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31 dicembre 2007

Intervista esclusiva del cardinale Bertone a "Famiglia Cristiana": "La Chiesa, speranza per il mondo"


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ESCLUSIVO

INTERVISTA CON IL CARDINALE TARCISIO BERTONE

LA CHIESA, SPERANZA PER IL MONDO

«È una risorsa per tutti, anche per il nostro Paese», dice il segretario di Stato. Che lancia l'idea di una rete cattolica nei campi dell'informazione e della solidarietà.

La seconda enciclica di Benedetto XVI Spe salvi, il motu proprio sulla Messa in latino, l’ecumenismo, il dialogo con l’islam, ma anche l’Italia litigiosa, dove slitta un’idea positiva di laicità e dove mai come quest’anno è stato contestato alla Chiesa il diritto di parola.
Poi il Medio Oriente, l’America latina, la Cina, le Nazioni Unite.
E infine i media, con l’auspicio di una rete cattolica di giornali, agenzie, televisioni più incisiva a livello mondiale, le Ong cattoliche e l’idea di una "lobby" del bene e della solidarietà.
Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, dal Palazzo Apostolico traccia un bilancio e fa il punto su molte questioni.

Eminenza, nell’enciclica Spe salviil Papa non si sottrae al dibattito culturale. Anzi vi entra senza alcun timore: illuminismo, Marx, la Scuola di Francoforte, totalitarismo e relativismo. Come è stata accolta l’enciclica?

«Vi è stato qualche dibattito un po’ critico sul rapporto con la scienza. Ma credo che sia stata ben accolta dai cattolici e dalle altre Chiese e comunità cristiane. Sono state diffuse circa due milioni di copie. Esprime un pensiero preciso, a volte tagliente, sicuramente stimolante dal punto di vista culturale, sui totalitarismi, che hanno fatto balenare false speranze, deluso le masse, disseminato sul cammino dell’uomo tanti miraggi. Riprende, poi, il dialogo con la scienza, senza smentirne il ruolo, la funzione, direi anzi la missione. Certamente stigmatizza anche le deviazioni. È un testo opportuno, sul quale il mondo intero dovrà riflettere e anche l’Italia dove la speranza si è un po’ smarrita».

In che senso?

«Vedo trepidazione, delusione, a volte anche paura. L’aspirazione al benessere, l’abitudine ad avere sempre tutto, a vivere comunque nell’agiatezza, l’euforia della ricchezza proposta come unica meta di speranza oggi sono messe a repentaglio dalla situazione economica. Accade sempre quando si fonda la speranza sui beni materiali».

Come vede l’Italia da questo palazzo che s’affaccia su Roma?

«Un po’ "litigiosa", nonostante tutte le promesse di gettare ponti, i ragionamenti sugli obiettivi comuni delle forze politiche e sociali. Le legittime diversità di opinioni non possono bloccare il processo di ricerca del bene comune per inseguire tanti beni particolari, che non aiutano l’Italia a crescere. La scelta della Chiesa italiana di dedicare la recente Settimama sociale dei cattolici a una riflessione sul bene comune è un appello che deve essere accolto».

L’Italia viene dipinta come un Paese in declino. Lei che opinione ha?

«I profeti di sventura non mi piacciono. Vi sono critiche vere che vanno fatte, ma non si può presentare l’Italia sempre negativamente. È autolesionismo di fronte all’opinione pubblica internazionale e un danno per tutte quelle risorse vere, positive, per quell’Italia che resiste, che lavora, che s’impegna per gli altri».

Chi la racconta?

«Questo è il problema. La televisione e i giornali parlano in abbondanza di delitti e di violenza. Pagine e pagine vengono riservate ai crimini in famiglia. Noto una sorta di inclinazione dei media a presentare tutto ciò che di male colpisce le famiglie. Raccontano situazioni al limite, la famiglia normale sembra scomparsa dall’orizzonte, quella dove si fatica, ma ci si vuole bene, si educano i figli anche alla solidarietà, all’impegno per gli altri, si prendono in carico i minori con l’affido, si adottano i bambini a distanza, segno che anche le situazioni di miseria nel mondo sono all’attenzione delle nostre famiglie normali. In Italia c’è una mentalità generosa, solidale, altruistica diffusa. Perché quel soldato in Afghanistan è morto buttandosi sul kamikaze per salvare altre vite? E così il generoso gesto del vigile del fuoco Giorgio Lorefice di Genova? Perché erano stati educati secondo l’ispirazione evangelica per cui la propria vita va spesa per il bene degli altri. Le famiglie che si radicano in questo insegnamento sono la maggioranza in Italia, ma i media quasi non se ne accorgono. Mentre la Chiesa italiana è molto stimata in Italia e all’estero, sia per l’opera di evangelizzazione del Paese, sia per la cooperazione con le altre Chiese di tutto il mondo».

E la politica se ne accorge?

«La posizione più saggia e obiettiva è quella del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: non cessa di indicare con forza le cose che non vanno, ma valorizza le ricchezze dell’Italia buona, operosa, generosa, morale».

Lei ha incontrato recentemente Silvio Berlusconi e Walter Veltroni. Cosa ha detto loro?

«Innanzitutto ho ascoltato. Non è vero che le persone che incontro vengono a ricevere direttive dalla Santa Sede, come leggo a volte sui giornali. Certamente chiedono la nostra opinione. Ci preoccupa soprattutto la difesa dei valori della vita, del patrimonio morale e sociale che c’è nel Dna del popolo italiano e che noi presentiamo sempre sotto il profilo della dottrina sociale della Chiesa. La Chiesa è una risorsa anche per la comunità politica italiana».

Eppure qualcuno parla spesso e volentieri dell’Italia come di un Paese condizionato dalla Chiesa...

«La concezione di laicità opposta a religiosità è antistorica. Anche il presidente della laicissima Francia Nicolas Sarkozy ha detto pochi giorni fa a Roma che la Chiesa cattolica è una risorsa e non un ostacolo o un pericolo per lo sviluppo del Paese. E non contrasta con gli ideali repubblicani. Sarà mai possibile, anche per i laici italiani, pensare in questa maniera?».

Quest’anno la Chiesa in Italia ha subito pesanti attacchi. Ai tempi della Democrazia cristiana e del Pci la situazione era migliore?

«C’era più rispetto. La posizione di Gramsci e di tanti esponenti comunisti verso la religione era ben diversa da quelli di certi laicisti attuali, i quali ritengono che un cattolico non possa avere un concetto positivo di laicità. Allora Giuseppe Lazzati, Igino Giordani, Giorgio La Pira, e altre grandi personalità, cos’erano? A mio parere ci sono dei pregiudizi stereotipati, quasi che un cattolico non possa essere un cittadino vero».

Sui cosiddetti "valori non negoziabili", vita e famiglia in primo luogo, il 2007 è stato difficile...

«È stato un anno molto impegnativo per i cattolici italiani. L’ultimo, diciamo, incidente di percorso è stato l’inserimento di una norma antiomofobia nel decreto sulla sicurezza, argomento del tutto diverso. La posizione della Chiesa non è partigiana, ma corrisponde al diritto naturale. Il partito comunista di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, non avrebbe mai approvato le derive che si profilano oggi. Grandi intellettuali comunisti e socialisti che ho conosciuto personalmente avevano una visione laica ma morale, cioè credevano in un progetto morale ed etico autentico».

Ne ha parlato con Walter Veltroni?

«Certo. Ho auspicato che i cattolici non siano mortificati nel nascente Partito democratico e che ci si ispiri alla tradizione dei grandi partiti popolari, che avevano un saldo ancoraggio nei princìpi morali della convivenza sociale».

Torniamo alla Chiesa. Il motu proprio sulla Messa in latino ha provocato reazioni. Cosa pensate di fare?

«Ci sono state reazioni scomposte. Qualcuno è arrivato ad accusare il Papa di aver rinnegato l’insegnamento conciliare. Dall’altra parte c’è stato chi ha interpretato il motu proprio come l’autorizzazione al ritorno del solo rito preconciliare. Posizioni entrambe sbagliate, episodi esagerati che non corrispondono alle intenzioni del Papa. Si prevede di mettere a punto una "Istruzione" che fissi bene i criteri di applicazione del motu proprio».

