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20 gennaio 2008

Mons. Guido Marini: nella Messa dei Battesimi alla Cappella Sistina, il Papa non ha "voltato le spalle" ai fedeli, ma si è orientato con loro a Cristo


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Mons. Guido Marini: nella Messa dei Battesimi alla Cappella Sistina, il Papa non ha "voltato le spalle" ai fedeli, ma si è orientato con loro a Cristo: non c'è abbandono della riforma liturgica conciliare

Domenica scorsa, la celebrazione dei battesimi nella Sistina da parte di Benedetto XVI ha avuto uno svolgimento liturgico diverso dal consueto, per via dell'utilizzo dell'antico altare della Cappella, che ha visto il Papa in alcuni momenti del rito voltare le spalle all'assemblea. Una nota dell'Ufficio delle celebrazioni pontificie aveva anticipato e spiegato questa variante, prevista dall'attuale normativa liturgica, e tuttavia - specie a livello mediatico - la scelta è stata un po' frettolosamente definita come "pre-conciliare". Fabio Colagrande ha chiesto al maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, don Guido Marini, l'esatta interpretazione di quei gesti:

R. - Credo sia importante, anzitutto, considerare l’orientamento che la celebrazione liturgica è chiamata sempre ad avere: mi riferisco alla centralità del Signore, il Salvatore crocifisso e risorto da morte. Tale orientamento deve determinare la disposizione interiore di tutta l’assemblea e, di conseguenza, anche la modalità celebrativa esteriore. La collocazione della croce sull’altare al centro dell’assemblea ha la capacità di trasmettere questo fondamentale contenuto di teologia liturgica. Si possono, poi, verificare particolari circostanze nelle quali, a motivo delle condizioni artistiche del luogo sacro e della sua singolare bellezza e armonia, divenga auspicabile celebrare all’altare antico, dove tra l’altro si conserva l’esatto orientamento della celebrazione liturgica. Nella Cappella Sistina, per la celebrazione dei battesimi, è avvenuto esattamente questo. Si tratta di una prassi consentita dalla normativa liturgica, in sintonia con la riforma conciliare.

D. - L’opinione pubblica è molto colpita da questo gesto che, in parte, il Papa ha compiuto in occasione della festa del Battesimo del Signore: dare le spalle all’assemblea. C’è chi legge in questo gesto un ritorno al passato, addirittura una chiusura del celebrante nei confronti dell’assemblea. Vuole invece spiegarci qual è il significato vero di questo gesto liturgico?

R. - Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista “non si chiude la porta all’assemblea”, ma “si apre la porta all’assemblea” conducendola al Signore.

Nella liturgia eucaristica non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è il nostro Oriente, il Salvatore. Penso che sia anche importante ricordare che il tempo in cui il celebrante, in questi casi, “volge le spalle ai fedeli” è relativamente breve: l’intera Liturgia della Parola avviene, come di consueto, con il celebrante rivolto verso l’assemblea, indicando così il dialogo della salvezza che Dio intreccia con il suo popolo. Dunque, nessun ritorno al passato, ma il recupero di una modalità celebrativa che in nulla mette in discussione gli insegnamenti e le indicazioni del Concilio Vaticano II.

D. - Mons. Marini, c’è stato chi, sulla scia del dibattito che ha seguito la pubblicazione del Motu proprio Summorum pontificum, ha letto in alcuni gesti di Benedetto XVI la volontà di abbandonare la riforma liturgica conciliare. Cosa risponde a questo genere di illazioni?

R. - Sono sicuramente illazioni e interpretazioni non corrette, sia del Motu proprio che di tutto il magistero di Benedetto XVI in ambito liturgico.

La liturgia della Chiesa, come d’altronde tutta la sua vita, è fatta di continuità: parlerei di sviluppo nella continuità. Ciò significa che la Chiesa procede nel suo cammino storico senza perdere di vista le proprie radici e la propria viva tradizione: questo può esigere, in alcuni casi, anche il recupero di elementi preziosi e importanti che lungo il percorso sono stati smarriti, dimenticati e che il trascorrere del tempo ha reso meno luminosi nel loro significato autentico.

Mi pare che il Motu proprio vada proprio in questa direzione: riaffermando con molta chiarezza che nella vita liturgica della Chiesa c’è continuità, senza rottura.

Non si deve parlare, dunque, di un ritorno al passato, ma di un vero arricchimento per il presente, in vista del domani.

© Copyright Radio Vaticana

9 gennaio 2008

La musica sacra nel pensiero della Chiesa: "L'universalità del gregoriano" (Padre Zielinski per L'Osservatore Romano)


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La musica sacra nel pensiero della Chiesa

L'universalità del gregoriano

Michael John Zielinski
Vicepresidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa


