7 aprile 2008

Benedetto XVI celebra oggi all’Isola Tiberina i martiri del ’900 (Paglialunga e Gasparroni)


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VISITA NELLA CHIESA ROMANA DI SAN BARTOLOMEO DOVE SONO CUSTODITE LE RELIQUIE

Benedetto XVI celebra oggi all’Isola Tiberina i martiri del ’900

Arcangelo Paglialunga

CITTÀ DEL VATICANO - Ai «martiri del nostro tempo» rende omaggio il Papa recandosi nel pomeriggio in visita nell’Isola Tiberina nella antica Basilica di San Bartolomeo all’Isola che Giovanni Paolo II volle come Santuario di «testimoni cristiani del nostro tempo».
La visita prevede l’incontro di Benedetto XVI con la Comunità di Sant’Egidio, nata a Roma quaranta anni fa nel 1968 ad opera di Andrea Riccardi, e oggi, presente in oltre 70 Paesi del mondo con più di cinquantamila membri.
La comunità è promotrice di un cristianesimo forte, radicato nella fede, nella carità e nella giustizia con impegno caratterizzato dalla preghiera e dal servizio ai più poveri, dal lavoro per la pace e la riconciliazione anche con contatti diretti con capi di Stato e di Governo; dall’impegno ecumenico e dal dialogo tra credenti di diversa tradizione religiosa. A Roma, ogni domenica centinaia di giovani della Comunità raggiungono le periferie per attuare opere sociali, dalla scuola agli aiuti ai più poveri, alla organizzazione di Messe.
Alla Comunità, Papa Wojtyla ha affidato il «Memoriale dei Martiri del nostro tempo».
«Il Papa, nella Basilica, pregherà davanti a reliquie di martiri della nostra epoca; dal Vescovo martire Oscar Arnulfo Romero al cardinale Posada Ocampo, ucciso dai narcotraficanti all’aeroporto di Guadalajara; dal Pastore evangelico Paul Schneider al contadino Franz Jägerstätter, oppositori del nazismo per obiezione di coscienza e testimonianza di fede, dal monaco Sofian Boghiu oppositore del totalitarismo comunista in Romania a don Andrea Santoro, prete romano ucciso a Trebisonda, come il prete francese André Jarlan in Cile, vero padre dei poveri.
Le reliquie dei nuovi martiri sono accanto al sarcofago che contiene, secondo antica tradizione, i resti dell’Apostolo San Bartolomeo.
Ieri all’Angelus il Papa spiegando, dal Vangelo del giorno, l’episodio dei due di Emmaus, che camminarono col Signore e lo riconobbero nella «frazione del Pane», ha detto che ogni cristiano «è in cammino con Cristo», e come i due di Emmaus può essere soggetto al dubbio quasi che il Signore abbia fallito nella sua opera. Il Papa ha affermato: «Chi non ha sperimentato nella vita un momento come questo? A volte la stessa fede entra in crisi a causa di esperienza negative che ci fanno sentire abbandonati e traditi anche dal Signore», ed ha proseguito: «La strada di Emmaus diventa allora la via della purificazione e maturazione del nostro crescere in Dio perché l’incontro con Cristo Risorto ci donna una fede più profonda e autentica, nutrita dalla parole di Dio e dall’Eucaristia».

© Copyright Giornale di Brescia, 7 aprile 2008


"Oggi a San Bartolomeo il Papa ricorderà sacerdoti, suore e laici uccisi per la loro fede"