Sul piano ecumenico si può parlare, secondo lei, di un maggiore avvicinamento agli ortodossi?

«Sono stati fatti passi avanti. Il problema ecumenico è una delle priorità del pontificato di Benedetto XVI. Lo ha detto nel suo primo discorso pubblico e ha posto la questione al centro dell’ultimo concistoro con tutti i cardinali del mondo. Uno dei problemi da approfondire rimane il primato papale. Su alcuni temi, per esempio famiglia, pace, ambiente, l’unità è più visibile. Sui temi teologici continuerà la discussione. Ma io credo che, proprio per la stima di cui gode papa Benedetto XVI come teologo, possano essere fatti passi concreti anche su questo piano».

La lettera sul dialogo inviata in Vaticano dai 138 intellettuali musulmani cosa porterà in futuro?

«Spingerà ad approfondire concretamente il dialogo con l’islam nel pluralismo delle posizioni. La risposta della Santa Sede è stata positiva e prelude a passi ulteriori. Il Papa ha espresso la sua disponibilità a ricevere una delegazione. Dobbiamo ragionare serenamente su ciò che ci unisce senza dimenticare ciò che ci divide».

È il Medio Oriente la questione più grave alla vostra attenzione?

«È uno dei problemi che ci preoccupano di più. Il Papa ne parla con tutti i leader che vengono in visita in Vaticano e al Medio Oriente ha dedicato moltissimi appelli durante gli Angelus domenicali di quest’anno».

Come vanno i rapporti con Israele? Qual è la situazione?

«Noi comprendiamo il problema della sicurezza di Israele. Ma questo non si può tramutare in un atteggiamento negativo verso i membri della Chiesa cattolica, che ha fatto tanto negli ultimi 15 anni, sia per regolarizzare i rapporti con Israele, sia per migliorare la comprensione dell’ebraismo. Il Custode di Terrasanta, padre Pizzaballa, ha ricordato che i pellegrini di tutto il mondo contribuiscono ad alimentare nel mondo un’immagine più giusta dello Stato di Israele. I pellegrinaggi ai luoghi santi, inoltre, arricchiscono Israele. Quest’anno sono cresciuti più che nell’Anno santo del Duemila. A volte, tuttavia, ci pare che Israele non valuti opportunamente e adeguatamente tutto ciò. Noi ci siamo impegnati in un dialogo intenso, ma purtroppo non otteniamo soluzione a molti problemi concreti: diritti di proprietà, visti eccetera. Il nostro personale religioso in Terrasanta non ottiene i visti, eppure non si può dire che minacci la sicurezza. Questa è una chiusura che impedisce un’attività serena».

Lei è stato più volte in America latina. Sul documento finale della riunione dei vescovi ad Aparecida vi sono state critiche...

«Il documento è stato approvato all’unanimità. Qualche critica è venuta dalle comunità di base, perché nel documento non c’è una valutazione positiva univoca su di loro, ma più realistica, che del resto è stata condivisa da tutti i vescovi. Per la maggior parte i problemi riscontrati in passato sono oggi superati. La Chiesa in America latina sta camminando molto bene, anche dal punto di vista della carità. La Chiesa del Perú, per fare un esempio, in occasione del terremoto dello scorso agosto non ha aspettato gli aiuti delle Chiese più ricche, ma ha cominciato subito a operare in maniera solidale».

E col Venezuela di Chavez, ridimensionato dal referendum popolare?

«La Chiesa venezuelana non ha mai smesso il dialogo con il potere politico. Il popolo del Venezuela ha dimostrato grande libertà e coraggio. In America latina i leader devono imparare ad ascoltare i popoli, che stanno maturando e prendendo coscienza del loro diritto a essere protagonisti».

Con Cuba ci sono colloqui in vista?

«Sto preparando un viaggio a Cuba per il mese di febbraio. Spero proprio di vedere il fratello di Fidel Castro, Raul, che oggi guida il Paese. Un fatto positivo è l’inaugurazione di un grande monumento pubblico a Giovanni Paolo II a Santa Clara, che io benedirò, e che ricorda i 10 anni dalla visita di Karol Wojtyla a Cuba».

Cambiamo continente. Cina: ci sono rapporti migliori?

«Ci sono aperture e contatti che proseguono. Un fatto singolare è stato quest’anno il riconoscimento del valore positivo delle religioni da parte del partito. Diciamo che procediamo a piccoli passi, ma andiamo avanti».

Il Papa andrà all’Onu in primavera. Poche settimane fa i giornali hanno scritto di critiche di Benedetto XVI alle Nazioni Unite: come stanno le cose?

«È stata la solita forzatura di un discorso da cui sono state riprese frasi fuori dal contesto.

Le preoccupazioni del Papa riguardo alle Nazioni Unite sono le stesse del segretario generale Ban Ki-Moon, un uomo di grande spiritualità. La Chiesa cattolica ha sempre appoggiato il lavoro delle Nazioni Unite e non cambierà politica. E il discorso di Benedetto XVI alle Nazioni Unite ribadirà la necessità di puntare sui valori che sottendono le storiche dichiarazioni internazionali, pur nella preoccupazione circa le difficoltà di tenere insieme in un unico consesso mondiale quasi 200 Paesi con opzioni politiche e ideologiche diverse, e confermerà l’insostituibilità delle Nazioni Unite».

Il viaggio avverrà nel pieno della campagna elettorale americana. Lei teme strumentalizzazioni?

«Qualcuno dice che gli Stati Uniti sono sempre in campagna elettorale. Il Papa è al di sopra delle parti. Eventuali strumentalizzazioni non si possono certo controllare».

L’Osservatore Romano sta cambiando. È soddisfatto?

«Sì, al nostro quotidiano lavorano bene. Ma dobbiamo ravvivare le sinergie anche tra i media cattolici. Vi sono agenzie cattoliche come Misna e Zenit che hanno un posto importante tra i media. Ma bisogna fare di più: sinergie tra editori cattolici, facoltà di Scienze della comunicazione, giornali, radio e televisioni. C’è un progetto a cui stiamo lavorando per collegare L’Osservatore ad alcuni quotidiani italiani. E la stessa cosa va fatta per le Organizzazioni non governative cattoliche: azioni comuni, non separate o, peggio ancora, contrapposte.

L’idea conciliare di "Chiesa-comunione" deve essere tradotta nell’azione quotidiana delle Ong e dei media cattolici: fare rete e incidere con maggiore efficacia, altrimenti rischiamo il declino e perdiamo la sfida del confronto con la società contemporanea. Ma io vedo tante risorse e tanto impegno, per cui sono inguaribilmente ottimista».

Alberto Bobbio

© Copyright Famiglia Cristiana n. 1/2008

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Città del Vaticano, 30 dic. (Apcom) - Sarà un anno ricco di scritti teologici (è attesa in tempi brevi un'enciclica sociale), di sviluppi diplomatici (a partire dai rapporti con Cina, Russia ed Israele), ma anche di questioni pendenti come il nodo della messa in latino, quello di Papa Benedetto XVI, che ad aprile del 2008 compirà 81 anni ed entrerà nel suo quarto anno di pontificato.

La liberalizzazione del messale pre-conciliare è stato uno degli atti più qualificanti del 2007 di Ratzinger.
Come ha rilevato di recente monsignor Albert Malcolm Ranjith, segretario della congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti, il Motu proprio papale ha però suscitato una "crisi di obbedienza" in diversi ambienti ecclesiastici, timorosi che il provvedimento contraddicesse lo spirito del Concilio Vaticano II.
"In alcune nazioni o diocesi - ha detto l'arcivescovo con un franco parlare che ha suscitato qualche subbuglio nei Sacri palazzi - sono state emanate dai Vescovi delle regole che praticamente annullano o deformano l'intenzione del Papa".
Ragione per cui in Vaticano si sta preparando una "istruzione" applicativa per sgombrare ogni dubbio sulle intenzioni papali.

