30 giugno 2007

Messa tridentina: due importanti articoli di Introvigne e Rodari


Vedi anche:

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO CHE LIBERALIZZA LA MESSA IN LATINO

Un esemplare articolo di Filippo Di Giacomo per "La Stampa" [Messa tridentina]

La lettera del Papa ai Cattolici cinesi (stampa)

Rassegna stampa del 30 giugno 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 30 giugno 2007 (1)

Il Papa: Gesu' non e' uno dei grandi fondatori di religioni, ma il Figlio di Dio

Qualche indiscrezione sulla lettera ai Cattolici cinesi

Cattolici in Cina: intervista al cardinale Zen Ze-kiun

Nota pastorale dell'Episcopato italiano "dopo Verona" (per la lettura occorre scaricare il documento allegato).

L’antica messa in latino non è una controriforma

di Massimo Introvigne

Benedetto XVI ha presentato il Motu proprio con cui liberalizza la celebrazione della Messa con il rito detto di san Pio V, in lingua latina e secondo la versione del 1962 dell’antico Messale.
Il documento era atteso da mesi e non è un mistero per nessuno che fosse avversato da alcune conferenze episcopali - anzitutto quella francese - che vi vedevano il rischio di «dare ragione» ai seguaci dello scisma di monsignor Marcel Lefebvre.

In realtà, contrariamente a quanto si legge in questi giorni, non è affatto probabile che in seguito al Motu proprio i seguaci del defunto monsignor Lefebvre tornino all’ovile. I problemi che li dividono da Roma non riguardano solo la liturgia. Essi rifiutano anche l’ecumenismo e gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa, temi che a Benedetto XVI sono carissimi e su cui il Papa non intende transigere.

Ma, se non si tratta di una strategia per recuperare l’insidioso scisma lefebvriano, perché Benedetto XVI liberalizza la Messa di san Pio V?
Il problema riguarda un tema cruciale del pontificato di Joseph Ratzinger: l’interpretazione del Concilio Vaticano II.

Come illustrato già nei suoi primi auguri di Natale alla Curia romana, del 22 dicembre 2005, il Papa ritiene che uno dei maggiori problemi della Chiesa sia l’esatta comprensione del ruolo del Concilio.
Benedetto XVI distingue fra i documenti del Vaticano II - che ritiene fondamentali per definire il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, specie in tema di rapporti con le altre religioni e con gli Stati - e la loro interpretazione «postconciliare». Con chi, come i «lefebvriani», rifiuta i documenti del Concilio i margini di dialogo rimangono molto stretti.
Ma del tutto diverso è il discorso che riguarda il cosiddetto «postconcilio». Qui, secondo il Papa, si sono scontrate due linee di interpretazione del Vaticano II: «due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra ha portato frutti».

Quella che ha creato confusione, secondo Benedetto XVI, è l’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» secondo cui il Concilio è stato una rivoluzione nella storia della Chiesa che ha fatto diventare fuori moda, reazionario e inutile tutto quanto esisteva prima. Al contrario, per portare frutti il Vaticano II deve essere interpretato non come una rottura, ma in continuità con tutto il magistero precedente. La descrizione dei tempi del postconcilio da parte di Benedetto XVI è a tinte fosche. Il Papa paragona il caos di quegli anni a una battaglia navale di notte su un mare in tempesta.
Ora, la bandiera di chi interpreta il Concilio secondo il paradigma della «rottura» è la riforma della liturgia (fatta non dal Concilio, ma dopo il Vaticano II) e soprattutto le restrizioni che vietano o rendono molto difficile celebrare la Messa di san Pio V. Infatti, se il Concilio rompe con tutta la tradizione precedente, chi resta attaccato al simbolo di quella tradizione - la Messa antica in latino - è fuori della Chiesa e deve essere isolato e perseguito.
Ma se invece il Vaticano II va interpretato in continuità con il passato, allora anche la Messa antica può coesistere con la nuova. Il Motu proprio di Benedetto XVI toglie allora ai sostenitori dell’«ermeneutica della discontinuità» la loro bandiera, e avvia una stagione dove - senza indulgenze per chi rifiuta i documenti del Vaticano II - la loro interpretazione in continuità con la tradizione diventa normativa.

