è partita proprio dal discorso di Regensburg. E questo è riconosciuto anche da alcuni esperti islamici[2]. Il discorso del papa è stato l’inizio di un nuovo movimento di ripensamento. Se esso ha provocato una risposta positiva è perché egli ha parlato con verità e senza odio. Questo conferma che se nel dialogo non c’è verità, non vi è frutto.

Le piste per il futuro

Una cinquantina di membri parteciperanno al Forum, a parità, anche se i nomi non sono stati pubblicati. Ma fin da ora si può tracciare alcune prospettive per aprire a una collaborazione. Io penso che possiamo fare tanti passi avanti. Si deve però affrontare con pacatezza e con sincerità le decine di punti di incomprensione e di frizione.
Se si parla dei dogmi, dobbiamo arrivare a chiarire la posizione cristiana di fronte all’Islam, al Corano e alla persona di Maometto, cercando di capire la loro posizione e dicendo loro che cosa noi crediamo e perché. Da parte musulmana è importante che si chiariscano cosa significa la nostra fede nella Trinità, nell’incarnazione del Verbo, l’unicità di Dio, ecc.. per non lanciarci accuse false. Se invece vi sono accuse vere, dobbiamo cambiare.
In occidente vi sono polemiche sull’apertura di scuole islamiche o di moschee. Ma questo non è un problema che riguarda il dialogo islamo-cristiano. Le proibizioni o i divieti vengono dallo Stato laico e non hanno motivazioni di difesa del mondo cattolico. Il problema qui è mettersi d’accordo davvero su cosa sia un luogo di culto, da non confondersi con un luogo di guerriglia e di lotta. Lo Stato deve precisare quali devono essere le caratteristiche di tali luoghi e se qualcuno deroga da queste regole, deve avere l’autorità di togliergli tale diritto.
Lo stesso vale per le scuole. In Francia, ad esempio, vi sono delle regole che lo Stato chiede per riconoscere qualunque scuola, anche quella islamica. Occorre ormai giungere a precisare delle norme. Finora non se n’è sentito il bisogno perché vi era un sottofondo comune ovvio. Ma ora, con la nostra società pluralista e globalizzata, queste norme occorre farle. Ad esempio lo Stato deve precisare se nel proprio territorio è il governo che regala il terreno per costruire il luogo di culto o no; se è lecito o no pregare per strada…
Non so quanto questo dialogo potrà essere fruttuoso: il numero considerevole di partecipanti (in tutto più di 50) rischia di non far procedere le discussioni in modo profondo e fruttuoso.

La libertà religiosa

Entrambe le religioni poi pretendono di portare un messaggio di verità e sono chiamate a proclamarlo e diffonderlo nella missione. Ma per fare questo occorre puntualizzare le modalità. Utilizzare mezzi indegni della religione o illeciti va escluso. I musulmani, ad esempio, accusano i cristiani di fare proselitismo facendo “favori” ai poveri e chiedendo in cambio la conversione. Ma anche permettere ad una religione di diffondersi, frenando lo sviluppo dell’altra è ingiusto. Tutto questo è da condannare. Anche l’idea che si promuove nel mondo musulmano, “la verità ha tutti i diritti, la menzogna non ha nessuno diritto”, è ingiusta In base a questo si esclude di fatto la possibilità per le religioni non islamiche di potersi diffondere[3]. A questo è legato il disprezzo verso gli apostati – come quando è avvenuto il battesimo di Magdi Cristiano Allam – che vengono visti come dei traditori, invece che cercatori della verità. Anche avere delle scuole è importante per entrambe le religioni e quindi questo diritto va difeso e non va denigrato come proselitismo.

Conclusione

La mia impressione è comunque che questo dialogo può essere fruttuoso se rispetta 3 dimensioni:

1) occorre che esso inizi e continui anche per anni.

2) Che alla fine siano stilati documenti comuni concreti, che siano poi diffusi il più possibile;

3) Che si dia la massima autorità a tali documenti. Da parte cattolica è facile: basta che il cardinale o un’alta autorità li firmi. Da parte musulmana deve esserci un accordo fra le personalità religiose e i politici islamici. Le leggi che limitano la libertà religiosa sono fatti dai governi islamici, non dai saggi musulmani. Ognuno che partecipa a questi dialoghi, tornando al suo Paese, deve interessare il suo governo e altre associazioni musulmane. Più ancora le decisioni che dipendono dagli Stati dovrebbero essere votati dall’ “Organizzazione della Conferenza Islamica” (OCI). Se non succede questo, diviene scoraggiante. L’autorità del documento è un fatto importante.

Ma la prima e più urgente necessità è quella della libertà religiosa: il diritto di ogni religione a proclamare e diffonderla con mezzi legittimi e leciti e non con quelli illeciti, che devono essere elencati. Questo è un principio spirituale – perché tocca la dignità dell’uomo – e anche un principio teologico, perché tocca il principio dell’uomo creato a immagine di Dio, libero e perciò libero anche di fare degli errori. Mi auguro che da questo incontro venga prestissimo un documento comune sulla libertà religiosa.

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[1] Da questo punto di vista vale la pena precisare che mettersi in dialogo non significa “mettere da parte le proprie credenze”. Noi cattolici, anche se crediamo che la Chiesa cattolica porta la verità, crediamo pure che vi sono semi del Verbo, della verità anche in altre posizioni.

[2] Vedi Tarik Ramadan: “Dopo aver provocato un’ondata di shock, le parole di Papa Benedetto XVI pronunciate a Ratisbona due anni fa avranno avuto senza dubbio conseguenze più positive che negative nel lungo termine. Aldilà della polemica, questa conferenza ha provocato una presa di coscienza generale sulla natura delle rispettive responsabilità sia dei cristiani che dei musulmani in occidente”. Cfr Il Riformista, 31 ottobre 2008).

[3] Tutti i giorni nel mondo musulmano vediamo proclamata la fede musulmana (per radio, televisione, sui giornali, con i megafoni della moschea), mentre un cristiano non può nemmeno portare una croce visibile perché è vietata “la diffusione della menzogna”.

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Rischi dell'informazione

Divulgazione scientifica o arte della persuasione?

di Giulia Galeotti

I fattori chiamati in causa dal problema della divulgazione scientifica sono quattro: le scoperte scientifiche (A), gli scienziati che le producono (B), i giornalisti che le raccontano (C), il grande pubblico che le recepisce (D).

Poiché D, pur non avendo alcuna conoscenza specifica nel campo, beneficia di A (o la subisce, a seconda dei casi), il compito cui è chiamata la divulgazione scientifica è di fare in modo che il pubblico comprenda ciò che gli viene comunicato, il che presuppone che B e C svolgano correttamente il loro compito.

Di questo hanno discusso martedì a Roma scienziati e giornalisti durante la giornata di studio organizzata dal premio Sapio per la ricerca italiana 2008, giunto alla decima edizione. Moderata da Andrea Pamparana, vicedirettore del "tg5" che l'anno scorso ha vinto il premio, la tavola rotonda ha cercato di approfondire il tema, acuitosi di recente: i mass media, infatti, pullulano ormai quotidianamente di notizie, dati e resoconti di ricerche e ritrovati scientifici, questioni che interessano grandemente i non addetti ai lavori. Ed è proprio perché gli ascoltatori sono incompetenti nello specifico che la scienza rischia di trasformarsi nell'arte della persuasione. Recependo informazioni, infatti, o ci fidiamo di chi ci ispira maggiore fiducia, o veniamo convinti da chi ha la migliore arte oratoria ed espositiva. Com'è evidente, chi fornisce in primis l'informazione (lo scienziato) e chi poi la riporta (il giornalista) detiene il potere di decidere cosa dirci, e come dircelo.
Un aspetto cruciale, come ha sottolineato Amelia Beltramini (caporedattrice della rivista "Focus"), è quello dell'interesse economico che v'è dietro: per poterci affidare a una pagina di quotidiano, avremmo bisogno di sapere chi è il proprietario del giornale, così come dinnanzi alle parole dello scienziato sarebbe importante sapere chi finanzia le sue ricerche. Data, invece, la cieca fiducia che ormai nutriamo verso gli uomini di scienza, prescindendo dall'ambito in cui intervengono, il rischio è che nelle decisioni scientifiche "si finisca per scegliere in modo emotivo" (la Beltramini ha argomentato prendendo come esempio Veronesi: se parla di cancro al seno è la massima autorità in materia, ma quando si pronuncia sull'energia nucleare non ha alcuna competenza specifica).
Sul fronte dei giornalisti, accanto al grande nodo della loro onestà e della reale libertà rispetto ai propri editori, v'è il problema della loro effettiva competenza. Chi fa informazione scientifica conosce realmente ciò di cui sta parlando? Diversi relatori hanno sollevato la questione dei giovani collaboratori dei giornali che, pagati pochissimo, non dispongono né delle risorse né del tempo necessario per scrivere in modo accurato e documentato, scopiazzando qua e là (per cui un eventuale errore può essere ripetuto infinite volte). Più in generale, del resto, la divulgazione scientifica è una lotta contro il tempo, alla ricerca del dato sensazionale di immediata percezione per chi legge. L'informazione, invece, dovrebbe diventare adulta e restituire alla ricerca scientifica la complessità che le pertiene, il che non è affatto in contraddizione con la semplicità nell'esposizione.
Partendo dal presupposto che l'informazione, compresa quella scientifica, non è mai neutra, Vito Pindozzi - caporedattore centrale del "Giornale radio rai" - ha ricordato alcuni aspetti positivi indotti dal giornalismo in questo campo, come le campagne di denuncia o di sensibilizzazione alla tutela della salute. È facile, però, entrare nel circolo distorto del sovraccarico informativo, con un'autentica escalation: aumentando i dati, aumentano le fonti d'informazione, il che fa aumentare il disagio in chi le riceve, disagio che poi si traduce in ansia, in confusione e, quindi, nella diminuzione di certezze, il che porta, inevitabilmente, alla necessità di reperire nuovi dati.
Quanto agli scienziati, è stato più volte ribadito che la scienza dovrebbe farsi divulgatrice, trasmettendo lei stessa le informazioni al pubblico. Secondo Stefano Fantoni, direttore della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste, non bastano più i mediatori, occorre invece spendersi come scienziati per cercare di dare risposte ai grandi dubbi della società. Manuela Arata, del Technology tranfer office del Cnr, da parte sua ritiene che il divulgatore scientifico per eccellenza sia lo scienziato, che deve imparare a usare il linguaggio del pubblico. Proprio in quest'ottica - che può ingenerare qualche riserva - è stata data una menzione speciale per la divulgazione scientifica a Lucy Hawking, coautrice insieme con il padre Stephen Hawking del libro per bambini La chiave segreta per l'universo (Mondadori), in cui vengono spiegate al piccolo pubblico le meraviglie del cosmo. La Hawking ha raccontato che l'avventura è stata pensata e scritta partendo dalle domande che i bambini, in tanti anni, hanno rivolto a suo padre. Né deve sorprendere, ha aggiunto, che un eminente scienziato abbia scritto un libro per l'infanzia: Stephen Hawking condivide, infatti, con i bambini la curiosità verso il mondo, e il fatto di porsi costantemente la domanda sul perché delle cose. Padre e figlia sono del resto preoccupati dell'allontanamento dei bambini dalla scienza: uno studio effettuato nel Regno Unito ha rivelato che un'alta percentuale di bimbi crede che Mars sia solo una barretta di cioccolato.
Stimolante l'intervento di Piergiuseppe Pelicci - presidente del Comitato scientifico della Fondazione Umberto Veronesi e Direttore scientifico del Dipartimento di Oncologia sperimentale dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano - che ha affrontato il delicato tema del trasferimento e del passaggio delle scoperte scientifiche al processo industriale. Si tratta di un aspetto fondamentale anche perché il trasferimento alle imprese è nel mondo occidentale odierno "il solo modo funzionante con cui la scienza rende noti i propri risultati al pubblico", cioè è la via mediante cui la gente usufruisce della scienza. Le logiche che dominano questo rapporto sono, dunque, quelle dell'impresa, il che ha gravi conseguenze, ad esempio, laddove lo scienziato faccia una scoperta efficace ma non proteggibile, tale scoperta non si svilupperà mai. Le soluzioni non sono facili. Ma già riconoscerlo è importante: parte dell'interesse della tavola rotonda di martedì è stato proprio il fatto di aver richiamato l'attenzione sul delicato e importante tema della divulgazione scientifica.

