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21 gennaio 2008

L’Italia riscopre la ricchezza del rito di Pio V


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SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

VATICANO: ALESSIO II INVITATO AD APERTURA ANNO PAOLINO

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Gli incidenti diplomatici (e non) del prof. Bernardini

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Moderazione commenti e premessa alla lettura dei quotidiani

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In anteprima l'edizione aggiornata del libro su san Bonaventura di Joseph Ratzinger: lo speciale dell'Osservatore Romano

Mons. Guido Marini: nella Messa dei Battesimi alla Cappella Sistina, il Papa non ha "voltato le spalle" ai fedeli, ma si è orientato con loro a Cristo

Angelus del Papa: servizio di Stefano Maria Paci e Laura Ceccherini

In 200 mila all'Angelus dopo la vicenda della "Sapienza". Benedetto XVI: costruiamo insieme una società "fraterna e tollerante" (Radio Vaticana)

"Andiamo avanti in questo spirito di fraternità, di amore per la verità e per la libertà, nell'impegno comune per una società fraterna e tollerante"

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200MILA PERSONE PER IL PAPA

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Il giorno del Papa. L’Italia che vuole sentire Ratzinger (Tornielli per "Il Giornale")

DAL PAPA CON LA RAGIONE E CON IL CUORE (Brambilla per "Il Giornale")

SMS E MAIL DI SOLIDARIETA' AL PAPA (RADIO VATICANA)

Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede! (il discorso che il Papa non pronuncera' alla Sapienza)

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

CELEBRARE LA FEDE

Il documento del Papa sul messale in latino approvato da Giovanni XXIII nel 1962 ha trovato applicazione in tutte le regioni

L’Italia riscopre la ricchezza del rito di Pio V

DA ROMA MIMMO MUOLO

Non è rimasto certamente inapplicato nelle diocesi italiane il motu proprio Summorum Pontificum di Bene­detto XVI.
Diverse diocesi, più o meno in tutte le regioni della Pe­nisola, hanno, infatti, prontamen­te raccolto le indicazioni del Papa e, ove ci sono state esplicite ri­chieste da parte di gruppi di fede­li, hanno messo a disposizione chiese (per lo più rettorie, ma in alcuni casi anche delle parroc­chie), per la celebrazione in de­terminati orari della Messa secon­do il Messale di san Pio V nell’edi­zione del 1962, promulgata dal beato Giovanni XXIII. Il quadro della situazione che presentiamo in questa pagina non è certamen­te esaustivo delle iniziative prese in tutta Italia, ma può offrire una prima idea della situazione.

Biso­gna ricordare, inoltre, che in pa­recchie Chiese locali non si parti­va certamente da zero, poiché ce­lebrazioni secondo il vecchio rito esistevano già, in seguito all’in­dulto di Giovanni Paolo II.

In que­sti casi, dunque, oltre ad una con­ferma della prassi precedente, la promulgazione del motu proprio ha costituito l’occasione per una catechesi di approfondimento del valore della liturgia, anche alla lu­ce della Costituzione apostolica
Sacrosanctum Concilium, ampia­mente richiamata, del resto nel documento di Benedetto XVI. Si veda a questo proposito un re­cente incontro dei vescovi del Tri­veneto, che hanno messo al cen­tro della loro riflessione la vita li­turgica, la partecipazione alla Messa nelle comunità e il valore della festa, sottolineando «l’im­portanza di valorizzare la dome­nica – anche contro il rischio di un consumismo disumano – e risco­prire in essa l’incontro comunita­rio della Messa quale dono del Si­gnore ».
A Venezia, ad esempio, la possibi­lità di celebrare secondo il rito di San Pio V esiste già dal 1984 e la chiesa ciò preposta è quella di San Simeon Piccolo, non lontano dal­la stazione ferroviaria. Fino a tre anni fa la Messa veniva celebrata da un sacerdote diocesano, men­tre negli ultimi tempi la celebra­zione è stata affidata a un sacer­dote della Fraternità sacerdotale di San Pietro, la cui presenza non si limita all’Eucaristia, ma si e­stende anche alle confessioni, al­la recita dei Vespri e all’animazio­ne della comunità di fedeli. Nella chiesa, infatti, c’è anche un grup­po di persone che si formano al canto gregoriano. Il sacerdote è re­golarmente inserito nel presbite­rio diocesano e partecipa alla Mes­sa crismale del Giovedì santo.
Anche a Treviso il motu proprio ha confermato una consuetudine che risale al 1999. Da allora, infatti, o­gni sabato precedente la prima do­menica del mese si celebra secon­do il messale pubblicato da Gio­vanni XXIII nella chiesa di San Li­berale a Porta Altinia curata dai sa­cerdoti oblati diocesani.
Stessa situazione anche a Napoli,dove si celebra tutte le domeniche e le feste di precetto nella rettoria di Santa Maria della Catena, vici­na a Castel dell’Ovo, e a Firenze, dove la Messa secondo il vecchio rito già esisteva in base all’indul­to di Papa Wojtyla. Due le chiese in cui era ed è possibile partecipar­vi: l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (dove la celebrazione è quotidiana) e la Confraternita di San Francesco Poverino che ha u­na periodicità variabile, a seconda delle esigenze. In seguito al motu proprio di Benedetto XVI si sta stu­diando la possibilità di celebrare secondo il vecchio messale anche in due parrocchie.
Sono due anche a Bologna le chie­se deputate a questo particolare servizio liturgico: Santa Maria del­la Pietà in via San Vitale, dove la Messa è celebrata tutte le dome­niche e nelle feste di precetto alle 18 (anche con una buona parteci­pazione di giovani) e la chiesa del­l’oratorio dei Padri Filippini.
Anche nella diocesi di Roma la possibilità di celebrare secondo il messale di San Pio V esiste da di­versi anni. Naturalmente dopo l’indulto di Giovanni Paolo II. Il motu proprio, dunque, ha confer­mato la situazione precedente. Le chiese (nessuna delle quali è par­rocchiale) sono diverse: Gesù e Maria a via del Corso (la domeni­ca e feste di precetto alle 10), San Gregorio dei Muratori, dove cele­brano i sacerdoti della Fraternità sacerdotale di San Pietro (alle 9, alle 10,30 e alle 18,30 nei festivi; al­le 7,15 e alle 18,30 nei giorni feria­li); San Nicola in Carcere (dome­nica e feste di precetto alle 9,15, giorni feriali alle 12,15). Si celebra anche nella Basilica di Santa Ma­ria Maggiore (e più precisamente nella Cappella del Santissimo Cro­cifisso) l’ultimo mercoledì del me­se alle 16,30.
Possibilità di partecipare alla Mes­sa secondo il vecchio rito ci sono pure a Genova. Si celebrava già in base all’indulto e si continua a far­lo anche oggi nella chiesa di San Carlo in via Balbi (ogni domenica alle 11), a cura della Congregazio­ne Fraternità della Santissima Ver­gine Maria. Si celebra poi nella parrocchia di Fegino: la terza do­menica del mese alle 17 nella chie­sa principale e il primo venerdì del mese alle 16,30 in quella succur­sale. Cadenza settimanale (il sa­bato alle 17) ha la Messa nella chie­sa di San Pancrazio dei Cavalieri di Malta, mentre nella parrocchia di Santo Stefano, la celebrazione si svolge una volta al mese a cura dei Cavalieri del Santo Sepolcro.
Nella diocesi di Pesaro c’è stata u­na sola celebrazione, subito dopo la pubblicazione del motu proprio, mentre a Macerata, la prima Mes­sa con il messale del 1962 è stata celebrata lo scorso 3 gennaio nel­la parrocchia del Santissimo Cro­cifisso, vicaria di Tolentino. Si con­tinuerà a cadenza mensile. A Pa­lermo, invece, si celebra a San Ba­silio tutte le domeniche e nelle fe­ste di precetto (ore 20).
Così, anche attraverso queste e­sperienze, e le altre in atto nelle diocesi italiane, si sperimenta quanto il Papa scriveva nella let­tera ai vescovi che accompagnava la pubblicazione del motu proprio. «Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Mis­sale romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e gran­de, e non può essere improvvisa­mente del tutto proibito o, addi­rittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti – concludeva Bene­detto XVI – conservare le ricchez­ze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dar loro il giusto posto».

© Copyright Avvenire, 21 gennaio 2008

Purtroppo non in tutte le diocesi c'e' questa apertura...
R.

