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9 gennaio 2008

Un debito contratto con lo Spirito Santo: il Concilio visto dal cardinale Karol Wojtyla (Osservatore Romano)


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Il Concilio Vaticano II e la sua attuazione

Un'ermeneutica della riforma radicata in Cristo

Nel 1972 l'arcivescovo di Cracovia, il cardinale Karol Wojtyla, decise di illustrare ai fedeli della sua diocesi i frutti dell'insegnamento conciliare in un volume appena ripubblicato (Alle fonti del rinnovamento. Studio sull'attuazione del Concilio Vaticano Secondo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007, pagine 437, euro 19). In questa pagina riproduciamo la prefazione scritta dal cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, la premessa di Adam Kubis e di Stanislaw Nagy e l'introduzione del cardinale Wojtyla.

Camillo Ruini

Nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 Benedetto XVI ha offerto un'analisi penetrante della recezione del Concilio Vaticano II, indicando la via maestra del superamento della contrapposizione di "due ermeneutiche contrarie" che "si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro". "L'una - affermava il Papa - ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare "ermeneutica della discontinuità e della rottura"; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino".
Già poco tempo dopo la conclusione del Vaticano II, e certamente a far data dal 1968, l'interpretazione dei testi - e dello "spirito" - del concilio diventa oggetto di dibattito acuto, con l'affermarsi di linee divergenti anche all'interno del mondo cattolico. Al rifiuto di alcuni, che vedevano nel concilio una sostanziale rottura con la tradizione, si contrapponevano quanti consideravano la novità del concilio tale da condurre a un'apertura radicale nei confronti della cultura del nostro tempo, con modalità senz'altro variegate e per molti versi divaricate, ma in questo decisamente convergenti. Si trattava di un'interpretazione disinvolta, in realtà spesso riduttiva ed elusiva, la cui eco non è del tutto spenta, come mostrano posizioni anche recenti di storici e teologi. L'appello generico allo "spirito del concilio" espone al rischio di interpretazioni soggettive, che fraintendono l'autentica natura dell'evento conciliare e aprono lo spazio a sviluppi difficilmente compatibili con la sostanza del cattolicesimo.
"All'ermeneutica della discontinuità - proseguiva Benedetto XVI nel suo magistrale discorso - si oppone l'ermeneutica della riforma, come l'hanno presentata dapprima Papa Giovanni XXIII nel suo discorso d'apertura del concilio l'11 ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965". Ermeneutica in cui la tradizione vive nell'intreccio fecondo e fedele di continuità (che non è ripetizione) e novità (che non è cambiamento della sostanza). Un impegno che scaturisce anzitutto da un rapporto vitale e spirituale con la parola della fede e da una vissuta ecclesialità: via "estremamente esigente - è ancora Benedetto XVI che parla - come appunto è esigente la sintesi di fedeltà e dinamica. Ma ovunque questa interpretazione è stata l'orientamento che ha guidato la recezione del concilio, è cresciuta una nuova vita e sono maturati frutti nuovi. Quarant'anni dopo il concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell'agitazione degli anni intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l'opera svolta dal Concilio".
L'opera di Karol Wojtyla che presentiamo in questa nuova veste editoriale costituisce il primo e forse a tutt'oggi il più approfondito studio nell'ottica di tale ermeneutica della riforma.
In essa non si contrappone il Vangelo alla modernità, ma neppure lo si stempera dentro una adesione acritica di sapore immanentistico. Al contrario, emerge l'esigenza - e insieme la sfida - dell'incentramento antropologico, dove l'equilibrio è colto in quella reciprocità che non è declinata come mediazione riduttiva e rinunciataria, ma come intuizione feconda e originaria della legge dell'incarnazione. Nella luce della realtà e del mistero di Gesù Cristo trovano infatti unità - senza mai assorbirsi l'uno nell'altro - i due poli essenziali del discorso teologico: Dio e l'uomo.
Sarà questo, del resto, l'asse portante della prima e programmatica enciclica di Giovanni Paolo II Redemptor hominis, dove l'uomo "è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione" (14); ma lo è fondamentalmente perché "Gesù Cristo è la via principale della Chiesa" (13), perché "Cristo Signore ha indicato questa via, soprattutto quando - come insegna il Concilio - "con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo" (Gaudium et spes, 221)" (13).
Nell'enciclica immediatamente successiva Dives in misericordia Giovanni Paolo II sviluppa per così dire questo principio, contestando e superando in radice la contrapposizione tra antropocentrismo e teocentrismo: "Quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull'uomo, quanto più è, per così dire, antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo verso il Padre. Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell'ultimo Concilio" (1).
Nel 1972, a dieci anni dall'apertura del Concilio Vaticano II, l'allora Cardinale di Cracovia sente il bisogno di riprenderne organicamente l'insegnamento, quale fermento e pietra fondamentale del rinnovamento della Chiesa. Egli intende offrire un vero e proprio, articolato e organico, vademecum del concilio.
L'interpretazione wojtyliana del Vaticano II quanto più si radica in Cristo, tanto più invita a una grande e coraggiosa uscita dai discorsi autoreferenziali, dal proprio orto e recinto. Non per adattamento che insegue lo spirito del tempo - non aveva torto il teologo anglicano William Ralph Inge quando scrisse: "Colui che desidera sposare lo spirito del tempo si ritrova presto vedovo" (citato in Peter Ludwig Berger, Una gloria remota, Avere fede nell'epoca del pluralismo, il Mulino, Bologna, 1994, pagine 16 e seguenti) - ma per esigenza e coerenza interna allo stesso messaggio cristiano e alla grande tradizione cattolica. La frequenza con cui nel suo studio Wojtyla fa riferimento alla Gaudium et spes lo conferma chiaramente.
I fermenti teologici e spirituali della prima metà del Novecento - non esclusa la forte ripresa del filone tomista, che ha registrato debolezze e rigidità, ma anche forti intuizioni e illuminazioni - hanno costituito così quel grande moto di rinnovamento che sfocia nell'aggiornamento del Vaticano II. L'ampia riflessione wojtyliana è imperniata sul riferimento trinitario, che non solo la apre tematicamente ma la compenetra tutta come suo orizzonte, ed è concentrata sullo sviluppo organico di quella antropologia cristologica che consente di fare unità tra l'approfondimento speculativo e l'orientamento dell'azione ecclesiale.
Wojtyla aveva ben presente l'amara constatazione di Max Scheler, da lui studiato approfonditamente, che già nella sua opera del 1928 Die Stellung des Menschen im Kosmos (La posizione dell'uomo nel cosmo) notava: "Abbiamo una antropologia scientifica, una antropologia filosofica e una antropologia teologica che si ignorano a vicenda. Così non possediamo una qualche idea concreta di quel che l'uomo è. Nella loro sempre più grande molteplicità le discipline particolari applicatesi allo studio dell'uomo, più che chiarirne il concetto lo hanno oscurato e reso oscuro". Una questione, questa, che rimane aperta e scottante e che diviene sempre più complessa: basti pensare al campo delle neuroscienze, al dibattito sulle origini dell'universo, al prevalere di un diffuso scetticismo conoscitivo, nei quali l'uomo, invece di riconoscere la propria finitezza e la grandezza che lo apre all'infinito, rischia di perdere la sua specificità di soggetto e di ridursi ad un oggetto tra gli altri. Su questo terreno si scopre la vera attualità del Vaticano II e l'urgenza di proseguirne il cammino.
"Desideriamo quindi ardentemente attuare il Concilio" scriveva l'allora arcivescovo di Cracovia, avviandosi a concludere - dopo aver trattato le dinamiche salienti della responsabilità pastorale e del vissuto ecclesiale - il suo ampio studio. È questo anche oggi il nostro desiderio, illuminato dalla parola dell'attuale Pontefice e largamente sentito dal popolo di Dio, per quel senso della fede che gli è donato. Ed è campo di lavoro e di responsabilità di teologi e pastori, per la missione che è loro propria. La lettura di questo saggio nutre e sostanzia tale intento, con la fecondità della verità e dell'amore che vengono dall'intelligenza e dal cuore di Wojtyla, testimone della fede e protagonista della storia.