(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2008)

Un esempio di come si crea confusione nella mente dei semplici: il Gesù del cardinale Martini

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Galileo e Papa Ratzinger, incontro a Firenze: Benedetto XVI al convegno in Santa Croce nel maggio 2009? (Fatucchi)


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Scienza & Fede Galileo e Ratzinger, incontro a Firenze?

Il Papa al convegno in Santa Croce

Dalla Santa Sede contatti e conferme sulla presenza di benedetto XVI. Padre Brovedani, direttore dello Stensen: «Potrebbe essere un'importante occasione di confronto»

Marzio Fatucchi

Un convegno su Galileo Galilei con i massimi esperti mondiali del rapporto tra religione e scienza, tra cui il filosofo e storico Paolo Rossi e Nicola Cabibbo, fisico e presidente della Pontificia accademia delle scienze.
Potrebbe essere questa l'occasione per la prima visita a Firenze di Benedetto XVI, che da tempo ha espresso l'intenzione, in occasione delle celebrazioni galileiane, di fare «qualcosa di importante», di lasciare un segno.
Un passo per proseguire nel percorso avviato da Papa Giovanni Paolo II, nel tentativo di recuperare il legame tra fede e ragione: un rapporto che vede proprio nella condanna delle teorie copernicane enunciate dal fisico e matematico pisano la maggiore incrinatura. Un legame spezzato da quattro secoli. La conferma ufficiale, dopo l'anticipazione pubblicata da Il Giornale della Toscana, ancora non c'è.

IPOTESI POSSIBILE.

«Un'ipotesi possibile», filtra però dagli ambienti vaticani, che tengono allo stesso tempo a dire che il progetto della partecipazione al convegno «è possibile» ma, appunto, siamo a livello di ipotesi, non di progetto già in fase di realizzazione. «Potrebbe essere un'occasione, a prescindere del convegno », si limita a dire padre Ennio Brovedani, direttore dell'Istituto Stensen, organizzatore dell'appuntamento. Un appuntamento internazionale, con alcune sessioni tematiche chiuse (sarà necessario iscriversi per partecipare).
«Quello che è certo è che il convegno ci sarà», insiste il padre gesuita. L'apertura si terrà il 26 maggio del 2009, con le Lectiones Magistrales di Rossi e Cabibbo in Santa Croce, nella Basilica che ospita il monumento funebre del matematico. Dopo la giornata di apertura, via a tre giorni di seminari e incontri, che abbracceranno quattro secoli di storia.

PROCESSO E CONDANNA.

Partiranno dalla condanna anticopernicana del 1616 per arrivare alla «riabilitazione » del 1992 passando, ovviamente, dal processo. E, simbolicamente, per sancire questa riconciliazione, l'ultima giornata si terrà a Villa «Il Gioiello», ad Arcetri, l'ultima casa di Galileo. «Sono coinvolte 18 istituzioni scientifiche internazionali, quelle che, storicamente, hanno avuto un ruolo nel processo a Galileo. È la prima volta che succede in 400 anni», spiega padre Ennio. Si va dal Pontificio consiglio per la cultura (sarà presente anche il ministro della cultura del Vaticano, monsignor Ravasi) all'Osservatorio di Arcetri, dalla Pontificia accademia delle Scienze alla Normale di Pisa, passando dalla Specola Vaticana alle università di Firenze, Pisa e Padova. L'obiettivo è, spiega l'istituto Stensen nella presentazione dei cinque giorni di incontri, «una rilettura storico- filosofica e teologica del "Caso Galileo", alla luce delle più recenti ricerche scientifiche e storiche» per «alleviare la tensione e il conflitto che ancora turbano le relazione tra la Chiesa e la scienza». Un appuntamento che spicca, nelle penuria di iniziative nate dopo i roboanti annunci per le celebrazione galileiane. Ma il Papa verrà o no? Padre Ennio si trincera dietro un diplomatico «c'è una domanda espressa da molti che sua santità venga a Firenze».

«CONTATTI ROMANI».

Ma altre fonti assicurano che sono intercorsi «contatti romani» e che il «Vaticano è a conoscenza della richiesta ». E non può sfuggire la presenza, tra le istituzioni coinvolte, dell'ateneo fiorentino: lo scorso gennaio il rettore Augusto Marinelli aveva invitato a Firenze Papa Benedetto XVI, sempre per l'occasione delle celebrazioni galileaiane. Una richiesta sempre presente, in parte «congelata» dopo le polemiche nate per l'invito fatto dall'ateneo romano al pontefice per l'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza. Ma partecipare ad un evento organizzato da una associazione cattolica potrebbe risolvere anche questo problema.

© Copyright Corriere della sera, 2 novembre 2008 consultabile online anche qui.

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LE UCCISIONI DIMENTICATE

LE SPALLE AL CRISTIANESIMO

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Dall'India alle Filippine, dall'Iraq al Pakistan, si susseguono gli assassinii di sacerdoti e di fedeli cristiani: perlopiù cattolici anche se numerosi sono pure i protestanti.

Di fronte a queste uccisioni l'opinione pubblica occidentale ha una reazione ormai scontata: gira la testa dall'altra parte.

Non fa sostanzialmente eccezione, cosa all'apparenza straordinaria, neppure la parte esplicitamente cristiana di quell'opinione pubblica, quasi che avesse il timore, alzando troppo la voce, di rendere le cose ancora peggiori.

Naturalmente viene da chiedersi quale sarebbe invece la reazione dell'uomo della strada, dei media e dei governi occidentali, se in una qualunque parte del mondo ad essere presi di mira per la loro appartenenza religiosa, al posto dei cristiani, ci fossero i seguaci di altre confessioni, per esempio gli ebrei.

Ma chiederselo sarebbe solo indulgere in una polemica sterile. In realtà, infatti, la reazione quasi inesistente dell'opinione pubblica alle notizie di uccisioni di cristiani non è niente altro che il frutto di fenomeni profondi da lungo tempo all'opera nelle nostre società, l'effetto di lenti smottamenti ideologici che ne stanno cambiando il profilo ultramillenario.
Sotto i nostri occhi si sta consumando una gigantesca frattura storica: non vogliamo essere, non ci sentiamo più delle società cristiane. Non vogliono più esserlo non le grandi maggioranze, ma soprattutto le élite intellettuali. La critica della religione, infatti, è rimasta, alla fine, il solo e vero denominatore comune sopravvissuto alle infinite vicissitudini della cultura moderna.
Dell'illuminismo, del marxismo, del darwinismo, del freudismo e di ogni altro «ismo» tutti gli snodi e gli assunti sono stati di volta in volta smentiti, contraddetti e abbandonati. Una sola cosa però, comune ad ognuno di essi, è restata come acquisto generale: l'idea che la religione, e quindi innanzitutto il cristianesimo, rappresenta la prima «alienazione» dell'umanità premoderna, di cui i tempi nuovi esigono che ci si sbarazzi.
È così accaduto che nelle società occidentali — lo dico con sbigottimento di non credente — la religione sia diventata intellettualmente impresentabile, e dunque sempre meno rappresentata culturalmente. E che anche perciò nelle nostre società (tranne forse gli Stati Uniti) il cristianesimo, di fatto, non strutturi più alcun senso di appartenenza realmente collettiva. Che esso sia, debba obbligatoriamente essere, invece, un fatto solo privato. Ne consegue come cosa ovvia che le sue sorti pubbliche e storiche non ci riguardano più: figuriamoci poi se si svolgono in qualche remota contrada dell'Asia o dell'Africa.
A sentire in questo modo ci ha spinto, paradossalmente, lo stesso senso comune diffuso per molti anni in tanta parte del mondo cattolico.

