15 luglio 2007

Messa tridentina: le esperienze di Genova e Pordenone ed il dvd dei Lefebvriani


Vedi anche:

Messa tridentina: siamo sicuri che le richieste dei fedeli troveranno accoglimento?

Padre Lombardi conferma i viaggi a Lourdes e New York, l'enciclica sociale e il grande impatto della lettera alla Cina

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

Il Papa: l'amore è dunque il "cuore" della vita cristiana

IMMAGINI INEDITE DEL PAPA IN CADORE

Mons. Bruno Forte a Radio Vaticana: la liberalizzazione della Messa tridentina non tradisce il Concilio

Mostra blasfema a Milano: il sindaco reagisce, la curia? Tace!

IL PAPA IN CADORE: VIDEO DI SKY (Attesa dei fedeli per l'Angelus del Santo Padre, 15 luglio 2007)

Il Papa in Cadore: cronaca della sesta giornata

Lorenzago: Lino Fontanive ricostruisce la sua simpatica conversazione con Papa Benedetto

Siamo alla svolta? Il Corriere della sera cita il libro del filosofo Glucksmann e definisce la lectio di Ratisbona "scandalosa e storica"

Messa tridentina: il commento del Vescovo di Pisa e del teologo Balletto

Dal libro-intervista "Rapporto sulla fede": "Un teologo che non ami l'arte, la poesia, la musica, la natura, può essere pericoloso.

IL PAPA IN CADORE: LO SPECIALE DEL BLOG

Pochi, nostalgici e cavalieri gli ultrà della messa in latino

"Così si eleva il popolo a livello della liturgia"

Una sola chiesa sposa il rito tridentino di Pio V, grazie al via libera di Tarcisio Bertone
"Il sacerdote di spalle? Da noi non è un problema, abbiamo un altare mobile..."
L´abate di piazza Alimonda "Parlare a Dio non è come comprare le sigarette"
A capo dei tradizionalisti l´associazione "Una voce"
Le perplessità dei fedeli: "Così si allontana sempre più la gente dalla chiesa"