(©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2008)


Un debito contratto con lo Spirito Santo

Karol Wojtyla

Un vescovo che ha partecipato al Concilio Vaticano II si sente debitore verso di esso. Il Concilio infatti, oltre a quei pregi che già gli furono attribuiti e a quelli che gli verranno attribuiti in futuro, ha un valore e un significato unico e irripetibile per tutti coloro che vi hanno preso parte e lo hanno portato a compimento, anzitutto quindi per i vescovi, padri conciliari. Partecipando attivamente, per quattro anni, al Vaticano II ed elaborandone i testi, essi sono venuti in pari tempo ad arricchirsi spiritualmente in virtù del concilio che vivevano. La stessa esperienza di una comunità universale era per ognuno di loro un grande bene, di portata storica. La storia del concilio che solo in avvenire potrà essere scritta in modo esauriente, era già presente come avvenimento straordinario negli animi di tutti i vescovi che vi partecipavano, durante il periodo che va dal 1962 al 1965; assorbiva completamente i loro pensieri, stimolava la loro responsabilità, era esperienza eccezionale e realtà profondamente vissuta.
Da tale esperienza, storicamente già chiusa ma spiritualmente sempre in atto, sorge per l'appunto l'esigenza di pagare il debito contratto. Quando ci domandiamo con chi sia stato contratto, allora siamo condotti - pur attraverso tutte le persone, le enunciazioni, le menti, gli atteggiamenti, le prospettive, attraverso tutta la visibile realtà dell'assemblea conciliare - a colui che è l'invisibile, a colui che incessantemente adempie la promessa fatta un tempo agli apostoli nel cenacolo: "Egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Giovanni, 14, 26).
Tramite la complessa esperienza del concilio abbiamo contratto un debito verso lo Spirito Santo, verso lo Spirito di Cristo. Questo infatti è lo Spirito che parla alla Chiesa (cfr Atti degi Apostoli, 2, 7): durante il concilio e per suo mezzo, la sua parola è divenuta particolarmente espressiva e decisiva per la Chiesa. I vescovi, membri del collegio, che hanno ereditato dagli apostoli la promessa fatta da Cristo nel cenacolo, sono tenuti in modo particolare a essere consapevoli del debito contratto "con la parola dello Spirito Santo", perché furono essi a tradurre in linguaggio umano la parola di Dio.
Questa espressione, in quanto umana, può essere imperfetta e rimanere aperta a formulazioni sempre più precise, però nello stesso tempo è autentica, perché contiene proprio ciò che lo Spirito "disse alla Chiesa" in un determinato momento storico. Così la consapevolezza del debito deriva dalla fede e dal Vangelo, che ci permettono di esprimere la parola di Dio nel linguaggio umano dei nostri tempi, connettendolo all'autorità del supremo magistero della Chiesa.
Cristo disse: "Io sono con voi tutti sino alla fine del mondo" (Matteo, 28, 20). Queste parole hanno acquistato una freschezza nuova durante il concilio.
La consapevolezza del debito verso il concilio è unita al bisogno di dare una ulteriore risposta. È la fede a esigerla. Questa infatti, per sua essenza, è una risposta alla parola di Dio, a ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. Quando dunque si parla dell'attuazione del concilio, in ultima analisi si tratta proprio e soltanto di questa risposta.
La giusta prospettiva per valutare il problema è quella della fede, cioè della sua struttura vitale in ogni cristiano. Da tale prospettiva nasce del resto anche la consapevolezza del debito da pagare. E se questa consapevolezza è viva in ogni cristiano, deve esserlo in modo particolare nel vescovo: si tratta appunto della risposta alla parola dello Spirito, alla espressione umana della quale egli stesso ha partecipato. Come membro del concilio, egli è un testimone particolare e insieme un debitore di questa parola. Perciò deve sentire un'autentica responsabilità nei riguardi della risposta integrale della fede, che alla parola del Signore, alla parola dello Spirito, daranno la Chiesa e il mondo. In ciò consiste la continuità della testimonianza uscita dal cenacolo.
Sarebbe un errore il non considerare l'attuazione del Vaticano II come risposta della fede alla parola del Signore trasmessa da questo concilio.
Ed è auspicabile che l'idea che guida l'attuazione del Vaticano II sia quella che intende il rinnovamento intrapreso dal concilio come una tappa storica dell'autorealizzazione della Chiesa. La Chiesa infatti, attraverso il concilio, ha precisato non soltanto che cosa pensa di se stessa, ma anche il modo in cui vuole realizzare se stessa. La dottrina del Vaticano II si rivela come immagine, adeguata ai nostri tempi, di tale autorealizzazione della Chiesa, immagine che in vari modi deve permeare le anime di tutti i membri del popolo di Dio. Se talvolta adoperiamo il termine "iniziazione conciliare" lo facciamo appunto in questo senso. "Iniziazione" significa sia "introduzione" sia addirittura "partecipazione al mistero". Il vescovo, come autentico testimone del Concilio, è colui che ne conosce il "mistero" e perciò grava su di lui principalmente la responsabilità della introduzione e della iniziazione alla realtà del concilio stesso. Essendo egli maestro di fede, spetta soprattutto a lui sollecitare questa risposta della fede, che dovrebbe costituire il frutto del concilio e la base della sua attuazione.
Questo libro è ideato come un saggio di "iniziazione". Non vuole essere un commento ai documenti del Vaticano cosa questa che riguarda i teologi, e che essi - anche in Polonia - stanno instancabilmente offrendo. Questo libro potrebbe essere considerato piuttosto un vademecum che introduce ai relativi documenti del Vaticano II, ma sempre dal punto di vista della loro attuazione nella vita e nella fede della Chiesa. Infine, questo libro va considerato non come uno studio scientifico, bensì come un ampio studio "di lavoro" nell'ambito dell'attività della Chiesa nel mondo, e in particolare di quella polacca. Infatti, la Chiesa cerca in se stessa e nel mondo un'adeguata forma corrispondente alla verità del concilio, a quel soffio dello Spirito che l'ha pervaso.
Offro e dedico il presente libro soprattutto a coloro che nella Chiesa di Cracovia mi aiutano generosamente e collaborano con me, come vescovo, ad attuare il Vaticano II.

(©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2008)


