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28 dicembre 2007

Il 2007 di Benedetto XVI, il Papa della speranza (bellissimo servizio di Alessandro Gisotti per Radio Vaticana)


Il 2007 di Benedetto XVI, il Papa della speranza

Un anno scandito e guidato dalla Speranza evangelica: si può sintetizzare, così, il 2007 di Benedetto XVI, che in questi ultimi 12 mesi ha offerto ai fedeli la sua seconda Enciclica e il libro su “Gesù di Nazaret”.
E’ stato l’anno dei viaggi apostolici in Brasile e in Austria, della Lettera ai cattolici cinesi, dell’Esortazione Sacramentum Caritatis e di un rinnovato dialogo ecumenico e con il mondo musulmano.
Ripercorriamo alcuni momenti forti del 2007 di Benedetto XVI, il Papa della Speranza, nel servizio di Alessandro Gisotti:


“Spe salvi”, “Nella Speranza siamo stati salvati”.

L’Enciclica sulla Speranza viene pubblicata alla fine del 2007, ma tutto l’anno che sta per terminare è consacrato da Benedetto XVI alla Speranza evangelica. Ogni gesto del suo Magistero è un invito a sperare nel Signore, nel suo Amore.

L’8 gennaio incontra il Corpo diplomatico per i tradizionali auguri d’inizio anno. Il Papa chiede innanzitutto di non dimenticare l’Africa. Sottolinea le difficoltà a volte drammatiche con cui si confronta l’umanità, dai conflitti alla fame:

“Il s’agit d’un défi qui consiste à promouvoir et à consolider …”

Il Papa esorta la comunità internazionale a “promuovere e consolidare tutto ciò che c’è di positivo nel mondo e a superare, con buona volontà, saggezza e tenacia, tutto ciò che ferisce, degrada e uccide l’uomo”. Benedetto XVI testimonia la speranza di Cristo agli ultimi.

Toccante la visita nell’istituto romano di pena per minori “Casal del Marmo”, il 18 marzo. In quello stesso giorno, all’Angelus, si sofferma sull’Esortazione postsinodale Sacramentum Caritatis, pubblicata il 22 febbraio, e spiega il legame tra l’Eucaristia e l’Amore cristiano, tema della sua prima Enciclica:

"Ecco perché ho scelto come titolo Sacramentum caritatis, riprendendo una bella definizione dell’Eucaristia di San Tommaso d’Aquino ‘Sacramento della carità’. Sì, nell’Eucaristia Cristo ha voluto donarci il suo amore, che lo ha spinto ad offrire sulla croce la vita per noi”.

Il 13 aprile, viene presentato il libro del Papa “Gesù di Nazaret”.

Si tratta, come sottolinea Joseph Ratzinger nell’introduzione, del frutto di “un lungo cammino interiore”. Il volume diventa in pochi giorni un best seller in tutto il mondo.

Il Papa compie gli anni, ma il regalo lo fa lui a noi. Il 16 aprile, infatti, Benedetto XVI festeggia il suo 80.mo compleanno.
Il giorno prima, nella Messa per il suo genetliaco in Piazza San Pietro, ringrazia i fedeli che con amore filiale lo accompagnano nel suo ministero:

“Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto è grande la schiera di coloro che mi sostengono con la loro preghiera; che con la loro fede e con il loro amore mi aiutano a svolgere il mio ministero; che sono indulgenti con la mia debolezza, riconoscendo anche nell’ombra di Pietro la luce benefica di Gesù Cristo”.

La settimana successiva, il 21 e 22 aprile, è a Vigevano e Pavia, una visita pastorale nel segno dell’amato Agostino, un modello sempre attuale per il popolo di Dio. Un Santo che ci esorta a sperare nell’amore di Gesù:

“Alla scuola di Sant'Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano. Servire Cristo è anzitutto questione d'amore”.

Il mese di maggio è caratterizzato dal VI viaggio apostolico internazionale di Benedetto XVI, che per la prima volta si reca in America Latina. Il Papa è in Brasile dal 9 al 14 maggio del 2007 per la V Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, convocata nella città mariana di Aparecida. La visita del Papa dà un rinnovato slancio missionario alla Chiesa del continente. Uno dei momenti più intensi in terra brasiliana, Papa Benedetto lo vive alla Fazenda da Esperança, una comunità dove ragazzi tossicodipendenti rinascono grazie alla forza della speranza evangelica:

“Lì, nella Fazenda da Esperança, i confini del mondo vengono veramente superati, si apre lo sguardo verso Dio, verso l’ampiezza della nostra vita, e così avviene un risanamento”.

Il 17 giugno è ad Assisi in occasione dell’ottavo centenario della conversione di San Francesco.
L’estate del 2007 si contraddistingue per la pubblicazione di documenti pontifici di grande rilevanza: il 22 giugno il Motu Proprio con il quale viene stabilito che sarà sempre necessaria una maggioranza di due terzi per eleggere il Successore di Pietro.
Il 30 dello stesso mese, un evento di portata storica: la pubblicazione della Lettera del Papa ai cattolici cinesi.
Così, parlando alla Curia Romana, il 21 dicembre, Benedetto XVI esprime la speranza che questa Lettera apra una nuova stagione nelle relazioni tra Roma e Pechino:

“La Lettera è stata accolta con gioia e con gratitudine dai cattolici in Cina. Formulo l'auspicio che, con l'aiuto di Dio, essa possa produrre i frutti sperati”.

Il mese di luglio si apre con la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum sull’uso della “Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970”.
Nella lettera inviata a tutti i vescovi del mondo, il Papa sottolinea che la ragione positiva del documento è la “riconciliazione” rispetto alle divisioni che in passato “hanno lacerato il Corpo di Cristo”.
Il 20 luglio viene pubblicato il Messaggio per la GMG di Sydney sul tema “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni”.

E alla gioventù, Benedetto XVI lancia un messaggio dirompente a Loreto, il 2 settembre, in occasione dell’Agorà dei giovani italiani:

“Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere”.

Dal 7 al 9 settembre, Benedetto XVI è in Austria per il suo VII viaggio apostolico internazionale. Una visita culminata nel pellegrinaggio al Santuario mariano di Mariazell.
“Guidati ed incoraggiati da Maria - è l’esortazione del Papa - vogliamo aguzzare il nostro sguardo cristiano”.
Nel segno della speranza, pur non disconoscendo le difficoltà, sono i pronunciamenti del Papa sui temi chiave dell’ecumenismo e dei rapporti con il mondo musulmano.
La lettera all’Assemblea ecumenica di Sibiu, la risposta ai 138 dotti musulmani ribadiscono la cura del Papa a promuovere un dialogo fondato sulla Verità e la Carità.
Il 21 ottobre, a Napoli, all’incontro interreligioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, ribadisce che le religioni “devono offrire preziose risorse per costruire un’umanità pacifica”:

“Di fronte a un mondo lacerato da conflitti, dove talora si giustifica la violenza in nome di Dio, è importante ribadire che mai le religioni possono diventare veicoli di odio; mai, invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare il male e la violenza”.

Il 24 novembre, si tiene il secondo Concistoro di Benedetto XVI per la creazione di 23 nuovi cardinali, di cui 18 elettori. La provenienza geografica dei porporati, sottolinea il Papa, è espressione dell’universalità della Chiesa.

Nel 2007, oltre alla creazione dei nuovi cardinali, sono molte le nomine significative in Vaticano e nelle diocesi. Tra queste, ricordiamo quella del prof. Giovanni Maria Vian alla direzione dell’Osservatore Romano e del biblista Gianfranco Ravasi a capo del dicastero per la cultura.

Le ultime settimane dell’anno sono illuminate dalla “Spe salvi”, quasi un dono che il Papa offre per Natale ai cristiani, ma invero a tutti gli uomini di buona volontà.

La seconda Enciclica del Papa, pubblicata il 30 novembre, è anch’essa un successo editoriale come la Deus caritas est. Ecco, come all’Angelus del 2 dicembre, prima domenica d’Avvento, Benedetto XVI spiega l’unicità della speranza cristiana:

“L’uomo viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale. Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio, che in Gesù ci ha visitati e ci ha donato la vita, e in Lui tornerà alla fine dei tempi. E’ in Cristo che speriamo, è Lui che attendiamo!”

Una Speranza salvifica che tutti hanno il diritto di conoscere. Questo il significato profondo della Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, pubblicata il 14 dicembre dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il documento, avverte il Papa, ricorda ad ogni fedele che nulla ci può esimere dall’affascinante impegno di annunciare la Buona Novella.
Al cuore dell’uomo che spera la pace, il Papa si rivolge nel Messaggio per la 41.ma Giornata Mondiale della Pace, pubblicato l’11 dicembre. Benedetto XVI richiama la centralità della famiglia, vera “agenzia di pace”. Ogni uomo e ogni donna, è l’invito del Santo Padre, prenda consapevolezza della “comune appartenenza all'unica famiglia umana” e si impegni per “l'instaurazione di una pace vera e duratura”.

© Copyright Radio Vaticana

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28 agosto 2007

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Revisione del Concordato: Mons. Kasteel smentisce seccamente Giacomo Galeazzi (La Stampa)

Commenti all'Angelus di ieri

Appuntamente televisivi con il Santo Padre (settembre 2007)

Indiscrezioni di Panorama (ma sono le solite!)

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

Cari amici, oggi si festeggia Sant'Agostino di Ippona, uno dei piu' grandi Dottori della Chiesa.
Sappiamo bene quanto il Santo Padre ami e conosca a fondo il pensiero di Sant'Agostino. Non dimentichiamo che il giovane Joseph Ratzinger divenne dottore in teologia, nel 1953, con una tesi dal titolo “Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa di Sant’Agostino”.
E' impossibile elencare tutte le citazioni del Santo di Ippona da parte di Benedetto XVI. Penso pero' che sia importante ricordare l'Angelus del 27 agosto 2006 in cui il Papa ha parlato anche della madre di Agostino, Santa Monica e le due omelie che il Santo Padre ha pronunciato durante la sua visita pastorale a Pavia: "Le conversioni di Agostino" e "Il Papa di fronte ad Agostino".


Pubblichiamo di seguito un intervento del cardinale Jorge Medina Estévez per "Radici Cristiane"

Sant’Agostino: trofeo di Cristo

Jorge Medina Estévez

Era la notte fra il 23 e 24 aprile dell’anno 587 (1420 anni fa) quando il saggio e santo vescovo di Milano, sant’Ambrogio, battezzava nella Veglia Pasquale il trentatreenne Agostino Aurelio. Ma qual è l’importanza del fatto? Un rapido sguardo sulla sua vita ci darà la risposta.

Bambino difficile e precoce

Agostino nacque a Tagaste, piccolo città nordafricana nel 354, figlio del pagano Patrizio e della
cristiana Monica. Da piccolo dimostrò di avere una vivacissima intelligenza, una volontà tenace e un temperamento focoso.
Conobbe la fede cattolica ma non ricevette il battesimo. Egli stesso ci dice che fu bugiardo, appassionato per i giochi e per gli spettacoli del circo, e che, quando sorpreso in qualcosa di riprovevole, preferiva usare ogni sorta di arguzia piuttosto che riconoscere la sua cattiva condotta.
Un bambino di talento, sì, ma capriccioso, e non esente da difetti. Si vedeva già allora che Agostino avrebbe fatto parlare di sé.

L’uomo incatenato

Giunse l’adolescenza e la giovinezza. Agostino non seppe mantenere un atteggiamento corretto davanti alle donne, lasciandosi trascinare dalla lussuria e da amori illeciti. Simultaneamente, la sua poderosa intelligenza sprofondava in cavillosità che lo portarono ad aderire alla setta eretica dei manichei. In cerca di onori si recò a Cartagine, da lì a Roma e, finalmente, a Milano, città in quel momento importante forse come la stessa capitale dell’Impero.
Tre grosse catene opprimevano Agostino: il desiderio degli onori umani, gli errori che ottenebravano la sua intelligenza, la concupiscenza della carne che lo rendeva schiavo dei piaceri. Cosa ci si poteva aspettare, umanamente parlando, da Aurelio Agostino? Ben poco, a dire il vero. La sua storia poteva essere come quella di tanti altri, di cui a malapena ricordiamo il nome per uno dei loro scritti.