ERICA MANNA

«Sacerdos paratus cum ingreditur ad Altare, facta illi debita reverentia, ...»: niente paura, non si tratta di fumose reminescenze ginnasiali delle temute versioni nella lingua di Cicerone. Ma della messa secondo il rito antico di San Pio V, che Papa Benedetto XVI ha di fatto "liberalizzato" con il documento Motu proprio, letteralmente decisione presa "di propria iniziativa". Dal 14 settembre, quindi, anche le chiese di Genova potranno decidere, sempre che i fedeli lo richiedano, se affiancare alle messe in italiano la celebrazione in latino.
Una decisione, quella papale, che fa discutere, ma che non coglie di sorpresa la Superba. Sì, perché alla chiesa di San Carlo, in via Balbi, già da settembre dell´anno scorso ogni domenica alle 11 si celebra la messa come Pio V comanda. «Siamo gli unici in città, per ora», spiega Padre Marco, sguardo paziente e voce sommessa. «È stata l´associazione Una voce, attiva nella difesa della liturgia latino-gregoriana, a chiederne la concessione al cardinale Tarcisio Bertone. Prima, infatti, il rito antico lo celebravano nella cappella della Casa delle suore della Misericordia, in Carignano, ma qui è tutt´altra cosa. L´officiante è don Gianni Baget Bozzo, ma spesso ha qualche problema, e celebro io». Nessuna novità, quindi, dopo il Motu proprio? «Solo che ora anche altre chiese potranno fare come noi, senza più bisogno del decreto vescovile», chiarisce il parroco. La decisione papale, però, ha suscitato critiche... «Sono i giornali che alimentano i conflitti», ride Padre Marco, «dicendo che viene negato il Concilio Vaticano II. Ma non è vero, anzi: il Concilio ha sì promosso la messa in volgare, ma ha consigliato che il latino venisse mantenuto. E poi il rito antico non è mica un obbligo!».
Qui a San Carlo, ogni domenica assistono alla messa di Pio V una cinquantina di fedeli. «È una celebrazione raccolta, silenziosa. Certo, è questione di cultura e di abitudine: la gente non la conosce più, gli anziani ne hanno un ricordo nebbioso. Ma passato l´iniziale disagio dei fedeli, il Vescovo risolverà i piccoli problemi con serenità». Per esempio? «Beh, le chiese di Genova hanno l´altare "faccia al popolo", ma il vecchio rito prevede che il sacerdote stia di spalle. Qui, per fortuna, l´altare è mobile. Ma queste sono cose secondarie... E se qualcuno è scontento, si adatterà».
Soddisfatto della decisione papale, l´avvocato Emilio Artiglieri, presidente della sezione genovese di Una voce: «Non siamo dei nostalgici o degli esteti», spiega, «ci rifacciamo al Movimento liturgico: non bisogna abbassare la liturgia a livello popolare, ma elevare il popolo perché possa gustarla. E poi, sono due usi dell´unico rito romano, non c´è contrapposizione, ma arricchimento. Il Papa ha restituito piena dignità a questo che era visto come un rituale di serie B. Nel segno della continuità col passato».
Una continuità che si riflette anche nel "business" di messali e paramenti ecclesiastici. Che, nonostante il Motu proprio, non ha subito scossoni. Alla libreria San Paolo, in piazza Matteotti, il titolare mostra un tomo dalla copertina bianca e rossa: «Di questo Missale romanum ne vendiamo circa tre copie l´anno. E le richieste non sono certo aumentate in questi giorni». Le suore della Congregazione delle Figlie di San Giuseppe, addette alla vendita di paramenti ecclesiastici, confermano: «Nessuno ci ha richiesto abiti antichi». Sì, perché dei vecchi indumenti liturgici, «gli armadi delle Chiese genovesi ne sono pieni, e spesso gli Arcivescovi li indossano perché sono più belli», dice Padre Marco, mostrando stole verdi e oro finemente intarsiate, «l´abbigliamento, comunque, è una questione secondaria, di sensibilità e gusto».
Ma il territorio di confine tra tradizione, rinnovamento e amore per la lingua del cattolicesimo è nella piccola e tristemente nota piazza Alimonda. Nella chiesa di Nostra Signora del Rimedio, infatti, ogni domenica alle 10, dal Concilio Vaticano II in poi, si celebra in latino, secondo il rito nuovo. «Il Concilio non ha mica abolito il latino», spiega energico l´abate Giovanni Timossi, «sa da dove deriva la parola tradizione? Da tradere, portare avanti. Io ero fautore della Riforma, cosa crede. Pensavo: avvicinerà la gente. Ma è anche vero che non si parla con Dio come per comprare le sigarette. Qui ogni domenica vengono un centinaio di persone, anche da lontano, per assistere alla messa in latino. Quella di Paolo VI, però». Il rito nuovo in latino, a Genova, è celebrato anche in altre due chiese: a S. Pancrazio, ogni sabato alle 17 fin dal ´76, e a S. Stefano, una volta al mese e solo durante le cerimonie dei Cavalieri del Santo Sepolcro.
Non tutti i fedeli, però, apprezzano. «Con questa decisione torniamo indietro», dice una donna sui quarant´anni. La figlia sedicenne interrompe: «Il rito in latino non avvicina per niente alla religione». Anna, 32 anni e cartellina di pelle in mano, ironizza: «In latino sarà bella e pittoresca, ma già la gente a messa ci va poco, se gli metti anche un mattone del genere...». Antonio, il viso solcato di rughe, la chiesa la frequenta da una vita: «La messa antica è più sacra, non importa se non si capiscono tutte le parole. Quella in italiano, invece, non mi piace: è tutto un "andate, venite, pregate"...».