L'arte e la musica, manifestazioni della bellezza, non sono elementi estrinseci alla liturgia e neppure sono puramente decorativi; sono piuttosto parti integranti del culto, come mette in rilievo Benedetto XVI nella sua esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis del 22 febbraio 2007: "Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini. Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore" (numero 35).
Il valore spirituale della musica è stato riconosciuto in un modo distinto da san Filippo Neri. Nei suoi esercizi spirituali, che chiamava "oratorio", san Filippo usava la parola e la musica: la lettura e il commento di un testo dei Padri della Chiesa o di autori classici di spiritualità favorivano l'edificazione e il raccoglimento degli uditori, mentre la musica veniva aggiunta per consolare et recreare li animi stracchi da discorsi precedenti. Come scrive Maria Teresa Bonadonna Russo, "San Filippo dichiarò infatti (...) di aver preso dalla "pratica" l'idea di introdurre "tra gli esercizi gravi fatti da persone gravi la piacevolezza della musica spirituale"". L'idea di inserire la musica nelle sue riunioni spirituali, che concepiva come "reti per pescar anime", sembra dovuta all'esperienza maturata durante la sua giovinezza a Firenze, dove il canto delle laudi sacre era molto diffuso fra il popolo. Di questi canti san Filippo stimava non solo la semplicità formale, ma anche la suggestione emotiva che grazie a essa erano in grado di suscitare.
Nel cosiddetto "oratorio grande" e nelle celebrazioni liturgiche la musica divenne sempre più importante ed elaborata, anche se non è mai stata considerata fine a se stessa: il suo scopo era il culto solenne offerto a Dio e l'edificazione delle anime. La Chiesa Nuova era un centro del mondo musicale romano, e fra gli amici e figli spirituali del santo si trovano i grandi musicisti del Cinquecento: Anerio, Animuccia, Palestrina, da Victoria. In tutte le regioni d'Italia, le congregazioni dell'Oratorio erano luoghi dove fioriva la musica sacra.
San Filippo ed i suoi figli spirituali mettevano in prassi ciò che la tradizione ecclesiale ha sempre affermato: il canto e la musica sacri, nell'offrire gloria a Dio nella solennità della celebrazione liturgica, sostengono la preghiera e la partecipazione ai santi misteri di quanti vi assistono. Nel santificare i fedeli e nell'educarne il gusto, il canto sacro rende anche esplicita la misteriosa unità del corpo mistico. Sant'Agostino descrive nelle sue Confessioni la viva commozione provata a Milano nel partecipare a celebrazioni in cui i fedeli eseguivano il canto dei salmi e degli inni di sant'Ambrogio (IX, 7, 15-16). In un sermone lo stesso sant'Agostino dice: "L'uomo nuovo sa qual è il cantico nuovo. Il cantare è espressione di gioia e, se pensiamo a ciò con un po' più di attenzione, è espressione di amore" (Sermo, 34, 1). In tal senso, Benedetto XVI ha detto durante la sua visita al Pontificio Istituto di Musica Sacra il 13 ottobre 2007: "Quanto è ricca la tradizione biblica e patristica nel sottolineare l'efficacia del canto e della musica sacra, per muovere i cuori ed elevarli a penetrare, per così dire, nella stessa intimità della vita di Dio!".
Tanti documenti pontifici e conciliari del secolo scorso richiamano alla celebrazione dei divini uffici in modo solenne e in canto. Come frutto di questo rinnovamento di musica sacra, i fedeli venivano a conoscere bene le melodie gregoriane più comuni, e ciò accadeva in molte regioni del mondo. Negli ultimi decenni, è invece stata proposta una grande varietà di canti e canzoni per favorire il coinvolgimento dell'assemblea; purtroppo essi mancano spesso nella forma e nel contenuto. Emerge anche il problema che molte composizioni nuove sono così effimere e legate al proprio tempo che devono essere sostituite dopo pochi anni.
Bisogna sottolineare che il magistero non richiede un'indistinta partecipazione di tutto il popolo nel canto liturgico, ma raccomanda un buon coordinamento di tutti, ciascuno secondo i propri compiti e ministeri, per cui "scaturisca quel giusto clima spirituale che rende il momento liturgico veramente intenso, partecipato e fruttuoso" (Giovanni Paolo II, chirografo sulla musica sacra Mosso dal vivo desiderio, 23 novembre 2003). I documenti ecclesiastici parlano soprattutto del canto gregoriano, perché esso è intimamente unito alle fonti bibliche, patristiche e liturgiche e fa parte della lex orandi della Chiesa. Questa è la traccia dal motu proprio di san Pio X Tra le sollecitudini (1903) ai giorni nostri, passando attraverso l'enciclica Musicae sacrae disciplina di Pio XII (1955), il capitolo sesto della costituzione sulla sacra liturgia del Vaticano II Sacrosanctum Concilium (1963), la successiva istruzione dell'allora Congregazione dei Riti (1967), e il chirografo Mosso dal vivo desiderio di Giovanni Paolo II (2003) in commemorazione del centenario del Tra le sollecitudini.
In Sacramentum caritatis, Benedetto XVI afferma: "La Chiesa, nella sua bimillenaria storia, ha creato, e continua a creare, musica e canti che costituiscono un patrimonio di fede e di amore che non deve andare perduto. Davvero, in liturgia non possiamo dire che un canto vale l'altro. A tale proposito, occorre evitare la generica improvvisazione o l'introduzione di generi musicali non rispettosi del senso della liturgia. In quanto elemento liturgico, il canto deve integrarsi nella forma propria della celebrazione. Di conseguenza tutto - nel testo, nella melodia, nell'esecuzione - deve corrispondere al senso del mistero celebrato, alle parti del rito e ai tempi liturgici. Infine, pur tenendo conto dei diversi orientamenti e delle differenti tradizioni assai lodevoli, desidero, come è stato chiesto dai Padri sinodali, che venga adeguatamente valorizzato il canto gregoriano, in quanto canto proprio della liturgia romana" (numero 42).
Non è soltanto possibile, è anche desiderabile che l'assemblea, nella celebrazione della Santa Messa, partecipi cantando in gregoriano le parti che le sono assegnate. Ciò sarebbe un ritorno alla serietà della liturgia, alla santità e alla bontà di forme e all'universalità che devono caratterizzare ogni musica liturgica degna di questo nome, come insegna san Pio X e ribadiscono sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI. Si potrebbe iniziare dalle acclamazioni, dal Pater noster, e dai canti dell'Ordinario della Messa. Non si dovrebbe sottovalutare la capacità dei fedeli di apprendere un repertorio minimo. Possiamo imparare molto dall'esperienza dei paesi africani, dove il popolo cristiano canta facili melodie gregoriane ormai ben assimilate.
Non sorprende quindi che la musica sacra sia in crisi, perché "senza il canto gregoriano la musica di chiesa è mutilata, (...) non ci può essere anzi musica di chiesa senza canto gregoriano", come afferma monsignor Valentín Miserachs Grau, presidente del Pontificio Istituto di Musica Sacra. "I grandi maestri della polifonia sono ancora più grandi quando si basano sul canto gregoriano, mutuandone le tematiche, la modalità e la poliritmia. Per questo spirito che ne informa la raffinata tecnica, per questa fedele aderenza al testo sacro e al momento liturgico, sono stati grandi Palestrina, Lasso, da Victoria, Guerrero, Morales, e via dicendo". Anche le nuove composizioni, sia in latino sia in lingua volgare, sono tanto più valide quanto più si ispirano al canto gregoriano. Giovanni Paolo II ha fatto suo il noto principio di san Pio X: "Una composizione di chiesa è tanto più sacra e liturgica, quanto più nell'andamento, nell'ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto meno è degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme" (Tra le sollecitudini, numero 3; Mosso dal vivo desiderio, numero 12).

Nonostante i pronunciamenti del Concilio Vaticano II e del magistero papale, la musica di chiesa è in crisi; è colpita dall'ermeneutica di discontinuità e di rottura, della quale Benedetto XVI ha parlato nel suo Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005.

Per recuperare il grande tesoro che la tradizione della Chiesa ci ha trasmesso, bisogna cominciare con il canto gregoriano, che è in grado di comunicare al popolo di Dio il senso della cattolicità e di guidare verso una retta inculturazione.

Lo scrittore tedesco Martin Mosebach ricorda che questa musica era insolita anche alle orecchie di Carlo Magno o di san Tommaso d'Aquino, di Monteverdi o di Haydn. Ed era tanto estranea ai tempi loro quanto lo è ai nostri giorni. Oggi, tuttavia, si è meglio disposti verso la musica di altre culture di quanto non lo fossero i cristiani di molti secoli fa. Anzi, le melodie delle varie tradizioni locali, anche di culture diverse dalla nostra, sono parenti prossime del canto gregoriano, e anche in questo senso il canto gregoriano è veramente universale.

(©L'Osservatore Romano - 10 gennaio 2008)

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Il Concilio Vaticano II e la sua attuazione

Un'ermeneutica della riforma radicata in Cristo

Nel 1972 l'arcivescovo di Cracovia, il cardinale Karol Wojtyla, decise di illustrare ai fedeli della sua diocesi i frutti dell'insegnamento conciliare in un volume appena ripubblicato (Alle fonti del rinnovamento. Studio sull'attuazione del Concilio Vaticano Secondo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007, pagine 437, euro 19). In questa pagina riproduciamo la prefazione scritta dal cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, la premessa di Adam Kubis e di Stanislaw Nagy e l'introduzione del cardinale Wojtyla.

