5 marzo 2007

Rassegna stampa del 5 marzo 2007


Il presidente russo arriverà in Vaticano il 13 marzo. Potrebbe chiedere al Pontefice di vedere il capo degli Ortodossi a Vienna
Putin dal Papa, si prepara l'incontro con il Patriarca

Città del Vaticano
NOSTRO SERVIZIO
Conclusa ieri la settimana dedicata agli Esercizi spirituali, riprende in pieno la attività del Papa. Ieri a mezzogiorno Benedetto XVI ha ricevuto dirigenti e rappresentanti dell'Istituto Paolo VI di Brescia, oggi è presente all'Angelus in Piazza San Pietro e mercoledì sarà all'udienza generale.
Per il mese di marzo, nell'agenda del Papa sono previsti importanti incontri diplomatici e ci sono voci secondo cui è imminente l'annuncio della sostituzione del cardinale Ruini al vertice della Cei. Entro la fine del mese o ai primi di aprile, infine, sarà pubblicato il primo volume della «Vita di Cristo» sottoscritta dal Papa.
Il 13 marzo verrà in Vaticano il presidente russo Putin. La notizia ha suscitato interesse, perché è stata accompagnata da qualche informazione secondo cui il Presidente russo potrebbe invitare il Papa ad una visita a Mosca. Ma altre voci escludono questa circostanza. Un fatto è certo: un invito a Mosca potrebbe aver luogo solo se la Santa Sede ha raggiunto un accordo col Patriarcato di Mosca che, a sua volta, ne avrebbe informato Putin. Su qualche organo di stampa internazionale è stato anticipato che il primo incontro tra il Capo della Chiesa Cattolica e il Patriarca russo potrebbe avvenire non a Roma, ma in sede neutra, forse Vienna. Ogni dubbio sarà chiarito dopo la visita di Putin.
Un altro incontro importante del Papa avrà luogo il 23 marzo, quando verrà in Vaticano il Gran Mufti, rettore della università islamica del Cairo. Il Gran Mufti è stato uno dei più forti critici del famoso discorso di Benedetto XVI a Ratisbona e aveva interrotto ogni colloquio con la Santa Sede. I chiarimenti intercorsi tra la Segreteria di Stato e l'alta personalità islamica hanno però permesso l'attuazione dell'incontro che segna la ripresa dell'importante dialogo. La conferma della visita viene, per ora, dal Cairo.
È invece solo una voce quella che si riferisce alla sostituzione, in questo mese, del cardinale Ruini al vertice della Cei. Che il porporato lasci è certo, ma sulla data non si possono fare previsioni. Chi può dire che il Papa, come scritto da qualche parte, darebbe l'annuncio il 7 marzo? In quanto al successore, da vari mesi si anticipano nomi: a cominciare da quello del cardinale Scola, Patriarca di Venezia, seguito dal nome di Monsignor Papa vescovo di Taranto. Negli ultimi giorni si fa con insistenza anche il nome dell'arcivescovo di Genova, monsignor Comaschi. E qualcuno ha visto nel suo messaggio alla diocesi genovese per la Quaresima quasi una anticipazione del suo programma come presidente della Cei. Il testo è tutto di carattere spirituale, incentrato sulla preghiera: quasi una presa di distanze dalle enunciazioni di Ruini, che accompagnavano le riflessioni spirituali a riflessioni politiche e sociali. Ma è, forse, solo una illazione.
Arcangelo Paglialunga

Gazzettino del nordest, 4 marzo 2007


Che strano!!! Come mai i grandi giornali non parlano di questo importante incontro? Coda di paglia? Bah!