Il 'Papa teologo' si dedicherà, poi, ad altri scritti, dopo che il 2007 ha visto la pubblicazione del primo volume di un libro su 'Gesù di Nazaret' (di cui Ratzinger ha già iniziato a stendere la seconda parte) e dell'enciclica sulla speranza ('Spe Salvi'), la sua seconda lettera dopo quella del 2006 sull'amore ('Deus caritas est'). Non viene escluso che il Papa concluda il ciclo con un'ultima enciclica sulla terza virtù teologale, la fede. Prima di allora, ad ogni modo, è in arrivo, probabilmente a marzo, una lettera papale sulle tematiche sociali e la globalizzazione.

Nel 2008 Benedetto XVI compirà alcuni viaggi significativi.
In Italia si recherà a Savona e Genova (il 17 e 18 maggio), per visitare i luoghi dove il suo Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, è stato arcivescovo, a Brindisi (il 14 e 15 giugno) e a Cagliari (il 7 settembre). In primavera, invece, il Papa si recherà sulla costa est degli Stati Uniti (15-20 aprile), dove, tra l'altro, festeggerà il suo compleanno, visiterà Ground Zero a New York, rivolgerà un discorso alle Nazioni Unite e, a pochi mesi dalle elezioni, incontrerà il presidente uscente George W. Bush.
In estate, infine, è prevista la trasferta in Australia, a Sidney (15-20 luglio), per partecipare alla Giornata mondiale della gioventù.

Ma anche dal Palazzo apostolico, in Vaticano, Benedetto XVI dovrà reggere i fili dei rapporti con numerose altre parti del mondo. Se il 2007 è stato un anno di numerose iniziative (la lettera ai fedeli cinesi, l'udienza, a Roma, del metropolita russo Kirill, i viaggi in Brasile, Turchia ed Austria), l'anno prossimo ne vedrà crescere i frutti.
Con la Cina, innanzitutto, proseguono i contatti, a tratti tesi, al fine di riallacciare i rapporti diplomatici e sciogliere nodi come quello dell'ordinazione di vescovi. Le Olimpiadi di Pechino del 2008 potrebbero essere, da questo punto di vista, un evento che accelererà le iniziative della diplomazia di Pechino nei confronti di tutte le cancellerie occidentali, Santa Sede compresa.
Pur se non sembra ancora prender corpo, rimane poi negli auspici reciproci un incontro tra il Papa e Alessio II, patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Ancora troppe, per ora, sono le questioni pendenti tra ortodossi e cattolici, oggetto di consultazioni costanti e non sempre serene.
Il Vaticano, poi, attende che si sblocchino i rapporti bilaterali con Israele per garantire un appropriato status fiscale e patrimoniale alla Chiesa cattolica in Terra Santa. "Noi ci siamo impegnati in un dialogo intenso, ma purtroppo non otteniamo soluzione a molti problemi concreti", ha denunciato di recente il cardinal Bertone.

Sarà proprio Bertone, il principale collaboratore del Papa, a tradurre in pratica i desiderata di Benedetto XVI anche nel prossimo anno. Già ha annunciato una serie di inziative per consolidare la 'lobbying' delle ong cattoliche presso le organizzazioni internazionali e rafforzare il coordinamento tra mass media di ispirazione cattolica. A febbraio si recherà a Cuba, e non è escluso che, nel corso dell'anno, compia altri viaggi per portare in giro per il mondo la parola del Papa. Dalle sue mani passeranno, prevedibilmente, anche le prossime nomine papali, a partire dalle possibili sostituzioni del cardinale José Saraiva Martins, a capo delle Cause dei Santi, che a gennaio compirà 76 anni, e del cardinale Camillo Ruini, vicario per la diocesi di Roma, che a febbraio compirà 77 anni.

30 dicembre 2007

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Colloquio con il cardinale Giovanni Battista Re

Aparecida 2007: in Cristo la risposta alle sfide del tempo

Mario Ponzi

Il 2007 sarà iscritto nella storia della Chiesa come "l'anno di Aparecida".
Il Papa lo ha lasciato intendere rivolgendosi alla curia romana per gli auguri natalizi.
Ripercorso passo dopo passo ogni momento della sua visita pastorale nel grande continente latino-americano, Benedetto XVI ha voluto infatti ribadire il senso di quel "nuovo incontro con Gesù Cristo e il suo Vangelo", celebrato proprio nel santuario mariano di Aparecida, nel cuore del Brasile, dove ha inaugurato la V conferenza dell'episcopato latino-americano e dei Caraibi, nel maggio scorso. Un incontro grazie al quale nell'uomo "vengono suscitate - disse nell'occasione - le forze che rendono capaci di dare la giusta risposta alla sfida del tempo".
Il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l'America Latina, che quell'esperienza ha vissuto accanto al Papa, nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano" ribadisce l'importanza di un evento ecclesiale destinato a dare una svolta nuova alla comunità ecclesiale latino-americana e non solo.

L'evento di Aparecida è diventato una pietra miliare nel cammino della Chiesa all'inizio del terzo millennio. Quali i motivi e quali le prospettive che si aprono per il futuro?

La prima cosa che mi torna alla mente ripensando ad Aparecida è l'impressione di aver vissuto un'esperienza di grazia molto forte, un'esperienza di Chiesa molto intensa. E per i vescovi dell'America Latina aver ascoltato il Papa dedicare tanto spazio, nel discorso alla curia romana per il Natale, alla loro V conferenza generale ad Aparecida, ha assunto il senso di una conferma della bontà del cammino intrapreso.
Lei mi chiede cosa abbia reso l'incontro così importante. I motivi sono tanti. Innanzitutto si è trattato di un incontro caratterizzato da grande spirito di comunione e di collaborazione. Tutti i partecipanti hanno dato il loro contributo in modo costruttivo, animati da un profondo amore verso Cristo e verso la Chiesa. E certamente una spinta decisiva è venuta dalla presenza del Papa all'inaugurazione e dalle sue parole. Tra l'altro, ha assunto un senso ancor più speciale perché si trattava del primo viaggio pastorale di Benedetto XVI fuori dell'Europa. I popoli latinoamericani sono molto attenti agli eventi che si succedono nella loro vita e legano il ricordo alle sensazioni provate. C'è voluto poco dunque a trovare analogie tra il Papa Giovanni Paolo II, che proprio in Brasile compì il suo primo viaggio pastorale fuori d'Europa e ribattezzò quello latino americano come il "continente della speranza", e il Papa della "Speranza che salva", Benedetto XVI, che ha scelto proprio il Brasile, dunque l'America Latina, come meta del suo primo viaggio intercontinentale. Ed altrettanto significativamente tutti e due i viaggi hanno incluso un grande santuario mariano.
Io credo che già questi motivi abbiano determinato nell'anima del popolo latinoamericano una forte presa di coscienza. La scelta del tema "Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché i nostri popoli abbiano vita in lui" per la V conferenza ha fatto il resto, consentendo all'evento di travalicare i confini del continente.

Eppure non sono mancate critiche, soprattutto interne, proprio alla scelta del tema di Aparecida.

È vero, ci sono state opinioni discordanti. Io credo però che non sia stato tenuto in considerazione il fatto che tale scelta non significava assolutamente dimenticare gli enormi problemi che l'America Latina sta affrontando, né significava ignorare le grandi sfide del nostro tempo. Lo dimostra il fatto che durante la conferenza si è riflettuto soprattutto su queste sfide.

Come ha detto il Papa, la conferenza di Aparecida ha fatto bene a scegliere questo tema perché proprio "mediante l'incontro con Cristo e con il suo Vangelo - sono le sue parole - e solo così, vengono suscitate le forze che ci rendono capaci di dare la giusta risposta alle sfide del tempo". Si è cercato dunque di capire quali fossero le risposte giuste da dare a tali sfide partendo da un sentimento fondamentale, cioè quello della gioia e della gratitudine al Signore per essere cristiani. La prima conseguenza di questa gioia e di questa gratitudine deve essere l'impegno affinché le popolazioni del continente abbiano pienezza di vita in Cristo.