Protagonista è la figura del credente

Adam Kubis e Stanislaw Nagy

Quando il Concilio Vaticano II ebbe inizio, ci si attendeva da esso un "aggiornamento" della Chiesa, che aprisse anche una via verso l'unione dei cristiani. Durante le sessioni conciliari queste finalità hanno cominciato a delinearsi più chiaramente. L'episcopato del mondo intero ha riflettuto sulle implicazioni pastorali di molti elementi essenziali della fede cristiana e, in particolare, sulla realtà e sulla missione della Chiesa. Proprio al centro di questa problematica si inserisce il libro del cardinale Wojtyla.
Il titolo stesso - Alle fonti del rinnovamento. Studio sull'attuazione del Concilio Vaticano II - consente di cogliere le premesse fondamentali dell'opera e indica chiaramente che l'autore considera il Vaticano II come la pietra miliare del rinnovamento della Chiesa. È sua convinzione che il concilio sia per la Chiesa un segno dei tempi poiché illumina il mondo con la luce che Cristo ha portato. Secondo l'autore l'autentico rinnovamento ecclesiale si deve identificare soprattutto con l'attuazione del concilio. Questo non significa che il cardinale Wojtyla consideri il Vaticano II come l'unico ed esclusivo punto di partenza per l'autorealizzazione della Chiesa contemporanea. Da sempre, infatti, esistono gli eterni problemi dell'uomo e sempre permane valido il messaggio immutabile del Vangelo. Nell'ambito di tali problemi e di tale messaggio si inserisce sia l'insegnamento del concilio sia l'orientamento pastorale in esso contenuto.
Occorre sottolineare che, nel suo studio, Wojtyla non ha affrontato i problemi riguardanti i metodi pratici di attuazione del Vaticano II. (...) L'autore ha incentrato la sua attenzione quasi esclusivamente su ciò che deve venire attuato. E lo ha fatto con piena consapevolezza, partendo dal principio che le riflessioni che si riferiscono al modo in cui va realizzato il concilio debbono essere precedute da quelle che riguardano ciò che si deve attuare.
Lo studio sull'attuazione del Vaticano II - oltre all'introduzione e alla conclusione - comprende tre parti: la prima, che spiega il significato fondamentale dell'iniziazione conciliare, costituisce un'ampia introduzione all'analisi, che viene proposta nelle due parti successive, le quali trattano rispettivamente della formazione della coscienza e degli atteggiamenti. L'opera nel suo insieme si presenta come una sorta di sintesi degli aspetti principali della dottrina conciliare. In primo luogo, l'autore ha posto in luce la problematica dei documenti ecclesiologici, ossia della Costituzione dogmatica sulla Chiesa e della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Agli altri documenti ha invece attribuito il ruolo proporzionato alla funzione che essi hanno nel complesso dell'insegnamento conciliare.
Ma qual è la natura delle sintesi che l'autore ci propone e che cosa ci insegna circa il Vaticano II?
Senza alcun dubbio a volte il libro dà l'impressione di riordinare in un certo senso i prescelti testi conciliari. Del resto lo afferma l'autore stesso definendo il suo libro come "uno studio di lavoro", o un vademecum del concilio, che si propone lo scopo di sistematizzare in qualche modo la grande ricchezza dell'insegnamento conciliare. Questo, tuttavia, non è l'aspetto più importante. L'essenziale è la chiave secondo cui il cardinale Wojtyla ha operato tale sistematizzazione e il fine che ha in tale modo raggiunto.
Alle fonti del rinnovamento nelle sue più profonde premesse è, secondo l'autore, una ricerca e, nello stesso tempo, una risposta alle domande legate alla fede e a tutta l'esistenza dell'uomo credente: che cosa significa essere cristiano e vivere nella Chiesa e nel mondo contemporaneo? Queste sono domande di carattere esistenziale, perché non riguardano solo la verità della fede, e cioè della pura dottrina, ma la collocano anche nella coscienza e nell'esistenza concreta dell'uomo, esigendo una determinazione di quegli atteggiamenti in cui si deve configurare la vita di chi è cattolico credente. In altre parole, esse riguardano la fede non soltanto dal punto di vista del puro contenuto delle verità rivelate, ma dal punto di vista della sua pienezza nella dimensione dell'esistenza cristiana. La risposta a queste domande ha condotto Wojtyla a rileggere e a riorganizzare l'insegnamento del concilio nella prospettiva esistenziale e, nello stesso tempo, a mettere in luce il suo orientamento pastorale, servendosi delle proprie riflessioni che egli fa scaturire dall'antropologia cristiana.
Grazie a questo la dottrina del concilio, radicata nella Scrittura e nella Tradizione, presenta nel libro anche una conoscenza più approfondita dell'uomo. Di qui il linguaggio tipico dell'autore, il modo originale di formulare la dottrina e la particolare insistenza su alcune verità. Nuove infatti sono le prospettive e le finalità. L'accento viene posto sulla persona del credente, non sul contenuto della fede. L'opera del cardinale Wojtyla tende dunque a creare una approfondita consapevolezza cristiana e maturi atteggiamenti verso il mondo contemporaneo.
Inoltre, occorre rilevare che questo libro è stato scritto da Wojtyla con il pensiero rivolto al sinodo pastorale dell'arcidiocesi di Cracovia, che allora inaugurava i suoi lavori. Il sinodo si era prefisso come scopo l'arricchimento della consapevolezza della vita nella fede. Esso voleva raggiungere questo scopo, tra l'altro, tramite lo studio dell'insegnamento del Vaticano II e una riflessione sulla più integrale attuazione delle sue direttive. Le commissioni sinodali e i gruppi di studio - questi ultimi senza possedere una veste ufficiale, erano stati convocati dal sinodo - si giovarono dell'opera del loro vescovo, ricevendone un aiuto per programmare la loro attività. Lo Studio di Karol Wojtyla ha loro mostrato, fin dalle sue premesse, che cosa si deve fare quando ci si impegna nell'attuazione del concilio.
È noto che il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano I, per esempio, hanno avuto prevalentemente un carattere dottrinale, in quanto si sono posti soprattutto degli scopi apologetici. Difendendo la Chiesa da ogni deformazione della fede cattolica, definirono la verità in pericolo e condannarono le dottrine erronee. Invece, l'orientamento del Vaticano II - come abbiamo accennato - è stato in primo luogo pastorale. Rinunciando consapevolmente alle definizioni dogmatiche questo concilio voleva presentare la dottrina cattolica soprattutto nel suo rapporto verso l'uomo e il mondo contemporaneo, e in tale maniera promuovere la disponibilità al dialogo, alla collaborazione e alla solidarietà verso tutti gli uomini di buona volontà.
L'opera del cardinale Wojtyla sull'attuazione del Vaticano II rimane fedele a tale orientamento del concilio. Non vi si trovano accenti polemici, sebbene sia stato scritto in una situazione piena di tensioni e a volte di tendenze contraddittorie all'interno della Chiesa stessa. Interpretando serenamente la lettera e lo spirito del Vaticano II ricorda che il concilio non ha perduto la sua attualità, ne dà segni di invecchiamento. L'autore dello studio vuole aprire a tutti il tesoro "delle cose nuove e vecchie" (Matteo, 13, 51).

(©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2008)

2 gennaio 2008

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Il cardinale Ruini chiede una moratoria degli aborti

“Credo che dopo il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte” sia molto logico richiamare il tema dell’aborto “e chiedere una moratoria, quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è un essere umano e la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano”. Con queste parole il cardinale Camillo Ruini ha risposto, in un’intervista rilasciata al Tg5, ad una domanda sulla proposta, lanciata da più parti, di una moratoria degli aborti. Il porporato – riferisce il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire - ha anche auspicato che in Italia venga applicata integralmente la legge 194 sull’interruzione di gravidanza che nel suo complesso vuole difendere la vita e non incentivare l'aborto. Si potrebbe inoltre aggiornare la normativa – ha proseguito il cardinale Ruini – rispetto al “progresso scientifico che, ad esempio, ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bambini prematuri”. Diventa veramente “inammissibile – ha concluso – procedere all’aborto ad una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo”. (A.L.)

© Copyright Radio Vaticana


Ruini: la 194 difenda anche la vita

ROMA. «Credo che dopo il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte fosse molto logico richiamare il tema dell’aborto e chiedere una moratoria quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, per aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è davvero un essere umano e che la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano». Così il cardinale Camillo Ruini ha risposto, durante un’intervista al Tg5, riguardo alla proposta di una moratoria degli aborti lanciata da più parti, e in particolare dal giornalista Giuliano Ferrara all’indomani dell’approvazione all’Onu della analoga moratoria delle eesecuzioni capitali. Parlando, poi, della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, il vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha aggiunto: «Si può sperare che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l’Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull’aborto che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita». Inoltre, ha proseguito Ruini, si potrebbe aggiornare la normativa rispetto «al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bambini prematuri. Diventa veramente inammissibile procedere all’aborto ad una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo».

© Copyright Avvenire, 2 gennaio 2008

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Roma - C’è da giurare che l’argomento rimarrà «caldo», anzi «caldissimo» pure nel 2008. Nel suo messaggio a reti unificate, lo scorso 31 dicembre, il presidente Giorgio Napolitano ha ricordato come sia «attuale l’indirizzo costituzionale di garanzia della libertà religiosa, di reciproca indipendenza e di collaborazione tra Stato e Chiesa, che richiede un misurato e schietto confronto tra l’Italia e la Santa Sede, com’è nei voti - ne sono certo - del Pontefice Benedetto XVI, cui rinnovo un sincero augurio».
Augurio prontamente ricambiato ieri all’Angelus dal Pontefice.

L’accenno di Napolitano alla laicità dello Stato viene considerato insufficiente da alcuni esponenti dello schieramento di centrosinistra, che mal sopportano qualsiasi uscita pubblica della Chiesa su temi politicamente sensibili.
Le misurate parole dell’inquilino del Colle mostrano dunque un approccio diverso da quello sperato dai «laici» del nostro Paese.

Del resto, nel giro di pochissimi giorni, i tre più importanti cardinali italiani – il segretario di Stato, il presidente della Cei e il vicario di Roma – sono intervenuti sull’argomento. Tarcisio Bertone, «primo ministro» vaticano, in un’intervista al settimanale Famiglia cristiana ha parlato della laicità mostrando di rimpiangere certi esponenti del Pci vecchia maniera: «La posizione della Chiesa – ha detto – non è partigiana, ma corrisponde al diritto naturale. Il Partito comunista di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, non avrebbe mai approvato le derive che si profilano oggi. Grandi intellettuali comunisti e socialisti che ho conosciuto personalmente avevano una visione laica ma morale, cioè credevano in un progetto morale ed etico autentico». Un modo per dire, neanche tanto tra le righe, che un tempo non era considerato come «indebita ingerenza» il richiamo ad alcuni valori, come quello della famiglia e della sacralità della vita.