SAN MARINO

Da Negri un telegramma a Benedetto XVI: «Così educhiamo le comunità a una fede viva»

«La diocesi di San Marino-Montefeltro, stretta attorno al suo Pa­store, ha accolto con gratitudine e responsabilità il motu proprio Summorum Pontificum riconoscendo nelle direttive proposte dalla santità vostra una più ampia possibilità di educazione del popolo cristiano ad una fede che divenga realmente forma della persona e presenza viva nell’intera società». Così scrive monsignor Luigi Ne­gri, vescovo di San Marino-Montefeltro, in un messaggio inviato a dicembre al Papa. È uno dei frutti del recente motu proprio di Be­nedetto XVI, che ha trovato applicazione anche nella diocesi roma­gnola, dove la Messa secondo il messale del 1962 viene celebrata a Sant’Agata Feltria (Montefeltro) ogni domenica in un orario distin­to dalle celebrazioni eucaristiche della comunità parrocchiale. «La nostra diocesi – prosegue il messaggio – non ha potuto non senti­re pena per un persistente silenzio di troppo mondo cattolico che sembra rivelare quanto meno disagio se non distanza dalle vostre direttive, e non può non indicare come fonte di preoccupazione prese di posizione pubbliche che sono suonate problematiche nei confronti del magistero di vostra santità». Per questo il presule, ri­conferma la fedeltà al Successore di Pietro e conclude confidando che «tale nostra fedeltà, che abbiamo inteso esplicitare con questo gesto, la conforti nel suo servizio». (M.Mu.)


POTENZA

A Bella la liturgia accompagnata dalla catechesi Una comunità per ora di circa trenta persone si riunisce una volta al mese a Santa Maria Assunta, nel paese di Bella (Potenza) per celebrare secondo il Messale del 1962.
Così nella diocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo è stato recepito ed applicato il motu proprio di Benedetto XVI «Summorum Pontificum». Non ci si è limitati, però, alla celebrazione della Messa, spiega l’arcivescovo, monsignor Agostino Superbo. «Dopo la richiesta da parte dei fedeli, il parroco ha tenuto un’apposita catechesi sul significato della liturgia, che come insegna il Papa, rimane una sola, anche in presenza di due forme diverse dello stesso rito, e sono stati preparati i sussidi liturgici». Un camino di accompagnamento e approfondimento che proseguirà anche in futuro. (M.Mu.)

© Copyright Avvenire, 21 gennaio 2008

20 gennaio 2008

Mons. Guido Marini: nella Messa dei Battesimi alla Cappella Sistina, il Papa non ha "voltato le spalle" ai fedeli, ma si è orientato con loro a Cristo


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SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

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In 200 mila all'Angelus dopo la vicenda della "Sapienza". Benedetto XVI: costruiamo insieme una società "fraterna e tollerante" (Radio Vaticana)

"Andiamo avanti in questo spirito di fraternità, di amore per la verità e per la libertà, nell'impegno comune per una società fraterna e tollerante"

Angelus del Papa: interviste a Luciano Violante e Marcello Pera ("Il Messaggero")

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Il Papa: "Come professore emerito vi incoraggio tutti, cari universitari, ad essere sempre rispettosi delle opinioni altrui..."

Il Pontefice: «Il clima che si era creato ha reso inopportuna la mia visita all'università»

La cronaca di una giornata speciale che riscatta la vergogna dell'Italia

200MILA PERSONE PER IL PAPA

"Benedetto sta tornando Maledetto" e i media rovesciano la frittata! (Farina per "Libero")

Il (vero) senso del laico (Claudio Magris per il "Corriere della sera")

Card. Bagnasco: "Non cerchiamo la prova di forza" (Politi per "Repubblica")

L’orgoglio laico di saper ascoltare il Pontefice (Massimo Introvigne per "Il Giornale")

Il giorno del Papa. L’Italia che vuole sentire Ratzinger (Tornielli per "Il Giornale")

DAL PAPA CON LA RAGIONE E CON IL CUORE (Brambilla per "Il Giornale")

Papa-Sapienza, Prof. Zichichi: "Da scienziato dico..." (Il Giornale)

Il formidabile autogol dei 67 che volevano rifare il '68 (Cervo per "Libero")

Morpurgo (Comunità Ebraiche Italiane): "La vera laicità garantisce l'identità" (Libero)

Ottimi Tg5 e Tg2 e Sky, gravemente insufficiente il Tg1 (lunga intervista, senza contraddittorio, al ministro Bonino)

Il Papa e la verità: è la realtà che sconfigge la menzogna (dell'Asta per "L'Eco di Bergamo")

SMS E MAIL DI SOLIDARIETA' AL PAPA (RADIO VATICANA)

Vian: l'Angelus di domani sarà espressione di un moto del cuore e insieme della ragione. No alle strumentalizzazioni (Osservatore Romano)

Il filosofo Roger Scruton sul "caso" Sapienza: Una 'scortesia' da pseudo­scienziati dimostratisi 'culturalmente adolescenti'

Alla Sorbona si insegna il pensiero di Ratzinger. Jacob Schmutz:"E' un vero pensatore,conquista pure gli atei. Irritazione per "l'ignoranza" dei media

L’imprevedibile successo del Papa timido. Smentite tutte le analisi mediatiche (Brambilla per "Il Giornale")

Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede! (il discorso che il Papa non pronuncera' alla Sapienza)

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Mons. Guido Marini: nella Messa dei Battesimi alla Cappella Sistina, il Papa non ha "voltato le spalle" ai fedeli, ma si è orientato con loro a Cristo: non c'è abbandono della riforma liturgica conciliare

Domenica scorsa, la celebrazione dei battesimi nella Sistina da parte di Benedetto XVI ha avuto uno svolgimento liturgico diverso dal consueto, per via dell'utilizzo dell'antico altare della Cappella, che ha visto il Papa in alcuni momenti del rito voltare le spalle all'assemblea. Una nota dell'Ufficio delle celebrazioni pontificie aveva anticipato e spiegato questa variante, prevista dall'attuale normativa liturgica, e tuttavia - specie a livello mediatico - la scelta è stata un po' frettolosamente definita come "pre-conciliare". Fabio Colagrande ha chiesto al maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, don Guido Marini, l'esatta interpretazione di quei gesti:

R. - Credo sia importante, anzitutto, considerare l’orientamento che la celebrazione liturgica è chiamata sempre ad avere: mi riferisco alla centralità del Signore, il Salvatore crocifisso e risorto da morte. Tale orientamento deve determinare la disposizione interiore di tutta l’assemblea e, di conseguenza, anche la modalità celebrativa esteriore. La collocazione della croce sull’altare al centro dell’assemblea ha la capacità di trasmettere questo fondamentale contenuto di teologia liturgica. Si possono, poi, verificare particolari circostanze nelle quali, a motivo delle condizioni artistiche del luogo sacro e della sua singolare bellezza e armonia, divenga auspicabile celebrare all’altare antico, dove tra l’altro si conserva l’esatto orientamento della celebrazione liturgica. Nella Cappella Sistina, per la celebrazione dei battesimi, è avvenuto esattamente questo. Si tratta di una prassi consentita dalla normativa liturgica, in sintonia con la riforma conciliare.

D. - L’opinione pubblica è molto colpita da questo gesto che, in parte, il Papa ha compiuto in occasione della festa del Battesimo del Signore: dare le spalle all’assemblea. C’è chi legge in questo gesto un ritorno al passato, addirittura una chiusura del celebrante nei confronti dell’assemblea. Vuole invece spiegarci qual è il significato vero di questo gesto liturgico?

R. - Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista “non si chiude la porta all’assemblea”, ma “si apre la porta all’assemblea” conducendola al Signore.

Nella liturgia eucaristica non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è il nostro Oriente, il Salvatore. Penso che sia anche importante ricordare che il tempo in cui il celebrante, in questi casi, “volge le spalle ai fedeli” è relativamente breve: l’intera Liturgia della Parola avviene, come di consueto, con il celebrante rivolto verso l’assemblea, indicando così il dialogo della salvezza che Dio intreccia con il suo popolo. Dunque, nessun ritorno al passato, ma il recupero di una modalità celebrativa che in nulla mette in discussione gli insegnamenti e le indicazioni del Concilio Vaticano II.

D. - Mons. Marini, c’è stato chi, sulla scia del dibattito che ha seguito la pubblicazione del Motu proprio Summorum pontificum, ha letto in alcuni gesti di Benedetto XVI la volontà di abbandonare la riforma liturgica conciliare. Cosa risponde a questo genere di illazioni?

R. - Sono sicuramente illazioni e interpretazioni non corrette, sia del Motu proprio che di tutto il magistero di Benedetto XVI in ambito liturgico.