Il quale, fino a tempi assai recenti, è stato attentissimo, anche nelle sue massime espressioni istituzionali, a non essere collegato a nulla che sapesse di Europa o di Occidente, per paura che ciò avrebbe automaticamente messo in pericolo la sua autonomia politica e/o macchiato la sua purezza evangelica.

Nutrendo forse la speranza, non saprei quanto fondata, che alla fine ciò gli avrebbe fatto guadagnare altrove il terreno che qui andava perdendo.

© Copyright Corriere della sera, 3 novembre 2008 consultabile online anche qui.

Sposo in tutto e per tutto questo editoriale di Galli della Loggia.
Come gia' disse il cardinale Ratzinger, si assiste ad un odio dell'Europa verso se stessa.
E non di tratta di pessimismo ma di pure e semplice realismo.
Da questo odio nasce la negazione (assurda!) delle radici cristiane dell'Europa e dell'Occidente.
In tutto cio', diciamocelo, la Chiesa ha le sue colpe: per decenni ha avuto paura di essere identificata con il mondo occidentale in nome di un dialogo interreligioso che poi si e' dimostrato un gigante dai piedi di argilla.
Questa sorta di "abbandono dell'Europa" non ha impedito il crollo delle Torri Gemelle ne' ha aiutato i Cristiani in India e Medio Oriente.
Papa Benedetto sta gettando le basi per una nuova allenza fra il Cattolicesimo e l'Europa, ma il processo e' lungo e, soprattutto, richiede che vescovi, cardinali e sacerdoti "diano una mano" al Santo Padre, cosa che, purtroppo, ancora non si evidenzia, anche se vedo deboli segnali di ripresa in questo senso.
Permettetemi un'ultima considerazione
Ha ragione Della Loggia: la reazione dei media e della societa' occidentale sarebbe stata ben diversa se ad essere massacrati fossero seguaci di altre religioni.
Registro ancora una volta il silenzio assordante dei leader religiosi a partire dal Dalai Lama che, intervistato ieri sera da Sky, ha parlato di Tibet, di India, di Cina, ma non ha proferito parola sul genocidio dei Cristiani.
Ovviamente ne' l'intervistatore ne' gli altri media hanno sollevato nemmeno lontamente il problema.
E' un po' troppo comodo, cari giornalisti!
Lo stesso discorso vale per i leader delle altre religioni presenti in India e Medio Oriente.
Che cosa sarebbe accaduto se fosse stato il Papa a non parlare dei Paesi martoriati? Domanda retorica...lo sappiamo gia'!
Abbiamo gia' avuto modo di leggere reprimende a senso unico.
Svegliamoci tutti e smettiamola di accusare il Papa di essere eurocentrico: egli ha capito perfettamente, e da anni, che la sfida della nuova evangelizzazione parte da qui
.
R.

Benedetto XVI: "Creazione ed evoluzione sono compatibili, la sfida è comprendere il "libro" della realtà" (Martínez)


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DARWIN/ Benedetto XVI: creazione ed evoluzione sono compatibili, la sfida è comprendere il "libro" della realtà

Rafael Martínez

Il discorso di Benedetto XVI alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze era atteso, ieri mattina, con inusuale attenzione.
Le polemiche che hanno accompagnato in questi ultimi tempi la questione dell’evoluzionismo non hanno risparmiato il mondo cattolico. Come è noto hanno coinvolto importanti ecclesiastici, e hanno perfino chiamando in causa in diverse occasioni le parole del Papa.
Sia da parte di chi guarda con sospetto le teorie di Darwin, come di chi vorrebbe una decisa accettazione della cosmovisione evolutiva anche in ambito teologico, ci si attendeva una qualche presa di posizione.
A una prima lettura sembrerebbe quasi che le parole di Benedetto XVI, nella loro brevità, non abbiamo voluto entrare nella polemica. Forse potranno essere utilizzate a scopo polemico da una o dall’altra parte, come spesso accade, ma senz’altro non sembra questa l’intenzione del discorso.
Un breve accenno ai suoi predecessori, Pio XII e Giovanni Paolo II, segna una delle idee centrali attorno alle quali si snoda l’intero discorso: non ci può essere nessuna opposizione tra la creazione, come è compresa dalla fede, e l’evidenza delle scienze empiriche. Pronunciate di fronte ad alcuni dei più noti esperti nel campo dell’evoluzione dell’universo e della vita (Stephen Hawking, Christian de Duve, Yves Coppens o Luigi Cavalli-Sforza, tra altri) queste parole non sono senz’altro un luogo comune, ma vanno intese in senso forte: l’evoluzione, così come è oggi accettata, insegnata e discussa dalla comunità scientifica che l’Accademia rappresenta, non può destare nessuna paura alla teologia o alla fede cristiana. Altretanto possiamo dire delle teorie sull’origine ed evoluzione dell’universo, e di ogni altra impresa scientifica. La Chiesa ringrazia la scienza “di questo mutuo arrichimento nella ricerca della verità e del benessere dell’umanità”, ha riaffermato il Papa alla fine del discorso con parole del suo predecessore.

Se questo è il trasfondo del discorso, il suo punto nodale va oltre, e cerca di costruire una strada attraverso la quale l’intelligenza della fede possa scoprire nelle evidenze della scienza una lettura trascendente che si apre al senso ultimo del reale.

Benedetto XVI ha accennato a due importanti chiavi di comprensione. In primo luogo, la nozione di creazione, che non di rado viene intesa soltanto come in relazione all’inizio di una realtà che dovrà poi avere un proprio sviluppo e storia. In questo modo la creazione viene ridotta a livello di ogni altra causa fisica o scientifica. In senso teologico, ricorda il Papa, creazione significa la continua relazione “fondante” che lega la creatura al Creatore, causa di ogni essere e di ogni divenire. La fede nel creatore in nessun modo rende superflua l’indagine sui meccanismi e sui processi evolutivi del mondo. Evidenzia invece come gli stessi processi evolutivi possano portarci a scoprire “la sapienza providente” del Creatore, che sostiene amorevolmente la loro esistenza.
L’altro punto costituire l’inizio di tale strada. Nell’evoluzione del universo e della vita, il mondo ci appare come un “libro” (immagine usata tra l’altro da Galileo) in cui, malgrado gli elementi irraizonali e caotici, la ragione è capace di penetrare. In questo modo la scienza stessa scopre che questo libro “è legibile”; esso ha senso, possiede una logica e perfino una “matematica intrinseca” che possiamo cogliere come ordine e come innegabile finalità. In questo compito scienza e filosofia si muovono insieme nella riflessione sul delicato equilibrio che struttura il mondo fisico, la vita e il suo sviluppo, per arrivare anche a ciò che è specifico della persona umana. In questo modo le scienze accrescono la comprensione del carattre unico che l’umanità occupa nel mondo.

© Copyright Il Sussidiario, 1° novembre 2008

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Tra il Papa e l’eretico la spunta Galileo

Caterina Maniaci

Nella sfolgorante sala Clementina del Palazzo apostolico il Papa parla di universo, della sua origine.
Spiega che scienza e fede non solo non sono in contrapposizione ma partecipano, insieme, della verità divina e della realtà empirica. Sono un «libro scritto da Dio». Lo fa davanti ad alcuni tra i più brillanti scienziati del mondo per quanto riguarda le ultime scoperte in fatto di origine dell’universo, che partecipano all’assemblea plenaria della Pontificia accademia delle scienze, e davanti al fisico Stephen Hawking, comunemente definito «l’erede di Einstein che siede sulla cattedra di Newton» a Cambridge, fautore di teorie che escludono in linea di principio l’intervento di un Creatore del cielo e della terra.

Foto storica

Il Papa ricorda e cita Galileo Galilei, quando dice appunto che anche lo scienziato pensava che la natura fosse un «libro scritto da Dio». Quanta distanza da quei giorni del Seicento in cui un altro Papa ascoltava con sospetto Galilei esporre le sue teorie...

Qualcuno si potrebbe stupire davanti all’immagine del Papa che dialoga con gli scienziati e all’idea che in Vaticano, per quattro giorni, si discuta di «Teorie scientifiche sull’evoluzione dell’universo e della vita». Così come viene definito «eccezionale» l’incontro di Ratzinger con Hawking - che era stato ricevuto in Vaticano 30 anni fa - adesso immortalato nelle foto dell’evento con il Papa chino sulla carrozzella su cui è costretto lo scienziato.

Il tema delle teorie scientifiche sull’evoluzione dell’universo e della vita, a fronte di una ricerca giunta apparentemente a un passo dalla scoperta delle origini, come nell’esperimento sul Big bang avviato dal Cern di Ginevra, è certo meno astruso e settoriale di quanto possa apparire, come sottolinea il fisico Nicola Cabibbo, presidente della Pontificia accademia, nel suo intervento introduttivo. Visto che «il sapere scientifico costituisce, insieme alla saggezza tradizionale, alla fede religiosa e ai valori dell’educazione, una parte essenziale delle conoscenze orientative che ci servono a prendere decisioni individuali e sociopolitiche», decisioni sulla vita e sulla morte, sui cambiamenti climatici, sull’uso delle risorse del pianeta.

Cabibbo ammette, davanti al Papa, che, nonostante gli «enormi progressi» della scienza, molti interrogativi sono ancora aperti, anzi, se ne sono aggiunti di nuovi. Il Papa plaude alle scoperte per il bene dell’uomo e insiste, certo non da oggi, sulla necessità di superare antitesi, come quella tra evoluzionismo e creazionismo, che ha più volte definito «assurde». Così nella sala si concretizza anche il “fantasma” di Charles Darwin, altro nome usato come vessillo per la secolare disputa che ha opposto, appunto, scienza e fede, evoluzione e creazione.