Camillo Ruini

Nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 Benedetto XVI ha offerto un'analisi penetrante della recezione del Concilio Vaticano II, indicando la via maestra del superamento della contrapposizione di "due ermeneutiche contrarie" che "si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro". "L'una - affermava il Papa - ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare "ermeneutica della discontinuità e della rottura"; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino".
Già poco tempo dopo la conclusione del Vaticano II, e certamente a far data dal 1968, l'interpretazione dei testi - e dello "spirito" - del concilio diventa oggetto di dibattito acuto, con l'affermarsi di linee divergenti anche all'interno del mondo cattolico. Al rifiuto di alcuni, che vedevano nel concilio una sostanziale rottura con la tradizione, si contrapponevano quanti consideravano la novità del concilio tale da condurre a un'apertura radicale nei confronti della cultura del nostro tempo, con modalità senz'altro variegate e per molti versi divaricate, ma in questo decisamente convergenti. Si trattava di un'interpretazione disinvolta, in realtà spesso riduttiva ed elusiva, la cui eco non è del tutto spenta, come mostrano posizioni anche recenti di storici e teologi. L'appello generico allo "spirito del concilio" espone al rischio di interpretazioni soggettive, che fraintendono l'autentica natura dell'evento conciliare e aprono lo spazio a sviluppi difficilmente compatibili con la sostanza del cattolicesimo.
"All'ermeneutica della discontinuità - proseguiva Benedetto XVI nel suo magistrale discorso - si oppone l'ermeneutica della riforma, come l'hanno presentata dapprima Papa Giovanni XXIII nel suo discorso d'apertura del concilio l'11 ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965". Ermeneutica in cui la tradizione vive nell'intreccio fecondo e fedele di continuità (che non è ripetizione) e novità (che non è cambiamento della sostanza). Un impegno che scaturisce anzitutto da un rapporto vitale e spirituale con la parola della fede e da una vissuta ecclesialità: via "estremamente esigente - è ancora Benedetto XVI che parla - come appunto è esigente la sintesi di fedeltà e dinamica. Ma ovunque questa interpretazione è stata l'orientamento che ha guidato la recezione del concilio, è cresciuta una nuova vita e sono maturati frutti nuovi. Quarant'anni dopo il concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell'agitazione degli anni intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l'opera svolta dal Concilio".
L'opera di Karol Wojtyla che presentiamo in questa nuova veste editoriale costituisce il primo e forse a tutt'oggi il più approfondito studio nell'ottica di tale ermeneutica della riforma.
In essa non si contrappone il Vangelo alla modernità, ma neppure lo si stempera dentro una adesione acritica di sapore immanentistico. Al contrario, emerge l'esigenza - e insieme la sfida - dell'incentramento antropologico, dove l'equilibrio è colto in quella reciprocità che non è declinata come mediazione riduttiva e rinunciataria, ma come intuizione feconda e originaria della legge dell'incarnazione. Nella luce della realtà e del mistero di Gesù Cristo trovano infatti unità - senza mai assorbirsi l'uno nell'altro - i due poli essenziali del discorso teologico: Dio e l'uomo.
Sarà questo, del resto, l'asse portante della prima e programmatica enciclica di Giovanni Paolo II Redemptor hominis, dove l'uomo "è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione" (14); ma lo è fondamentalmente perché "Gesù Cristo è la via principale della Chiesa" (13), perché "Cristo Signore ha indicato questa via, soprattutto quando - come insegna il Concilio - "con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo" (Gaudium et spes, 221)" (13).
Nell'enciclica immediatamente successiva Dives in misericordia Giovanni Paolo II sviluppa per così dire questo principio, contestando e superando in radice la contrapposizione tra antropocentrismo e teocentrismo: "Quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull'uomo, quanto più è, per così dire, antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo verso il Padre. Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell'ultimo Concilio" (1).
Nel 1972, a dieci anni dall'apertura del Concilio Vaticano II, l'allora Cardinale di Cracovia sente il bisogno di riprenderne organicamente l'insegnamento, quale fermento e pietra fondamentale del rinnovamento della Chiesa. Egli intende offrire un vero e proprio, articolato e organico, vademecum del concilio.
L'interpretazione wojtyliana del Vaticano II quanto più si radica in Cristo, tanto più invita a una grande e coraggiosa uscita dai discorsi autoreferenziali, dal proprio orto e recinto. Non per adattamento che insegue lo spirito del tempo - non aveva torto il teologo anglicano William Ralph Inge quando scrisse: "Colui che desidera sposare lo spirito del tempo si ritrova presto vedovo" (citato in Peter Ludwig Berger, Una gloria remota, Avere fede nell'epoca del pluralismo, il Mulino, Bologna, 1994, pagine 16 e seguenti) - ma per esigenza e coerenza interna allo stesso messaggio cristiano e alla grande tradizione cattolica. La frequenza con cui nel suo studio Wojtyla fa riferimento alla Gaudium et spes lo conferma chiaramente.
I fermenti teologici e spirituali della prima metà del Novecento - non esclusa la forte ripresa del filone tomista, che ha registrato debolezze e rigidità, ma anche forti intuizioni e illuminazioni - hanno costituito così quel grande moto di rinnovamento che sfocia nell'aggiornamento del Vaticano II. L'ampia riflessione wojtyliana è imperniata sul riferimento trinitario, che non solo la apre tematicamente ma la compenetra tutta come suo orizzonte, ed è concentrata sullo sviluppo organico di quella antropologia cristologica che consente di fare unità tra l'approfondimento speculativo e l'orientamento dell'azione ecclesiale.
Wojtyla aveva ben presente l'amara constatazione di Max Scheler, da lui studiato approfonditamente, che già nella sua opera del 1928 Die Stellung des Menschen im Kosmos (La posizione dell'uomo nel cosmo) notava: "Abbiamo una antropologia scientifica, una antropologia filosofica e una antropologia teologica che si ignorano a vicenda. Così non possediamo una qualche idea concreta di quel che l'uomo è. Nella loro sempre più grande molteplicità le discipline particolari applicatesi allo studio dell'uomo, più che chiarirne il concetto lo hanno oscurato e reso oscuro". Una questione, questa, che rimane aperta e scottante e che diviene sempre più complessa: basti pensare al campo delle neuroscienze, al dibattito sulle origini dell'universo, al prevalere di un diffuso scetticismo conoscitivo, nei quali l'uomo, invece di riconoscere la propria finitezza e la grandezza che lo apre all'infinito, rischia di perdere la sua specificità di soggetto e di ridursi ad un oggetto tra gli altri. Su questo terreno si scopre la vera attualità del Vaticano II e l'urgenza di proseguirne il cammino.
"Desideriamo quindi ardentemente attuare il Concilio" scriveva l'allora arcivescovo di Cracovia, avviandosi a concludere - dopo aver trattato le dinamiche salienti della responsabilità pastorale e del vissuto ecclesiale - il suo ampio studio. È questo anche oggi il nostro desiderio, illuminato dalla parola dell'attuale Pontefice e largamente sentito dal popolo di Dio, per quel senso della fede che gli è donato. Ed è campo di lavoro e di responsabilità di teologi e pastori, per la missione che è loro propria. La lettura di questo saggio nutre e sostanzia tale intento, con la fecondità della verità e dell'amore che vengono dall'intelligenza e dal cuore di Wojtyla, testimone della fede e protagonista della storia.

(©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2008)


Un debito contratto con lo Spirito Santo

Karol Wojtyla

Un vescovo che ha partecipato al Concilio Vaticano II si sente debitore verso di esso. Il Concilio infatti, oltre a quei pregi che già gli furono attribuiti e a quelli che gli verranno attribuiti in futuro, ha un valore e un significato unico e irripetibile per tutti coloro che vi hanno preso parte e lo hanno portato a compimento, anzitutto quindi per i vescovi, padri conciliari. Partecipando attivamente, per quattro anni, al Vaticano II ed elaborandone i testi, essi sono venuti in pari tempo ad arricchirsi spiritualmente in virtù del concilio che vivevano. La stessa esperienza di una comunità universale era per ognuno di loro un grande bene, di portata storica. La storia del concilio che solo in avvenire potrà essere scritta in modo esauriente, era già presente come avvenimento straordinario negli animi di tutti i vescovi che vi partecipavano, durante il periodo che va dal 1962 al 1965; assorbiva completamente i loro pensieri, stimolava la loro responsabilità, era esperienza eccezionale e realtà profondamente vissuta.
Da tale esperienza, storicamente già chiusa ma spiritualmente sempre in atto, sorge per l'appunto l'esigenza di pagare il debito contratto. Quando ci domandiamo con chi sia stato contratto, allora siamo condotti - pur attraverso tutte le persone, le enunciazioni, le menti, gli atteggiamenti, le prospettive, attraverso tutta la visibile realtà dell'assemblea conciliare - a colui che è l'invisibile, a colui che incessantemente adempie la promessa fatta un tempo agli apostoli nel cenacolo: "Egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Giovanni, 14, 26).
Tramite la complessa esperienza del concilio abbiamo contratto un debito verso lo Spirito Santo, verso lo Spirito di Cristo. Questo infatti è lo Spirito che parla alla Chiesa (cfr Atti degi Apostoli, 2, 7): durante il concilio e per suo mezzo, la sua parola è divenuta particolarmente espressiva e decisiva per la Chiesa. I vescovi, membri del collegio, che hanno ereditato dagli apostoli la promessa fatta da Cristo nel cenacolo, sono tenuti in modo particolare a essere consapevoli del debito contratto "con la parola dello Spirito Santo", perché furono essi a tradurre in linguaggio umano la parola di Dio.
Questa espressione, in quanto umana, può essere imperfetta e rimanere aperta a formulazioni sempre più precise, però nello stesso tempo è autentica, perché contiene proprio ciò che lo Spirito "disse alla Chiesa" in un determinato momento storico. Così la consapevolezza del debito deriva dalla fede e dal Vangelo, che ci permettono di esprimere la parola di Dio nel linguaggio umano dei nostri tempi, connettendolo all'autorità del supremo magistero della Chiesa.
Cristo disse: "Io sono con voi tutti sino alla fine del mondo" (Matteo, 28, 20). Queste parole hanno acquistato una freschezza nuova durante il concilio.
La consapevolezza del debito verso il concilio è unita al bisogno di dare una ulteriore risposta. È la fede a esigerla. Questa infatti, per sua essenza, è una risposta alla parola di Dio, a ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. Quando dunque si parla dell'attuazione del concilio, in ultima analisi si tratta proprio e soltanto di questa risposta.
La giusta prospettiva per valutare il problema è quella della fede, cioè della sua struttura vitale in ogni cristiano. Da tale prospettiva nasce del resto anche la consapevolezza del debito da pagare. E se questa consapevolezza è viva in ogni cristiano, deve esserlo in modo particolare nel vescovo: si tratta appunto della risposta alla parola dello Spirito, alla espressione umana della quale egli stesso ha partecipato. Come membro del concilio, egli è un testimone particolare e insieme un debitore di questa parola. Perciò deve sentire un'autentica responsabilità nei riguardi della risposta integrale della fede, che alla parola del Signore, alla parola dello Spirito, daranno la Chiesa e il mondo. In ciò consiste la continuità della testimonianza uscita dal cenacolo.
Sarebbe un errore il non considerare l'attuazione del Vaticano II come risposta della fede alla parola del Signore trasmessa da questo concilio.
Ed è auspicabile che l'idea che guida l'attuazione del Vaticano II sia quella che intende il rinnovamento intrapreso dal concilio come una tappa storica dell'autorealizzazione della Chiesa. La Chiesa infatti, attraverso il concilio, ha precisato non soltanto che cosa pensa di se stessa, ma anche il modo in cui vuole realizzare se stessa. La dottrina del Vaticano II si rivela come immagine, adeguata ai nostri tempi, di tale autorealizzazione della Chiesa, immagine che in vari modi deve permeare le anime di tutti i membri del popolo di Dio. Se talvolta adoperiamo il termine "iniziazione conciliare" lo facciamo appunto in questo senso. "Iniziazione" significa sia "introduzione" sia addirittura "partecipazione al mistero". Il vescovo, come autentico testimone del Concilio, è colui che ne conosce il "mistero" e perciò grava su di lui principalmente la responsabilità della introduzione e della iniziazione alla realtà del concilio stesso. Essendo egli maestro di fede, spetta soprattutto a lui sollecitare questa risposta della fede, che dovrebbe costituire il frutto del concilio e la base della sua attuazione.
Questo libro è ideato come un saggio di "iniziazione". Non vuole essere un commento ai documenti del Vaticano cosa questa che riguarda i teologi, e che essi - anche in Polonia - stanno instancabilmente offrendo. Questo libro potrebbe essere considerato piuttosto un vademecum che introduce ai relativi documenti del Vaticano II, ma sempre dal punto di vista della loro attuazione nella vita e nella fede della Chiesa. Infine, questo libro va considerato non come uno studio scientifico, bensì come un ampio studio "di lavoro" nell'ambito dell'attività della Chiesa nel mondo, e in particolare di quella polacca. Infatti, la Chiesa cerca in se stessa e nel mondo un'adeguata forma corrispondente alla verità del concilio, a quel soffio dello Spirito che l'ha pervaso.
Offro e dedico il presente libro soprattutto a coloro che nella Chiesa di Cracovia mi aiutano generosamente e collaborano con me, come vescovo, ad attuare il Vaticano II.