La liturgia della Chiesa, come d’altronde tutta la sua vita, è fatta di continuità: parlerei di sviluppo nella continuità. Ciò significa che la Chiesa procede nel suo cammino storico senza perdere di vista le proprie radici e la propria viva tradizione: questo può esigere, in alcuni casi, anche il recupero di elementi preziosi e importanti che lungo il percorso sono stati smarriti, dimenticati e che il trascorrere del tempo ha reso meno luminosi nel loro significato autentico.

Mi pare che il Motu proprio vada proprio in questa direzione: riaffermando con molta chiarezza che nella vita liturgica della Chiesa c’è continuità, senza rottura.

Non si deve parlare, dunque, di un ritorno al passato, ma di un vero arricchimento per il presente, in vista del domani.

© Copyright Radio Vaticana

16 gennaio 2008

Ossessionati, ridicoli e fermi al Medioevo! Rosso "malpela" i giornaloni di lunedì, il Tg1 e Marco Politi...


Vedi anche:

Che faccia...Corradino Mineo!

Facciamo un passo indietro: l'articolo di Politi sulla "Messa di spalle" che non c'è...

Censura integralista al Papa: servizio di Stefano Maria Paci

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"Maledetto XVI" di Marcello Veneziani (Libero)

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INTOLLERANZA INSPIEGABILE: L’UNIVERSITÀ È STATA LA CASA DI J. RATZINGER (Tarquinio per "Avvenire")

IL TESTO AUTENTICO DEL DISCORSO DEL CARDINALE RATZINGER SU GALILEO GALILEI (Parma, 15 marzo 1990)

Galli Della Loggia: Se al Papa fosse impedito di parlare come potremmo allora condannare le gazzarre degli studenti fascisti nel 1923-24?

Lupus in pagina

a cura di Rosso Malpelo - Gianni Gennari

Ossessionati, ridicoli e fermi al Medioevo

Ossessioni e pregiudizi? Lunedì tante prime pagine aperte con la notizia sconvolgente: "Messa di Papa Ratzinger con le spalle ai fedeli"!

Si sa: in redazione si svolgono tanti piccoli concili, i laici devoti si accaniscono ogni giorno in discussioni accese sugli altari antichi e moderni.

La regola della privacy non permette di fare nomi: è moderna libertà. E per i pregiudizi da bocciatura all'asilo, la lista è lunga.

Per la verità ha cominciato lunedì il Tg1 delle 20 sulle proteste per il Papa alla Sapienza: «"per la Radio Vaticana questa è un'iniziativa di tipo censorio»!

Ma la Radio Vaticana aveva intervistato il genetista prof. Bruno Dallapiccola, che aveva detto che per lui quella era censura. È diverso? Molto!

Se il Tg1 Rai trasmette un'intervista a Berlusconi che dice: «Prodi se ne deve andare a casa» sarebbe corretto dire che «per la Rai Prodi se ne deve andare a casa»?

È stato così, e l'effetto moltiplicatore ieri mattina ha avuto riscontro sulle prime pagine: «Il Vaticano: censurano il Papa!». Da vergogna professionale e bocciatura all'asilo della Federazione nazionale della stampa.

Leggi e ridi, ma un po' di amarezza rimane, per la categoria e anche per l'offesa al buon senso: ossessione e pregiudizio si sono baciati. Altro esempio perfetto di ambedue?

Lunedì "Repubblica" (p. 1 e 18) racconta che alla fine di "quella" Messa al Papa è scivolato dal dito l'anello, «simbolo del supremo potere», subito ritrovato sul tappeto, e commenta: «nel Medioevo la folla avrebbe provato un brivido».

In realtà nessuno si è scomposto, salvo il cronista di "Repubblica": il solo rimasto al Medioevo.

© Copyright Avvenire, 16 gennaio 2008

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La messa del Papa spalle ai fedeli

Ritorno al passato nella Sistina. E poi perde l´anello del Pescatore

Eliminato l´altare postconciliare i fedeli hanno visto i paramenti del Papa di spalle

MARCO POLITI

CITTA´ DEL VATICANO - Via la pedana, via l´altare postconciliare. Tre anni dopo la sua elezione papa Ratzinger realizza un suo storico sogno: celebrare messa rivolto all´altare, mostrando le spalle ai fedeli come il pastore che guida il gregge verso il Cristo. Il luogo è simbolico. La cappella Sistina. Qui Benedetto XVI è stato eletto e da qui il pontefice tedesco manda il segnale della sua controriforma. E´ solo un gesto, non c´è nulla di obbligatorio e chi vuole continuerà in tutto il mondo a celebrare messa come si fa da quarant´anni.
Ma la storia secolare della Chiesa è fatta di gesti, di segni, di simboli e quando Joseph Ratzinger - visibile soltanto dai capelli bianchi sulla nuca - ha elevato solennemente l´ostia e il calice verso il crocifisso posto sull´antico altare di marmo, non guardando più i fedeli ma fissando sulla parete il Cristo del Giudizio Universale, tutti hanno capito. Il pontefice non devia dalla rotta scelta: riorientare l´applicazione del Vaticano II.
Perché lui allo «spirito del Concilio», come lo hanno interpretato i riformatori più conseguenti, non ci crede. Lo ha detto da subito: il Concilio non è stato «rottura», ma riforma nella «tradizione» e comunque già da cardinale sosteneva che aver impostato il rito postconciliare con il celebrante rivolto ai fedeli, è un tradimento. Poiché tutti - fedeli e sacerdoti - devono guardare a Oriente, alla Resurrezione.
E dunque le tredici coppie, che in questa domenica di gennaio portano i loro nati a farsi battezzare dal Papa, assistono ad un magniloquente ritorno al passato. Eliminato l´altare postconciliare, Benedetto XVI non ha più fatto il giro della mensa eucaristica ma, entrando lentamente nella Sistina, è andato a inginocchiarsi dinanzi all´altare di marmo, lasciando ai fedeli soltanto la visione dei suoi paramenti di spalle.
Il Papa non ha celebrato il rito in latino né tantomeno nella versione tridentina. Il messale usato è stato quello riformato dal Concilio. Ma per la prima volta Benedetto XVI ha messo pubblicamente in atto quanto suggerito due anni fa da un libro di un suo discepolo, il sacerdote inglese Uwe Michael Lang, testo caldamente raccomandato dallo stesso pontefice nella prefazione: sacerdoti e fedeli stiano di fronte durante una parte dei riti, ma guardino a oriente durante la liturgia eucaristica.
E´ accaduto proprio così. Dal suo tronetto Ratzinger ha parlato con i fedeli e ha detto l´omelia, ma i riti di consacrazione sono avvenuti volgendo le spalle ai banchi. D´altronde papa Ratzinger ha scritto espressamente che nei decreti conciliari non c´è traccia dei «due effetti più evidenti della riforma liturgica del Vaticano II, cioè la scomparsa del latino e l´altare orientato verso il popolo».
omelia è stata semplice e suggestiva: di fronte alla voragine, che rischia di inghiottire l´uomo a causa del peccato, il Padre nei cieli tende la mano agli uomini dando loro pienezza di vita con il battesimo. Sorridendo, il pontefice ha versato da una conchiglia d´argento l´acqua benedetta sui tredici neonati.
Soltanto la piccola Svena, la prima, ha strillato. Gli altri sono rimasti docili. Alle fine della messa, però, si è verificato un altro «segno». A Ratzinger è scivolato dal dito, cadendo a terra, l´anello del Pescatore, simbolo del supremo potere papale. Imbarazzato, il nuovo cerimoniere mons. Guido Marini lo ha subito raccolto. Ma nel Medioevo la folla avrebbe provato un brivido.

© Copyright Repubblica, 14 gennaio 2008

Si', Politi, l'Italia e' tornata al Medioevo quando veniva impedito di parlare a chi non la pensava in modo politicamente, religiosamente e culturalmente corretto. Almeno questa e' l'idea che molti hanno del Medioevo dimenticando che la cultura europea nasce da li'...
Perche' ho rispolverato questo articolo che lunedi' avevo volontariamente ignorato? Semplice: mi serve per dopo...:-))
Non si accosti piu' la parola Medioevo a Papa Benedetto XVI! Dopo quello che e' accaduto ieri non sara' piu' "opportuno"
.
Raffaella

14 gennaio 2008

Messa nella Cappella Sistina: non una celebrazione preconciliare ma esempio di orientamento ad est


Vedi anche:

Sbandierata la presenza alla Sapienza di Rivera e la Cortellesi: errore! Gli interessati smentiscono categoricamente!