© Copyright Il Giornale, 30 giugno 2007


«Deo gratias», torna la messa in latino. Le anticipazioni del testo del Motu Proprio e prefazione

di Paolo Rodari

«In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti».
«Amen».
«Dominus vobiscum».
«Et cum spiritu tuo».
Torna il rito della messa in latino e lo si può celebrare seguendo due forme diverse: quella del Messale di Paolo VI che già oggi senza problemi viene celebrato in qualsiasi parrocchia e quello in cui il sacerdote celebra “spalle al popolo” seguendo invece l’antico rito sancito nel Messale di San Pio V riapprovato da papa Giovanni XIII nel 1962 ma che necessitava del permesso del vescovo della diocesi per essere utilizzato.
Torna e Benedetto XVI in una prefazione a un Motu Proprio a esso dedicato e prossimo all’uscita (probabilmente sabato 7 luglio, ma senza conferenza stampa) ne spiega ai vescovi i motivi: la riforma liturgica promossa nel Concilio Vaticano II non è - questo si evincerebbe tra le righe - in rottura con la tradizione passata ma piuttosto essa rappresenta una novità nella continuità.
Del resto, è uno dei leit motiv di tutto il pontificato del successore di Wojtyla: la corretta interpretazione dei dettami del Vaticano II.
È una decisione, quella del papa, che va incontro non tanto (anche, ma non solo) al ristretto gruppo ultratradizionalista degli scismatici lefebvriani che mai hanno rinunciato a celebrare con l’antico rito, ma soprattutto a tutti quei fedeli (ne basteranno pochi riuniti in un «gruppo stabile» per avanzare esplicita richiesta al parroco perché celebri loro la messa con l’antico rito) che vedono nella cura e nel rispetto della tradizione un aiuto per la propria fede.
Torna, dunque, la messa in latino anche secondo la forma più antica, torna tramite un Motu Proprio papale (un documento promosso da chi ne ha le facoltà) presentato ieri dallo stesso Ratzinger a un ristretto gruppo di rappresentanti di alcune conferenze episcopali mondiali.
Il tutto è avvenuto dopo una gestazione parecchio travagliata. Infatti, tra la prima riunione in cui il papa presentò il testo in Vaticano (era il dicembre dello scorso anno) e oggi, alcuni porporati hanno in qualche modo cercato di bloccarne del tutto l’uscita e poi, non riuscitici, a far passare qualche lieve modifica (comunque non sostanziale) al testo.
Tra questi, alcuni cardinali francesi che vedono nel ritorno dell’antico rito la possibilità di un ulteriore proliferare delle comunità tradizionaliste già molti forti Oltralpe e, sempre tra questi, oltre alle titubanze di Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster, quelle di un porporato tedesco timoroso perché a suo dire alcune comunità ebraiche avrebbero avanzato delle rimostranze (poi non confermate dai diretti interessati) in quanto nel rito antico, ma in realtà non in quello rivisto nel 1962, il giorno del venerdì santo si prega anche "pro perfidis iudeis".
Il tutto mentre nei pressi dall’Ateneo di sant’Anselmo sull’Aventino a Roma (facoltà liturgica) c’era chi si riuniva per trovare le forme migliori (ad esempio tramite lettere di protesta) per dissuadere il pontefice dal suo intento.
Ma Benedetto XVI non si è fatto intimorire. Come è nel suo metodo di lavoro, ha trasmesso tempo addietro ai vescovi le sue intenzioni, ha ascoltato tutte le voci, ha fatto passare del tempo (parecchio tempo) e poi ha deciso.