© Copyright Repubblica (Genova), 14 luglio 2007

E chi obbliga chi ad andare alla Messa tridentina? La gente va poco a Messa? E' colpa del motu proprio? Non scherziamo!
Raffaella


Ma il "missale" non va a ruba solo tre libri venduti in un anno

Se la messa in latino per alcuni è più suggestiva, molti fedeli la considerano un farfugliare incomprensibile. Ma i "supporti" cartacei alla lingua della Chiesa non costituiscono certo un business. Piuttosto, una piccola attività fai-da-te. È l´associazione Una voce, infatti, a stampare i foglietti con i testi della messa di Pio V, con traduzione italiana. A N.S. del Rimedio, l´abate fornisce libretti con le preghiere in latino, arricchiti da canti Gregoriani e illustrazioni sacre. Il Missale romanum, poi, a Genova non va proprio a ruba: la libreria "San Paolo" ne vende appena tre copie l´anno. Quanto al testo del Motu proprio, presto sarà in commercio. Per ora si può consultare su Internet, dove, da pochi giorni, è disponibile anche in italiano. Per il sollievo dei non latinisti...

© Copyright Repubblica (Genova), 14 luglio 2007

Non mi risulta...posso portare la mia esperienza personale.
Venerdi' sono andata in due librerie cattoliche con l'intenzione di comprare il Messale del 1962. Risposta: non c'e'! Domanda (mia): perche'? Risposta: a ottobre sono stati ristampati, ma sono esauriti e siamo in attesa della seconda edizione.
Cosi' mi sono rivolta (non per fare pubblicita') al sito IBS. Il Messale, salvo complicazioni, mi verra' recapitato fra tre settimane proprio perche' di difficile reperibilita'.
Quindi...

Raffaella


Il precedente del 1990

Messa in latino L'esperienza di Pordenone

di Angelo Luminoso

La recente liberalizzazione della celebrazione della messa in latino, sinora concessa dai vescovi diocesani come evento eccezionale, trova a Pordenone una consolidata esperienza che ebbe inizio il primo luglio 1990, quando un gruppo di cattolici tradizionalisti ottenne di tornare al Missale Romanum di Pio V del 1570 che spazzava via il precedente pluralismo celebrativo. Il Concilio di Trento, infatti, respinta la concezione del sacerdozio dei fedeli e rifiutate le proposte di riforma tese a valorizzare il loro ruolo, aveva affermato quello centrale del latino come lingua sacra.
Ma cominciamo dal Motu Proprio "Summorum Pontificum", col quale Papa Ratzinger autorizza qualsiasi gruppo di fedeli ad avere la celebrazione dell'antica messa post-tridentina in ogni parrocchia e in ogni giorno (la domenica non più di una volta) e obbliga i vescovi a rispondere alle richieste. Il documento è accompagnato da una lettera in cui il Pontefice spiega le ragioni del provvedimento: il rito antico non è stato mai abrogato ed è necessario giungere ad una riconciliazione interna in seno alla Chiesa. L'allusione è al movimento "Fraternità sacerdotale di san Pio X", fondata nel 1970 da monsignor Marcel Lefebvre che, non riconoscendo le nuove regole introdotte dal Concilio Vaticano II, fece della antica messa una bandiera e, con la ordinazione, nel 1988, di quattro vescovi senza il placet papale, determinò uno scisma, condannato dalla scomunica di Giovanni Paolo II.

Per Papa Ratzinger il messale di Paolo VI che nel 1969 introdusse le lingue nazionali (ma la prima messa in italiano fu celebrata da Lui stesso il 7 marzo 1965 in una parrocchia romana sull'Appia nuova) resta la forma normale, come a dire che non c'è alcuna sterzata verso il passato e che il rito preconciliare è da considerare forma straordinaria.

Occorre, tuttavia, precisare che la differenza tra i due riti è sostanziale: la messa del Vaticano II, l'attualizzazione del sacrificio di Cristo, avviene in una cornice comunitaria, sacerdote e popolo dei fedeli celebrano insieme il "mistero eucaristico".

La partecipazione dei fedeli durante la messa è attiva e molteplice, il loro ruolo è valorizzato dall'uso della lingua nazionale, mentre il rito post-tridentino lascia i fedeli un po' in disparte, essi intervengono pochissimo e spesso non sentono nemmeno il sacerdote che mormora a bassa voce alcune parti della messa, in un colloquio quasi esclusivo con il Signore. La comunità è, insomma, costituita ora come espressione della Chiesa, di cui la commemorazione eucaristica è il momento più importante.