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

Frova (La Sapienza): "Il Papa è ostile alla scienza, non lo vogliamo...avremmo accolto a braccia aperte Roncalli e Wojtyla" (leggere per credere...)

Oscurantismo laicista: alla Sapienza di Roma si ha paura del pensiero del prof. Ratzinger (Stefano Zecchi per "Il Giornale")

I prof censurano il Papa senza mai averlo letto (grazie Tornielli!!! I soloni leggano almeno "Il Giornale"!)

Card. Grocholewski sulle polemiche degli illuminati sapienti: "Un ostracismo incredibile. Ratzinger rivalutò Galileo" (Repubblica)

IL TESTO AUTENTICO DEL DISCORSO DEL CARDINALE RATZINGER SU GALILEO GALILEI (Parma, 15 marzo 1990)

Messa nella Cappella Sistina: i commenti di Agi e Adnkronos. Molto belli i servizi di Marina Ricci, Aldo Maria Valli e Lucio Brunelli

Ruini verso l'addio. A Roma in arrivo un canonista (Rodari)

Ma chi scrive i discorsi del Papa? (Tosatti per "La Stampa")

Frère Alois (Taizé): "Cerchiamo un nuovo soffio che ci animi e ci spinga gli uni verso gli altri" (Osservatore Romano)

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I battesimi nella Cappella Sistina

Il Papa torna al passato messa celebrata dando le spalle ai fedeli

Giorgio Acquaviva
Roma

Non è stata una messa preconciliare, ma certo il messaggio inviato da papa Benedetto XVI con la celebrazione all'altare antico della Cappella Sistina, con offertorio e liturgia eucaristica svolti col viso a est e le spalle ai fedeli, era chiaro.

Si può fare, e senza alcun imbarazzo, anche perché il rito è stato quello "ordinario", varato da Paolo VI dopo il Concilio; e la lingua usata è stato l'italiano.

Ieri mattina, in occasione del battesimo di 13 bambini (8 femmine e 5 maschietti) figli di dipendenti vaticani, Papa Ratzinger ha voluto pubblicamente riaffermare la propria preferenza per le modalità tradizionali, più volte espressa in scritti e interventi pubblici quando era cardinale e ribadita nel Motu Proprio che "sdoganava" la messa di Pio V (sia pure nella versione "purgata" da Giovanni XXIII). La motivazione ufficiale: la volontà di recuperare «la bellezza e l'armonia» della Cappella Sistina affrescata da Michelangelo, senza ricorrere all'altare su pedana mobile tante volte usato da Giovanni Paolo II.
Al momento dell'omelia, e traendo spunto dalla festività del giorno (il Battesimo di Gesù al Giordano), il Pontefice ha svolto una riflessione sulla vita e sulla morte: «Tutto ciò che ha inizio sulla terra – ha detto – prima o poi finisce, come l'erba del campo, che spunta al mattino e avvizzisce la sera». Ma «mentre nelle altre creature, che non sono chiamate all'eternità, la morte significa soltanto la fine dell'esistenza sulla Terra, in noi il peccato crea una voragine che rischia di inghiottirci per sempre, se il Padre che è nei cieli non ci tende la mano».
Alla conclusione del rito, un piccolo incidente tecnico. L'anello del Pescatore, antico simbolo del potere pontificio, è scivolato dal dito di Benedetto XVI, cadendo vicino all'altare. Prontamente monsignor Guido Marini, il cerimoniere, lo ha raccolto e restituito al Papa.

© Copyright Gazzetta del sud, 14 gennaio 2008


E nella Sistina celebra messa spalle ai fedeli

A piccoli passi verso il passato. In occasione del tradizionale battesimo di un gruppo di neonati, Benedetto XVI è tornato ieri a impossessarsi dell'altare pre-conciliare della Cappella Sistina, sotto la parete del Giudizio Universale michelangiolesco.

Da lì ha officiato messa volgendo le spalle ai fedeli durante la parte eucaristica. Ratzinger ha deciso di mettere da parte l'altare su pedana mobile comparso durante il pontificato di Wojtyla che consentiva ai celebranti di essere rivolti ai fedeli anche al momento della consacrazione dell'ostia per recuperare tutta la bellezza e l'armonia della Sistina. Per il resto, la cerimonia del battesimo pontificio dei bambini, che si ripete ogni anno, ha seguito un copione assolutamente conciliare con la messa in italiano. Il rito si è concluso con un fuori programma. Al Papa è scivolato dal dito l'Anello del Pescatore, simbolo pontificio. Momenti di imbarazzo, poi il cerimoniere l'ha raccolto accanto all'altare e riconsegnato subito al proprietario.

© Copyright Il Tempo, 14 gennaio 2008

Ma no! A piccoli passi verso il futuro che non si costruisce senza passato...
R.

13 gennaio 2008

Messa nella Cappella Sistina: i commenti di Agi e Adnkronos. Molto belli i servizi di Marina Ricci, Aldo Maria Valli e Lucio Brunelli


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NELLA CAPPELLA SISTINA

BENEDETTO XVI CELEBRA LA MESSA DANDO LE SPALLE AI FEDELI

Nello splendore della cappella Sistina il Papa celebra con le spalle rivolte ai fedeli e pronuncia l'omelia dal trono posto sulla parete destra e non al centro.
Per la messa di questa mattina, infatti, Benedetto XVI ha scelto di usare l'antico altare accostato al muro, sotto il Giudizio Universale michelangiolesco, e non piu' l'apposito altare portato su una pedana mobile che usava Giovanni Paolo II.

"Si e' ritenuto - spiega una nota dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice - di celebrare all'altare antico per non alterare la bellezza e l'armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilita' contemplata dalla normativa liturgica. Cio' significa che in alcuni momenti il Papa si trovera' con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando cosi' l'atteggiamento e la disposizione di tutta l'assemblea".

Per il resto, precisa pero' l'Ufficio Liturgico, la celebrazione ha il consueto svolgimento: viene infatti impiegato il messale ordinario, ovvero quello introdotto da Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II.

Prima di diventare Papa, nel suo libro intitolato "Introduzione allo spirito della liturgia", pubblicato nel 2001 dalle Edizioni San Paolo, Joseph Ratzinger aveva auspicato il ritorno alla messa celebrata con il sacerdote e i fedeli rivolti verso Oriente - il luogo dal quale ritornera' il Signore - come e' stato per lunghi secoli fino alla riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II.

Ratzinger lamentava che nella celebrazione con l'altare rivolto verso il popolo, com'e' oggi, il prete "diventa il vero e proprio punto di riferimento", e tutto sembra terminare "su di lui". E cosi' "l'attenzione e' sempre meno rivolta a Dio". Nel libro, l'allora card. Ratzinger osservava che, "al di la' di tutti cambiamenti, una cosa e' rimasta chiara per tutta la cristianita', fino al secondo millennio avanzato: la preghiera rivolta a Oriente e' una tradizione che risale alle origini ed e' espressione fondamentale della sintesi cristiana di cosmo e storia". L'Oriente significava infatti l'annuncio del "ritorno del Signore".

Basandosi sulla "presunta posizione del celebrante" sull'altare della Basilica di San Pietro, gli autori della riforma scaturita dal Concilio Vaticano II hanno invece stabilito che "l'Eucarestia deve essere celebrata versus populum (in direzione del popolo). L'altare deve essere disposto in maniera tale che il sacerdote e il popolo possano guardarsi a vicenda". Il card. Ratzinger contestava che questa norma corrisponda all'immagine dell'Ultima Cena: "In nessun pasto all'inizio dell'era cristiana il presidente di un'assemblea di commensali stava di fronte agli altri partecipanti. Essi stavano tutti seduti, e distesi, sul lato convesso di una tavola a forma di sigma o di ferro di cavallo". Ciononostante, "la conseguenza piu' visibile" della riforma post-conciliare e' quella di "una nuova idea dell'essenza della liturgia come pasto comunitario". Nel vecchio rito tridentino, rimasto in vigore fino all'ultima riforma, la Messa era, invece, essenzialmente il riaccadere del sacrificio della Croce, non un "pasto" o un "convito" come nella tradizione protestante. Ratzinger contesta infatti che l'Eucarestia possa essere "descritta adeguatamente dai termini "pasto" e "convivio".

La consapevolezza del fatto che altare, il prete e i fedeli erano anticamente rivolti verso Oriente si e' persa nel corso dei secoli, al punto che quell'orientamento veniva etichettato come "celebrazione verso la parete" o come "un mostrare le spalle al popolo", e quindi e' apparso - spiegava il cardinale - "come qualcosa di assurdo e completamente inaccettabile".