(©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2008)


Protagonista è la figura del credente

Adam Kubis e Stanislaw Nagy

Quando il Concilio Vaticano II ebbe inizio, ci si attendeva da esso un "aggiornamento" della Chiesa, che aprisse anche una via verso l'unione dei cristiani. Durante le sessioni conciliari queste finalità hanno cominciato a delinearsi più chiaramente. L'episcopato del mondo intero ha riflettuto sulle implicazioni pastorali di molti elementi essenziali della fede cristiana e, in particolare, sulla realtà e sulla missione della Chiesa. Proprio al centro di questa problematica si inserisce il libro del cardinale Wojtyla.
Il titolo stesso - Alle fonti del rinnovamento. Studio sull'attuazione del Concilio Vaticano II - consente di cogliere le premesse fondamentali dell'opera e indica chiaramente che l'autore considera il Vaticano II come la pietra miliare del rinnovamento della Chiesa. È sua convinzione che il concilio sia per la Chiesa un segno dei tempi poiché illumina il mondo con la luce che Cristo ha portato. Secondo l'autore l'autentico rinnovamento ecclesiale si deve identificare soprattutto con l'attuazione del concilio. Questo non significa che il cardinale Wojtyla consideri il Vaticano II come l'unico ed esclusivo punto di partenza per l'autorealizzazione della Chiesa contemporanea. Da sempre, infatti, esistono gli eterni problemi dell'uomo e sempre permane valido il messaggio immutabile del Vangelo. Nell'ambito di tali problemi e di tale messaggio si inserisce sia l'insegnamento del concilio sia l'orientamento pastorale in esso contenuto.
Occorre sottolineare che, nel suo studio, Wojtyla non ha affrontato i problemi riguardanti i metodi pratici di attuazione del Vaticano II. (...) L'autore ha incentrato la sua attenzione quasi esclusivamente su ciò che deve venire attuato. E lo ha fatto con piena consapevolezza, partendo dal principio che le riflessioni che si riferiscono al modo in cui va realizzato il concilio debbono essere precedute da quelle che riguardano ciò che si deve attuare.
Lo studio sull'attuazione del Vaticano II - oltre all'introduzione e alla conclusione - comprende tre parti: la prima, che spiega il significato fondamentale dell'iniziazione conciliare, costituisce un'ampia introduzione all'analisi, che viene proposta nelle due parti successive, le quali trattano rispettivamente della formazione della coscienza e degli atteggiamenti. L'opera nel suo insieme si presenta come una sorta di sintesi degli aspetti principali della dottrina conciliare. In primo luogo, l'autore ha posto in luce la problematica dei documenti ecclesiologici, ossia della Costituzione dogmatica sulla Chiesa e della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Agli altri documenti ha invece attribuito il ruolo proporzionato alla funzione che essi hanno nel complesso dell'insegnamento conciliare.
Ma qual è la natura delle sintesi che l'autore ci propone e che cosa ci insegna circa il Vaticano II?
Senza alcun dubbio a volte il libro dà l'impressione di riordinare in un certo senso i prescelti testi conciliari. Del resto lo afferma l'autore stesso definendo il suo libro come "uno studio di lavoro", o un vademecum del concilio, che si propone lo scopo di sistematizzare in qualche modo la grande ricchezza dell'insegnamento conciliare. Questo, tuttavia, non è l'aspetto più importante. L'essenziale è la chiave secondo cui il cardinale Wojtyla ha operato tale sistematizzazione e il fine che ha in tale modo raggiunto.
Alle fonti del rinnovamento nelle sue più profonde premesse è, secondo l'autore, una ricerca e, nello stesso tempo, una risposta alle domande legate alla fede e a tutta l'esistenza dell'uomo credente: che cosa significa essere cristiano e vivere nella Chiesa e nel mondo contemporaneo? Queste sono domande di carattere esistenziale, perché non riguardano solo la verità della fede, e cioè della pura dottrina, ma la collocano anche nella coscienza e nell'esistenza concreta dell'uomo, esigendo una determinazione di quegli atteggiamenti in cui si deve configurare la vita di chi è cattolico credente. In altre parole, esse riguardano la fede non soltanto dal punto di vista del puro contenuto delle verità rivelate, ma dal punto di vista della sua pienezza nella dimensione dell'esistenza cristiana. La risposta a queste domande ha condotto Wojtyla a rileggere e a riorganizzare l'insegnamento del concilio nella prospettiva esistenziale e, nello stesso tempo, a mettere in luce il suo orientamento pastorale, servendosi delle proprie riflessioni che egli fa scaturire dall'antropologia cristiana.
Grazie a questo la dottrina del concilio, radicata nella Scrittura e nella Tradizione, presenta nel libro anche una conoscenza più approfondita dell'uomo. Di qui il linguaggio tipico dell'autore, il modo originale di formulare la dottrina e la particolare insistenza su alcune verità. Nuove infatti sono le prospettive e le finalità. L'accento viene posto sulla persona del credente, non sul contenuto della fede. L'opera del cardinale Wojtyla tende dunque a creare una approfondita consapevolezza cristiana e maturi atteggiamenti verso il mondo contemporaneo.
Inoltre, occorre rilevare che questo libro è stato scritto da Wojtyla con il pensiero rivolto al sinodo pastorale dell'arcidiocesi di Cracovia, che allora inaugurava i suoi lavori. Il sinodo si era prefisso come scopo l'arricchimento della consapevolezza della vita nella fede. Esso voleva raggiungere questo scopo, tra l'altro, tramite lo studio dell'insegnamento del Vaticano II e una riflessione sulla più integrale attuazione delle sue direttive. Le commissioni sinodali e i gruppi di studio - questi ultimi senza possedere una veste ufficiale, erano stati convocati dal sinodo - si giovarono dell'opera del loro vescovo, ricevendone un aiuto per programmare la loro attività. Lo Studio di Karol Wojtyla ha loro mostrato, fin dalle sue premesse, che cosa si deve fare quando ci si impegna nell'attuazione del concilio.
È noto che il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano I, per esempio, hanno avuto prevalentemente un carattere dottrinale, in quanto si sono posti soprattutto degli scopi apologetici. Difendendo la Chiesa da ogni deformazione della fede cattolica, definirono la verità in pericolo e condannarono le dottrine erronee. Invece, l'orientamento del Vaticano II - come abbiamo accennato - è stato in primo luogo pastorale. Rinunciando consapevolmente alle definizioni dogmatiche questo concilio voleva presentare la dottrina cattolica soprattutto nel suo rapporto verso l'uomo e il mondo contemporaneo, e in tale maniera promuovere la disponibilità al dialogo, alla collaborazione e alla solidarietà verso tutti gli uomini di buona volontà.
L'opera del cardinale Wojtyla sull'attuazione del Vaticano II rimane fedele a tale orientamento del concilio. Non vi si trovano accenti polemici, sebbene sia stato scritto in una situazione piena di tensioni e a volte di tendenze contraddittorie all'interno della Chiesa stessa. Interpretando serenamente la lettera e lo spirito del Vaticano II ricorda che il concilio non ha perduto la sua attualità, ne dà segni di invecchiamento. L'autore dello studio vuole aprire a tutti il tesoro "delle cose nuove e vecchie" (Matteo, 13, 51).

