8 gennaio 2008

La 194 non si tocca. Ma l'orrore dell'aborto deve toccarci, oppure no? (Pierluigi Battista per "Il Corriere")


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Particelle elementari di Pierluigi Battista

La 194 non si tocca ma l'aborto ci tocca

E' possibile essere insieme contro l'aborto in linea di principio e a favore di una legge che ne consenta, sulla base di regole ragionevoli, il ricorso? Gli integralisti dicono di no. Dicono di no gli integralisti laici, secondo i quali persino i più elementari interrogativi della coscienza altro non sarebbero che munizioni per demolire crudelmente la legge 194. Dicono di no gli integralisti religiosi, secondo i quali è intollerabile che una legge rinunci a reprimere e sanzionare una pratica abominevole. Dicono di no gli integralisti della logica, secondo i quali, «more geometrico», una legge non può che essere il frutto di un metodo rigorosamente deduttivo e che dunque come tale non sopporta il peso di contraddizioni, sfumature, mediazioni. E invece, distinguere tra cultura e legge è l'unica salvezza. È l'unico modo per continuare a pensare. È l'unica arma per tener desta una sensibilità intorpidita senza venir meno a un punto di riferimento ispirato dalla saggezza e dal buon senso: che peggio dell'aborto c'è solo l'aborto clandestino.
Se non si dà ascolto alla variopinta schiera degli integralisti e ci si libera da questa tenaglia asfissiante, forse allora si può ricominciare a parlare. Giuliano Ferrara non vuole rimettere in discussione una legge (salvo ritocchi e aggiornamenti condivisi, così pare da un'intervista apparsa su l'Unità,
anche da strenui alfieri del laicismo come Silvio Viale) ma sfidare il senso comune sulla base di un argomento culturale
.

Come facciamo noi laici, noi non credenti, noi così ferventi fautori dell'estensione di ogni diritto, noi che consideriamo imprescindibili le virtuose dichiarazioni sancite dalle Nazioni Unite, noi che sobbalziamo sgomenti e compassionevoli di fronte a ogni violazione (purtroppo frequentissima e quasi sempre impunita) dei fondamentali diritti di libertà in ogni angolo del globo terrestre, noi che vogliamo la pace perché ci fanno orrore i lutti e le devastazioni della guerra, noi che rigettiamo ogni genere di discriminazione, noi che siamo sensibili alle conquiste che incrementano la libertà di ogni individuo, come facciamo noi a non capire qual è il prezzo dell'aborto?

Come facciamo noi laici (lo diceva con ammirevole e straordinaria lucidità il laico Norberto Bobbio in un'intervista rilasciata nel 1981 a Giulio Nascimbeni per il Corriere della Sera) a non capire che la soppressione di una vita, specie se piccola e muta e indifesa, non è materia da lasciare al monopolio morale dei credenti ma, come usa dire di questi tempi, «interpella » primi fra tutti noi stessi, la nostra coscienza, il nostro modo di comprendere culturalmente le cose, di dare «laicamente» voce ai temi rimossi della vita e della morte?
La 194 non si tocca. Punto. Ma da quando in qua anche la cultura deve aspirare a uno statuto di sacrale intoccabilità, pretendere per sé un pregiudizio di immutabilità che rende letteralmente impossibile il dialogare civile tra argomenti contrapposti e articolati, si deve presumere, in perfetta buona fede e senza innominabili secondi fini? Non è poco, pochissimo «laico» sottrarsi alle domande o eluderle parlando d'altro, magari destreggiandosi tra poco onorevoli processi alle intenzioni? La 194 non si tocca. Ma l'orrore dell'aborto deve toccarci, oppure no?

© Copyright Corriere della sera, 7 gennaio 2008

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