Ma Ratzinger contestava il risultato della riforma liturgica: "Ora il sacerdote - o il "presidente", come si preferisce chiamarlo - diventa il vero e propria punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. E' lui che bisogna guardare.

© Copyright (AGI) - CdV, 13 gennaio -


L'Ufficio liturgico: ''Possibilità contemplata dalla normativa''

Papa, messa di spalle nella Sistina per il battesimo di 13 bimbi

Benedetto XVI ha scelto una sintesi tra liturgia pre e post conciliare rivolgendo le spalle ai fedeli secondo il rito antico ma usando il messale di Paolo VI in italiano. Durante messa Ratzinger ha perso l'anello del Pescatore poi ritrovato da mons. Marini

Città del Vaticano, 13 gen. (Adnkronos) - Benedetto XVI ha scelto di celebrare questa mattina la messa per il battesimo di 13 bambini nella Cappella Sistina tornando all'antico, ma fino a un certo punto. Ratzinger ha svolto il rito dall'altare posto tradizionalmente sotto l'affresco michelangiolesco, ha dato le spalle ai fedeli in diverse occasioni, ma ha seguito il messale di Paolo VI e la messa è stata in italiano.

Insomma un mix fra ''pre'' e ''post'' Concilio, quasi una sintesi della visione liturgica del Papa che ha voluto interpretare la riforma liturgica promossa dal Vaticano II non come una rottura rispetto alla tradizione precedente valida del resto per molti secoli, ma come un elemento di aggiornamento che andava letto in continuità con la storia precedente della Chiesa. Nota è poi l'avversione di Ratzinger per quelli che egli stesso ha chiamato ''eccessi'' nell'interpretazione moderna della liturgia: aspetti musicali, una certa libertà di comportamenti del sacerdote e dei fedeli, tutto ciò insomma che porta, secondo il Papa, lontano da quella profonda spiritualità, scevra di elementi esteriori, con la quale deve essere vissuta la messa.

A spiegare la natura del rito odierno era stato lo stesso Ufficio liturgico del Papa con una nota specifica: ''Si è ritenuto di celebrare all'altare antico per non alterare la bellezza e l'armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica. Ciò significa che in alcuni momenti il Papa si troverà con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando così l'atteggiamento e la disposizione di tutta l'assemblea". Tuttavia, precisava il testo, la celebrazione ha il consueto svolgimento: viene infatti impiegato il messale ordinario, ovvero quello introdotto da Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II.

Durante la celebrazione Benedetto XVI ha perso l'anello del Pescatore che porta sempre al dito. L'anello - che è uno dei segni della dignità pontificia - gli è scivolato sul tappeto vicino all'altare. Al piccolo incidente sarebbe seguito un momento di imbarazzo quindi il cerimoniere pontificio, mons. Guido Marini, sarebbe riuscito a trovarlo e a riconsegnarlo a Ratzinger.

© Copyright Adnkronos

Da segnalare i servizi di Marina Ricci (Tg5), Aldo Maria Valli (Tg1) e Lucio Brunelli (Tg2), tutti molto bravi nello spiegare il rito di stamattina.
R.

12 gennaio 2008

DOMANI IL PAPA DIRA' MESSA SPALLE AI FEDELI MA USANDO IL MESSALE DI PAOLO VI


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PAPA; DOMANI DIRA' MESSA SPALLE AI FEDELI NELLA CAPPELLA SISTINA
Per ragioni architettoniche battesimi con l'usanza pre-conciliare

Città del Vaticano, 12 gen. (Apcom) - Cosa insolita e originale: domani il Papa celebrerà la messa durante il quale battezzerà 13 bambini nella Cappella Sistina "con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce".

Una nota dell'ufficio liturgico riferisce infatti che "quest'anno non verrà allestita la pedana in legno che recava un apposito altare aggiunto per l'occasione, ma sarà utilizzato l'altare proprio della Cappella Sistina".

"Si è ritenuto di celebrare all'altare antico per non alterare la bellezza e l'armonia di questo gioiello architettonico - spiega la nota vaticana - preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica. Ciò significa che in alcuni momenti il Papa si troverà con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando così l'atteggiamento e la disposizione di tutta l'assemblea".

L'ufficio liturgico precisa tuttavia, che "la celebrazione avrà il consueto svolgimento e verrà utilizzato il Messale ordinario", cioè quello di Paolo VI.

"Benedetto XVI indosserà alcuni paramenti appartenuti a Giovanni Paolo Il e durante il rito del Battesimo - prosegue la nota dell'ufficio liturgico - attingerà l'acqua dall'artistico fonte in bronzo, realizzato qualche anno fa dallo scultore Lello Scorzelli, lo stesso autore del pastorale usato durante tutto il pontificato da Papa Wojtyla.
Il Pontefice, come di consueto, verserà l'acqua sulla testa dei piccoli utilizzando una conchiglia dorata. Il gesto ha un ricco significato. Infatti, dal punto di vista liturgico, la conchiglia rimanda al pellegrinaggio, simboleggiando il nuovo cammino che i battezzati iniziano una volta entrati a far parte della comunità dei credenti".


PAPA/ DOMANI BATTEZZA 13 BIMBI NELLA CAPPELLA SISTINA
Amministra sacramento per la terza volta durante suo Pontificato

Città del Vaticano, 12 gen. (Apcom) - Il Papa amministrerà domani per la terza volta durante il suo Pontificato, il sacramento del battesimo, a 13 bambini, figli di dipendenti vaticani. Nella domenica in cui la liturgia ricorda il Battesimo di Gesù al fiume Giordano, Benedetto XVI - riferisce una nota dell'ufficio delle Celebrazioni liturgiche - amministrerà il sacramento nella magnifica cornice della Cappella Sistina.
Nel corso della celebrazione un ruolo particolare spetterà ai fratellini dei battezzandi, alcuni dei quali porteranno all'altare i doni al momento dell'offertorio. Accanto al Papa presiederanno il rito del battesimo due vescovi, il vice camerlengo monsignor Paolo Sardi e l'elemosiniere pontificio monsignor Feliz del Blanco Prieto.

11 gennaio 2008

La catechesi del mistero cristiano si compie con l'insegnamento teologico e la liturgia (Osservatore Romano)


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Raiuno, con Politi e una giornalista inglese, attacca il Papa. Basta!

"Spe Salvi", Pertici: "La storia e la giustizia nella nuova enciclica di Benedetto XVI"

"L'inferno è solitudine: ecco l' abisso dell'uomo" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (da «Perché siamo ancora nella Chiesa», Rizzoli)

Card. Ratzinger: "Il Battesimo è l'arcobaleno di Dio sulla nostra vita, la promessa del suo grande sì, la porta della speranza...("Sul Natale")

Educazione e iniziazione al mistero cristiano

Tutto il tempo appartiene a Gesù

Inos Biffi

In due modi può compiersi la catechesi del mistero cristiano: quando questi diventa tema di insegnamento o di riflessione teologica, e quando viene ripreso nella celebrazione liturgica.
In questo secondo caso la catechesi proviene dall'evento che si sta compiendo: essa non riguarda più semplicemente un oggetto riacceso nella memoria o un argomento indagato dal pensiero: riguarda il mistero presente e ancora in atto, perché divenga preghiera ed esperienza. La liturgia iscrive l'avvenimento della salvezza non solo nell'area dell'intelletto, perché lo comprenda, ma in quella della volontà perché lo condivida.
La catechesi liturgica espone nel linguaggio del simbolo l'opera della salvezza, in opera nella forma sacramentale e su cui sono fissati lo sguardo della fede, la percezione dei sensi, l'attenzione dell'intelligenza e l'intenzione dell'amore.
Occorre però subito aggiungere che quest'opera della salvezza celebrata nella liturgia è personalmente Gesù Cristo. È lui, nei suoi misteri, a ritrovarsi nei segni e a essere annunziato nella loro memoria. D'altronde, ogni catechesi cristiana si risolve nella catechesi su Cristo, fine, sostanza e irradiazione della Rivelazione e della storia sacra che la manifesta e la avvera.