Si è guardato dunque molto alla reale situazione che l'America Latina sta attraversando, e si è pensato al contributo che i cattolici possono dare come discepoli e missionari di Cristo. Essere discepoli significa seguire Cristo, accettarne la parola; significa considerarlo unico modello a cui ispirarci. Significa in altre parole, prendere Cristo sul serio. Il discepolo di Cristo è attento ai fratelli, è solidale e sensibile verso i poveri, è rispettoso degli altri, promuove la giustizia e la bontà verso tutti e contribuisce all'edificazione di una società più umana. Essere missionari significa partecipare, annunciare Cristo nella fedeltà e nell'integrità di ogni suo insegnamento, come è custodito ed è consegnato dalla Chiesa.

Anche la scelta di Aparecida come sede della Conferenza ha incontrato qualche opinione discorde?

Non direi. Anzi si è trattato di una scelta risultata molto utile ed opportuna, soprattutto per il clima di fede mariana che vi si respira. Come è noto il santuario è nato in seguito al ritrovamento di una statuina della Madonna. Nel 1717 tre pescatori, andando a pescare sul fiume Paraíba do Sulo, raccolsero nella loro rete una statuina della Madonna senza testa e, a breve distanza, trovarono anche la testa. La portarono al loro parroco che la fece restaurare e poi costruì una piccola cappella per ospitarla. I fedeli cominciarono a recarsi in visita a quella cappella e, sempre più numerosi, a pregare la Madonna. Così si costruì una chiesa più grande sino a quando fu edificato questo santuario imponente inaugurato nel 1980 da Giovanni Paolo II. Ma, come ripeto, l'importanza viene da quell'atmosfera di fede profonda che lasciano come dono al santuario i circa 8 milioni di fedeli che ogni anno vanno lì a pregare.

In riferimento ad Aparecida si è sollevato qualche dubbio sulla liceità dell'evangelizzazione nel contesto odierno, prospettando addirittura l'opportunità di un certo annacquamento dell'annuncio per non suscitare risentimenti. Cosa ne pensa?

A mio parere c'è un'unità di fondo tra ciò che è stato affermato ad Aparecida e la recente nota della Congregazione per la Dottrina della Fede. L'annuncio del Vangelo e della salvezza in Cristo è un'esigenza della gioia di essere discepoli di Cristo.
Non a caso la conferenza di Aparecida ha ribadito che essere discepoli ed essere missionari sono in una connessione vitale. Anzi ne ha parlato come due facce della stessa medaglia: l'essere discepoli porta ad essere missionari nell'annunciare Cristo e a rendere gli altri partecipi della propria gioia della fede in Cristo.
Qualcuno aveva proposto di parlare solo di testimoni, invece che di missionari. Si è preferito usare il termine missionari, cioè discepoli e missionari, per sottolineare ancora di più la necessità di dare testimonianza sia con l'annuncio che con la propria vita. Parola e testimonianza nei fatti della vita devono illuminarsi a vicenda.
Ma è anche stato ribadito che essere missionari nel proprio ambiente di vita e di lavoro non significa certamente agire contro il dialogo né attentare alla libertà di coscienza degli altri. Anzi. Il discepolo di Cristo rispetta la libertà degli altri, la valorizza. Ma in pari tempo rende partecipi gli altri della propria gioia di credere e delle proprie convinzioni di fede, nel pieno rispetto della loro coscienza. È questo l'invito che viene da Aparecida: i cristiani devono essere discepoli missionari.

Come hanno recepito i vescovi del continente il documento di Aparecida? Quali indicazioni concrete vengono dalla Chiesa all'America Latina di oggi?

La conferenza di Aparecida si è conclusa con una esortazione ai cattolici tutti a compiere un salto di qualità pastorale per essere protagonisti, pur restando fedeli alla propria identità, nelle diverse realtà, come testimoni del Vangelo di Cristo, per promuovere una società più giusta, più solidale e più umana. Nessuno si è nascosto che i problemi da affrontare siano certamente molti. Si tratta di problemi religiosi, sociali, economici e politici. Impossibile però pensare che potranno trovare soluzioni in risposte unicamente tecniche. C'è la necessità di aiutare le persone a capire l'importanza di comportarsi ogni giorno della vita come veri testimoni di Cristo, ma soprattutto di essere coerenti con la propria testimonianza. Urge in pratica un risveglio religioso basato sulla roccia della parola di Dio, sulla preghiera e sui sacramenti. Avrà certamente benefici effetti anche nella promozione umana e sociale. E questo è chiaramente contenuto ed espresso nel documento di Aparecida. Non poteva che essere accolto con gioia e con entusiasmo.
Le posso dire per esempio che in questo periodo si sta preparando la grande missione auspicata proprio dai vescovi ad Aparecida. Si celebrerà in ogni diocesi per dare attuazione a quanto stabilito durante la conferenza. Poche settimane fa si è già riunita a Bogotá la commissione del Celam, formata da vescovi e teologi, incaricata di preparare la bozza del programma di questa grande missione. Dunque c'è grande attesa.
Il documento, i suoi contenuti, hanno già incontrato il favore delle popolazioni alle quali, nelle singole chiese particolari, sono stati illustrati durante incontri di studio. Del resto, i cattolici latinoamericani considerano la fede come il loro tesoro più grande e desiderano viverla sino in fondo per rispondere alle sfide delle tante seduzioni proposte dalla secolarizzazione, dall'edonismo e dal permissivismo. Desiderano anche dare testimonianza della loro gioia di essere cristiani.

È possibile dunque ipotizzare il cammino della Chiesa del dopo Aparecida?

Certamente la conferenza di Aparecida, invitando a ripartire da Cristo, ha dato un nuovo impulso all'evangelizzazione per aiutare le popolazioni latinoamericane a continuare a crescere e a maturare in quella fede che da 500 anni ha animato la loro vita e la loro cultura. Ora ci si attende un rinnovamento e una rivitalizzazione di questa fede. Ciò porterà anche ad un rinnovato impegno nella promozione umana. I cristiani che vivono con coerenza contribuiranno anche a rispondere alle grandi sfide della povertà e della miseria e daranno un contributo anche alla soluzione dei grandi problemi sociali e politici. Dall'America Latina, dove oggi vive oltre il 43% dei cattolici di tutto il mondo e dove la tradizione cattolica e la fede in Dio amore sono un patrimonio che rimane vivo nella gente, può venire alla Chiesa universale lo spunto per rinnovare la vita di fede, di speranza, di amore e di impegno sociale.

Da Aparecida sono venute indicazioni sul tema della famiglia, realtà cara ai popoli latino-americani?

Il tema della famiglia ha avuto molto spazio negli interventi di moltissimi vescovi presenti alla Conferenza. Lo stesso documento dedica all'argomento ben venti pagine. La famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, è veramente tra i valori più cari alle popolazioni dell'America Latina. È giudicata insostituibile per la serenità personale e per l'educazione dei figli. I vescovi sono molto preoccupati per le enormi sfide poste all'istituto familiare nel contesto latinoamericano che si va profilando. Per questo motivo ad Aparecida, mentre hanno rinnovato il loro impegno per una pastorale familiare intensa e vigorosa, hanno rivolto un appello a tutti gli Stati del mondo affinché promuovano politiche in grado di tutelare maggiormente la famiglia, ne rispettino i diritti naturali fondamentali, considerandola realmente come un soggetto sociale imprescindibile. L'auspicio è che anche in questo senso Aparecida possa segnare l'anno che si sta concludendo.

(©L'Osservatore Romano - 30 dicembre 2007)

28 dicembre 2007

Il 2007 di Benedetto XVI, il Papa della speranza (bellissimo servizio di Alessandro Gisotti per Radio Vaticana)


Il 2007 di Benedetto XVI, il Papa della speranza

Un anno scandito e guidato dalla Speranza evangelica: si può sintetizzare, così, il 2007 di Benedetto XVI, che in questi ultimi 12 mesi ha offerto ai fedeli la sua seconda Enciclica e il libro su “Gesù di Nazaret”.
E’ stato l’anno dei viaggi apostolici in Brasile e in Austria, della Lettera ai cattolici cinesi, dell’Esortazione Sacramentum Caritatis e di un rinnovato dialogo ecumenico e con il mondo musulmano.
Ripercorriamo alcuni momenti forti del 2007 di Benedetto XVI, il Papa della Speranza, nel servizio di Alessandro Gisotti:


“Spe salvi”, “Nella Speranza siamo stati salvati”.

