25 giugno 2008

Le vesti liturgiche secondo Joseph Ratzinger. Il Papa non veste Prada, ma Cristo (Osservatore Romano)


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Le vesti liturgiche secondo Ratzinger

di Juan Manuel de Prada

Qualche tempo fa ha provocato una certa divertita perplessità in ambito giornalistico il fatto che la rivista statunitense "Esquire", nel suo annuale riconoscimento ai personaggi che incarnano l'epitome dell'eleganza, abbia indicato Benedetto XVI come l'uomo che meglio sceglie i suoi accessori di abbigliamento. Questa scelta, di una frivolezza molto caratteristica di un'epoca che tende a banalizzare ciò che non comprende, è avvenuta in un momento in cui Benedetto XVI aveva suscitato un'attenzione mediatica senza precedenti nel riprendere alcuni indumenti di radicata tradizione papale come il camauro, un copricapo invernale di velluto rosso bordato di ermellino, o il "saturno", un cappello a tesa larga che era già stato largamente utilizzato da alcuni suoi predecessori, come Giovanni xxiii.
In quegli stessi giorni si è diffusa la diceria che le scarpe di cuoio rosso che il Papa è solito calzare erano disegnate da Prada, il celebre marchio milanese. Naturalmente l'attribuzione era falsa; la banalità contemporanea non si è nemmeno accorta che il colore rosso racchiude un nitido significato martiriale, così come non ha neanche capito che queste voci erano incongruenti con l'uomo semplice e sobrio che, nel giorno della sua elezione al papato, ha mostrato ai fedeli accalcati in piazza San Pietro e a tutto il mondo le maniche di un modesto maglioncino nero. Tuttavia, come sempre accade, quelle frivolezze inopportune nascondevano un nocciolo di paradossale verità: in effetti, a volte, anche la confusione e la stupidità riescono a percepire - in modo frammentario, confuso e snaturato - realtà che veramente esistono. E la verità è che in Benedetto XVI è, in effetti, presente una profonda preoccupazione per il vestiario; una preoccupazione però di natura molto diversa.
Sant'Ireneo diceva, verso la fine della sua esistenza, di non aver fatto altro nella vita che lasciare crescere e maturare quanto era stato seminato nella sua anima da Policarpo, discepolo di san Giovanni.

In un punto memorabile della sua breve autobiografia, Joseph Ratzinger ci rivela come fin da bambino abbia imparato a vivere la liturgia, grazie al seme deposto in lui dai suoi genitori, che gli regalarono lo "Schott", cioè il messale tradotto in tedesco dal monaco benedettino Anselm Schott.

Il frammento ha una bellezza germinale paragonabile a quella racchiusa nell'episodio della "maddalena" nell'opera più importante di Proust: "Naturalmente, essendo bambino non comprendevo ogni dettaglio, ma il mio cammino con la liturgia era un processo di continua crescita in una grande realtà che superava tutte le individualità e le generazioni, che diveniva motivo di meraviglia e di scoperta nuove".

Questa concezione della liturgia come patrimonio ereditato dalla Tradizione, arricchito da apporti successivi che lo fanno crescere in modo organico, contrasta con alcune visioni contemporanee che preconizzano un sapere atomizzato, orfano di fondamenta e di vincoli saldi, facilmente adattabile alla circostanza concreta; un sapere, in definitiva, rabbiosamente "originale" - come se la tradizione non fosse la forma suprema di originalità, in quanto ci permette di vincolarci alle "origini" - che ha contaminato certe tendenze liturgiche, svuotando di senso il rito.

Il seme che i genitori deposero in quel bambino avrebbe in seguito recato frutti in opere come Dio e il mondo, dove Ratzinger si preoccuperà di mostrare il senso della storicità della liturgia come dono consegnato da Cristo alla Chiesa, dono che cresce con essa e incita a "riscoprirla come una creatura vivente". A questa creatura vivente avrebbe dedicato Introduzione allo spirito della liturgia, un libro in cui - in continuità con il titolo classico di Guardini - Ratzinger rivendica il concetto di Tradizione, che non è statico, "ma che non si può neanche sminuire in una mera creatività arbitraria", approfondendo una concezione della liturgia come partecipazione all'incontro di Cristo con il Padre, in comunione con la Chiesa universale.

Come il suo maestro Guardini, Ratzinger desidera che la liturgia si celebri "in modo più essenziale". E qui "essenzialità" non significa povertà, almeno non nel senso in cui alcuni hanno voluto anteporre la dimensione sociale alla celebrazione liturgica (ai quali Gesù risponde chiaramente nel brano evangelico dell'unzione di Betania); "essenzialità" significa "esigenza intima", ricerca di una purezza interiore che in nessun modo deve essere interpretata come purismo statico.

Nell'attenzione per la liturgia dobbiamo inquadrare l'importanza - visibile per qualsiasi persona non completamente stordita dalla frivolezza - che Benedetto XVI attribuisce ai paramenti e, in modo particolare, agli ornamenti liturgici.

Il sacerdote non sceglie tali ornamenti per un vezzo estetico: lo fa per rivestirsi di Cristo, quella "bellezza tanto antica e tanto nuova" di cui ci parlava sant'Agostino. Questo "rivestirsi di Cristo", concetto centrale dell'antropologia paolina, esige un processo di trasformazione interiore, un rinnovamento intimo dell'uomo che gli permetta di essere una sola cosa con Cristo, membro del suo corpo. Gli ornamenti liturgici rappresentano questo "rivestirsi di Cristo": il sacerdote trascende la sua identità per divenire qualcun altro; e i fedeli che partecipano alla celebrazione ricordano che il cammino inaugurato con il Battesimo e alimentato con l'Eucaristia ci conduce alla casa celeste, dove saremo rivestiti con abiti nuovi, resi candidi nel sangue dell'Agnello. Così gli ornamenti liturgici sono "anticipazione della veste nuova, del corpo risuscitato di Gesù Cristo"; anticipazione e speranza della nostra stessa risurrezione, tappa definitiva e dimora permanente dell'esistenza umana.