Il ritmo originale della liturgia

Quanto alle prerogative della catechesi che avviene attraverso il rito occorre prima di tutto rilevare che esso non si riferisce a una materia offerta all'intenzione dell'intelletto: la catechesi liturgica tocca una realtà presente, che in concreto sta avvenendo e sta coinvolgendo, come oggetto di esperienza. È questa realtà che promana dall'azione liturgica nella modalità dei segni, dei quali il primo a far trasparire il mistero è il tempo sacro. La liturgia crea un suo tempo originale, collocandovi il ricordo degli eventi di Gesù e l'efficacia della loro grazia, imprimendovi, così, un orientamento nuovo.
Con i suoi riti la Chiesa, in certo modo, lo riscatta dalla sua genericità, per imprimervi un significato cristologico. Così è del tempo domenicale, che riporta l'avvenimento della risurrezione del Signore, e giunge nella stessa Chiesa con i riverberi del giorno pasquale. E così è anche del corso di un intero anno, che, assunto nella liturgia e ritmato dalle feste del Signore e dei suoi Santi, si converte in anno sacro: l'anno che ha trovato i suoi poeti, Manzoni, con i suoi Inni sacri, inserito nella Liturgia ambrosiana delle Ore, e Paul Claudel con l'incomparabile Corona benignitatis anni Dei: un titolo che è suggestiva e luminosa definizione dell'anno liturgico: appunto anno di Dio.
Ma ogni giorno sorge contrassegnato e iridato della grazia del Signore, nella misura in cui, con l'Eucaristia, vi si imprima e vi si diffonda la memoria della croce e della risurrezione, e lo costellino gli appuntamenti oranti delle diverse Ore. Veramente, tutto il tempo appartiene a Gesù, che ne è il Signore, dal momento che tutto è stato creato per lui, in lui e in vista di lui (Colossesi 1, 16). La Chiesa con le sue commemorazioni ne condensa, per così dire, e ne accentua la presenza sacramentale.
Ora, un primo aspetto della catechesi svolta dalla liturgia è il richiamo al valore cristiano del tempo, assunto e posseduto da Gesù Cristo, e luogo simbolico del suo incontro con la Chiesa, la quale lo solennizza e lo decora di molteplici richiami, a rimarcarne la differenza. Va, quindi, fatta ritrovare nella liturgia una teologia del tempo, a servizio di Cristo e del suo mistero di salvezza.

Illustrare la Pasqua e il suo sacramento

Ma rileviamo, in correlazione, un'altra prerogativa che contraddistingue la catechesi liturgica ed è il corso ricorrente dei suoi contenuti, il loro riaffacciarsi di domenica in domenica, di anno in anno, e di giorno in giorno: ed è, questo, uno dei chiari indici della saggia pedagogia della Chiesa, che non teme di proporre e rioffrire l'inesauribile mistero, così che venga variamente e progressivamente assimilato.
Ora, questo mistero è esattamente Gesù Cristo. Potremmo dire: nella liturgia viene dispiegata una cristologia concreta, ai fini della sua conoscenza e della sua esperienza. E anzitutto a ricorrere in essa è la cristologia nel suo compimento pasquale in esercizio nell'Eucaristia, che è il cuore della domenica. Ogni giorno del Signore ripresenta nella comunità cristiana il sacrificio della croce e la partecipazione al corpo dato e al sangue sparso. Ne consegue che la Pasqua di Cristo, il significato della sua ripresentazione e comunione sacramentale, devono costituire il tema ricorrente e fondamentale della catechesi liturgica, perché i riti domenicali siano intimamente compresi e la sua "realtà" efficacemente condivisa. D'altra parte, illustrare la Pasqua e il suo sacramento significa spiegare il senso stesso della vita di Cristo, che culmina nel sacrificio, il fine del disegno della salvezza, l'avverarsi della Scrittura.
Solo così l'Eucaristia può apparire in tutta la sua luce e diventare attraente dinanzi alla mente e alla visione dei fedeli, e brillare in tutto il suo valore e suscitare la sorpresa senza la quale la liturgia diventa di una monotonia affliggente, ricoperta da un'attualità solo in apparenza interessante, dal momento che non ha l'interesse di ciò che è soprannaturale e quindi tra tutto supremamente meraviglioso. E solo Gesù Cristo si rivela vivo nel gesto supremo del suo amore, in ogni volta rinnovato.
Nella domenica, e soprattutto nell'Eucaristia, la cristologia diventa viva e deve dispiegarsi.

Ogni tempo ha la sua luce

Vi è poi la cristologia orante distribuita nel corso dell'anno, le cui festività rievocano i vari misteri della vita di Gesù e, rievocandoli, ne permettono una devota comprensione e una intensa iniziazione. È la funzione dei diversi tempi liturgici, che anche negli apparati esteriori rifrangono in certa misura all'esterno il contenuto di quei misteri, li rendono familiari e popolari e creano la sintonia dell'anima che li rivede e li risente con agio e distensione. Sia i padri sia gli autori medievali hanno lasciato sermoni liturgici mirabili, la cui lettura è una splendida e magnifica introduzione a queste festività.
Pensiamo a Gregorio di Nazianzo, ad Agostino, a Leone Magno, a san Bernardo e ad altri deliziosi abati cisterciensi.
Ogni tempo ha la sua luce, il suo messaggio e la sua grazia cristologica.
Il commento, poi, più pertinente alle festività è quello fatto dalle Sacre Scritture, ossia dalla Bibbia liturgica. Essa è la Parola di Dio destinata soprattutto a dire Gesù Cristo, principio e compimento, a descrivere la storia della sua attesa e a offrire la testimonianza della sua apparizione. Specialmente nella liturgia il libro sacro assume il suo valore, fondendosi con l'avvenimento celebrato e diventando, a sua volta, motivo e fonte di orazione, o libro di preghiera.
Ma occorre rilevare tutta la densità o tutte le relazioni della cristologia rintracciabili nella liturgia, sia essa raccolta nella forma dell'Eucaristia o ripartita negli appuntamenti del tempo sacro. Nel mistero di Cristo, infatti, sono incluse tutte le verità di fede: per suo tramite si giunge alla Santissima Trinità - il mistero da cui ogni altro gemma, di continuo richiamato dalla preghiera liturgica, che si rivolge al Padre, per Gesù Cristo, nello Spirito Santo -; alla mariologia, più volte ripassata nelle memorie della Vergine; all'ecclesiologia, coinvolta come soggetto stesso della liturgia; ai sacramenti; ai novissimi; all'antropologia teologica e al comportamento cristiano, che, in più, trova i suoi modelli nel Santorale, che intesse l'"anno di Dio".

L'"arte del celebrare"

Certo, perché tutta la verità cristiana, che è la sostanza della liturgia, vi possa emergere e trasformarsi in una catechesi in accordo con l'orazione - una lex credendi che si converte in lex orandi - sono indispensabili la cura e la competenza del pastore d'anime.

Si usa parlare oggi di arte del celebrare: ma bisogna che sia un'arte fondata su una buona cultura storica e su una seria preparazione teologica, intesa, questa, non come un'aggiornata informazione sull'ultima brillante teoria di un teologo, persuaso che con lui incomincia la teologia, ma come conoscenza dell'intero dogma professato dalla fede della Chiesa, che, chi ben lo capisce, conserva una novità e un'attrattiva inesauribili. Questo però non basta ancora: vi si deve associare un gusto estetico e una sensibilità nei confronti di tutto lo spettro dei segni di cui la liturgia è compaginata e che un loro commento sa risvegliare e rendere trasparenti: un commento, tuttavia, appropriato e sobrio - perché non diventi, come non raramente avviene, un continuo e opprimente arbitrio - a cui si unisca la persuasione che la liturgia non è il campo della fantasia creativa, improvvisata e sconcertante, di colui che la presiede.

Oggi si va spesso, volonterosamente, alla ricerca di nuove strategie pastorali un po' in tutti i campi della catechesi e della pastorale. Ma non è remoto il rischio di trascurare le strategie - se pur così si possono chiamare - che già esistono e fanno parte della vita stessa della Chiesa, e che si tratta di tradurre in pratica. È il caso della liturgia, come scuola di fede e di orazione. È la via strategica più semplice e più sicura, alla quale è garantita la riuscita.

Solo che a questo si apre la questione fondamentale, che è quella della formazione del celebrante.

(©L'Osservatore Romano - 12 gennaio 2008)

2 gennaio 2008

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FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007-2008

NATALE 2007: RACCOLTA DI COMMENTI

Dio si è fatto come noi per farci come Lui: figli nel Figlio, dunque uomini liberi dalla legge del peccato

(Giotto, "Presepe, o Natale, di Greggio")

L'arte al servizio della liturgia

La forza seduttiva del Vangelo dipinto

Nel volume La bellezza nella parola. L'arte a commento delle letture festive - Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007, pagine 375, euro 43 - monsignor Timothy Verdon offre un commento nuovo e originale all'anno liturgico cogliendo lo specifico delle singole feste e spiegandole con opere d'arte tratte dal ricco patrimonio iconografico cristiano. Pubblichiamo l'introduzione e il capitolo dedicato alla solennità di Maria Santissima Madre di Dio.