Ma la scelta del Vaticano II non fu senza resistenze: l'argomento utilizzato dai conservatori era che bisognava salvaguardare la tradizione e il mistero dei riti e che il latino racchiudeva il senso del sacro. Papa Montini rispose che la Chiesa sacrificava tradizioni di tanti secoli per arrivare a tutti.

L'intuizione del Pontefice, una volta approvato il documento conciliare, fu di affidare al cardinale Lercaro e ad un altro serio riformatore, padre Bugnini, l'incarico di guidare una commissione che preparasse il nuovo messale: l'opera fu eseguita con successo nell'arco di un quinquennio. Oggi, a quarant'anni di distanza, ricorda monsignor Bonicelli: «Era un vero godimento celebrare così, perché il bello della lingua parlata era di avvicinare di più tutti ai misteri dell'Eucarestia, i fedeli da spettatori diventavano protagonisti».

Il Motu Proprio ha suscitato malumori e opposizioni: sono affiorate voci preoccupate, come quelle degli arcivescovi di Bordeaux Jean Pierre Ricard e di Berlino Lehemann e dello stesso monsignor Brandolini, della commissione liturgica della Commissione episcopale italiana. Abbiamo sentito anche la voce di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ricordare che la riforma liturgica del Vaticano II è strettamente tradizionale, secondo i santi Padri, e aggiungere: «Noi cattolici siamo capaci di obbedienza, pur dissentendo lealmente e con rispetto, per mettere fine allo scisma aperto dai lefebvriani».

Ma Benedetto XVI definisce infondato il timore che venga intaccata l'autorità del Concilio e insiste che va fatto tutto il possibile per «conquistare la riconciliazione». E la gerarchia è ottimista, convinta che l'uso del messale antico in lingua latina è limitato a ristretti gruppi di fedeli. È certo che il documento pontificio non farà ritornare indietro una Chiesa che parla centinaia di lingue e pratica decine di alfabeti. Sarebbe una preoccupazione assurda.

A Pordenone, come si diceva all'inizio, la messa in latino del Missale Romanum di Pio V procede ininterrottamente, ma non senza qualche traversia, da diciassette anni. Fu il Vescovo Sennen Corrà a concedere la celebrazione di una messa domenicale mensile, nella chiesa della SS. Trinità, conosciuta come "la Santissima". Qualche anno dopo, lo stesso Vescovo autorizzò due celebrazioni mensili ma, per far posto alla messa festiva della comunità ortodossa, si dovettero, in seguito, trasferire le messe in latino al sabato sera. Al momento, la messa in latino viene celebrata tutte le domeniche, in ora serale.

Ricordo che la restituzione del Missale Romanum suscitò interesse in tanti fedeli cresciuti nell'antico rito: un ritorno di fiamma verso la vecchia forma liturgica. Non mancò, in quegli anni, la presenza di qualche intellettuale, forse non credente, certo estraneo al mistero liturgico, ma visibilmente commosso per un evento che per lui non poteva che essere strettamente culturale.

Abbiamo visto come il primato assegnato al latino come lingua sacra abbia costituito il sigillo linguistico nella difesa della tradizione. Ma, nella storia millenaria della liturgia cristiana, la presenza di Cristo e l'efficacia delle formule sacramentali sono legate alle intenzioni, non al suono delle parole: nei primi cento anni il greco della koinè era stato la lingua anche della cristianità occidentale, solo dopo il latino divenne la lingua ufficiale della Chiesa, della teologia e della liturgia.

Ci affidiamo, per concludere, alle suggestive parole di Carlo Cardia, giornalista di "Avvenire": «Il cristianesimo non conosce una lingua sacra, perché ogni parola e ogni lingua è santa quando si rivolge al Signore. L'universalità della Chiesa si fonda anche sulla universalità del linguaggio di ciascun uomo, perché la preghiera viene dall'intimo della coscienza e si esprime nei modi e nelle forme che sono elaborati nella storia ed è diretta a Dio che unifica tutto il genere umano».