Anniversari in vista

Nel 2009 ricorrerà l’Anno galileiano e l’Origine della specie compirà 150 anni, che la Santa Sede si appresta a celebrare superando ogni contrapposizione. E proprio l’evoluzione - scrive l’antropologo Fiorenzo Facchini sull’Osservatore romano - «può diventare terreno di incontro tra scienza e fede. Non solo conciliabilità, ma complementarità e armonia», aggiunge Facchini sul quotidiano vaticano, lasciando da parte «ipotesi fuorivianti», accuse di «indebita intromissione» e «nuovi dogmi», e anche la teoria americana dell’ “intelligent design”, che «crea nuovi equivoci» e di cui certamente «non c’è proprio bisogno».

© Copyright Libero, 1° novembre 2008

Mons. Monari (Brescia): "Con il Sinodo la Chiesa ricomincia dalla Parola" (Tedeschi)


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L’INTERVISTA.

Monsignor Luciano Monari era uno dei quattro componenti della delegazione italiana al sinodo mondiale. Così racconta la sua esperienza

«La Chiesa ricomincia dalla Parola»

Il vescovo: «La pastorale si anima a partire dal Verbo». «L’Islam? Dialogo auspicabile ma i diritti delle donne vanno riconosciuti»
Commovente la testimonianza di vescovi provenienti da Chiese povere o perseguitate
Un voto elettronico per approvare le proposizioni uscite da un lungo confronto


Massimo Tedeschi

Eccellenza, nelle 55 «propositiones» del sinodo si trovano tanti spunti che lei aveva anticipato nella sua lettera pastorale: è stato... profeta?

(Sorride) Sia il sinodo che la lettera pastorale affrontano temi che da un pezzo nella Chiesa vengono vissuti e richiamati. Dalla costituzione conciliare «Dei verbum» a oggi la Chiesa ha compiuto un cammino di 40 anni. Quello che io ho tentato di dire nella lettera pastorale è l’applicazione della «Dei verbum» alla vita della Chiesa bresciana.

Come definirebbe il sinodo? È un "parlamento" della Chiesa?

È un piccolo corpo che rappresenta il collegio dei vescovi e offre al Papa alcune riflessioni che ai vescovi sembrano importanti su un tema che il Papa stesso propone. Il sinodo rappresenta il collegio dei vescovi. Il suo scopo non è decidere, ma offrire riflessioni al Papa. Riunire tutti i 3000 vescovi del mondo è complicato. Perciò si è fatto ricorso a una rappresentanza di 250 vescovi.

Che clima ha «respirato» a contatto con vescovi di tutto il mondo?

Abbiamo vissuto rapporti di amicizia, di conoscenza reciproca. I vescovi rappresentano davvero il mondo intero: lì si capisce il cammino della Chiesa all’interno di un clima di affetto, che è la premessa per vivere un rapporto di fede e di carità reciproca.

Come si sono svolti i lavori del sinodo?

Per dieci giorni tutti i membri dell’assemblea sono intervenuti per 5 minuti a testa. Potevamo leggere un testo non superiore alle 3.500-4.000 battute. C’è stata poi una seconda parte in cui i «circoli minori», suddivisi per aree linguistiche, hanno lavorato formulando delle proposizioni. Una commissione ha riunito le 300 proposte uscite, le ha ricondotte alle cose essenziali. Abbiamo proceduto a un voto anche elettronico e le abbiamo consegnate al Papa, che ne potrà trarre un’esortazione apostolica.

Benedetto XVI ha definito il sinodo una scuola dell’ascolto. A lei chi è piaciuto ascoltare?

Mi sono piaciute alcune testimonianze ed esperienze della forza della parola di Dio in situazioni di persecuzione, come nei Paesi ex comunisti, o del Vicino Oriente, o dell’India. E poi le esperienze delle chiese povere. Mi hanno molto colpito le testimonianze dei vescovi delle Filippine, per il taglio esistenziale della riflessione a partire dalla Parola.

Papa Ratzinger ha parlato anche di incontro «commovente». A cosa si riferiva?

Penso si riferisse proprio a questo aspetto. Ci sono state testimonianze rese con una franchezza e un’immediatezza davvero grande. In alcuni momenti si sentiva il cuore della gente, delle comunità cristiane.

Fra le propositiones è entrato anche il tema del rapporto con l’Islam. Non è un tema eccentrico rispetto alla Bibbia?

No, non lo è. Tra i temi affrontati c’era il rapporto della parola di Dio con l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Come regola della nostra fede abbiamo un testo concreto, la Bibbia, collocato nella grande tradizione della Chiesa. Lo accettano altri cristiani, come i protestanti e gli ortodossi. Una parte è accettata come regola di fede anche dagli ebrei. A questo testo fanno riferimento anche i musulmani per alcuni aspetti, come la discendenza da Abramo e la figura di Gesù come profeta. Da lì è sorta la domanda su quale dialogo è possibile con l’Islam.

La risposta del sinodo?

È che il dialogo è possibile, desiderabile, e bisogna cercare di arricchirlo. Anche per questo è necessario che si chieda all’Islam di fare spazio ai diritti riconducibili a tutti, in particolare alle donne.

Pensate che con queste premesse il dialogo sarà più facile?

Ci speriamo. Il dialogo fra persone che vivono esperienze religiose diverse è inevitabile per arrivare a una comunicazione vera, alla pace, all’accettazione reciproca, alla convivenza. L’accettazione è inevitabile ed è fuori dubbio l’importanza di trovare rapporti di fraternità. Il dialogo, come si direbbe oggi, è un "must" nella nostra situazione, il che non vuol dire omogeneizzare. Alcune cose all’Islam vanno chieste. Alcuni diritti fondamentali nell’Occidente sono comunemente accettati. Nell’Islam prevale un’ottica giuridica come qualcosa di assoluto. La separazione fra ordine socio-politico e ordine religioso da noi è un dato acquisito. Il sinodo addita anche il tema della reciprocità e della libertà di coscienza e di religione in questo dialogo con l’Islam.

Il vescovo di Brescia, monsignor Luciano Monari, è reduce dal sinodo dei vescovi. L’organismo istituito da Paolo VI nel 1965 ha tenuto la sua 22esima assemblea generale sul tema «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa». Monari formava la ristretta delegazione italiana insieme al presidente della Cei Angelo Bagnasco, al patriarca di Venezia Angelo Scola e al cardinale di Napoli Crescenzio Sepe: un riconoscimento della sua autorevolezza, della sua competenza. Il Sinodo ha sottoposto al Papa 55 proposizioni conclusive. I lavori hanno trattenuto a Roma il vescovo di Brescia per tre settimane. L’abbiamo incontrato, nel suo studio, per raccogliere il suo racconto dell’esperienza sinodale. Lui ha parlato a lungo, spesso raccogliendosi e chiudendo gli occhi. Come fa quando vuole concentrarsi.

© Copyright Brescia Oggi, 2 novembre 2008 consultabile online anche qui.

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In aumento nel mondo il fenomeno dei trapianti illegali che coinvolge specialmente bambini