L´INTERVISTA
L´arcivescovo Bagnasco, candidato alla successione di Ruini: "Mostriamo la forza della nostra identità"
"I cattolici difendano la famiglia la Chiesa ha il dovere di richiamarli"

FRANCO MANZITTI

I cattolici devono svegliarsi e battersi per difendere la famiglia, la loro cultura e i loro valori, in uno Stato che vara leggi difficili da digerire. Parola di Angelo Bagnasco, 63 anni, ex Ordinario militare, da soli sei mesi sulla cattedra che fu di Giuseppe Siri, il cardinale mancato papa per due Conclavi, di Dionigi Tettamanzi, oggi arcivescovo di Milano, e, da ultimo, di Tarcisio Bertone, oggi segretario di Stato in Vaticano e indicato come il suo grande sponsor per la successione a Ruini.
Già in settimana Bagnasco potrebbe diventare la nuova guida della Cei. Tutti lo danno come il candidato in pole position, senza reali concorrenti. Ma naturalmente Bagnasco, in una domenica da pastore del suo gregge di anime, mentre visita una parrocchia nella profonda periferia genovese, tace e sorride alla domanda se toccherà a lui prendere il posto di Camillo Ruini alla presidenza della Conferenza episcopale.
Cita il suo impegno al silenzio. Parla da arcivescovo di Genova e quindi da semplice membro della Conferenza che starebbe per essere chiamato a presiedere dopo Ruini, Poletti, i vicari di Roma, dopo Ballestrero, come lui nato a Genova. Ma condivide in pieno la linea sempre più insistentemente tracciata da Ruini e aggiunge di suo una richiesta urgente allo Stato italiano per una politica della famiglia più forte, descrivendo il terreno sul quale i cattolici devono scendere in campo e il temperamento che devono mostrare in una società sempre più laicizzata.

Monsignore, quella di Ruini sembra una chiamata alle armi dei cattolici contro lo Stato laico. Condivide?

«E´ chiaro che i cattolici devono difendere la famiglia e che la Chiesa cattolica deve richiamarli a questo compito. Non si vogliono fare guerre sante. I nostri valori vanno difesi con serenità, moderazione, ma anche con fermezza di fronte allo Stato che fa le sue leggi. Non siamo contro le famiglie di fatto, ma contro una sovrastruttura che si aggiunga alla famiglia. Attenzione: questa è una battaglia che tocca anche a chi non crede, a chi non ha la fede ma un senso di responsabilità nell´organizzazione della nostra società: difendere un istituto come la famiglia».

E lo Stato cosa dovrebbe fare di fronte alla discesa in campo della Chiesa: modificare, rettificare i suoi progetti?

«Sono fiducioso che il buon senso sopravvenga. Ma dallo Stato ci aspettiamo subito, direi con urgenza, per esempio, politiche forti in favore della famiglia. Per ora nei programmi, nelle intenzioni di chi governa abbiamo visto segni troppo piccoli, troppo deboli in questa direzione. Non possono aspettarsi che la Chiesa dica sì e applauda le idee di riforma di istituti chiave come la famiglia. La Chiesa deve battersi perché siano difesi i valori fondamentali della nostra cultura».

Ma c´è qualche altro Stato che vara queste leggi ed è più sensibile ai valori della vostra cultura? O questa è una prerogativa italiana e dei rapporti tra l´Italia e il Vaticano?

«In Francia, per esempio, c´è una politica per la famiglia più avanzata. Ci sono leggi più favorevoli, anche se è chiaro che il peso dei cattolici è storicamente meno forte che in Italia. Ci sono altri Stati in cui quelle politiche sono più flebili o prendono altre direzioni, come la Spagna. Quello che noi ci aspettiamo sono segnali forti: quella è la strada che indichiamo».

E´ solo un problema di programmi di governo o c´è qualcosa di più forte che divide la politica del governo dalle aspettative della Chiesa?

«Cercano spesso di farci passare per degli intolleranti. Non è così. Il problema è quello dell´identità culturale, in Italia come in Francia, in Europa. In Europa siamo il cuore del mondo, ma fatichiamo a definire la nostra identità a fronte delle altre culture religiose e laiche che si impongono nel mondo moderno. Guardi gli Usa: lì hanno un forte senso della loro identità. Noi stentiamo a imporre i segni forti della nostra civiltà. La famiglia è tra questi. E se non la difendiamo noi cattolici, chi deve farlo?».