© Copyright Gazzettino del nord est, 15 luglio 2007


In un dvd le lezioni dei lefebvriani

I gesti e le parole da conoscere
«Molte richieste dai sacerdoti più giovani»


LODOVICO POLETTO

TORINO
La voce del commentatore è impostata e senza inflessioni, come quella della pubblicità: «Congiungendo le mani le dita non devono toccare il corporale». Zoommata sulle mani giunte appoggiate di taglio all’altare, in modo corretto. Rapido cambio di immagine. Stavolta, però, la punta delle dita è appoggiata sul telo di forma quadrata e inamidato. Il corporale, appunto. La scena dura due secondi. Poi una grossa «X» bianca appare in sovraimpressione: «Così non si deve fare». Ancora il commentatore, molto serio e professionale: «Dicendo Oremus il sacerdote allarga le mani che non devono eccedere l’apertura delle spalle. Ecco il modo corretto». Cambio di immagine. Il sacerdote le spalanca in modo spropositato e una grossa «X» riappare sull’immagine.
Ecco come si celebra la messa con rito preconciliare. Così si fa secondo i sacerdoti lefebvriani. Per imparare basta guardare un Dvd: 90 minuti di immagini e commenti. Si può scegliere tra otto lingue. Al termine una messa intera in latino.
L’hanno realizzato i sacerdoti della comunità «San Pio X» di Econe il primo video-vademecum della messa preconciliare, liberalizzata con «motu proprio» la scorsa settimana da papa Benedetto XVI. Insegna, a chi non l’ha mai celebrata, e a chi non ha mai partecipato a questo tipo di Eucarestia, come si fa. Un problema che investe tantissimi sacerdoti, soprattutto quelli ordinati dopo gli Anni 60. Quali sono i gesti e le parole previsti dal rito? Mistero.
Il set del dvd è una chiesa della Borgogna prestata per l’occasione ai seguaci del vescovo scismatico, Lefebvre. E il sacerdote, filmato mentre celebra è un giovane prete della Comunità di Econe. Chi vuole il dvd può trovarlo si Internet oppure rivolgendosi ai centri religiosi gestiti da lefebvriani.
Operazione di conquista del «mercato» dei fedeli. «Assolutamente no» dice Don Emanuele Du Chalard, rettore del priorato San Carlo, a Montalenghe - il cuore del mondo lefebvriano del nord Italia. «In Vaticano si è iniziato a parlare del motu proprio del Santo padre parecchi mesi fa: ed è allora che sono state messe in piedi molte iniziative».
Ma è dopo il gesto di Benedetto XVI che la richiesta del dvd ha avuto un’impennata di vendite. Quante? Difficile da quantificare. Don Emanuele Du Chalard parla di almeno «cinquecento copie negli ultimi tempi».
Comprate da chi? «Da sacerdoti. Da giovani preti che non hanno mai celebrato in latino, che hanno accettato senza opporsi la sfida e tutte le indicazioni arrivate dal Vaticano
. Ma che, comunque, sono fortemente attratti dalla tradizione liturgica, soprattutto ora che la data fissata dal Vaticano (14 settembre prossimo, ndr) si avvicina».
E i fedeli? «Sono tanti anche loro. Ma cercano il messalino che abbiamo pubblicato recentemente».
E allora avanti con le spiegazioni: «Poi al centro dell’altare il sacerdote stende e congiunge le mani. Piega la testa e dice: “Gloria in excélsis Deo” . E prosegue così fino a quando dice: «Adoramus te, gratias agimus tibi, Iesu Christe».
Il «motu proprio»
Il 7 luglio è stato pubblicato il motu proprio «Summorum Pontificum» di Benedetto XVI, che stabilisce nuove regole sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970. La messa potrà essere celebrata in due forme: ordinaria (che segue la riforma liturgica di Paolo VI del ’70, in latino o nelle diverse edizioni volgari) e straordinaria, (secondo i libri liturgici editi da Giovanni XXIII nel ’62, sempre in latino).
Prima e dopo
Se finora serviva un «indulto» del vescovo per autorizzare la forma straordinaria, dal 14 settembre - data in cui entrerà in vigore il motu proprio - il parroco potrà autorizzare la messa. Resterà ai vescovi il compito di segnalare eventuali difficoltà e, tra tre anni, di fare rapporto alla Santa Sede sull’applicazione di queste norme.