L’Enciclica sulla Speranza viene pubblicata alla fine del 2007, ma tutto l’anno che sta per terminare è consacrato da Benedetto XVI alla Speranza evangelica. Ogni gesto del suo Magistero è un invito a sperare nel Signore, nel suo Amore.

L’8 gennaio incontra il Corpo diplomatico per i tradizionali auguri d’inizio anno. Il Papa chiede innanzitutto di non dimenticare l’Africa. Sottolinea le difficoltà a volte drammatiche con cui si confronta l’umanità, dai conflitti alla fame:

“Il s’agit d’un défi qui consiste à promouvoir et à consolider …”

Il Papa esorta la comunità internazionale a “promuovere e consolidare tutto ciò che c’è di positivo nel mondo e a superare, con buona volontà, saggezza e tenacia, tutto ciò che ferisce, degrada e uccide l’uomo”. Benedetto XVI testimonia la speranza di Cristo agli ultimi.

Toccante la visita nell’istituto romano di pena per minori “Casal del Marmo”, il 18 marzo. In quello stesso giorno, all’Angelus, si sofferma sull’Esortazione postsinodale Sacramentum Caritatis, pubblicata il 22 febbraio, e spiega il legame tra l’Eucaristia e l’Amore cristiano, tema della sua prima Enciclica:

"Ecco perché ho scelto come titolo Sacramentum caritatis, riprendendo una bella definizione dell’Eucaristia di San Tommaso d’Aquino ‘Sacramento della carità’. Sì, nell’Eucaristia Cristo ha voluto donarci il suo amore, che lo ha spinto ad offrire sulla croce la vita per noi”.

Il 13 aprile, viene presentato il libro del Papa “Gesù di Nazaret”.

Si tratta, come sottolinea Joseph Ratzinger nell’introduzione, del frutto di “un lungo cammino interiore”. Il volume diventa in pochi giorni un best seller in tutto il mondo.

Il Papa compie gli anni, ma il regalo lo fa lui a noi. Il 16 aprile, infatti, Benedetto XVI festeggia il suo 80.mo compleanno.
Il giorno prima, nella Messa per il suo genetliaco in Piazza San Pietro, ringrazia i fedeli che con amore filiale lo accompagnano nel suo ministero:

“Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto è grande la schiera di coloro che mi sostengono con la loro preghiera; che con la loro fede e con il loro amore mi aiutano a svolgere il mio ministero; che sono indulgenti con la mia debolezza, riconoscendo anche nell’ombra di Pietro la luce benefica di Gesù Cristo”.

La settimana successiva, il 21 e 22 aprile, è a Vigevano e Pavia, una visita pastorale nel segno dell’amato Agostino, un modello sempre attuale per il popolo di Dio. Un Santo che ci esorta a sperare nell’amore di Gesù:

“Alla scuola di Sant'Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano. Servire Cristo è anzitutto questione d'amore”.

Il mese di maggio è caratterizzato dal VI viaggio apostolico internazionale di Benedetto XVI, che per la prima volta si reca in America Latina. Il Papa è in Brasile dal 9 al 14 maggio del 2007 per la V Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, convocata nella città mariana di Aparecida. La visita del Papa dà un rinnovato slancio missionario alla Chiesa del continente. Uno dei momenti più intensi in terra brasiliana, Papa Benedetto lo vive alla Fazenda da Esperança, una comunità dove ragazzi tossicodipendenti rinascono grazie alla forza della speranza evangelica:

“Lì, nella Fazenda da Esperança, i confini del mondo vengono veramente superati, si apre lo sguardo verso Dio, verso l’ampiezza della nostra vita, e così avviene un risanamento”.

Il 17 giugno è ad Assisi in occasione dell’ottavo centenario della conversione di San Francesco.
L’estate del 2007 si contraddistingue per la pubblicazione di documenti pontifici di grande rilevanza: il 22 giugno il Motu Proprio con il quale viene stabilito che sarà sempre necessaria una maggioranza di due terzi per eleggere il Successore di Pietro.
Il 30 dello stesso mese, un evento di portata storica: la pubblicazione della Lettera del Papa ai cattolici cinesi.
Così, parlando alla Curia Romana, il 21 dicembre, Benedetto XVI esprime la speranza che questa Lettera apra una nuova stagione nelle relazioni tra Roma e Pechino:

“La Lettera è stata accolta con gioia e con gratitudine dai cattolici in Cina. Formulo l'auspicio che, con l'aiuto di Dio, essa possa produrre i frutti sperati”.

Il mese di luglio si apre con la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum sull’uso della “Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970”.
Nella lettera inviata a tutti i vescovi del mondo, il Papa sottolinea che la ragione positiva del documento è la “riconciliazione” rispetto alle divisioni che in passato “hanno lacerato il Corpo di Cristo”.
Il 20 luglio viene pubblicato il Messaggio per la GMG di Sydney sul tema “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni”.

E alla gioventù, Benedetto XVI lancia un messaggio dirompente a Loreto, il 2 settembre, in occasione dell’Agorà dei giovani italiani:

“Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere”.

Dal 7 al 9 settembre, Benedetto XVI è in Austria per il suo VII viaggio apostolico internazionale. Una visita culminata nel pellegrinaggio al Santuario mariano di Mariazell.
“Guidati ed incoraggiati da Maria - è l’esortazione del Papa - vogliamo aguzzare il nostro sguardo cristiano”.
Nel segno della speranza, pur non disconoscendo le difficoltà, sono i pronunciamenti del Papa sui temi chiave dell’ecumenismo e dei rapporti con il mondo musulmano.
La lettera all’Assemblea ecumenica di Sibiu, la risposta ai 138 dotti musulmani ribadiscono la cura del Papa a promuovere un dialogo fondato sulla Verità e la Carità.
Il 21 ottobre, a Napoli, all’incontro interreligioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, ribadisce che le religioni “devono offrire preziose risorse per costruire un’umanità pacifica”:

“Di fronte a un mondo lacerato da conflitti, dove talora si giustifica la violenza in nome di Dio, è importante ribadire che mai le religioni possono diventare veicoli di odio; mai, invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare il male e la violenza”.

Il 24 novembre, si tiene il secondo Concistoro di Benedetto XVI per la creazione di 23 nuovi cardinali, di cui 18 elettori. La provenienza geografica dei porporati, sottolinea il Papa, è espressione dell’universalità della Chiesa.

Nel 2007, oltre alla creazione dei nuovi cardinali, sono molte le nomine significative in Vaticano e nelle diocesi. Tra queste, ricordiamo quella del prof. Giovanni Maria Vian alla direzione dell’Osservatore Romano e del biblista Gianfranco Ravasi a capo del dicastero per la cultura.

Le ultime settimane dell’anno sono illuminate dalla “Spe salvi”, quasi un dono che il Papa offre per Natale ai cristiani, ma invero a tutti gli uomini di buona volontà.

La seconda Enciclica del Papa, pubblicata il 30 novembre, è anch’essa un successo editoriale come la Deus caritas est. Ecco, come all’Angelus del 2 dicembre, prima domenica d’Avvento, Benedetto XVI spiega l’unicità della speranza cristiana:

“L’uomo viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale. Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio, che in Gesù ci ha visitati e ci ha donato la vita, e in Lui tornerà alla fine dei tempi. E’ in Cristo che speriamo, è Lui che attendiamo!”