Il commercio degli organi una moderna schiavitù

di Danilo Quinto

All'interno della tratta degli esseri umani - un'industria che secondo i dati diffusi a Vienna all'inizio di quest'anno, durante la prima Conferenza mondiale sul tema, vale trentadue miliardi di dollari - esiste anche il fenomeno della tratta a scopo di traffico di organi per trapianti illegali.
La schiavitù moderna prevede che la persona umana sia adoperata per vari usi, come merce di scambio: oltre che per pedopornografia, prostituzione, lavoro e matrimoni forzati, adozioni, anche, appunto, per commercio di organi.
L'Organizzazione mondiale della sanità stima che dei sessantaseimila trapianti di rene effettuati nel mondo nel 2007, circa il dieci per cento siano illegali.
Si preleva l'organo da un povero del terzo mondo, pagandolo a prezzi "stracciati" e lo si rivende a migliaia di dollari agli occidentali che ne hanno necessità. Avviene in molti Paesi.
La domanda di organi per il trapianto, che cresce ad un ritmo del 33 per cento l'anno, conosce un'offerta di donatori che è pari solo al 2 per cento. Le liste d'attesa diventano lunghe, estenuanti. Ci si affida, quindi, all'"organizzazione", complessa e ben articolata, che gestisce i "donatori" di organi, che sono coloro che sopravvivono nei quartieri degradati del Brasile, dell'India, del Pakistan, delle Filippine.
Nel mese di febbraio di quest'anno, i vescovi delle Filippine hanno chiesto al Governo "regole più severe" in materia di donazione di organi, condannando "ogni forma di vendita e traffico illecito di organi", soprattutto di reni.
"La vendita e il commercio di organi - ha affermato monsignor Angel Lagdameo, arcivescovo di Jaro e presidente della Conferenza episcopale - è moralmente inaccettabile". Sono stati denunciati l'abuso della vendita di reni, che sfrutta la povertà di tanta gente. "Comprendiamo i poveri, che non dovrebbero essere biasimati per questo; sono esseri umani e non possono essere trattati come merci. Incoraggiamo invece la donazione volontaria di organi dopo la morte e anche da donatori viventi".
Secondo il Dipartimento della salute filippino, il costo di un rene è stimato intorno ai tremilaseicento dollari, dei quali il donatore riceve solo un terzo della somma; i due terzi vanno ad intermediari. Nell'aprile di quest'anno, il Governo filippino, "per proteggere i poveri dal mercato nero della vendita di organi", ha messo al bando tutte le donazioni di reni in favore di cittadini stranieri. L'unica eccezione prevista è nel caso si possa dimostrare una parentela di sangue tra donatore e paziente.
Nel 1994, il Governo federale indiano ha introdotto la legge sul trapianto di organi umani, per controllare i trapianti di tutti gli organi. Per favorire l'attuazione della legge, tutti gli Stati hanno istituito delle commissioni per l'autorizzazione dei trapianti. Senza l'approvazione della commissione, nessun parente o altra persona può donare un rene, ma ciò nonostante la situazione non appare migliorata.
Il 6 febbraio 2008, si è conclusa in Nepal la storia di un medico-chirurgo indiano che per la polizia ha organizzato il maggiore tra i racket di trapianto di rene finora scoperti. A chi l'ha arrestato, che gli contestava 500 trapianti illegali, il dottore avrebbe detto che il numero era almeno di tremila reni espianti dai poveri e trapiantati agli occidentali nel suo ospedale.
La Cina, nel maggio 2007, ha proibito qualsiasi commercio di organi umani. La decisione del Consiglio di Stato ha risposto all'accusa, da più parti formulata, che funzionari pubblici e medici prelevino senza consenso e vendano gli organi di condannati a morte e di vittime di incidenti stradali. Ai medici coinvolti in simili traffici sarà revocata la licenza e per cliniche e ospedali sarà sospesa ogni operazione di trapianto per almeno tre anni. Per i funzionari pubblici ci sarà l'arresto e il licenziamento e per tutti una multa da otto a dieci volte il valore della "vendita".
È accertato che in Pakistan si vendono oltre 6.500 reni l'anno.
In Afghanistan sono in corso indagini su alcuni centri clinici che al tempo dei talebani avrebbero fornito supporto di personale e di attrezzature ai trafficanti di organi.
Per anni, le Suore di Santa Maria hanno denunciato la scomparsa di bambini a Maputo, in Mozambico. Nel febbraio del 2004, viene uccisa a Nampula, la missionaria luterana, di origine brasiliana Doraci Julita Edinger, di 53 anni, in Africa da sei anni. Aveva rotto il muro di omertà sulla sorte di molti bimbi fatti a pezzi dai trafficanti di organi. Prima l'hanno violentata, poi l'hanno uccisa a martellate.
Molti elementi fanno ritenere che una "fonte" per il traffico di organi sia costituito dai bambini, "invisibili" o "intoccabili", come vengono chiamati: i primi, sono i bambini che scompaiono nel nulla; i secondi sono i non registrati, quarantotto milioni nel mondo, secondo le stime, oltre tre quarti dei quali nell'Africa subsahariana e nel sud-est asiatico, ma anche in America Latina, dove, in base ai dati, un bambino su sei non esiste.
Che il commercio di parti del corpo umano sia una realtà e non una leggenda - come in molti colpevolmente sostengono - lo testimoniano anche atti parlamentari.
Il Parlamento europeo, quest'anno, due volte è intervenuto sul tema. Entrambe le volte, affermando che anche l'Europa è interessata da questo fenomeno.
Nel mese di gennaio, è stata la Commissione affari interni del Parlamento europeo a sostenere: "Considerando che sebbene le stime attuali pongano il traffico di organi in posizione relativamente bassa tra tutte le forme di traffico illecito, il traffico di organi e tessuti sta diventando sempre più un problema globale che si verifica all'interno e attraverso le frontiere nazionali ed è sostenuto dalla domanda (stima di 150-250 casi all'anno in Europa)".
Nel mese di aprile, una risoluzione del Parlamento europeo afferma che traffico, commercializzazione e turismo dei trapianti "sono in rapido sviluppo", che "vi è un legame tra penuria di organi e traffico" e sottolinea come sia "necessario disporre di ulteriori dati sul traffico di organi". Denuncia anche che quattro Stati membri non hanno ancora ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale; cinque Stati membri non hanno ratificato il relativo protocollo aggiuntivo per prevenire, eliminare e punire la tratta di esseri umani, specialmente donne e bambini ("il Protocollo di Palermo"); nove Stati membri non hanno ratificato il protocollo facoltativo della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo sulla vendita di bambini, la prostituzione infantile e la pedo-pornografia; diciassette Stati membri non hanno ratificato la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro il traffico di essere umani.
Il testo sottolinea che qualsiasi sfruttamento commerciale di organi non è etico ed è contrario ai valori umani fondamentali e che la donazione di organi dettata da considerazioni di carattere finanziario degrada il dono dell'organo a semplice merce di scambio, il che costituisce una violazione della dignità umana e viola l'articolo 21 della Convenzione sui diritti dell'uomo e sulla bio-medicina ed è proibito ai sensi dell'articolo 3, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.
Il Parlamento europeo ritiene che, per combattere il traffico di organi nelle parti più povere del mondo, sia necessario adottare una strategia a lungo termine, finalizzata ad abolire le disuguaglianze sociali che sono alla radice di tali pratiche; sottolinea che, per poter combattere la pratica della vendita di organi in cambio di soldi (specialmente nei Paesi in via di sviluppo), occorre predisporre meccanismi di tracciabilità, al fine di impedire che questi organi entrino nell'Unione europea.
La risoluzione invita la Commissione e gli Stati membri ad adottare misure per prevenire il "turismo di trapianti", elaborando orientamenti volti a proteggere i donatori più poveri e vulnerabili contro il rischio di essere vittime del traffico di organi e adottando misure che accrescano la disponibilità di organi ottenuti in modo legale e mediante lo scambio di registrazioni di liste di attesa fra le organizzazioni per lo scambio di organi per evitare iscrizioni multiple alle liste.
Esorta gli Stati membri a modificare i rispettivi codici penali per far sì che i responsabili del traffico di organi siano adeguatamente perseguiti, comprendendo sanzioni per il personale medico coinvolto nel trapianto di organi ottenuti dal traffico illecito, effettuando nel contempo ogni sforzo per scoraggiare i potenziali riceventi dal cercare organi e tessuti che siano stati oggetto di tale traffico; sottolinea che si dovrebbe prendere in considerazione la previsione della responsabilità penale a carico dei cittadini dell'Unione europea che abbiano acquistato organi all'interno o all'esterno dell'Unione europea.
Il testo, infine, denuncia il fatto che più di sessantamila pazienti in Europa sono attualmente in attesa di un trapianto e dieci muoiono ogni giorno a causa della penuria di organi.
Il Parlamento europeo chiede un piano d'azione che rafforzi la cooperazione tra gli Stati membri al fine di aumentare la disponibilità di organi, potenziare l'accessibilità dei sistemi di trapianto, sensibilizzare l'opinione pubblica e garantire qualità e sicurezza.
La penuria di donazioni d'organi per trapianto è un dato drammatico. È sufficiente osservare a questo riguardo le cifre delle liste d'attesa nei Paesi europei. In Italia, ad esempio, alla data del 31 dicembre 2007, erano 9.779 i pazienti in lista d'attesa (6.897 per il rene, 1.482 per il fegato, 853 per il cuore, 255 per il pancreas, 294 per il polmone). Il tempo d'attesa è stimato in 3,02 anni per il rene (con una mortalità dell'1,31%); 1,83 anni per il fegato (mortalità 7,46%); 2,47 anni per il cuore (mortalità 7,75%); 2,90 per il pancreas (mortalità 1,74%); 2,12 anni per il polmone (mortalità 14,00%).
Grande è stata l'opera di sensibilizzazione svolta dalla Chiesa in tema di donazioni d'organi ("ogni intervento di trapianto d'organo, come già in altra occasione ho avuto modo di sottolineare, ha generalmente all'origine una decisione di grande valore etico: la decisione di offrire, senza ricompensa, una parte del proprio corpo, per la salute ed il benessere di un'altra persona", affermò Giovanni Paolo ii nel 2000, durante un discorso al Congresso della Società dei Trapianti), così come ferma è stata la posizione nei confronti del traffico di organi umani a scopo di trapianto: "una prassi inaccettabile - sostenne Giovanni Paolo ii - poiché, attraverso un utilizzo "oggettuale" del corpo, viola la stessa dignità della persona".

(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2008)

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Un cantastorie per la Bibbia

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Enzo Bianchi

Quelli della via»: così, prima ancora di ricevere il nome di cristiani, vennero chiamati i primi credenti in Gesù Cristo quale Messia e Figlio di Dio, morto in croce ma risuscitato da Dio. Espressione per noi enigmatica, ma anche molto evocatrice: i cristiani sono quelli che hanno una «via», un comportamento specifico, ma sono anche quelli che camminano sulle vie del mondo, e camminano insieme.
Proprio questo «camminare insieme» ha portato i cristiani a vivere delle assemblee chiamate «sinodi» (da syn-odos), «strada fatta insieme», fin dai tempi in cui le chiese conoscevano ancora la persecuzione, l’ostilità dell’impero romano.
Quando deve affrontare grandi questioni, rispondere a domande, leggere crisi e divisioni, la Chiesa ricorre sempre a questa forma di ascolto, di dialogo e di confronto che è il sinodo o concilio. Ma è solo successivamente all’indizione dell’ultimo concilio, il Vaticano II, che Paolo VI volle istituire un sinodo ordinario dei vescovi da celebrarsi ogni tre anni.
Chiamato da Benedetto XVI come esperto, ho partecipato al sinodo sulla parola di Dio appena conclusosi e, nelle tre settimane passate in Vaticano, ho potuto tentare di leggere la Chiesa oggi nel mondo e di vedere l’assemblea lavorare e pervenire ad alcune significative acquisizioni non solo per la vita dei cattolici nella Chiesa, ma anche per la società in mezzo ai quali i cristiani vivono come concittadini capaci di dare un contributo all’umanizzazione.
L’evento del sinodo è una realtà unica e per molti aspetti straordinaria: un’assemblea di circa 250 vescovi appartenenti a tutte le nazioni della terra, con profonde diversità storiche, culturali ed etniche. Ora, tra i partecipanti prevalgono non logiche di etnie, non il criterio della nazione, ma unicamente quello della fede in Cristo e della comune appartenenza all’umanità.
Interrogano, si ascoltano a vicenda, si confrontano con molta pazienza e molto rispetto, nonostante le grandi differenze di cultura, di contesto politico-sociale e di problematiche che ognuno riflette: già questa è una realtà profetica altamente eloquente.