(©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2008)

Ratzinger più nuovo del concilio (Baget Bozzo per "La Stampa")


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Ratzinger più nuovo del concilio

GIANNI BAGET BOZZO

Benedetto XVI ha letto il Concilio come Tradizione che continua. Ciò non è lontano dal concetto di «aggiornamento» per cui Giovanni XXIII aveva convocato il Vaticano II. Per la Chiesa il passato non è semplicemente passato: nel tempo della Chiesa continua un messaggio mai interrotto e mai spezzato. Tutto ciò che è stato approvato dalla Chiesa può tornare a vivere nella lettura continua della verità che incorpora. Giovanni Paolo II si è presentato come un predicatore evangelico, con l’annuncio di una nuova evangelizzazione: il Papato è con lui divenuto una cattedra itinerante alla ricerca delle nazioni, dei popoli, delle Chiese, delle religioni, degli uomini. Fu una grande uscita nello spazio esterno alla Chiesa, che fece nuovamente del Papa la guida del popolo cristiano, saldando nella sua figura il contrasto che era nato tra fede e teologia, tra popolo e accademia. Benedetto XVI non pensa più alle masse, alle grandi udienze collettive rivolte ai popoli. Il suo pubblico sono i cattolici. Si rivolge ai cattolici in chiave liturgica, facendo del culto e del sacramento il centro della vita cristiana.

Il simbolo sacro del Mistero torna a essere l’aura in cui il Papa si avvolge, per cui ogni manifestazione pubblica è celebrazione liturgica. Di qui il cambiamento delle parole, dei gesti, delle vesti. Benedetto XVI si rivolge al mondo, ma lo fa parlando ai cattolici, rafforzando il sentimento di identità e di universalità. È un ritorno a Pio XII? Lo è forse perché fu Papa Pacelli a parlare della Chiesa come Corpo mistico di Cristo, riportando nel linguaggio ecclesiale il sentimento del Mistero cristiano. Ma Benedetto ha intenzione di riportare la divinizzazione del cristiano, insegnata dalla Scrittura e dai Padri, al centro della vita ecclesiale. Di qui la sua affinità con l’ortodossia greca, slava e orientale, che ha conservato la liturgia ecclesiale come il luogo proprio della vita cristiana, dove la persona e la comunione si lasciano trapassare dallo Spirito.
In questo senso, Benedetto XVI è un Papa nuovo per un nuovo tempo, dopo che lo gnosticismo rivoluzionario ha finito di valere come affabulatore del linguaggio, anche dei cattolici. È un Papa nuovo anche rispetto al tempo precedente il Concilio. Viene quando il moderno è finito e il postmoderno è un infinito vuoto.
Le vesti antiche usate da Benedetto non indicano il ritorno al passato, perché la Tradizione non è mai solo un passato: anche le vesti sono un simbolo che continua. Benedetto dà un pieno senso alle grandi questioni morali già espresse dai Papi post-conciliari, ma le accentua sul tema dell’omosessualità, dell’aborto, delle cellule staminali, dei rapporti tra scienza e uomo. È l’idea della creazione, della bontà della natura umana, che vuole difendere dall’individualismo totale che tende, in Europa, a divenire la forma culturale dominate. Benedetto intende impegnare la Chiesa su questi temi ed è probabilmente sua l’idea di affidare a un non cattolico come Giuliano Ferrara la difesa della creazione sul tema fondamentale della vita: non come proposta di legge, ma come idea universale che vuole esprimere la volontà della civiltà cristiana di non morire, della comunità di non essere distrutta dall’individualismo totale. È un messaggio che non si rivolge soltanto alla vita biologica dell’uomo, ma alla civiltà cristiana che ha costruito il mondo contemporaneo.

Benedetto XVI riprende in modo sistematico le posizioni della Tradizione: i missionari che la Chiesa manda nelle terre non evangelizzate non sono inviati come organizzatori economici o riformatori sociali; sicuramente faranno anche questo, ma la loro prima missione è di impiantare la Chiesa nelle terre in cui sono mandati. Così l’ecumenismo e il riconoscimento di Israele come primo popolo di Dio non tolgono il fatto che il cattolico possa desiderare e promuovere un cammino di conversione per i non cattolici. È una grande sfida rivolta a tutta la Chiesa affinché il popolo cristiano viva il mistero divino nella sua vita interiore e lo manifesti nella sua vita comune. Vi è quindi ben più, in Papa Benedetto, che il restauratore del pre-Concilio.

© Copyright La Stampa, 9 gennaio 2008, consultabile online anche qui

7 gennaio 2008

"Spe salvi", card. Martini: "Affidiamoci alla speranza" (Valli per "Europa")


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CHIESA E PEDOFILIA: LA TOLLERANZA ZERO DI PAPA BENEDETTO XVI: LO SPECIALE DEL BLOG

OGGI BENEDETTO XVI INCONTRA IL CORPO DIPLOMATICO

Il neosocialismo “no global” di papa Ratzinger (Giovanna Chirri per "La Gazzetta del Mezzogiorno online"

Attentati coordinati contro chiese cristiane a Baghdad e Mosul: richiesta di preghiera

Prefazione del metropolita Kirill (Patriarcato di Mosca) a "Introduzione al Cristianesimo" del Prof. Joseph Ratzinger

La Chiesa cattolica lancia una preghiera per le vittime dei preti pedofili (Gazzetta del sud)

Ma siamo noi entrati davvero nell'essenza del presepio? (Un'omelia del cardinale Montini, 1955)

La cura Ratzinger per combattere la pedofilia tra le fila del clero non si ferma (Giansoldati per "Il Messaggero")

Ogni autentico credente, con la piccola luce che porta dentro di sé, può e deve essere di aiuto a chi si trova al suo fianco

Il Papa: "Mea culpa sui preti pedofili". Ratzinger ispiratore della tolleranza zero varata quando era Prefetto della CDF (La Rocca per "Repubblica")

La Chiesa vuole mettersi al servizio dell'umanità e assolve appieno "la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore"

Card. Ratzinger: "Lo sguardo dei Magi arrivava lontano: erano persone che andavano alla ricerca di Dio e quindi di se stesse..." (Sul Natale)

J. Ratzinger ricorda gli anni del Concilio: la riforma liturgica e la discussione sulle "fonti della rivelazione":Scrittura e Tradizione (La mia vita)

INTERVISTA CON IL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI «Questo messaggio viene da Gerusalemme, per questo vorrei rimanesse impresso in tutti»

Affidiamoci alla speranza

ALDO MARIA VALLI

Il prossimo 15 febbraio compirà 81 anni e il parkinson lo sta mettendo a dura prova. Come se non bastasse, una polmonite presa qualche mese fa lo ha fortemente debilitato. Però il sorriso è più dolce che mai e lo sguardo è quello di un uomo buono, in pace con se stesso e con gli altri.
Per camminare si aiuta con il bastone e quando si siede evita poltrone e divani perché non riuscirebbe più a rialzarsi, ma da lui non sentirete mai un lamento. Il cardinale Carlo Maria Martini invece non fa che ringraziare. A Gerusalemme vive nella sede del Pontificio istituto biblico, dove lo incontro.

Eminenza, come sta?

Sto abbastanza bene, come vede.
Posso sopportare abbastanza il clima di qui, migliore di quello italiano perché è piuttosto stabile, senza grandi cambiamenti, che va bene per le persone anziane. E poi Gerusalemme sta in alto e l’aria è buona.