L’abbraccio di Benedetto XVI ai martiri del ventesimo secolo

Fausto Gasparroni

CITTÀ DEL VATICANO

Rendere omaggio a quanti, nel ventesimo secolo, hanno pagato con la vita la propria testimonianza di fede. La visita che Benedetto XVI farà oggi pomeriggio nella chiesa romana di San Bartolomeo, all'Isola Tiberina a Roma, oltre che a ricordare il 40esimo anniversario della Comunità di Sant'Egidio cui l'antica basilica è affidata, celebrerà tutti i martiri del Novecento. Le reliquie lì raccolte, infatti, costituiscono in San Bartolomeo “Memoriale dei martiri del nostro tempo”. L'appuntamento è per le 17,30: il Papa, che sarà accolto dal cardinale vicario Camillo Ruini e dall'intero vertice di Sant'Egidio, visiterà la basilica, uno dei più antichi luoghi di culto di Roma, costruito oltre mille anni fa dall'imperatore Ottone III, e vi presiederà una celebrazione della Parola in memoria dei testimoni della fede del ventesimo secolo. È dal 2002 che, sull'Isola Tiberina, sorge il Santuario Memoriale, voluto e affidato alla Comunità di Sant'Egidio da Giovanni Paolo II. La basilica di San Bartolomeo ospita memorie e reliquie di molti martiri dei nostri tempi: dal vescovo salvadoregno Oscar Romero, assassinato sull'altare dagli squadroni della morte il 24 marzo 1980, al cardinale messicano Posadas Ocampo, ucciso dai narcotrafficanti all'aeroporto di Guadalajara, dal pastore evangelico Paul Schneider, detto il “predicatore di Buchenwald”, al contadino Franz Jaegerstaetter, entrambi oppositori del nazismo per obiezione di coscienza e testimonianza di fede, dal monaco Sofian Boghiu, oppositore del regime comunista in Romania, a don Andrea Santoro, il prete romano ucciso a Trebisonda, in Turchia, come il prete francese André Jarlan in Cile, testimoni del dialogo e dell'amicizia con i più poveri. Non mancano, tra i tanti, i ricordi degli armeni sterminati in massa dai turchi durante la prima guerra mondiale, o delle suore morte in Africa nel 1995 accanto ai malati di Ebola, o anche di don Pino Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, caduto nel 1993 per aver voluto formare i giovani a una nuova concezione della dignità e della solidarietà, sottraendoli al potere mafioso. Le reliquie esposte su sei altari formano un luogo di pellegrinaggio «attraverso le fede e la carità di cristiani contemporanei - spiega la Comunità di Sant'Egidio - che hanno reso la loro testimonianza fino al sacrificio della vita in luoghi e tempi difficili, dai gulag ai campi di sterminio, dall'Africa delle grandi epidemie come l'Aids e Ebola alle tante frontiere della convivenza tra etnie e popoli diversi, dalle periferie delle megalopoli contemporanee e della violenza diffusa alle zone di guerra nel mondo».

1 commento:

Anonimo ha detto...