Di cosa la grazia è capace

Il caso di Agostino sarebbe stato differente però. Perché? Semplicemente perché la grazia di Dio lo aspettava al varco e perché Dio lo aveva scelto per rendere palese il potere vittorioso di quella grazia, in grado di rischiarare le tenebre più dense, di ridurre all’umiltà le vanità più lusinghiere e di far tornare puri un corpo e un anima macchiati dalla lascivia.
Si può dire che la storia di Agostino sia destinata a illustrare in modo palese la verità della parola della Scrittura che dice: «Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Mt. 3, 9). Questa è la indubbia spiegazione di perché Agostino avrebbe parlato più tardi, tanto e con tanta profondità, della grazia di Dio: egli aveva sperimentato il suo potere nella storia della sua vita personale.
Il processo di ritorno di Agostino a Dio fu complesso e in esso influirono molteplici differenti fattori.
Senz’altro, egli non abbandonò mai la ricerca intellettuale della verità. Sottomise a severe critiche le diverse posizioni, cercando con rettitudine, valutando le sue scoperte e mettendo da parte quanto si dimostrava falso o erroneo. Non sapeva ancora cosa fosse la verità e dove la si trovava, ma la cercava con diligenza.
Godette l’amicizia di uomini buoni, meno talentuosi di lui ma di più alta dirittura morale. Il loro esempio, più che le loro parole, benché queste non mancassero, lo portarono a convincersi della vacuità dei suoi piaceri.
A Milano ricevette una forte impressione conoscendo e ascoltando il vescovo sant’Ambrogio. Ambrogio era colto ed eloquente, il suo bel parlare colpì Agostino, professore di lettere e retorica. Ma molto al di là della perfezione del suo stile latino, Agostino apprezzò la grandezza del pastore, del vescovo integralmente dedicato alla responsabilità sacerdotale, attento ai bisogni spirituali del gregge, e soprattutto, incessantemente dedito alla lettura delle Sacre Scritture per poterle spiegare come parole di vita al popolo cristiano.

Figlio delle lacrime di santa Monica

Fu Ambrogio a raccomandargli di leggere san Paolo; e quella lettura ebbe grande influenza nell’irrequieto Agostino. Ma vi fu qualcuno che influì ancora più nella conversione di Agostino: sua
madre Monica. Quella donna ammirevole aveva già ottenuto che suo marito morisse cristiano
.
Quando Agostino passò dall’Africa in Italia, Monica lo seguì. Ella sentiva la sua anima lacerata dalle sregolatezze del figlio. Da vera madre cristiana non si sentiva appagata dagli onori o dai successi che egli otteneva, finché rimanesse ancora lontano da Dio. Ogni giorno, talvolta persino due volte al giorno, Monica si recava al tempio a implorare Iddio per la conversione
di Agostino. Sentiva un dolore lancinante nel vedere il frutto del suo grembo transitare per strade di perdizione, e piangeva perché Agostino non amava Dio né si affidava alla santa Chiesa.
Un giorno confidò il suo cuore a un vescovo raccontandogli tutta la sua amarezza per il traviamento morale del figlio. Il presule l’ascoltò e le disse una frase profetica: “È impossibile che si perda un figlio di tante lacrime!”.

Il cuore trova finalmente quiete

La grazia agiva tramite gli uomini e dall’interno del cuore di Agostino, lenta ma vittoriosa. Scosso profondamente Agostino rinunciò alla sua professione e si preparò con fervore al battesimo: aveva sentito la potenza della volontà del Signore ed era saldamente convinto di quella verità che più tardi coniò in una frase immortale: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non troverà quiete finché non riposa in te».
Lo stesso giorno venne battezzato anche il giovane Adeodato, figlio naturale di Agostino, ragazzo sveglio e affamato di Dio, di cui suo padre dice, con umiltà, che niente aveva messo in lui al di
fuori del suo peccato. In realtà si preoccupò della sua formazione cristiana e cercò di riparare quel peccato aiutandolo a rinascere nell’acqua e nello Spirito Santo per la vita eterna
.
Presto morì il figlio di Agostino e suo padre affrontò il fatto con fede, rallegrandosi per quanto l’opera di Dio aveva compiuto in lui e per la certezza della sua gloria in Paradiso.

Monica: madre cristiana prototipica

Poco tempo dopo il battessimo di Agostino, quando aspettava nel porto di Ostia per imbarcarsi alla volta dell’Africa, morì lì la sua santa madre Monica. Non resisto al desiderio di trascrivere le
parole di quella madre ammirevole, compiuto modello delle madri cristiane, dette ad Agostino alla vigilia della sua morte: «Figlio mio, per quanto mi riguarda, niente ormai mi fa provare piacere sulla terra. Non so perché sono ancora qui, esaurite come sono le mie speranze nella vita terrena.
Una cosa soltanto mi muoveva a desiderare un po’ più di vita: vederti cristiano e cattolico prima di morire. Questo Dio me l’ha concesso, e molto oltre le mie speranze, visto che anche tu hai disprezzato il mondo per servire Dio. Cosa dunque faccio qui?».
Quale vera madre, preoccupata anzitutto della salvezza del figlio piuttosto che dei suoi successi professionali o economici! Che sono i successi di questo mondo nei riguardi di ciò che è un valore
supremo: l’amore, la grazia, la vita in Dio?
Che tristezza vedere oggi genitori cristiani che fanno sforzi ingenti per la grandezza umana dei loro figli – il che, certo, non è male – ma trascurano la loro formazione cristiana, non si curano di dare loro esempio di vita e morale cristiane, che giungono persino a consigliare in un senso opposto all’insegnamento di Cristo e della sua Chiesa! A che varrà tutto il benessere umano se il cuore è lontano da Dio.

L’Impero finì ma non la validità di sant’Agostino

Agostino ormai cristiano e cattolico fece ritorno nella sua terra in Africa. Lì divenne monaco e sacerdote. Il vescovo di Ippona lo associò ai suoi compiti pastorali e, alla sua morte, Agostino diventò vescovo di Ippona, piccolo porto della Numidia, diocesi di molto secondaria importanza, che non superava forse i 50000 abitanti; con una ventina di luoghi di culto e una trentina di sacerdoti.
Fu ordinato vescovo intorno al 392, quando aveva trentotto anni circa. Dopo la sua consacrazione episcopale continuò a vivere come un monaco assieme al suo clero. La sua vita episcopale fu condivisa fra i compiti di cura del suo gregge, incluse le questioni civili che a quei tempi, a causa della mancanza di funzionari idonei, gli imperatori avevano affidato ai vescovi, e la sua irrinunciabile vocazione di scrittore.
Agostino scriveva senza sosta, di notte, perché le attività pastorali non gli lasciavano tempo durante il giorno. Si racconta che occupò le notti di ben dodici anni per scrivere La Città di Dio e di diciotto anni per scrivere i Trattati sulla Santissima Trinità. Fu un gran lottatore in difesa della purezza della fede cattolica. Dieci anni di vita da vescovo furono segnati dalla lotta contro l’eresia manichea, la stessa alla quale aveva aderito da giovane; altri dieci anni dedicò a difendere la fede contro i donatisti e gli ultimi dieci anni a combattere l’incipiente eresia pelagiana.

Nell’anno 430 moriva questo campione della fede, questo trofeo di Cristo, questo dottore della Chiesa. La sua città era assediata dai vandali e si avvicinava la fine dell’Impero. Questo finì, è vero, ma rimane vigente Agostino, uomo di Dio e opera di Dio. La sua parola e il suo esempio aiutano e incoraggiano tutti nella ricerca di Dio.

Niente di meglio per concludere che questa preghiera di sant’Agostino: «Donati a me, o Dio mio, restituiscimi te stesso. Ecco, io ti amo, e se è poco, dammi di amarti più intensamente. Non posso misurare per sapere quanto mi manca ancora per raggiungere la pienezza dell’amore e quanto deve ancora mcorrere la mia vita per gettarsi tra le tue braccia e non più distaccarsene, fino a “nascondersi al riparo del tuo volto”.
Questo solo io so: fuori di te tutto è male per me, non solo all’esterno, ma anche dentro di me; e qualsiasi ricchezza, che non sia il mio Dio, è per me assoluta povertà!» (Confessioni, Libro
13 , cap. 8). Sant’Agostino, ricercatore di Dio e pastore di anime, prega per noi!

© Copyright Radici Cristiane, agosto-settembre 2007

20 giugno 2007

Il Papa e due grandi maestri: Francesco e Agostino


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Rassegna stampa del 20 giugno 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 20 giugno 2007 (1)


Perché san Francesco "è un vero maestro" per i cristiani d'oggi

E perché lo è anche sant'Agostino. Da Assisi e da Pavia, mete dei suoi due ultimi viaggi in Italia, Benedetto XVI propone come modelli i due grandi convertiti. E critica le loro moderne "mutilazioni"

di Sandro Magister

ROMA, 20 giugno 2007 – I suoi due ultimi viaggi in Italia, a Pavia e ad Assisi, Benedetto XVI li ha dedicati a due santi di primissima grandezza e di eccezionale influenza nella storia della Chiesa: Agostino e Francesco.

E in entrambi i casi papa Joseph Ratzinger ha concentrato l'attenzione su un preciso momento della vita dei due santi: la conversione.

La conversione – ha spiegato il papa – è la svolta cruciale dell'esistenza d'ogni cristiano. In essa la vita di ciascun uomo prende forma nuova da Gesù Cristo al quale egli si affida. Da lì in avanti la sua vita si distingue per il suo essere segnata da Cristo.
Se quindi Francesco "è un vero maestro" nella ricerca della pace, nella salvaguardia della natura, nella promozione del dialogo tra tutti gli uomini, lo è in un modo unico, che non può essere mutilato: "lo è a partire da Cristo".

E quindi lo "spirito di Assisi" non ha niente a che vedere con l'indifferentismo religioso, proprio perché la vita e il messaggio di Francesco "poggiano così visibilmente su Cristo":

"Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo (cfr Giovanni 14,6), unico Salvatore del mondo".

Già altre volte, in precedenza, Benedetto XVI aveva criticato gli "abusi " e i "tradimenti" che a suo giudizio snaturano la figura esemplare di Francesco.

Ma domenica 17 giugno, ad Assisi, il papa è tornato a predicare in maniera più organica sulla persona del santo e in particolare sulla sua conversione, di cui nel 2007 ricorre l'ottavo centenario.

L'ha fatto soprattutto nell'omelia della messa. Come aveva fatto anche a Pavia domenica 22 aprile, ricordando sant'Agostino che è sepolto in quella città.

Ma anche negli altri discorsi della giornata trascorsa ad Assisi il papa ha insistito nel presentare il volto autentico del santo, respingendone i travisamenti. Ad esempio quando ha rivolto ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose della città questa raccomandazione:

"I milioni di pellegrini che passano per queste strade attirati dal carisma di Francesco, devono essere aiutati a cogliere il nucleo essenziale della vita cristiana ed a tendere alla sua 'misura alta', che è appunto la santità. Non basta che ammirino Francesco: attraverso di lui devono poter incontrare Cristo, per confessarlo e amarlo con 'fede dritta, speranza certa e caritade perfetta' (Preghiera di Francesco davanti al Crocifisso, 1: FF 276). I cristiani del nostro tempo si ritrovano sempre più spesso a fronteggiare la tendenza ad accettare un Cristo diminuito, ammirato nella sua umanità straordinaria, ma respinto nel mistero profondo della sua divinità. Lo stesso Francesco subisce una sorta di mutilazione, quando lo si tira in gioco come testimone di valori pur importanti, apprezzati dall’odierna cultura, ma dimenticando che la scelta profonda, potremmo dire il cuore della sua vita, è la scelta di Cristo. Ad Assisi, c’è bisogno più che mai di una linea pastorale di alto profilo. Occorre a tal fine che voi, sacerdoti e diaconi, e voi, persone di vita consacrata, sentiate fortemente il privilegio e la responsabilità di vivere in questo territorio di grazia. È vero che quanti passano per questa città, anche solo dalle sue 'pietre' e dalla sua storia ricevono un benefico messaggio. Ciò non esime da una proposta spirituale robusta, che aiuti anche ad affrontare le tante seduzioni del relativismo che caratterizza la cultura del nostro tempo".