Come sono le sue giornate qui?

Sono divise fra tre grandi priorità: anzitutto la preghiera di intercessione per tutte le intenzioni che ho conosciuto a Milano e per tutte quelle che mi vengono raccomandate per questi popoli e per il mondo intero; poi un po’ di studio, per quanto possibile, e poi qualche incontro, qualche momento di ritiro spirituale. Quindi le giornate passano molto in fretta.

Quando lasciò Milano, nel 2002, disse: «Vado a Gerusalemme avvinto dallo Spirito senza sapere che cosa mi capiterà ». Adesso può fare un bilancio di che cosa le è capitato?

Mi è capitato che lo Spirito mi ha condotto giorno dopo giorno e mi riserva sempre sorprese, che riguardano anche il futuro.
Non bisogna mai adagiarsi sul presente!

Che cosa le sta insegnando questa esperienza?

Mi sembra che mi stia insegnando soprattutto due cose: la pazienza e la fiducia. Uno vorrebbe sempre la soluzione immediata dei problemi e invece bisogna affidarsi alla provvidenza, allo scorrere del tempo. Bisogna saper aspettare, e la gente qui insegna molto a essere pazienti e fiduciosi.

Gerusalemme è più città di pace o di conflitto?

Esteriormente sembra più di conflitto, ma per chi la conosce dall’interno è una città in cui c’è molta preghiera, c’è molto dialogo, e ci sono molti tentativi di incontro. Quindi direi una città che desidera fortemente la pace, anche se fatica a ottenerla.

Lei riesce a immaginarsela questa pace?

Non credo che sia immaginabile con criteri politici, che d’altra parte sono alieni da me. Ma la posso immaginare molto bene come dono di Dio, questo sì.

Lei pensa davvero che i cristiani potrebbero sparire da questa terra?

Certamente il numero dei cristiani qui sta diminuendo, e quindi bisogna aiutarli a far sì che possano fermarsi e restare. Non solo come singoli ma come comunità cristiana che testimonia il vangelo.

Da questo suo osservatorio come vede la Chiesa nel mondo?

Da questo osservatorio in realtà io non cerco di vedere ma di pregare. Sto con le braccia alzate, pregando per tutte le intenzioni della Chiesa. Non voglio giudicare ma unicamente intercedere.

E questo anche per la Chiesa italiana?

Anche per la Chiesa italiana.

Più di quarant’anni fa Paolo VI scrisse che questo nostro mondo moderno offre non una ma cento forme di possibile contatto con la Chiesa. Secondo lei nella Chiesa di oggi c’è ancora questa fiducia o prevale forse un po’ di timore?

C’è un po’ di timore, però la gente semplice ha molta fiducia.
Quindi bisogna puntare su questa fiducia e soprattutto fare atti di fiducia.

Che cosa pensa del messaggio del papa per la giornata mondiale della pace che si celebra il primo gennaio?

Mi pare che tocchi un tema fondamentale, che è quello della famiglia. La famiglia è veramente un luogo in cui ci si educa alla pace e da cui nascono le premesse per una pace mondiale.
Bisogna guardare di più a queste piccole cose iniziali, non soltanto ai grandi risultati
.

Una volta lei disse di aver sognato un Concilio vaticano terzo. È un sogno che è tornato?

Non ho mai parlato di un Concilio vaticano terzo per non dare l’impressione di una ripetizione del Vaticano secondo, che si è svolto dopo secoli di non riflessione collettiva e quindi ha preso in esame tanti temi. Vedrei piuttosto dei concili che prendessero uno o due temi e quindi fossero molto ben delimitati nel loro scopo.

E quali potrebbero essere questi temi?

Io credo che, per esempio, quello della parola di Dio sarebbe un bellissimo argomento, e fra l’altro è anche quello del prossimo sinodo. E poi indicherei la famiglia.

Eminenza, la messa la dice in italiano o in latino?

A seconda delle situazioni scelgo l’italiano o l’inglese, ma qui quasi sempre in inglese perché è la lingua che si parla nella nostra casa.

Come giudica l’enciclica del papa sulla speranza?

La giudico molto bene. È una bella enciclica, in qualche parte un po’ difficile, ma vorrei che tutti la leggessero con impegno perché va al fondo della speranza e la mette in relazione con tutte le speranze quotidiane e anche con le speranze fasulle e poco fondate. Quindi credo che serva molto bene per criticare certi concetti odierni di speranza.

Fino a pochi decenni fa sembrava che la religione dovesse sparire dall’orizzonte pubblico e diventare solo un fatto privato, invece ora la ritroviamo continuamente nel dibattito pubblico e nelle pagine culturali dei giornali. Come giudica questo fenomeno?

Non solo positivamente. Certamente è positivo che si parli di religione, però bisogna che questo interesse sia portato da una vera fede, da un vero amore al vangelo e non soltanto dal desiderio di contarsi e di contare.
Si dice spesso che viviamo in una società secolarizzata, poi però succede, per esempio, che un libro dedicato all’anima come quello del teologo Vito Mancuso, “L’anima e il suo destino”, venga ristampato più volte nel giro di poche settimane.

Secondo lei perché?

Ho detto più volte che la nostra società italiana non è secolarizzata se non in parte. In tanti ambienti c’è una profonda ricerca di valori. Nel caso specifico, credo che il libro di Mancuso abbia avuto il merito di suscitare interessi che sembravano spariti e invece esistono.

La stampa straniera, come di recente il New York Time, dipinge l’Italia come un paese vecchio e senza speranza. Condivide?

Non condivido del tutto. In parte sì, ma l’Italia è un paese che a me appare piuttosto spensierato e giocherellone, specialmente quando lo paragono ad altri paesi del mondo dove c’è molta sofferenza. Però in verità dietro questa facciata, che nasce un po’ dai mass media e dalla televisione, c’è serietà e preoccupazione, e c’è anche sofferenza. Quindi c’è un cammino molto serio e molto arduo.

Nella sua città d’origine, Torino, sei operai sono morti bruciati in un’acciaieria. Che cosa prova di fronte a questi fatti?

Un immenso dolore, un’immensa sofferenza per queste persone, e il desiderio che si faccia di tutto per evitare che questi fatti si ripetano.

Le capita qualche volta di avere paura? E di che cosa?

Paura non direi. Siamo nelle mani di Dio e quindi bisogna piuttosto affidarsi, avere questo senso di speranza e di pace.

Come convive con la sua malattia, con il parkinson?

Bene perché so che in certe ore non posso contare molto su di me e quindi devo, con pazienza, prendere i tempi buoni e quelli meno buoni.

Quale augurio si sente di fare agli italiani per queste feste?

L’augurio lo prendo dall’enciclica del papa. È l’augurio di una grande speranza, una speranza che sia efficace, una speranza che sia affidabile, una speranza che porti a superare le difficoltà della vita quotidiana con grande coraggio. E questo messaggio, lo sottolineo, viene da Gerusalemme e da Betlemme, cioè luoghi nei quali furono pronunciate le parole più alte di speranza ma sono successi anche eventi che hanno portato disperazione.
Però la speranza è più forte, e questo è il messaggio che vorrei rimanesse impresso in tutti
.

© Copyright Europa, dicembre 2007

5 gennaio 2008

J. Ratzinger ricorda gli anni del Concilio: la riforma liturgica e la discussione sulle "fonti della rivelazione":Scrittura e Tradizione (La mia vita)


Vedi anche:

DISCORSI, TESTI E OMELIE DEL TEOLOGO E DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER

Nella ricerca dei Magi la nascosta inquietudine di ogni essere umano (Mons. Ravasi per "L'Osservatore Romano")

Preghiera di riparazione per le vittime dei preti pedofili: il commento di Mons. Giuliodori (Radio Vaticana)

Quando Karol Wojtyla rileggeva il Concilio... (Melloni e Rodari)

Il Vaticano: preghiera mondiale per le vittime dei preti pedofili (Repubblica.it)

KENYA, PAPA CONDANNA VIOLENZE, AI LEADER: LAVORATE PER LA PACE

Mons. Crepaldi: "Ciò che vale per la pena di morte non può non valere per l’aborto" (Il Foglio)

Il Papa ai senza tetto: Gesù è nato senza casa come voi (Avvenire)

Il Papa: "Gesù nella sua grotta era come i clochard" (Ponzoni per "La Gazzetta del sud")

Mons. Sgreccia (Pontificia Accademia per la Vita) scrive al Corriere: "Aborto, i punti possibili di una nuova legge"