Dal sito di Rodari. Con bellissimi riferimenti a Benedetto e Giovanni Paolo
Alessia
Conversazione con Andrea Riccardi: «A cosa serve un'Italia così?». Il dolore di Sant'Egidio
Di Rodari (del 07/04/2008 in il Riformista
Oggi non è un giorno qualunque per la Comunità di Sant’Egidio. Quella che, riprendendo una felice intuizione coniata nel 1995 da Igor Man, è conosciuta come l’Onu di Trastevere festeggia oggi pomeriggio il quarantesimo anniversario di vita E per l’occasione ospita la visita di Benedetto XVI. Il Papa è atteso alla basilica di San Bartolomeo sull’isola Tiberina, per volere di Giovanni Paolo II dal 2002 santuario in memoria dei martiri del nostro tempo affidato a Sant’Egidio. Ad accoglierlo ci sarà Andrea Riccardi, fondatore della Comunità. Ratzinger è atteso 24 ore dopo l’annuncio dell’uccisione di un altro sacerdote siro-ortodosso a Bagdad, padre Youssef Adel. La basilica di San Bartolomeo contiene le reliquie di tanti martiri: del vescovo Oscar Arnulfo Romero, del cardinale Posadas Ocampo, del pastore evangelico Paul Schneider, del contadino Franz Jägerstätter, del monaco e guida spirituale Sofian Boghiu, di don Andrea Santoro e don André Jarlan.
«Il Papa - spiega Riccardi - entrerà in Chiesa preceduto dalla croce che fu di padre Giuseppe Puglisi, il prete-martire di Brancaccio ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993». Racconta Riccardi: «È il martirio a ricordarci che il cristianesimo è una cosa seria e a non farci dimenticare che sono esistiti uomini pacifici, miti, che hanno attirato su di sé tanto odio. Il cristianesimo, infatti, sfida il male, ma nonostante lo faccia senza impugnare armi c’è chi deve cadere come vittima innocente».
Prima di Benedetto XVI, era stato Wojtyla a visitare più volte la Comunità. E così ecco la più classica delle domande: meglio Wojtyla o Ratzinger? Riccardi non si esime dal rispondere: «Vorrei liberarmi da questo vezzo dei cattolici per cui il Papa migliore è sempre il Papa morto. Mi ricordo, infatti, le opposizioni e le critiche che suscitò Giovanni Paolo II. Mi ricordo Paolo VI di cui parlavano male tutti. Poi, dopo che venne eletto Wojtyla, Montini era ritornato a essere il migliore… Ratzinger è un Papa che conosco da tempo. Wojtyla di lui disse: “È l’ultimo grande teologo del Concilio”. Credo che non si possa fare la storia del pontificato wojtyliano senza fare la storia di Ratzinger: è un capitolo del pontificato di Giovanni Paolo II. Disgiungere le due figure sarebbe un grave errore. Certo, noi siamo legatissimi a Wojtyla. Abbiamo un grande debito nei suoi confronti: è tutta la fiducia che ha avuto in noi che ci ha fatto crescere».
Una fiducia che ha spinto Sant’Egidio a varcare i confini di Roma e ad adoperarsi per la pace e in tante opere di carità in diversi paesi del mondo. E poi le tante iniziative diplomatiche messe in campo con successo un po’ ovunque. Tanto che qualcuno, poco tempo fa, paventava addirittura una possibile nomina di Riccardi a ministro degli esteri italiano. Niente da dire in proposito. Riccardi ricorda soltanto che «il lavoro diplomatico è una piccola parte dell’opera di Sant’Egidio». E ancora, a chi sostiene che Sant’Egidio svolga un’attività diplomatica parallela a quella della Santa Sede, spiega che «sì, il nostro è un lavoro parallelo a quello del Vaticano». E ancora: «È logico che sia così: non siamo il Vaticano ma vogliamo lavorare per il bene della Chiesa e la pace nel mondo laddove possiamo. Non siamo pacifisti ma pacificatori. Crediamo nella pace preventiva. Una volta che il conflitto scoppia si devono pagare prezzi enormi: l’“inutile strage” definì la guerra papa Giacomo della Chiesa; l’“avventura senza ritorno” disse Giovanni Paolo II».
Le capacità diplomatiche di Sant’Egidio sono state riconosciute in tutto il mondo. Recentemente anche da George W. Bush, quando in occasione della sua visita in Italia e in Vaticano, è Sant’Egidio che volle avvicinare direttamente: «Quando Bush venne da noi - dice Riccardi - aveva appena incontrato Benedetto XVI e ne era entusiasta». I due si rincontreranno a breve, in occasione della visita del Papa negli Usa. Dice Riccardi: «La visita ha tre appuntamenti clou. Il discorso all’Onu: dopo Paolo VI nel 1964, è una tappa che ogni Papa deve affrontare. L’incontro con l’“imperatore”, ovvero con Bush. Infine l’incontro coi vescovi degli Stati Uniti: il cattolicesimo “made in Usa” sta cercando di ritrovare una terza via che gli faccia superare le derive di un revival in stile evangelico e quelle di un cristianesimo troppo “liberal”».
Gli Stati Uniti hanno un modello di laicità aperta: le voci delle diverse religioni e chiese sono ascoltate, un modello che sembra piacere a Ratzinger. Anche in Italia, comunque, i cattolici hanno un tipo di presenzialismo nella società non omogeneo. Dice Riccardi: «Non credo al “one catholic way”, all’unico modello di presenza dei cattolici nella società. Credo che una delle ricchezze e delle caratteristiche dei cattolici italiani sia sempre stata quella delle diverse strade. Certo, alla base occorre vi sia una profondità di fede per tutti e il desiderio della comunione: le inimicizie e gli odi teologici non portano da nessuna parte».
Riccardi parla di come sia importante che l’Italia ascolti la voce della Chiesa e, insieme, che la stessa Chiesa non abbia timore a parlare: «L’Italia - dice - è un paese in profondo declino. Sono contento della vittoria di Milano su Smirne ma ciò non cambia la situazione. Con tutto rispetto per la Turchia, ci mancherebbe anche che Milano avesse perso con Smirne. La crisi abbraccia la politica e molti altri settori. Penso alla scuola. Quando, come è successo a Bari, accade che vi sia chi compra gli esami facendo di fatto entrare la prostituzione all’interno di uno spazio sacro - una prostituzione che è peggio di Tangentopoli - allora mi domando: a cosa serve l’Italia e per che cosa debbono vivere gli italiani? Un etos nazionale senza senso d’identità, muore».