Ecco dunque qui di seguito le due omelie dedicate da Benedetto XVI ai due grandi convertiti Francesco e Agostino. Due omelie che sono espressione tipica della predicazione di questo papa, sempre strettamente legata alla liturgia del giorno:

www.chiesa di Sandro Magister


La Conversione di San Francesco

CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA PIAZZA INFERIORE DI SAN FRANCESCO AD ASSISI


La Conversione di Sant'Agostino

CELEBRAZIONE EUCARISTICA AGLI ORTI DELL’ALMO COLLEGIO BORROMEO DI PAVIA, 22 APRILE 2007

19 giugno 2007

Il Papa ed il suo maestro Agostino


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Aggiornamento della rassegna stampa del 19 giugno 2007 (2)

Il Papa sbanca l'auditel

IL PAPA AD ASSISI: LO SPECIALE DEL BLOG

IL PAPA A PAVIA: LO SPECIALE DEL BLOG


Benedetto XVI a Pavia

L'incontro tra due amici, tra due padri

Giuseppe Bolis

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI a Pavia, per venerare le spoglie di sant’Agostino. Per esprimere la sua gratitudine a uno dei più grandi “padri” della Chiesa

Due vecchi amici. Che si incontrano dopo tanto tempo e prima di tutto si guardano. È questa l’immagine che si trattiene della recente visita pastorale di Papa Benedetto XVI sulle orme di sant’Agostino a Pavia, domenica 22 aprile. Quello sguardo silenzioso del Papa davanti all’urna che raccoglie i resti mortali del grande Vescovo di Ippona. Un dialogo silenzioso che affonda in cinquant’anni di storia (è datata 1953 la tesi di dottorato in Teologia, dedicata da Joseph Ratzinger alla visione della Chiesa in sant’Agostino) e che ha segnato profondamente tutta l’esistenza del Teologo bavarese fino al soglio pontificio. È lui stesso che ha voluto questo viaggio come un pellegrinaggio alle sorgenti della fede di «colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e pastore, ma direi prima ancora di uomo e sacerdote» (Omelia ai Vespri).
Ma nello stesso tempo - per il compito ora affidatogli - questo viaggio diventa una occasione propizia per il Papa di proporre a tutti i credenti e agli uomini dotati di ragione il percorso personale di Agostino, che può diventare esperienza per ogni uomo.
Verità
Innanzitutto il riconoscimento che la vita è un cammino, una conversione continua: tutta l’esistenza del Doctor Gratiae è, infatti, «rimasta, pur in modo diverso, un cammino di conversione nella ricerca del Volto di Cristo e poi un camminare insieme con Lui» (Omelia alla messa). Fino alla fine. Ed è questo che colpisce chi Agostino lo conosce da tempo e allo stesso modo l’ascoltatore novello: «Egli rimase sempre una persona in ricerca. Non si accontentò mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; di dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la vera parola-chiave della sua vita» (Omelia alla messa).
Questa ricerca appassionata e ardente ha vissuto tre grandi svolte: innanzitutto la scoperta del cristianesimo come risposta a tale sete di verità e l’abbraccio della Chiesa come segno concreto e corporeo della Presenza del Dio fatto carne. Un abbraccio che Agostino traduce nel desiderio di vivere con alcuni amici dedicato completamente a Dio e all’approfondimento della Verità ormai incontrata. Ma - ed ecco la seconda conversione che dovette vivere - la Verità stessa lo chiama a servire il Suo corpo prima come sacerdote e poi come vescovo, pur andando contro la sua volontà personale: «Ora egli doveva vivere con Cristo per tutti. Doveva tradurre le sue conoscenze e i suoi pensieri sublimi nel pensiero e nel linguaggio della gente semplice della sua città. La grande opera filosofica di tutta una vita, che aveva sognato, restò non scritta. Al suo posto ci venne donata una cosa più preziosa: il Vangelo tradotto nel linguaggio della vita quotidiana» (Omelia alla messa). Sembra di percepire in queste parole del Papa teologo un accenno neanche troppo velato alla sua storia personale fino ai giorni nostri.
Ed ecco la terza e decisiva conversione della vita di Agostino: «Non soltanto l’umiltà di inserire il suo grande pensiero nella fede della Chiesa, non solo l’umiltà di tradurre le sue grandi conoscenze nella semplicità dell’annuncio, ma anche l’umiltà di riconoscere che a lui stesso e all’intera Chiesa peregrinante era continuamente necessaria la bontà misericordiosa di un Dio che perdona; e noi - aggiungeva - ci rendiamo simili a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia» (Omelia alla messa).

Amore

Ecco quindi la seconda grande parola-chiave di questo viaggio: amore. Davanti alla tomba di colui che tanto lo ha ispirato Papa Benedetto rilancia e riconsegna idealmente alla Chiesa e al mondo la sua prima enciclica, che riassume il contenuto centrale dell’annuncio di questi primi due anni di pontificato: «Dio è amore… Ecco il messaggio che ancora oggi sant’Agostino ripete a tutta la Chiesa: l’Amore è l’anima della vita della Chiesa e della sua azione pastorale. Solo chi vive nell’esperienza personale dell’amore del Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo. Alla scuola di sant’Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano. Servire Cristo è anzitutto questione d’amore» (Omelia ai Vespri).

Ragione

Questo amore ha caratterizzato tutta la vita e la passione pastorale di Agostino, in particolare nel testimoniare la feconda interazione tra fede e cultura. È la terza parola-chiave del viaggio: ragione. Nell’incontro con Cristo e nell’adesione amorosa a Lui non è mai venuta meno in Agostino la passione per la filosofia, cioè, «a cercare le profondità dell’essere uomo e ad aiutare gli altri a vivere bene, a trovare la vita, l’arte di vivere. Questo era per lui la Filosofia: saper vivere, con tutta la ragione, con tutta la profondità del nostro pensiero, della nostra volontà, e lasciarsi guidare sul cammino della verità, che è un cammino di coraggio, di umiltà, di purificazione permanente» (Discorso al mondo della cultura).
Un cammino che Papa Benedetto XVI sta percorrendo e sul quale, instancabilmente, invita ogni uomo.

Tracce, maggio 2007

8 maggio 2007

Aggiornamento della rassegna stampa dell'8 maggio 2007 (3)


Vedi anche:

"Gesu' di Nazaret": una sfida all'esegesi

"GESU' DI NAZARET" DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI

Il teologo Weigel: perché al Papa piace ridere

L'opinione pubblica e l'opinione pubblicata

Aggiornamento della rassegna stampa dell'8 maggio 2007 (2) e tutti i link ivi contenuti

Le Guardie Svizzere preparano il pane per Papa Benedetto...


SPECIALE DE "IL TICINO" SULLA VISITA DEL PAPA A PAVIA

Il Papa? Eccezionale nel coniugare scienza e umanità

di Daniela Scherrer

L’incontro con il Santo Padre ha lasciato in tutti un clima di commozione. L’atmosfera che si respirava al Policlinico, al termine della visita, era di quelle sinceramente emozionanti. Quasi come se un legame invisibile ma profondo legasse chi soffre e chi quotidianamente, a vario titolo, lavora per alleviare tali sofferenze. Lacrime sui volti degli ammalati e dei loro familiari.
Lacrime sui volti di dirigenti, medici e infermieri. Il direttore sanitario Luigina Zambianchi ha da pochi istanti baciato l’anello papale di Benedetto XVI e con lui ha avuto un breve ma intenso scambio di battute. “Un’emozione immensa –spiega- mi ha detto che il nostro è un lavoro di grande impegno, una responsabilità particolare e ha invocato su di noi la benedizione del Signore affinchè ci assista sempre in questa missione”.
Giorgio Rondini, uno dei “senatori” del San Matteo, attualmente direttore della scuola di specialità in Pediatria, è appena reduce dall’udienza privata dal Santo Padre a Roma con i pediatri, lo scorso 18 aprile. “Ma qui è stata un’altra cosa –sorride- è come averlo avuto a casa, visto che sono al San Matteo da oltre quarant’anni…Un’emozione fortissima.” Anche Mario Lazzarino, direttore della Clinica Ematologica del Policlinico, è stato recentemente in udienza dal Papa con Comunione e Liberazione. “L’aspetto che mi colpisce più di questo Papa –fa presente- è la sua straordinaria capacità di coniugare l’aspetto scientifico con quello umano. E’ tecnicamente molto preparato, ma non perde mai di vista l’attenzione alla persona”. Tra i medici presenti c’è anche chi lascia di corsa il settore riservato per raggiungere la sala operatoria. E’ il caso ad esempio del chirurgo Luigi Valenti, della Chirurgia Gastroenterologica e Mammaria. Giusto il tempo di una sottolineatura: “Il Papa? Una figura eccezionale, anche umanamente. Ha saputo esternare in poche parole la comprensione per tutti i presenti: medici, infermieri, malati. E mi ha colpito l’invito a salvaguardare i principi etici nel nostro lavoro”. Suor Chiarina Garbossa, fondatrice della scuola per infermieri del San Matteo, festeggia il prossimo 13 maggio i sessant’anni della consacrazione religiosa. Il dono più bello è stato poter baciare l’anello del Santo Padre: “Ho davvero avuto la sensazione di trovarmi davanti a Cristo Signore, avevo atteso e trepidato tanto per questo momento”.


Il Papa? Non si impone mai

Le sensazioni di don Gian Pietro Maggi, responsabile di tutta la “macchina organizzativa”

L’otto dicembre venne rese nota con ufficialità la visita del Papa. L’otto gennaio iniziarono i lavori di preparazione. A ben guardare il tempo lasciato alla macchina organizzativa è stato contenuto. Eppure tutto ha funzionato bene. E don Gian Pietro Maggi, responsabile di questa organizzazione, ha il volto soddisfatto e sereno che appartiene a chi vive la quiete dopo la tempesta. Ed infatti ora che la tempesta dei preparativi è passata, resta la quiete di chi può fermarsi un istante a contemplare con gioia i frutti di un lavoro intenso e proficuo per un incontro storico.

- Don Gian Pietro, la prima domanda è scontata: che immagine la ha lasciato il Santo Padre?

Di una persona molto “bella”. La definizione è immediata, semplice, ma racchiude l’essenza delle mie sensazioni. E’ un Papa spontaneo, semplice ma non certamente semplicistico, con alle spalle un cammino vocazionale e di studio così forte da garantirne la convinzione più assoluta in tutte le sue parole. L’impressione è quella di stare accanto a una persona che, stando dalla parte della verità, semplicemente la vive. Un uomo che non cerca di imporre, ma di proporre con stile semplice”.

- C’è un momento in cui è rimasto particolarmente colpito da questa serenità del Papa di cui parla?