Bertone, nell’intervista, aveva criticato certi «pregiudizi stereotipati» secondo i quali «un cattolico» non potrà mai essere «un cittadino vero». E aveva aggiunto che «la Chiesa è una risorsa anche per la comunità politica italiana», bollando come antistorica «la concezione di laicità opposta a religiosità».
Come esempio positivo, a pochi giorni dalla visita del presidente francese Nicolas Sarkozy in Vaticano, il segretario di Stato aveva presentato proprio l’esempio dell’inquilino dell’Eliseo, il quale non solo ha dichiarato di voler valorizzare il contributo delle fedi religiose alla vita pubblica, ma ha pure invitato la Chiesa francese a intervenire di più. «Sarà mai possibile – si era chiesto il cardinal Bertone – anche per i laici italiani, pensare in questa maniera?».

Qualche giorno prima era stato il presidente dei vescovi italiani a ribadire che la Chiesa «non è un soggetto politico» né un «potere parallelo», ma aveva rivendicato il diritto di intervenire quando sono in gioco valori giudicati fondamentali. Partecipando a una puntata di «Unomattina», il cardinale Angelo Bagnasco aveva spiegato che sui valori e sui «diritti fondamentali come la vita, la morte, la famiglia» la Chiesa «ha una sua parola specifica da dire chiara, ferma, seppur naturalmente rispettosa di tutti, a cui non può assolutamente rinunciare per non tradire né il Vangelo né l’uomo».

Il terzo intervento è stato quello del cardinal Camillo Ruini, che l’ultimo giorno dell’anno ha dichiarato di aderire alla proposta per una moratoria sull’aborto chiedendo che almeno sia interamente applicata la legge 194. Proposta prontamente accolta dal coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi, che ha annunciato una sua mozione parlamentare per rivedere gli indirizzi della normativa sull’interruzione della gravidanza.

L’accento sul diritto naturale quale base di partenza comune da recuperare, e l’insistenza sul ruolo anche pubblicamente rilevante del fatto religioso, non riducibile al solo ambito soggettivo e privato, sono due linee guida del pontificato di Benedetto XVI.

Il Papa ha sostenuto il «Family day» spagnolo, che ha visto la partecipazione di un milione e mezzo di persone il 30 dicembre in Plaza Colón a Madrid: una manifestazione con un evidente accento anti-Zapatero a due mesi dalle elezioni politiche. Ratzinger ieri, celebrando la Giornata mondiale della pace, ha legato strettamente la difesa della pacifica convivenza con la difesa della famiglia, la quale, ha detto «è la principale “agenzia” di pace e la negazione, o anche la restrizione, dei diritti della famiglia, oscurando la verità dell’uomo, minaccia gli stessi fondamenti della pace». Ha anche ribadito che «chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale».

© Copyright Il Giornale, 2 gennaio 2008

22 novembre 2007

La seconda inchiesta di Barbara Spinelli per "La Stampa": il confronto fra i due Papi (che cosa vi avevo detto?) :-)


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Messa tridentina: la curia di Chieti-Vasto smentisce che dall'arcidiocesi sia partita una telefonata "intimidatoria" verso un sito religioso ligure

Eccoci alla seconda inchiesta di Barbara Spinelli per "La Stampa" (qui potete leggere la prima). Purtroppo quel "continua" lascia intravedere nuovi "scoop"...pazienza...siamo qui per divertirci :-))
Che cosa vi avevo detto la volta scorsa? Forse che la Spinelli avrebbe paragonato (che noia, che barba...) Papa Benedetto al suo predecessore? Eccoci serviti :-)
Leggiamo e commentiamo con gioia
...
Raffaella

La Chiesa e le tentazioni del dopo-Dc

Unità politica o ispirazione etica
La fermezza di Benedetto XVI


BARBARA SPINELLI

Nonostante le numerose critiche che le vengono rivolte, la Chiesa in Italia appare a un primo sguardo sicura di sé, animata da certezze intense su questioni che per molti non sono così certe. Appariva tale anche nei ventisette anni trascorsi sotto la guida di Giovanni Paolo II, ma Benedetto XVI trasmette un'immagine di sé ancora più ferma, nitida. È la diligente impalcatura dottrinale che crea quest'impressione di saldezza: i valori etici su cui il magistero non vuol negoziare sembrano moltiplicarsi, irrigidirsi. Dedito soprattutto a insegnare, concentrato sulla teologia, il Papa tedesco ha qualcosa di dimesso e tanto più granitico, imperturbato.

Sul punto più critico della laicità - quello dei comportamenti morali che secondo la Chiesa appartengono alla sfera dei diritti naturali e divini, non negoziabili perché su essi lo Stato non può legiferare - le opinioni dei due Pontefici coincidono.
Ma Giovanni Paolo II aveva un modo speciale di accordare sapienza e «dotta ignoranza». Gianfranco Brunelli, direttore della rivista Il Regno, lo evoca così: «Egli aveva una visione politica del papato, fortemente calata nella storia e dunque in grado di modificare e adattare le risposte della Chiesa. C'era in lui la convinzione che il cristianesimo non può fare a meno della dimensione orizzontale e organizzativa, ma che non può perdere - pena smarrire se stesso - la verticalità dell'annuncio e della profezia. Egli non scelse mai univocamente tra istituzione e annuncio, cercò di tenere assieme per così dire i due contrari e questo metodo aperto, meno evidente nel suo successore, più capace di una propria prospettiva teologica, fu benefico per la Chiesa e l'Italia».

Tanta inflessibilità non nasce tuttavia solo da sicurezza, come tutte le inflessibilità. È una forza che impressiona e trascina ma scaturisce da un pessimismo che in Benedetto XVI è profondo, e sul quale più volte viene richiamata la mia attenzione.

I miei interlocutori mi parlano di vere angosce (alcuni usano la parola ossessioni) che non riguardano solo l'Italia: angoscia di una possibile uscita del cristianesimo dall'Europa, angoscia di una perdita d'autorità, di una caduta nell'irrilevanza.

Il disagio nel rapporto Stato-Chiesa, simultaneo in due paesi anticamente cattolici come Spagna e Italia, dilaterebbe questo stato d'animo. Non sono dimenticabili le parole terribili che il cardinale Ratzinger scrisse per Giovanni Paolo II nel 2005, in occasione della Via Crucis: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! (...) Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli!».

È il motivo per cui credo che quello che l'occhio percepisce oggi guardando la Chiesa - l'insistere del Pontefice sulle «confusioni» dello spirito postconciliare, gli arretramenti su questioni controverse come la liturgia e il dialogo ecumenico con le chiese protestanti, le pressioni sullo Stato italiano perché non legiferi su alcune questioni etiche - sia solo una parte della sua verità. L'altra parte è il mal-essere in cui la Chiesa si trova, la fatica di trovare una strada che l'aiuti a distendere i rapporti con la politica, che combini di nuovo il potere con l'autorevolezza, che nel caso italiano trasformi la diaspora del dopo-Dc in un'occasione di ripresa e non di sfiducia.

Da Mani Pulite

Giacché questo è il trauma che affligge gli uomini di Chiesa in Italia. Mani Pulite e la nascita del bipolarismo sono eventi ormai scontati per chi fa politica e la commenta, ma per il mondo ecclesiastico la ferita è attualissima e non rimarginata. La Chiesa è nel mezzo del cammino di guarigione, se ci sarà guarigione, e lo sta percorrendo senza certezze granitiche e con sforzi non subito visibili. Ho potuto constatarlo parlando con chi è ansioso di cercare l'itinerario giusto, e imboccarlo.