Volo a Mosca troppo caro per il papa (Di Giacomo per "La Stampa")

Antonio Socci: «Benedetto è il Papa dell’"illuminismo cristiano" e della libertà»

Intervista dell'Osservatore Romano e di Radio Vaticana a padre Peter-Hans Kolvenbach, che si appresta a lasciare la guida della Compagnia di Gesù

Il 2008 di Papa Benedetto (Accornero per "L'Eco di Bergamo")

L'Epifania alla luce delle omelie e dei discorsi del Papa a Colonia (una riflessione del Prof. Lucio Coco)

Card. Bagnasco: applicare le norme a favore della maternità (Corriere ed Osservatore Romano)

Card. Hummes: adorazione "perpetua" per le "vittime della grave condotta morale e sessuale del clero" (Osservatore Romano)

Card. Colombo: "Fuggirei di notte come sant'Agostino ma farò l'arcivescovo"

Nella prima visita del 2008, Benedetto XVI incontra le Missionarie della Carità che gestiscono la Casa di accoglienza “Dono di Maria”

Il Papa alle suore di Madre Teresa: "Sono qui per dirvi che il Papa vi vuole bene e vi è vicino"

Mosca alla rai: "Papa in tv, meno fretta e maggiore rispetto"

Precisazioni sull'articolo di Galeazzi e Di Giacomo e umile richiesta di rettifica di quanto scritto su e contro questo blog

Grazie al sapiente lavoro della nostra Gemma, possiamo leggere alcune pagine dell'autobiografia di Benedetto XVI. Si tratta di una fonte preziosa, utile per capire come si sono svolti i lavori del Concilio ed il ruolo che ebbe il teologo Ratzinger nella stesura della "Dei Verbum".
Grazie ancora a Gemma :-)

Raffaella


da "La mia vita. Ricordi (1927-1977)"

……..La prima questione che si poneva, era come cominciare il Concilio, quale compito si dovesse più precisamente attribuirgli. Il Papa aveva indicato solo in termini molto generali la sua intenzione riguardo al Concilio lasciando ai Padri uno spazio quasi illimitato per la concreta configurazione: la fede doveva tornare a parlare a questo tempo in modo nuovo, mantenendo pienamente l’identità dei suoi contenuti, e, dopo un periodo in cui ci si era preoccupati di fare definizioni restando su posizioni difensive, non si doveva più condannare, ma “usare la medicina della misericordia”. C’era, certo, un tacito consenso circa il fatto che la Chiesa sarebbe stato il tema principale dell’adunanza conciliare, che in tal modo avrebbe ripreso e portato a termine il cammino del concilio Vaticano I, precocemente interrotto a causa della guerra franco-prussiana del 1870. I cardinali Montini e Suenens predisposero dei piani per un impianto teologico di vasto respiro dei lavori conciliari, in cui il tema “Chiesa” doveva essere articolato nelle questioni “Chiesa ad intra” e “Chiesa ad extra”.
La seconda articolazione tematica doveva permettere di affrontare le grandi questioni del presente dal punto di vista del rapporto Chiesa-mondo. Per la maggioranza dei padri conciliari la riforma proposta dal movimento liturgico non costituiva una priorità, anzi per molti di loro essa non era nemmeno un tema da trattare. Per esempio, il cardinale Montini, che poi come Paolo VI sarebbe divenuto il vero papa del Concilio, presentando una sua sintesi tematica all’inizio dei lavori conciliari aveva detto con chiarezza di non riuscire a trovare qui alcun compito essenziale per il Concilio. La liturgia e la sua riforma erano divenute, dalla fine della prima guerra mondiale, una questione pressante solo in Francia e in Germania, e più precisamente nella prospettiva di una restaurazione la più pura possibile dell’antica liturgia romana; a ciò si aggiungeva anche l’esigenza di una partecipazione attiva del popolo all’evento liturgico. Questi due paesi, allora teologicamente in primo piano (a cui bisognava ovviamente associare il Belgio e l’Olanda), nella fase preparatoria erano riusciti a ottenere che venisse elaborato uno schema sulla sacra liturgia, che si inseriva piuttosto naturalmente nella tematica generale della Chiesa. Che, poi, questo testo sia stato il primo a essere esaminato dal Concilio non dipese per nulla da un accresciuto interesse per la questione liturgica da parte della maggioranza dei Padri, ma dal fatto che qui non si prevedevano grosse polemiche e che il tutto veniva in qualche modo considerato come oggetto di un’esercitazione, in cui si potevano apprendere e sperimentare i metodi di lavoro del Concilio. A nessuno dei Padri sarebbe venuto in mente di vedere in questo testo una “rivoluzione”, che avrebbe significato “la fine del medioevo”, come nel frattempo alcuni teologi hanno ritenuto di dover interpretare. Il tutto, poi, era visto come una continuazione delle riforme avviate da Pio X e portate avanti, con prudenza, ma anche con risolutezza, da Pio XII. Le norme generali come “i libri liturgici siano riveduti quanto prima” (n. 25) intendevano appunto dire: in piena continuità con quello sviluppo che vi è sempre stato e che con i pontefici Pio X e Pio XII si è configurato come riscoperta delle classiche tradizioni romane. Ciò comportava naturalmente anche il superamento di alcune tendenze della liturgia barocca e della pietà devozionale del secolo XIX, promuovendo una sobria sottolineatura della centralità del mistero della presenza di Cristo nella sua Chiesa.
In questo contesto non sorprende che la “messa normativa”, che doveva subentrare all’Ordo missae precedente, e di fatto poi vi subentrò – venne respinta dalla maggioranza dei Padri convocati in un sinodo speciale nel 1967. Che poi, alcuni (o molti?) liturgisti, che erano presenti come consulenti, avessero fin dal principio intenzioni che andavano molto più in là, oggi lo si può dedurre da certe loro pubblicazioni; sicuramente, essi però non avrebbero avuto il consenso dei Padri conciliari a questi loro desideri. In ogni caso di essi non si parla nel testo del Concilio, anche se in seguito si è cercato di trovarne a posteriori le tracce in alcune delle norme generali.