“Sì. Il momento in cui usciva dalla basilica di San Pietro mentre si stava concludendo la sua visita pavese. Gli occhi vispi esprimevano una serenità quasi incredibile per una persona reduce da due giornate estremamente faticose: Benedetto XI era infatti giunto a Vigevano dopo sette udienze in Vaticano e la sua domenica a Pavia era stata un vero tour de force. Uscendo da San Pietro in Ciel d’Oro i cordoni non reggevano quasi più, era circondato dall’affetto incontenibile di preti, religiosi e suore. E il suo sguardo mi è rimasto impresso, così contento e sereno. Anche mentre stava per salire a bordo della “papamobile” i bambini l’hanno richiamato ed è sceso per l’ultimo abbraccio con un grande sorriso”.

- Che cosa lascia per il futuro questa visita pastorale a voi che avete lavorato tanto per organizzarla?

“Lascia un’eredità bellissima: il tessuto di relazioni che si è venuto a creare. E questo è un bene per tutta la diocesi. Non è stato sempre facile lavorare insieme, sarebbe inutile negarlo, qualche volta la stanchezza e la tensione si sono fatte sentire. Ma tutti abbiamo sempre saputo affrontare le spigolature, cercando di capire insieme come risolverle per il buon esito finale. Alla fine tutti siamo usciti arricchiti anche dal punto di vista relazionale”.

- Un buon rapporto anche con le istituzioni. Citarle tutte sarebbe lungo, ma una parola speciale in questo momento va spesa per un ricordo…

“Un ricordo col nodo alla gola. Quello per il Prefetto Cosimo Macrì. Aveva accolto con un entusiasmo incredibile la notizia dell’arrivo del Papa e si stava prodigando. Abbiamo proseguito nei lavori accompagnati dal suo ricordo”.

- Da lei il grazie anche alle tante persone che hanno lavorato “nell’ombra” per il buon esito finale.

“Davvero. E’ stata una gara di squisita generosità. Sicuramente dimenticherò molte persone. Ma provo a ricordarne qualcuna. Tutte le persone che hanno cucinato, servito a tavola e hanno garantito domenica l’accoglienza ai Vescovi e alla persone al seguito del Papa. Con don Mauro Astroni che sovrintendeva alla gestione del Palazzo. Poi Lorenzo Venturini, in portineria, un costante punto di riferimento. E ancora Paolo Carena, Tino Bovera, Giorgio Bussi, Antonia Pastorino. Quindi l’Ordo Virginum, Giovanni Gatti, i seminaristi che hanno ricevuto i complimenti anche dal Maestro delle Cerimonie. Non posso dimenticare i 150 giovani che hanno garantito il servizio agli Orti a partire dalle cinque e mezza della mattina: scout, studenti, anche laureati.
E come non citare padre Antonio Montanari, che ha coordinato oltre mille coristi? E il vicario generale mons. Adriano Migliavacca? Conosciamo tutti il suo stile riservato, ma sabato pomeriggio era ancora in maniche di camicia a lavorare per sistemare gli ultimi ritocchi…”

- Abbiamo ricordato l’eredità spirituale della visita del Papa. Che ha lasciato peraltro anche qualcosa di tangibile alla diocesi. Quali i doni?

“Improntati a liturgia e carità. Alla diocesi ha lasciato un calice d’argento e la casula indossata agli Orti Borromaici, che il Vescovo indosserà nelle celebrazioni più solenni. E ha donato qualcosa di molto importante, attraverso la carità del Papa: il centro per gli Immigrati, che avrà sede alla Casa della Carità. Ad ogni parrocchia verrà data in dono una delle pissidi utilizzate agli Orti come ricordo di questo grande evento”.


Il Papa e il Rettore

di Elia Belli

Intervista al Rettore, prof. Angiolino Stella, all'indomani della visita del Papa in Università

Che cosa ci consegna la visita del Papa in Università?

Oltre a essere un evento storico di portata eccezionale, la visita di Papa Benedetto XVI è per la nostra Università un grande riconoscimento, che sottolinea la ricchezza della nostra tradizione culturale e soprattutto ci incoraggia ad andare avanti. Ho interpretato l’incontro e in particolare le parole che Papa Benedetto XVI ha rivolto alla comunità accademica come un riconoscimento della nostra attenzione ai giovani e alle nuove esigenze della società, oltre che un invito a continuare a essere un riferimento culturale e umano.

Dal punto di vista personale, com'è stato incontrare il Santo Padre? Insomma, deve essere stata una bella emozione?

Mi hanno colpito la grande serenità e la sua curiosità, il desiderio di sapere il più possibile sulla nostra Università. Per quanto mi riguarda, aggiungo solo che l’unicità dell’evento non poteva che comportare una grande emozione.

Emozionato più prima, dopo o durante?

Sono momenti ed emozioni diversi; prima ho vissuto l’attesa con le incognite di quel che sarebbe avvenuto, poi l’emozione di camminare al fianco del Papa e parlare con lui, quindi l’emozione del ricordo legata al messaggio che ci ha lasciato.

Qualche retroscena (a parte il grande caldo che immagino fosse amplificato dalla toga...)?

Non riuscivo ad aprire il cofanetto con il dono e così ci siamo appoggiati alla poltrona e tutti e due ci siamo chinati, trafficando con le mani.

Appena arrivato, le ha parlato? Che cosa vi siete detti?

Dopo il benvenuto, gli ho detto “Santità, questo è il Cortile Teresiano, da Maria Teresa d’Austria”; “Maria Teresa d’Austria – mi ha risposto – una grande figura… “

Nel suo discorso Lei ha sottolineato l'importanza della ricerca con passione, dell'amore quaeritur, propria anche di Agostino.
Ha fatto centro, perchè sulla scia di questo il Santo Padre ha iniziato a parlare a braccio di S. Agostino. Quasi una Lectio Magistralis?


L’amore quaeritur, questo invito agostiniano alla ricerca con passione, è senz’altro condivisibile da tutti, laici e cattolici. E’ un messaggio di altissimo significato che non può che essere lo spunto particolare per una lectio magistralis da parte di uno studioso come Papa Benedetto XVI.

Una considerazione un po' a margine. Lei ha parlato di Grandi Maestri. Secondo lei sono ancora importanti? Voglio dire, ci sono ancora i Grandi Maestri o ce li consegna il passato (come Agostino, per esempio)?

La figura del maestro è sempre un riferimento fondamentale. Ne abbiamo di grandissimi nel nostro passato, ma una Università come la nostra deve anche saper proporre nuove figure di maestri, che siano riferimento puntuale per i giovani, segnando una continuità con la nostra tradizione.


Il Papa a Pavia: la parola a Padre Casciano

di Daniela Scherrer

Pavia. “Due anni fa il nostro sogno era quello di riuscire a portare il Papa a Pavia. Ci siamo riusciti. Ora si aprono scenari per un nuovo sogno pavese: fare della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro il santuario di sant’Agostino. Benedetto XVI è venuto a portarci la luce ed ora tocca a noi tenerla accesa”. A parlare così è padre Giustino Casciano, priore della comunità agostiniana di Pavia. I suoi occhi riflettono ancora tutta la gioia per l’incontro con il Pontefice.
E la commozione. Tantissima. Davanti al Papa, domenica 22 aprile, padre Giustino ammette di essere scoppiato a piangere come un bambino. E regala un commento pieno di emozione. “Quando mi ha fissato con intensità per alcuni istanti ho avuto la sensazione di sentirmi amato con tenerezza da un uomo giunto a Pavia in cerca di sant’Agostino. E quando l’ho ringraziato, dopo la sua preghiera accanto all’urna con le reliquie del santo Padre della Chiesa, ho colto lo sguardo sereno di una persona che aveva trovato ciò che cercava”.
Da quando il Papa è partito padre Giustino in convento prega ancor più di prima. Chiede a Dio la forza di tenere accesa quella luce. I religiosi agostiniani a Pavia sono solo quattro. Ma il priore punta dritto nella direzione di un Santuario. Lui che è stato quattordici anni in uno dei maggiori Santuari italiani, quello di Cascia intitolato a santa Rita, sogna in grande. “Il Santuario sarebbe la dimensione propria per la basilica di san Pietro in Ciel d’Oro –spiega- è sinonimo di cultura, bellezza, interiorità, dimensione personale di preghiera e di ricerca di Dio. Qualcosa che coinvolge tutta la persona, mente e cuore. E Pavia ha tutte le carte in regola per offrire alla gente un patrimonio di scritti e pensieri di sant’Agostino senza precedenti”.
Il primo passo sarà la realizzazione del Centro Culturale agostiniano intitolato a Benedetto XVI, che domenica ne ha benedetto la prima pietra. Potrebbe essere l’inizio ideale di un grande progetto per la “valorizzazione di Agostino a Pavia”, come recita la targhetta apposta sul modellino ligneo del Centro che staziona in basilica.

(dal Papa Ratzinger forum)

25 aprile 2007

Rassegna stampa del 25 aprile 2007


Vedi anche:

Luigi Accattoli: ”Benedetto XVI parla di più alla Chiesa e meno al mondo” e tutti i link ivi segnalati


Il senso di un viaggio

La vicenda del convertito ci interroga

Gian Maria Vian

La chiave della tappa a Pavia di Benedetto XVI, che domenica ha venerato le reliquie di sant'Agostino, è il "pellegrinaggio": quello di un vescovo che ha pregato davanti alla tomba di un suo predecessore nella fede e nella ricerca di Dio, mostrando così a ogni donna e a ogni uomo di oggi quanto questa fede e questa ricerca siano indispensabili. Una chiave che è autobiografica, certo, ma non solo, come ha indicato lo stesso Papa: giunto a Pavia «per esprimere sia l'omaggio di tutta la Chiesa cattolica ad uno dei suoi "padri" più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma direi prima ancora di uomo e di sacerdote».
Non è stato infatti solo l'adempimento di un desiderio dell'anima il viaggio di Benedetto, questo vescovo di Roma che con le sue parole semplici sa toccare il cuore di chi lo ascolta. E che domenica ha voluto indicare come sant'Agostino resti un modello per l'umanità di oggi. Modello significa esempio che colpisce e affascina, come il grande intellettuale e vescovo africano è stato ed è per Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI. E come può essere per chiunque si accosti alla vicenda dell'autore di quella straordinaria autobiografia interiore che sono le Confessioni: vicenda di un convertito, anzi di «uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa», ha sottolineato il Papa che non ha avuto paura di usare una parola per il nostro tempo quasi scandalosa.
Ma perché questo convertito di sedici secoli fa può affascinare ancora oggi, quando sembra che più nulla sia vero? Perché la conversione di sant'Agostino «non fu un evento di un unico momento», ha spiegato Benedetto XVI, ma «un cammino»: ricerca inesausta del volto di Dio che continuò sino a quando il vescovo di Ippona morente fece attaccare alla parete i salmi penitenziali per poterli leggere dal letto nell'ultima preghiera. Ma sin da giovane Agostino aveva cercato, ha detto il Papa: «Non si accontentò mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l'uomo; da dove proviene il mondo; di dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la vera parola-chiave della sua vita».
E la ricerca della verità non è, secondo Ratzinger, né una prerogativa né un lusso da intellettuali: «Non devo dire quanto tutto ciò riguardi noi: rimanere persone che cercano, non accontentarsi di ciò che tutti dicono e fanno. Non distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù Cristo. Imparare sempre di nuovo l'umiltà della fede nella Chiesa corporea di Gesù Cristo». Come seppe fare Agostino, chiamato a tradurre il vangelo «nel linguaggio della vita quotidiana»: riconoscendo di continuo la necessità della «bontà misericordiosa di un Dio che perdona», nella consapevolezza che «ci rendiamo simili a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia».
Di questo è convinto Benedetto XVI: «Solo chi vive nell'esperienza personale dell'amore del Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo. Alla scuola di sant'Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano». Perché Agostino, come scrisse il suo amico Possidio, è vivo e parla ancora: al Papa come a chiunque di noi.

Avvenire, 24 aprile 2007


CHIESA

LA VISITA PASTORALE DI BENEDETTO XVI A VIGEVANO E PAVIA

LA LEZIONE DI AGOSTINO

Il senso del viaggio è sulla tomba del santo. Il Papa confessa che è il teologo che ama di più. E che per la Chiesa «è un modello d’amore e di servizio a Dio».