Tutto cominciò nei tempi torbidi che l'Italia conobbe prima che apparisse Tangentopoli: tempi torbidi perché la Dc era stata una presenza rassicurante, e stava ora tramontando. Il partito cattolico rappresentava la Chiesa, e questo le dava libertà di movimento e anche una certa indifferenza al ruvido quotidiano della politica. Era una formazione che aveva la giusta dose di attenzione agli interessi ecclesiastici ma che era ben attenta a fissare limiti laici fermi, e al tempo stesso affidabili, prevedibili. Non erano mancati scontri duri, che avevano visto contrapporsi la Chiesa e grandi democristiani come Sturzo o De Gasperi. Ma la complessità del legame oltre a essere una garanzia semplificava l'esistenza ecclesiastica. La crisi venne quando quest'architettura si sfaldò, e fu allora che iniziò il travaglio.
L'appuntamento decisivo avvenne prima che la Dc scomparisse. Era il 1985, e a Loreto si riunì un convegno ecclesiale per discutere il rapporto futuro con la politica in Italia. La Chiesa si divise, e inizialmente non furono i riformatori a vincere. Era un'epoca di personalità forti nelle gerarchie: Anastasio Ballestrero guidava la Conferenza episcopale, Carlo Maria Martini ebbe il compito di presiedere il Convegno, e il primo relatore era Bruno Forte, oggi Arcivescovo di Chieti-Vasto. Viva e diffusa era la consapevolezza che una nuova epoca dovesse aprirsi: l'era della diaspora politica del cattolicesimo italiano, contrassegnata dalla decisione di «non dare più a nessuno deleghe in bianco». Veniva riconosciuto come compito urgente della Chiesa quello di divenire una coscienza vigile in un mondo sempre più complesso, decisa a servire il bene comune ma non più schierata. Questo significava autorizzare la diaspora del cattolicesimo, non puntare più sulla sua unità politica, accettarne la disseminazione in partiti anche contrapposti. Ad unire i cattolici non doveva più essere l'appartenenza partitica, ma l'ispirazione spirituale, etica. Su questa posizione erano profondamente d'accordo moltissimi Vescovi, a cominciare dai cardinali Martini, Ballestrero e Pappalardo, ma in un primo tempo non fu la loro linea che passò.

Erano contrari a essa i nostalgici del rapporto con la Dc che aveva dato tanta sicurezza, è vero, ma nel quale gli innovatori vedevano uno schema ormai imprigionante. Nel discorso che Giovanni Paolo II fece a Loreto sembrò che tra lui e i nostalgici ci fosse un'intesa di fondo, e la cosa non era stupefacente: il Papa aveva vissuto in Polonia le tribolazioni di uno scontro frontale tra potere ecclesiastico e potere politico, che non consentiva diaspore e scelte più spirituali. Tuttavia la sua libertà interiore era grande, e il Pontefice rimeditò i discorsi ascoltati. Dieci anni dopo, al Convegno Ecclesiale di Palermo del 23 Novembre '95, anch'egli prendeva le distanze dal collateralismo che aveva caratterizzato gli anni della Dc, e incoraggiava il formarsi di una diaspora politica del cattolicesimo: «La Chiesa - disse - non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenze per l'una o per l'altra soluzione istituzionale o costituzionale, che sia rispettosa dell'autentica democrazia». Era un sì alla diaspora politica, non a una diaspora etica: «Ciò nulla ha a che fare con una "diaspora" culturale dei cattolici, con un loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede, o anche con una loro facile adesione a forze politiche e sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina sociale della Chiesa sulla persona e sul rispetto della vita umana, sulla famiglia, sulla libertà scolastica, la solidarietà, la promozione della giustizia e della pace. E' più che mai necessario, dunque, educarsi ai principi e ai metodi di un discernimento non solo personale, ma anche comunitario, che consenta ai fratelli di fede, pur collocati in diverse formazioni politiche, di dialogare, aiutandosi reciprocamente a operare in lineare coerenza con i comuni valori professati».

Il gioco dei partiti

L'itinerario della nuova vita in diaspora non è concluso, né è scontato il vero rinnovamento. I nostalgici hanno il loro peso e le loro convinzioni, e questo li ha spinti negli anni scorsi ad appoggiare il centro-destra e Berlusconi, pensando di poter suscitare un nuovo referente politico. Il giudizio spesso duro espresso contro Prodi è frutto da queste convinzioni: in particolare quando il capo del centro-sinistra, in nome di un cristianesimo adulto, si pronunciò contro la scelta astensionista della Conferenza episcopale, nel referendum del 2005 sulla procreazione assistita. Il termine impiegato - cristiano adulto - fu biasimato. Ma Prodi non inventava nulla: la parola era stata usata già nel '65, ai tempi del Concilio Vaticano II. La costituzione pastorale Gaudium et Spes parla del «bisogno dei popoli di esercitare la loro libertà in modo più adulto e personale», e prospetta la «testimonianza di una fede viva e adulta, (...) opportunamente formata a riconoscere in maniera lucida le difficoltà e capace di superarle».
La diaspora tuttavia ha le sue insidie, le sue asperità. Prima insidia: la Chiesa può sentirsi invogliata a far politica in prima persona, intervenendo troppo pesantemente sul terreno dell'etica come se questo fosse un terreno che le è esclusivamente riservato. Come se in materia di nascita, morte, famiglia, uso della scienza, fosse lei a decidere quale sia l'interpretazione dell'articolo 7 della Costituzione, e cioè quel che spetta allo Stato e alla Chiesa (come se avesse lei «la competenza delle competenze», scrive lo storico Giovanni Miccoli nel libro In Difesa della Fede). Seconda insidia: il peso condizionante dei mezzi di comunicazione può trasformarsi in macigno, costringendo la Chiesa a mostrarsi sistematicamente molto più compatta e rigida di quel che in effetti è. Terza insidia: la Chiesa può sentirsi invogliata a non cercare una sintesi tra diverse culture, aprendo un dialogo diretto con la società e rivolgendosi prioritariamente ad essa, ma a imboccare la vecchia strada della sintesi ai vertici: tra politici e Chiesa, partiti e Chiesa, Stato e Chiesa. Sarebbe un ricadere nel passato, ma senza più reti di sicurezza. Sarebbe un conquistare potere, non autorità.

(2 - continua)

© Copyright La Stampa, 22 novembre 2007

Mi faccia un favore, cara Spinelli: dica ai Suoi cosiddetti interlocutori di uscire dalla tana dei conigli (con tutto il rispetto per questi deliziosi animaletti, rispetto che non si estende a certi "personaggi" ecclesiastici) e di mettere una faccia alle sciocchezze che dicono.
Come? L'anonimato consente loro di parlare chiaro? Enno'! L'anonimato permette semplicemente di insultare e di denigrare il Papa regnante a cui, se sono prelati, hanno giurato fedelta'. Se poi sono cardinali devono essere pronti a versare il sangue per il Pontefice e la Chiesa...
Io non so chi siano i suoi spifferatori, cara Spinelli. Nello scorso articolo, Lei parla di "esponenti della gerarchia ecclesiastica". Povera Chiesa...
Ossessioni? Pessimismo? No, miei cari, il Papa e' semplicemente realista. Non nasconde nulla ne' a noi ne', soprattutto, a se stesso.
La Chiesa non vive in una fortezza dipinta di rosa, non abita nel paese dei balocchi, ma sta nel mondo, con tutte le sue contraddizioni e la sua sporcizia. Si', cara Spinelli. La Chiesa sta nel mondo ma non deve essere del mondo, quindi non si puo' affermare che Papa Wojtyla "adattasse la Chiesa" ai tempi perche' questa e' un'accusa grave per un Pontefice. Il fatto che Papa Benedetto sembri piu' "fermo ed incisivo" non dipende da un cambio di rotta ma, probabilmente, da una "strategia" precisa e da un carattere mite, ma fermo, che non ama i giri di parole.
Papa Ratzinger non ha un compito facile: il Cristianesimo si e' indebolito, qualcuno pensa che essere Cattolici non significhi ascoltare il Magistero, altri confondono i Re Magi con la Befana...
C'e' tanto lavoro da fare, ma i risultati di vedono gia': mai come adesso intellettuali e giornali parlano di Cristo (nel bene e nel male), mai come in questo momento ci si interroga sui valori non negoziabili, mai come oggi risulta debole e sorpassato "il pensiero laicista" che attacca la Chiesa ed il Papa con argomentazioni futili e basate sul nulla. Non si "combatte" il lavoro di Papa Benedetto accusandolo di pessimismo o di essere troppo rigido. Suvvia! Si puo' fare di meglio :-)
Una cosa e' certa: ascoltando il Papa, comunque, si torna a casa con qualcosa in testa (magari non condividendo cio' che si e' sentito), leggendo certe argomentazioni cadono solo le braccia.
Un'altra parola sugli "interlocutori dalla bocca larga" della Spinelli: mi piacerebbe sapere chi sono.
Per quale motivo? Semplice! Vorrei sapere se, magari, sono gli stessi che, quando incontrano il Papa "pessimista ed ossessionato", rischiano costantemente la distorsione del ginocchio e la rottura dell'anca per la fatica di inginocchiarsi davanti a lui, passando anche per la lussazione della mandibola nel tentativo di baciare l'anello del Pescatore...sarebbe un giochino divertente :-))
Cari "esponenti della gerarchia", Cristo vi ha insegnato a nascondervi dietro l'anonimato o a manifestare con coraggio, fino alla morte, la vostra fede? O forse devo pensare che il nascondiglio vi garantisca la speranza di una promozione?
Ricordare che il cardinale Ratzinger ha scritto e detto cose scomode anche quando la Chiesa andava "a braccetto" con i media e che il cardinale Martini ha il coraggio di esporsi in prima persona, senza nascondersi e senza tramare alle spalle del Pontefice.
Ecco perche', nonostante le differenze, c'e' grande stima fra Benedetto XVI e Carlo Maria Martini.
Meditate, interlocutori, meditate... :-))