© Copyright La Stampa, 15 luglio 2007

6 commenti:

Anonimo ha detto...

scusate se divago...semplicemente vi saluto e vi auguro un buon lavoro...io sono partito per il Cammino di Santiago..vi ricordero' tutti nella preghiera...
spero a presto
frodo

Anonimo ha detto...

Per caso, non sarà mica il fatto di dire una domenica “ascoltaci o Signore” e l’altra “Signore ascoltaci” e la successiva un’altra formula ancora e via di seguito all’infinito, che “i fedeli da spettatori diventavano protagonisti” come affermato da monsignor Bonicelli?

Anonimo ha detto...

Grazie, Frodo, ti aspettiamo per un resoconto completo :-))
Un abbraccio

francesco ha detto...

buona strada frodo!
santiago è sicuramente più bello della montagna del fato!
ma non dimenticare di gettare nel vulcano della misericordia di Dio l'anello dei tuoi peccati...
prega per noi...
:-) francesco

Anonimo ha detto...

Per conoscenza.

La medicina di papa Benedetto

Pietro De Marco
www.chiesa 16 luglio 2007

Nella sua lettera "Summorum Pontificum" Benedetto XVI ha fermamente indicato nel "Missale romanum", promulgato da Pio V e proposto in edizione riveduta da Giovanni XXIII nel 1962, una espressione della "lex orandi" – la regola della preghiera – e quindi della "lex credendi" – la regola della fede – di validità piena e attuale. Accanto al Messale promulgato da Paolo VI nel 1970, esso rappresenta un distinto uso dell’unico rito della Chiesa latina. Pur emarginato, infatti, in conseguenza dell’adozione nella liturgia delle lingue moderne, il Messale del 1962 non era mai stato “superato”, né avrebbe potuto esserlo, tantomeno “abrogato”. È rimasto in vigore, anch’esso “espressione vivente della Chiesa”.

La nuova legittimazione del "Missale romanum" decretata dalla "Summorum Pontificum" riconduce la vita cattolica alla sua essenziale natura di "complexio". La storia cattolica precedente il Concilio Vaticano II viene proposta dal papa come vivente orizzonte dello “spirito” del Concilio stesso e della sua realizzazione: una realizzazione che molti estremismi hanno vissuto invece come incompatibile col passato.

Così, l’obiettivo della “riconciliazione interna nel seno della Chiesa” diviene parte di un più ampio intervento medicinale per la Chiesa universale, anche indipendentemente da locali tensioni con le minoranze scismatiche.

Le stesse rare, ma virulente, reazioni negative al "motu proprio" confermano senza volerlo l’urgenza di questa azione medicinale di papa Benedetto.

Esse hanno polemicamente sollevato contro la "Summorum Pontificum" due gravi accuse.

Da un lato essa avrebbe attentato all’autorità episcopale, poiché la decisione romana sottrarrebbe a colui che costituisce per essenza il liturgo della sua chiesa, il vescovo, l’autorità di disciplinare da sé gli stili e gli intenti liturgici dei sacerdoti che celebrano per sua delega.

Dall’altro lato, il "motu proprio" introdurrebbe una paradossale forma di relativismo liturgico, una liturgia “su ordinazione”, secondo le preferenze soggettive dei fedeli.

La seconda obiezione è decisamente fuori luogo. Se qualcosa ha offerto, da decenni, uno spettacolo di stili liturgici pericolosamente "à la carte", questo è l’abuso dilagante (e precoce, già nell’immediato postconcilio) della “interpretazione” o “inculturazione” del rito della messa. Chi non ricorda le arbitrarie soppressioni di preghiere e di gesti e l’introduzione illegittima di nuovi testi, attori e luoghi liturgici? Da ciò la migrazione del popolo credente alla ricerca degli stili di celebrazione più conformi al gusto, conservatore o progressista. Problema noto da tempo: il recente atto di governo di Benedetto XVI è stato preceduto da molti avvertimenti – soprattutto dalla istruzione "Redemptionis Sacramentum" dell’aprile 2004 – che sanzionavano le troppe “deformazioni arbitrarie”.