L’arca di marmo scintilla sotto le luci. S’eleva sull’altare maggiore e quando Benedetto XVI entra e alza gli occhi, accarezza questa foresta di statue e rilievi che fa corona all’urna. Anche lui, anche il Papa, sembra nulla di fronte alla grandezza del sepolcro del Doctor Gratiae, il Dottore della Grazia, sant’Agostino. Joseph Ratzinger non era mai stato qui, anche se la frequentazione intellettuale e spirituale con Agostino d’Ippona ha segnato tutta la sua vita. E questo pellegrinaggio alla tomba nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, a Benedetto XVI non serve solo per attualizzare la figura di un grande Padre della Chiesa, ma anche per ribadire il filo che segna dall’inizio il suo Pontificato: come Agostino predica la Parola, cerca la verità, dialoga con la cultura contemporanea.

È stata definita la prima visita pastorale alle diocesi italiane quella che ha impegnato Benedetto XVI a Vigevano e a Pavia. Gli altri viaggi in Italia avevano impegni ben definiti: a Bari per il Congresso eucaristico, a Manoppello per pregare davanti al Volto Santo, a Verona per il convegno della Cei.

Eppure anche questo viaggio ha assunto alla fine la forma con la quale il Papa all’inizio lo aveva concepito. Lo dice davanti all’arca di Agostino domenica sera, al termine di una giornata che è stata una lunga e solenne lectio magistralis sul teologo che egli ama di più, al quale ha dedicato la tesi di laurea in teologia sistematica nel 1953, quello che ha citato più volte in questi anni di Pontificato, sul quale non si perde un libro.

Uno dei più grandi convertiti

Il Papa a Pavia è venuto per Agostino e per indicarlo alla Chiesa come modello «di dialogo tra le fede e la cultura», ribadisce davanti agli studenti e ai professori dell’Università, la più antica di Lombardia. Torna a essere professore Benedetto XVI, al punto che quando alla preghiera del Regina Coeli parla del suo libro su Gesù, avvisa i giovani che è «un po’ impegnativo», ma vale la pena di leggerlo perché aiuta a diventare suoi amici. Ma sopra di tutto c’è la lezione storica su sant’Agostino pronunciata nell’omelia della Messa agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo, nella quale indica che Agostino è uno dei più grandi convertiti nella storia del cristianesimo.

Poi la lezione davanti alla tomba in Ciel d’Oro, in cui il Papa spiega l’attualità di Agostino e osserva che la sua vicenda è un paradigma per la Chiesa e la società, non solo perché non si è mai tirato indietro nella comprensione e nell’annuncio della fede, ma soprattutto perché capì che la fede gli aveva permesso di portare a compimento la sua ricerca, «consentendogli di trovare in Dio Amore il centro e il senso dell’esistenza umana, della storia e dell’universo».

Così la tomba del santo diventa per Benedetto XVI una sorta di nuova cattedra del Vescovo di Roma, dalla quale rilancia il tema dell’Enciclica Deus caritas est, la cui prima parte, rivela il Papa, è «largamente debitrice al pensiero di sant’Agostino: davanti alla sua tomba vorrei idealmente riconsegnare alla Chiesa e al mondo la mia prima Enciclica».

Papa Ratzinger spiega che «servire Cristo è anzitutto una questione d’amore». Lo ha imparato da sant’Agostino e non ha paura di nasconderlo: «Egli ha vissuto in prima persona ed esplorato fino in fondo gli interrogativi che l’uomo si porta nel cuore e ha sondato le capacità che ha di aprirsi all’infinito».

È quello che importa al Papa e, insieme, è lo stile del suo Pontificato, cioè parlare di Cristo, raccontare di Gesù: «Sulle orme di sant’Agostino siete anche voi una Chiesa che annuncia con franchezza la lieta notizia di Cristo, la sua proposta di vita, il suo messaggio di riconciliazione e di perdono».

La preoccupazione di Ratzinger si appunta sulla Chiesa, sulla necessità di «perseguire la "misura alta" della vita cristiana». E davanti alla tomba di sant’Agostino il Papa dice cosa non è e cosa invece dev’essere la Chiesa. Non è «una semplice organizzazione di manifestazioni collettive», e neppure «la somma di individui che vivono una religiosità privata». È, invece, una «comunità in cui si è educati all’amore e questa educazione avviene non malgrado, ma attraverso gli avvenimenti della vita», come è accaduto per Pietro, per Agostino e per tutti i santi. Nella Chiesa è il «vincolo della carità», e non qualcos’altro, a indicare la misura della perfezione, che deve poi tradursi in uno «stile di vita morale ispirato al Vangelo, inevitabilmente controcorrente rispetto ai criteri del mondo, ma da testimoniare sempre con uno stile umile, rispettoso e cordiale».

Lo stile di Benedetto XVI, lo stile di sant’Agostino.

Alberto Bobbio

Famiglia Cristiana, n. 17


CHIESA

COSÌ LE DUE CITTÀ HANNO PREPARATO L’ARRIVO DI BENEDETTO XVI
BIMBI, MALATI E ISLAMICI: TUTTI IN GRANDE ATTESA

Il tipico risotto, tante fotografie, le domande dei bambini, e il messaggio dei musulmani. Un’organizzazione perfetta.

Il Papa arriverà tra sei ore, ma lei è già lì, seduta sul prato del castello di Vigevano. Le tengono compagnia le pagine delle Visioni di Anne Katherine Emmerich. Perché così presto, signora? «Mi piace l’atmosfera, l’attesa è la cosa più bella». L’attesa è la parola chiave della visita del Papa a Vigevano e Pavia, terre di nebbia e riso e – dicono, ma non è vero – di gente difficile agli entusiasmi.

L’attesa è il luogo delle emozioni libere, che nessun cerimoniale può ingessare. La si legge sul viso, intimidito e trepidante, delle suore Sacramentine, uscite dalla clausura per la prima volta, nelle loro vesti bianche e rosse, schierate sul sagrato del convento neogotico in attesa della benedizione di Benedetto XVI, primo Papa, quasi sei secoli dopo Benedetto VIII, in visita alla Diocesi.

I vigevanesi sono accorsi con le macchine fotografiche: volevano fermare l’unica occasione di dare un volto alle presenze silenziose che pregano dietro le grate. Alla fine son rimasti anche un po’ delusi, mentre le suore salutavano festose con le mani, perché si aspettavano di più: una sosta della papamobile, forse che il Papa scendesse. Anche se il piano non lo prevedeva, anche se l’aereo era atterrato in ritardo.

L’attesa a volte fa strani scherzi, amplifica le aspettative: vorrebbe rompere i protocolli dove non si può, vedere il Papa andare a piedi dove non è previsto, come a Pavia al rientro in Vescovado dopo la Messa agli Orti Borromaici.

Tutti hanno fatto gli straordinari

Vorrebbero vederlo camminare, toccarlo, forse. Chiedono a un vigile: «Glielo dica lei che lo aspettiamo da tanto», come se il vigile, che sta lì di guardia a un angolo di strada, potesse correre via e andare ad avvertire il Papa.

L’attesa è anche impegno, mobilitazione, paura di essere troppo piccoli per stare due giorni, se non al centro del mondo, almeno su prime pagine diverse da quelle consuete del Ticino e dell’Informatore Vigevanese. «A un certo punto», racconta don Franco Tassone, direttore del settimanale diocesano pavese, «ci siamo accorti che dal Vaticano arrivavano cento accessi al giorno al nostro sito Internet, non capita spesso».

La stampa locale ha fatto gli straordinari, con inviati della Provincia pavese a ogni angolo, il soccorso del 118 pure, a Vigevano al servizio sicurezza si sono visti volontari con la scritta Soccorso alpino, anche se faceva un caldo estivo e a Pavia tra le 20.000 persone accorse agli Orti Borromaici per la Messa del Papa c’erano quattro bambini che giocavano con la sabbia. Tra Pavia e Vigevano si parlava di 750 volontari: gente da accompagnare, transenne da presidiare, assistenza di ogni tipo. Pavia ha scelto di non servirsi di un catering per il pranzo del Papa, ma di affidare il tradizionale risotto e il resto del menu ai fornelli di don Mauro Astroni e il servizio in tavola ai volontari. Solo i dolci sono arrivati dai pasticceri locali: una torta diplomatica, ma anche bicchierini di cioccolato con crema di zabaione, che hanno rischiato di rimanere fuori dal portone della Curia perché non si trovava il campanello giusto cui suonare.

Il saluto degli ammalati

Se l’organizzazione, ottima, senza ingorghi, nonostante la difficoltà intrinseca negli spazi ristretti dell’urbanistica vigevanese, nonostante i fiumi – molto ordinati – di parrocchiani in marcia per la Messa a Pavia, può affidare molto alla buona volontà, l’ufficialità chiede, invece, tempi e percorsi regolamentati con rigore, soprattutto nei giorni densi come la domenica pavese.

Dopo la Messa del pomeriggio a Vigevano e il saluto ai giovani di Pavia in piazza Duomo la sera, il programma ha chiesto a Benedetto XVI ben quattro appuntamenti: la visita ai malati del Policlinico San Matteo, la Messa alle 10.00 nell’area adiacente al Collegio Borromeo, gli Orti (lo spazio aperto più grande consentito a una piccola città), l’incontro pomeridiano all’Università, infine l’ultima tappa a San Pietro in Ciel d’oro, sulla tomba di sant’Agostino.

Pavia ha affidato il saluto degli ammalati alla voce di Fausta Beltranetti, moglie dell’ex ministro dell’Economia Tremonti, e a uno studente quello degli universitari. Lettere previste, ma non le uniche giunte al Papa in questi giorni.

Sabato, a Vigevano, Benedetto XVI è stato accolto dal benvenuto della comunità musulmana locale, fatto pervenire al Vescovado. Giorni prima gli avevano scritto dal sito della Diocesi gli studenti dell’Istituto Da Vinci, coordinati dal docente di religione: una lettera "tosta", che chiedeva una Chiesa meno opulenta e più francescana. E poi, le domande dei bambini della Diocesi che hanno partecipato al concorso "Scrivo al Papa". Domande franche, come solo i bambini sanno fare: «Perché non siamo uguali? Così non ci sarebbero più persone belle e brutte, bianche o nere. Io sono di colore» (Paola). Anche la loro è attesa in fondo, di crescere e rispondere a domande grandi anche per un Papa.

Elisa Chiari

Famiglia Cristiana, n. 17


Gemma ci segnala questo stralcio dell'intervista al segretario generale dell'ONU, Ban Ki Moon:

Con papa Ratzinger abbiamo parlato di pace. Mi ha colpito la purezza della sua faccia, della sua espressione. Mi ha trasmesso un senso di armonia e di tranquillità, difficile da trovare negli sguardi e nei gesti dei tanti politici che incontro. Ho rivolto l’invito al Papa per venire all’Onu e credo che il Vaticano lo stia valutando.

