22 giugno 2008

Cardinale Ruini, una mente raffinata nella prima linea dell'Italia cattolica (Bobbio)


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Una mente raffinata nella prima linea dell'Italia cattolica

Alberto Bobbio

È un «passista» che adora tirare le volate. Se si dovesse usare un archetipo letterario prestato dal ciclismo, sport che lui ama sopra ogni altro, la definizione ben corrisponde a Camillo Ruini, cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma da 17 anni, che ieri ha festeggiato i 25 anni di ordinazione episcopale, che da un anno ha lasciato la guida della Conferenza episcopale italiana all'arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, e che si prepara a lasciare la diocesi di Roma, con la nomina, probabilmente la prossima settimana, del nuovo cardinale vicario Agostino Vallini.
Di volate ne ha tirate tante in anni difficili, sempre puntando a rafforzare l'influenza dei cattolici, nonostante la fine della Dc. Eppure due su tutte passeranno alla storia del Paese. Nel 2005 non esitò ad addentrarsi su un terreno assai tecnico, per evitare che i ragionamenti sulla vita e la protezione dell'embrione finissero stritolati da un referendum che avrebbe potuto aprire una voragine etica. Propose agli italiani di astenersi per farlo fallire, in modo che la legge 40 restasse in vigore così com'è. Lo fece nonostante le perplessità di Andreotti, la sfida di Prodi, che si definì «cattolico adulto» e decise di votare a quel referendum. Ruini vinse e il 75% degli italiani non votò. Due anni prima, compì un altro capolavoro e riuscì, con una memorabile omelia pronunciata davanti alla bare dei caduti di Nassiriya, a mettere d'accordo l'Italia. Parlò come il «parroco d'Italia»: «Non fuggiremo davanti ai terroristi, li fronteggeremo, ma non li odieremo».
Adesso che a 77 anni lascia anche la diocesi di Roma, dopo essere stato accanto come vicario a due Papi, tornerà al pedale di passista in un appartamento all'ultimo piano del seminario minore, sulla cima del Colle Vaticano, con una vista mozzafiato sulla Cupola di San Pietro. Si dedicherà a ciò che sempre gli è piaciuto fare e per cui ha avuto poco tempo: scrivere e studiare. E magari anche insegnare, perché le qualità di Maestro Ruini le ha sempre avute: Maestro di teologia, di filosofia e di arte politica. Lo hanno definito il «cardinale combattente» per via delle scelte che con rigore non ha mai mancato di fare, anche quella, canonicamente e teologicamente geometrica, di non autorizzare la celebrazione dei funerali di Welby. È stato amato e criticato, blandito da schiere di politici e temuto da altri. Di lui è si tratteggiata una figura ascetica, orgogliosa, intrecciata per alcuni di alterigia e di arroganza, addirittura poco misericordioso. Ruini, invece, è tutt'altro.
Qualche anno fa raccontò molto di sé ad un piccolo gruppo di giornalisti in un ristorante dell'Italia centrale. C'era un patto: niente taccuini. Ma adesso che va in pensione qualcosa si può dire. Raccontò dell'Emilia del dopoguerra, il furore rosso contro i sacerdoti, un clima che lo lasciava senza fiato, lui giovane figlio, unico maschio, di un medico anticlericale. Raccontò della sua passione per il calcio, ma soprattutto per il ciclismo e stupì per la conoscenza di miti e leggende.
Quando insegnava al seminario di Reggio Emilia invitò il teologo Ratzinger a parlare agli studenti. Allora lo chiamavano don Camillo, e qualcuno anche in futuro continuò ad esercitarsi nel gioco della contrapposizioni alla Guareschi. Ma è un errore. Mai ha contrapposto la Chiesa, ma ha infilato la Chiesa nella storia. Ha sempre cercato il dialogo anche con intellettuali critici. Ha scritto un libro insieme a Vattimo, Scalfari e Magris. Ha colloquiato con Amato, ha studiato Heiddegger, Husserl, Tocqueville. Del politologo francese gli piace l'idea di una religione non schierata con alcuna forza politica. E negli anni difficili della fine dell'unità politica dei cattolici l'ha applicata con rigore, sicuramente ripristinando la coscienza identitaria della Chiesa italiana. Nessun vescovo ha avuto un ruolo così pubblico come Ruini. Forse solo Siri, per alcuni aspetti. Nel 1989, quando ancora era segretario della Cei, in un libro tratteggiò il suo programma: «Bisogna superare quel sottile complesso che fa ritenere inevitabile un esito sempre più minoritario dell'appartenenza cristiana ed ecclesiale». Ha avuto contestazioni dentro e fuori la Chiesa, ma non se n'è mai fatto un problema. Qualche anno fa spiegò che è «meglio essere criticati che irrilevanti». L'ultima sfida dell'impegno pubblico della Chiesa l'ha impostata recentemente sulla questione educativa, in linea con quel «Progetto culturale» della Chiesa che lui ha inventato. Perché nonostante la pensione, Ruini continuerà a pedalare.

© Copyright Eco di Bergamo, 22 giugno 2008

1 commento:

Carla ha detto...

Un grazie speciale a Ruini, per l'instancabile impegno profuso alla guida della diocesi di Roma, "piazza" difficilissima.