Raffaella

18 novembre 2007

Dopo le inchieste di Maltese per "Repubblica" partono quelle della Spinelli per "La Stampa", ma la noia è la stessa...


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L'odierna mentalità efficientista tende spesso ad emarginare gli anziani sofferenti, quasi fossero un "peso" o un "problema". Sì alle cure palliative

Il Patriarcato ortodosso di Mosca scettico sul «documento di Ravenna»

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MONS. RANJITH CRITICA INSUBORDINAZIONE VESCOVI SU MESSA TRIDENTINA


INCHIESTA

Le piaghe della Chiesa

Il "dopo Ruini" fa i conti con la secolarizzazione e con una democrazia malata

Barbara Spinelli

Questa domenica, in un rito celebrato a Novara, sarà proclamato beato Antonio Rosmini, uomo della Chiesa e del Risorgimento, filosofo cristiano e laico convinto, autore di un libro che nel 1849 fu messo all’indice perché indicava le Cinque Piaghe della Santa Chiesa e denunciava con dure parole l’immistione tra potere civile e religioso. Dicono che seppe della condanna mentre scriveva il Commento al Vangelo di Giovanni, e la notizia non lo turbò. Appena un anno prima, Pio IX voleva nominarlo segretario di Stato.
«Rimase fermo al suo posto, nel testo non c’è traccia di quel che gli successe», mi dice Bruno Forte, il teologo e arcivescovo di Chieti che una volta ha detto di sé: «Sono un mendicante del cielo, come sognava Jacques Maritain. Sono un uomo che ha un orecchio incollato alla terra per coglierne le germinazioni nascoste e un orecchio in ascolto del cielo.

Vivo la fatica di coniugare questi due ascolti».
L’episodio di Rosmini che ascolta imperturbato la condanna e sembra avere anche lui due modi di ascoltare e di dire ­ uno veemente che accusa, l’altro che umile si ritrae ­ non semplifica l’esplorazione di quel che oggi è la Chiesa italiana. Ogni organizzazione umana sperimenta i dilemmi, ma nella Chiesa la complexio oppositorum è qualcosa di più: è condizione esistenziale, segreta molla di un durare millenario. Non è semplice, per un laico non vaticanista, raccontare una Chiesa che poche generazioni orsono condannò Rosmini e oggi lo beatifica, che negli stessi anni sospese a divinis padre Curci, fondatore della rivista gesuita Civiltà cattolica, e adesso venera chi prima difese il potere temporale e poi considerò provvidenziale perderlo. Quel che nel magistero è rigido domani può addolcirsi, quel che è ai margini diverrà forse centrale. È poi c’è, negli uomini di Chiesa, la questione eterna della parresia: fin dove avventurarsi, nell’esprimere liberamente ciò in cui si crede? Come coniugare due imperativi santi come verità e obbedienza?
Per questo, nell’inchiesta breve cui mi accingo, non citerò tutti i rappresentanti della gerarchia con cui ho parlato. Ho preferito ascoltare la loro parola libera ­la parresia ­rispettando l’anonimato. Inoltre restringerò l’esplorazione, perché si può dire poco in qualche articolo.
Parlerò dunque di come viene percepita, nella Chiesa, la crisi di un cattolicesimo che è alle prese, tuttora, con la scomparsa della Dc. Un cammino difficilissimo è cominciato da allora, complicato da una società ormai multireligiosa, multiculturale. La Chiesa che ho incontrato alla vigilia della beatificazione di Rosmini è incerta, in piena transizione.
Parla molto, ma è anche afasica. Impossibile afferrarla come monolito: a dispetto degli sforzi compiuti da due Pontefici per renderla compatta, non c’è una Chiesa, una gerarchia, una voce che la rispecchi.
Neppure sull’etica c’è un’opinione unica, nonostante la morale (i valori non negoziabili) sia vissuta come bussola dei rapporti con lo Stato nell’epoca intranquilla del dopo-Dc. Soprattutto, non c’è un’unica analisi dell’influenza cattolica sulla politica, e la società. L’unica cosa sicura è lo spazio enorme occupato dal tema della laicità: tutti ne sono tormentati, come non accadeva da decenni. Il fervore con cui se ne discute (per contestare un’ingerenza che si concentra oggi su etica della nascita, della famiglia, della morte, o per negare che di ingerenza si tratti) fa pensare ai torbidi dell’800, che in questi giorni saranno rievocati.
La laicità, nessuno degli uomini di Chiesa sa dirmi quel che ne pensa, senza aggiungere aggettivi che la stemperano fino a invalidarla: la laicità deve esser sana, si precisa, citando un aggettivo che fu di Pio XII.
Comunque non deve essere laicismo, questo male impetuosamente indicato ma di rado spiegato. Eppure la distinzione è semplice: a differenza della laicità, il laicismo non è un metodo ma un’ideologia, che santifica lo Stato e nega che il cristianesimo abbia dimensioni sociali oltre che private. Ma non è il laicismo che spiace alle gerarchie, bensì il metodo rigoroso nel separare Stato e Chiesa. Indispone l’indifferenza e la non confessionalità dello Stato democratico, tacciate ambedue di relativismo. In fondo, i critici della laicità hanno nostalgia di uno Stato etico, che somiglia pochissimo allo Stato minimo cui anelava Rosmini. Non stupisce l’alleanza che vede uniti in questa sete ideologica vescovi conservatori e teo-con di destra o sinistra.
Son pochi, coloro che sanno spiegare il versetto di Matteo 22,21: quel «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» che determina il rapporto cristianesimo-Stato nella storia d’Europa. «La formula è in realtà una scatola vuota», mi dice Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale: «perché nessuno può dire cosa si debba dare a Cesare e cosa alla Chiesa». Perché per secoli gli esegeti hanno ritenuto che la distinzione evangelica «implichi la superiorità del versante riservato a Dio (cioè alla Chiesa) su quello riservato a Cesare», scrive in un libro illuminante Giovanni Miccoli (In difesa della Fede - La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Rizzoli). La vera questione irrisolta, spiega Miccoli, è chi abbia «la competenza delle competenze»: chi decida quel che spetta all’uno o all’altro. Bruno Forte preferisce parlare di «senso dello Stato», più che di laicità. Ma neanche questa parola chiarifica. Se la Chiesa antepone la sua verità sul diritto naturale e il bene morale alle leggi del Parlamento, è chiaro che sarà lei a dire come lo Stato deve legiferare su questioni etiche. Inevitabilmente ci sarà ingerenza anziché separazione costituzionale fra Stato e religione.
L’uomo della Chiesa più discusso, nelle conversazioni che ho avuto, è Camillo Ruini: presidente della Conferenza episcopale fino al marzo scorso, ancor oggi presente nella Cei come vicario del Pontefice per la città di Roma. Per alcuni è la persona forte che ha pilotato la Chiesa nel dopo-Dc.
Nominato da Giovanni Paolo II, Ruini appare vincente, grazie al peso abnorme che da anni gli attribuiscono i media: ogni suo detto ha l’audience riservata agli statisti. Lui stesso sembra compiacersene. Il 5 novembre, presentando a Milano due suoi libri, ha commentato: «È vero. Sono stato e sono un animale politico». E lo storico Galli della Loggia ha glossato: «La Chiesa ha sempre fatto politica. Non può non fare politica».
Nel mio viaggio nella Chiesa ho avuto un'impressione ben più complessa.
La Chiesa ha fatto sempre politica, ma sono molti oggi a esser convinti che la via debba essere un’altra, che di nuovo il magistero sia minacciato da una corruzione non finanziaria ma mentale: che il cattolicesimo farebbe bene a de-politicizzarsi radicalmente, come consigliato dallo studioso Jan Assmann che denuncia un’epoca dove i monoteismi non son più oppio ma dinamite dei popoli (Non avrai altro Dio, Mulino). Sono molti a desiderare che i sacerdoti parlino non politicamente, ma profeticamente. La Chiesa non si identifica oggi con Ruini: né quella sacerdotale, né quella dei fedeli.
Chi non condivide la politicizzazione il più delle volte tace, ma il dissenso è diffuso (l’80 per cento dei vescovi disapprova il cardinale). «I costi pastorali della politica di Ruini sono stati enormi»: questa la frase ricorrente che sento. Alcuni certo lo difendono. Altri ricordano che sono i due ultimi Papi ad aver voluto l'arroccamento istituzionale. I più sperano nell’uscita dalla Cei del cardinale. Con speranza guardano a Bagnasco, che oggi guida la Cei: l’arcivescovo di Genova non osteggia il predecessore ma sta distanziandosi dalla politica. Si occupa più di attività pastorale, con il consenso di tanti.
Tutto sta a vedere cosa sia vittoria e cosa sconfitta, per la Chiesa. E se il potere di Ruini generi autorevolezza. Il cardinale è convinto di sì, lo ha detto con qualche trionfalismo a Aldo Cazzullo, il 4 novembre sul Corriere della Sera. Che la sua strategia sia vincente sarebbe attestato dal referendum del 2005 sulla procreazione artificiale, quando prescrisse l’astensione perché mancasse il quorum, e vinse. Questo spiega il suo odierno appagamento: «Il nostro impegno è stato coronato dal successo, per giunta più largo del previsto. Penso, forse in modo un poco malizioso, che quel che più ha disturbato sia stato proprio questo (...) Constato che quando l’impegno non è coronato da successo, quando la Chiesa "perde" (...) tutto fila liscio. Nel caso contrario (...) riprendono vigore le croniche accuse di interventismo». Colpito, l’intervistatore constata la «riconquista quasi gramsciana dell’egemonia cattolica sulla società».
Alla Compagnia di Gesù simili appagamenti sono sgraditi: ottenere il fallimento del referendum non fu vera vittoria, proprio perché fece credere nella perfetta coincidenza tra potere e autorevolezza. L’occasione non fu usata per dire pensieri forti, ma per sommare, furbescamente, l’astensionismo cattolico con il vasto astensionismo non confessionale. Alla rivista Il Regno raccolgo opinioni simili: la riconquista della Chiesa fu autoinganno, la quota di astensioni mobilitata da Ruini non superò il 10-12 per cento. Qui è uno dei costi della Chiesa politicizzata: qui una sua piaga. È la piaga di un magistero che perde autorità, proprio mentre accumula potere. Che si trasforma in lobby, scriveva lo storico Pietro Scoppola. Che si getta nella politica alla stregua d’un partito: mortale come tutti i partiti, episodicamente cruciale come tutti i partiti, dipendente dall’audience come tutti i partiti. Partecipe a pieno titolo della democrazia malata che pretende di combattere.
(1-continua)