Quotidiano Nazionale, 24 aprile 2007


Il racconto della comunione col Papa

Mura: «Mi sentivo su una nuvola»

Filippo Poletti

«Mi sentivo come se fossi su una nuvola: non avevo la percezione dei rumori e della folla». Il segretario provinciale pavese del Carroccio Roberto Mura - 52 anni, sposato con due figli - racconta così l’emozione provata ricevendo la comunione da Benedetto XVI l’altroieri, in occasione della messa solenne celebrata agli Orti Borromaici davanti a oltre 20 mila fedeli. Cattolico praticante e primo cittadino di San Genesio ed Uniti, Mura è stato tra i pochissimi - 30 persone in tutto (tra questi anche Angelo Ciocca, assessore comunale e provinciale del Carroccio) - che hanno avuto il privilegio di fare la comunione con il Pontefice.
«Man mano che mi avvicinavo a lui sul palco papale - racconta Mura, tenore nel coro di San Genesio, lo stesso che ieri ha cantato durante la funzione liturgica - Benedetto XVI mi sembrava sempre più piccolo. La sua figura, vista da vicino, è minuta anche se la sua voce ha grandissima forza».
Non è la prima volta che Mura incontra un Papa. Accadde - pesca nella memoria - «anche nel 1984 a Milano in occasione della visita di Giovanni Paolo II». Profonde le differenze tra i due Papi: «Wojtyla riempiva le piazze, Ratzinger riempirà le chiese. Benedetto XVI è uno studioso, un fine teologo: sono convinto che sarà capace di incidere, in maniera strutturale, nella storia della Chiesa attraverso il suo magistero».
Mura, a poche ore dall’incontro con il Papa, ripercorre l’incontro di domenica: «Mi ha colpito profondamente la sua capacità di trasmettere, di entrare per così dire in “comunione spirituale”. Il suo sguardo è così profondo che sembra incontrare ciascuno». A un altro incontro - altrettanto emozionante - Mura paragona quello di domenica: quello con Albert Sabin, l’inventore del vaccino contro la polio e premio Nobel. «Lo incrociai per strada all’inizio degli anni Sessanta assieme a mio padre. Eravamo a Pavia, vicino all’università e lui mi salutò stringendomi la mano». Un uomo, Sabin, che con la sua scoperta salvò milioni di bambini. Un Papa, Benedetto XVI - tira le somme Mura -, «che sta salvando la nostra identità, le nostre radici cattoliche difese anche dalla Lega Nord».
Mura - direttore generale dell’Editoriale Nord - guarda al domani e, in particolare, alle radici cristiane come a una «via sicura per il futuro dell’Europa. La Lega è con il Papa quando richiama l’importanza di salvare la nostra storia». Per questo Mura apprezza «l’impostazione rigorosa data da Benedetto XVI al suo pontificato. In lui vedo un disegno rigoroso, indispensabile se vogliamo salvare il nostro presente, costruendo il domani».
Mura ricorda tanti di Papi: Giovanni XXIII prima, Paolo VI poi, per arrivare a Giovanni Paolo II. E l’affetto va anzitutto ad Angelo Roncalli, «il Papa “nostro”, della Padania, quello nato a Sotto il Monte in provincia di Bergamo». E dai ricordi d’infanzia vola a quelli dell’altroieri, vestito di scuro, con la cravatta e le scarpe nere: «La parrocchia del mio Comune, San Genesio, è stata quella che ha richiesto più ingressi per la messa papale in tutta la diocesi pavese». E bello è il ricordo dell’alba di domenica, quando - conclude Mura - «chi con le biciclette e chi in auto ha raggiunto Pavia distante pochi chilometri da San Genesio». Sembra un racconto del passato. Ma è il presente.

La Padania, 24 aprile 2007


Prima della messa il Papa si è intrattenuto con Bossi. «Non me l’aspettavo, ero commosso»

INCONTRO TRA DUE GRANDI

Il Senatur è arrivato sabato sera dove ha cenato assieme a Tremonti ed Ercole

Filippo Poletti

La storia, l’altroieri, ha fatto tappa a Pavia, alla Fondazione policlinico San Matteo: domenica, alle ore 9.45, Benedetto XVI ha incontrato Umberto Bossi. Poche parole, quelle pronunciate da Ratzinger, al Senatur, da ricordare: «Ma sei qui anche tu? Come stai?». Parole pronunciate al Capo - testimonia il consigliere di amministrazione dell’ospedale Cesare Ercole - «commosso e con gli occhi lucidi».
Un incontro - ha spiegato poi lo stesso Segretario federale, accompagnato dalla moglie Manuela Marrone e dai figli Eridano, Roberto e Renzo - «che non mi aspettavo. L’ho visto arrivare verso di me solo all’ultimo momento: il Papa mi ha spiazzato».
Emozione nell’emozione per il fondatore del Carroccio: a Pavia ha studiato medicina e - ha spiegato lui, trattenendosi con il pubblico composto da quasi 2.500 persone - «lavoravo a patologia chirurgica. Mi occupavo del laboratorio. Anni fa portai i miei figli a vedere una macchina per il cuore e per i polmoni che si trovava proprio a patologia chirurgica».
Regista dello storico incontro lo stesso Ercole, 54 anni, laurea in medicina, già sindaco di Broni e parlamentare della Lega Nord: «Quando, mesi fa, invitammo Umberto Bossi a Pavia per il Papa, lui accettò subito. Negli anni Settanta, Bossi era di casa al San Matteo, lavorando come tecnico di laboratorio. Domenica è stata, dunque, una giornata densa di significato».
Un incontro - quello tra il Papa e Bossi - anticipato dall’arrivo del segretario della Lega Nord a Pavia, la sera di sabato: intorno alle 20 Bossi è giunto con la famiglia a Cascina Scova dove ha pernottato. Poi, in una trattoria lungo il Ticino, cena a base di piatti locali come il risotto e le rane fritte in compagnia - tra gli altri - dell’ex ministro Giulio Tremonti, del segretario provinciale della Lega di Pavia Roberto Mura e dello stesso Ercole. «Bossi - spiega Ercole - ha monopolizzato l’attenzione del locale e, a un certo momento, si è anche esibito cantando O mia bela Madunina».
Sveglia di buon ora, poi, la mattina di domenica con arrivo del Senatur al San Matteo alle 8.45 in punto: ad attenderlo il presidente della fondazione Alberto Guglielmo, il direttore generale Giovanni Azzaretti e il consiglio di amministrazione dello stesso policlinico. Poi, dopo l’arrivo del Pontefice sulla “papamobile”, ecco il saluto di Guglielmo e la consegna di una copia anastatica della bolla papale con cui, nel 1449, Niccolò V mise il nuovo ospedale sotto la protezione della Santa Sede. «Il sigillo aureo che chiude la bolla pontificia - ha sottolineato Guglielmo durante il suo saluto, dopo un breve momento musicale curato dalla polifonica San Colombano - porta impresso il simbolo della pietà a testimonianza del lungo percorso di assistenza, di cura e di progressi scientifici che connota la storia dell’ospedale. I nostri valori di riferimento sono la formazione avanzata, l’innovazione tecnologica, il personale come patrimonio, la sinergia fra enti territoriali e, soprattutto, la centralità del malato».
Nel programma della visita pastorale a Pavia - ha detto il Papa dal palco, montato nel piazzale interno del policlinico - «non poteva mancare una sosta al San Matteo per incontrare voi, cari ammalati, che provenite non solo dalla provincia di Pavia ma da tutta l’Italia. A ciascuno esprimo la mia personale vicinanza e solidarietà, mentre abbraccio spiritualmente anche gli ammalati, i sofferenti e le persone in difficoltà che si trovano nella vostra diocesi e quanti se ne prendono amorevole cura».
L’ospedale - ha proseguito il Pontefice - «è un luogo che potremmo dire in qualche modo “sacro”, dove si sperimenta la fragilità della natura umana, ma anche le enormi potenzialità e le risorse dell’ingegno dell’uomo e della tecnica al servizio della vita. La vita dell’uomo, grande dono, per quanto lo si esplori, resta sempre un mistero». Al San Matteo - ha specificato rivolgendosi al personale medico - «voi cercate di alleviare la sofferenza delle persone nel tentativo di un pieno recupero delle condizioni di salute e molto spesso, grazie anche alle moderne scoperte scientifiche, ciò avviene. Qui si ottengono dei risultati veramente confortanti. Il mio vivo auspicio è che, al necessario progresso scientifico e tecnologico, si accompagni costantemente la coscienza di promuovere, insieme con il bene del malato, anche quei valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita in ogni sua fase, dai quali dipende la qualità autenticamente umana di una convivenza».
In ogni persona colpita dalla malattia - ha spiegato Benedetto XVI - «è Lui stesso che attende il nostro amore. Certo, la sofferenza ripugna all’animo umano. Rimane però sempre vero che, quando viene accolta con amore ed è illuminata dalla fede, diviene un’occasione preziosa che unisce in maniera misteriosa al Cristo Redentore, l’Uomo dei dolori, che sulla Croce ha assunto su di sé il dolore e la morte dell’uomo. Con il sacrificio della sua vita Egli ha redento la sofferenza umana e ne ha fatto il mezzo fondamentale della salvezza».
A salutare a nome dei malati il Papa è stata Fausta Beltrametti, moglie dell’ex ministro Tremonti. «Il dolore - ha testimoniato - è connaturato alla natura umana. Solo una persona che è ricoverata in ospedale, come è successo a me più volte al San Matteo, prova sulla propria pelle cosa significhi essere malati». Una condizione, quella della sofferenza, che può non essere fine a stessa: «La fede, che mi ha sorretto e continua a farlo anche nei momenti difficili, è di grande aiuto».
«Cari ammalati - ha concluso domenica il Papa lasciando il policlinico in direzione del collegio Borromeo - affidate al Signore i disagi e le pene che dovete affrontare e nel suo piano diventeranno mezzi di purificazione e di redenzione per il mondo intero. Cari amici, assicuro a ciascuno di voi il mio ricordo nella preghiera e, mentre invoco Maria Santissima perché protegga voi e le vostre famiglie, i dirigenti, i medici e l’intera comunità del policlinico, a tutti con affetto imparto una speciale benedizione apostolica».
«È stato un incontro straordinario - commenta il leghista Luciano Bresciani, assessore alla Sanità della Regione Lombardia, presente al San Matteo -. Il San Matteo ogni giorno mette a disposizione dei malati le sue capacità straordinarie». E nell’albo della storia c’è anche un tecnico di laboratorio che, negli anni, avrebbe fondato la Lega Nord. E che ieri il Santo Padre ha conosciuto di persona.

La Padania, 24 aprile 2007


«Un riconoscimento alla coerenza»

Francesca Martini commenta l’incontro a sorpresa tra il Pontefice e Umberto Bossi