Timothy Verdon

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, nel capitolo dedicato a "La celebrazione sacramentale del mistero pasquale", ricorda che le immagini cristiane "proclamano lo stesso messaggio evangelico che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la parola, e aiutano a risvegliare e a nutrire la fede dei credenti" - asserto, questo, ulteriormente sottolineato nell'introduzione a firma di Benedetto XVI, dove si afferma semplicemente che "anche l'immagine è predicazione evangelica" e che "gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza". Il Papa nota che questo ricco patrimonio storico deve fare capire "come oggi più che mai, nella civiltà dell'immagine, l'immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico".
La Sacramentum caritatis sviluppa poi queste idee, nella seconda delle sue tre parti, "Eucaristia, mistero da celebrare", al capitolo "Ars celebrandi", nel paragrafo intitolato "Arte al servizio della celebrazione", dove - dopo aver esplicitato il carattere artistico dei segni e riti della Chiesa - si afferma che il "legame profondo tra la bellezza e la liturgia deve farci considerare con attenzione tutte le espressioni artistiche poste al servizio della celebrazione", a partire dall'architettura, dai paramenti e dai vasi sacri. Lo stesso paragrafo insiste sul rapporto tra iconografia religiosa e mistagogia sacramentale, e più avanti un altro paragrafo, dedicato esplicitamente alla catechesi mistagogica, sottolinea l'urgente bisogno "in un'epoca fortemente tecnicizzata come l'attuale, in cui si rischia di perdere la capacità percettiva in relazione (...) ai simboli", di "risvegliare ed educare la sensibilità dei fedeli per il linguaggio dei segni e dei gesti che, uniti alla parola, costituiscono il rito".
Il primo obiettivo del presente commento al lezionario attraverso immagini è pertanto quello di "risvegliare ed educare la sensibilità" dei lettori chierici e laici - mediante un processo di alfabetizzazione visiva - a collegare le verità evangeliche ascoltate e credute nel contesto della celebrazione con i segni sacramentali ad essa propri, e poi con la vita quotidiana in cui una fruttuosa partecipazione ai sacramenti si manifesta. Non di rado infatti le immagini "incarnano" le parole scritturali con forme atte sia a svelare il senso dei riti che a suggerirne l'applicazione esistenziale.

In particolare l'arte sacra europea, d'indole narrativa oltre che simbolica, aiuta a riscoprire l'unitarietà dell'esperienza della fede.
Il tipo di rapporto che il nostro commento mira a ricreare non è nuovo: sin dai primi secoli della loro storia i cristiani hanno fatto cospicuo uso d'immagini, soprattutto nei luoghi di culto. Pur essendo, con l'ebraismo e l'islam, una "religione del libro", il cristianesimo ha assegnato alle immagini un ruolo che va oltre la mera illustrazione dei testi sacri: un ruolo riconosciuto da Giovanni Paolo II nel 1999 con la straordinaria ammissione che "per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell'arte".
Già un altro Papa del Novecento, Paolo VI, aveva spiegato questo "bisogno" quando, rivolgendosi ad artisti, scrittori e musicisti nel 1965, affermò che "da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi; voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. Voi l'avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere sensibile il mondo invisibile".
Tale attribuzione d'importanza alle immagini è infatti un elemento costitutivo del cristianesimo. Un documento base della fede, il Vangelo secondo Giovanni, ne indica la ragione teologica, collegando l'umano senso della vista con il piano di salvezza rivelato in Cristo. Caratterizzando il Salvatore in termini allusivi agli antichi testi sacri, Giovanni dice che "in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio" (Giovanni, 1, 1). Poi aggiunge che questo Verbo - Cristo stesso - "si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e verità" (Giovanni, 1, 14). Nello stesso spirito, un altro testo attribuito a questo evangelista dice che in Cristo la vita eterna "si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza" (1 Giovanni, 1, 1-2), e una lettera paolina chiama Cristo semplicemente l'"immagine - nell'originale greco eikòn, icona - del Dio invisibile" (Colossesi, 1, 15).
Queste citazioni suggeriscono il rapporto particolarissimo di Cristo, il Verbo fattosi uomo per essere "immagine" dell'invisibile Dio, con le immagini umane - pitture, sculture, miniature, vetrate, avori, oreficerie - che parlano di Dio. Si tratta di un rapporto unico nella storia delle religioni, perché laddove in altri sistemi di fede l'arte illustra contenuti il cui baricentro rimane altrove, nel cristianesimo l'arte conduce, per la sua stessa natura, al cuore della cosa creduta: al paradosso cioè di un Dio spirituale che ha voluto esprimersi in forma materiale. "Un tempo, non si poteva fare immagine alcuna di un Dio incorporeo e senza contorno fisico", ricorda il più strenuo difensore delle immagini cristiane, san Giovanni Damasceno, evocando il divieto biblico ad ogni raffigurazione della Divinità. "Ma ora Dio è stato visto nella carne e si è mescolato alla vita degli uomini - continua il Damasceno - così che è lecito fare un'immagine di quanto è stato visto di Dio". Scrivendo nel 730, nel contesto dell'interdizione delle immagini da parte dell'imperatore di Bisanzio, l'iconoclasta Leone III, questo autore - nato cristiano in una Damasco allora sotto controllo musulmano - riafferma il nesso tra l'incarnazione del Verbo e l'uso delle immagini. Nella stessa scia, Benedetto XVI afferma nel Compendio che, anche laddove il soggetto raffigurato non sia letteralmente il Signore, tutte le immagini cristiane "significano Cristo, che in loro è glorificato".
Ecco perché nella storia della Chiesa la committenza d'opere d'arte e d'architettura ha costituito un progetto consapevole a cui sono state dedicate risorse ingenti. La comunità credente ha assunto quest'impegno perché, attraverso l'arte in tutte le sue forme, essa riesce a "trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile", come diceva Giovanni Paolo II nella sua Lettera agli artisti; l'arte infatti è tra gli strumenti didattici più antichi che la Chiesa conosca, e non solo nel senso di una Biblia pauperum o "Bibbia illustrata per analfabeti". Attraverso i secoli, l'arte è stata associata all'insegnamento della fede perché essa in qualche modo ricrea l'esperienza dei primi seguaci di Gesù.
Così, in un testo del 1979, Catechesi tradendae, Giovanni Paolo II - situando gli inizi dell'insegnamento cristiano nella persona e nell'opera di Cristo - ricordava subito la tradizione artistica: "Questa immagine del Cristo docente, maestosa insieme e familiare, impressionante e rassicurante, immagine disegnata dalla penna degli evangelisti e spesso evocata in seguito dall'iconografia sin dall'età paleocristiana - tanto è seducente - amo evocarla a mia volta, all'inizio di queste considerazioni intorno alla catechesi nel mondo contemporaneo".
Di fondamentale importanza è il passaggio concettuale tracciato qui, da un'immagine letteraria - "disegnata dagli evangelisti" - ad un'immagine pittorica. In effetti, lo stile del vangelo cristiano "dipinge" personaggi ed eventi con tale chiarezza da predisporne la traduzione in immagini, e questo per un motivo che la Catechesi tradendae esplicita con un linguaggio assai diretto: "La maestà del Cristo docente - afferma - la coerenza e la forza uniche del suo insegnamento, si spiegano soltanto perché le sue parole, le sue parabole e i suoi ragionamenti non sono mai separabili dalla sua vita e dal suo stesso essere". Il Verbo si fa carne cioè ma rimane tuttavia Verbo, assoluta e definitiva espressione della vita divina, così che le sue parole, i suoi gesti e perfino le immagini scaturite dalle sue parole e dai suoi gesti hanno coerenza e forza sovrumane. Tali immagini sono poi "seducenti" perché - in analogia con Cristo stesso, che attraverso il velo della sua umanità rivelava il Padre - parlano all'uomo di una vocazione celeste.
Parlano. Ma in verità pittura, scultura ed architettura non parlano: esse fanno vedere, fanno toccare, fanno entrare fisicamente nell'ambito del sacro. L'arte della Chiesa invita a conoscere in modo sperimentale il Dio che in Cristo ha voluto essere - appunto - visto, toccato, inabitato, come dice la Prima Lettera di Giovanni: "Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita: poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi" (1, 1-2).
Il Verbo della vita che si fa visibile - che si fa immagine - è il soggetto di una celebre miniatura del nono secolo, la prima delle illustrazioni di un'antologia poetica composta dal monaco Rabano Mauro e dedicata al figlio di Carlomagno, l'imperatore Lodovico il Pio, in onore della croce di Cristo: De laudibus sanctae crucis. L'immagine mostra il corpo di Gesù crocifisso sovrapposto alle parole di un testo - o, meglio, il corpo sembra plasmato da esse, come se contemplassimo l'atto stesso dell'incarnazione, il Verbo mentre diventa carne umana. Del resto non si tratta del casuale abbinamento di un'immagine a delle parole, ma di un carmen figuratum in cui il posizionamento di ogni lettera del testo è calcolato in modo che le lettere evidenziate dal disegno sovrapposto, compongano parole e frasi che spiegano il disegno stesso. In un carmen figuratum, l'immagine non ha pieno senso senza le parole che la costituiscono, né le parole senza l'immagine che dà loro specificità - che cioè le "incarna"!
L'antologia di Rabano Mauro ha carattere assai personale e include addirittura un ritratto dell'autore, visto in ginocchio davanti a una croce; in quell'immagine, ideata sempre come carmen figuratum, i contorni del corpo dell'artista racchiudono le parole di una preghiera: "Rabanum Memet Clemens Rogo Christe Tuere O Pie Iudicio" (Ti chiedo, Cristo misericordioso, di trattare me, Rabano, con clemenza nel giudizio). L'immagine proposta è invece più teologica, facendo vedere "il Verbo della vita" in un corpo che muore - come se l'ascetismo dell'esperienza monastica avesse condotto Rabano Mauro a pensare l'incarnazione soprattutto in rapporto alla croce. Già quattro secoli prima, san Leone Magno aveva affermato in effetti che "l'unico scopo del Figlio di Dio nel nascere era di rendere possibile la crocifissione. Nel grembo della Vergine egli assunse una carne mortale, e in quella carne mortale ha compiuto la sua passione".
Questa frase di Leone Magno suggerisce un altro aspetto della questione: il problema delle dicotomie inerenti l'annuncio cristiano, la cui risoluzione verbale rasenta il paradosso ma che, tradotte in immagini, diventano facilmente afferrabili. Ad esempio, il legame mistico tra la nascita del Salvatore e la sua morte, accennato dal padre della Chiesa, emerge con naturalezza in uno degli affreschi della basilica di San Francesco ad Assisi, "Natale a Greccio", che qui riproduciamo.