Il Papa, quale vescovo di Roma che presiede il sinodo, è quasi sempre stato presente, per un ascolto attento degli interventi dei padri sinodali e ha fatto sentire la sua voce solo due volte: all’inizio con una meditazione biblica, e a metà sinodo con una parola puntuale ed eloquente sull’interpretazione della Bibbia, ricordando che questa va studiata con i metodi di una seria ricerca storica - essendo la Bibbia un libro umano, scritto con parole umane - ma che in essa, essendovi contenuta la parola di Dio, va trovato nella fede e con l’aiuto dello Spirito quel messaggio che Dio rivolge al credente e alla Chiesa.

Intervento capitale perché, contro ogni lettura fondamentalista - definita un suicidio del pensiero - si afferma la legittimità, la necessità e la bontà del metodo storico-critico, ma si afferma anche che la lettura «nella Chiesa» deve essere fatta nella fede, una lettura teologica, tendente a trovare nella Bibbia ciò che Dio dice oggi all’uomo.
La centralità della parola di Dio nella vita della Chiesa, affermata dal Vaticano II, non solo è stata ribadita, ma si è giunti con questo sinodo a elaborare alcune indicazioni pastorali che ne derivano con forza nella vita ecclesiale.

Sì, non c’è stato un accrescimento dottrinale riguardo alla parola di Dio, ma si è vista la generale preoccupazione per una predicazione, soprattutto nell’omelia, che sia performativa, ispirata dalla Bibbia, capace di parlare il linguaggio contemporaneo.

E si è letta la situazione sia delle culture più evolute, come quelle delle terre di antica cristianità, sia delle culture orali in cui, non essendoci alfabetizzazione, non è possibile la presenza del libro, della Bibbia nelle mani del singolo cristiano.
E qui, con audacia, il sinodo ha chiesto non solo che ogni famiglia cattolica possegga una Bibbia, ma anche che ogni cristiano, leggendola ogni giorno, possa avere cibo per la sua fede, indicazioni per la sua vita quotidiana, luogo di confronto con gli altri uomini nella ricerca di un’etica condivisa che serva all’umanizzazione e alla costruzione di un mondo più giusto e più pacifico. Se penso anche solo all’arco della mia vita, quanto cammino si è fatto in pochi decenni: quando ero ragazzo, la Bibbia era sconsigliata ai semplici credenti, addirittura ne era vietata la lettura integrale... e ora si è giunti a consigliare che ogni credente acquisisca una dimestichezza quotidiana con questo libro.
E come non ricordare che si è a più riprese chiesto che sulla Bibbia prosegua la ricerca ecumenica da parte dei cristiani delle diverse confessioni; che la si legga anche tenendo conto della lettura che gli ebrei hanno fatto e fanno dell’Antico Testamento; che non si dimentichi la necessità del dialogo con le religioni e soprattutto con l’islam: solo un’identità solida, nutrita della parola di Dio, assicura un dialogo autentico con le altre religioni e spiritualità e alimenta un impegno comune per la promozione di valori etici condivisi, in particolare la giustizia e la pace.
Alla vigilia del sinodo alcuni temevano una regressione rispetto al concilio o un ripiegamento su una nuova forma di devozionismo legata a un approccio soltanto pio alla Bibbia. Invece si è potuto constatare come, quarant’anni dopo il Vaticano II, c’è stata una ricezione della proposizione della parola di Dio nella Chiesa, del suo primato e della sua centralità.

Certo, molto resta da fare, si possono leggere inadempienze e ritardi, ma né il Papa né la maggioranza dei vescovi hanno nostalgie di un tempo passato, anzi, va riconosciuto che Benedetto XVI su questo tema precede di molto la maggioranza dei vescovi: basterebbe ricordare qui il suo commento, certamente il più profondo, sul testo conciliare riguardante la parola di Dio.

Non nego che rispetto alla passione pastorale testimoniata da tutti i vescovi, alcuni interventi di rappresentanti dei movimenti sono risultati stonati, con la loro insistenza a dare testimonianza su se stessi piuttosto che guardare ai bisogni della Chiesa universale. Ma è innegabile che il sinodo si sia rivelato un luogo di ascolto reciproco, uno spazio in cui tutti - alcuni anche a più riprese - hanno potuto intervenire e un’esperienza di universalità della Chiesa e di rara multiculturalità. Sì, si possono anche riscontrare alcune insufficienze, ma non è facile trovare altrove spazi di dialogo fecondo sulle «gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi» che sono, come ha ricordato con forza il concilio, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».

*Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, è stato invitato per tre settimane in Vaticano, come esperto, ai lavori dell’ultimo sinodo dei vescovi

© Copyright La Stampa, 2 novembre 2008

02 novembre 2008

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CITTÀ DEL VATICANO

Chi sono i santi? Il Papa cerca di spiegarlo ai cattolici nella festa di Ognissanti, che si è affermata nel primo millennio cristiano. E per spiegarlo ricorre al Vangelo e anche agli spirituals, citando, in italiano, la celeberrima «When the saints go marching in..»; «Quando verrà la schiera dei tuoi santi, oh, come vorrei, Signore essere tra loro».
«Possa questa bella aspirazione – commenta il Papa – aiutare tutti i cristiani a superare ogni difficoltà, ogni paura, ogni tribolazione».
Spirituals a parte, per Benedetto XVI la festa di Tutti i santi, «che si è venuta affermando nel corso del primo millennio cristiano come celebrazione collettiva dei martiri», ravviva nei cristiani «l'attrazione verso il Cielo, che ci spinge ad affrettare il passo del nostro pellegrinaggio terreno». E i santi e i martiri sono persone come le altre, che hanno vissuto seguendo la via delle «beatitudini evangeliche» e «si sono sforzati di percorrerla pur consapevoli dei loro limiti umani».
Non c'è un modello unico di santità, è la riflessione papale, e tutti sono chiamati alla santità: «Visitando un vivaio botanico, si rimane stupefatti dinanzi alla varietà di piante e di fiori, e viene spontaneo pensare alla fantasia del Creatore che ha reso la terra un meraviglioso giardino. Analogo sentimento ci coglie quando consideriamo lo spettacolo della santità: il mondo ci appare come un "giardino", dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione sociale, di ogni lingua, popolo e cultura». «Ognuno è diverso dall'altro – ha commentato – con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale. Tutti però recano impresso il «sigillo» di Gesù, cioè l'impronta del suo amore, testimoniato attraverso la Croce».
«Sono tutti nella gioia – ha sottolineato papa Ratzinger – in una festa senza fine, ma, come Gesù, questo traguardo l'hanno conquistato passando attraverso la fatica e la prova, affrontando ciascuno la propria parte di sacrificio per partecipare alla gloria della risurrezione».

© Copyright Eco di Bergamo, 2 novembre 2008

L'inno manzoniano per la solennità di tutti i santi: "Quando il poeta diventa teologo" (Inos Biffi per l'Osservatore Romano)


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L'inno manzoniano per la solennità di tutti i santi