E, quindi, qual è il richiamo che va fatto ai cattolici, oltre a quello di scendere in campo con moderazione e fermezza?

«Il Novecento si è chiuso lasciando alle nostre coscienze un grande problema: che cos´è oggi l´uomo? Tutto è entrato in discussione a partire dal fatto che di un uomo si possono anche cambiare gli organi, decidere il momento della morte, predeterminare il suo sviluppo, incidere geneticamente. Sui principi dell´etica ci sono scontri sempre più forti: è lì, appunto, che possiamo apparire intolleranti o che qualcuno può aspettarsi al contrario il nostro applauso, la nostra resa. Ricordo un commentatore qualche anno fa aveva posto retoricamente questa domanda: ma se la Chiesa dicesse sempre di sì, accettasse la rivoluzione laica dei valori? Ecco qual è il nostro ruolo di fronte a questo problema: essere non solo presenti, risaltare, mobilitarci per far valere questi valori, non per applaudire».

Insomma vuol dire che la linea di Ruini va condivisa e lei come vescovo si sente perfettamente identificato nella sua mobilitazione?

«Ripeto: ai cattolici non basta essere presenti e dire semplicemente che ci sono. Devono dimostrare tutta la forza della loro identità con grande serenità».

Repubblica, 5 marzo 2007


Ore decisive per i nuovi vertici della Conferenza episcopale italiana
Subito nomina del presidente Ruini può restare come tutor
il retroscena

ORAZIO LA ROCCA

CITTÀ DEL VATICANO - E adesso che fine farà l´annunciata direttiva ai cattolici sulle coppie di fatto? L´atteso documento vedrà ugualmente la luce anche col successore del cardinale Camillo Ruini alla presidenza della Cei? Era stato lo stesso porporato ad annunciarlo le scorse settimane nel pieno delle polemiche esplose sui Dico. Ma mercoledì prossimo 7 marzo - stando ad insistenti indiscrezioni emerse dal Vaticano e da ambienti vicini alla Cei, mai smentite dalle autorità ecclesiastiche - papa Ratzinger dovrebbe annunciare il nome del nuovo presidente Cei. E il prescelto dovrebbe essere Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, preferito ad altri autorevoli candidati come il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, o l´arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, già segretario generale Cei.
Con monsignor Bagnasco - fortemente voluto dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, suo predecessore alla diocesi di Genova, ma «benedetto» anche da Ruini - la politica della Conferenza episcopale italiana non dovrebbe subire scossoni.
Anzi, è presumibile che il nuovo presidente Cei si muoverà sulla linea Ruini, consolidata da ben 16 anni di guida indiscussa della Chiesa italiana. Ed è abbastanza significativo che Bagnasco in questi giorni abbia già lanciato diversi segnali politici, specialmente in difesa della famiglia, chiedendo in più occasioni - negli ultimi tempi - «più attenzione» da parte del governo. Non sarebbe quindi azzardato immaginare che il primo importante banco di prova del prossimo presidente Cei sarà proprio la direttiva sulle coppie di fatto. Anche se in Vaticano - ma anche tra alcuni vescovi diocesani - qualcuno non si meraviglierebbe che Benedetto XVI possa decidere di confermare ancora Ruini alla presidenza Cei fino alla Assemblea episcopale del 6 maggio prossimo.
Ma proprio in vista di questo importante appuntamento, Ruini, che continuerà sempre a ricoprire la carica di vicario papale della diocesi romana, sarà ugualmente impegnato al vertice Cei. E´ ragionevole - spiegano in Vaticano - che Bagnasco, dopo la nomina papale, sarà accolto dal suo predecessore per un periodo di «rodaggio» che durerà fino all´Assemblea di maggio. E durante i prossimi due mesi, il nuovo presidente Cei avrà modo di conoscere a fondo le linee ruiniane e di mettere a fuoco le sue mosse future, a partire proprio dalla direttiva sulle coppie di fatto. Con la nomina del nuovo presidente, Ratzinger avrà completato il ricambio al vertice della Cei, dopo la promozione a vescovi dei monsignori Domenico Mogavero, già sottosegretario della Cei, e Claudio Giuliodori, portavoce dei vescovi italiani. Quest´ultimo è stato sostituito da don Domenico Pompili, responsabile liturgico dei programmi di Sat2000.