ELISABETTA COLOMBO

Sarà un ricordo indelebile quello dell’incontro con Papa Ratzinger; un ricordo che il segretario federale della lega Nord Umberto Bossi si porterà per sempre nel cuore, insieme all’emozione di quelle parole che il Pontefice gli ha rivolto domenica, durante la sua visita al Policlinico San Matteo, uscendo dalle strette regole del protocollo per avvicinarsi al leader della Lega. Un incontro che, pur occasionale, assume un grande valore per chi, come Bossi, ha fatto delle esortazioni di Benedetto XVI una bandiera di vita. Un incontro che Francesca Martini, responsabile delle politiche familiari e sociali della Lega Nord e dei rapporti con il mondo cattolico, interpreta come un riconoscimento alla coerenza di Bossi.
Come legge questo gesto del Papa?
«Non ci vedo solo un riconoscimento alla figura di Bossi come uomo politico, sempre attento a quelli che sono i valori della famiglia, del matrimonio e delle relative politiche di sostegno, ma ci leggo anche un preciso riferimento alla sua statura di uomo, fatta di coerenza, di forza d’animo, di attaccamento al valore della vita. Bossi politico è colui che è stato capace di tenere la barra dritta su determinati temi, è colui che ha saputo mantenere una linea precisa e trasparente su quelli che la Lega considera valori cardine e imprescindibili, come la vita, la difesa della famiglia e quei principi del cattolicesimo che sono fondamento della politica del movimento. Bossi uomo è colui che ha avuto la capacità di non tradire le aspettative di un popolo che trova nelle radici cristiane la sua cultura più profonda»
Cosa significa tutto ciò per chi, come Lei, ha condotto dure battaglie su questi temi?
«Ovviamente provo una grande soddisfazione per questo incontro tra il Pontefice e un uomo politico che non è mai venuto meno all’impegno e alla fermezza necessari per guidarci nelle nostre battaglie, senza mai un turbamento, anche in momenti in cui in Parlamento qualcuno ha facilmente ceduto alla libertà di coscienza. D’altra parte il Santo Padre ha più volte esortato alla coerenza i cattolici che fanno politica e credo che il nostro segretario abbia saputo incarnare nella sua attività politica questo caloroso invito dando una linea chiara e trasparente all’attività del movimento».
Una linea lungo la quale sono stati affrontati temi importanti...
«Certo, penso a tante battaglie in cui anch’io sono stata impegnata in prima linea: dalla discussione sulla fecondazione assistita all’impegno a favore della famiglia svolto attraverso il ministero del Welfare con i bonus bebè, i mutui casa per le giovani coppie, gli asili nido aziendali. E tutte quelle azioni volte alla tutela e alla promozione della famiglia concepita come pilastro delle comunità e quindi della nostra identità. In tutto questo percorso non c’è dubbio che Bossi abbia saputo comprendere fino in fondo quanto sia importante essere coerenti; la sua vicenda politica e umana ha saputo incarnare al meglio quelle che sono le esortazioni di Benedetto XVI che, da quando si è insediato, non ha mai mancato di richiamare l’impegno dei politici su questi temi».
Gli stessi temi che verrano ribaditi con il Family Day
«Il Family Day del 12 maggio sarà proprio una manifestazione di promozione del valore della famiglia. Mi aspetto quindi una vasta partecipazione di famiglie a testimoniare con la loro presenza i valori portano con sè e a contrastare l’attacco che spesso viene portato a questi valori attraverso un ambiguo concetto dei diritti. La Lega invece ha sempre sostenuto, non solo a parole ma anche nei fatti, questi valori portanti della nostra cultura, con un impegno condotto in Parlamento e a livello locale. La presenza di parroci e associazioni a questa giornata non farà che testimoniare come la dottrina della chiesa possa avere concretezza proprio nel nucleo familiare, attraverso il quale si trasmette la vita e si sviluppano i valori. Il mio timore è che questa giornata possa essere strumentalizzata da coloro che a parole si dicono legati a questi valori, ma poi si piegano a certi diktat politici, cedendo a chi pone sullo stesso piano la famiglia, che assume una precisa responsabilità sociale, procreativa, educativa e di sostegno alle fasce più deboli, e una aggregazione di diverso tipo, spesso legata solo ad un’espressione di sessualità. Credo che al di là di un giudizio morale, che sta alla coscienza di ognuno, l’approvazione dei Dico rappresenti una profonda ferita a quel patto sociale che tiene unita la Nazione. “ Il bene della famiglia è il bene del Paese" è lo slogan del 12 maggio che ben incarna questo concetto e che ben rappresenta la politica di Bossi e della Lega».

La Padania, 24 aprile 2007

24 aprile 2007

Il Vescovo Agostino e il Papa Benedetto di Gaspare Barbiellini Amidei


Grazie a Gemma possiamo leggere il magnifico articolo di Barbiellini Amidei, pubblicato sul Quotidiano nazionale.

Vedi anche:

Come volevasi dimostrare...rassegna stampa del 24 aprile 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 24 aprile 2007 (visita a Pavia)

La visita di Papa Benedetto XVI a Pavia e Vigevano

Un vescovo antico come guida moderna

di Gaspare Barbiellini Amidei

Ratzinger sulla tomba di Agostino a Pavia non ha soltanto reso un omaggio. Ha dato una chiave interpretativa al suo intero disegno strategico. Lo si vedrà meglio anche nell’enciclica assai agostiniana alla quale sta lavorando. Conversione: questa parola oggi quasi impronunciabile – c’è nell’Islam chi sgozza i convertiti e i loro maestri – governò la filosofia del trentenne venuto dalla Numidia e dopo quasi due millenni governa il pontificato dell’ottantenne venuto dalla Germania. C’è audacia intellettuale nel proporre ad un miliardo di uomini, anagraficamente cristiani, un vescovo antico come guida lungo una strada moderna di uscita dalla crisi.
La conversione indicata consiste nel condividere l’idea agostiniana di felicità raggiunta attraverso la convergenza fra fede e ragione. Il contrario di quello che oggi suggeriscono le mode e i media. Leader e non solo teologi, il santo al crepuscolo dell’impero romano, e il pontefice al probabile tramonto della civiltà occidentale si assomigliano nella radicale fiducia riposta nell’intelligenza degli uomini. Espungere Dio dal mondo è per l’uno e per l’altro un peccato contro l’intelletto.
Per superare lo scacco è necessario recuperare l’alleanza fra ragionare e pregare: questa è l’esortazione fatta da Benedetto XVI nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. La si ritrova integrale nelle pagine di Agostino che hanno segnato medio evo e modernità e hanno accompagnato Lutero e Calvino, Riforma e Concilio. Le “Confessioni” sono libro di scrivania dei grandi laici, degli agnostici e degli atei che fino all’ingloriosa liquidazione delle ideologie non erano mai stati timorosi di incontrare un giorno Dio. Anzi, come Zaccheo, amavano arrampicarsi su un sicomoro per vedere se il Grande Emarginato passasse.
Il Papa usa strumenti agostiniani di analisi filosofica della storia per interpretare la situazione del nostro continente. Trasferisce a chi lo ascolta la convinzione che il progressivo allontanamento da ogni ipotesi metafisica stia condannando alla insignificanza le culture europee. In un suo saggio su “Il Regno – documenti” il cardinale Ratzinger nel 2005, poco prima dell’elezione, scriveva: “Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma allo stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale coerentemente per lui non era possibile alcun agire morale”.
E con la stessa logica stringente usata anche ieri, il futuro Pontefice si domandava: “La situazione del mondo odierno non ci fa forse pensare di nuovo che Kant possa avere ragione? Le filosofie contemporanee, che non riconoscono più per la mente alcun posto a Dio, lavorano nel senso opposto alla felicità. Singolare esperienza in una domenica qualunque di banalità televisive, assistere allo spettacolo di un anziano filosofo che con difficili parole affascina le folle, dicendo come si può essere felici e fedeli. E si fa capire. Felicità è parola universale.

Quotidiano nazionale 23 aprile 2007

GRAZIE PROFESSOR BARBIELLINI AMIDEI!

Aggiornamento della rassegna stampa del 24 aprile 2007 (visita a Pavia)


Di seguito vengono riportati alcuni articoli "sfuggiti" alla rassegna stampa di ieri. C'e' posto anche per qualche commento odierno. Piu' tardi, grazie a Gemma, sara' disponibile un articolo del sempre ottimo Barbiellini Amidei.
Raffaella

Vedi anche:

Come volevasi dimostrare...rassegna stampa del 24 aprile 2007

Rassegna stampa del 23 aprile 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 23 aprile 2007

Aggiornamento rassegna stampa del 23 aprile 2007 (2)

La visita di Papa Benedetto XVI a Pavia e Vigevano

Il Papa fa il «pienone» anche a Pavia

di MARZIO LAGHI

ANCORA un bagno di folla per il Papa dei record. Erano in ventimila ieri a Pavia ad ascoltare le parole di Benedetto XVI, che ha diviso la sua visita in due parti: quella «civile» al Policlinico e all'Ateneo, e quella religiosa incentrata sulla figura di Sant'Agostino, massimo ispiratore della riflessione spirituale di Ratzinger, che gli dedicò anche la tesi di dottorato nel 1953 a Frisinga. E dopo l'appello di sabato a Vigevano in favore della famiglia, ieri il Santo Padre ne ha rivolto uno finalizzato al «rispetto» e della «difesa della vita in ogni sua fase», da cui - ha detto parlando ai medici e ai malati del Policlinico «San Matteo» - dipende «la qualità autenticamente umana di una convivenza». «L'ospedale - ha sottolineato il Papa - è un luogo che potremmo dire in qualche modo "sacro", dove si sperimenta la fragilità della natura umana, ma anche le enormi potenzialità e risorse dell'ingegno dell'uomo e della tecnica al servizio della vita», quella «vita dell'uomo» come «grande dono», che «per quanto lo si esplori, resta sempre un mistero». «Il mio vivo auspicio - questo il suo monito per una scienza attenta alla tutela della vita - è che, al necessario progresso scientifico e tecnologico, si accompagni costantemente la coscienza di promuovere, insieme con il bene del malato, anche quei valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita in ogni sua fase, dai quali dipende la qualità autenticamente umana di una convivenza». Ad attenderlo al Policlinico c'erano anche il leader della Lega Umberto Bossi, che incontrandolo al termine non ha trattenuto la sua commozione, poi l'ex ministro Giulio Tremonti, mentre la moglie di quest'ultimo, Fausta Beltranetti, ha pronunciato il saluto a nome dei malati. Nel pomeriggio all'Università, incontrando il corpo docente e gli studenti, Ratzinger ha definito «di fondamentale importanza» il fatto che la ricerca scientifica si apra «alla domanda esistenziale di senso per la vita della persona», laddove «solo ponendo al centro la persona» può essere superata «la frammentazione specialistica delle discipline e recuperata la dimensione unitaria del sapere. Le discipline tendono naturalmente alla specializzazione - ha osservato - mentre la persona ha bisogno di unità e di sintesi». Inoltre, sempre in tema di «centralità della persona umana», se «la ricerca tende alla conoscenza», la persona «abbisogna anche della sapienza, di quella scienza cioè che si esprime nel "saper-vivere"». Secondo il Papa, «solo valorizzando la persona e le relazioni interpersonali il rapporto didattico può diventare relazione educativa». Come maestro di quella particolare missione personale che ha chiamato «saper vivere», di tensione continua verso la «ricerca della verità», di aspirazione continua al traguardo «della vera vita», Benedetto XVI ha indicato nel corso di tutta la giornata a Pavia quel Sant'Agostino di cui nel pomeriggio ha venerato le spoglie mortali nella Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro e a cui nella mattinata, agli Orti Borromaici, ha interamente dedicato una dotta omelia, quasi una «lectio magistralis», nella messa celebrata agli Orti Borromaici insieme ai vescovi della Lombardia, davanti a ventimila fedeli. Il Papa ha presentato il grande padre della Chiesa, vissuto fra il 354 e il 40 d. C., mostrandolo quale modello di «conversione» per i cristiani di ogni tempo, come «uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa», in un percorso durato tutta la vita con le «tre grandi tappe» dal «cammino interiore verso il cristianesimo», poi la consacrazione sacerdotale, quindi l'approdo all'unità tra fede e vita, la visione della «perfezione» del battezzato che vive «totalmente secondo il messaggio di Cristo». Nella celebrazione dei Vespri tra il clero della diocesi, dopo aver «riconsegnato idealmente alla Chiesa e al mondo», dalla tomba di Sant'Agostino, il messaggio della sua enciclica «Deus caritas est», Dio è amore, concetto centrale nel pensieri e nella predicazione del vescovo di Ippona, il Papa ha incoraggiato a «perseguire la "misura alta" della vita cristiana, che trova nella carità il vincolo della perfezione e che deve tradursi anche in uno stile di vita morale ispirato al Vangelo, inevitabilmente controcorrente rispetto ai criteri del mondo». I giovani, in particolare, ha detto il Pontefice, «hanno bisogno di ricevere l'annuncio della libertà e della gioia», mentre la Chiesa, lungi dall'essere «una semplice organizzazione di manifestazioni collettive» o «all'opposto la somma di individui che vivono una religiosità privata», è «una comunità in cui si è educati all'amore, e questa educazione - ha concluso Benedetto XVI - avviene non malgrado, ma attraverso gli avvenimenti della vita».