Quando il poeta diventa teologo

di Inos Biffi

Nell'elenco dei dodici inni, che Alessandro Manzoni aveva progettato a commento delle principali solennità dell'anno liturgico, era anche contemplato un inno per tutti i santi, l'Ognissanti, che rimase tuttavia incompleto, mentre non vennero composti quelli per l'Epifania, l'Ascensione, il Corpo del Signore, la Cattedra di san Pietro, l'Assunzione e i Morti.
Il poeta lo inizia nel 1830, ma la stesura, già da subito, non deve averlo soddisfatto; di quella stesura eliminata resta soltanto il titolo, cui fanno seguito tre citazioni bibliche: "... in omnibus Christus. (Paul. Col. iii, 11); Multa quidem membra, unum autem corpus. (Cor. i. xii, 20); Omnes enim vos estis Unum in Christo Jesu. (Gal. iii, 28)", le quali concordano sul tema dell'unità del Corpo di Cristo, formato dalla molteplicità delle membra e, in questa prospettiva, una visione degli stessi santi contemplati in quest'unico Corpo.
Una lettera al figlio Pietro del 1847 indica che un terzo dell'inno è finito, ma gli raccomanda di non farne parola a nessuno. Di fatto sappiamo che il testo incompiuto fu letto da Rosmini. Più tardi, nel 1860, quattro sue strofe vennero pubblicate da Louise Colet, alla quale Manzoni stesso le aveva fatte conoscere, mentre il tutto vide la luce nel 1914.
Senza dubbio, per la sua incompiutezza non ci è possibile conoscere e gustare tutta la visione che Manzoni aveva concepito o ci avrebbe dato nell'interezza; e tuttavia le strofe che ci ha lasciato sono di una incomparabile bellezza di poesia e di teologia della santità cristiana.
Ripassano nelle quattordici strofe due categorie di santi: quelli che sono vissuti nel chiostro, quelli raggiunti dalla misericordia divina con la grazia della conversione, mentre considerata a sé, come incomparabile, viene al terzo posto la Vergine Maria.
La prima categoria rievocata da Manzoni è quella dei santi vissuti nella solitudine o che, com'è scritto da Manzoni in appunti sparsi, hanno serbato "i silenzi del cor". Con tutta l'intensità e l'ardore del loro desiderio essi hanno cercato Dio come si cerca il Sole, che, ancora velato dalle nebbiose ombre terrene - "ora vediamo in modo confuso", afferma l'Apostolo - li riveste adesso con la pienezza straripante e beatificante della sua luce nitida e splendente: "Cercando col cupido sguardo, / Tra il vel della nebbia terrena, / Quel Sol che in sua limpida piena / V'avvolge or beati lassù".
Il mondo, nella sua superbia, disprezza la santità fasciata dal silenzio - come dice la Scrittura: la "sapienza nascosta e tesoro invisibile" (Siracide, 20, 30) - quella dei contemplativi, degli anacoreti, degli asceti penitenti, dei mistici; al suo giudizio le virtù esercitate in solitudine, operosamente raccolte e gelosamente conservate, non appaiono meritevoli dell'onore degli altari, ma solo un patrimonio insignificante e infruttuoso: "Il secol vi sdegna, e superbo / Domanda qual merto agli altari / V'addusse; che giovin gli avari / Tesor di solinghe virtù".
La domanda va fatta al Creatore.
Dalla sua provvida cura, e a utilità degli uomini, sono certo venuti la spiga di grano, che alimenta la vita, le fibre per intesser le vesti, le erbe con virtù medicinali: "nell'erba del campo / La spiga vitale nascose, / Il fil di tue vesti compose, / De' farmachi il succo temprò".
E sempre per la creazione divina sono apparsi il pino, che non si piega al vento australe - "il pino inflessibile agli austri" - il salice che, condiscendente, si lascia piegare (lenta salix di Virgilio) - "docile il salcio alla mano"; il larice, che resiste alle intemperie invernali, come l'ontano resiste alle acque - "il larice ai verni, e l'ontano durevole all'acque".
E qui pare di scorgere il gusto di Manzoni esperto di botanica nel far passare e illustrare, in poetica e compiaciuta rappresentazione, erbe e piante, quasi connotati di qualità o risonanze morali: si pensi alla docilità del salice e, all'opposto, alla non flessibilità del pino.
Ma nel mondo non esistono solo creature di visibile e immediata utilità per l'uomo. Con "la spiga vitale", con gli arbusti per i tessuti e le erbe medicinali, spunta e si ritrova un fiore silenzioso, che parrebbe superfluo e creato vanamente. Eppure c'è ed è il Creatore che lo ha fatto apparire.
È quindi a lui che deve rivolgere la domanda chi disdegna come sterile e inservibile la santità dei solitari: "A Quello domanda, o sdegnoso, / Perché sull'inospite piagge, / Al tremito d'aure selvagge, / Fa sorgere il tacito fior, / Che spiega davanti a Lui solo / La pompa del pinto suo velo, / Che spande ai deserti del cielo / Gli olezzi del calice, e muor".
Mi sembrano, questi, i versi tra i più belli di Manzoni. Il "tacito fior" - ecco un'altra connotazione morale: la silenziosità - trova la sua unica ragione nello stesso suo Creatore: di fronte a lui quel fiore sperduto dispiega lo splendore dei suoi colori, e per lui effonde i suoi profumi; colori e profumi non risultano allora sciupati, poiché rallegrano lo sguardo di Dio e sono un piacere unicamente per lui. La breve vicenda di un fiore che sboccia, con le sue "spoglie lucenti", che spande "i fuggenti olezzi del calice" (Appunti sparsi) e che poi muore, poteva sembrare uno sperpero, e fu invece un atto di gratuita e pura adorazione.
Così è della santità: pur nascosta e lontana dai clamori e dagli elogi del mondo essa vale, perché gradita e preziosa agli occhi di Dio. E qui la poesia di Manzoni si trasfigura in alta e ispirata teologia.
La seconda categoria di santi cantata da Manzoni comprende coloro che sono giunti alla santità dopo aver conosciuto la gravità della colpa e averla espiata: per lungo tempo incamminati su strade oscure del male, vittime di piaceri ingannevoli e funesti, fatalmente in corsa verso un baratro, si sono mirabilmente trovati nel seno di una sconfinata misericordia: "E voi che gran tempo per ciechi / Sentier di lusinghe funeste, / Correndo all'abisso, cadeste / In grembo a un'immensa pietà".
Manzoni forse in questi versi pensava alla propria conversione, che egli circondò sempre di grande discrezione e riserbo, invitando a rendere grazie a Dio.
È difficile non essere profondamente toccati dai due ultimi versi: "Correndo all'abisso cadeste / In grembo a un'immensa pietà", che ci fanno pensare a quelli di Dante: "Ma la bontà infinita ha sì gran braccia / che prende ciò che si rivolge a lei" (Purgatorio, ii, 122-123).
Tutto portava a pensare che l'abisso dell'inferno e della dannazione avrebbe accolto quei peccatori, ma, per il miracolo del perdono, invece che in quell'abisso, essi si ritrovarono nel tenerissimo abbraccio dell'infinito amore divino. I convertiti santi, ma pensiamo anche a tutti i convertiti, come l'Innominato - e in realtà tutti i santi - sono frutti della pietà di Dio.
A somiglianza delle acque sotterranee che, dopo tortuosi percorsi, finalmente trovano la via per erompere e sboccare in un limpido zampillo - in "lucido sgorgo" - essi, ormai purificati, sono risaliti, raggiungendo la vetta della santità; e segnati dalla contrizione e dal coraggio, alimentano nel pianto per le colpe passate l'audace tensione a nobili propositi: "Sorgeste già puri, e la vetta, / Sorgendo, toccaste, dolenti / E forti, a magnanimi intenti / Nutrendo nel pianto l'ardir".
Né essi devono nascondere pudicamente le ferite lasciate in loro dai peccati trascorsi: quelle ferite recano l'impronta di Dio che le ha rimarginate; quella memoria "costituisce una promessa di salvezza e la prova del potere e della bontà di Dio" (Valter Boggione): "Un timido ossequio non veli / Le piaghe che il fallo v'impresse: / Un segno divino sovr'esse / La man, che le chiuse, lasciò".
La terza parte del canto è tutta riservata a Maria, che "non ha avuto bisogno del perdono perché ebbe intatta la bellezza della natura umana, quale Dio l'aveva donata ad Adamo: non fu toccata "prima" dal peccato originale e neppure "poi" dal peccato attuale: qui sta il capolavoro dell'"Amor che tutto può"" (Giovanni Colombo).
Nelle tre brevi strofe che concludono il canto il poeta mostra di aver colto con acuta precisione il senso del dogma dell'immacolata: Maria non fu purificata dalla colpa, ma è tornata al cielo - ed è il dogma dell'Assunta - adorna della grazia nella quale era stata concepita e che precedette ogni remissione. Come canta la Chiesa: Tota pulchra es Maria, et macula originalis non est in te.
Questa innocenza non fu, tuttavia, un merito della Vergine, ma il gratuito dono dell'Amore divino onnipotente: "Tu sola a Lui festi ritorno / Ornata del primo suo dono; / Te sola più su del perdono / L'Amor che può tutto locò".
Maria è salutata dall'angelo come colei che fu da sempre l'immensamente amata.
Per questo non venne contagiata dall'insidioso e avverso Serpente: "Te sola dall'angue nemico / Non tocca né prima né poi".
Soltanto su noi egli riuscì indecentemente vincitore: "(...) appena su noi / L'indegna vittoria compiè". Secondo la profezia della Genesi, il suo capo orgoglioso fu invece schiacciato dal piede incontaminato della Vergine: "Traendo l'oblique rivolte, / Rigonfio e tremante, tra l'erba, / Sentì sulla testa superba / Il peso del puro tuo piè".
La descrizione di rara efficacia di quell'"angue nemico" che, turgido e spaventato, sopravviene sinuosamente tra l'erba, richiama il verso virgiliano: latet anguis in herba (Bucoliche, 3, 93), e quello dantesco: "Occulto come in erba l'angue" (Inferno, vii, 84), e l'altro: "Tra l'erba e' fior venìa la mala striscia, / volgendo ad ora ad or la testa, e'l dosso / leccando come bestia che si liscia" (Purgatorio, viii, 100-102).
Così Manzoni, di là dalla santità dei contemplativi e da quella dei santi penitenti, ha ritratto l'innocenza di Maria, modello di tutta la santità cristiana, ancora una volta mostrando la sua luminosa dottrina mariana e la fervida devozione alla Vergine, di cui sono cosparse la sua poesia e la sua prosa.

Ognissanti

... in omnibus Christus. (Colossesi, III, 11)
Multa quidem membra, unum autem corpus. (1 Corinzi, XII, 20)
Omnes enim vos estis Unum in Christo Jesu. (Galati, III, 28)

Cercando col cupido sguardo,
Tra il vel della nebbia terrena
Quel Sol che in sua limpida piena
V'avvolge or beati lassù;

Il secol vi sdegna, e superbo
Domanda qual merto agli altari
V'addusse; che giovin gli avari
Tesor di solinghe virtù.

A Lui che nell'erba del campo
La spiga vitale nascose,
Il fil di tue vesti compose,
De' farmachi il succo temprò,
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano,
Che il larice ai verni, e l'ontano
Durevole all'acque creò;

A Quello domanda, o sdegnoso,
Perché sull'inospite piagge,
Al tremito d'aure selvagge,
Fa sorgere il tacito fior,

Che spiega davanti a Lui solo
La pompa del pinto suo velo,
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice, e muor.

E voi che gran tempo per ciechi
Sentier di lusinghe funeste,
Correndo all'abisso, cadeste
In grembo a un'immensa pietà;

E, come l'umor, che nel limo
Errava sotterra smarrito,
Da subita vena rapito
Che al giorno la strada gli fa,

Si lancia e, seguendo l'amiche
Angustie, con ratto gorgoglio,
Si vede d'in cima allo scoglio
In lucido sgorgo apparir,

Sorgeste già puri, e la vetta,
Sorgendo, toccaste, dolenti
E forti, a magnanimi intenti
Nutrendo nel pianto l'ardir,

Un timido ossequio non veli
Le piaghe che il fallo v'impresse:
Un segno divino sovr'esse
La man, che le chiuse, lasciò.

Tu sola a Lui festi ritorno
Ornata del primo suo dono;
Te sola più su del perdono
L'Amor che può tutto locò;

Te sola dall'angue nemico
Non tocca né prima né poi;
Dall'angue, che, appena su noi
L'indegna vittoria compiè,

Traendo l'oblique rivolte,
Rigonfio e tremante, tra l'erba,
Sentì sulla testa superba
Il peso del puro tuo piè.