Repubblica, 5 marzo 2007

In altre parole...il Papa decide da solo e i giornali sono in alto mare :-))


L´OPERA
A Pavia arriva Benedetto XVI ma non potrà entrare in cattedrale
Polemica sul duomo chiuso da quasi vent´anni


La torre simbolo della città crollò qualche mese prima del Muro di Berlino
Mancano i soldi e i lavori finiranno forse nel 2010. Il sindaco: abbiamo fatto il possibile


FRANCO VERNICE

DAL NOSTRO INVIATO
PAVIA - Quando nel 1989 crollò il muro di Berlino, fece molta polvere e ancora più rumore, ma niente danni. Non lasciò rimpianti e nessuno si sognò di rimetterlo in piedi. Lo stesso anno, a Pavia, e qualche mese prima, il crollo della torre campanaria fece invece quattro vittime, comportò, anche se indirettamente, la chiusura della cattedrale e innescò un dibattito mai veramente risolto: riedificare la torre civica così com´era stata voluta nel quattordicesimo secolo, costruirne ex novo una moderna, oppure lasciare lì solo il mozzicone di mattoni rimasto?
Sono passati diciotto anni, il Duomo è ancora chiuso, tanto che nessuno dei pavesi più giovani ne conosce l´interno, e la torre, la torre, non sapendo appunto bene cosa farne, si è preferito, per ora lasciarla perdere. Nel dubbio, si è deciso di non decidere. Diciotto anni sono tanti e il bello è che manca, tuttora, una data realistica per riaprire i battenti della cattedrale che i pavesi avevano cominciato a tirare su nel 1488. Di certo non sarà pronta per la visita papale fissata per il prossimo aprile. Forse, ma solo forse, nel 2010.
È un caso clamoroso. Duomo e torre civica erano un po´ i simboli di Pavia, come il Ponte coperto sul Ticino. Non che non si sia fatto nulla, in questi anni, per la cattedrale. I lavori per restituirla alla città cominciarono già nell´89. Ma gli anni e il loro protrarsi non sono ancora bastati, così che ora servono altri quattro milioni di euro, oltre a quelli già spesi, per le opere più urgenti, come mettere in sicurezza la cupola. Nel complesso, sono già stati impegnati per i lavori di consolidamento trentacinque milioni di euro, mentre sono venti milioni quelli disponibili.
Nei giorni scorsi, il vescovo Giovanni Giudici ha chiesto una mano al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Il quotidiano la "Provincia pavese" ha dato vigore all´allarme. Si conta sulla disponibilità del ministro Francesco Rutelli. L´allarme risulta però eccessivo, se non incomprensibile, al sindaco Piera Capitelli, che guida una giunta di centrosinistra: «C´è stata un´intesa fra Stato e Regione che ha funzionato. E tutto era previsto, dopo che erano state individuate delle condizioni di pericolo. Il ministero dei Beni culturali ha sempre fatto la sua parte e quei quattro milioni arriveranno. E a Pavia ci sono anche altre opere monumentali che necessitano di un intervento. Non c´è solo il Duomo. Certo, venti anni di chiusura sono tanti, ma il problema, ormai, dovrebbe essere stato metabolizzato».
Ma come si è arrivati a fare del Duomo una cattedrale fantasma per poco meno di due decenni? Tutti dicono che, nonostante tutto, non si è mai perso tempo. Spiega pacato il vescovo Giudici: «Qualcosa forse si è perso all´inizio, ma per capire cosa bisognava fare. Poi c´è stata una bella convergenza fra le istituzioni, resta una generazione di pavesi che non ha mai visto la sua cattedrale e dal punto di vista civile il fatto che abbiamo un monumento non visitabile».
Ricorda Alberto Artioli, sovrintendente per i Beni architettonici della Lombardia: «Questa è una lunga storia. Cominciata proprio nell´89 dopo il crollo della torre, quando alcuni edifici del centro storico vennero monitorati. Fra questi c´era la cupola della cattedrale e partirono i lavori di consolidamento. Adesso, per andare avanti e non spendere altri soldi inutilmente, è necessario poter continuare ad utilizzare i ponteggi già esistenti e che entro il 2007 dovrebbero essere smontati. Sono lavori complessi e innovativi, il crollo della torre fu un evento improvviso».
La torre, appunto. Prosegue Artioli: «Certo, c´è stato chi voleva riedificarla come si fece a suo tempo per il campanile di San Marco a Venezia. Ma quello era un contesto molto diverso. Per il momento rimarrà il mozzicone».
Gianpaolo Calvi è il presidente della fabbriceria del Duomo. Dice: «Stiamo lavorando, i piloni sono già stati messi in sicurezza, stiamo consolidando la cupola e i quattro milioni di euro andranno per rinforzare il tamburo. Chiaro che diciotto anni di porte chiuse già maturati sono tanti, ma cosa si vuol fare?».
Sul destino dei ruderi del campanile, Calvi preferirebbe non intervenire, visto che la proprietà era e resta del Comune. Ma ha una sua opinione e la esprime: «Bisognerebbe andare a studiare bene anche il sottosuolo nella zona del moncone». Perché lì c´era la Pavia romana che ogni tanto restituisce alla luce qualche manufatto e altri potrebbero affiorare.
Il sindaco Capitelli crede che la cosa migliore sia prendere atto della realtà: «Meglio rendere dignitosi i resti. Lasciarli così come sono sarebbe inaccettabile da un punto di vista estetico». Insomma: intervenire, ma senza troppe velleità. E poco importa se Papa Ratzinger non potrà entrare in chiesa.