Il Papa, insomma, non veste Prada, ma Cristo. E questa sua preoccupazione non riguarda l'"accessorio", ma l'essenziale. Questo è il significato degli ornamenti liturgici che Benedetto XVI si preoccupa di curare, per rendere più comprensibile agli uomini del nostro tempo la realtà più vera della liturgia.

(©L'Osservatore Romano - 26 giugno 2008)

9 commenti:

adriano ha detto...

Ad aprile Accattoli ha scritto sul proprio blog, a proposito del cambio di croce pastorale da parte di Benedetto XVI, alcune osservazioni che mi sono piaciute molto. Te le regalo, se non le avessi già lette, e non è necessario che le riporti sul blog. Anche perché mi pare che i visitatori di Accattoli ed i tuoi siano, in una certa misura, gli stessi.

17 Aprile 2008 alle 21:55 · Archiviato in Varie

Dal crocifisso di Paolo VI alla croce di Pio IX:
per una veduta ampia della continuità papale, alla quale ci aveva già invitati con la scelta del nome “Benedetto” che sormontava la serie conciliare dei Giovanni e Paolo.

Da un crocifisso più piccolo di colui che lo portava a una croce più grande di lui. Come a dire: guardate quella e non me.

Da un crocifisso post moderno a una croce della tradizione. Perché l’una sancta catholica parla tutte le lingue.

Dal Cristo del kerigma alla croce del dogma. Per chiarire che è la fede di sempre.

Dal Cristo dell’annuncio alla croce della proclamazione. Per far sapere che i cristiani non solo raccontano ma anche affermano.

Da un crocifisso in argento a una croce d’oro. Perché fu detto “crux gloriosa”.

Dal Cristo tormentato dello scultore Scorselli alla croce splendente degli orafi papali. Perché ogni metallo e ogni arte sono chiamati a prendere parte alla liturgia cosmica.

Da un crocifisso ricurvo a una croce specchiante. Perché ciò che fu piegato fu poi rialzato.

Da un crocifisso realistico a una croce istoriata, con un tondo centrale e tre terminali. Perché la storia che viene evocata non finisce con la morte di croce.

Da un crocifisso nuovo a una croce antica: per stabilire che la Chiesa di sempre non conosce riforme irreversibili.



Sono i pensieri che mi sono venuti osservando la croce astile che papa Benedetto usa nelle celebrazioni dalla domenica delle Palme e che impugnava anche questa mattina per la messa al Nationals Park Stadium di Washington.

Raffaella ha detto...

Grazie, Adriano :-)
Le riflessioni del dottor Accattoli sono molto belle ed interessanti.

tommaso ha detto...

Che ne parlaimo a fare...della splendida catechesi di oggi del papa neanche l'ombra sul sito del Corriere. E giusto perchè il cattivo gusto non ha mai limite, si parla del papa in un trafiletto minuscolo, sotto la voce "Mode estive" Benedetto XVI sfoggia il suo «Saturno» rosso - Look non casuale per l'udienza
in Vaticano. Che sconforto...

mariateresa ha detto...

caro Tommaso, ma veramente non capisco il Corriere: ma che caspita significa che il cappello rosso non è casuale? Non è ironia, credetemi: che cosa significa?
Ma significa?

tommaso ha detto...

Cara Mariateresa me lo sono chiesto anch'io, infatti credevo ci fosse un articolo chiarificatore, ma niente...

Anonimo ha detto...

Vorrei dire che nella chiesa barocca della mia parrocchia fino a qualche anno fa avevamo sull'altare i classici sei candelieri e la croce nel mezzo. Poi si è passati a togliere la croce perchè non permetteva di vedere il quadro dietro (che si vedeva comunque bene perchè i candelieri sono molto esili) e la croce è stata sostituita con un'altra tipo ferula del papa a fianco dell'altare-mensa. Questa croce è piccolissima e quasi non si vede. Mi chiedo e chiedo a voi: è possibile una cosa del genere? Perchè c'è questa moda della croce a fianco dell'altare? Capisco se al centro dell'altare ci fosse la Madonna come avviene in certe chiese, ma se non c'è, ci vuole la croce. Marco

brustef1 ha detto...

Penso che nella liturgia significato e significante spesso coincidano. Il Cristo angoscioso e contorto del "pastorale" in argento dismesso da Papa Benedetto suggeriva un'idea di Cristo angosciosa e contorta. L'abbandono della talare da parte di troppi preti trasmette un'idea di vergogna dello stato sacerdotale. Il Crocifisso emarginato dall'altare significa mettere in secondo piano il Crocifisso, privilegiando le esigenze sceniche del talk-show. L'Eucaristia data in mano suppone che si temano sia eventuali batteri sia il Corpo di Cristo. Una rosa è una rosa una rosa una rosa.

don Marco (pastoralista) ha detto...

Se proprio si deve fare una questione estetica o teologizzante io preferisco il pastorale usato da GP II quando aprì la porta santa nel 1983 (se non erro) quello con tre braccia, ribadisco che deve essere più lunga l'asta se no prima o poi se continua a battere sulla mitra la fa cascare e si da a Repubblica e al Corriere una occasione per leggere nefasti dozzinali.

brustef1 ha detto...

Ma se non sbaglio, don Marco, la triplice croce è propria delle celebrazioni dell'Anno Santo