Il Tempo, 23 aprile 2007


Il Papa a Pavia incontra medici e ammalati. «L’ospedale come luogo sacro»
«La vita è sacra, va difesa sempre»

FAUSTO GASPARRONI

Pavia. Una giornata, quella di Benedetto XVI ieri a Pavia, suddivisa nettamente in due filoni: quello «civile», con le visite al Policlinico e all'Ateneo, essendo le prestigiose strutture sanitarie e universitarie il maggiore vanto della città lombarda in Italia e all'estero, e quello religioso, tutto incentrato sulla figura di Sant'Agostino, massimo ispiratore della riflessione spirituale di Ratzinger, che gli dedicò anche la tesi di dottorato nel 1953 a Frisinga. E dopo l'appello di sabato a Vigevano in favore dell'istituto familiare, ieri nel capoluogo pavese Benedetto XVI è tornato su uno dei suoi capisaldi in campo etico, quello del «rispetto» e della «difesa della vita in ogni sua fase», da cui - ha detto parlando ai medici e ai malati del Policlinico «San Matteo» - dipende «la qualità autenticamente umana di una convivenza». «L'ospedale - ha sottolineato il Papa - è un luogo che potremmo dire in qualche modo «sacro», dove si sperimenta la fragilità della natura umana, ma anche le enormi potenzialità e risorse dell'ingegno dell'uomo e della tecnica al servizio della vita», quella «vita dell'uomo» come «grande dono», che «per quanto lo si esplori, resta sempre un mistero». «Il mio vivo auspicio - questo il suo monito per una scienza attenta alla tutela della vita - è che, al necessario progresso scientifico e tecnologico, si accompagni costantemente la coscienza di promuovere, insieme con il bene del malato, anche quei valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita in ogni sua fase, dai quali dipende la qualità autenticamente umana di una convivenza». Ad attenderlo al Policlinico c'erano anche il leader della Lega Umberto Bossi, che incontrandolo al termine non ha trattenuto la commozione, poi l'ex ministro Giulio Tremonti, mentre la moglie di quest'ultimo, Fausta Beltranetti, ha pronunciato il saluto a nome dei malati. Nel pomeriggio all'Università, incontrando il corpo docente e gli studenti, papa Ratzinger ha definito «di fondamentale importanza» il fatto che la ricerca scientifica si apra «alla domanda esistenziale di senso per la vita della persona», laddove «solo ponendo al centro la persona» può essere superata «la frammentazione specialistica delle discipline e recuperata la dimensione unitaria del sapere». «Le discipline tendono naturalmente alla specializzazione - ha osservato -, mentre la persona ha bisogno di unità e di sintesi». Inoltre, sempre in tema di «centralità della persona umana», se «la ricerca tende alla conoscenza», la persona «abbisogna anche della sapienza, di quella scienza cioè che si esprime nel «saper-vivere». Infine, secondo il Papa, «solo valorizzando la persona e le relazioni interpersonali il rapporto didattico può diventare relazione educativa».

Il Mattino, 23 aprile 2007


Nella città di Agostino, il peccatore che divenne santo

PAOLO BARBIERI

Pavia. Come maestro di quella particolare missione personale che ha chiamato «saper vivere», di tensione continua verso la «ricerca della verità», di aspirazione al traguardo «della vera vita», Benedetto XVI ha indicato nel corso di tutta la giornata a Pavia quel Sant’Agostino di cui ha venerato le spoglie mortali nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. E a cui nella mattinata, agli Orti Borromaici, ha interamente dedicato una dotta omelia, quasi una «lectio magistralis», nella messa celebrata insieme ai vescovi della Lombardia, davanti a ventimila persone. Il Papa ha presentato il grande padre della Chiesa, vissuto fra il 354 e il 40 d.C., mostrandolo quale modello di «conversione» per i cristiani di ogni tempo, ma anche per l’uomo di oggi. «Uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa», ha ribadito. In realtà, è veramente singolare la storia di questo padre fondatore della Chiesa: un peccatore che a trentatrè anni diede una svolta alla sua vita di bagordi e di lussuria e si fece battezzare da cristiano. Ratzinger ha ricordato le «tre grandi tappe» della vita del santo: prima il «cammino interiore verso il cristianesimo», poi la consacrazione sacerdotale, quindi l’approdo all’unità tra fede e vita, la visione della «perfezione» del battezzato che vive «secondo il messaggio di Cristo». Nella celebrazione dei Vespri il Papa ha incoraggiato a «perseguire la «misura alta» della vita cristiana, che trova nella carità il vincolo della perfezione e che deve tradursi anche in uno stile di vita morale ispirato al Vangelo, inevitabilmente «controcorrente rispetto ai criteri del mondo». Poi piccolo fuori programma per Benedetto XVI prima di lasciare Pavia. All'uscita della chiesa di San Pietro il Papa si è rivolti ai tantissimi bambini che scandivano il suo nome. «Cari bambini per me è una grande gioia vedere voi particolarmente uniti al Signore».

Il Mattino, 23 aprile 2007


La messa celebrata a Pavia davanti a 25 mila persone
La “sfida” di Ratzinger nel nome di Agostino:difendere sempre la vita

FRANCA GIANSOLDATI

PAVIA - Benedetto XVI parla di Agostino, e forse pensa anche un po' a se stesso, mentre racconta di come uno dei più grandi geni della Chiesa sia stato costretto a lasciare una tranquilla vita di studio per diventare vescovo in uno dei momenti più turbolenti del cristianesimo. Dalla città di Pavia dove riposano le spoglie del vescovo di Ippona parte la campagna di Benedetto XVI per far riscoprire ai cattolici la modernità del Doctor Gratiae (354-430 d.C.) vissuto ai tempi in cui l’Europa era squassata dai barbari. Le analogie col presente, nella visione ratzingeriana, si sprecano. Allora come oggi la città terrena appare in contrasto con quella celeste mentre le eresie ne intaccavano (e ne intaccano) la «vera fede». Il messaggio Agostino - ponte tra Europa e Africa, tra fede e ragione - potrebbe ancora aiutare ad avvicinare mondi lontani. A fare riscoprire Dio. «La città di Pavia parla di uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa» ha affermato Ratzinger in una appassionata omelia pronunciata ieri mattina davanti a 25 mila persone agli Orti Borromaici, assolata spianata sulle rive del Ticino. Il testo in più punti è sembrato intessuto da elementi autobiografici. Tutta l’esistenza del santo, come quella del pontefice, è stata protesa a ricercare la verità. «Egli viveva come tutti gli altri giovani e tuttavia c’era in lui qualcosa di particolare: rimase sempre una persona in ricerca». Agostino però, contrariamente a Ratzinger, scoprì Cristo dopo un lungo tormento interiore, una giovinezza dissipata finché non lesse l'Ortensio di Cicerone che lo riaccostò alla vita dello spirito. Fu poi l'incontro con sant'Ambrogio, da cui fu battezzato, a riportarlo sulla retta via. Tornato penitente in Africa dopo la morte della madre, Santa Monica, divenne sacerdote e vescovo, strappato alla vita monastica perchè era uno dei pochi che sapeva predicare. «La gente afferrò Agostino e lo portò di forza avanti perchè venisse consacrato sacerdote a servizio della città. Subito dopo questa consacrazione forzata, Agostino scrisse al vescovo Valerio: mi sentivo come uno che non sa tener il remo e a cui tuttavia è stato assegnato il secondo posto al timone». Un po’ come successe a Ratzinger che da cardinale pensava di terminare la sua vita in Germania dedicandosi anima e corpo alla teologia, più che reggere il peso della Chiesa. Due giorni dopo la sua elezione, il neo Papa parlando in tedesco ad un gruppo di connazionali confessò che nella Sistina man mano che vedeva crescere il consenso degli elettori sulla sua persona, pregava il Signore di risparmiargli «quella ghigliottina e di scegliere qualcuno più forte, ma quella preghiera non è stata ascoltata».
Se la preghiera davanti all’urna di sant’Agostino nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro ha sigillato la prima visita ad una diocesi italiana, la giornata di ieri è stata marcata da un accorato appello contro aborto, eutanasia, ricerca sugli embrioni. Spero, ha detto il Papa, che la medicina unisca al progresso scientifico «quei valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita in ogni sua fase, dal concepimento fino alla morte naturale, dai quali dipende la qualità autenticamente umana di una convivenza». In prima fila anche Giulio Tremonti e Umberto Bossi. «E’ stata una grande emozione. Non me lo aspettavo. Mi sono commosso» ha fatto sapere più tardi il leader del Carroccio che ha reso omaggio a Ratzinger con un cenno d’inchino ed il bacio dell’anello.

Il Messaggero, 23 aprile 2007


Dopo la visita del Pontefice la Provincia pensa a itinerari turistico-religiosi per far conoscere il santo caro a Benedetto XVI

Il Papa fa riscoprire Sant'Agostino a Pavia
E Vigevano studia una collocazione permanente della «graffettona»

Claudio Del Frate

DAL NOSTRO INVIATO
PAVIA — Ci voleva Benedetto XVI perché Pavia riscoprisse un tesoro d'arte e di cultura da presentare al mondo ma che già possedeva tra le mura di casa. E ci voleva sempre un Papa perché Vigevano oltre che per il «gioiello» di piazza Ducale richiamasse l'attenzione per una nuova opera d'arte, la «graffettona» che ha fatto da palco alla messa solenne del Pontefice in piazza.
Il giorno dopo il «B-day» Pavia e il suo territorio si risvegliano con nuovi entusiasmi, non solo religiosi: la visibilità che le terre del Ticino hanno avuto grazie alla visita pastorale di Ratzinger ha rimesso in moto progetti, idee, proposte che puntano ad attirare turisti, visitatori, appassionati d'arte e di cultura. Questo «colpo d'ala» si identifica essenzialmente con una figura, Sant'Agostino, alle cui spoglie custodite nella basilica di San Pietro in Ciel d'Oro il Papa ha reso omaggio. Benedetto XVI ha più volte esaltato nella sua «48 ore» pavese la grandiosità del santo, quasi a volerlo scegliere come punto di riferimento fondamentale del suo apostolato: la sua volontà di spingere sempre più avanti il limite della conoscenza umana, la sua ricerca dell'umanità ne fanno agli occhi del Santo Padre una figura centrale anche dei nostri tempi.
«E Sant'Agostino ha un legame particolare con la città — afferma Renata Crotti, assessore provinciale al turismo — al punto che a breve vogliamo realizzare due progetti di turismo religioso in collaborazione con altre città che custodiscono testimonianze del santo».
Il primo è un percorso che ricostruisca il viaggio compiuto dalle spoglie di Agostino in Italia: prima di Pavia fecero tappa a Cagliari e Genova e dunque è con queste due città che Pavia prenderà contatto. Il secondo progetto prevede invece il recupero del tratto della via Francigena (l'antico percorso di pellegrinaggio che collegava Canterbury a Roma) che attraversava la provincia di Pavia. «Dalla cultura e dalla spiritualità occorre ripartire — sottolinea ancora Renata Crotti — per far conoscere meglio i tesori della nostra terra».
Se Pavia «adotta» idealmente Sant'Agostino, Vigevano, l'altra tappa della visita di Ratzinger, si trova alle prese con un'eredità assai più laica.
Ha suscitato infatti interesse l'altare che per alcuni giorni ha campeggiato in piazza Ducale: alle perplessità iniziali è subentrata ammirazione da parte dei più, anche perché non era facile esaltare la presenza di Ratzinger senza cancellare l'eleganza della facciata del duomo. «E invece anche il Papa in persona — si compiace Raquel Lopez, l'architetto che con il collega e marito Valerio Oddo ha ideato la "graffettona" — si è complimentato con noi. Il nostro desiderio è adesso che il lavoro compiuto non venga dimenticato».
Nel giro di una settimana, massimo due, la giunta vigevanese si riunirà per decidere dove collocare il manufatto: l'ipotesi è quella di spostarlo in uno spazio ampio, ad esempio un parco, trasformandolo in un monumento che ricordi la visita di Benedetto XVI in città.

Corriere della sera, 24 aprile 2007