Repubblica, 5 marzo 2007


Bagnasco, un «ruiniano» contro i Dico

di Andrea Tornielli

L’annuncio è atteso a mezzogiorno di mercoledì. Come previsto, il 7 marzo. Cioè il giorno in cui nel 1991 Giovanni Paolo II nominò il suo vicario Camillo Ruini presidente della Cei, il termine che lo stesso cardinale di Sassuolo, prorogato per un anno, aveva chiesto. Fra due giorni avverrà dunque un cambio epocale nella storia della Chiesa italiana, con l’arrivo dell’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco alla presidenza dell’episcopato del nostro Paese. Un avvicendamento da tempo desiderato dallo stesso Ruini, che già all’inizio del 2001, prima che Wojtyla gli rinnovasse per la terza volta l’incarico quinquennale, aveva chiesto di passare la mano. La nomina del nuovo presidente non è stata facile: un anno fa il sondaggio tra i vescovi italiani voluto dalla Segreteria di Stato, che aveva segnalato come più votati i cardinali Tettamanzi (Milano) e Scola (Venezia), insieme al vescovo di Novara Renato Corti. Poi, con la designazione di Tarcisio Bertone quale nuovo Segretario di Stato - che aveva nuovamente privato Genova del suo cardinale nel giro di pochi anni, dopo la promozione di Tettamanzi a Milano - le carte sono state rimescolate e nelle ultime settimane varie ipotesi sono state prese in considerazione. Dal primo confronto tra Ruini e Bertone sono caduti i candidati di entrambi - rispettivamente Scola e l’arcivescovo di Taranto Benigno Papa - e alla fine Benedetto XVI ha scelto il candidato di mediazione, molto vicino a Ruini, presidente del consiglio di amministrazione del quotidiano Avvenire, ma anche successore di Bertone a Genova.