Ratzinger, già quando era cardinale, si era più volte espresso in favore della completa liberalizzazione dell’antico rito.
Anche nei suoi ormai leggendari volumi “Introduzione allo spirito della liturgia” e “Il Dio vicino” aveva manifestato il valore unico di una celebrazione rimasta nel cuore, ancora oggi, di tanti fedeli.
E l’altro ieri pomeriggio - è quanto ha comunicato la sala stampa della Santa Sede ieri - egli ha partecipato in Vaticano a una riunione, presieduta dal cardinale Segretario di Stato (erano presenti anche Ruini, Bagnasco, Castrillon Hoyos, Lehman, Murphy O’ Connor, O’Malley, Ricard, Barbarin e Koch), in cui è stato illustrato il contenuto e lo spirito dell’annunciato Motu Proprio e pure il contenuto della prefazione scritta di suo pugno.
Cosa dice esattamente il Motu Proprio? Cosa l’introduzione papale? Quanto al Motu Proprio (pare non sia un testo particolarmente breve), oltre alla conferma che il rito della messa in latino (il rito romano) è uno e che due sono le forme con le quali può essere celebrato (Messale di Paolo V e Messale di san Pio V rivisto da Giovanni XIII), viene spiegato come, per quanto riguarda il Messale del 1962 (messa in latino “spalle al popolo”) non serva più l’esplicito permesso dei vescovi per essere utilizzato.
Il papa, col Motu Proprio, autorizza qualsiasi gruppo di fedeli, purché riunito in un «gruppo stabile» e dunque conosciuto in parrocchia, a chiedere al proprio parroco il permesso per la celebrazione.
E questi deve concederla senza necessariamente informare il vescovo, il quale tuttavia in caso di controversie ha l’autorità per intervenire.
Inoltre - ed è questa una nota fondamentale e che, se confermata, farà contenti tutti i tradizionalisti d’oggi - chi celebra col Messale del 1962 pare possa continuare a seguire anche il lezionario antico che, a differenza di quello che si segue oggi, contiene meno letture le quali si ripetono (sempre le stesse) nell’arco di un solo anno liturgico e non, come avviene ora, nel corso di tre anni.
Quindi, chi parteciperà alla messa della domenica celebrata col Messale di San Pio V rivisto nel 1962 potrà capitare che ascolti delle letture diverse da chi partecipa a una messa col rito post conciliare.****
La liberalizzazione concessa dal papa avviene nella consapevolezza che l’antico Messale in realtà non venne mai abolito.
Infatti, dopo la riapprovazione nel 1962 operata dal “papa buono”, fu Giovanni Paolo II, nel 1984 con la “Lettera circolare Quattuor abhinc annos”, nel 1988 con il “Motu Proprio Ecclesia Dei” e dieci anni più tardi, nel 1998, con l’“Allocuzione per il decimo anniversario dell’Ecclesia Dei”, che ne confermò l’utilizzo previo consenso del vescovo della diocesi di appartenenza.
Ma col nuovo Motu Proprio a firma Benedetto XVI le cose divengono ulteriormente più agevoli perché il permesso dei vescovi non è più necessario. Insomma, tra qualche giorno, quando il testo del Motu Proprio uscirà ufficialmente, i fedeli che lo desiderano, se riconosciuti in un «gruppo stabile», potranno uscire di chiesa rispondendo «Deo, gratias» all’«Ite missa est» finale.

© Copyright Il Riformista, 29 giugno 2007

**** Veramente ben scritti questi due articoli. Faccio notare che anche nel rito ambrosiano si riscontra una diversita' di letture (a Pasqua anche del Vangelo) rispetto al rito romano.
Raffaella

6 commenti:

Luisa ha detto...

Veramente ottimi questi due articoli. descrittivi,chiari, esplicativi.
Poi come al solito tutto dipende da che punto di vista si guarda la situazione ! Dall`angolo di visione!
Per i preti , certi diventati vescovi che sono nati con e dopo il CV II, e per tutti coloro che conoscono solo il nuovo rito, il Motu Proprio può sembrare un ritorno indietro.
Per i cattolici detti "tradizionalisti" , e per me è un complimento, perchè hanno saputo e voluto rispettare la tradizione della Chiesa, il Motu Proprio di Benedetto XVI è un passo in avanti !
Spero solo che tutti prenderanno il tempo di leggere il Motu Proprio e la lettera di Papa Benedetto.
E comunque conto sulla serietà dei preti e vescovi, ai quali incombe la responsabilità di spiegare ai fedeli la decisione del Papa. Spero che lo faranno con coscienza, serietà e nell`ubbidienza , perchè sono convinta che solo la loro eventuale disubbidienza, potrà provocare problemi che rischiano di essere seri !

francesco ha detto...

mah...
no comment
francesco

euge ha detto...