Il recupero del rito antico in latino potrà, al contrario di quanto si obietta, agire come paradigma stabilizzatore delle fluttuanti liturgie in lingua corrente. Come ha notato il cardinale Karl Lehmann, presidente dei vescovi della Germania, il "motu proprio" è un buon motivo per promuovere con nuova attenzione una degna celebrazione “ordinaria” dell’eucaristia e degli altri riti.

Quanto alla prima obiezione, l’autorità del vescovo è oggetto della lettera di accompagnamento di Benedetto XVI ai “cari fratelli nell’episcopato”. In essa si ricorda che il rito antico non è un altro rito, che la sua presenza nel popolo cristiano è memoria costruttiva, e che la sua celebrazione è legittima e opportuna.

La ricchezza storico-tradizionale del culto cristiano è, dunque, il dato primario cui attingere; e l'autorità esercitata dal vescovo-liturgo deve intendersi di conseguenza. Il vescovo non genera autonomamente, tanto meno ad arbitrio, né il fatto del rito, che ha il suo centro in Cristo, né la sua forma, che appartiene anzitutto alla Chiesa una e universale. Peraltro – fa capire il papa nella lettera all’episcopato – proprio i responsabili dell’unità nella Chiesa hanno mancato più volte, anche in un passato recente, al compito primario di evitare o sanare le divisioni.

In quale prospettiva va dunque letto l’atto di governo di Benedetto XVI?

Anzitutto, la nuova libertà della celebrazione della messa detta impropriamente "pre-conciliare" opererà da correttivo, se non da risarcimento, di un’indebita frattura pratica e ideologica consumata nel Novecento "iper-conciliare". È una frattura con la tradizione della Chiesa moderna, dal XVI al XX secolo, e, quanto alla lingua, pressoché con l’intera tradizione.

Questa frattura non è stata voluta dalla costituzione sulla liturgia promulgata dal Concilio Vaticano II. Essa consiste nella cancellazione di fatto dello spirito della liturgia precedente la riforma, quasi intendendo o lasciando intendere ch’essa fosse in sé inadeguata.

L’iniziativa di papa Benedetto si conferma, dunque, rivolta contro la lettura ideologica e sostanzialmente “rivoluzionaria” che è stata data al Concilio da élite teologiche e pastoralistiche cattoliche, e che è lentamente penetrata nel clero e nelle parrocchie.

Vi è di più. La rinnovata legittimità di un’eucaristia celebrata in lingua latina e secondo il Messale romano del 1962 sembra destinata a riequilibrare non solo gli attuali eccessi rituali, linguistici, architettonici, ma anche i frequenti slittamenti verso uno svuotamento della sacramentalità delle celebrazioni. Slittamenti che hanno una preoccupante rilevanza sul piano della fede.

Si oppone che il Messale promulgato il 26 marzo 1970, nella sua radice tradizionale che era frutto di una matura scienza liturgistica, sarebbe bastato a ottenere questi effetti. Nessuno ignora l'enorme lavoro della congregazione per il culto divino nei decenni, né la passione di Giovanni Paolo II per la vita liturgica della Chiesa: basterà rileggere la sua lettera "Dominicae Cenae" del febbraio 1980. Ma che ne è stato di questa ricchezza nelle pratiche ordinarie? Quale la loro capacità di orientamento e, ad un tempo, di contenimento del "rinnovamento liturgico" perseguito da quotidiani dilettantismi, spesso estranei all'idea stessa di sacralità dell'eucaristia e del sacrificio? E' necessario riflettere sulla questa provata impossibilità di fondare opere grandi sulla sabbia delle retoriche postconciliari.

Da cosa invece può derivare la potenzialità riequilibratrice del rito "tridentino"? Almeno da tre fatti.