(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2008)

Il passaggio dalla vita alla morte e l'ingresso in paradiso nell'iconografia cristiana dei primi secoli (Osservatore Romano)


Vedi anche:

All'Angelus il Papa invita a guardare alla morte alla luce dell'amore eterno di Dio, senza cadere in susperstizioni e sincretismi (Radio Vaticana)

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Benedetto XVI all'assemblea plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze: "Non c'è opposizione tra fede nella creazione e scienza" (Testo integrale del discorso del Santo Padre)

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Il passaggio dalla vita alla morte e l'ingresso in paradiso nell'iconografia cristiana dei primi secoli

Quel limite infranto tra la terra e il cielo

di Fabrizio Bisconti

Durante i primi secoli del cristianesimo e, segnatamente, tra il ii e il iii, quando nasce un'arte propriamente cristiana in tutto il mondo antico, non viene immediatamente inventato un immaginario nuovo e autonomo rispetto alla cultura figurativa profana coeva e precedente. Molte immagini, scene e situazioni figurative recuperano schemi e temi già sperimentati dalla civiltà iconografica del passato, denunciando una continuità artistica, che, però, prevede un ricarico semantico rinnovato e aderente alla nuova dottrina.
In quest'ottica mentre da un lato sorge un repertorio direttamente ispirato alla Bibbia - pronto ad accogliere il messaggio delle due economie testamentarie per mezzo di pure rievocazioni degli episodi della salvezza così come si dipana tra il Vecchio e il Nuovo Testamento - dall'altro lato non muore il tradizionale riferimento al vissuto quotidiano dei cristiani ordinari e alla societas christiana della prima ora.
Il duplice binario, parallelo e talora giustapposto, dà luogo a un immaginario iconografico misto, dove la componente religiosa si associa, in maniera armonica e coerente, alla storia privata dei singoli componenti delle comunità cristiane più antiche.
Questo sentimento della concordia tra le sofisticate idee religiose elaborate dai Padri della Chiesa e il pensiero semplice degli uomini convertiti al cristianesimo, ci immette in un mondo funerario estremamente compromesso, per i primi tempi, con quel naturale e lento divenire delle usanze e dei riti provenienti dalla civiltà romana. Proprio i romani, d'altra parte, affidarono una particolare importanza a tutti quei gesti intimamente legati al momento della morte, alla sistemazione dei corpi dei defunti, alle feste e alle commemorazioni funebri, recuperando le credenze e i riti dalle culture preromane. Tali usanze, come è noto, si muovono attorno all'orbita di una tensione comune che prevede la "sopravvivenza" del defunto oltre la tappa traumatica della morte. Anzi, nella cultura romana, nacque ben presto la credenza di un naturale prolungamento della vita per tutti i trapassati, secondo quanto assicurano Cicerone (Tusculanae disputationes i, 16, 36) e Virgilio (Eneide, vi, 743).
Nella prassi funeraria romana si diffuse, per questo, l'usanza di un'immediata sepoltura dei morti, per assicurare una serena vita nell'aldilà e per evitare che le anime dei trapassati vagassero, in attesa della tumulazione. Nacquero, così, i collegia funerari, che si preoccuparono di sostenere l'onere economico per la sepoltura di coloro che non potevano permettersi un dignitoso funerale. Questo permetteva anche che i defunti non stazionassero nell'abitato, nel perfetto ossequio di una legge delle Dodici Tavole che prescriveva che: hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito. Tale legge induceva a svolgere tutte le pratiche funerarie, sia per quanto riguarda l'inumazione, sia per quel che attiene all'incinerazione, fuori dalle mura urbiche.
La ritualità funeraria romana comportava una sequenza di gesti che, in parte, si sono protratti nel tempo, come il bacio estremo al defunto, la chiusura degli occhi, la conclamatio, ossia il richiamo ad alta voce del nome del defunto per verificarne la morte, la sistemazione del cadavere, la vestizione, la coronazione, la consegna di una moneta - il cosiddetto obolo di Caronte per accedere nell'oltremondo - l'esposizione del corpo, le esequie, con il relativo seppellimento, che si svolgeva, assai spesso, notte tempo.
Con l'avvento del cristianesimo, al rito dell'incinerazione, tanto amata dai romani, in quanto collegata alla eroizzazione del defunto, si sostituì quello dell'inumazione, già noto, ma meno diffuso per questioni di spazio e di economia. I cimiteri cristiani, meglio noti come catacombe, raccolsero, sin dagli esordi del iii secolo, intere comunità cristiane, specialmente a Roma, ma anche in altri centri dell'Italia centrale, meridionale e insulare, dove il sistema delle sepolture in ambienti ipogei e la moltiplicazione dei sepolcri - che raggiunsero in certi casi decine di migliaia di unità - caratterizzarono un nuovo approccio con la ritualità funeraria e con il sentimento religioso, che si incentrò, come è intuitivo, sul mistero fondamentale della resurrezione della carne.
La grande rivoluzione del pensiero religioso influì sicuramente sulla creazione di queste enormi città della morte o meglio in questi dormitori provvisori, dove i fratelli della fede attendevano fiduciosi la resurrezione. Se, da un lato, le catacombe mantennero uno stile sobrio ed essenziale nell'allestimento delle sepolture volutamente tutte uguali, con qualche rara eccezione riservata alle sepolture privilegiate dei potentiores e di alcuni ecclesiastici, dall'altro, vogliono esprimere un forte e insopprimibile spirito comunitario.
Le catacombe rappresentano il luogo naturale dell'attività dei fossores, ai quali spettano la progettazione, lo scavo, la decorazione e la gestione dell'area sepolcrale. La figura del fossor assurge, insomma, a vero e proprio genius loci dei cimiteri paleocristiani e viene anche definito arenarius, in quanto scavatore di gallerie nelle cave arenarie, vespillo, lectiarius, copiatae ed entra nella gerarchia della chiesa locale, inserendosi nella dinamica associativa delle corporazioni. Il potere assunto dai fossori, specialmente in relazione alla compravendita delle sepolture, indusse nel corso del v secolo, a riconsegnare questa fruttuosa attività ai mansionarii, ai cubicularii e ai presbyteri.
Proprio per il diagramma che il ruolo dei fossori disegna nella carta sociale delle prime comunità cristiane, questi furono tra i primi a essere rappresentati in pittura e nelle incisioni sulle lastre funerarie delle catacombe romane, ora intenti a scavare le gallerie, ora occupati alla sistemazione del corpo dei defunti, ora in posa autorappresentativa, per dimostrare il loro rango, raggiunto nell'ambito della struttura della Chiesa primitiva. Queste semplici rappresentazioni oscillano tra l'iconografia del vissuto quotidiano, a cui ci si riferiva in apertura, e un intento figurativo di tipo simbolico, quando si vuole attribuire alle loro immagini, già nel cuore delle catacombe di San Callisto, nelle cosiddette cappelle dei sacramenti, riferibili alla prima metà del iii secolo, un significato più sofisticato, che attinge proprio a quel senso di guardiano eccezionale del sito cimiteriale, a cui si alludeva, ossia al ruolo di genius loci delle catacombe.
Ben presto, accanto alle figure dei fossori, appaiono le immagini dei defunti ordinari, per lo più isolati e atteggiati nel significativo gesto dell'expansis manibus, che vuole sollevare i cristiani dei primi secoli in una condizione beatifica e paradisiaca. L'atteggiamento dell'orante, attribuito alla maggior parte dei defunti, rappresentati in pittura, in scultura e nelle incisioni funerarie non vuole significare una tensione verso la salvezza, ma uno status positivo, che comporta l'idea di un percorso già tracciato, che ha condotto il defunto fino alla salvezza finale. Per questo motivo l'atteggiamento delle braccia sollevate interessa, in queste prime rappresentazioni, tanto i semplici defunti quanto i protagonisti degli episodi veterotestamentari, che hanno superato diluvi, condanne ad bestias, insidie, violenze, pericoli e prove di ogni tipo. Sollevare le braccia e aprire le palme delle mani significa esprimere quel concetto della preghiera continua che, per il cristiano, non finisce in terra, ma perdura anche nell'aldilà e che si era iniziata con il battesimo: da quel momento, l'uomo, coerente con le sue promesse e fedele al consiglio di Paolo (i Tessalonicesi, 5, 17) canta incessantemente, senza mai interrompersi, la gloria di Dio.
Accanto a queste rappresentazioni ispirate, compaiono raffigurazioni più tradizionali che "fotografano" i defunti mentre svolgono la loro attività professionale di fabbri, fornai, macellai, pescivendoli, ortolani, come per ricordare la loro condizione terrena, secondo un uso e una mentalità che non si differenzia da quella profana. A questo riguardo ci aiuta Tertulliano, quando si interroga sul motivo delle persecuzioni nei confronti dei cristiani, se, in realtà, essi frequentavano gli stessi fori dei pagani, lavoravano negli stessi mercati, negli stessi negozi, nelle stesse officine, praticavano le stesse arti, navigavano e combattevano insieme a loro (Apologetico, 42, 2-3).
Ancora nel solco della tradizione ellenistica e romana dobbiamo collocare le rappresentazioni dei defunti più prevedibili, ossia quelle che si preoccupano di riprodurre, nel dettaglio, i ritratti dei personaggi, ora scegliendo l'antico espediente della imago clipeata, ora sistemando la figura intera tra due introduttori, che spesso si identificavano con i principi degli Apostoli, ora rappresentandoli in vere e proprie "foto di famiglia".
Ma i defunti sono calati in situazioni figurative anche più complesse, come quando divengono protagonisti dei banchetti. Nelle scene di convito coesistono i sensi di diversi banchetti, non solo quelli funerari, come si tenta di affermare da più parti in tempi recenti, ricollegando l'immagine alle agapi e ai refrigeria, per scorgervi, dunque, un riflesso immediato di pratiche quotidiane e reali. Nei banchetti dipinti nelle catacombe romane, così come in quelli scolpiti sui coperchi dei sarcofagi, è possibile individuare gran parte dei modelli iconografic