3 settembre 2008

Morte cerebrale: il commento di Francesco D’Agostino e di Paolo Becchi (Il Giornale)


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VIOLENZE ANTI-CRISTIANE IN INDIA: RACCOLTA DI ARTICOLI

«Ma per la scienza è la fine autentica»

di Eleonora Barbieri

«Quella esposta da Lucetta Scaraffia è una tesi che esiste in ambito scientifico: ma è ampiamente minoritaria».

Per Francesco D’Agostino, giurista, docente di filosofia del diritto all’università di Roma Tor Vergata e presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica, il concetto di morte cerebrale non è in discussione.

«Si potrà dibattere sui criteri di accertamento, ma la maggior parte degli scienziati è d’accordo nella definizione».

Tutti gli scienziati sono d’accordo sul concetto di morte cerebrale?

«Il problema è complesso, tuttora convivono opinioni differenti. Ma quella prevalente, che rientra nella legislazione italiana e di molti altri Paesi, è: quando il cervello nella sua totalità (non soltanto la corteccia, ma anche il tronco) è morto, viene meno l’entità biologica del corpo intero. Questo perché l’unità organica dipende dal cervello: quando è totalmente morto, è impossibile mantenere l’unitarietà dell’organismo».

È una definizione che non suscita dubbi?

«Un problema è come accertare la morte cerebrale. Quando si può affermare che il cervello sia totalmente morto? I criteri di accertamento, certo, possono essere migliorati».

Secondo Scaraffia, alcune ricerche mettono in dubbio proprio il concetto di morte cerebrale.

«Ma con quali argomenti? Per gli scienziati, quando le cellule cerebrali sono morte, la distruzione del corpo è irreversibile. Il punto è: Scaraffia espone una tesi che esiste fra le dottrine scientifiche, ma è ampiamente minoritaria».

Se ne potrà discutere.

«È giusto che la scienza discuta. Ovviamente anche della teoria della morte cerebrale. Ma la maggior parte degli scienziati ritiene che essa sia la morte autentica dell’organismo».

E la legge?

«Accetta la morte cerebrale. E, prima di cambiare la legge, abbiamo bisogno di prove formidabili che la teoria sia sbagliata. Un criterio è necessario: altrimenti che fai, aspetti che il corpo sia putrefatto? L’alternativa è il caos».

Anche per i trapianti.

«La questione dei trapianti è irrilevante: vengono dopo. L’accertamento è compiuto da un neurologo, ed è indipendente dalla possibilità o meno di effettuare il trapianto. È chiaro che si faccia in casi particolari, perché è molto più sofisticato rispetto alla verifica della morte cardiaca».

Può spiegare?

«Se cede il cuore di un novantenne, una diagnosi del medico di base è più che sufficiente. Ma se un ragazzo di vent’anni ha avuto un incidente, l’accertamento della morte cerebrale vale la pena, seppure molto più lento e costoso, anche in vista di un trapianto. La legge però è chiara nel separare i due momenti».

Un’altra obiezione è: la persona non si identifica con le sole attività cerebrali. Questa teoria è davvero riduttiva del concetto di persona?

«La scienza parla dell’organismo e dice che i suoi organi funzionano in maniera coordinata solo finché funziona il cervello. Se no, manca il coordinamento. La teoria dice che cosa sia l’organismo, non la persona. Per la scienza il corpo è morto quando tutto il cervello è morto: ed è per questo che è così difficile stabilire il decesso di un vegetale».

Allora il concetto di persona non c’entra?

«C’entra, ma non in prima battuta. La legge italiana che consente ai medici di accertare la morte cerebrale non prevede una posizione filosofica sul concetto di persona. Infatti la teoria della morte cerebrale vale anche per gli animali. La teoria della persona si applica solo agli esseri umani: è chiaro che entri in gioco ma, per il medico, quello che muore è un organismo animale».