L'artista ambienta l'eloquente gesto del Poverello ai piedi di un altare dietro un tramezzo sormontato da una croce, così che vediamo il corpicciuolo del bimbo in rapporto sia al sacrificio eucaristico (col sacerdote parato all'altare), sia all'evento storico di cui l'eucaristia è memoriale, la morte di Cristo sul Golgotha. L'ambone sul tramezzo, a sinistra, allude visivamente alla previa proclamazione del vangelo in questo contesto connotato da immagini: l'annuncio della natività avviene accanto alla croce che vediamo da tergo ma che, sul davanti, reca l'effigie del Crocifisso.

Un analogo invito ad immaginare l'impatto della liturgia in un contesto connotato da un'immagine è offerto da una pala d'altare cinquecentesca raffigurante un gruppo di laici che stanno per ricevere la comunione, con, sull'altare alle loro spalle, un'altra pala che raffigura il corpo di Cristo deposto tra le braccia della madre alla presenza di alcuni amici. È come se il pittore, Girolamo Romanino, ci dicesse che gli uomini e le donne raffigurati in abiti contemporanei nel suo quadro - i quali hanno davanti a loro l'immagine del corpo offerto da Cristo sul Calvario - capiscono bene il valore delle Scritture proclamate e del sacramento che stanno per ricevere grazie anche al dipinto sull'altare!
L'arte cristiana offre essenziali chiavi interpretative ai testi sacri come ai riti perché nasce al servizio della cultura liturgica che essi insieme configurano. L'arte si pone, cioè, come sfondo visivo delle azioni sacramentali ed evocazione iconografica delle letture, così che il senso di molte opere oggi esposte sulle pareti di musei rimane incomprensibile se queste non vengono riportate (almeno idealmente) alla loro originaria funzione liturgica e catechetica.
Gli stessi soggetti dell'arte sacra poi - i temi più comunemente trattati - si sono definiti nei secoli in rapporto alle festività liturgiche e relative letture: basti pensare ai due principali filoni iconografici - quello allusivo al concepimento, nascita ed infanzia del Salvatore e quello che narra la sua passione, morte e glorificazione - sviluppatisi nei secoli alla luce dei tempi maggiori del calendario cristiano, Avvento-Natale e Quaresima-Pasqua.
In questa prospettiva, il mio commento alle letture dell'anno liturgico attraverso la tradizione iconografica vuol essere una restituzione a due sensi, che riconduce le immagini all'atemporale tessuto biblico per cui esse sono nate, e riveste i testi biblici della bellezza che i cristiani hanno loro attribuito d'età in età. Tra le ambizioni della presente opera, vi è infatti quella di riscoprire gli stili d'ascolto e d'applicazione pratica di coloro che ci hanno preceduto, meditando con l'ausilio delle opere scaturite dalla loro fede i testi che ancor oggi plasmano l'identità - il cuore nuovo - della Chiesa.

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Sarà utile alla fine di quest'introduzione ricordare alcuni passaggi nell'evoluzione storica del lezionario. L'idea di un ciclo più o meno ampio di letture continue tratte da varie parti della Bibbia, da ripetersi ogni anno o (secondo una tradizione alternativa) ogni tre anni, sembra essersi sviluppata nell'ebraismo sinagogale a partire dall'esilio babilonese. Tale uso fu poi assunto dalla Chiesa, dove già nel terzo e nel quarto secolo l'elaborazione dell'annuale ciclo delle grandi feste prevedeva la proclamazione, nei distinti periodi dell'anno, di determinate sezioni della Scrittura: Genesi in Quaresima, Giobbe e Giovanni nella settimana della passione, Atti e Apocalisse tra Pasqua e Pentecoste. Non c'era uniformità né nella scelta delle letture né nel loro numero: in qualche parte dell'ecumene cristiano le comunità ascoltavano tre letture, di cui una dall'Antico Testamento, una dagli scritti apostolici e una dal vangelo; altrove fino a cinque, con letture dalla Torah, dai profeti, dalle lettere paoline, dagli Atti e dal vangelo stesso; non c'erano ancora appositi compendi: si leggeva direttamente dalla Bibbia.
Nel VI secolo apparvero i comites, raccolte di letture organizzate secondo il calendario liturgico e spesso distinti - secondo i diversi momenti e ministri proclamanti - in "epistolari", "graduali" ed "evangeliari". Il Medioevo attingerà da questo sistema la selezione di letture incluse nel volume unitario del messale a servizio del sacerdote, sempre più l'unico ministro attivo nella celebrazione. Il moltiplicarsi di feste dei santi e di messe votive con letture particolari, gradualmente oscurò la logica didattica dell'originario ciclo domenicale, e molto presto scomparirono le letture veterotestamentarie.
Contro questo processo d'erosione, nel 1570 Pio V promulgò il Missale Romanum , destinato a rimanere (sebbene con edizioni diverse) la forma fissa sia del rito che del lezionario fino al Concilio Vaticano II; il Missale Romanum prevedeva un solo ciclo annuale di due letture per domenica e solennità (eccetto la veglia pasquale): la prima lettura era quasi sempre tratta dalle lettere apostoliche, mentre il vangelo era normalmente tratto dai testi di Matteo e Luca.
Ma drammatici sviluppi negli studi biblici tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, insieme al movimento liturgico cattolico e al rinnovato interesse per la catechesi resero chiara l'urgente necessità di sciogliere tale congelamento controriformistico della tradizione medievale. Così, tornando alla prassi dei primi secoli, il Concilio Vaticano II sin dall'inizio si propose di riformare il lezionario del Missale Romanum, arricchendo la liturgia della parola domenicale di letture veterotestamentarie legate al brano evangelico del giorno, e aumentando il numero delle letture neotestamentarie. Per rendere possibile tale allargamento e favorirne l'approfondimento, il ciclo delle letture è stato diviso in tre anni distinti, ognuno caratterizzato dalla proclamazione di uno dei vangeli sinottici. Nell'anno a cui il presente volume è dedicato (il primo del ciclo triennale o A) viene letto il Vangelo secondo Matteo, già saltuariamente presente nei tempi dell'Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua ma che nel tempo ordinario ha una presentazione semicontinua che ne permette l'analisi contenutistica e storica.

(©L'Osservatore Romano - 31 dicembre 2007 - 1 gennaio 2008)