Una Speranza salvifica che tutti hanno il diritto di conoscere. Questo il significato profondo della Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, pubblicata il 14 dicembre dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il documento, avverte il Papa, ricorda ad ogni fedele che nulla ci può esimere dall’affascinante impegno di annunciare la Buona Novella.
Al cuore dell’uomo che spera la pace, il Papa si rivolge nel Messaggio per la 41.ma Giornata Mondiale della Pace, pubblicato l’11 dicembre. Benedetto XVI richiama la centralità della famiglia, vera “agenzia di pace”. Ogni uomo e ogni donna, è l’invito del Santo Padre, prenda consapevolezza della “comune appartenenza all'unica famiglia umana” e si impegni per “l'instaurazione di una pace vera e duratura”.

© Copyright Radio Vaticana

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16 novembre 2007

Con la visita del Papa il Brasile ha ricominciato a parlare di Cristo


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Si riparte da Aparecida

Renato Farina

Con la visita del Papa, un Paese intero è tornato a fare i conti con Cristo. Ecco le conseguenze secondo Giancarlo Petrini e Filippo Santoro

«La visita di Benedetto XVI in Brasile, e soprattutto a Nostra Signora della Concezione Aparecida, nel maggio scorso, è stata un evento che ha messo di fronte al popolo e ai vescovi le due o tre cose decisive.
Esse stanno già nel titolo, che il Papa ha scelto, di questo incontro e dell’Assemblea generale dei vescovi latinoamericani: “Discepoli e missionari di Gesù Cristo”. Tutto nasce da un’attrazione, Cristo attrae le persone e i popoli con la sua bellezza e umanità eccezionali e l’Aparecida è la Vergine, icona della Chiesa che accoglie ed è madre, luogo di esperienza dell’amore».

A parlare così è monsignor Giancarlo Petrini, vicario generale di San Salvador de Bahia. Accanto a lui, a confermarne le parole, c’è il vescovo di Pétropolis, monsignor Filippo Santoro. L’occasione di questo dialogo è l’Assemblea Internazionale dei Responsabili di Comunione e Liberazione a La Thuile.

Com’era la situazione prima dell’arrivo del Papa? Come il Papa ha reimpostato il discorso? Da noi si dice: la Chiesa cattolica ha sì messo da parte una teologia della liberazione che subordinava la fede al marxismo, ma è travolta dalle sette.

Petrini: Il più grande giornale brasiliano, A Folha di San Paolo, ha svolto un’indagine, uscita subito dopo la visita del Papa. Quelli che si dichiarano cattolici ammontano al 74% dei 180 milioni di brasiliani. Tra il 1991 e il 2001 erano passati dall’83 al 73%: sembrava un processo inarrestabile.
Ora, persino i giornali che guardano la Chiesa con diffidenza, ammettono: qualcosa è accaduto. La Chiesa ha ricominciato a parlare di Gesù Cristo. Papa Ratzinger questo ha fatto e a questo ci spinge. È questa la grande novità.

Santoro: Il Papa è venuto in Brasile e ci ha detto: «La Chiesa cresce per attrazione». Leggo il suo discorso: «La Chiesa si sente discepola e missionaria di questo Amore: missionaria solo in quanto discepola, cioè capace di lasciarsi sempre attrarre con rinnovato stupore da Dio, che ci ha amati e ci ama per primo (cfr. 1Gv 4,10). La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione». Ed è stato bellissimo perché questo poi è stato ripetuto dieci volte al giorno durante la V Conferenza dei vescovi, che si è svolta dal 13 al 30 maggio.
Il Papa ha dato il “la”: «La Chiesa cresce per attrazione». Questo comincia a vincere. Da una parte il moralismo un po’ stantio che viene dalle generazioni passate. Ma dall’altra parte è possibile, ora, parlare del fascino di Gesù Cristo, dell’attrazione per una vita cristiana che è piena di bellezza, di significato, che risponde alle esigenze del cuore di ogni uomo.

Petrini: Questa impostazione era in precedenza vista come ristretta a qualche gruppo. Chi parlava del fascino di Gesù Cristo? Solo alcuni movimenti. Forse solo uno. Adesso questo comincia a diventare una tematica di tutta la Chiesa.
Noi conosciamo l’Aparecida, specialmente dalla canzone. Ed è una canzone dove un uomo domanda di essere guardato dalla Madonna.
Santoro: La visita del Papa è stata il riaccadere di questo sguardo. Egli lo aveva, ed egli lo ha mostrato vivente oggi nella Madonna.
Tutti i cinque giorni dell’incontro con Benedetto XVI sono stati nel loro insieme questa esperienza di paternità vissuta. Il Santo Padre era stato presentato ancora come un rigido difensore dell’ortodossia, chiuso, dottrinario, burbero. Tutti gli incontri, invece, hanno mostrato l’amabilità del Successore di san Pietro, la facilità dell’incontro, la semplicità del dialogo, particolarmente nell’incontro con i giovani, specie poi con quelli della comunità di tossicodipendenti Fazenda da Esperança di Guarantinguetà.

Hanno visto tutti quanti questo Papa che abbraccia i bambini, conforta i drogati, sta con la gente, libera il servizio d’ordine per farsi incontrare dai ragazzi ex tossicodipendenti. Tutti questi momenti hanno dato anche al vasto pubblico l’immagine di una cordialità, di una bontà, di qualcuno che viene a dare un abbraccio alle persone.
È chiaro che ci sono stati anche gli interventi dottrinari precisi, soprattutto nell’incontro del Papa con tutti i vescovi del Brasile nella cattedrale di San Paolo. Cioè incontri che definivano punti precisi di riferimento. Ma questo non era un’altra cosa rispetto all’“attrattiva di Cristo”.

Adesso quali sono i pericoli che il Papa ha individuato nella vita della comunità cristiana? Qual è stata invece la sua proposta di valorizzazione di quello che è presente adesso?

Petrini: Il Papa non ha identificato la questione delle nuove denominazioni religiose (“sette” non si deve usare, è dispregiativo) come la più importante. La questione grave è il secolarismo, l’allontanamento della presenza del Mistero nella vita quotidiana. Questo è il punto di attacco. Nella pastorale delle parrocchie e di molte diocesi in Brasile, ma forse vale dappertutto, c’è da un lato un’onda che insiste ancora sull’impegno sociale, occultando la dimensione del rapporto col Mistero, separandolo dalla dimensione profondamente religiosa. E c’è un altro versante che insiste sul rapporto col Mistero, sull’esperienza della fede come fatto puramente emozionale. La cosa grande del Papa è che è riuscito a far vibrare il cuore, a suscitare commozione con la facilità del rapporto e dell’abbraccio dentro una straordinaria chiarezza di giudizio.

Santoro: Il punto fondamentale è stato l’esperienza della Madonna di Aparecida. L’intuizione del Papa di far radunare i vescovi lì, alla presenza della Madre di Dio, segno del Mistero prossimo, prossimo ai più poveri, e poi la conferenza episcopale che si realizza abbracciati da trentamila poveri il venerdì, ottantamila pellegrini il sabato, centodiecimila la domenica… Tutti i vescovi hanno visto che c’è ancora un popolo cristiano pieno di fede. Un popolo cristiano che abbraccia i vescovi. Nulla che si possa paragonare alla cosiddetta Chiesa popolare, basata sull’ideologia, per cui secondo la teologia della liberazione il povero è il soggetto che trasforma la storia. La Conferenza di Aparecida ha detto, seguendo Benedetto, che il soggetto che trasforma la storia è l’uomo di Fede. Che è povero o che è ricco - la gran maggioranza sono poveri -, però è l’esperienza della Fede. La bellezza della Fede. La sintesi di Aparecida in due frasi: la gioia di essere discepoli e l’allegria di annunciarlo a tutti.

© Copyright Tracce, ottobre 2007

12 novembre 2007

Cattolici in ripresa in Brasile: dopo anni di emorragia di fedeli, si assiste ad una concreta controtendenza


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La vaticanista Aura Miguel a Tracce: per il Papa il futuro della fede non è più cosa di massa. Benedetto sta puntando ad ogni persona, all'essenziale!

Chiesa e ICI: ci scrive l'Avvocato Colombo Clerici, che ringraziamo per la cortesia e la professionalità

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Osservatore Romano (note di agenzia, non abbiamo il testo originale): troppi falsi negli attacchi alla Chiesa

Curzio Maltese: I dubbi di Giovanni Paolo XXIII...