Chi è, dunque, Angelo Bagnasco? Si può dire che la sua «carriera» sia avvenuta in fretta. Nominato nel 1998 vescovo di Pesaro, nel 2003 diventa Ordinario militare quindi, dopo la designazione di Bertone a «primo ministro» del Papa, è promosso alla sede cardinalizia della Liguria e ora, pur rimanendo nella sua diocesi, viene catapultato sulla poltrona che scotta di Camillo Ruini, in un momento delicatissimo nei rapporti tra Chiesa e politica in Italia.

Nato a Pontevico (Brescia) il 14 gennaio 1943, da genitori sfollati per la guerra, figlio di un pasticciere e di una casalinga, Bagnasco è tornato quasi subito a Genova, dove è entrato in seminario ed è stato ordinato sacerdote dal cardinale Siri nel 1966. Laureato in filosofia, vicario parrocchiale per molti anni, docente di Metafisica e ateismo contemporaneo, presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha seguito per venticinque anni gli Scout ed è stato per altri quindici assistente della Fuci. Dal 1995 al 1997 è stato direttore spirituale del seminario di Genova, prima di essere promosso vescovo a Pesaro.

Il nuovo presidente della Cei è un prelato gentile, riservato, scrupoloso, che nel rapporto personale sa essere anche emotivamente vicino nelle situazioni più difficili. Come Ordinario militare ha visitato i nostri soldati impegnati all’estero e due anni fa ha dichiarato a Radio vaticana: «Basterebbe andare nelle missioni dei nostri soldati all’estero, tutte quante, per dissipare i dubbi se i nostri militari rappresentano forze di pace o di occupazione».

Come sarà, dunque l’«era Bagnasco» alla Conferenza episcopale italiana? In continuità con quella di Ruini. Innanzitutto perché rimane, almeno per il momento, l’attuale numero due Giuseppe Betori, il cui ruolo è forse destinato ad accrescersi dato che Bagnasco continuerà a risiedere a Genova. E poi perché il nuovo presidente ha condiviso e condivide l’impostazione data dal predecessore, che è riuscito - seppur diventando bersaglio di critiche esterne e non sempre potendo coinvolgere la base cattolica - a far diventare la Chiesa italiana protagonista del dibattito culturale. Il suo legame con il presidente uscente è stretto: non solo Bagnasco presiede il cda di Avvenire, ma ha anche lavorato in molte commissioni della Cei. Salutando il sindaco di Genova, il 24 settembre 2006, nel giorno del suo ingresso come arcivescovo, aveva detto che «una mentalità puramente tecnico-scientifica da sola non è in grado di costruire una vera e compiuta forma di civiltà e cultura», ricordando «le esigenze etiche fondamentali» che «sono radicate nell’essere umano»: a «questo livello - aggiungeva - emerge la vera e necessaria “laicità”: come, cioè, autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica, ma non da quella morale».
Come si vede, una concezione del rapporto fede e politica in perfetta sintonia con quella di Benedetto XVI e di Ruini. Sui Dico, il primo tema scottante con il quale il nuovo presidente della Cei dovrà confrontarsi, Bagnasco si è così pronunciato: «Una famiglia debole non può costruire una società forte». «Il Papa, la Cei e il cardinale Ruini - ha dichiarato nei giorni scorsi - hanno fatto interventi insistenti e decisi perché l’argomento in questione, cioè i cosiddetti Pacs, ora Dico, vanno a toccare i valori fondamentali su cui la Chiesa ha una posizione definita. Non c’è stata nessuna esagerazione, si tratta di fattori che incidono profondamente sulla vita degli individui e della società».

Il Giornale, 5 marzo 2007

(nella foto Papa Benedetto con Mons. Bagnasco)

Nessun commento: