23 giugno 2008

San Paolo dai tanti volti: Originalità e audacia dell’Apostolo delle genti (Cristiana Dobner)


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ANNO PAOLINO - Paolo dai tanti volti

Originalità e audacia dell’Apostolo delle genti

Cristiana Dobner - carmelitana scalza

Benedetto XVI all’Angelus di domenica scorsa, 22 giugno, ha invitato tutti i cristiani a vivere con impegno l’Anno Paolino (28 giugno 2008 - 29 giugno 2009), da lui stesso indetto nel bimillenario della nascita dell’Apostolo delle genti. Il Papa ha dato appuntamento, alle ore 18 del 28 giugno, nella basilica di San Paolo fuori le mura per la celebrazione dei Primi Vespri della Solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo.

Paolo il “trasgressore” mi è sempre andato a genio. Paolo dai tanti volti...

Paolo l’“audace”, perché osa parlare quando era notorio che la profezia era ormai chiusa e la sfida quindi aperta: egli parla e agisce da profeta, suscitando stupore e reazioni vivissime. In totale umiltà, perché non parla da se stesso, come se tutto provenisse dalla sua riflessione, dalla sua cultura, ma come chi è ben consapevole che è Dio stesso a parlare. Un Dio che Paolo sa impossibile da catturare, da circoscrivere.

Paolo il “poliglotta”, che parla aramaico, latino, greco, ma non è un’identità concorrenziale con Gesù Cristo, perché solo Lo annuncia.

Paolo il “fuggitivo” di Bab Kissan che, in un paniere si lascia calare dalle mura di Damasco, non si fa prendere e, umoristicamente, inizia la missione di annuncio verso l’Europa in un letterale ...tagliar la corda...

Paolo l’“apostata”, perché dicono, qui termina la vita di Gesù ed incomincia il cristianesimo: così lo studioso Klausner nel 1933.

Paolo il “traditore scismatico”, giudeo di Tarso, giudeo ellenizzato, che tradì Gesù, perché il muro eretto con il giudaismo porta inscritto il nome di lui, Paolo, l’ebreo che si servì del modello greco-romano della divinizzazione d’un uomo. Perché Gesù, personaggio storico, ottimo rabbino, tale da poter stare vicino a Hillel e Shammai, non era Dio ma solo uomo e non volle fondare alcuna nuova religione. L’originale lavoro di Gesù cambiò davvero direzione con l’“apostata”?

Paolo il “globalizzato” di allora, aperto a diverse e variegate influenze culturali e religiose, pregio di cui ancora oggi possiamo godere.

Come avrebbe reagito Paolo dinanzi a queste qualifiche? Come a delle (s)qualifiche!
Il nuovo itinerario spirituale tracciato da Paolo, dove porta allora con la sua teologia profondamente radicata nel mondo farisaico giudaico di allievo di rabbi Gamaliele I, che significa, fra l’altro, accogliere l’idea della risurrezione del corpo e non solo dell’anima?
Porta ad una conclusione da cui rileggere tutta un’esistenza che poggia sui profeti d’Israele, sulla loro viva esperienza da cui sgorgano i richiami rivolti al popolo di Israele e alle genti. Porta alla Cappella “Redemptoris Mater” (in Vaticano).
Porta ad un mosaico che non indica uno dei volti di Paolo da allineare vicino agli altri e quindi da assommare o da considerare sfaccettature per girare a tutto tondo intorno ad una gigantesca figura di uomo toccato da Dio, ma al punto finale della sua esistenza. Quello che mette dinanzi agli occhi e al cuore di tutti il “come” Paolo incontrò il suo Signore e in questo “come” fa balzare immediato il “perché”.
Nel mosaico, dai vivi colori e dalle luci taglienti, Paolo, cittadino romano con il capo mozzato dalla spada, è steso a terra, ormai cadavere abbandonato al suolo. Il rosso delle tessere domina, guizza e cola sul volto semita dagli occhi chiusi.
La mano però del tessitore di tende dimostra ancora la sua forza e, con energia, bloccata dalla rigidità del cadavere, stringe un tronco che affonda le radici nella terra.
Lo sguardo risale il tronco marrone e coglie una lussureggiante chioma verde, immediatamente il pensiero corre ad una lettera di Paolo, quella ai Romani, in cui parla dell’olivo e dell’olivastro, di Israele e della Chiesa.
Paolo, quando lo si legge, appare davvero uno sprovveduto agricoltore se di agricoltura si trattasse: pretende infatti di innestare l’olivastro sull’olivo, mentre è risaputo che si procede proprio al contrario, in quell’arte antica dell’innesto tanto praticata nella vegetazione mediterranea.
Allora nelle qualifiche di Paolo si deve annoverare anche quella di “agricoltore fallito” o “fallimentare”? No di certo. Il messaggio è altro e ben profondo: non è opera umana quella che state considerando, è dono unico di Dio. Egli opera nella natura ma da Signore qual è. Vuole indicare la dinamica della vita, dell’eredità di Israele che continua perenne.
Paolo, che tanto si era vantato di essere israelita, di godere di tutti i doni della chiamata e dell’eredità del popolo, eppure aveva incontrato Cristo cadendo a terra folgorato dalla sua luce (niente nel testo fa dire che sia caduto da... cavallo), non rinnega nulla, si lascia solo fiorire, nel suo sangue versato, come quello di Gesù Cristo per Israele e per ogni persona. Paolo lascia la vita avvinghiato alla radice santa, stretto all’olivo che è Israele, ma per Cristo.
Paolo sigilla il suo annuncio con la ceralacca del suo sangue e, “trasgressore” qual è, stringe l’olivo da cui Gesù Cristo è nato nella storia e da cui proviene come genealogia. Noi, olivo e olivastro, da Paolo guidati a comprendere.

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