© Copyright La Stampa, 18 novembre 2007 (consultabile anche qui)


Quel "continua" ricorda molto le inchieste di Maltese per "Repubblica"...il succo e' infatti lo stesso: tentare di dimostrare che la Chiesa ormai non ha alcuna influenza sulla vita dei Cattolici italiani, e' politicizzata, incoerente (prima condanna e poi beatifica) e, al suo interno, ci sono tante fazioni "disubbidienti" al Papa (questo e' vero, ma e' un altro discorso...).
Cara Spinelli, la Sua inchiesta non preoccupa affatto e sa perche'? Semplice, a parte Bruno Forte, non verranno citati altri prelati che preferiscono nascondersi dietro l'anonimato. Enno'! Troppo comodo! Citi nomi e cognomi, altrimenti che inchiesta e'?
O forse questi signori hanno il coraggio da leone nello spettegolare e quello di un coniglio nel parlare chiaro e nell'esporsi?
Troppo facile...riprenderemo il discorso in un altro articolo sulla Messa tridentina. C'e' qualcuno che si nasconde, che dice e non dice, che e' incoerente rispetto al voto di obbedienza, ma pretende di restare nell'ombra? Enno'! Ripeto: troppo facile!
Le ricordo, cara Spinelli, che la Chiesa non ha il potere legislativo, quindi non detta leggi e non le emana. Sono i politici che hanno questo compito e, se gli Italiani votano esponenti che si dichiarano cattolici, non c'e' da stupirsi se essi, una volta eletti, non approvano norme contrarie alla loro coscienza.
Questa storia ha stancato e non puo' essere piu' spesa tanto facilmente!
Sembra che il cardinale Ruini sia colpevole di tutto e del contrario di tutto. Comodo! Il cardinale, pero', e' sempre stato coerente, fedele ai due Papi con cui ha lavorato, e soprattutto ha "messo la faccia" in tutte le sue azioni e dichiarazioni.
I membri della gerarchia, rigorosamente anonimi, interpellati dalla Spinelli, possono dire lo stesso?
Non penso...non vedo la loro faccia stampata a fianco dell'inchiesta
!
L'unico volto che vedo e' quello di Benedetto XVI...appunto! Quanto scommettiamo sul fatto che una delle prossime inchieste riguardera' le differenze fra Papa Wojtyla e Papa Ratzinger? :-)
Raffaella

13 novembre 2007

"Gesù di Nazaret": se ne parla stasera nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Interverranno Mons. Ravasi, Giuliano Ferrara ed il cardinale Ruini


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Mons. Ravasi incontra Giuliano Ferrara alla ripresa dei "Dialoghi in Cattedrale" in San Giovanni in Laterano: al centro del dibattito, alla presenza del cardinale Ruini, il libro del Papa "Gesù di Nazaret"

Spiritualità e cultura sotto le volte di un'antichissima Basilica capitolina. Sono gli obiettivi e lo scenario della nuova serie dei "Dialoghi in Cattedrale", promossi dal Vicariato di Roma. Domani sera, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, a incontrarsi e dialogare saranno l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e il direttore del quotidiano Il Foglio, Giuliano Ferrara. A introdurre e concludere l'evento, che inizierà alle 19.30, sarà il cardinale vicario, Camillo Ruini. Al centro del dialogo il libro del Papa "Gesù di Nazaret". Luca Collodi ne ha parlato con Angelo Zema, direttore di "Roma Sette", il settimanale di Avvenire per la Diocesi di Roma:

R. - Riprende un’iniziativa che risale a circa una decina di anni fa, nell’ambito della missione cittadina: un’iniziativa, lanciata da Giovanni Paolo II nel ’95, per preparare i romani al Giubileo del 2000. Questa iniziativa, comunque, non si è esaurita con il Giubileo, ma ha continuato con altri incontri a dare il senso di questo dialogo continuo della Chiesa con il mondo della cultura e con la società in generale.

D. - Quindi, temi della vita spirituale e della vita civile, della società: un’occasione di collaborazione, dopo tante polemiche anche tra laici e cattolici…

R. - Spesso, purtroppo, ci sono delle polemiche strumentali su tanti argomenti, ma la volontà della Chiesa di dialogare con la società civile è costante. Credo che anche questa iniziativa lo dimostri. Infatti, nel corso degli anni si è parlato di lavoro, di solidarietà, oltre che di temi spirituali come la preghiera.