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«Sbagliato trattare quelle persone come cadaveri»

di Gaia Cesare

Il telefono non ha smesso di squillare per tutta la giornata. Ma la foga con cui il professor Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Genova, difende le sue ragioni non si è consumata. Perché è stato il suo libro «La morte cerebrale e il trapianto di organi» a scatenare un putiferio ieri, ancora prima della pubblicazione dell’editoriale che lo cita sull’Osservatore romano.

Immaginava di scatenare questo polverone?

«Lo speravo da tempo. Da oltre dieci anni mi occupo dell’argomento e vengo trattato come un reazionario».

Cosa spiega nel suo libro?

«Metto in evidenza che la morte cerebrale è un’invenzione creata ad hoc a fini trapiantistici».

Non è una buona causa quella dei trapianti?

«Certo che lo è, ma quando si tratta di cadaveri».

Che vuole dire?

«Com’è possibile che si difenda l’embrione e non si difenda una persona che ha 37 gradi di temperatura corporea, che è rosea in volto, calda al tatto?».

Lei vuole dire che la morte cerebrale non è morte?

«Io dico che bisogna trovare una giustificazione etica ai trapianti. La giustificazione non è dire che quelle persone sono morte».

Non sarà condizionato da motivi religiosi?

«Mi considero un cattolico non praticante».

Una battaglia dura: lei polemizza con medici e Vaticano.

«Non voglio sparare sui medici né sul Vaticano tout court. Voglio solo mettere in luce le contraddizioni di questo sistema».

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Quando si decreta la fine della vita

di Redazione

Il 5 agosto 1968 la prestigiosa rivista «Journal of the American Medical Association» pubblica il documento della Harvard Medical School che riconosce il criterio della morte cerebrale. Coma, perdita irreversibile di qualsiasi funzionalità cerebrale, impossibilità di una respirazione autonoma: sono questi i criteri che 40 anni fa spostarono il concetto di morte dal cuore al cervello. Prima di allora, la morte veniva diagnosticata usando criteri cardiologici. Il rapporto di Harvard ha stabilito che la fine della vita è definibile con la morte di tutto il cervello. Il documento è considerato dalla maggioranza degli esperti uno spartiacque, rivestendo un’importanza storica per i trapianti, visto che la morte cerebrale è la condizione essenziale per procedere al prelievo.

© Copyright Il Giornale, 3 settembre 2008 consultabile online anche qui.

2 commenti:

mariateresa ha detto...

cara amica, tutta la polemica era largamente predibile, soprattutto mentre la politica è morta, sepolta, stecchita e in stato di decomposizione. Sto ascoltando Radio radicale (eh, si, lo so cosa stai pensando...) e il buon Bordin ha detto una cosa vera : "la polemica appare plausibile" cioè la si è cercata per rinsaldare i ranghi e anche se la prof Scaraffia non è un ecclesiatico, non esprime atti di magistero, non cambia la dottrina della Chiesa e non era quella volta lì, beh, nonostante tutto questo l'articolo era sull'Osservatore Romano e quindi....
Certe brutte abitudini, su certi media, non cambieranno mai, sennò come si fa a intervistare i soliti noti?
Discutere, parlare, ragazzi, sto dicendo PARLARE!!!, non è possibile.Subito arriva l'illuminato che esprime il suo sdegno e il suo avanzato pensare.
Che noia ragazzi.

Anonimo ha detto...

Parole sante quelle di Mariateresa. La solita polemicuzza da italica parrocchietta, supporto del nulla che ci circonda. Beh, pure io ascolto Radio Radicale (provo una certa stima per Bordin) o Popolare network, specialmente quando sono im macchina. Lo so, sono imprudente, ma è necessario conoscere gli "avversari".
Passiamo ad altro. Raffaella ti segnalo l'interessante intervista a Sandro Magister in primo piano su ilsussidiario.net. Parla delle ragioni della cristianofobia in India.
Ciao e riposati.
Alessia