Cara Luisa sono felice di questo Motu Proprio quanto te e sono anche felice che ci sia gente in ambito giornalistico e di opinione, che scriva cose precise e chiare e non le solite critiche senza costrutto; anch' io considero la liberalizzazione della messa in latino un passo in avanti visto che comunque è parte integrante della cultura e tradizione della Chiesa; una cosa che non ammetto perchè mi sembra veramente " sparare nel buio " criticare senza prima avere letto e poi ancora il Motu Proprio non è obbligatorio ne vincolante; solo se c'è la richiesta da parte di trenta fedeli; il parroco dovrà tenerne conto e provvedere senza ricorrere alla dispensa del vescovo diocesano; per esempio cara Luisa, temo che nella mia parrocchia non arriveremo a trenta persone.......... pazienza vorrà dire che la messa andrò a sentirla da un'altra parte!!!!!!!
Grazie Eugenia

Anonimo ha detto...

Come dice Luisa, "dipende da che punto di vista si guarda la situazione". Sono d'accordo, ma credo che il papa tenga più a cuore l'unità della chiesa, nella Cattolicità Romana, di cui lui è il capo, che l'unità della chiesa in Cristo (che afferma: "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me." Giov. 14:6). Sono membro della chiesa valdese (chiesa protestante italiana) e mi rammarico che si fanno passi indietro, rispetto alla volontà di Gesù Cristo che ci vuole uniti insieme ad adorare il Padre in spirito e verità.
Il grande dizionario storico-teologico del cattolicesimo tedesco (Lexikon für Theologie und Kirche) descrive i tratti salienti della «messa in latino», come viene oggi comunemente chiamata la messa di Pio V, nei termini seguenti, che riproduco: nel messale di Pio V la messa rimase quello che era diventata nel Medioevo: una liturgia del clero, celebrata dal clero con fasto maggiore o minore, senza molto riguardo per il popolo, e comprensibile, in qualche modo, per il clero soltanto. La partecipazione del popolo… si ridusse quasi alla sola presenza…».
Il Concilio Vaticano II, come è noto, ha cambiato molte cose in campo liturgico, in quanto si mosse, in parte almeno, nella direzione in cui si mosse, 450 anni prima, la Riforma protestante.
La «messa in latino» resterà del tutto marginale. Ma i seguaci di mons. Lefebvre (1905-1991), nemico giurato del Vaticano II da lui considerato «eretico», si rallegreranno dell’iniziativa del papa, che in questo modo ha dimostrato ancora una volta di voler andare, rispetto al Concilio Vaticano II, più volentieri indietro che avanti.

Raffaella ha detto...

"Sono d'accordo, ma credo che il papa tenga più a cuore l'unità della chiesa, nella Cattolicità Romana, di cui lui è il capo, che l'unità della chiesa in Cristo"

Beh, e' un po' difficile costituire una unita' con tutti i discepoli di Cristo se noi Cattolici, per primi, siamo divisi.
Il motu proprio non e' un passo indietro ma un passo avanti verso la riconciliazione con i fratelli separati.
Non e' un caso la piu' che positiva accoglienza del documento da parte della Chiesa Ortodossa.
Saluti

Anonimo ha detto...

Verso i protestanti non c'è questa apertura e voglia di comunione. Pensa che ci definisce "comunità ecclesiali". Sì per il papa le chiese protestanti non sono chiese, perchè per esse non ci sarebbe la cosiddetta "successione apostolica".
Ma Gesù non ha istituito alcuna successione apostolica. Io credo che la cosa più importante è la fede in Gesù Cristo, morto e risorto per la giustificazione dei ns. peccati, in quanto chi crede in lui ha la vita eterna.
Tutto il resto mi sembra superfluo, o come va di moda dire, relativistico.
Io come cristiano mi sento in comunione con gli altri cristiani, in virtù dell'unico fondamento che è Gesù, apprescindere dalla confessione.
Mi rattrista sentire nel corso della messa cattolica che è benvenuto colui che viene nel nome del Signore e poi mi si proibisce di partecipare all'eucarestia, poichè non mi attengo alla dottrina cattolica.
Non capisco, perchè non si può essere solo cristiani?