Chiesa ed ICI: tre articoli illuminanti del Sole 24 ore

Mons. Marchetto: il Concilio Vaticano II fu “comunione, anche col passato, con le origini, identità in evoluzione, fedeltà nel rinnovamento"

IL PAPA E L'ISLAM: LO SPECIALE DEL BLOG

VISITA DEL RE DELL'ARABIA SAUDITA AL PAPA: RASSEGNA STAMPA

Cattolici in ripresa nel Brasile che cambia

DA RIO DE JANEIRO GHERARDO MILANESI

La 'frenata' del cattolicesimo in Bra­sile sembra essere terminata. Lo in­dica una recente ricerca della Fonda­zione Getulio Vargas, intitolata «Economia nelle religioni», nella quale si stima che il numero dei cattolici brasiliani quest’anno dovrebbe superare quota 139 milioni, con una percentuale sul totale della popola­zione vicina al 74%. È la stessa quota rile­vata nel 2000, ma di fatto costituisce una ri­presa concreta dopo un decennio nel qua­le si era assistito a una piccola emorragia di fedeli verso le chiese neo-pentecostali. Da una parte, la pretesa di dare risposte immediate ai problemi quotidiani di mi­lioni di brasiliani indigenti, dall’altra la ca­pillare ricerca di fedeli nelle aree più pove­re delle metropoli avevano spinto quasi il 10% dei cattolici brasiliani ad abbracciare sette e nuove denominazioni, soprattutto evengeliche e neopentecostali. Nel 1991, infatti, i cattolici erano l´83,3% del totale. Gli evangelici oggi in Brasile sono 43,6 mi­lioni, pari al 23,1% della popolazione: era­no solo il 9% nel 1991.
Vi sono vari segnali che indicano una ri­presa di adesioni alla Chiesa cattolica. Il successo della visita di papa Benedetto X­VI a San Paolo e Aparecida dello scorso maggio, con la canonizzazione di frei Galvão, il primo santo brasiliano di nasci­ta, ha dato impulso a un’opera di rievan­gelizzazione che è al centro degli sforzi del­la Chiesa di tutta l’America Latina. Proprio al tema della evangelizzazione di fronte al­la sfida degli aggressivi gruppi neo-pente­costali sono stati dedicati parte dei lavori della quinta Conferenza dell’episcopato di America Latina e Caraibi (Celam).
«È necessario dare un nuovo impulso alla vita della Chiesa intesa come missionaria sul campo, la parola di Dio deve penetrare con vigore proprio fra i meno abbienti che sono la grande maggioranza della popola­zione », aveva più volte sottolineato il car­dinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero e arcivescovo emerito di São Paulo. Giustizia sociale, lot­ta alla violenza, al narcotraffico e alla cor­ruzione (mali endemici del Brasile e di tut­to il continente) e un forte no all’aborto so­no stati gli altri temi centrali dell’appello fi­nale del Celam. Ma la sfida dei neopente­costali resta un tema centrale su cui riflet­tere, perché il Brasile appare come il terre­no ideale su cui mettere a punto una stra­tegia da esportare in altre realtà vicine. Nel­la terra del Samba impressiona che un bra­siliano su quattro, almeno una volta nella vita, abbia cambiato religione. Dieci mi­lioni di cattolici sono diventati cristiani e­vangelici o hanno aderito a qualche grup­po neopentecostale, in moltissimi casi a vere sette che affidano la predica a pasto­ri- imprenditori dello Spirito. A Copacaba­na, una dei quartieri più noti di Rio de Ja­neiro, il tempio della Igreja Universal do reino de Deus richiama i fedeli nella sala di uno shopping center che assomiglia a un piccolo teatro. All’ingresso la 'locandina': «Hai un figlio alcolizzato? Tuo marito ti tra­disce? Sei disperato perché i debiti ti af­fliggono? – Entra e lo Spirito Santo ti gui- derà verso la soluzione». Risposte imme­diate, ma anche pentimenti e conversioni. Per ottenere le quali spesso è necessario porre le mani al portafoglio. Almeno il 10 per cento dello stipendio ogni mese, indi­pendentemente dal reddito. In molti luo­ghi di culto, spesso improvvisati fra le ba­racche di una favela, chi si presenta senza banconote può 'scegliere' di privarsi del­la fede nuziale o della catenina d’oro.
Le pratiche della potente Chiesa universa­le del regno di Dio o della Renascer o di al­tri gruppi neopentecostali finiscono spes­so sulle pagine dei giornali brasiliani. Pa­stori incriminati, sacchi di denaro che van­no e vengono, dollari nascosti persino nel­la Bibbia confiscati all’aeroporto di Miami. Nel documento che nei prossimi mesi sarà reso pubblico, il ruolo centrale lo avrà pro­prio il tema del riavvicinamento dei fedeli attraverso un’azione più incisiva della Chie­sa cattolica nel formare le coscienze. Il car­dinale Geraldo Majella Agnelo, vescovo di Salvador de Bahia, non ha dubbi: «Il pun­to più importante del documento è quello che esprime la necessità di tornare a crea­re nelle coscienze il senso di comunità, che si è perduto oggi a causa dell’individuali­smo, del consumismo e del relativismo».
Il compito appare particolarmente diffici­le nelle aree periferiche delle grandi città, dove le nuove 'chiese' aprono continua­mente luoghi di culto e attraggono una po­polazione povera e spesso senza punti di riferimento. A Nuova Iguaçu, comune sa­tellite di Rio de Janeiro dove sono concen­trate famiglie con un bassissimo potere d’acquisto, in soli otto chilometri si posso­no contare ben 39 chiese evangelicas e so­lo due parrocchie cattoliche. In zone come queste, la 'Teologia della prosperità' dei neo-pentecostali, che promette, con la fe­de, la soluzione dei problemi anche mate­riali è una sfida delicata a cui far fronte. «Questo modo di intendere la fede – ha chiarito l’arcivescovo di Brasilia, João Braz de Aviz – è una specie di scambio. Tu ade­risci alla fede, e Dio in cambio ti offre dei benefici. Ma si tratta di un concetto mo­ralmente scorretto».

© Copyright Avvenire, 11 novembre 2007


il vescovo Santoro

«La strategia delle sette mostra il fiato corto Adesso la Chiesa recuperi la sua vitalità»

Gherardo Milanesi

DA RIO DE JANEIRO

«La tendenza a un ri­torno alla Chiesa cattolica da parte di fedeli che avevano scelto la semplificazione spirituale e le pretese risposte immediate ai problemi da parte dei gruppi neopentecostali è tangibile in Brasile, come conferma la Fon­dazione Geatulio Vargas. È giu­sto, tuttavia, sottolineare che si tratta di una tendenza che deve ancora stabilizzarsi». Monsignor Filip­po Santoro, Dom Filippo, così lo chiamano affet­tuosamente i suoi fedeli brasiliani, è stato ordinato sa­cerdote nella dio­cesi di Bari nel 1972 ed è dottore in teologia dog­matica e in filoso­fia. Dei suoi 59 an­ni, 23 li ha tra­scorsi in Brasile come sacerdote fidei donum. Dal 2004 è vescovo di Petropo­lis, città imperiale del Brasile, e membro della Commissione di dottrina della fede e del Con­siglio permanente della Con­ferenza episcopale brasiliana.

Monsignor Santoro, come si spiega questa controtenden­za? Le statistiche indicano u­na crescita costante di fedeli che tornano alla Chiesa catto­lica dopo quasi 10 anni di 'mi­grazione' contraria.

In realtà, questa inversione di marcia ha cominciato a mani­festarsi prima timidamente con la preparazione al Giubi­leo, poi con maggior forza du­rante il Giubileo stesso e, negli ultimi anni, in modo ancora più concreto perché i fedeli 'migrati' ai gruppi neopente­costali hanno cominciato a ca­pire che la risposta ai bisogni dell’individuo non può essere immediata.