Il dibattito sulla liturgia fu tranquillo e procedette senza vere tensioni. Vi fu, invece, uno scontro drammatico quando venne presentato per la discussione il documento sulle “fonti della rivelazione”.
Per “fonti della rivelazione” si intendevano la Scrittura e la tradizione; il rapporto tra loro e con il magistero aveva trovato una solida trattazione nelle forme della scolastica post-tridentina, sul modello dei manuali allora in uso.
Nel frattempo però, il metodo storico-critico dell’esegesi biblica aveva trovato un suo posto stabile anche all’interno della teologia cattolica. Di per sé questo metodo, per sua stessa natura, non tollera alcuna delimitazione a opera di un magistero autoritativo: esso non può, cioè, riconoscere alcuna istanza diversa da quella dell’argomento storico. Di conseguenza anche il concetto di tradizione era divenuto problematico, dato che, partendo dal metodo storico, non si riesce a comprendere una tradizione orale, che procede accanto alla Scrittura e risale fino agli Apostoli, che possa rappresentare una fonte di conoscenza storica accanto alla Bibbia: proprio questo aveva già reso tanto difficile e insolubile la disputa sul dogma dell’assunzione corporea di Maria in cielo. Con questo testo era quindi in discussione tutto il problema dell’esegesi biblica moderna, ma soprattutto la questione di come storia e spirito possano rapportarsi e comporsi nella struttura della fede.
Determinante per la forma concreta che assunse questo dibattito si rivelò una presunta scoperta storica che il teologo di Tubinga, J.R. Geiselmann, riteneva di aver fatto negli anni cinquanta. Negli atti del concilio di Trento egli aveva scoperto che, nell’elaborazione del decreto sulla tradizione, in un primo tempo era stata proposta una formula secondo cui la rivelazione sarebbe “in parte nella Scrittura, in parte nella tradizione”. Nel testo finale. Però l”in parte-in parte” fu evitato e sostituito da “e”.
Scrittura e tradizione ci trasmettono insieme la rivelazione. Geiselmann ne traduceva che Trento aveva voluto insegnare che non esiste alcuna divisione dei contenuti della fede tra Scrittura e tradizione , ma che, piuttosto, ambedue –Scrittura e tradizione – contengono, ciascuna per conto proprio, il tutto, siano cioè in se stesse complete. Ora, però, in quel momento non interessava la presunta o reale completezza della tradizione; quel che interessava era l’affermazione che secondo la dottrina di Trento la Scrittura conteneva l’intero deposito della fede. Si parlava della “completezza materiale” della Bibbia nelle questioni di fede.
Questa formula, che ora girava dappertutto e che era considerata la nuova, grande scoperta, si svincolò ben presto dal suo punto di partenza, che era l’interpretazione del decreto tridentino.
L’inevitabile conseguenza fu che si cominciò a ritenere che la Chiesa non potesse insegnare nulla che non fosse espressamente rintracciabile nella Sacra Scrittura, dato che quest’ultima contiene appunto in modo completo tutto ciò che riguarda la fede
. E dato che interpretazione della Scrittura ed esegesi storico-critica venivano identificate, ciò significava che la Chiesa non poteva insegnare nulla che non reggesse alla prova del metodo storico-critico. Con ciò era ampiamente messo in ombra il principio luterano della “sola Scriptum”, che era poi ciò di cui si sera trattato a Trento. Infatti, questa nuova tendenza significativa che nella Chiesa l’esegesi doveva diventare l’ultima istanza, ma, dato che per la stessa natura della ragione umana e della ricerca storica non può sussistere la piena unanimità tra gli esegeti di testi tanto difficili (poiché in gioco ci sono sempre delle opzioni pregiudiziali, siano esse consce o inconsce), la conseguenza era che la fede doveva ritrarsi nell’indeterminatezza e nella continua mutabilità di ipotesi storiche o apparentemente tali:
alla fine “credere” significava qualcosa come “ritenere”, aver un’opinione soggetta a continue revisioni. Naturalmente il Concilio dovette opporsi a teorie così formulate, ma nell’opinione pubblica ecclesiale la parola d’ordine della “completezza materiale”, con tutte le sue conseguenze, era ben più forte del testo finale del Concilio.
Il dramma dell’epoca postconciliare è stato ampiamente determinato da questa parola d’ordine e dalle sue conseguenze logiche. Personalmente avevo già avuto modo di conoscere le tesi di Geiselmann nell’aprile del !956 , durante il già citato convegno dogmatico di Konigstein, in cui il professore di Tubinga presentò per la prima volta la sua presunta scoperta (che, peraltro, egli non estendeva fino alle conseguenze fin qui descritte, che si sono sviluppate in questi termini solo nella “propaganda conciliare”).
All’inizio ne fui affascinato, ma molto presto mi balzò agli occhi che il grande tema del rapporto tra Scrittura e tradizione non poteva essere risolto in maniera così semplice. In seguito ho io stesso minuziosamente studiato gli atti di Trento e ho potuto constatare che la variante redazionale, che Geiselmann considerava di importanza centrale, non era stata che un insignificante aspetto secondario nel dibattito tra i Padri conciliari, che si spinse molto più a fondo per illuminare la questione fondamentale di come la rivelazione possa tradursi in parola umana e, quindi, in parola scritta. In questo fui aiutato dalle mie conoscenze acquisite con i miei studi sul concetto di rivelazione di Bonaventura. Trovai che l’orientamento di fondo dei Padri di Trento nel modo di pensare la rivelazione nella sostanza era rimasto lo stesso del tardo medioevo. Proprio a partire da queste acquisizioni, che ora non posso certo sviluppare oltre, le mie obiezioni nei confronti dello schema conciliare che ci era stato sottoposto erano di tutt’altra natura rispetto alle tesi sostenute da Geiselmann e alla loro grossolana volgarizzazione nell’eccitato clima conciliare. Tuttavia vorrei almeno accennare al suo aspetto essenziale: la rivelazione, cioè il volgersi di Dio verso l’uomo, il Suo venirgli incontro è sempre più grande di quanto può essere espresso in parole umane, più grande anche delle parole della Scrittura.

Come si è già visto a proposito dei miei lavori su Bonaventura, nel medioevo e a Trento sarebbe stato impossibile definire la Scrittura semplicemente come “la rivelazione”, come oggi invece avviene nel linguaggio corrente. La Scrittura è la testimonianza essenziale della rivelazione, ma la rivelazione è qualcosa di vivo, di più grande – perché sia tale essa deve giungere a destinazione e deve essere percepita, altrimenti essa non è divenuta “rivelazione”. La rivelazione non è una meteora precipitata sulla terra, che giace da qualche parte come una massa rocciosa da cui si possono prelevare dei campioni di minerale, portarli in laboratorio e analizzarli. La rivelazione ha degli strumenti, ma non è separabile dal Dio vivo, e interpella sempre la persona viva a cui essa giunge.

Il suo scopo è sempre quello di raccogliere gli uomini , di unirli tra loro – per questo essa implica la Chiesa. Ma se si da questa sporgenza della rivelazione rispetto alla Scrittura, allora l’ultima parola su di essa non può venire dall’analisi dei campioni minerali – il metodo storico-critico - , ma di essa fa parte l’organismo vitale della fede di tutti i secoli.
Proprio questa sporgenza della rivelazione sulla Scrittura, che non può a sua volta essere espressa in un codice di formule, è quel che noi chiamiamo “tradizione”. Nel clima generale del 1962, che si era impadronito delle tesi di Geiselmann nella forma sopra descritta, mi fu impossibile far comprendere questa mia prospettiva, che avevo acquisito dallo studio delle fonti e rispetto alla quale, del resto, già nel 1956, non ero stato capito. La mia posizione venne semplicemente annoverata nell’opposizione generale allo schema ufficiale e valutata come un’altra voce in direzione di Geiselmann.

Per desiderio del cardinale Frings, misi allora per iscritto un piccolo schema, in cui cercavo di esprimere la mia prospettiva; alla sua presenza, potei quindi leggere quel testo a un gran numero di influenti cardinali, che lo trovarono interessante, ma sul momento non vollero, né potevano esprimere alcun giudizio in proposito.

Ora, quel piccolo saggio era stato scritto in gran fretta e non poteva nemmeno lontanamente competere per solidità e precisione con lo schema ufficiale, che aveva avuto origine in un lungo processo di elaborazione ed era passato attraverso molte revisioni di studiosi competenti. Era chiaro che il testo doveva essere ulteriormente elaborato e approfondito.

Un simile lavoro richiedeva l’intervento anche di altre persone. Fu dunque stabilito che io redigessi insieme con Karl Rahner, una seconda redazione, più approfondita.

Questo secondo testo, che va ascritto molto più a Rahner che a me, fu poi fatto circolare tra i Padri e suscitò in parte delle aspre reazioni. Lavorando insieme con lui, mi resi conto che Rahner e io, benché ci trovassimo d’accordo su molti punti e in molte aspirazioni, dal punto di vista teologico vivevamo su due pianeti diversi. Anch’egli, come me, era impegnato a favore di una riforma liturgica, di una nuova collocazione dell’esegesi nella Chiesa e nella teologia e di molte altre cose, ma le sue motivazioni erano parecchio diverse dalle mie. La sua teologia – malgrado le letture patristiche dei suoi primi anni – era totalmente caratterizzata dalla tradizione della scolastica suareziana e dalla sua nuova versione alla luce dell’idealismo tedesco e di Heidegger. Era una teologia speculativa e filosofica in cui, alla fin fine, la Scrittura e i Padri non avevano una parte tanto importante, in cui, soprattutto la dimensione storica era di scarsa importanza.

Io, al contrario, proprio per la mia formazione, ero stato segnato soprattutto dalla Scrittura e dai Padri, da un pensiero essenzialmente storico: in quei giorni ebbi la chiara percezione di quale fosse la differenza tra la scuola di Monaco, da cui io ero passato, e quella di Rahner, anche se dovette passare ancora qualche tempo prima che la distanza che separava le nostre strade fosse pienamente visibile all’esterno.


Ora era chiaro che lo schema di Rahner non poteva essere accolto, ma anche il testo ufficiale andò incontro alla bocciatura con un’esigua differenza di voti. Si dovette quindi procedere al rifacimento del testo. Dopo complesse discussioni, solo nell’ultima fase dei lavori conciliari si potè arrivare all’approvazione della Costituzione sulla parola di Dio, uno dei testi di spicco del Concilio, che peraltro non è stato ancora recepito appieno.

All’inizio si impose in pratica solo quello che era passato come la presunta novità nel modo di pensare questi argomenti da parte dei Padri. Il compito di comunicare le reali affermazioni del Concilio alla coscienza ecclesiale e di plasmarla a partire da queste ultime è ancora da realizzare.

da " La mia vita. Ricordi (1927-1977)", San Paolo Edizioni 1997