D. - Fra l’altro dobbiamo ricordare che a questi dialoghi in cattedrale partecipò anche l’allora cardinale Ratzinger…

R. - Ricordiamo con grande soddisfazione questo incontro molto applaudito. Tra l’altro, guidò anche uno degli incontri di riflessione per categoria. Anche questa era un’iniziativa originale della missione cittadina. Ratzinger, per quanto riguarda gli incontri nella cattedrale di San Giovanni, intervenne con Vittorio Possenti, filosofo e scrittore, sull'enciclica Fides et Ratio, Fede e ragione, un connubio su cui Benedetto XVI insiste molto.

D. - Che cosa ci si aspetta da questi incontri?

R. - Ma, una riflessione scaturita da questo confronto tra una personalità della Chiesa e una personalità del mondo della cultura. Credo che siano due interventi stimolanti, come sempre lo sono stati. Questo contribuisce a maturare e a favorire una riflessione, non solo all’interno della comunità ecclesiale, per esempio tra i gruppi, le associazioni e i Movimenti. Quindi, deve essere solo un punto di partenza per approfondire un tema, che in questo caso è quello del libro del Papa “Gesù di Nazaret” e dei suoi contenuti.

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DIOCESI: ROMA; OGGI “DIALOGO IN CATTEDRALE” SUL “GESÙ DI NAZARET” CON RAVASI E FERRARA

Saranno mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, e il giornalista Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio”, i protagonisti del “Dialogo in cattedrale” che si svolgerà questa sera, alle 19.30, nella basilica di San Giovanni in Laterano, sul tema “Il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI: storia, fede e itinerari della nostra società”. L’ultimo libro del papa sarà al centro della serata, che sarà introdotta dal vicario del Papa per la diocesi di Roma, card. Camillo Ruini. “Inaugurati nel 1996 con l’obiettivo di preparare la Chiesa e la città di Roma alla celebrazione del Giubileo del 2000”, i “Dialoghi in cattedrale” si propongono di “mettere a confronto esponenti del mondo ecclesiale e pensatori laici sulla realtà del nostro tempo”. Il 17 novembre del 1998 lo stesso papa Benedetto XVI, allora card. Ratzinger, partecipò a una tappa di questo ciclo insieme al filosofo Vittorio Possenti sul tema “Fede a ragione”. L’ultimo appuntamento, il 20 gennaio 2004, sul tema “Di generazione in generazione: famiglia e trasmissione di valori”, ha visto a confronto l’attuale segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, e il giornalista e scrittore Gaspare Barbiellini Amidei.

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6 novembre 2007

Ruini: "La Chiesa non è buonista. Lo straniero rispetti la legge"


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Una preghiera per il successo dell'incontro del Papa con il Re saudita

IMMIGRAZIONE: NOTA SIR

Immigrazione, l'appello del Papa all'accoglienza ed alla sicurezza: il commento del Messaggero

Immigrazione fra sicurezza e solidarietà: il commento di Carlo Cardia

Messa tridentina, Mons. Ranjith a Petrus: “Sacerdoti, Vescovi e Cardinali obbediscano al Papa”

Dio-Amore può rendere la famiglia vero nido di amore, casa accogliente della vita e scuola di virtù e di valori cristiani per i figli

I cardinali ed i vescovi defunti durante l'anno avevano in comune la cosa più grande: l'amicizia con il Signore Gesù

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Malpelo: Maltese si autocita, facendosi del male, e Michele Serra dovrebbe informarsi prima di scrivere di Padre Pio

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SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

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Ruini: "La Chiesa non è buonista. Lo straniero rispetti la legge"

di Andrea Tornielli

Milano - La Chiesa «non è troppo “buonista”» quando parla di accoglienza nei confronti degli immigrati, perché l’accoglienza non «può essere separata» dalla legalità e dalla sicurezza. Lo ha detto al Giornale il cardinale Camillo Ruini, Vicario del Papa per la diocesi di Roma e fino a qualche mese fa presidente della Conferenza episcopale italiana. Il porporato ieri pomeriggio era all’Università Cattolica di Milano, dove ha partecipato, insieme al cardinale Patriarca di Venezia Angelo Scola e al direttore del Foglio Giuliano Ferrara, a un dibattito in occasione della pubblicazione di due suoi libri, Chiesa contestata (pp. 174, 10 euro) e Chiesa del nostro tempo (volume III, pp. 512, 29 euro), entrambi editi da Piemme. In un paragrafo del primo dei due, Ruini parla di «accoglienza e compatibilità» dell’immigrazione in Italia.

Eminenza, con il brutale omicidio di Giovanna Reggiani si è riproposto in modo drammatico il tema del governo dell’immigrazione. La Chiesa è spesso accusata di essere troppo «buonista»...

«Non direi che la Chiesa sia “buonista”. Ci possono essere stati degli ecclesiastici apparsi in questo modo, ma la Chiesa in quanto tale non credo si possa definire così. Certamente, come ha spiegato Benedetto XVI all’Angelus di domenica scorsa, l’accoglienza non può essere separata dall’attenzione alla legalità e alla sicurezza di tutti i cittadini. Se si separano accoglienza e legalità, si rovinano sia l’una che l’altra. Non credo proprio che il grande lavoro che ha fatto e continua a fare la Chiesa per accogliere le persone che arrivano da altri Paesi possa essere giudicato in maniera negativa. Guai se non ci fosse! Anche i problemi della sicurezza diventerebbero molto più gravi».

Di fronte al dilagare della criminalità cresce la domanda di sicurezza da parte dei cittadini.

«Quello dell’insicurezza diffusa è un problema al quale bisogna dare una risposta. I cittadini hanno diritto a vivere in città sicure. Non può essere la Chiesa, come tale, a proporre risposte in prima persona, ma avvertiamo questo bisogno, è un’esigenza reale, che c’è».

Nel libro lei scrive: «Non si può, in Italia e in Europa, porre l’immigrazione e il conseguente formarsi di una società sempre più multi-etnica e multiculturale come un fine». Crede ci sia questo rischio?

«Intendevo dire che non possiamo porre il multiculturalismo come un valore in sé, come il valore a cui fare riferimento. Perché altrimenti mostriamo di non avere più fiducia nel cristianesimo, nella cultura che ha la sua matrice nel cristianesimo. Detto questo, la molteplicità delle culture esiste, è da accogliere e da promuovere positivamente. Ma non va posta come valore principale, come criterio primo. Il valore primo e il criterio primo per il credente è naturalmente Gesù Cristo».

Dopo l’accoglienza c’è il problema della convivenza, dell’integrazione. Che cosa può favorirla?

«Quando noi siamo fedeli alla nostra identità cristiana diamo il miglior contributo anche alla convivenza perché è inscritto nel dna del cristianesimo l’amore di Dio e l’amore per il prossimo. E quindi il vero cristiano fa opera di accoglienza e di promozione».

Nel libro lei scrive che non bisogna aver paura di testimoniare la propria fede anche a chi ne professa una diversa, e spesso in modo molto convinto. Anche ai musulmani?

«Certo, non bisogna aver paura di testimoniare la nostra fede cristiana, ovviamente nel rispetto della libertà di ciascuno, perché la fede si propone e non s’impone a nessuno. Ma non dobbiamo aver timori, non possiamo tirarci indietro nella testimonianza: altrimenti come avrebbero potuto fare i primi cristiani, che hanno iniziato a evangelizzare il mondo antico? Per rispondere alla sua domanda, sì, si può proporre e testimoniare la fede cristiana anche ai musulmani, così come loro ritengono di poter proporre a noi il loro credo. C’è un dovere dell’accoglienza degli immigrati anche sotto il profilo propriamente religioso, nel pieno rispetto della libertà e della coscienza di ciascuno, ma anche con il coraggio e la fiducia del mandato ricevuto dal Signore».

L’accoglienza agli immigrati e la loro integrazione è anche una necessità concreta per l’economia del nostro Paese...

«Certo, non c’è solo la necessità concreta di chi viene tra noi, che rende l’accoglienza, come impegno morale, urgente e imprescindibile. C’è anche la necessità concreta del nostro stesso Paese. Così come non considero un valore primario il multiculturalismo, non credo vada però ritenuto come invincibile e immodificabile quel sentimento di chiusura, quel ripiegamento egoistico e quella sfiducia nel destino della società nazionale che hanno larga parte nell’attuale crisi della natalità».

© Copyright Il Giornale, 6 novembre 2007