Benché il fenomeno apparis­se consistente, la Chiesa non è sembrata eccessivamente preoccupata. Era una ripresa che si dava per scontata?

Possiamo affermare che la stra­tegia con la quale i gruppi neo­pentecostali approfittavano del forte desiderio di spiritua­lità dei brasiliani, soprattutto dei fedeli provenienti dagli strati meno agiati della popo­­lazione, avrebbe alla lunga mo­strato il rovescio della meda­glia. Il culto, il tempio non pos­sono divenire la garanzia di u­na fabbrica di miracoli. Il ma­rito che si è allontanato di ca­sa, il frigorifero che si è rotto, il figlio alcolizzato: i neopente­costali promettono una solu­zione per ogni difficoltà, anche per le più gravi.
La Chiesa cat­tolica brasiliana, tuttavia, ha colto l’occasione della visita del Papa per analizzare la que­stione in modo approfondito. Benedetto XVI, con la sua pre­senza, ha saputo stimolare nel modo giusto la consapevolez­za che la Chiesa cattolica deve spingersi con il massimo vigo­re verso l’individuo. Il Santo Pa­dre ha lasciato un segno fon­damentale nel Paese. La sua presenza ha giovato al rispetto della Chiesa in ogni angolo di questo immenso Paese e, più in generale, alla spiritualità della popolazione.

Di quali sforzi si tratta?

Dobbiamo ridurre l’eccesso di predica­zione sociale, di ri­petizione della dot­trina e concentrarci maggiormente sulla percezione dell’esi­stenza. Dobbiamo impegnarci ancora di più sulla valoriz­zazione della dignità personale, sulla concretezza della parola di Dio so­prattutto in un Pae­se come il Brasile. Come ab­biamo annotato nel docu­mento di Aparecida, è neces­sario passare da una pastorale di pura conservazione dell’e­sistente a una pastorale del­l’annuncio della missione. Ma anche ad Aparecida non si è in­sistito tanto sulla preoccupa­zione per il fenomeno delle sette, quanto sulla necessità che la Chiesa recuperi il mas­simo della sua vitalità. La vera risposta sta nel rilancio del­l’impeto missionario. Ogni a­bitante di ogni parrocchia de­ve divenire un missionario vi­vo.

© Copyright Avvenire, 11 novembre 2007


L’INTESA

Concordato, vicina la firma Trattativa ancora aperta sull’ora di religione a scuola

DA RIO DE JANEIRO

Anche il Brasile avrà il suo Concordato.
Dopo oltre un anno di lavoro diploma­tico (i primi contatti risalgono al set­tembre del 2006), prima della visita pastorale dal Papa a San Paolo e Aparecida dello scorso maggio il governo del presidente Lula e la Santa Sede sono vicini alla firma del documento che regolerà presenza e diritti della Chiesa Cattoli­ca. Concordato di cui il Brasile, che pure è il Paese con il maggior numero di cattolici nel mondo, è paradossalmente privo, al contrario di quasi tutti gli altri Stati sudamericani. Gli ac­cordi contengono il riconoscimento giuridico della Chiesa Cattolica, la preservazione del suo patrimonio storico e artistico ed eventuali e­senzioni fiscali per società e istituzioni cattoli­che. Su questi punti Santa Sede e Itamaraty (il ministero degli Esteri brasiliano) hanno già raggiunto un accordo di massima. Esistono, tuttavia, altri temi su cui il negoziato è ancora aperto. Un punto controverso rimane quello dell’ora di religione cattolica facoltativa (in Bra­sile le Chiese neopentecostali, contrarie a que­sta opzione, sono ormai una lobby politica).
Trattativa aperta sulla possibilità di rendere e­sentasse le donazioni alla Chiesa. Nessun rife­rimento, infine, viene fatto nel documento al problema dell’aborto, che in Brasile è conside­rato reato. Per ora il tema non è considerato centrale dal presidente Lula, che tuttavia deve vedersela con le posizioni a favore della legaliz­zazione di una parte consistente della base del suo partito, il Pt. Le pressioni pro-aborto sono condotte anche dal ministro della Sanità, José Gomes Temporão, che a più riprese ha sottoli­neato come il tema, in un Paese dalla grande crescita demografica come il Brasile, sia una questione di 'salute pubblica' ( G.Mil.)

© Copyright Avvenire, 11 novembre 2007

10 ottobre 2007

Mons. Rocha (Brasile): il Papa ancora emozionato per l'incontro con i giovani brasiliani


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Miglioramento sociale e contrasto alle sette religiose, priorità pastorali della Chiesa brasiliana: intervista con il presidente della Conferenza episcopale, mons. Rocha

Lavorare per migliorare le condizioni sociali del Paese e, in particolare, per arginare il fenomeno montante delle sette religiose. Sono due priorità dell'impegno pastorale della Chiesa brasiliana, della quale ieri Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i vertici, guidati dal presidente della Conferenza episcopale del Brasile, l'arcivescovo di Mariana, Geraldo Lyrio Rocha. Il collega della nostra redazione brasiliana, Silvonei Protz, lo ha incontrato chiedendogli un'impressione sul suo incontro con il Papa:

R. - Il Papa ha espresso parole di amicizia e di ringraziamento per la visita che lui ha fatto in Brasile. Ci ha ringraziato di come è stato accolto e per la vitalità della Chiesa in Brasile. Abbiamo risposto che siamo noi a dover ringraziare il Santo Padre per la sua presenza, la sua parola, i suoi orientamenti.

D. - Che ricordo ha il Santo Padre di questa visita in Brasile?

R. - Un ricordo di molti momenti. Ha sottolineato soprattutto l’incontro con i giovani. Ho l’impressione che sia rimasto un ricordo molto forte nel cuore del Papa, perché lui ne ha parlato con emozione.

D. - Cos’è cambiato in Brasile dopo la visita di Benedetto XVI?

R. - Prima di tutto l’entusiasmo, l’allegria, un impegno più grande di tutta la Chiesa in Brasile, non soltanto da parte dei vescovi, dei sacerdoti, ma anche da parte di moltissimi laici, che hanno scoperto un aspetto della personalità del Papa che non era tanto conosciuto: la maniera in cui ha parlato ai giovani, la visita ai bambini...

D. - Che volto della Chiesa in Brasile lei ha presentato al Santo Padre?

R. - Una Chiesa molto vivace, una Chiesa che si trova in stato di missione, che ha ricevuto una spinta ancora più forte dalla Conferenza dei vescovi latinoamericani. Il senso missionario è certamente una delle impressioni più forti lasciato la Conferenza di Aparecida. La Chiesa in Brasile vive un momento di ripresa della dimensione missionaria all’interno del Paese, ma anche di una missione aperta ad gentes.

D. - Le sfide della Chiesa in Brasile, in questo momento?

R. - Una delle sfide più grandi è la situazione sociale, che è sempre molto grave. La sofferenza della nostra gente è la sofferenza della Chiesa. Altra questione che si pone per noi è quella che si chiama “il transito religioso”: sono molti i cattolici che passano a queste nuove denominazioni religiose e quelli che si dichiarano senza religione. Questa, senz’altro, è una sfida molto grande, perchè cresce molto la popolazione che vive attorno alle grandi città e quelli che si spostano dal loro Paese per andare in altre regioni del Brasile, specialmente verso le nuove frontiere agricole. Una situazione che fa sì che la gente abbandoni le sue radici e che diventi preda facile, molto vulnerabile, dell’influsso delle sette religiose.

D. - Che tipo di risposta la Chiesa cattolica vuole dare in questo momento?

R. - Una delle risposte è cercare di creare delle piccole comunità, dove la gente possa vivere più vicino, aiutarsi di più, crescere nella solidarietà, specialmente approfondire la conoscenza della Parola di Dio e vivere di più la Parola, i Sacramenti, le celebrazioni. Una vita, insomma, nelle piccole comunità può creare delle situazioni che mantengano i cattolici nella fedeltà alla Chiesa e anche creare un senso missionario verso gli altri all’interno dello stesso Brasile ma, lo ripeto, con un’apertura alla missione ad gentes.

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