1. La lingua latina favorisce la percezione di una antichità del rito, di una originarietà su cui il presente non spadroneggia o prevarica ma profondamente e necessariamente si impianta, secondo continuità. Anche una partecipazione occasionale, ma non più “trasgressiva”, al rito antico in latino aiuta a capire che tradizione e innovazione hanno tra loro un rapporto necessario e una reciproca forza moderatrice. Lo sanno i credenti che hanno frequentato in questi decenni le liturgie celebrate in latino nei monasteri, ancora più che quelle “tradizionalistiche”.

2. La forma e la disciplina rituale della messa antica insegnano a credere proprio per come insegnano a pregare. Specialmente l’essere “rivolti al Signore” del celebrante – che non è un “dare le spalle” al popolo come insensatamente molti ripetono – e dell’assemblea tutta, così come la posizione eccentrica dell’altare rispetto agli astanti, conducono a riflettere di nuovo su spazio e tempo sacro, sul loro senso e fondamento. Di nuovo ma non in maniera "nuova": piuttosto nel solco della tradizione cattolica, latina e orientale.

Né la comunità radunata, né i suoi sentimenti, né la sua socialità o compagnia sono, infatti, il perno del "sacrificium missae". Non è il comportamento dell’assemblea che conta: quella della "liturgia attiva" è una tentazione pragmatistica di cui liturgisti, pastoralisti e progettisti di edifici sacri sembrano non essere consapevoli. Al contrario, l’azione della comunità orante è sotto la norma del sacrificio sacramentale e da lì deve trarre il proprio profilo; l’agire è al servizio dei "divina mysteria". Il divino Sacerdote sacrifica se stesso al Padre e il celebrante e l’assemblea sono tratti in questo abisso, nella sua direzione e senso. il canone della messa è a questo che dà la massima rilevanza.

Simbolicamente, però, tutto risulterebbe più chiaro al fedele se gli fosse consentito di guardare oltre il celebrante e l’altare, verso il Signore. L'essere rivolti al Signore si oppone alla tentazione, anche dei liturgisti, di concepire l’altare come "spectaculum" al centro dell’assemblea. L’offerta al Padre dell’unico Sacerdote si manifesta adeguatamente nell’attuale colloquio frontale tra celebrante e popolo? Oggi l’assemblea appare prevalentemente rivolta verso il celebrante, e il celebrante verso di essa, con un rischioso effetto di immanenza, se non di protagonismo. La tentazione di considerare sacramento l’assemblea, a scapito del trinitario "mistero della fede" che agisce nell’azione liturgica, è evidente ogni domenica.

3. Una liturgia che per tradizione antica e costante "ha al centro il Santissimo Sacramento che brilla di viva luce” (come si esprimeva il grande liturgista Josef A. Jungmann) implica una catechesi e una predicazione della presenza reale di Gesù nel pane e nel vino, del “Dio con noi” caro a Joseph Ratzinger teologo. Insomma, si imporrà una rinnovata attenzione ai sacramenti secondo un annuncio di realtà, oltre i livelli – e i valori innegabili ma secondari – della “partecipazione” comunionale e affettiva dell’assemblea.

Questa è la speranza che sembra di cogliere nella decisione di papa Benedetto: la speranza che fare oggi la prova della essenziale presenza della tradizione tra noi sia di medicina al disorientamento di tanti fedeli cristiani. L’auspicio di un "christifidelis laicus" quale sono io e è che, con l'assenso del vescovo, i parroci rendano possibile la celebrazione di almeno una messa settimanale, meglio se festiva, secondo il "Missale romanum" di Giovanni XXIII, aiutando tutti a ricuperare il significato profondo dell'antica tradizione liturgica e riappacificando nella Chiesa culture, generazioni e spiritualità.

Andrà comunque evitato che la richiesta della messa antica in latino diventi rivendicazione di minoranze che si percepiscono escluse e avversate. Si deve chiedere ai vescovi, ai pastoralisti e ai liturgisti di sperimentare presto soluzioni all’altezza delle situazioni delle singole diocesi. E da Roma – anzitutto dalla commissione vaticana “Ecclesia Dei” – ci si aspetta una solida guida sulle modalità di attuazione del "motu proprio", oltre che sulle ragioni teologiche e spirituali che lo innervano.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/dettaglio.jsp?id=155901

Anonimo ha detto...

Parole sante!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!